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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


27 gennaio 2012

I GIUSTI - QUELLI GIUSTI E QUELLI NO

Tendenze della Memoria

È ragguardevole il numero di quelli che hanno salvato gli ebrei nel corso della Seconda guerra mondiale. In Italia il numero dei salvatori auto-certificati di ebrei ha raggiunto i 270 milioni. Ormai si pensa di aprire una sede ufficiale a Collodi.

 

Il Tizio della Sera

Una volta, in risposta a una mia lettera al giornale, un tizio mi ha scritto raccontando che dal primo gennaio del 1942 al 31 dicembre del 1945 aveva tenuto nascosto in casa propria un ebreo (evidentemente doveva essere un ebreo molto preciso nel decidere con le date dei suoi nascondimenti) dividendo con lui lo scarso pane e l’ancora più scarso companatico, oltre che rischiando quotidianamente la vita, e “dopo oltre mezzo secolo sto ancora aspettando il bene di un grazie”. Gli ho fatto cortesemente presente che per tutto il 1942 e due terzi del 1943 non solo nessun ebreo italiano aveva bisogno di nascondersi, ma arrivavano addirittura, in fuga da Austria e Germania, un gran numero di ebrei stranieri a cercare rifugio qui, dove la situazione per gli ebrei era senz’altro scomoda, ma non pericolosa; e che negli ultimi due terzi del 1945 nessun ebreo in nessuna parte del mondo si doveva nascondere, perché la guerra era finita. Si è incazzato come una bestia, accusandomi di credere più alle favole degli ebrei che alle parole di un testimone.

Una volta, durante un corso di aggiornamento, una collega, più anziana di me, ha raccontato che qualche anno dopo la fine della guerra è arrivata all’albergo di cui era proprietaria la sua famiglia una famiglia dall’Australia, chiedendo di suo padre. Saputo che era morto qualche mese prima, sono apparsi in preda al più grande sconforto, sembravano addirittura disperati. Lei, all’epoca bambina, non riusciva a spiegarsi questo comportamento, dato che non li aveva mai visti prima, e dunque sicuramente non dovevano essere amici o parenti. La madre allora le ha spiegato che erano ebrei, che nel corso della guerra erano capitati nel loro albergo. Erano riusciti a trovare un imbarco per l’Australia e avevano con sé un cofanetto di gioielli, con cui avrebbero potuto mantenersi nei primi tempi. Potendo essere fermati in qualunque momento, non si fidavano però a portarlo con sé, e d’altra parte era impensabile spedirlo; allora il padre della collega si era offerto di portarlo lui a Genova, viaggiando separatamente da loro, e così avevano fatto. Il disturbo era stato minimo, e di rischi non ne aveva corsi, ma i beneficiari del favore avevano sentito il dovere di intraprendere il viaggio dall’Australia unicamente per incontrare il loro benefattore, per dimostrargli che la sua azione era andata a buon fine, consentendo loro di salvarsi, e per ringraziarlo. 

 

barbara


5 ottobre 2011

MENO MALE CHE OGNI TANTO I PERFIDI GIUDEI SI SCUSANO

Il tunnel della crisi

Sfugge progressivamente la causa della crisi economica mondiale. Se analizziamo il recente rincaro delle uova deposte a terra, delle cipolle e di un bene di prima necessità come le zucchine col fiore, bisogna prendere in considerazione che a questo giro purtroppo la colpa potrebbe non essere degli ebrei. Ci scusiamo.

Il Tizio della sera

Io aggiungo, di commento, due sole parole: era ora!

barbara


14 settembre 2011

STRUMENTO SCIENTIFICO

Non ricordo dove l’ho letto (la sezione di “giudaica” nel mio studio occupa interamente una parete di oltre cinque metri, dal pavimento al soffitto), però vi garantisco che l’ho letto, e non solo l’ho letto, ma ho anche visto la foto.
Si tratta di questo. In base alle leggi razziali cominciate a emanare nel settembre del 1938, oltre che dalle scuole gli ebrei venivano allontanati anche da tutti i posti “sensibili”. Come si riconoscevano gli ebrei? Dal cognome, naturalmente. Però. Però succede che con tutti gli ebrei che i buoni cristiani nel corso dei secoli si sono affaticati a condurre sulla retta via, ci sono in giro per il mondo un sacco di persone che hanno cognomi ebraici ma che ebrei non sono affatto, da generazioni ormai, addirittura da secoli. Come fare allora, per questi poveri diavoli, per dimostrare di non essere ebrei? Semplice: si presenta un certificato di battesimo. Però. Però succede che a un certo momento scoppia la seconda guerra mondiale. Succede che dopo nove mesi e qualcosa di neutralità il signor Mussolini decide che un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria l’ora delle decisioni irrevocabili (urla acclamazioni vivissime guerra guerra), succede che tra attacchi all’insegna dell’improvvisazione e alleanze e disalleanze il suddetto signor Mussolini combina un bel po’ di pasticci – non parlo qui dei crimini che quelli sono tutt’altro, e decisamente poco adatti al tono di cazzeggio che sto qui usando – e insomma ad un certo momento inizia l’occupazione tedesca e iniziano i bombardamenti alleati. E allora succede che ogni tanto spunta fuori uno con un cognome ebraico che dice no guardate io sono cristianissimo cattolicissimo battezzatissimo solo che il certificato di battesimo non ve lo posso mostrare perché la chiesa in cui sono stato battezzato è stata bombardata e i documenti sono andati tutti distrutti. Che fare allora? Rischiare di discriminare ingiustamente una persona onesta come se fosse ebreo? Rischiare di lasciare al suo posto un ebreo come se fosse una persona onesta? Mai non fia! È stato a questo punto che quei geni – perché lo sanno tutti che la razza ebraica è una razza inferiore mentre la razza italica –- che esiste, sì signori, altroché se esiste! –- è una razza superiorissima e dunque lì germogliano geni ogni due per tre – mettono a punto lo strumento scientifico che determinerà inequivocabilmente se uno è ebreo o no: il misuratore del naso. Che sarebbe una roba più o meno tipo morsetto da falegname, che misura con precisione assoluta la lunghezza del naso e zac! il perfido giudeo è smascherato e le sue menzogne non se le beve più nessuno.
Mi è tornato in mente guardando le foto del matrimonio e pensando, per associazione, a buona parte degli ebrei che conosco: con uno strumento così scientificamente preciso e infallibile, ho idea, in mezzo a tutte quelle carrettate di ebrei l’unica a finire in trappola sarei io.

barbara


19 marzo 2011

SEMPRE LORO

Chiaramente la sommossa nei paesi arabi è stata concertata dai cospiratori di Tel Aviv. Israele, lo stato fantoccio di Obama, ne trae il massimo vantaggio. Anzi, Israele e Obama escono massimamente svantaggiati dalla sommossa. Israele è il paese che maggiormente si oppone ai cambiamenti nei regimi arabi. Forse per via della nonna ebrea di Gheddafi. Perché l'insurrezione è stata causata da Facebook che è un'invenzione dell'ebreo americano Mark Zuckerberg. Ma la vera causa è stato Wikileaks di Julian Assange, istigato dai cospiratori di Tel Aviv con l'appoggio del Guardian. Anzi, sono gli ebrei che stanno dando la caccia a Assange con l'appoggio del Guardian. Ecco la prova: questa settimana l'ebreo Rahm Emanuel, ex-scudiero di Obama e figlio di israeliani, è stato eletto sindaco di Chicago; l'ebrea Natalie Portman, figlia di israeliani, ha vinto il premio Oscar come migliore attrice; l'ebrea Yael Naim, figlia di israeliani, è stata eletta migliore cantante in Francia. Sono sempre loro.

Sergio Della Pergola

(Sì, sorridiamo, nonostante tutto e contro tutto e tutti, perché noi scegliamo la vita. E non smetteremo di danzare. Nonostante tutto. Contro tutto. E contro tutti)

                                                   

(barbara)


1 marzo 2011

LA T-SHIRT DEL MARITO EBREO



barbara


21 dicembre 2010

CAZZO, ANCHE GLI EBREI HANNO UN’AVIAZIONE!



Ve l’avevo preannunciato: in quella colossale schifezza che è “Con le peggiori intenzioni”, una pagina bella c’è. Questa.


È l'estate del Sessantasette. Quella in cui il mondo ha
preso a camminare vorticosamente. Sono trascorse poche settimane dalla conclusione della Guerra dei sei giorni. L'atmosfera in casa Sonnino, sebbene tutti siano troppo snob per aderire completamente agli umori della comu­nità ebraica, è ancora elettrica. Le mensole ingombre di quotidiani con titoli cubitali. Suvvia, è stato emozionante per chi ha vissuto certi tempi, per chi ha visto i propri de­cenni cuginetti deportati, per chi si è dovuto nascondere, per chi ha sopportato la violazione del proprio domicilio e lo scorticamento della propria anima, per chi ha tremato per il suono sordo degli stivali tedeschi e il clamore ferri­gno dei loro ordini mortuari di quel fatale Sedici Ottobre, vedere un esercito ebraico così formidabilmente equipag­giato annichilire lo stranumeroso nemico arabo sotto la guida di quel Messia ebraico del generale Yitzhak Rabin. Lo abbiamo già detto, in fondo: i Sonnino non sono tipi da commuoversi su Israele, non sono tipi da finanziarlo, non sono quel genere d'ebrei per cui Israele innanzitutto. Israele non è altro che una delle concrete propaggini della Me­moria Ebraica da loro guardate con diffidenza. No, i Sonnino sono dell'altro tipo: orgogliosamente affezionati al loro ufficio di sobri dispensatori di spirito critico e obbiettività. Chiediamo molto a Israele. Giustizia e democrazia. Tolleranza e laicismo. Proprio dagli israeliani, in guerra permanente, pretendiamo un comportamento esemplare, da padri pellegrini, da ultima frontiera: inflessibilmente duri ma severamente giusti. Ma stavolta no, è stato im­possibile trattenere l'emozione: ci siamo commossi, abbia­mo sofferto, perso il sonno, tifato, temuto realmente che Israele potesse smettere di esistere, scomparisse dalla fac­cia della terra, un nuovo genocidio ebraico e l'ennesimo sogno tramutato in tragedia. Abbiamo subito avuto l'im­pressione che stavolta le cose sarebbero andate diversa­mente. Abbiamo compreso che lo stoicismo con cui i geni­tori attesero di essere massacrati ha insegnato ai figli l'inderogabile necessità di combattere. Non potete capire l'orgoglio che riempie il cuore di Bepy. Incredibile che in una manciata di ore la piccola aviazione israeliana (cazzo, anche gli ebrei hanno un'aviazione!) abbia annientato i reattori russi, messi a disposizione degli egiziani e dei giordani, assicurandosi una supremazia aerea assoluta. E come quegli eserciti composti per lo più da masse analfa­bete e demotivate abbiano ceduto di fronte a un piccolo esercito compatto e così straripante di motivazioni.
Questo ha lasciato nell'animo di Bepy e dei suoi fa­miliari una sinistra euforia. È strano continuare a occu­parsi di cose insignificanti quali mandare avanti l'ingros­so, ricevere rappresentanti, organizzare feste in maschera, scoparsi modiste minorenni, mentre in una parte di mon­do nient'affatto lontana si consuma una vittoria così schiacciante dell'armata ebraica. Per vari giorni tutti in fa­miglia hanno continuato a comperare cinque quotidiani, delusi dalla progressiva perdita d'interesse dei giornali italiani per quell'evento straordinario, addolorati dalla fa­ziosità filoaraba della maggior parte dei commentatori. Come se un giornalismo impeccabile fosse tenuto a de­cantare ogni giorno l'inusitata potenza dell'esercito israe­liano. Sono diverse notti che Bepy dorme poco. Si alza, ascolta la radio, guarda la televisione. È scostante e irrita­bile. Soffre di quella sindrome periferica - quella sensa­zione di decentramento rispetto ai fatti della Storia - che ben presto porterà suo figlio Teo a emigrare laddove la Storia ancora esiste e la Cronaca non ha che un peso esor­nativo. (Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, pp.101-103)



E ricorda, questo letterario “Cazzo, anche gli ebrei hanno un’aviazione!”, quell’incredulo – e autentico – “Juden haben Waffen!” levatosi in quel giorno d’aprile nel ghetto di Varsavia. E continueranno ad averle, armi e aviazione: se ne facciano una ragione i nemici di Israele, e si vadano ad ascoltare questo messaggio. Per gli amici, invece, questo capolavoro di tre minuti e mezzo.


barbara


20 giugno 2010

SO' GGIUDÌA, ME VONNO AMMAZZÀ

Un ricordo improvvisamente riemerso, una testimonianza sentita tanti anni fa.
Roma, 16 ottobre 1943. I tedeschi, dopo avere tranquillizzato gli ebrei con la farsa dei 50 chili di oro, hanno iniziato la razzia del ghetto che costerà la vita, in una botta sola, a oltre mille ebrei romani. Una donna veste frettolosamente i suoi tre bambini, scende in strada, col cuore in gola infila un vicolo dietro l’altro, riesce a uscire dal ghetto. Vede un taxi e ci si infila dentro, insieme ai bambini. Il tassista si gira e chiede: “Dove andiamo, signora?” La donna, disperata, risponde: “Ecchennesò, so’ ggiudìa, me vonno ammazzà”. Restano a guardarsi per un tempo infinito, non si sa chi dei due più terrorizzato. Poi, lentamente, il tassista si gira, accende il motore, innesta la marcia e si avvia. Li porta a casa sua, nelle due stanze in cui vive con la moglie e i due figli, e se li tiene lì, tutti e quattro, per tutti i lunghi mesi che ancora mancano alla liberazione, dividendo con loro lo scarso pane che, in tempi magri per tutti, riesce a guadagnare.
Ho deciso di mettere questa cosa, perché in tempi tanto amari, da tanti punti di vista, c’è bisogno, ogni tanto, di un raggio di luce.

barbara


3 giugno 2010

L’ANTICA SAGGEZZA DEL TIZIO DELLA SERA

La pasticceria del mondo

La morte è uno scandalo, la morte violenta uno scandalo anche peggiore, la morte dei giovani un'ingiustizia atroce che nessuno può sopportare - la morte procurata da un esercito di ebrei, ghiottoneria generale.

Il Tizio della Sera

Ghiottoneria sulla quale branchi di sciacalli famelici eccitati dall’odore del sangue fanno a gara a chi sbrana di più.

barbara


8 aprile 2010

E ADESSO PARLIAMO UN PO’ DI EBREI E DINTORNI

Con amici così, chi ha bisogno di nemici?

Siamo "permalosi", ci manda a dire il vescovo di Cerreto Sannita Michele De Rosa il quale, partendo dallo scivolone di padre Cantalamessa che citando un "amico ebreo" aveva azzardato un paragone tra antisemitismo ed i presunti attacchi in corso nei confronti del Papa, si produce poi in un vero e proprio sfogo nel quale sembra confessare di non poterne più delle pretese di questi ebrei : ''Preghiamo perché si convertano e non va bene, abbiamo tolto l'espressione 'perfidi giudei', e non va bene, papa Benedetto XVI ha cambiato la preghiera del Venerdì Santo nella messa tridentina, e non va bene. Bisogna sempre chiedere scusa ogni volta, mi sembra ci sia una reazione esagerata''.
"...Capisco che abbiano sofferto con l'Olocausto, ma non possono farne una bandiera...", è un'altra "perla" del De Rosa pensiero.
Il Vescovo De Rosa è membro della Commissione CEI per l'ecumenismo e il dialogo e, a parte lo stress che pare aver accumulato, mi conferma ancora una volta la saggezza di un detto americano che spesso mi viene ricordato : "con amici così, chi ha bisogno di nemici?!".
Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Eh già, Israele ha per amico Obama, che non vede l’ora di svenderlo al miglior offerente, anzi, a un offerente qualsiasi, senza neanche provare a impuntarsi sul prezzo. E gli ebrei tutti hanno per amico Sue Eminenza Reverendissima Monsignor Michele De Rosa, vescovo di Cerreto Sannita, talmente buono che arriva perfino a capire – aprite bene le orecchie perché questa è forte davvero – che abbiano “sofferto con l’Olocausto”, e non è certo colpa sua se quelli se ne approfittano e con questo olocausto stanno spaccando i marroni al mondo intero. E ci sta molto bene, per restare in tema, la perla odierna, l’ennesima, dello strepitoso Tizio della Sera.

Meglio mai che tardi

Sessantamila anziani che hanno sofferto le persecuzioni dei ghetti riceveranno un vitalizio dal governo tedesco. Considerata l'attesa di vita di questi sessantamila ebrei, la notizia ridefinisce in modo drastico il significato della parola vitalizio.

Il Tizio della Sera

E poi, certo, visto che oltretutto si è nominato Obama, non può mancare lui.

barbara


7 aprile 2010

VOGLIAMO PARLARE DI PULIZIA ETNICA?

 

Jewish Populations of Arab Countries: 1948 and 2001/2008

Paese o territorio

Popolazione ebraica
nel 1948

% della popolazione
totale nel 1948

Stima di ebrei
nel 2001

Stima di ebrei
nel 2008

Aden

8,000

~0

Algeria

140,000

1.6%

~0

Bahrain

550-600

0.5%

36

intorno alle 30 persone

Egypt

75,000-80,000

0.4%

~100

meno di un centinaio

Iraq

135,000-140,000

2.6%

~200

20 a Baghdad e meno di 100 in tutto

Lebanon

5,000-20,000

0.4-2%

< 100

intorno ai 40 a Beirut

Libya

35,000-38,000

3.6%

0

Morocco

250,000-265,000

2.8%

5,230

meno di 7000

Qatar

?

?

?

un piccolo numero è riportato

Syria

15,000-30,000

0.4-0.9%

~100

meno di 30

Tunisia

50,000-105,000

1.4-3.0%

~1,000

nel 2004 stimati intorno ai 1.500

Yemen

45,000-55,000

1.0%

~200

intorno a un centinaio

Total

758,000 - 881,000

<6,500

<8,600

Popolazione ebraica nei paesi musulmani non arabi: 1948 e 2001

Country or territory

1948 Jewish
population

Estimated Jewish
population 2001

Estimated Jewish
population 2008

Afghanistan

5,000

1

Iran

70,000-120,000, 100,000, 140,000–150,000

11,000-40,000

meno di 40.000

Pakistan

2,000

N/A

Turkey

80,000

18,000-30,000

Nel frattempo il numero dei palestinesi si è decuplicato. Fate un po’ voi. (E proprio oggi anche lui, vedi un po’ la combinazione, parla di pulizia etnica)

barbara


15 dicembre 2009

QUANTO TEMPO

Quanto tempo dovrà passare perché tutto questo diventi storia e susciti la stessa emozione delle guerre puniche?
Quanto tempo dovrà passare perché Schindler’s list diventi un film con troppa fantasia?
Quanto tempo dovrà passare perché chi è stato martoriato nella carne e nell’anima possa tornare a sorridere?
Quanto tempo dovrà passare perché un treno evochi solo viaggi e vacanze e un camino dolce calore e intimità domestica?
Quanto tempo dovrà passare perché ospitare un ebreo sia un gesto d’amicizia e non un atto eroico?
Quanto tempo dovrà passare perché un ebreo, per essere certo di tornare a casa intero, non debba nascondere la kippà?
Quanto tempo dovrà passare perché un Ilan Halimi possa morire di vecchiaia nel suo letto?
Quanto tempo dovrà passare perché lo stato degli ebrei cessi di essere l’ebreo degli stati?
Quanto tempo dovrà passare perché la giornata della memoria, se ancora ci fosse bisogno di averne una, cessi di essere l’alibi per i più sordidi sentimenti e i più infami propositi?
Quanto tempo dovrà passare perché le tonnellate di cenere umana di cui è impregnata la terra d’Europa si dissolvano e cessino di imputridire l’aria che respiriamo?

Non lo so, quanto tempo dovrà passare, ma fino a quando non sarà passato io continuerò a ricordare. Io continuerò a testimoniare. Io continuerò a far sentire alta la mia voce. Perché troppi non lo possono più fare. E troppi altri non lo hanno mai voluto fare.
(Anche lui e lui, per fortuna, continuano a far sentire alta la loro voce)



barbara


22 novembre 2009

SABBIA

Nient'altro che sabbia ...



barbara


24 settembre 2009

CHIESA ED EBREI: CI RISIAMO?

“La Conferenza episcopale italiana ribadisce che non è intenzione della Chiesa operare attivamente per la conversione degli ebrei”.

Magari sarò fissata io, non so, però a me pare tanto lo stesso giochino operato dall’ex papa buonanima, che ci è venuto a raccontare la storiella di “alcuni figli e alcune figlie della Chiesa” che avevano “commesso degli errori”, come se la Chiesa in quanto tale non c’entrasse niente, e questa bella vaccata l’ha spacciata per una solenne richiesta di scuse agli ebrei, e un bel po’ di gente se l’è anche bevuta. Sappiamo bene che turlupinare la gente giocando con le parole è uno dei passatempi preferiti della Chiesa, e c’è davvero l’impressione che ci stiano ancora una volta riprovando.

barbara


16 aprile 2009

PICCOLA CONSTATAZIONE

Certo che è ben buffo constatare come questi Grandi Esperti della razza ancora non sono riusciti a capire chi, fra quanti frequentano questo blog, è ebreo e chi no (idem per massoni – che ci sono, fra quelli che passano da queste parti, altroché se ci sono – e omosessuali).

barbara


12 gennaio 2009

La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere

(Seconda parte)

Di PIERO DELL’OLIVO e BARBARA MELLA

Nel primo articolo abbiamo esposto, con l’ausilio di numerose citazioni, alcune qualificate prese di posizione antiebraiche della Chiesa Cattolica, affidate alla rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, nei cinquant’anni che hanno preceduto le leggi razziali del 1938. Lo spunto di attualità che ci ha mosso è la recente polemica che ha visto opposti il Vaticano e Gianfranco Fini, nella quale la Santa Sede ha negato di avere mostrato, a suo tempo, un atteggiamento morbido e di sostanziale connivenza nei confronti delle leggi razziali del Fascismo, sostenendo al contrario di esservisi opposta.

Nel primo articolo si è documentato un organico corpus di scritti, apparsi su La Civiltà Cattolica nel 1889, improntati a un antisemitismo estremamente virulento. Successivamente, e fino al 1937, queste posizioni sono state ribadite, salvo una presa di distanza dall’emergente razzismo nazista. La Chiesa concordava sulla pericolosità degli ebrei, ma non sul razzismo “biologico”, e propendeva per soluzioni non violente del “problema”. Nel presente articolo daremo più spazio alle repliche del Regime, senza le quali si perderebbe il senso degli scritti di parte cattolica.

Siamo così arrivati al 1938. Entra in campo Mussolini in persona, che, senza firmarlo, produce (Informazione diplomatica del 17 febbraio) un testo poi passato ai giornali: «il governo fascista [non pensava] di adottare misure politiche, economiche e morali contrarie agli ebrei, in quanto tali»; ma di «far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risultasse sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità».
E, puntuale (marzo 1938) La Civiltà Cattolica riprendeva, avallandola, la tesi di Mussolini della sproporzione tra posizioni di potere detenute da ebrei e la loro incidenza percentuale sulla popolazione italiana. «La fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo era la vera e profonda causa che rendeva il giudaismo un fomite di disordini e un pericolo permanente per il mondo». Il rimedio era il solito: «la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o di distinzione conveniente ai nostri tempi».
Con l’estate del 1938, la situazione inizia a precipitare. E’ del luglio il “Manifesto della razza”, redatto da 10 professori universitari di discipline medico-sociali (alcuni dei quali dopo la guerra riapparvero sull’opposto versante politico). I dieci punti, che avevano pretese di contenuto scientifico, terminavano con la conclusione che «il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Il documento, avallato da Achille Starace, non faceva che “italianizzare” il razzismo nazista.
E’ a questo punto che anche il Papa entra in gioco personalmente, parlando prima di “una forma di vera apostasia”, e, qualche giorno dopo, nominando espressamente il razzismo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, separatistico». Il termine “separatismo”, che ricorre spesso nei testi cattolici di quei giorni, significa qualcosa di contrapposto a “ricongiungimento”. In pratica, si condanna una ideologia che nega la condizione di pecorelle smarrite degli ebrei, ossia la possibilità di conversione degli ebrei stessi. Non a caso, Pio XI attribuisce queste tesi a un appiattimento dei fascisti sulle tesi naziste: «ci si poteva chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia avesse bisogno di andare ad imitare la Germania ».
Mussolini rispose con le parole e i fatti. Le parole furono: «Sappiate, e ognun sappia, che anche sulla questione della razza, noi tireremo diritto. Dire che il Fascismo ha imitato qualcosa o qualcuno è semplicemente assurdo». I fatti: il 4 agosto venne emesso il primo provvedimento limitativo dell’ammissione degli ebrei alle scuole italiane. Sempre in agosto, la palla passava al “Regime Fascista”, il quotidiano di Farinacci, che pubblicò una lunga serie di citazioni da fonti cattoliche, tesa a dimostrare che il nascente razzismo fascista era allineato ai dettami della Chiesa. Il Regime Fascista pubblicò, fra l’altro, ampi stralci dagli articoli de “La Civiltà Cattolica” del 1889 [vedi articolo precedente] contrapponendoli alle recenti parole di Pio XI: «Noi ci accorgiamo, alla fine di questo studio vigoroso [quello della Civiltà Cattolica, ndr], che gli Stati e le società moderne, e persino le più sane e coraggiose nazioni d’Europa, l’Italia e la Germania, hanno molto da imparare dai padri della Compagnia di Gesù. E confessiamo che il fascismo è molto inferiore, sia nei propositi, sia nell’esecuzione, al rigore della Civiltà cattolica. Ma confessiamo anche lo stupore doloroso e lo sdegno che ci assalgono quando ci poniamo a considerare questa leale e generosa battaglia dei sapienti e irreprensibili gesuiti, di fronte all’atteggiamento di altri cattolici». E “gli altri cattolici” erano… nientemeno che il Papa: «Se non fossimo cattolici, oggi avremmo accettate con entusiasmo le parole del Santo Padre, così come le hanno accettate e comunisti e massoni e socialisti e giudei e protestanti, che sono i nemici conclamati della Chiesa. »
Il Vaticano si era così messo nella difficile situazione di farsi dare lezioni di dottrina da Farinacci, notissimo ateo, massone e mangiapreti, a meno di smentire la Compagnia di Gesù. Cosa che non fece mai. Anzi, la prima difesa fu affidata alla stessa Civiltà cattolica del 9 settembre, che difese la campagna del 1889, «ispirata dallo spettacolo dell’invadenza e prepotenza giudaica». Vista la scarsa efficacia di questa difesa, intervenne l’ Osservatore romano rimarcando che le frasi rievocate «non sapeva con quale efficacia ed opportunità, all’indomani della caritatevole parola del Santo Padre », non avevano più il valore del momento in cui erano state scritte, perché «risalivano a tempi in cui costumi ed istituzioni non potevano costituire base di confronto alcuno con la vita privata e pubblica dei giorni nostri. (…) Non in nome del principio razzista, così come si dichiara di intenderlo ed applicarlo nel 1938, ma di un principio puramente spirituale contro ogni pericolo per la fede e la civiltà che ad esso si ispirava: cioè contro l’ebraismo, come contro il maomettanesimo, il protestantesimo, il settarismo e contro il comunismo». Mentre l’Osservatore Romano così si divincolava, la rivista dei gesuiti cercava di marcare le distanze: l’antigiudaismo dei nazisti e dei bolscevichi non discendeva da alcuna considerazione religiosa, «anzi era agevolato dall’odio o avversione generale di tali partiti contro ogni religione positiva, anche l’ebraica ». E, difendendo gli articoli del 1889, non ne smentiva una virgola: «Non negheremo però che la forma e lo stile, più che la sostanza del pensiero, possano, dopo quasi cinquant’anni, apparire di qualche acerbità».
Mentre la Chiesa era ridotta a difendersi, il governo agiva. Il Consiglio dei ministri del 2 settembre approvò un decreto «per la difesa della razza nella scuola fascista», col quale tutti gli ebrei, allievi ed insegnanti, furono espulsi dalle scuole pubbliche e private. L’art. 6 stabiliva anche che doveva considerarsi di razza ebraica colui che era nato da geni¬tori entrambi di razza ebraica, «anche se professasse religione diversa da quella ebraica».
Pio XI, ovviamente, non era contento. Ecco le sue dichiarazioni di risposta: «no, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo» « l’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti». Queste dichiarazioni, che sono portate spesso da ambienti cattolici a prova della avversione del Papa alle leggi razziali, sono però da leggersi unitamente a quest’altra frase, contenuta nello stesso discorso: «Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi». Chi aveva “diritto di difendersi” era, beninteso, il regime fascista, non gli ebrei.
Il Duce, comunque, non la prese bene: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio a suggestioni - dichiarò - sono dei poveri deficienti». Il Papa fece finta di niente, e Mussolini tirò effettivamente diritto, facendo approvare al Gran Consiglio del 6 ottobre la “Carta della Razza”. E, un mese dopo, i famigerati decreti-legge.
Dopo l’approvazione delle leggi razziste, il governo fascista si attendeva una forte reazione dal Vaticano. Per questo, principalmente, aveva messo in atto il precedente fuoco di sbarramento. La reazione fu, invece, straordinariamente morbida, e focalizzata su un unico punto, che in chiave di diritti umani può apparire marginale: l’articolo 6, che proibiva anche ai ministri del culto, sotto pena di ammenda, di celebrare i matrimoni misti. L’Osservatore romano del 14 novembre 1938 lamentò che, con le disposizioni riguardanti i matrimoni misti, si fosse violato unilateralmente il Concordato: «Il vulnus inflitto al Concordato è innegabile. Ed è tanto più doloroso in quanto la Santa Sede non solo si è creduta in dovere di far pervenire tempestivamente le sue osservazioni, ma, da parte sua, ha fatto il possibile per evitare la cosa. La stessa Augusta Persona del Santo Padre è direttamente intervenuta con due paterni Autografi: uno diretto al Capo del Governo, l’altro al Re e Imperatore. Ciò nonostante le nuove disposizioni legislative sono state emanate senza intesa con la Santa Sede: la quale si è sentita, con suo vivo rammarico, in dovere di presentare le sue rimostranze, come sappiamo che ha già fatto».
Di fronte a proteste così deboli e circoscritte, non può stupire che il decreto fosse promulgato senza modifiche (19 novembre). La questione non fu più sollevata dal Vaticano in forma pubblica, se non il 24 dicembre, quando, rivolgendosi al Sacro Collegio, Pio XI ricordò che era la vigilia del decennale della Conciliazione. «Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone -diciamo il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo».
Queste parole non aspre verso l’«incomparabile ministro» indeboliscono molto la successiva protesta, incorporata nello stesso discorso, per «l’offesa e la ferita inferta al Suo Concordato, e proprio in ciò che andava a toccare il Santo Matrimonio, che per ogni cattolico è tutto dire». E, dopo quell’occasione, non ne parlò più, né lo fece il suo successore. (Papa Ratti sarebbe morto il 10 febbraio successivo).
A conferma dell’ottima metabolizzazione dei decreti da parte del mondo cattolico, già il 9 gennaio, Padre Agostino Gemelli, francescano e rettore magnifico dell’Università Cattolica, così si esprimeva in un pubblico discorso riportato dalla stampa: «Superato il dissidio fra la Chiesa e lo Stato per merito dell’immortale Pio XI e del Duce d’Italia, che un’alta e augusta voce aveva chiamato impareggiabile, messi da parte gli idoli che rappresentavano la importazione di dottrine non conformi alla tradizione italiana», il popolo italiano era finalmente divenuto di nuovo uno: «uno di schiatta, di ideali. Il merito, lo si deve riconoscere, va a Benito Mussolini, che dopo aver superato e vinto in sé i dissidi dovuti a quelle ideologie, condusse gli italiani a fare altrettanto». Gli strali di Padre Gemelli erano evidentemente rivolti al marxismo. Tuttavia, ce n’era anche per gli ebrei: «Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo ». Se la sono voluta, diceva in sostanza il caritatevole frate. E, con questa frase di un sacerdote particolarmente vicino a Papa Pio XI, si chiude la questione. Le leggi razziali c’erano, e mai più la Chiesa avrebbe trovato a ridire.
Anche il boccone indigesto dei matrimoni misti era velocemente digerito. Il 15 gennaio 1939, l’Osservatore Romano ospitava l’omelia dell’allora vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che così disinvoltamente si esprimeva: «Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici ». Una specie di pietra tombale sulla questione.
Negli anni successivi, le leggi razziali sembrarono piacere sempre di più alla Chiesa e alle sue rinnovate gerarchie. Tanto che, dopo il 25 luglio 1943, il Vaticano, per mezzo del gesuita Tacchi Venturi (uno degli artefici del Concordato) si adoperò perché il governo Badoglio, intento alla delegificazione post-fascista, non abrogasse in toto i famigerati decreti, ma solo quelle parti che erano sgradite alla Santa Sede: tre punti che riguardavano i matrimoni misti e gli ebrei convertiti. Il 29 agosto 1943, Padre Tacchi Venturi riferì al Segretario di Stato di essere stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve, chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma aveva respinto le loro suppliche: preparando la petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni –scrive Tacchi Venturi- «mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto […]guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali ndr] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma ».
Le leggi razziali sarebbero poi state abrogate dopo l’8 settembre 1943, in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani. Protestanti, come ognun sa.

barbara


13 ottobre 2008

IL LADRO GENEROSO

È possibile scrivere cose comiche raccontando storie che si svolgono tra i sopravvissuti all’indicibile? Sì, è possibile se ci si chiama Yoram Kaniuk, lo scrittore che nel bellissimo Adamo risorto, ambientato fra gli “uomini col numero blu”, coloro che sono usciti dall’inferno ma l’inferno non è mai più uscito da loro, riesce a narrarci di visioni mistiche scaturite da una pisciata dietro un cammello e di una intensa fede in Dio generata dai famelici insetti africani. E infatti ci riesce anche qui, in questa storia che si snoda tra ricchi banchieri e delinquenti comuni e miserabili dei campi profughi appena arrivati nel neonato stato di Israele e musicisti e poliziotti e sopravvissuti dai segreti inenarrabili e donne dalle mille risorse e l’imprenditore che conosceva a memoria più versi di Bialik di quanti Bialik ne avesse scritti e l’uomo degli orologi e poi lui, Naftali, l’uomo che progetta il furto del secolo e per prima cosa ne informa il derubato e per seconda la polizia e che ha programmato e previsto tutto, ogni mossa e ogni reazione e ogni parola di tutti i personaggi coinvolti … tutto, tranne la conclusione. Perché la vita, si sa, non si lascia programmare, e finisce sempre per prendere le direzioni più inaspettate e imprevedibili. Insomma, un libro succoso, bello, da leggere tutto d’un fiato. (Qui dice che è un libro per ragazzi, ma non credeteci: lo fanno solo per depistarci, ma noi non ci facciamo mica fregare, no?)

Yoram Kaniuk, Il ladro generoso, Mondadori



barbara


23 agosto 2008

AL DI LÀ DEL PONTE

Al di là del ponte c’è il mondo. Quello in cui i carabinieri, anziché a ladri e assassini, danno la caccia a donne e bambini ebrei. Quello in cui si organizzano trasporti per mandare gli ebrei a morire lontano. Quello in cui la barbarie regna sovrana. Al di qua del ponte invece c’è una famiglia di povera gente che ogni giorno, ogni ora, ogni istante, per diciotto mesi, rischia la vita per tenere nascosti quegli stessi ebrei a cui i carabinieri, al di là del ponte, danno la caccia per monti e per valli. Dividendo con loro lo scarsissimo pane e ogni altro bene.
Regina è solo una bambina, ma la sua capacità di osservazione è grande, e con l’aiuto degli appunti presi all’epoca riesce a restituirci vivo il ricordo di quei giorni, la paura, la fame, le fughe, i bombardamenti, la lotta partigiana, gli eroismi e le infamie, oltre a regalarci un vivido quadro di quel capolavoro di umanità che è stato – non certo nelle intenzioni di chi lo ha creato, ma sicuramente nelle azioni di chi lo ha diretto – il campo di concentramento di Ferramonti.

Regina Zimet-Levy, Al di là del ponte, Garzanti



barbara


20 maggio 2008

L’AMICO EBREO DI UN SACCO DI GENTE

A gentile richiesta, si ripubblica questo vecchio, splendido pezzo.

Mi sto facendo lentamente la convinzione che esista da qualche parte un gruppo di persone specializzate nell'essere l'amico ebreo di un sacco di gente, e nel pensarla esattamente come loro.
Se avessi visto gente che dice "ho un sacco di amici ebrei e qualcuno mi dà torto", allora potrei pensare che, essendo l'ebreo statisticamente diffuso nella popolazione, sia possibile che la gente conosca sempre almeno un ebreo.
Invece, tutti questi signori hanno un amico ebreo con le seguenti caratteristiche sistematiche:
1) L'amico ebreo la pensa come te quando pensi male degli ebrei, pardon di Israele.
2) L'amico ebreo non ha un nome. Che so, Giuseppe o Francesco. No, l'amico ebreo non è mai "Il mio amico Giuseppe". È sempre un generico ed anonimo "amico ebreo".
3) L'amico ebreo è un drago, è uno figo, nel senso che gode indistintamente della stima di chi ha questo amico. Non si sente mai dire "ho un amico ebreo ed è un po' pirla", ma sempre "ho un sacco di amici ebrei che stimo moltissimo". Questo fa onore al mondo ebraico, ma non è statisticamente possibile che sia anche casuale.
4) L'amico ebreo è l'unico ebreo ad essere benvoluto. Tutti gli altri sono degni di critica, mentre l'amico ebreo no, lui non sbaglia. Si tratta quindi di un amico ebreo fortemente atipico, se non addirittura perfetto, visto che non è mai lui ad essere oggetto di critica, ma sempre e solo tutti gli altri ebrei.
5) Anche se non si dice esplicitamente, è sempre al maschile. Questo non esclude che possa anche essere una donna, tuttavia nessuno parla mai dell'amica ebrea o delle amiche ebree, ma sempre dell'amico ebreo o degli amici ebrei. Insomma, è statisticamente maschio.
6) Sono persone coltissime. Quando ci si riferisce all'amico ebreo, quasi sempre si fa riferimento ad una sua grande cultura.
7) Non si fidanzano mai. Tutti hanno un amico ebreo, o più amici ebrei, ma stranamente nessuno dice mai "ho avuto/ho un fidanzato/a ebrea". Probabilmente si tratta di una corrente ebraica molto casta.
8) L'amico ebreo passa la giornata a leggere la posta. Nella media, circa 600 metri cubi di carta stampata al giorno in tutto il mondo sono "lettere ad un amico ebreo". Probabilmente per leggere tale immane mole di scritti usa un metodo simile a quello di Babbo natale, con il quale peraltro condivide la caratteristica 9.
9) L'amico ebreo fa regali. Il 60% di coloro che dicono di avere un amico ebreo sostengono di aver ricevuto almeno un dono, generalmente un libro, da lui. Considerando il fatto che legge lo stesso volume di lettere di Santa Claus, si potrebbe sospettare un qualche legame, tuttavia non ci sono fonti riguardanti amici ebrei di eschimesi come si ci potrebbe aspettare se babbo natale fosse ebreo.
Ora, i casi sono due:
A) Esiste un'organizzazione di persone colte, caste, stimate, critiche, amichevoli, e anonime il cui lavoro consiste nell'essere gli anonimi, casti, stimati, critici ed amichevoli amici ebrei di ogni persona che critica Israele: come tu critichi Israele questa organizzazione ti assegna un "amico ebreo" d'ufficio, a meno che tu non ne abbia uno di fiducia purché iscritto all'ordine.
B) Il cosiddetto amico ebreo a volte si sveglia dicendo "fiat lux" e altre volte crea il mondo in 6 giorni e si riposa il settimo. Questo spiegherebbe come mai sia anonimo, come mai sia così stimato, casto, e specialmente come mai sia così critico verso gli ebrei.
Poiché la seconda ipotesi è troppo metafisica, devo pensare che la risposta giusta sia la "A", e allora mi chiedo quanto guadagnino questi per fare questo lavoro.
Non poco, spero....
Lev

È un po’ vecchiotta, ma sempre godibile. E soprattutto estremamente realistica.
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Aggiunta alla seconda passata, come direbbe Giorgio Gaber. Ci sono cose che, come direbbe Stefano Rosso – che oggi sono in vena di citazioni - sono come i bluejeans e la sessoautonomia: nun passa mai de moda. Una di queste è l’amico ebreo. Un’altra è “lo dicono anche gli ebrei”, che sono sempre, savasandir, ebrei molto molto molto autorevoli. Vabbè, buon divertimento. E già che ci siete guardatevi anche questo.


barbara


7 ottobre 2007

RICERCA DI IDENTITÀ

Provate a chiudere gli occhi e a pensare: non so chi sono. Non so sa dove vengo. Non so chi era mio padre e chi era mia madre. C’è gente così.

Nata da madre ignota


a cura di Claude Bensoussan

L'unico legame che mi ricollega alla mia identità occupa un posto enorme nella mia memoria, ma in realtà è ben riposto.
Mia nonna mi accarezza il viso e i capelli con le sue mani, cercando così di fare conoscenza con me, la figlia di Fleurette. È cieca, e i suoi diti inquisitori, fini e leggeri, mi procurano una deliziosa sensazione di benessere. Parla una lingua arcana, a me sconosciuta: l'yiddish. Lunghe cantilene e bisbigli talvolta appena udibili in cui vorrei discernere dei nomi: quelli dei miei, mio padre e mia madre.
Ero orfana, e mia nonna era l'unica che avrebbe potuto dirli. Ma ormai nulla di comprensibile usciva più da quelle labbra esangui, dal suo viso incavato dalla vecchiaia e dalla mancanza di speranza, se non quelle parole di yiddish, che oggi mi sono così familiari per avervi cercato il nome di mia madre. Enigmatica, quella vecchia donna silenziosa cercava una traccia vivente dei suoi figli morti in deportazione nel toccare, accarezzare una bambina di tre anni, la cui testa poggiava docilmente sulle sue ginocchia. Complicità intensa di due esseri femminili, ciascuna ad un estremo della scala della vita, con in mezzo quel gran buco nero spalancato dei pogrom e della Shoah, quei morti, quella mancanza di un linguaggio comune. Non eravamo in grado di rievocare, e quella cecità impediva di verificare che, sì, ero proprio la figlia di Fleurette. Ma sapeva almeno chi era mio padre?
Ha portato il segreto nella tomba...
Alla mia nascita, Fleurette mi aveva messo un nome al di sopra di ogni sospetto di ebraicità: Cristiane. E quanto al padre era ricorsa a un falso, aveva pagato per denunciarmi al Comune come segue: "Christiane Delaporte, nata da madre ignota. Padre: Gaston Delaporte." Solo la scienza ai nostri giorni può riuscire a rendere plausibile una simile assurdità. Ma è grazie a questa enorme menzogna, che faceva marameo al regime di Vichy, che sono sopravvissuta. Mia madre ha avuto appena il tempo di affidarmi alla mia grande nutrice, Maguite, prima di essere deportata, e poi gasata, ad Auschwitz.
Fu dunque sua sorella, Louise, che venne a prendermi dopo la liberazione (dopo tre anni!) per consegnarmi all'esplorazione delle mani di una nonna.
Ma la deliziosa parentesi di questa parentela ritrovata si chiuse subito sui miei sogni di bambina. Né Louise, estenuata da anni di campo di concentramento, né Gaston, di cui non si trovò mai la traccia, né gli altri fratelli e sorelle di mia madre che erano probabilmente occupati a cercare di sopravvivere e a contare i loro morti, poterono o vollero prendersi cura di me. La piccola Delaporte visse i primi anni della sua vita in campagna, ad aiutare la sua nutrice Maguite ad occuparsi dei bambini che aveva in custodia. Punto. Andava alla scuola del paese con la vettura del lattaio. Punto. È tutto quello che rimane di quella parte della mia identità: francese, cattolica, orfana di guerra.
Ma la mia vita si capovolse di nuovo quando mia zia Louise mi presentò agli Z. Avevo sei anni.
Arrivarono una domenica, come se sbarcassero da un altro pianeta. Io non vedevo che lei: Maroussia. Non avevo mai visto una donna così bella e così elegante.
Indossava una lunga veste blu a pois bianchi, largamente scollata, che le conferiva una silhouette di fata, e un cappello col velo che donava al suo viso sconosciuto un soprappiù di mistero.
La mia prima domanda fu: "Perché porta una tendina davanti al viso?" Il che li fece ridere.
Ci mettemmo un anno a fare conoscenza. Erano subentrati finanziariamente alla mia povera zia per sostenere le mie spese, fino al giorno che, stanchi di tergiversare sul mio avvenire, mi inclusero nella loro vita. Mi installarono nel loro salotto su un letto improvvisato fatto da due poltrone messe l'una davanti all'altra. E nella buona e nella cattiva sorte iniziammo la nostra vita comune.
Erano ebrei russi, parlavano russo tra di loro e con i loro amici, ed ebbi immediatamente l'impressione di essere l'oggetto di una cospirazione, di essere caduta in mano a degli stranieri, ma non di quelli buoni. Vi chiedo: che cosa ha il russo in comune con l'yiddish?
Mio padre era fiero di me perché i miei risultati scolastici erano promettenti. Maroussia, al contrario, disperava di fare della piccola paesana che io ero una bambina borghese della buona società. Continuavo a gettare via le scarpette di vernice che si ostinava a farmi infilare, con una rabbia che possono capire soltanto quelli che non hanno portato altro che zoccoli e galosce. E urlavo al vedere la testa ridicola che mi facevano i parrucchieri, a cui insistevano a mandarmi per farmi tagliare i capelli, o, peggio, per arricciarli, per migliorare il mio aspetto. Mi sentivo male davanti a questa trasformazione del mio essere e, con l'aiuto anche della meningite, divenni un incubo vivente.
La rottura con la mia precedente vita di orfana a casa di Maguite fu dolorosa perché improvvisa e totale. Di nascosto quindi le scrissi delle lettere che restarono tutte senza risposta. Molto più tardi seppi che aveva cercato di rivedermi, ma forse non riuscì a superare il muro che separa le classi paesane da quelle della borghesia.
Quanto a mia nonna, ero risoluta ad andarla a vedere di nascosto. Una vera spedizione attraverso i dedali di un metrò pieno di insidie per una bambina in fuga. Non volevo la sostituzione di mia madre con una falsa madre. Volevo preservare la magia dell'evocazione di Fleurette, scomparsa ma ben viva ancora nel fondo del mio cuore.
Ho cambiato cognome. Christiane, sono rimasta. Bastarda, perché di famiglia ebraica russa, agghindata con un nome da cristiani. Saprò un giorno chi era mio padre?
In questo la mia immaginazione era feconda:
Christian von Braun, un pilota tedesco, caduto sul fronte russo poco prima della mia nascita, che avrebbe avuto amori tormentati con Fleurette. Voci, dicerie, ma era verosimile. O magari un povero ebreo polacco del Marais, anche lui deportato, e che Fleurette non aveva avuto il tempo di sposare.
A che pro? Mi avevano tagliato, senza che me ne rendessi conto, da tutta una famiglia (mia nonna era fuggita davanti ai pogrom di Russia e di Ucraina con tutti i suoi marmocchi) per appiccicarmi un'altra identità falsa, quella lì, con un passato di borghesia russa in cui non mi riconoscevo.
Ho finito per sottomettermi. Ma ho perduto la mia ebraicità, se il ricordo di una carezza di nonna al suono dell'yiddish e la memoria di Fleurette possono da soli qualificare questa faccia della mia identità.

Assimilata
Dalla scuola al liceo, dal liceo all'università, ho corso il rischio di dimenticare tutto. La laicità faceva il suo cammino. Poi, arrivò il momento in cui volli conoscere Israele. Gerusalemme risvegliò tutta la mia mistica ebraica. È là che avrebbe dovuto formarsi l'unica strada con avvenire per "il figlio dell'olocausto". Ma il tempo aveva tessuto dei legami che papà Pouchkine delimitava autoritariamente nello spazio parigino. Rinunciai. Ero figlia unica.
I miei genitori adottivi, di cui avevo imparato ad ascoltare le ultime parole, morirono di vecchiaia. Liberata soltanto allora dal peso di quella filiazione, a questo punto tardivo della mia vita mi sono decisa a fare delle ricerche sul mio lato materno. Tutti quelli che ho incontrato non avevano saputo niente dei miei e del mio album di famiglia fantasma.
Serge Klarsfeld mi ha permesso, grazie al suo schedario, di aggiungere date e cifre alla breve vita di Fleurette. La sua foto, ritrovata tra le poche carte che la zia Louise mi ha lasciato, uno o due braccialetti che le appartenevano, fanno ormai parte dei miei oggetti familiari.
Ho vissuto una doppia dissimulazione: una prima volta sotto una falsa identità, perché il mio diritto a vivere come bambina ebrea era quasi zero. E una seconda volta, ma in forma anche più sottile, una dissimulazione voluta dai miei genitori adottivi, che di proposito ruppero tutti i miei legami con un passato che giudicavano indesiderabile.
È un problema questo per l'affermazione di sé? Sì, è qualcosa che destabilizza. Il senso di appartenenza è fondamentale per il riconoscimento di sé. Credo che il mio vissuto di paesana m'ha dato un forte attaccamento alla natura e un'inclinazione all'ecologia, il mio vissuto di ebrea russa una passione per il folclore, l'arte, la storia e il divenire geopolitico della Russia, il mio vissuto di bambina deportata una ribellione contro tutti gli attentati al diritto d'esistere dei bambini di tutte le razze e di tutte le religioni, e un'accresciuta avversione contro gli effetti devastanti dell'antisemitismo e del razzismo in tutti gli uomini.

Iana Zbar

(Guysen Israël News, 23 febbraio 2005 - trad. www.ilvangelo.org)

Non solo morte, non solo camere a gas, non solo fucilazioni di massa: anche cose così si è lasciata dietro la Shoah: ricordiamolo. (Perché oggi? Perché oggi è il giorno della Memoria. Ogni giorno è un giorno della Memoria)



barbara


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5 agosto 2007

DIECI BOTTIGLIE VERDI

(Vi ho messo un post lungo perché rivado, anche se per poco, così avete il tempo di leggervelo con calma).

C’è una cosa confortante – una almeno – a leggere un libro come questo: sappiamo con certezza, fin dall’inizio, che la protagonista si è salvata. Ma a quale prezzo? Dopo quante e quali sofferenze, quante e quali violenze, quante e quali perdite?

Tutto il nostro mondo sta franando come una torre di carta. Giorno dopo giorno le libertà civili diminuiscono e la nostra vita è in pericolo. La prima settimana dopo l’annessione, gli ebrei non possono più accedere ai teatri, ai centri pubblici e alle biblioteche. Il 15 marzo viene annunciato che i funzionari pubblici di religione ebraica perderanno il posto di lavoro e due giorni dopo è il turno dei magistrati. Il 22, agli avvocati viene imposto di mettere la svastica sulle toghe. Gli imputati ebrei dovranno restare in carcere e non avranno diritto a un processo semplicemente perché sono ebrei. Il 26 gli studenti sono cacciati da scuole e università, dai mercati e dai macelli. Viene proibita la macellazione secondo il rituale Kasher. Dal 31 marzo, agli ebrei è vietato esercitare l'avvocatura. L’impatto immediato e improvviso di questi provvedimenti ha sulla nostra comunità un effetto devastante. La libertà è schiacciata in tutti i modi. I più deboli e gli anziani sono obbligati a inginocchiarsi e a strofinare i marciapiedi per cancellare gli slogan a favore di Schuschnigg. Alcuni sono portati in strada e obbligati a esibirsi in evoluzioni da circo equestre; ad altri vengono rasati i capelli. Ovunque si vada si viene derisi e insultati. Scuotiamo il capo increduli. Come è potuto accadere tutto, ciò?
All'arrivo di aprile la mia amata primavera viennese è diventata un acquerello della memoria, il cui gioco di luci e di ombre viene sostituito da zone di una cupezza sinistra, con pennellate brusche di odio e spargimento di sangue. Ci muoviamo come sonnambuli nelle nostre attività quotidiane, tenendo aperto il negozio malgrado le macchie di vernice sulla vetrina e le minacce dei passanti. Le lettere che ricevo regolarmente da Poldi mi confortano e a forza di rileggerle sono quasi rovinate. Quando gli scrivo, non ho altro da comunicare oltre alla disperazione. Adesso non esistiamo più come austriaci, siamo solo ebrei.
I soprusi quotidiani si susseguono: un vicino è stato aggredito, il marito di un'amica è stato portato via per essere interrogato e non è più tornato a casa, le cose che ci appartengono vengono vandalizzate senza che la polizia intervenga. Il pericolo è sempre più forte.
Ogni giorno temiamo un ulteriore peggioramento dell'assurda situazione che si è creata. La mattina del 23 aprile siamo nuovamente svegliati da rumori cui ormai ci siamo abituati, il suono delle urla di innocui cittadini trascinati a forza fuori dalle loro case per essere umiliati per le strade. Sbirciamo con circospezione da dietro le imposte e vediamo il tormento di quei poveretti per la strada. La gente viene trascinata via dai soldati che sono stati inviati oggi che è sabato, festività ebraica, e portati al Prater, il famoso parco giochi di Vienna. Non osiamo seguire la folla e aspettiamo chiusi in casa di sapere che cosa succederà.
Fritz è venuto a trovarci per portarci un po' di cibo. È troppo pericoloso uscire di casa e cerchiamo di farci bastare le ultime provviste che abbiamo.
"Che cos'è successo stamattina, Fritz?" gli chiedo prendendo il pane e il formaggio che mi porge. "Ci sono stati ancora dei disordini in strada e abbiamo visto dei nazisti che caricavano".
"Passando per il Prater ho notato una folla", risponde fissando il pavimento, con un'espressione di disgusto sul viso. "C’erano degli ebrei che venivano costretti a camminare a quattro zampe come cani". Fa una pausa.
"E poi che cos'è accaduto?".
"Li hanno obbligati a mangiare l'erba. Quei disgraziati ragazzi e ragazze e donne sono stati obbligati a ingoiarla e picchiati se rifiutavano. La folla incitava i nazisti a insultare le vittime. Non hanno avuto pietà neanche quando hanno cominciato a vomitare l’erba che era stata cacciata loro in bocca a forza. Alcuni sono svenuti, colti da infarto, altri sono addirittura morti dopo i fatti”.

Quando ci rechiamo al cimitero sulla tomba di papà e della nonna, che è morta alcuni anni fa, ci troviamo di fronte al terribile spettacolo delle nostre tombe profanate. Tutto è stato deturpato con violenza gratuita: le aiuole calpestate, le lapidi divelte e ovunque campeggia l’odiata svastica.

Quando la spossatezza ha il sopravvento e non riesce più neanche a piangere, guarda le nostre facce spaventate e solcate di lacrime mentre ci comunica che tutti i conti correnti degli ebrei sono stati congelati, sequestrati dai nazisti: non abbiamo più niente.
Se mi si fosse aperta la terra sotto i piedi e avesse inghiottito tutta la città, avrebbe avuto più senso per me. Com'era possibile che tutto ciò che papà aveva risparmiato per noi ci fosse stato tolto di punto in bianco?
"Ma, mamma, dove sono andati a finire tutti i soldi di papà e quelli del negozio?", le chiedo incredula.
"Oh, Nini, che cosa ti devo dire? Non c'è nessuno a cui chiedere e nessuno contro cui rivalersi", risponde la mamma rassegnata.
"Ma i soldi?", ripete Willi confuso quanto me. "Tutti i nostri risparmi sono nelle mani dei tedeschi e ci governano le loro leggi. Ce li hanno rubati come fanno i delinquenti comuni e non ce li restituiranno. Siamo ebrei e non abbiamo diritti: non possiamo chiedere che ci venga restituito il maltolto, non possiamo lavorare, non possiamo vivere in pace".
Fissa il vuoto incapace anche di piangere ormai. Ci guardiamo l'un l'altro pallidi in volto. Per la prima volta ci rendiamo conto che la mamma è distrutta a livello emotivo; non può aiutarci e dovremo trovare da soli una via d’uscita.
Ovviamente, non siamo gli unici. Quasi ogni giorno la mamma viene a sapere di parenti che sono stati privati dei loro beni. Non abbiamo più contatti con le zie, ma sappiamo che i nazisti hanno chiuso le loro attività commerciali e sequestrato gli immobili. I nostri amici e vicini ebrei che conosciamo da una vita stanno scomparendo uno dopo l'altro prelevati nelle loro case dai soldati per essere sottoposti a interrogatori in luoghi da cui non sono più tornati. I vicini non ebrei ci guardano come se fossimo appestati. Le finestre vengono vandalizzate, o per dipingere stelle gialle e scrivere "Juden" o semplicemente per rompere i vetri. Ogni attività commerciale è impossibile e le forze dell'ordine sono diventate i nostri nemici. Le leggi sono soppiantate dalla corruzione e dallo spargimento di sangue. Detenuti per omicidio vengono rilasciati in massa dalle prigioni per vestire la divisa nazista e ai più violenti vengono date promozioni. Il terrore è a livelli parossistici.

"Karpel". Dico il nostro cognome a un funzionario della Gestapo. "Mio fratello. È mio fratello, Willi. L’hanno portato qui”.
"Sì, lei è la sorella. Dobbiamo porre delle domande anche a lei". Non sento più le braccia, sono intorpidite, ho la bocca inaridita e le mani si fanno sudate e gelide mentre lo seguo; mentre mi chiedo se mi si piegheranno le ginocchia mi viene in mente che la mamma sta per tornare dal negozio e si preoccuperà. Non le avevo lasciato un biglietto, ma d'altra parte che cosa potevo dirle?
Mi porta in un'altra stanza e apre una porta pesante. All'interno la luce è fioca ma riesco a vedere Willi seduto su una sedia, con la luce che si riflette sulle lenti degli occhiali. Gocce di sudore gli imperlano la fronte, ma quando gli prendo la mano la sento fredda come la mia.
Veniamo interrogati per ore da ufficiali delle SS, dei duri con cicatrici sulla faccia che ci fissano, incapaci di vedere degli esseri umani davanti a loro. Abbaiano ordini e fanno domande assurde, ci accusano di mettere in pericolo il governo austriaco, di complotti politici, di essere colpevoli persino di essere nati e di esistere, di far parte di una cospirazione giudaica e di qualsiasi altra follia che venga loro in mente. Non possiamo ribattere a queste accuse insensate e rimaniamo in silenzio per tutto l'interrogatorio. Gli uomini scambiano qualche parola tra loro, poi uno ci porta sotto nella hall e da qui in un'altra stanza, ci ordina di rimanere lì e se ne va sbattendo la porta.
Rimaniamo da soli, in piedi in una stanzetta buia senza finestre né sedie. Manca l'aria. Parlottiamo con il terrore nella voce. Potremo ancora vedere la luce del giorno o verremo portati via per non fare più ritorno? La porta viene spalancata. Ci proteggiamo gli occhi con le mani per non essere colpiti dalla luce improvvisa. Ci sono tre della Gestapo.
"Tu", mi urla uno di loro mentre batte un pugno sul tavolino che gli sta di fronte, hai complottato contro il Reich falsificando visti per permettere agli ebrei di sottrarsi al meritato castigo. Sei una traditrice e i traditori devono morire!".
“No non è vero
"
Sei stata vista con altri traditori mentre vi incontravate e lavoravate di notte come i topi, come fanno gli ebrei per penetrare nella fortezza tedesca. Vi distruggeremo tutti prima che possiate portare a termine i vostri progetti”.
“Dov’è vostro padre?".
“È morto", rispondo con pacatezza.
“Quando è morto? Come è morto? Pensiamo che si nasconda da qualche parte a commettere crimini contro lo stato".
Rabbrividiamo per l'orrore al sentire questa accusa.
“No, ci ricordiamo che i medici dissero che era morto".
"Certo, per i medici ebrei che hanno firmato il certificato di morte. Sappiamo che voi siete tutti bugiardi e cospirate per accumulare sempre più soldi”.
"Eravamo molto piccoli ma lo sappiamo. Non lo vediamo dal 1922. Sono già passati quindici anni. Siamo andati al funerale e abbiamo visto la cassa di legno ricoperta di terra. Andiamo a trovarlo al cimitero".
"Chi si occupa dei vostri beni allora? Questo ragazzo?".
"No, la mamma. Vi potrà dire lei stessa che nostro padre ha lavorato duramente per far andare bene il negozio. Lo sanno tutti".
“Anche noi siamo austriaci", dice Willi, con voce malferma e quasi impercettibile.
"Gli ebrei non sono nulla. Non hanno diritto di camminare dove camminano gli austriaci o di respirare la stessa aria. Dite a vostra madre che le SS andranno a cercarla domani mattina. Firmerà tutto quanto o la punizione sarà più severa di quanto possiate immaginare”.


Poi, quando tutto è finito, hanno recitato di fronte al mondo il ruolo di vittime: erano stati invasi, loro, e occupati, annessi dai cattivi nazisti, vittime più o meno come gli ebrei, non colpevoli, non carnefici: e quando mai?! E poco importa che l’annessione l’avessero invocata e accolta con gioia, poco importa che le loro violenze contro gli ebrei siano state addirittura superiori a quelle verificatesi in Germania, poco importa che la loro presenza – volontaria! – nei campi di sterminio fosse enormemente superiore alla loro percentuale nella popolazione del Reich: vittime! Nient’altro che povere vittime, senza alcun bisogno di fare i conti col proprio passato. E non è certo un caso che in Austria, a differenza che in Germania, non è mai stata pronunciata una sola condanna nei confronti di criminali nazisti.
Poi, sì, ci sono anche cose così:

Comincio a tremare di nuovo.
“Non faccia così, cerchi di avere un po’ di fiducia in me”. Continua a chiedere altri dettagli e scrive tutto. Alla fine smette di scrivere e si toglie gli occhiali. "Mi vergogno della mia gente. Che cosa mai è accaduto all'integrità degli austriaci?", chiede sospirando. "Ci sono però rimasti alcuni di noi disposti a rischiare qualcosa per aiutare un altro essere umano. Voglio che lei smetta di preoccuparsi adesso. Lasci la questione nelle mie mani. Conto ancora qualcosa in questo paese, nonostante il regime di terrore che hanno instaurato".
"Non avevo nessun altro a cui rivolgermi, avvocato Berger", aggiungo, ansiosa di spiegare la mia presenza nel suo studio. "Certo non voglio che lei metta a repentaglio la sua sicurezza. Siamo sicuri che andrà tutto bene e che la Gestapo non la incolperà di niente?".
"Non deve preoccuparsi di questo. Ho dedicato la vita al rispetto della giustizia e al suo servizio. Ma ora questa parola è priva di significato e quindi risponderò solo al mio senso di giustizia".
Anche se sono determinata a non farmi prendere dall'emozione, mi si riempiono gli occhi di lacrime. Proprio quando mi ero convinta che non ci fossero più persone coraggiose e moralmente integre in tutta Vienna, quest'uomo si è offerto di rischiare la propria vita per salvare le nostre.
"Signorina, so che è disperata, ma farò del mio meglio e le farò sapere entro un giorno o due". Alzandosi dalla sedia, aggiunge: "Non si preoccupi per i soldi adesso”, e mi mette una mano sulla spalla. “Anticiperò tutto il contante necessario e un giorno, quando la guerra sarà finita e forse potremo tornare a una vita normale, me li restituirà".
"Non so come ringraziarla, avvocato Berger". Gli stringo la mano vigorosamente.
Quando finalmente torno a casa, dico alla mamma e a Willi quello che ho fatto. Non riescono a credere che abbia avuto il coraggio di rivolgermi a un estraneo, come l'avvocato Berger, che non è ebreo, influente e probabilmente collegato ai nazisti e sono ancora più stupiti che sia disposto non solo ad aiutarci, ma a usare i suoi soldi per farlo. Pensano che sarebbe meraviglioso se ciò accadesse, anche se sono scettici.
Ma l'avvocato ha mantenuto la parola e dopo due giorni viene lui stesso da noi. Usare un intermediario sarebbe stato troppo rischioso. Si siede con la mamma, Willi e me nel nostro salotto e ci dice quello che ha organizzato. Ha comprato tutti e cinque i biglietti. Dobbiamo solo farci rilasciare i documenti necessari per emigrare e potremo espatriare.

E ogni volta che si incontrano persone così ci si chiede, con rabbia: se un solo uomo dotato di coraggio e buona volontà è riuscito a salvare così tante persone, quante vittime ci saremmo risparmiati se gli uomini degni di questo nome fossero stati un po’ di più? Vogliamo provare a ricordarne qualcuno? Perlasca più di 5000, Schindler 1200, Zamboni 280, Zofia Kossak, scrittrice polacca antisemita, circa 6000, Gerard e Jacob Musch, adolescenti olandesi, centinaia di bambini, Palatucci circa 5000, Danimarca e Bulgaria tutti …
P.S.: Il libro è stupendo: leggetelo!
P.P.S.: E si ficchino bene in testa una cosa, le anime belle: quando gli ebrei, sulle ceneri di Auschwitz, hanno detto “mai più”, intendevano dire mai più.

Vivian Jeannette Kaplan, Dieci bottiglie verdi, Edizioni Il punto d’incontro



barbara


1 agosto 2007

CAINO A ROMA

Sul numero del 28-29 settembre, «Il Lavoro fascista» riportava un testo di un giornale romano sul quale si leggeva: «Senza aver versato neppure una goccia di sangue, in una guerra da essi scatenata – gli ebrei dovrebbero naturalmente essere i soli beneficiari della catastrofe. Molti popoli cominciano già a deplorare di aver rinviata la radicale soluzione del problema ebraico». Il redattore fascista concludeva: «Prima, però, che gli ebrei possano succhiar sangue dai belligeranti esausti c’è tempo per rimediare all’errore».
Il giorno dopo un lettore, tale Marino Pedretti, mandò una lettera al giornale nella quale chiedeva alle autorità misure efficaci contro gli ebrei che «tanto altezzosamente» avevano rialzato la testa dopo il 25 luglio. La redazione rispondeva sinteticamente: «verrà il tempo per tutto e per tutti». (pp. 61-62)


I nazisti sono cattivi: lo sappiamo tutti. Ma, con tutta la buona volontà – o tutta la malafede, a scelta – come immaginare che da soli sarebbero riusciti a sterminare sei milioni di ebrei, andandoli a scovare casa per casa, in città che non conoscevano, in luoghi di cui non parlavano la lingua? Molte sono state, infatti, le complicità di cui ovunque hanno goduto. Complicità rimosse poi dietro l’alibi del “Eravamo tutti vittime”. E se in Germania, in qualche misura, i conti col proprio passato sono stati fatti, ben poco è stato fatto altrove. Per questo è particolarmente meritorio questo libro, che solleva qualche velo su quella pagina oscura della nostra storia. In cui apprendiamo, tra l’altro, che nei processi ai delatori e collaborazionisti celebrati nel dopoguerra, l’avere consegnato gli ebrei ai loro carnefici per motivi di odio razziale era considerato un’attenuante. Leggere per credere.

Amedeo Osti Guerrazzi, Caino a Roma, Cooper



barbara

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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