.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 dicembre 2011

SEFARAD

È un libro che racconta di viaggi, Sefarad. E di persone incontrate durante i viaggi. E di racconti ascoltati durante i viaggi dalle persone incontrate durante i viaggi. E di libri letti durante i viaggi e dei racconti che vi si sono letti e dei ricordi di altri viaggi che tali racconti hanno evocato, e questi racconti di racconti sono talmente forti che te li senti scivolare sotto la pelle, penetrare nella carne, scorrere nelle vene, pizzicare i nervi uno per uno. E poi ancora altri viaggi, quei treni che attraversavano la notte dell’Europa, e anche quelle auto, corvi le chiamavano, che attraversavano le notti di Mosca. E nomi noti: Kafka, Milena... E nomi sconosciuti, perché sono milioni, quei nomi, e chi mai li potrebbe conoscere tutti. E poi ancora volti e occhi e tragedie e lettere e storie e incontri e una malattia che non si può pronunciare e una conchiglia bianca e la vita e la morte e l’orrore e le attese, di un bussare alla porta o di stivali chiodati o di una diagnosi o di un’alba che non arriva mai; e un libro pubblicato a Londra, rivenduto a Oslo, comprato in Virginia e letto a Madrid per conoscere la storia di un tedesco condannato a morte in Russia e assassinato in Francia. E la vertigine che ti coglie a tratti, e la tua mano si allunga ad afferrare la sponda del letto, o la gamba della sedia, o, se altro non c’è, la stoffa del vestito, e serrarla forte per non precipitare.
E man mano che leggevo mi segnavo pagine, questa la metto, e anche questa... e questa... Alla fine mi sono accorta che per mettere qui tutte le pagine degne di nota, tutte quelle che tolgono il respiro, tutte quelle che rileggi quattro volte di fila per assaporarne ogni sillaba, avrei dovuto tirare giù almeno tre quarti di libro. E allora le ho tolte tutte e ne ho lasciata una sola. Questa.

La città più bella del mondo, mi creda, il fiume più maestoso, né il Tamigi né il Tevere né la Senna gli si possono paragonare, il Duna, non ho mai imparato a chiamarlo Danubio. Un esempio di civiltà, così credevamo, finché non si scatenarono quelle belve, no, non solo i tedeschi, mi riferisco agli ungheresi, che non avevano bisogno di essere aizzati per agire con una ferocia inaudita, le Croci Frecciate, i segugi di Eichmann e Himmler, persone che abitavano vicino a noi, gente che parlava la nostra lingua, quella che io ho quasi dimenticato, soprattutto perché mio padre non voleva che la usassimo nemmeno fra noi, gli unici sopravvissuti della nostra famiglia, soli qui a Tangeri, con il nostro passaporto spagnolo, la nuova identità che ci aveva permesso di uscire dall'Europa dove mio padre non volle più tornare, l'Europa che amava e di cui andava fiero, Brahms, Schubert, Rilke e tutto quel ciarpame da snob che poi ripudiò per diventare ciò che comunque non era, un ebreo custode della Legge, scostante con i gentili, proprio lui, che non ci portava mai alla sinagoga e non osservava le festività, lui che parlava francese, inglese, italiano e tedesco ma di ebraico conosceva appena qualche parola e un paio di ninnenanne in ebraico spagnolo - e in effetti gli piaceva sottolineare questa nostra origine quando vivevamo a Budapest. Sefarad era il nome della nostra patria, benché ne fossimo stati scacciati da più di quattro secoli. Mi raccontava che la famiglia aveva custodito per generazioni la chiave della dimora dei nostri avi di Toledo, e mi parlava dei loro spostamenti come se si trattasse di una sola vita durata quasi cinquecento anni. Eravamo emigrati nel nord dell'Africa, poi alcuni di noi si erano stabiliti a Salonicco, altri a Istanbul, dove avevamo portato le prime tipografie, e nell'Ottocento eravamo arrivati in Bulgaria, finché, all’inizio del Novecento, mio nonno paterno, che si dedicava al commercio del grano nei porti sul Danubio, si stabilì a Budapest e sposò una ragazza di buona famiglia, perché all'epoca i sefarditi si consideravano superiori agli ebrei orientali, askenaziti poveri dei villaggi polacchi e ucraini, le vittime dei pogrom russi. Noi eravamo spagnoli, diceva mio padre nel suo plurale orgoglioso. Lei sapeva che un decreto del 1924 ha restituito la nazionalità spagnola ai sefarditi?

(Sì, io lo sapevo. È stato giocando su quel decreto che Sanz Briz prima e Perlasca poi hanno emesso migliaia di documenti che hanno salvato la vita ad altrettanti ebrei ungheresi).

Antonio Muñoz Molina, Sefarad, Mondadori

 

barbara


9 novembre 2011

C’È REDENZIONE AL MALE ASSOLUTO?

Forse sì. A volte sì. Indubitabilmente sì. Guardare per credere.



barbara


8 ottobre 2011

GLI EBREI DELLO STATO, LO STATO DEGLI EBREI

Questo articolo di Ugo Volli è dello scorso gennaio. Poiché i fatti da lui denunciati non solo hanno continuato a sussistere ma si sono anche ulteriormente aggravati, penso possa essere utile riproporlo.

Le liste e la civiltà cattolica

Non occorre forse aspettare il Giorno della Memoria per riflettere sulla notizia dell'ennesima scoperta di liste di ebrei pubblicate in internet da neonazisti. Non basta indignarsi, occorre pensare un po' più a fondo. La storia insegna che queste liste sono solo un passo del meccanismo della persecuzione; non l'ultimo della violenza effettiva (grazie al Cielo non ci sarebbero oggi le condizioni da noi perché lo fosse), ma neanche il primo. Prima della pubblica gogna degli ebrei durante il fascismo (non solo le liste, ma anche l'indicazione dei negozi ebrei, le espulsioni da scuole, lavori, associazioni), vennero infatti le leggi razziali che le giustificavano; le leggi razziali furono introdotte dalla precedente propaganda di riviste come "La difesa della razza" e dal manifesto degli scienziati razzisti (firmato, è bene ricordarlo oltre che da tutta la nomeklatura fascista, anche da "scienziati", politici e personalità della "società civile" che di lì fecero carriera come Almirante, Badoglio, Missiroli, Soffici, Evola, Fanfani, Bocca, Gedda, padre Gemelli, Papini, Gentile, Guareschi: per l'elenco completo vedi http://www.internetsv.info/Manifesto.html).
Tutto questo però ancora non è il vero inizio del processo culturale che portò ai treni per Auschwitz. Prima del razzismo fascista vennero molti decenni di martellante propaganda mirante a decostruire l'idea liberale dell'uguaglianza degli esseri umani e dei cittadini per stabilire un' "eccezione ebraica". Gli ebrei, secondo questa propaganda form[avano] "una nazione straniera nelle nazioni in cui dimorano e nemica giurata del loro benessere", "stranieri in ogni paese, nemici della gente di ogni paese che li sopporta"; "combatte[vano] il cristianesimo e la Chiesa, pratic[avano] l'omicidio rituale dei bambini cristiani, av[evano] nelle loro mani un potere politico capace di condizionare gli stati e soprattutto possiede[vano] grandi ricchezze conquistate con l'usura e quindi avrebbero un fortissimo potere economico". Questa parole vengono da un'analisi del gesuita Giuseppe De Rosa che riassume l'atteggiamento antisemita (lui dice antigiudaico, ma si tratta di una distinzione che non regge l'analisi) della rivista gesuita "Civiltà cattolica". Ne parla a lungo David Kerzner in quel libro importante e assai censurato in Italia che è "I papi contro gli ebrei", tradotto da Rizzoli nel 2002.
"Civiltà cattolica" non fu certo l'unica rivista a tenere questo atteggiamento, né la Chiesa fu la sola agenzia sociale a propagandare l'antisemitismo otto e novecentesco. Ma è bene ricordare che non furono i piccoli falsari come il Simonini raccontato da Eco a compiere questa azione di delegittimazione e demonizzazione, ma grandi istituzioni pubbliche rispettabili e serie, fra cui molte forze politiche esplicitamente cattoliche, com'è il caso per esempio dell'Austria col partito cattolico/antisemita del sindaco di Vienna Karl Lueger ("il maestro di Hitler") e della Francia in cui la campagna contro Deryfus fu guidata da giornali cattolici come "La Croix" e "Le Pélerin", mobilitando gli scrittori cattolici da Daudet a Barrès, da Maurras a Bernanos.
Perché parlare di queste cose oggi? Perché tutti si scandalizzano delle liste di proscrizione o alle lezioni negazioniste all'università che ritornano periodicamente agli onori della cronaca, ma nessuno bada alle condizioni che rendono possibili questi abomini e cioè alla più o meno sottile opera di delegittimazione e demonizzazione che le precede. Perché nei prossimi giorni ricorrono, stranamente e forse giustamente vicine le giornate della memoria e del dialogo ebraico-cristiano, che dovrebbero essere entrambe occasioni di riflettere su questo tema.
E infine perché mi sembra di capire che dopo una pausa di qualche decennio (Kertzner attribuisce a De Rosa la considerazione che "Civiltà cattolica" "mutò la sua linea solo nel 1965") la rivista dei gesuiti abbia ripreso a lavorare sull'immagine degli ebrei, con la variante non secondaria di non occuparsi più della "razza" ebraica, ma dello "stato" ebraico - ma con contenuti non troppo diversi, e di nuovo facendo l'avanguardia della posizione vaticana. E' noto infatti che "le bozze della rivista vengono riviste dalla Segreteria di Stato" e dunque manifestano la posizione ufficiosa della Santa Sede.
E' infatti di qualche giorno fa un'anticipazione pubblicata dall'Ansa di un editoriale firmato da Padre Giovanni Sale in cui sostanzialmente si dice che la nascita dello stato di Israele è stato un crimine contro l'umanità. La conseguenza di questa valutazione è che, secondo il riassunto dell'Ansa, "il problema dei profughi palestinesi, nato nel '48 da una vera e propria «pulizia etnica», «va trattato in sede internazionale», va affrontato «con realismo e risolto nell'interesse innanzitutto, delle parti lese», nella consapevolezza che «non esiste una proposta che accontenti tutti»." Chi ha orecchie per intendere...
Questa lettura, profondamente delegittimante, fa il paio con i risultati del Sinodo dei vescovi mediorientali, tenutosi qualche mese fa (in cui, è bene ricordare, il redattore della risoluzione finale dichiarò nella conferenza stampa conclusiva che Israele non aveva più alcun diritto storico-religioso sulla "Palestina" perché la promessa divina dell'"Antico testamento" era stata abolita dal "Nuovo", sicché l'elezione ebraica era senza fondamento; e nell'occasione fu anche presentato un documento interconfessionale che fra altre amenità definiva "un peccato contro Dio" la fondazione dello Stato di Israele, che per padre Sale è solamente un "crimine contro l'umanità"). E poi la partecipazione alla conferenza Durban 2 contro il parere della maggior parte degli stati occidentali, la bizzarra teoria più volte espressa che le persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico derivano dall'esistenza dello stato di Israele (la "violenta irruzione del sionismo a Gerusalemme" per usare le parole di Vittorio Messori, scandalose perché più esplicite del felpato linguaggio della diplomazia vaticana, ma non sostanzialmente diverse). E cento altri episodi che si ripetono, l'ultimo dei quali è la partecipazione cattolica a un colloquio con i musulmani a Doha per discutere del destino di Gerusalemme, da cui naturalmente gli ebrei sono esclusi. Sono le prove di un "compromesso storico" fra mondo cattolico e islamismo, il cui prezzo sembra essere Israele.
Naturalmente è possibile avere tutte le opinioni diverse su temi concreti come i confini di Israele o la colpevolezza di Dreyfus. Ma si supera la linea che separa la critica politica dall'antisemitismo (e dunque dai passi preparatori delle "liste") quando gli ebrei e il loro stato sono criticati in quanto tali, delegittimando la loro presenza, demonizzando le loro azioni e usando un doppio standard per valutare le loro azioni e quelle degli altri (così per esempio il Papa, che ha elevato le sue proteste contro "l'occupazione" israeliana della Cisgiordania durante la sua visita a Cipro, tacendo dell'occupazione militare turca di metà del territorio dello stato cipriota. Sono le tre D proposte da Sharanski per testare l'antisemitismo contemporaneo. Spiace dover prendere atto che la politica vaticana e buona parte dell'opinione cattolica (non solo gli estremisti alla Pax Christi) oggi rientrano ampiamente in questi criteri.
Ugo Volli

La delegittimazione continua, la demonizzazione continua, la diffuzione di falsi continua, il sostegno, morale e materiale, a chi vede le camere a gas come una luce in fondo al tunnel continua. Dimenticando, gli angelici pacifisti, che “dopo il sabato viene la domenica” non è una banale constatazione di calendario bensì un preciso programma di sterminio continuamente proclamato. Ma noi, che non siamo angeli e non siamo neppure stelle, non staremo a guardare.  

barbara


4 settembre 2011

PER LA GIORNATA DELLA CULTURA EBRAICA

La Giornata, Moni Ovadia e il tutto esaurito

Ho letto con meraviglia mista a delusione l'annuncio della presenza di Moni Ovadia alla manifestazione capofila della Giornata della cultura ebraica di quest'anno, giustificato anche su Pagine ebraiche nella forma inconsueta di una risposta dell'organizzatore David Parenzo alla lettera di protesta di un lettore. Parenzo auspica "ut scandalia eveniant" su questa presenza ed è il caso di accontentarlo. E' vero innanzitutto quel che scrive il lettore: La Giornata si suppone fatta per "comunicare all'opinione pubblica la realtà dell'ebraismo italiano". Benché organizzato a livello europeo, la Giornata da noi è un biglietto da visita, una presentazione pubblica della cultura, dunque anche dei valori dell'ebraismo, come lo si intende in Italia. Capita dunque che alla sua manifestazione principale della Giornata, quella che si svolge a Siena, la comunità organizzatrice di Firenze inviti una persona la quale usa scrivere sui giornali che "in Israele c'è al governo una coalizione sostenuta da razzisti e da fanatici religiosi colonialisti" ("L'unità" 14.10.10) tanto che "ha condannato i palestinesi a diventare cittadini di seconda classe espropriandoli giorno dopo giorno delle loro terre e della loro vita con la violenza dell'occupazione e del colonialismo" (11.12.10) e "uno dei suoi più recenti provvedimenti di legge, approvati per ossequio alle componenti più reazionarie, razziste e fanatiche della sua compagine di governo, è riuscito ad esprimere una sintesi di sprezzo per la democrazia e di stupidità che merita il podio olimpionico". (16.7.11) Certamente la colpa è "del rambo Ehud Barak che nel cervello al posto dei neuroni ha proiettili." (20.8.11). Eccetera eccetera. Tutti ricordano del resto la firma di Ovadia fra quelle che patrocinavano la flottiglia di appoggio a Hamas che si è ridicolmente impantanata in Grecia un paio di mesi fa e molti l'hanno sentito dire cose ancora più esplicite contro lo Stato di Israele, il governo attuale e praticamente tutti quelli precedenti. Dunque, il cittadino che legge e ragiona, con le cui tasse (l'8 per mille) è pagata tale presenza, può essere autorizzato a pensare che questa possa essere la posizione della Comunità ebraica di Firenze che organizza la manifestazione, dell'Ucei che la promuove, in breve degli ebrei italiani; o almeno che questa sia considerata nell'ebraismo italiano una posizione accettabile, una delle tante nella dialettica comunitaria. Io spero e confido che non sia così, so che per molti non lo è; ma mi piacerebbe che ci fossero delle prese di posizioni precise per rassicurare me (e soprattutto il resto degli italiani interessati). L'organizzazione politica degli ebrei italiani appoggia ancora Israele? Considera accettabile definire i suoi ministri "razzisti", "colonialisti", "stupidi", "fanatici" e quant'altro? Pensa che bisogna portare soccorso ad Hamas con flottiglie e altri mezzi rompendo il blocco israeliano o no? Il dubbio è lecito. Lo chiedo ai consiglieri dell'Ucei, ai presidenti delle comunità, in particolare a quella di Firenze. Lo chiedo anche a Haim Baharier, invitato anche lui a Siena, perché è il mio maestro ed è considerato tale anche da Ovadia. Ricordo con sollievo e gratitudine sue espressioni ben diverse su Israele. L'ho sentito dire una volta che tutti gli ebrei sono israeliani in esilio, e da allora ho capito meglio la mia posizione. In realtà questa faccenda è ancora un po' peggiore di così. Perché un dissenso politico, perfino il tradimento del proprio popolo, sono problemi seri, che hanno una dignità storica se non morale. Si può discuterne. Del buon uso del tradimento, ricordo, è un bel libro dello storico Pierre Vidal-Naquet, che cercava di rivalutare la scelta di Giuseppe Flavio di disertare il fronte della guerra contro i Romani. Ma qui, come spiega David Parenzo, che ha curato il programma per la comunità di Firenze, "il mio obbiettivo era ed è fare a Siena il tutto esaurito" o, per uscire dalla logica pura e semplice del botteghino, "diffonde­re la cultura ebraica e far capire quanto sia un patrimonio di tutto il Paese." Se è questo l'obiettivo, certamente ci si può legittimamente chiedere come fa Parenzo "che c'entra Israele e la sua po­litica?". Già che c'entra Israele con la cultura ebraica? O meglio, che c'entra la cultura ebraica, "questa" cultura ebraica con Israele? Ecco il problema vero che pone la presenza di Ovadia a Siena, al di là del suo livore antisionista. C'entra o non c'entra la cultura ebraica, la sua cultura ebraica con Israele e con la sua identità? A me sembra proprio di no; ma proprio per questo ritengo opportuna una riflessione pacata ma un po' più profonda, che cerchi di comprendere che cosa si intenda per "cultura ebraica" oggi, a parte " i nostri monumenti e tesori ... l'immenso patrimo­nio artistico culturale [ebraico, immagino] presente in Italia." Bisogna partire proprio dal caso personale di Moni Ovadia. "apprezzabilissimo divulgatore della cultura ebraica...in grado di raccontare l'ebraismo all'esterno in modo effica­ce e utile per tutti noi," come scrive ancora Parenzo. Non c'è dubbio che Ovadia sia un ottimo uomo di spettacolo ed è chiaro a tutti che egli si è ritagliato una maschera da ebreo che utilizza senza troppe differenze dentro e fuori i suoi spettacoli. Per mestiere Moni Ovadia infatti "fa l'ebreo": quando racconta barzellette e quando interpreta a modo suo la storia di Babel e di Kafka, quando parla del conflitto in Medio Oriente o quando si occupa di Berlusconi. Essendo anche ebreo di nascita, essendosi trovato i giusti maestri e modelli da imitare, risulta molto "efficace"; ma si tratta comunque di una maschera teatrale – tant'è vero che il personaggio che interpreta – a teatro e nella vita  – parla con pesante accento askenazita, mentre chi lo conosce sa che la sua origine è sefardita e il suo modo di parlare normalmente italiano: altri suoni, altri sapori, altri mondi, quelli della persone e quelli della maschera. Il caso della lingua è solo un indizio, ma ce n'è altri: la vistosa kippà vagamente arabeggiante che porta quasi sempre in testa, o le frequenti citazioni e reinvenzioni di pensieri religiosi – veri o falsi che siano, essi sono resi inautentici o piuttosto finzionali dal fatto elementare che egli è per sua stessa pubblica dichiarazione "non credente". Un ebreo non credente (o piuttosto credente solo nella rivoluzione, non nel divino) che porta la kippà e cita il Talmud – un ossimoro, una caricatura, qualcosa che comunque toglie il loro senso sia alla kippà che al Talmud. E' un ebreo, senza dubbio; ma un ebreo sefardita che recita la parte dell'askenazita, un ebreo ateo che recita la parte del religioso, un ebreo che parla continuamente dei suoi – come dire – correligionari, ma che di fatto e apertamente privilegia dei valori politici astratti alla solidarietà con il suo popolo, anzi lo considera in maggioranza "razzista", "fanatico", "colonialista" ecc. Un ebreo, che per l'appunto, non sopporta Israele e appartiene a un mondo askenazita di favola che non c'è e non c'è mai stato. Dunque allo stesso tempo è un ebreo, ma anche la simulazione di un ebreo, lo stereotipo, la caricatura: un ebreo da teatro. Lo dico con tutto il rispetto, da vecchio frequentatore di teatri (e anche dello stesso Ovadia). E' dunque sì un "apprezzabilissimo divulgatore", ma quel che passa per la sua macchina divulgativa ne esce trasformato, teatralizzato, svuotato, trasformato in fantasma o favola. L' ebraismo che comunica non è il banale (o serio) succedersi di funzioni e ricorrenze, preghiere e studio, testi e precetti che da millenni segna la vita degli ebrei normali, anche dei grandi geni. No, il suo ebraismo è qualcosa di assai più romantico, "un capolavoro ineguagliato: una nazione e un popolo dell'esilio, fra i confini, oltre i confini, a cavallo dei confini, una nazione non vincolata a uno specifico territorio, né a vocazioni nazionaliste" ("Il Riformista", 11.12.10) "pura poesia e spiritualità" "cancellata dalla follia umana dalla sera alla mattina", "alcune tra le più alte vette del '900: da Freud a Kafka, da Einstein a Marx, da Mahler a Proust". ("Libero", 25.3.11). Che poi i villaggi ebraici in Ucraina e Bielorussia fossero miserabili, che vi regnasse la fame, che da un secolo prima del nazismo ci fosse una massiccia emigrazione a Ovadia, non interessa. Ripeto, il problema non sono queste idee di Ovadia e la loro approssimazione storica (in particolare la grande rimozione della cancellazione comunista dell'ebraismo orientale, che precedette e poi completò quella nazista). Come uomo di spettacolo, Ovadia ha un diritto istituzionale alla cartapesta che rispettiamo. La barzelletta deve far ridere, la tirata deve far piangere – la verità non c'entra, conta il "tutto esaurito". Il problema è che anche la "cultura ebraica", intesa come "monumenti e tesori" ecc. soffre dello stesso male, diciamo una visione ossificata, stereotipata, nel migliore dei casi museale, nei peggiore consumista e caricaturale dell'ebraismo. L'ebraismo come un oggetto da divulgare, una merce culturale da promuovere, un panda cui procurare simpatia. Una visione un po' distorta, romanticizzata, aiuta – per il "tutto esaurito" e par la simpatia. E anche un certo distacco da Israele, un posto così reale da non poter essere perfetto, dove bisogna anche difendersi dagli attentati e usare le armi, una distinzione che politicamente premia nell'Italia catto-comunista. Che c'entra la leggiadra cultura ebraica "piena di tesori" con un posto dove gli ebrei lottano per non farsi travolgere? Benissimo, il "tutto esaurito" è assicurato. Ma si tratta di una deformazione profonda della cultura ebraica vera, che è stata innanzitutto comunità e fede e pensiero e elaborazione degli ambiti della tradizione (halakhà, kabbalah ecc.). La cultura ebraica non è quella dei singoli ebrei importanti e "creativi" che per lo più hanno rifiutato l'appartenenza dei padri – come tutti quelli citati nell'elenco di Ovadia. Se è viva, è pratica dell'ebraismo e riflessione su di essa – cose che difficilmente si possono mettere in mostra. Salvo casi di sconcertante automuseificazione come quel "vero matrimonio" cui l'anno scorso "si pot[è] assistere nell'ambito delle manifestazioni organizzate per l'Undicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica" – almeno a credere alla cronaca del "Messaggero", 5.9.10. Tutto esaurito anche lì, immagino. Insomma, l'invito di Ovadia annuncia per l'ebraismo italiano qualcosa di anche peggio della rinuncia a prendere le distanze dall'ostilità a Israele: una sorta di auto-spettacolarizzazione dell'agonia che a me ricorda quel racconto di Kafka intitolato Il digiunatore: "Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l'interesse del pubblico, tutti volevano vedere il digiunatore almeno una volta al giorno [...] quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all'aperto e allora erano specialmente i bambini a cui era mostrato il digiunatore." E però, la gloria passa: "Mentre prima meritava mettere su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi, quelli." Questo è il problema della "cultura ebraica", di essersi volontariamente trasformata in uno spettacolo per il momento popolare e dunque probabilmente domani non più. Come scrisse l'anno scorso il rav Riccardo Di Segni, della stessa manifestazione: "Mantova ebraica purtroppo oggi è, con i circa suoi 60 iscritti e un passato glorioso, con le Sinagoghe autodemolite, l’emigrazione, la shoà e tutto il resto, e malgrado gli sforzi dei suoi dirigenti, una comunità al limite dell’estinzione, dove il prodotto culturale rilevante è un volume sui cimiteri. Bisogna comprendere il senso allarmante di questo dato. La Giornata della Cultura rischia di diventare un’elegante passerella su un passato glorioso. Le priorità dell’ebraismo italiano che malgrado tutto è vitale sono altre." L'ebraismo italiano rischia oggi di virtualizzarsi, di trasformarsi in simulazione di se stesso, di non avere più una cultura, sia in senso antropologico (le pratiche ebraiche che riguardano una percentuale sempre molto bassa delle nostre comunità) sia nel senso "alto", di produzione culturale vera e di ebraismo vero. In cambio si rappresenta sempre più come folkloristico, come produttore di barzellette, come innocuamente pittoresco e simpatico, ben lontano dagli israeliani che hanno "proiettili al posto di neuroni" nel cervello. Così ovadizzato, trasformato in cartapesta e barbe finte e vecchie barzellette sempre uguali, otterrà certamente il "tutto esaurito", ma non ci sarà più. Come il digiunatore di Kafka infine abbandonato dalla folla e scoperto dai guardiani "sotto la paglia sporca" "in una gabbia vuota", a "digiunare ancora" scusandosi per farlo, fino alla morte.

Ugo Volli

Entrambi, Ugo Volli e io, abbiamo conosciuto Moni Ovadia molto da vicino, per questo sappiamo, con piena cognizione di causa, che per quanto se ne pensi e parli male si finisce sempre per restare al di sotto della realtà. Quanto al suo essere rappresentante e portavoce dell’ebraismo, posso testimoniare di avere sentito antisemiti a tutto tondo uscire dai suoi spettacoli dicendo con aria trionfante a chi li aveva sempre criticati accusandoli di nutrirsi di pregiudizi: “Visto? Dice le stesse identiche cose che dico io!”
A quanto scritto da Ugo Volli, di cui condivido anche le virgole, mi permetto di apporre solo una correzione: la cosa che Moni Ovadia porta in testa non è “una kippà vagamente arabeggiante”, bensì una berretta da integralista islamico. No, non è la mia ennesima malignità, la mia ennesima personale interpretazione: me lo ha detto lui, una dozzina d’anni fa quando ha preso il vezzo di portare quella cosa, probabilmente per attenuare la sua insopportabile ebraicità.
Poi, en passant, non sarebbe male ricordare che la gente con cui quell’individuo si identifica e solidarizza è questa.


barbara


14 febbraio 2011

CHE COS’È LA LIBERTÀ

Nathan Sharansky, 25 anni di libertà

Anatoly Natan Sharansky. Lei è in arresto. Da domani non sarà più un uomo libero. Per i prossimi 13 anni la sua dimora fissa sarà una cella buia di un gulag sovietico. Non le è permesso tenere nessun oggetto privato. Nemmeno la mia raccolta di poesie popolari ebraiche? Soprattutto quella è vietata.
Privo della libertà di camminare, di pensare e di lottare, Natan Sharansky a una cosa non vuole rinunciare. Alla libertà di pregare. Quel piccolo libro di Tehilim, di Salmi, fatti pervenire per vie traverse dalla moglie Avital, sono la luce quotidiana in una cella priva di finestre. Quei caratteri microscopici quasi impossibili da leggere per un uomo tenuto al buio giorno e notte, sono identità, legame col passato, ossigeno per il presente. E unica speranza di avere un futuro.
Perché tutte la forza per combattere per la libertà deriva dalla mia identità ebraica, pensa dentro di sé Natan quando domanda per tre anni, senza sosta, che gli venga restituito il suo libro. Anche se camminerò nella valle dell’ombra della morte, non temerò il male perché sei con me D-o. Sei nelle frasi, nelle lettere, nelle parole. Mi leghi a mia madre che piange in Russia, a mio padre che non ha avuto un kaddish dopo morto, a mia moglie che lotta disperata per la mia liberazione.
La libertà arriva nove anni dopo. Venticinque anni fa, l’11 febbraio. Anatoly Nathan Sharansky è un uomo libero. Di essere ebreo. Di aprire un libro di preghiera, un Tehillim, e di pregare. Non rischia più 100 giorni di cella di isolamento per lo sciopero della fame indetto per poter rientrare in possesso del suo libro.
Quando ti privano di tutto lotti per ciò che davvero vale. Quando hai tutto talvolta dimentichi per cosa vale la pena lottare.

Gheula Canarutto Nemni

E noi che siamo liberi grazie a uomini e donne coraggiosi che hanno combattuto e hanno pagato anche con la vita in nome della libertà, noi che siamo liberi di professare la nostra religione o di non professarne alcuna, noi che siamo liberi di esprimere le nostre opinioni e di compiere le nostre scelte di vita, cerchiamo di difendere questa nostra libertà, cerchiamo di conservarla, cerchiamo di non svenderla, in nome di un buonismo e di un terzomondismo d’accatto, a chi ci vuole imporre un’ideologia di morte.


barbara


1 dicembre 2010

CHANUKKAH

Kiel, 1931



Questa foto è stata presa dalla moglie del dottor Akiba Baruch Pozner. Dietro la foto è scritto: “La bandiera dice che Giuda si perderà, ma la luce le risponde che Giuda vivrà eternamente.” (foto e informazioni rubate qui)
Aveva ragione la luce: la bandiera del Reich millenario è stata ammainata, tra rovine e ignominia, dopo dodici anni di regno; il popolo ebraico, dopo migliaia di anni, è ancora qui. Se lo ricordino nazisti, islamisti e antisemiti vari misti.
Hag chanukkah sameach, felice chanukkah a tutti.

barbara


28 novembre 2010

CATTIVA

Era la mia vicina di tavolo nell’albergo al mare, una ventina d’anni fa. Sessantasettenne. Zitella. Vergine (me l’ha detto lei). Maestra in pensione. Un giorno si è messa a raccontarmi di quando frequentava l’istituto magistrale, e aveva una professoressa “cattiva, ma cattiva, ma cattiva guardi che neanche se lo può immaginare. Un’ebrea. Infatti poi l’hanno eliminata”.
Da cui si deduce che
a) l’appartenenza all’ebraismo (alla razza ebraica?) è esauriente spiegazione per la sua disumana cattiveria
b) l’eliminazione ne è stata la giusta punizione
E mi chiedo: in quarant’anni di cattedra, quante generazioni di bambini avrà “formato” quella donna?

barbara


6 novembre 2010

TROVA LA DIFFERENZA

Ebrei armati (arroganti, antipatici)


Ebrei disarmati (simpaticissimi, li adoriamo incondizionatamente)


Per tutti gli ebrei disarmati, Kaddish.

barbara


6 ottobre 2010

DI EBREI, DI AMICI DEGLI EBREI E DI COSE DI ATTUALITÀ

La ricorrente quanto mai abusata ostentazione di amicizia nei confronti dello Stato di Israele, soprattutto da parte di alcuni esponenti di una certa area politica, richiama alla mente quell’immagine talmudica di colui che cerca, in modo surrettizio, di purificarsi nel Miqwè, bagno rituale, tenendo tra le mani un verme impuro. E’ un po’ la stessa logica di chi dopo averci sferrato colpi bassi e proditori tenta di giustificarsi rinfacciandoci di aver salvato tanti ebrei durante la Shoà. Se prendessimo sul serio le tante e millantate storie di salvezza di questi sedicenti mitomani alla bisogna il popolo ebraico avrebbe dovuto contare nel 1945 sei milioni di persone in più anziché in meno! Sono molto pochi però, fra questi “mitici salvatori”, che per dovere di verità menzionano dei denari versati dai disperati fuggiaschi ebrei costretti molte volte a togliersi dalle tasche gli ultimi spiccioli rimasti per poter dare un pezzo di pane e pochi centimetri di pavimento dove far trascorrere una nottata ai loro piccoli. E questa sì che non è una barzelletta...! Storia vera dalla quale non fanno eccezione neppure i caritatevoli conventi ed enti ecclesiastici, che pure hanno aperto le loro porte. Con un singolare paradosso negli anni ’70 e in quelli immediatamente successivi siamo stati testimoni di una logica asimmetrica ma figlia di una stessa e identica filosofia. Quanti compagni di liceo abbiamo ascoltato nella varie assemblee accanirsi velenosamente contro lo Stato di Israele e magari a soli pochi giorni di distanza erano quegli stessi compagni che portavano corone di fiori alle Fosse Ardeatine e sulle lapidi dei nostri morti nella Shoà! Talvolta anche indossando le kippòt sulla testa! Quali dei due meno peggio? Non saprei dire. Entrambi forme di alibi e rifugi di coscienze che mal sopportano gli ebrei vivi, testimoni attivi di una cultura di minoranza che vive e che lotta affinché ci siano sempre culture di minoranza. Quanto suona attuale, in un’epoca che vede la nostra Comunità sempre più corteggiata e pressata dalle varie forze politiche contrapposte, quella espressione del Profeta Geremia riportata nel verso 6 del capitolo 5 del Libro di Ekhà, le Lamentazioni: “ …l’ Assiria (Babilonia) avrebbe dovuto darci una mano e l'Egitto (l'altra potenza politica dell'epoca ) avrebbe dovuto sfamarci...!” Il Profeta, cosciente del grave disorientamento in cui versa il popolo ebraico abbandonato e deluso da coloro che sarebbero dovuti essere i suoi “amici”, non fa che ribadire quella tanto amara quanto realistica constatazione della Torah (Numeri, 23; 9): “… il popolo ebraico se ne sta da solo…”… costretto a prendere coscienza che vi sono situazioni in cui deve cavarsela da solo e basarsi essenzialmente sulle proprie forze.
Rav Roberto Della Rocca

Senatore Ciarrapico, testina fascista: Il plurale di Kippàh (femminile singolare) fa Kippòt. Presidente Berlusconi: La scuola dirimpettaia non era Israeliana, era Israelitica. In inglese si dice: "Worst possible scenario". In ciociaro: "Peggio de così se more".
Sergio Della Pergola

La barzelletta di Silvio Berlusconi contiene e propaga cinque fondamentali del pregiudizio antiebraico: l'ebreo straricco, l'ebreo profittatore, l'ebreo astuto, l'ebreo traditore (anche del fratello), l'ebreo a-nazionale (vedi l'uso di "connazionale" anziché "correligionario"). Niente male in una botta sola, anche senza considerare l'offesa del riso imbecille su una tragedia profonda.
Michele Sarfatti

Direi che per il momento questi commenti agli ultimi avvenimenti possono bastare mentre io finisco di riprendermi – sotto vari aspetti – dalle fatiche del lavoro inutile, che è quello che stronca nel modo più micidiale.

barbara


10 settembre 2010

A GENOVA INVECE

La giornata della cultura ebraica ha regalato uno straordinario spettacolo di danze ebraiche di cui, grazie all'amica "amica", sono in grado di offrirvi qualche immagine.

    

                                     

    

    

    

    

    

    

    

    

    

barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ebraismo cultura danza Genova

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 10/9/2010 alle 16:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


29 agosto 2010

“VOI EBREI”

È stato a un corso di aggiornamento, un po’ di anni fa.
Qualunque insegnante sa che quelli per i corsi di aggiornamento sono in assoluto i soldi peggio spesi nel campo dell’istruzione: quelli che vanno a insegnare agli insegnanti come si fa a insegnare, normalmente, sono o insegnanti che hanno smesso di insegnare perché non sono capaci di farlo, o persone che non hanno mai insegnato e non hanno la più pallida idea di che cosa sia l’insegnamento, di che cosa sia una classe. Dal che si può facilmente immaginare l’utilità e l’efficacia di questi corsi, ma siccome fino a pochi anni fa era obbligatorio, anche se era una colossale perdita di tempo mi toccava andarci lo stesso. Una volta è venuto un noto psicoterapeuta e docente di una nota università italiana, a insegnarci come si gestiscono i bulli e i casi difficili in generale. A parte il fatto che lui era abituato a trattare i casi singoli ed è rapidamente emerso che non aveva la più pallida idea di che cosa siano le dinamiche di classe; a parte il fatto che il suo mantra preferito era “qualunque cosa vi dica il bambino, mai scandalizzarsi, mai criticarlo, mai colpevolizzarlo, mai dirgli che ha sbagliato, mai giudicarlo”, e ogni volta che un insegnante diceva “mi è capitato così, ho fatto cosà e non ha funzionato”, evidentemente nella speranza di sentirsi suggerire dall’esperto un’idea migliore di quella che aveva avuto lui, la risposta è stata regolarmente “e ci credo che non ha funzionato, non avrebbe potuto fare una cosa più sbagliata” e non c’è stata una sola volta, in sedici ore di incontro, che abbia dato un solo suggerimento; a parte tutto questo, lo scopo principale del corso era quello di insegnarci – affinché noi potessimo poi insegnarlo ai nostri alunni – come si controllano le emozioni, e in questo campo il mantra era “non esiste niente al mondo per cui valga la pena di perdere la calma” (e anche: “Quando un bambino mi dice questo non lo sopporto, questo è insopportabile, gli rispondo non è vero, se sei vivo vuol dire che si può sopportare”. Quindi, secondo la sua ferrea logica, dato che quasi tutti sopravvivono a uno stupro, anche da bambini, ciò significa che gli stupri sono una cosa sopportabilissima). Beh, sono bastate un paio di provocazioni ben piazzate da parte di una collega per farlo sbarellare alla grande e scatenargli una vera e propria crisi isterica, con strilli da gallina nevrastenica. Ma non è di lui che voglio parlare, bensì di un’ochetta che tanto per cominciare è venuta a raccontarci che circa un terzo dei nostri scolari avrebbero problemi di apprendimento: evidentemente deve avere osservato la propria famiglia e pensato che quello che osservava lì fosse la regola. Vabbè. In compenso aveva idee formidabili per vivacizzare l’insegnamento. Ad un certo punto, per esempio (ricordo, per chi non lo sapesse, che io insegno italiano come seconda lingua a scolari di madrelingua tedesca), ha detto: “Se dovete far esercitare gli aggettivi, perché fare serie di noiosissimi esercizi? Si può ottenere lo stesso risultato facendo dei divertenti indovinelli in cui si usano, appunto, degli aggettivi. Per esempio dico: è rotonda, è di gomma, serve per giocare: che cos’è?” E io, tutta contenta di avere la risposta, ho subito cominciato ad agitarmi sulla sedia e sventolando il braccio ho gridato: “Io lo so! Io lo so! È una tetta al silicone!” Hanno riso tutti tranne lei, non ho capito perché. Ma la cosa che più mi ha disturbato di tutto ciò che è avvenuto in quei due giorni di pseudoaggiornamento, è stato il suo continuo ripetere: poi vi dico, adesso vi spiego, dopo vi faccio vedere... Era un senso di fastidio intenso, epidermico, come quando il gesso stride sulla lavagna, e ci ho dovuto riflettere per mettere esattamente a fuoco quale fosse il problema. E alla fine ho capito che era proprio l’uso del voi. E mi sono resa conto che io in classe non lo uso quasi mai; normalmente dico noi: adesso leggiamo, vediamo, facciamo, impariamo, proviamo... Perché noi, io e loro, stiamo perseguendo uno scopo comune, il loro apprendere, ed è solo lavorando insieme che lo possiamo raggiungere. Il voi lo uso unicamente quando sono arrabbiata; lo uso, per esempio, quando dopo un test andato male gli faccio la lavata di capo: voi credete di essere furbi, voi vi immaginate di poter andare avanti senza studiare, beh, vi garantisco che vi sbagliate, e di grosso, anche. Perché il voi serve unicamente a prendere, anzi, a marcare, le distanze. Il voi serve a tirare su barricate. Il voi serve a stabilire la superiorità dell’io sulla controparte. Il voi serve a manifestare ostilità. È stato in quel preciso momento che mi sono improvvisamente, per la prima volta, resa conto di che cosa realmente significhi l’espressione “voi ebrei”. Ed è stato in quello stesso momento che ho capito perché, non per ragionamento ma per istinto, io non l’ho mai usata.

barbara


7 giugno 2010

PERCHÉ NOI SIAMO ANTISIONISTI, NON ANTISEMITI!

"Go back to Auschwitz"

Piccola riflessione ad uso di quanti si interrogano ancora sul perché gli ebrei italiani, tradizionalmente progressisti, si siano spostati a destra.
Vi è stata nei giorni scorsi una correlazione quasi matematica fra la collocazione politica dei giornali e dei politici e il loro atteggiamento rispetto all'azione dei teppisti che si sono organizzati militarmente sulla nave turca Marmara per provocare il massimo dei tumulti al momento del preventivato blocco israeliano. Tanto più a sinistra era schierato un giornale o un politico dichiarante, tanto più facilmente si è bevuto la propaganda islamista, tanto più si è rifiutato di riconoscere i fatti anche di fronte ai video più eloquenti, tanto più si è indignato, ha condannato Israele, ne ha profetizzato la vicina scomparsa allineandosi ad Ahmadinejad, tanto più ha infine accostato la condanna a Israele a quella degli ebrei, trovando del tutto naturale andare a manifestare al ghetto di Roma e alle sinagoghe nel resto d'Italia.
Ma anche le parti più istituzionali e "riformiste" dello schieramento di sinistra hanno pensato bene di manifestare davanti all'ambasciata israeliana. Gira in rete un video in cui una dirigente sindacale si riferisce a Israele dicendo "quei bastardi" e poi dice "magari mi prenderanno per razzista".
Eh già... Solo le destre più estreme e semiclandestine, le schegge neonaziste vere e proprie, hanno avuto riflessi condizionati anti-israeliana pari a quelli della sinistra.
Con le opportune differenze questa stessa proporzione vale anche nel mondo ebraico, con gli ebrei di estrema sinistra del tutto allineati alla propaganda anti-israeliana dei loro compagni, quelli di sinistra un po' meno estrema dolenti e scandalizzati, spesso profetizzanti la fine di Israele per mano della sua improvvida classe dirigente.
Ammettiamo pure che in questo gioco di opinioni e dichiarazioni tutti siano stati sinceri e abbiano semplicemente reagito per come capivano quel che fosse successo, cioè per come interpretavano le informazioni disponibili a tutti, evitiamo cioè di pensare a calcoli politici o malafede. Come si spiega questo fatto? E' forse necessario applicare qui un vecchio principio dell'ermeneutica: ogni giudizio viene formulato applicando a ciò che si conosce, quel che già si crede, si vuole, si sa (o si crede di sapere). L'orizzonte delle aspettative e delle credenze dell'interprete contribuisce insieme ai fatti a determinare la sua interpretazione. Anzi, i fatti stessi vengono percepiti a seconda del proprio orizzonte interpretativo.
Dunque, se tutta la sinistra ha visto nella faticosa e rischiosa azione del commando israeliani per prendere il controllo di una spedizione mirante a dar mano libera ad Hamas nient'altro che "un'aggressione", "un arrembaggio", "una strage", "un crimine", "un assassinio" eccetera eccetera, e se non ha visto invece la dimensione aggressiva non solo dei teppisti che accoglievano a sprangate i soldati israeliani scesi sulla nave quasi disarmati per evitare incidenti, ma del sostegno ad Hamas - questo mostra che il suo orizzonte di attesa nei confronti di Israele è del tutto negativo, che essa pensa davvero che si tratti di "uno stato canaglia", come ha scritto "Liberazione" (sempre con le diverse nuances fra destra e sinistra, fra sinistra ebraica e sinistra politica generale).
Solo un'antipatia e una sfiducia radicata per Israele e in prospettiva per tutto l'ebraismo possono spiegare queste reazioni. Chiamatele se volete "solo" antisionismo o prendete atto che si tratta di un sia pur tendenziale antisemitismo. Resta il fatto che la sinistra, quasi tutta la sinistra, con solo qualche differenza di accento, ce l'ha se non proprio con gli ebrei, con qualcosa cui gli ebrei tengono moltissimo e con cui si identificano. Che essa considera con antipatia il nostro sogno secolare di realizzare il carattere di popolo attraverso uno stato, dunque un territorio legato da sempre alla nostra identità. Che pensa che la nostra terra sia "rubata", come si esprime anche qualche ebreo (di estrema sinistra). Che ritiene "un errore", "una provocazione al mondo arabo", l'esistenza dello Stato di Israele.
Gli ebrei di sinistra, almeno quelli moderati, cercano nei limiti del possibile di suggerire faticosi distinguo e complesse forme di mediazione. Preferiscono pensare che col ritorno ai confini del '49, intorno a cui sono nate tante guerre e terrorismo, la situazione miracolosamente si acquieterà. Ma la loro parte politica, con tutta evidenza, non li ascolta, dalla base al vertice ha interiorizzato il proprio pregiudizio su Israele, la sua classe dirigente, la sua cultura e in definitiva sull'ebraismo, salvo un minimo velo di ritegno verbale su quest'ultimo punto - forse per via di un "credito" accumulato ad Auschwitz, che come ha scritto una lettera incredibilmente pubblicata sull'Unità "è in via di esaurimento". All'azzeramento del conto, immagino, saremo tutti invitati a "tornare ad Auschwitz", come si è espresso gentilmente un radiotrasmittente della flottiglia.
Nessuna meraviglia, dunque, se sono cordialmente ricambiati.

Ugo Volli

Ugo Volli, come sempre, non ha bisogno di commenti, e quindi non ne aggiungerò. Di mio metto solo l’invito ad andare a vedere qui e qui che cosa succede, anche in acque internazionali e anche senza che ci sia un blocco navale, a chi non si ferma all’alt, quando a dare l’alt non è Israele.

barbara


5 giugno 2010

LETTERA APERTA A GAD LERNER

Questa lettera aperta avreste dovuto leggerla nella home page di Informazione Corretta, ma per decisione unanime dell’Unico Signore e Padrone di Informazione Corretta, è stata prima censurata, poi, dopo robusta presa di posizione dell’autore, pubblicata nel ripostiglio, ben nascosta in mezzo a un’ammucchiata di altre lettere con tutt’altro destinatario, scompaginata e priva di link. Quindi l’unica versione integrale e fedele all’originale attualmente reperibile è quella che avete davanti agli occhi.

Signor Gad Lerner,
ho letto il suo articolo "L'Exodus rovesciato" - con grande patimento a causa del suo contenuto. Sono riuscito comunque ad arrivare alla fine, e vorrei commentare alcune (solo le più gravi, perché altrimenti questa lettera non finirebbe più) sue affermazioni.
Cominciando dal titolo: "Exodus rovesciato", che mi induce a rivolgerle una domanda: lei sa che cos'era l'Exodus, signor Lerner? Ne conosce la storia? Perché se la conoscesse saprebbe che Exodus rovesciato sarebbe stato se Israele avesse impedito agli abitanti di Gaza di andarsene da quel paese martoriato dai terroristi di Hamas. Ma sulle navi, ed in particolare su quella ricoperta da una grande bandiera turca, vi erano dei terroristi armati, e non dei profughi in fuga. Sull'Exodus c'erano ebrei sopravvissuti dai campi di sterminio, sulla Mavi Marmara vi erano terroristi intenzionati a fare sterminio di ebrei: capisce la differenza?
Passiamo ora all'incipit: "proviamo un senso di vergogna". No, signor Lerner: nessuno le ha dato mandato di parlare a nome degli ebrei, quindi, per favore, se ha opinioni da esprimere o posizioni da prendere, lo faccia in prima persona. Prima persona singolare, intendo dire.
E proseguiamo. "Arrembaggio dilettantesco... una delle pagine più oscure nella storia di Tzahal", scrive subito dopo, tentando di spacciare un'opinione di parte per un dato di fatto. Ma le cose non stanno affatto così. Questa azione condotta da Tzahal, al contrario, resterà nelle pagine della moralità dello Stato di Israele che, coerentemente con gli altissimi valori etici che da sempre guidano le sue azioni e le sue scelte, ha ordinato ai primi uomini di scendere disarmati, pur conoscendo i gravissimi pericoli cui li esponeva. Se colpe si devono imputare a chi ha organizzato l'operazione, sono caso mai queste, non certo quelle per le quali lei sembra avere già deciso la sentenza, senza neppure avere la decenza di ascoltare, prima, tutte le parti in causa.
"Sconfitta morale"? "Senso di colpa"? Ero in Israele, in questi giorni, e tra la gente non ho trovato traccia di questi sentimenti: lei dove è andato a scovarli?
Andiamo avanti. Lei scrive che questa azione "spezza l'equilibrio strategico mediorientale in cui la Turchia rivestiva una funzione di stabilità". No, signor Lerner: la Turchia ha smesso di avere quel ruolo e quella funzione da quando al governo è arrivato il partito islamico, e ha scelto di avere, al contrario, una funzione destabilizzante da quando il presidente Obama ha iniziato a fare di tutto per spingerla in quella direzione. Dica, signor Lerner, non le viene il dubbio che la scelta turca di appoggiare questo attacco militare in piena regola contro Israele non sia propriamente una dimostrazione di equilibrio strategico? E non è sfiorato dal sospetto che sull'attuale situazione di squilibrio e di crisi possa avere giocato un qualche ruolo l'Iran?
E poi mi spieghi, per favore: perché, per criticare il ministro Ayalon, incaricato di dare spiegazioni, non trova di meglio che rievocare un episodio di cinque mesi fa? Forse perché non ha argomenti migliori? Io, per esempio, l'ho incontrato proprio martedì scorso, e le impressioni che ne ho ricavato sono totalmente opposte alle sue.
E poi: "la Freedom Flottilla dei pacifisti" e "l'iniziativa umanitaria"; ma lei li ha visti, signor Lerner? Ha visto le foto delle armi? Ha visto i filmati del selvaggio attacco ai soldati israeliani, disarmati o quasi, con bastoni, spranghe di ferro, biglie d’acciaio, bottiglie rotte, coltelli? Ha visto i lanci di granate? Ha visto il soldato scaraventato giù dal ponte? Li ha visti intonare, il giorno prima, il grido di battaglia con l'incitazione ad ammazzare gli ebrei? E li chiama pacifisti? Ma lei ha un'idea, signor Lerner, di che cosa significhi la parola pace? Ed è al corrente della proposta del padre di Gilad Shalit di appoggiare la loro azione in cambio di una loro richiesta di far visitare Gilad dalla Croce Rossa? Non ha chiesto loro di liberarlo, signor Lerner, non ha chiesto che pretendessero di incontrarlo, non ha preteso, in cambio del proprio appoggio, che ottenessero di farlo visitare dalla Croce Rossa: ha proposto che lo chiedessero. Hanno risposto di no. Le ripropongo la domanda: lei ha un'idea di che cosa significhi la parola pace? E, mi permetto di aggiungere: ha un'idea di che cosa sia la decenza? Dovrebbe vergognarsi, signor Lerner, altro che dare lezioni di moralità a Israele!
Ancora: la "fragile" leadership di Netanyahu, l'"angoscioso senso d'accerchiamento vissuto dagli israeliani"... Ma con chi diavolo si incontra, lei? È sicuro di essere stato in Israele? È sicuro di avere parlato con degli israeliani?
E mi dica, signor Lerner, lei che è grande stratega, lei che ha la soluzione in pronta consegna chiavi in mano, lei che a differenza dello "sprovveduto" Ehud Barak sa perfettamente che bastava "limitarsi a bloccare fuori dalle acque territoriali il convoglio ostile", perché non è andato a dirglielo, magari spiegandogli anche come si fa a mettere in atto questa soluzione così semplice - perché lei lo sa, vero, come si fa a bloccare fuori dalle acque territoriali un "convoglio ostile" pieno di gente armata fino ai denti e pronta a battersi all'ultimo sangue...?
Ma ancora, dopo tutte queste perle, ancora tuona Gad Lerner, ancora non è contento (in fondo a questa lettera troverà il link alla fonte di questa citazione), vuole salire ancora più in alto, vuole toccare l'empireo e allora eccolo parlare dei "troppi simboli dolorosi nel paese che coltiva la memoria dei sopravvissuti alla Shoah quasi alla stregua di una religione civile", e a questo punto le dico, con tutta tranquillità: lasci perdere questo argomento che dimostra di non aver compreso. Mi limito a ricordarle che in Israele solo il suo amico Barenboim ha osato suonare Wagner che avrebbe dovuto restare tabù, nonostante la sua grandezza artistica, almeno fino alla morte dell'ultimo sopravvissuto. Lei, come Barenboim, dimostra di non comprendere questo dramma collettivo. Capisco, signor Lerner, che la sensibilità, se uno non ce l'ha, non se la può dare, ma il rispetto, almeno il rispetto, credo si possa chiedere a chiunque. E rispetto, in certe circostanze, significa una cosa sola: SILENZIO. Se ancora non lo ha imparato, sarebbe ora che cominciasse a provvedere.

Quasi tutta l'ultima parte è dedicata al suo incontro con gli "ebrei d'origine italiana" scrivendo, con evidente autocompiacimento, di non essere stato attaccato da loro. Non sospetta quale possa esserne il motivo? Glielo rivelerò io, signor Lerner: gli ebrei che più amano Israele non vengono ad ascoltarla perché sanno già, parola per parola, quello che lei dirà, e quelle parole non hanno alcuna voglia di ascoltarle, perché hanno già infinite occasioni di sentirle, identiche, da tutti i branchi di odiatori di Israele e di antisemiti che popolano l'intero pianeta: non muoiono dalla voglia di scomodarsi a uscire di casa per sentirne delle altre. Quindi, per favore, non spacci il comportamento di chi è venuto a sentirla per la posizione tipica degli ebrei italiani che vivono in Israele: non lo è, e noi sappiamo perfettamente che non lo è. La verità è piuttosto che lei, come coloro che hanno creato J call e J street, è uno di quegli ebrei, che sempre, purtroppo, ci sono stati, che alzano la voce per portare divisioni, alla lunga sempre funeste. Ma non siete moderati, non siete sionisti, se, pur di fare mucchio, accettate le firme di personaggi inqualificabili per qualsiasi persona di buon senso (vuole dei nomi? Non credo che sia necessario...).
E tutti insieme non avete capito nulla di quanto succede in Medio Oriente, non avete capito che gli arabi non vogliono uno stato di Palestina accanto alla stato di Israele (Arafat 1988 le dice qualcosa? Se non le dice nulla, cerchi di capire il significato di tutte quelle carte che mostrano una Palestina dal Giordano al mare. Cerchi di capire il significato delle trasmissioni "culturali", di quelle per bambini e ragazzi, che la moderata televisione del pacifista Abu Mazen trasmette regolarmente. E se le rimane qualche minuto libero, cerchi di dare un'occhiata alla costituzione di al Fatah, in cui sono tuttora presenti tutti gli articoli che dichiarano la distruzione di Israele obiettivo primario e irrinunciabile). Le assicuro che, se non capisce, sono pronto a venire da lei a spiegarglielo personalmente. A quel punto capirà che non è stato commesso da Israele nessun "crimine marittimo", e forse capirà anche che parlare di Intifada come "rivolta interna degli arabi col passaporto israeliano" è un non senso storico. Anzi, se preferisce, glielo faccio spiegare da qualche suo collega arabo israeliano, come Khaled Abu Toameh, che certamente avrà l'onestà di spiegare ai suoi ascoltatori quella verità del Medio Oriente che da decenni lei e i suoi compagni continuate pervicacemente a negare. E a quel punto spero che avrà la correttezza di ammettere che Israele non "degrada nel disonore", e che "l'epopea dell'Exodus” non sta “facendo naufragio".
E per concludere, un'ultima domanda, al "democratico" Lerner: gli USA "auspicano un ricambio di maggioranza politica" in Israele? È questo, secondo lei, il modo corretto di gestire i rapporti tra stati amici ed indipendenti? Non pensa che, se davvero così stanno le cose, il popolo israeliano e tutti coloro che hanno a cuore la sua sorte avrebbero tutti i motivi per essere indignati e arrabbiati? Che cos'è Israele, uno stato sotto tutela? È questo il suo concetto di democrazia, signor Lerner?
Emanuel Segre Amar

http://www.youtube.com/watch?v=IyVG9cPLCP4

Incorreggibile recidivo, Gad Lerner, nella sua pretesa di parlare a nome degli ebrei tutti. Lo aveva già fatto – ricordate? – nella lettera aperta a Magdi Allam che, nel suo “Viva Israele” celebrava, tra l’altro, l’ebreo finalmente, grazie allo stato di Israele, capace di difendersi e di sfuggire al destino che altri vorrebbero cucirgli addosso. In quell’occasione il Nostro rivendicava orgogliosamente, a nome degli ebrei, il diritto di continuare a farsi portare come pecore al macello. E ora, investendosi di un mandato che nessuno gli ha dato, continua, a nome degli ebrei, a sputare veleno su Israele con lo stesso rabbioso livore con cui sputa veleno su suo padre. Ma stia attento, signor Lerner: a sputare controvento - contro il proprio vento – c’è il rischio di ritrovarsi spiacevolmente imbrattati.

barbara


17 maggio 2010

INTERVISTA AD EMANUEL SEGRE AMAR

Proseguo la mia serie di interviste a personaggi che hanno qualcosa da dire. Chi frequenta Informazione Corretta e alcuni altri ambienti di “addetti ai lavori” conosce già Emanuel Segre Amar, gli altri ne faranno la conoscenza adesso.

Segre Amar: un cognome noto fin dagli anni Trenta. Vorresti ricordarci come e perché è salito alla ribalta?
In realtà la domanda non è precisa, se mi permetti.
Io credo che tu ti riferisca al momento dell’arresto di mio Padre, nel 1934, allorquando venne arrestato alla frontiera di Ponte Tresa mentre rientrava in Italia, con un amico, Mario Levi, con dei volantini nascosti nel bagagliaio dell’automobile nei quali si invitavano gli italiani a votare no nelle elezioni del 25 marzo.
Ebbene, in quel momento mio Padre si chiamava ancora Sion Segre, e solo successivamente aggiunse un secondo cognome, appunto Amar, per ricordare la famiglia di sua Madre, da poco deceduta. Sua Madre, Margherita Amar vedova Segre, era l’ultima di una antica famiglia che si sarebbe pertanto estinta, almeno nel suo ramo. E mia nonna Margherita deve essere ricordata, tra l’altro, per essere stata la fondatrice di un importante salotto sionista, sorto negli anni 20, molto frequentato nella vecchia Torino del periodo tra le due guerre.
Quando dunque mio Padre venne arrestato, venne processato e giudicato nel primo processo fatto dal Tribunale Speciale voluto dal fascismo per combattere gli antifascisti, in gran parte torinesi, ed in gran parte ebrei. Va detto che mio Padre subì una condanna a tre anni, della quale scontò un anno soltanto grazie alla riduzione della pena accordatagli alla nascita della principessa Maria Pia di Savoia. In carcere, a Regina Coeli, in una cella insieme a Leone Ginzburg, visse quello che amava definire il momento più importante e arricchente della sua vita. Tra l’altro, mancandogli la possibilità di leggere se non pochi libri, mandò a memoria l’intera Divina Commedia. La convivenza con Leone doveva influenzare il resto della sua vita per la enorme personalità dell’amico, e compagno di scuola, Leone.

Figura davvero straordinaria, quella di Sion Segre Amar, non solo per il suo impegno nella lotta antifascista. Vogliamo ricordarne qualche altro aspetto?
Ben difficile questa domanda, per un figlio.
Innanzitutto devo dire che è stato un padre ed un nonno eccezionale, e fino all'ultimo giorno della sua vita, pur ormai malato, non è venuto meno a questo compito che si era sempre imposto. Non è facile essere genitore, ma egli lo ha saputo essere lungo tutto l’arco della sua vita, nei momenti belli come in quelli tristi, quando ero bambino come quando ero studente o quando ormai lavoravo anch’io, inizialmente insieme a lui, e poi per conto mio. E, nello stesso modo, seppe essere guida per i miei figli. Io nacqui in tempo di guerra, in condizioni difficili per tutta la famiglia, eppure le rare immagini di quei tempi lo mostrano come fu poi sempre, per tutta la vita.
Ebbe numerosi interessi, fece tanti lavori diversi, soprattutto negli anni della guerra ed in quelli immediatamente successivi, ma credo che si debbano ricordare, in particolare, i suoi libri ed i suoi articoli che iniziò a scrivere quando si ritirò dal lavoro. Fu per lui il modo migliore per mantenere la testa in esercizio. Iniziò quasi per divertimento, scrivendo un libro di memorie, Sette storie del numero 1 (il numero 1 era la linea del tram che passava davanti a casa nostra). Ma poi continuò, e collaborò anche con diversi quotidiani italiani scrivendo sulla attualità di Israele; aveva conosciuto a fondo il paese, e manteneva stretti legami di amicizia con italiani che avevano fatto la aliyah.
Ma non si può parlare di mio Padre senza ricordare anche la sua passione per i libri miniati; nacque quasi per caso, un giorno che era di passaggio a Londra, e segnò profondamente la sua vita di uomo sempre alla ricerca di interessi colti ed intelligenti. Divenne non solo collezionista di antichi codici e miniature, ma fine intenditore, e due libri da lui scritti furono l’occasione per raccontare una storia romanzata dei miniatori che vissero nell’Italia del medio evo.
Fu anche presidente della Comunità ebraica torinese dove portò cambiamenti ed innovazioni che furono rottura col passato; trovò sul momento molti avversari, mossi soprattutto da motivi politici, ma molte sue azioni influenzarono gli anni successivi non solo dell'ebraismo torinese, ma anche di quello italiano. Alcuni avversari di allora, mi fa piacere ricordarlo, gliene resero atto quando mancò, nel 2003.
Ecco, queste poche parole servono forse per descrivere, a chi non lo conobbe, quello che fu mio Padre al di là della lotta antifascista; di questa mi preme dire che non amava parlare se non con gli amici di allora, o forse meglio con i pochi che non abbracciarono poi altre ideologie assolutiste che egli sempre combatté, vedendone i pericoli che portavano ad Israele, agli ebrei ed all’uomo in generale. Si illuse quando sembrò che palestinesi ed israeliani potessero finalmente raggiungere un’intesa, ma fu un’illusione nella quale in cuor suo forse non credeva del tutto, vista la sua conoscenza del mondo e della mentalità araba (e qui non vorrei che proprio lui fosse considerato razzista per questa mia affermazione; non si deve parlare di razzismo se si studia attentamente la mentalità di un popolo).

Che cosa ha significato per te essere figlio di questo uomo eccezionale?
Non è davvero facile rispondere a questa domanda, che richiede per me una attenta riflessione.
Certamente, avendo io delle attitudini diverse dalle sue (io mi sono dedicato a studi scientifici, essendomi laureato al Politecnico), ho faticato, nei primi anni, a cogliere il significato profondo degli insegnamenti che, giorno dopo giorno, mi arrivavano. Ma quegli insegnamenti restavano lì, nella mia testa, ed arrivato all'età matura me li sono ritrovati tutti a disposizione, per la vita.
È così che ho imparato a non dare mai nulla per scontato, a cercare di non essere mai banale, e, soprattutto, a non far mai nulla di cui un giorno potrei pentirmi. Insegnamento di vita così raro e così importante anche oggi, ma che non credo che ancora molti genitori trasmettano ai propri figli.
In parte sono insegnamenti che so che egli aveva ricevuto da sua madre (suo padre morì quando egli era bambino), e li ha trasmessi poi anche ai miei figli.
Ecco, anche se non sono sicuro di aver risposto davvero alla domanda, credo di poter affermare che questi valori sono il principale insegnamento che ho ricevuto, per tutto il lungo cammino della vita fatto insieme.

Bene, e ora che abbiamo parlato di tuo padre, anche se certamente non in modo esauriente rispetto al calibro del personaggio, parliamo di te: chi è Emanuel Segre Amar?
Mia cara, possibile che le tue domande siano sempre più difficili?
Da dove si deve cominciare, visto che ho già 65 anni?
Bene, da bambino ero sempre sorridente, amico di tutti. Poi ho continuato ad aprirmi, ma solo con gli amici, e anche questi erano via via sempre più selezionati.
Il fatto è che ho incominciato un severo lavoro di attenta valutazione, ho incominciato a soppesare attentamente chi mi stava di fronte. Le sventure della vita, che capitano a tutti noi, insegnano a difendersi per cercare di evitare di cadere due volte negli stessi errori.
Nella mia vita lavorativa ho avuto la fortuna di fare sempre dei lavori che mi piacevano, e quando i due figli (entrambi maschi) sono diventati adulti, ho avuto ancora la fortuna che uno dei due volesse lavorare con me.
E così ora ho molto tempo libero, perché gran parte del lavoro lo fa questo figlio. Io ne approfitto per approfondire la conoscenza della cultura che è stata alla base della vita della mia famiglia per almeno un secolo. Già mia nonna, Margherita Amar vedova Segre (da qui il mio cognome, come ho già spiegato) aveva fondato a Torino un salotto dove si riunivano i sionisti
dell'epoca. Di mio Padre ho già spiegato, ed io ho trovato uno spazio tutto mio (anche se certo in valida compagnia) nel quale puntualizzo, correggo e critico tutto quello e tutti coloro che, volutamente, falsificano i fatti, di ieri e di oggi. Non capiscono, queste persone, che se non si guarda con onestà in faccia alla realtà, il conto lo si pagherà, alla fine, tutti insieme. Per questo non mi stanco di dire e di spiegare quello che riportano i documenti ufficiali.
Guardiamo, ad esempio, i nostri quotidiani: perché solo pochi giornalisti, e pochissimi direttori (forse soltanto De Bortoli, direttore del Corriere, tra questi ultimi) accettano il dialogo (che deve essere sempre corretto e concreto, ovviamente)? È una grave mancanza di correttezza professionale quella di tanti professionisti della stampa e della televisione che non accettano il dialogo. Preferiscono stare chiusi nel loro ufficio a pontificare. Da un dialogo preciso, puntuale e corretto, non possono invece venire che arricchimenti per tutti. Il rifiuto è, per me, indice di codardia e di servilismo (verso altri, ovviamente).
Ecco, oggi, compresso da questi problemi, sono sempre più chiuso in me stesso, frequento meno persone, sono meno loquace, sorrido sempre meno. Ma penso che ne valga la pena, e che sia utile e necessario per tutti noi (anche se non ho la pretesa di cambiare il mondo; ci mancherebbe altro). Come ho sempre sostenuto, coloro ad esempio che fondarono Giustizia e
Libertà non cambiarono il corso della storia. E tuttavia furono utili, tanti anni dopo. E loro, almeno loro, furono in pace con la loro coscienza. Non dovettero far finta di dimenticare i loro trascorsi di collaborazionisti, come tante figure altamente "democratiche" della nostra Repubblica, del mondo politico e culturale e della società civile.
Io credo in quello che faccio, in quello che scrivo, e penso che sia utile per tutta la nostra società occidentale, a rischio oggi come mai nel passato recente.

Parliamo allora di Israele: Israele ed Emanuel Segre Amar, Israele e il mondo, Israele e Israele...
Israele, cosa è per me?
Ma io sono nato in Israele; non ne ho merito, evidentemente, ma nascere a Gerusalemme è una cosa che non può essere ordinaria. Quando ero bambino mi dicevano tutti erroneamente: ah, come Gesù bambino. Ed io mi seccavo.
Poi, per tanti anni non sono più tornato, in quella terra che lasciai quando avevo un anno.
Ci tornai, per la prima volta, subito dopo il servizio militare, e feci un grandissimo giro, pieno di avventure, insieme ad un carissimo compagno di scuola. Ma era un paese del tutto diverso da quello che è poi diventato. Ricordo che quando mio cugino mi accompagnò a vedere la casa in cui ero nato, ebbene, io la riconobbi prima che lui me la indicasse. Impossibile? Non so, ma è così.
Poi tornai dopo poco, in una circostanza che non voglio divulgare; lavoravo in un pollaio, con amici italiani, la famiglia Eckert; altra esperienza che mi ha segnato moltissimo.
E appena i miei bambini furono in grado di capire, tornai con loro e con mio Padre.
E poi tornai tante altre volte ancora.
Adesso ci vado una volta all'anno (ma quest'anno ho programmato due viaggi consecutivi), non solo per visitare il paese, ma per incontrare tante persone come si trovano solo là e in pochi altri posti al mondo. E per capire, per comprendere sempre di più come, ahimé, in questa situazione non si può davvero sperare che la pace sia vicina.
Se il mondo volesse capire la mentalità dei popoli e della gente, se i governanti non preferissero stare in pace con la propria coscienza mandando tanti soldi (dei cittadini, non certo loro), forse si potrebbe aprire uno spiraglio di luce. Ma visto come vanno le cose, no, non è possibile vedere una luce in fondo al tunnel. I governanti palestinesi non hanno nessun
interesse personale a cambiare lo status quo; loro stanno troppo bene così. Ed a quale governante islamico è mai interessata la condizione in cui vivevano i suoi concittadini?
Ed Israele, così, pur con il desiderio di pace che hanno tutti i suoi cittadini, è destinato a non conoscerla tanto presto. La situazione è pericolosa; ma è così da sempre. Israele ha sempre trovato (quasi unica tra le nazioni) governanti in grado di risolvere i suoi enormi problemi. Durerà? C'è da augurarselo, almeno guardando alla realtà del paese. Un paese in cui, grazie al livello scolastico, il numero di brevetti e di innovazioni, e il livello culturale è da primato. Anche la politica non può che trarre dei giovamenti da questa situazione. Auguriamoci che così continui, senza catastrofi cioè, fino al giorno in cui i suoi nemici (ed i suoi amici poco
sinceri) comprenderanno quello che è nell'interesse di tutti.

Vorrei parlare ora dell'ebraismo. Che cos'è per te l'ebraismo? Che cosa significa per te essere ebreo? Quale ruolo e quale peso ha l'ebraismo nella tua vita?
Vorrei rispondere con parole tratte da: "POURQUOI JE SUIS JUIF" di
Edmond Fleg [qui il testo originale, ndb].

Io sono ebreo
perché sono nato
non solo nel popolo di Israele, ma in
Israele, (che poi ho lasciato subito, quando ero ancora piccolissimo);
ma voglio che viva dopo di me,
più vivo ancora di quanto non sia dentro di me.
Sono ebreo
perché la fede per il popolo di Israele non richiede nessuna abdicazione.
Sono ebreo
perché per il popolo di Israele sono pronto a tutto.
Sono ebreo
perché in ogni luogo dove vi sono sofferenze,
vi è un ebreo che piange.
Sono ebreo
perché sempre quando vi sia la disperazione, l'ebreo spera.
Sono ebreo
perché la parola di Israele è la più antica e la più nuova.
Sono ebreo
perchè, per il popolo di Israele, il mondo non è compiuto, ma sono gli uomini che lo fanno.
Sono ebreo
perché, al di sopra delle nazioni e di Israele,
il popolo di Israele mette l'Uomo e la sua unità.

E vorrei aggiungere che sono ebreo, come tanti, pur in un totale agnosticismo, senza seguire i 613 precetti, senza pregare in sinagoga. Ma non mangio cibi proibiti: è forse un controsenso? Certo che lo è, ma per me non lo è. È il mio modo di essere ebreo, come ho imparato ad esserlo da mio Padre che a sua volta lo aveva imparato dai suoi genitori. Sono ebreo perché credo nei valori della famiglia che stanno alla base del mio mondo.

A partire dall'inizio del 1994 (immeditamente dopo la firma degli accordi di Oslo: sarà un caso?) si è scatenata in tutto il mondo un'ondata di antisemitismo come non si era più visto dalla fine della guerra, con aggressioni fisiche ad ebrei, devastazioni di sinagoghe e cimiteri e violentissime campagne di stampa. Alcuni parlano di "nuovo antisemitismo". Qual è la tua opinione in proposito: è sempre lo stesso antisemitismo che, dopo un periodo di latenza è tornato ad alzare la testa o è un fenomeno nuovo con caratteristiche proprie, diverse dal precedente?
L’antisemitismo dura da almeno 2000 anni e si è sempre rinnovato nelle sue forme pur restando sempre identico a se stesso, nella sua malvagità.
Nel 1993, vorrei ricordare, non si firmano solo gli accordi di Oslo, ma si aprono anche i rapporti diplomatici tra Israele e il Vaticano.
Questi due episodi sono strettamente legati; non a caso il papa si incontra con Arafat prima di compiere il grande passo, sempre rifiutato, fino ad allora, dal GOVERNO DELLA CHIESA.
Ed ecco che ora si capisce lo stretto collegamento che vi è tra fatti apparentemente slegati, e le conseguenze che ne derivarono.
Arafat era un grande maestro nell’arte di far finta di accettare l’idea dei due stati, salvo poi trovare il modo di scatenare i suoi uomini contro gli ebrei per bloccare tutto; nella sua azione, e nella reazione israeliana trovava il successo che cercava: la non accettazione di Israele, e quindi l’uccisione degli ebrei (non dimentichiamo che suo zio, il Gran Muftì di Gerusalemme, fu grande alleato di Hitler fino alla fine del regime nazista, e ne continuò gli ideali nell’Egitto del dopo guerra; e l’OLP non ha mai modificato il suo statuto originale, nonostante gli impegni firmati). [Qui il testo integrale della Costituzione di al-Fatah, ndb]
Arafat scatena poco per volta i suoi alleati contro Israele; tra questi vi sono certamente i classici nemici degli ebrei, quei movimenti cioè di estrema destra mai scomparsi nel vecchio continente. Ma vi sono anche i simpatizzanti di una sinistra più o meno estrema che, pur orfani del comunismo, sono rimasti fedeli a certi principi che durano fin dall’epoca di Stalin. E vi sono, ovviamente, le masse di fedeli dell’islam non necessariamente fondamentalista, ma certo facile preda di predicatori senza scrupoli.
Parallelamente nella Chiesa, che oramai ha riconosciuto lo Stato di Israele, rimangono forti presenze di uomini che mantengono intatti gli ideali più violentemente antigiudaici. Proprio nei giorni scorsi ne abbiamo avuto la riprova con le dichiarazioni di “autorevoli” rappresentanti della Chiesa.
E così diventa semplice, per chi continua a rifiutare l’ebreo come cittadino uguale a tutti gli altri, trovare persone pronte a scatenarsi con atti che non sono spariti né con l’illuminismo, né con l’apertura dei ghetti, né con la fine della seconda guerra mondiale. Il male è sempre presente, anche quando la malattia sembra essere debellata, ed alla prima occasione si scatena in forme nuove, ma che ricalcano quelle vecchie.
Il Presidente Napolitano lo ha detto benissimo; l’antisemitismo e l’antisionismo sono sintomi di una stessa malattia; ieri gli ebrei, come oggi gli israeliani (e, di conseguenza, anche gli ebrei) sono accusati di rubare il sangue o gli organi dei goim, di controllare le finanze del mondo intero, di voler dominare il mondo. Che cosa vi è di nuovo negli ultimi tempi?

Ti è accaduto di viverlo, l'antisemitismo, sulla tua pelle?
Devo riconoscere che non ho dovuto soffrire troppo sovente per atti o parole antisemite. Tuttavia...
Quando ero bambino avevo un grande amico, Gianni, che giocava a pallacanestro dai salesiani, proprio dietro casa mia. Un giorno mi presentai al cancello per vedere una partita che mi era stata annunciata di grande interesse. Ma un sacerdote mi ha bloccato sulla porta dicendomi testualmente: tu sei ebreo, non puoi entrare.
Mi ha colpito molto, quella frase, e mai osai riferirla a mio Padre, forse temendo chissà quale sua reazione. Oggi mi chiedo anche come facesse a sapere che ero ebreo, visto che non ho neanche il naso adunco, e la stella gialla non era più di moda.
Detta a un bambino una frase di quel genere rimane impressa nella mente per tutta la vita, e questo mi fa pensare a come dovevano vivere i giovani che subirono nella loro vita situazioni ben più tragiche, e ripetute in drammatiche sequenze.
Non mi ritrovai in seguito in simili condizioni per lungo tempo, fino al momento del servizio militare, quando un mio compagno uscì con un'altra frase tipica dell'antisemitismo; ma oramai sapevo come difendermi.
Oggi è diverso: non sono attaccato come ebreo, ma come filo-israeliano; spesso capisco che alla base è la stessa cosa (spesso, non sempre); ma credo di sapere argomentare contro qualsiasi attacco.

Io le domande le avrei terminate, quindi, come si fa a scuola, per la conclusione ti assegno un "tema libero": c'è qualcosa che avresti sempre voluto dire - in qualunque campo e su qualunque argomento - e non ne hai mai avuto l'occasione perché nessuno te lo ha mai chiesto?
Ma perché dobbiamo sempre fare attenzione a quello che è politicamente corretto? Ma perché dobbiamo sempre fare attenzione a che cosa succede se... Ma non ci renderemo mai conto che è sempre meglio dire le cose che vanno dette, perché altrimenti i problemi non si risolvono da soli? E poi, quando impareremo a sceglierci i compagni di strada? Quello sbagliato, prima o poi, ci porta alla rovina, sempre. Io sono fatto così, e sarà anche per questa ragione che pochi mi sopportano. Ma non me ne importa niente. Ora anche voi sapete un poco come sono fatto. Se vi va, bene, altrimenti, alla mia età, non cambio più.

Un sentito grazie ad Emanuel, che ha voluto dedicare a me e al mio blog tanto del suo scarso e preziosissimo tempo, e un grosso augurio per tutte le sue attività in favore della pace, in favore della verità, in favore di Israele.

barbara


14 maggio 2010

LE RELIGIONI SONO TUTTE UGUALI?

La forza delle donne

A commento della parashà di questo Sabato, inzio del libro dei Numeri, che parla di un censimento di soli uomini abili alla guerra, una citazione da Rav Jonathan Sacks: "Quando vuoi conoscere la forza di un esercito, come all'inizio del libro di Bemdibar, conta gli uomini. Ma quando vuoi conoscere la forza di una civilizzazione, guarda le donne. Perché è la loro intelligenza emozionale che difende la dimensione personale da quella politica, il potere della relazione dalla relazione di potere".

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma


Fatwa del 1979

“Le donne membri e sostenitori dei Mojahedin, (il maggior gruppo di opposizione ai mullah), possono essere uccise, torturate, violentate e le loro proprietà confiscate”.

Ruhollah Khomeini

barbara


23 aprile 2010

HO TROVATO UN GEMELLO AL TIZIO DELLA SERA

I miei archivi hanno decine di cassetti ordinatissimi. E poi hanno alcuni sgabuzzini in cui il caos regna sovrano. Perché le cose che mi arrivano sono talmente tante che non sempre ho il tempo di leggerle. E così le metto negli sgabuzzini e lì rimangono a volte per giorni, a volte per settimane, a volte per mesi. A volte per anni. Ma prima o poi riemergono. Così è accaduto che questa notte ho ripescato fuori questo stupendo articolo di un po’ più di un anno fa, che si sposa meravigliosamente con il testo del Tizio della Sera che ho postato ieri. Ecco, leggetelo, apprezzatelo, godetelo e meditateci su.

Dagli anni ‘50 a Williamson, le mie otto vite ebraiche piene di crateri

Alessandro Schwed


Nei giorni di Gaza, la voce del tg insegue. La cifra dei morti è un tassametro televisivo. La guerra in Iraq era in diretta, quella di Gaza al microscopio. La gente dice: "Proprio voi, che siete scampati alle camere a gas", a proposito, ma sono esistite o no? Bisogna che si mettano d'accordo. Se gli ebrei, questo Cristo collettivo, non sono stati crocifissi a milioni e le loro ceneri sparse per tutti i cieli, chi è il Dio a cui si riferisce don Williamson: Pinocchio? Questo penso, nella traballante vita, dove ogni giorno è una panzana, e la panzana uno sputo in faccia. Sommersi da Gaza, da Williamson, dalla negazione della Shoah, da quella di Israele, dalla negazione del diritto di essere nazione che opera scelte, dal fatto che la scena su cui si sono accese le luci della riabilitazione lefevriana sia stata quella dei giorni della Memoria; e sommersi dall'accusa successiva di ossessionare il Papa per allontanare il vescovo negazionista, alla fine si vede chi sia il popolo ebraico: una minoranza lillipuziana.
Se avete una parabola, controllate la statura televisiva dei popoli: guardate se tra i network in lingua inglese, tedesca, araba, spagnola, cinese che coprono il pianeta di notizie, ci sia una tv satellitare in lingua ebraica. No. Ci sono semmai tv che appaiono americane e non lo sono: hanno il semicerchio del tavolo, le breaking news, due speaker. Sorridono. Lui giacca, lei tailleur. Dicono yes. In onda c'è Gaza e non si vede un'arma di Hamas. Sotto c'è scritto Al Jazeera. A onor del vero, se uno guarda la Cnn, la Bbc, è la stessa: bambini morti, carri armati israeliani. Come se a Gaza ci fosse una sola telecamera e le immagini fossero le stesse per tutti - ed è così. La notizia della guerra spropositata corre in discesa da un continente all'altro e quando atterra in Europa la guerra è ebraica. Poi la tv è cannibale. Ha bisogno di bambini. Hamas li offre ai buongustai europei su un piatto d'argento. L'atomica segreta di Hamas è stata realizzata da anni nei laboratori della condiscendenza mediatica. E dopo aver impattato le esternazioni negazioniste di Williamson, mi domando in che sindrome abitiamo: se in un orrendo revival; se in una nuova epoca antisemita che infiltra la Storia; se farò in tempo a vivere una vita normale.

La prima inizia a Firenze

Mi domando come io abbia potuto vivere così tante vite ebraiche. La prima inizia negli anni Cinquanta. A Firenze, la comunità scampata alla guerra è avvolta nel silenzio. Gli ebrei parlano unicamente tra loro; o tra sé, nel senso che la persona ebraica si è abituata a parlare a se stessa. Più di uno è talora senza senno, un alieno (quando ho "visto" mio padre, camminava per la casa avanti e indietro e pensava a voce alta). In quegli anni, ci sono ebrei che parlano a persone che non esistono più. C'è una donna polacca, è stata a Dachau. Ha dieci lauree, tutte con 110. Viene al Tempio e spinge una carrozzina con un bambino. Chiacchiera con il bambino, è un bambolotto, simulacro del figlio. Sì, la comunità ha vergogna di stare con gli altri. Il mondo sa che abbiamo avuto la peste e che adesso ce l'ha anche chi non c'era. Gli incontri tra noi e loro sono brevi. Poi loro si girano e tornano nei propri giorni.

La seconda vita ebraica è quella dal '59. La Pira passa tra i banchi di scuola, carezza le teste. Io penso: "Non morirò di nuovo".

La terza vita: 1966. Una mattina al liceo mi tirano monetine.

La quarta vita: 1968. Corro tra le file della sinistra, tutto bene: basta non dire "Israele". La mia vera bocca è chiusa come se non ci fosse. Sto con gli altri, siamo uguali. Ma a un concerto rock, un ragazzo con i capelli lunghi dice: "Hai visto che fanno i tuoi amici in Palestina?". Lo guardo stupito: ma come, non abbiamo gli stessi capelli lunghi?

Quinta vita ebraica. Wojtyla entra nella sinagoga di Roma. Prega con gli Ebrei e con il Rabbino Toaff. Una lunghissima pausa di distensione.

La sesta vita scatta a Milano, il 25 aprile 2006. Vengono bruciate bandiere con la stella di David, i partigiani ebrei superstiti sono coperti di sputi. "Nazisti, fascisti". Dentro, qualcosa si spezza. Durante la guerra in Libano, il titolare della Farnesina si accompagna per il corso di Beirut a un notabile Hezbollah. Hamas governa Gaza e nel giro di un'estate da milizia terrorista diventa forza democratica con cui dialogare.

Settima vita, i crateri. Con un sensibile distacco dal pontificato precedente, Benedetto XVI ripristina la preghiera di Pasqua per la conversione degli ebrei. Durante la guerra nella Striscia, un vescovo italiano dice che Gaza è un campo di concentramento. In curiosa coincidenza con i giorni della Memoria, i lefrevriani sono reintegrati nella chiesa ed esordisce la pastorale negazionista di Williamson.

La settima vita è stata piena come tutte le altre sei messe insieme. Posso morire e passare all'ottava: la massa mediatica che nella vita di ieri ha dato del nazista allo stato di Israele insorge contro Williamson e la chiesa che lo ha accolto senza riserve sostenendo che le sue sono opinioni e non hanno parte nel deposito della Fede. Se nel XXI secolo c'è una cospirazione, non è ebraica, ma nei confronti degli Ebrei; perché come l'acqua sta nei fiumi, vi scorre, ed è sempre stato così, allo stesso modo l'antisemitismo scorre placido e micidiale nel cuore d'occidente. Vorremmo sapere come sia possibile schiaffeggiare ed abbracciare gli ebrei a giorni alterni, a meno che non soggiaccia ancora l'idea profonda, e in effetti soggiace, che gli ebrei sono a disposizione.

La verità è che l'antisemitismo è la cocaina del mondo. Che nei giorni della guerra l'informazione non è di destra o di sinistra, ma un tornado antisemita. E mentre gli ebrei sono oggetto di slogan marxisti-jihadisti, così come di recrudescenze neofasciste, i collettivi universitari propongono di boicottare le istituzioni scientifiche di Israele e Storace di non finanziare il Museo della Shoah; mentre appunto si vede muro anti-israeliano dei media - spunta un nuovo personaggio comico: don Williamson, il veterinario delle anime ariane, la cui bocca ha attualmente l'onere di essere la toilette dell'universo. Immerso nella mia nuovissima ottava vita, mi chiedo come possa apparire soddisfacente la presa di distanza della chiesa verso questo anti-Cristo.

La chiesa dice: quelle di W. sono opinioni. Infatti. Ci sono opinioni che sono bestemmie contro lo Spirito. Basterebbe chinarsi su Williamson ed esaminare quale dissidio è nato appena è rientrato nella Chiesa e ha cominciato a parlare. Ciò mi ricorda il passo del Vangelo in cui Giuda si alza da tavola per andare a denunciare Gesù. II testo dice: "E subito satana entrò in lui". Arduo non pensare che tale vicenda, un vescovo rientra nella Chiesa e come prima cosa nega la Shoah nei giorni della Memoria, non finisca col fare entrare satana nella Chiesa: legittimare consensi atroci, le svastiche sulle saracinesche ebraiche, i boicottaggi, gli squadrismi, e offrire altra terra alla pulsione iraniana di distruggere l'ebraismo vivente. Poi la giostra dell'ottava vita si è messa a correre. Il network democratico che ha accusato Israele di genocidio, sdeng, è schizzato fuori dal suo cubo come un clown a molla. Ora rivendica la memoria della Shoah. I persecutori di ieri, stamattina sono amici, e stasera chissà, in un'infinita galleria di specchi.

E' questa la cantilena che dovremo sentire nei prossimi anni? Siete razza guerriera, no siete vittime universali, deicidi il venerdì e Fratelli Maggiori il sabato; iperbole e dura cervice, declassamento ed elevazione. Sarà bene dimenticare i violinisti che volano sui tetti, i saggi che sentano i cinque livelli della Torah. Il terrorismo e la democrazia anestetica ci impongono come pelle una materia elastica sino a perdere la forma originale e passare senza sosta da segmento a punto, e a segmento e a punto.

Non più Uomini d'Aria, Ma di gomma.

Alessandro Schwed - Il Foglio 4/2/2009

Ve lo lascio così. Non aggiungo niente perché niente vi è da aggiungere: è perfetto, non una parola di troppo, non una parola di meno.

barbara


22 aprile 2010

LA CONVERSAZIONE

L'altro giorno tiro su un autostoppista. Era fermo nella notte al crocevia deserto di una città italiana. Aveva il sacco a pelo, i jeans, i capelli raccolti in una crocchia alta e la barba brizzolata. Sembrava un maturo samurai in viaggio in Occidente. Mi vede che torno indietro a prenderlo, sorride. Sale in macchina, ha la voce educata, quasi musicale. Deve essere sui quarantacinque, quarantasei anni. Ha passato la vita traversando da solo l'oceano, anzi, gli oceani, su una sua piccola barca che ora è ancorata al largo della costa colombiana. E' un uomo che ha vissuto da solo, che può stare in silenzio per mesi, che sa navigare, riparare una falla, costruire un comodino, una casa, uno che non si vanta, ma dice quello che ha fatto. Se ora mi parla è perché ne ha voglia. La sua vita è del tutto diversa. E che fai tu? mi domanda a un certo punto, io faccio questo e quello, gli dico, gli dico che sono ebreo e lui mi dice che poco tempo fa ha visto "Il violinista sul tetto" e che era molto divertente. Curioso impatto. Come se in treno conoscessi un cinese e per fare una conversazione distesa gli dicessi che una settimana fa ho visto delle statue di terracotta. Come per la fatale china di qualcosa che rassomiglia a un imbuto, mi dice scuro in volto che però in Israele non va. Gli spiego quello che spiego a tutti da quando sono nato, lui mi dice certo, naturale, poi parliamo subito d'altro. Dopo un po' scende di macchina. E' arrivato. Adesso lui arriverà a casa, e penserà ai casi suoi. Mi ha detto che deve riparare il tetto, e che l'attuale compagna sta litigando con la sua ex moglie. Gli stringo la mano con affetto, vorrei che mi volesse bene, che ci volesse bene, che capisse. Lui si lascia stringere la mano. Capisco che alla conversazione su Israele non penserà più. Io sono ancora in macchina e ci penso, torno a casa, oltrepasso incroci e ci penso, arrivo, vado a letto, e ci penso, mi sveglio la mattina dopo e ci penso, passa una settimana e ve ne parlo. Per gli Ebrei, lo Stato di Israele non è un argomento di conversazione, e non è un argomento di conversazione neanche Il violinista sul tetto. Ogni volta si tratta di vivere o morire.

Il Tizio della Sera



E poiché sta scritto “E tu sceglierai la vita”, io scelgo la vita. Io scelgo Israele (mentre “loro” scelgono la morte …).

barbara


2 dicembre 2009

GAD LERNER E SUO PADRE

Me l'ero sentita ripetere tante volte, quella lamentela, fin dall'adolescenza. Sempre con le stesse identiche parole, e con un accento inconfondibile che suo­nava straniero perfino a me, rivelatore delle sue origini complicate. "Te credi essere tanto sapientone, yaani, ma lasci mettono piedi su testa, furbi di tuoi ami­ci si approfittano ma io più intelligente, iiio so, neanche puoi immaginare quali persone importanti danno retta a tuo padre, io contatto di grandi personalità e tu carne di mia carne non dai retta. Ach, quei disonesti che montano te, loro san­no bene gli affari che mi hanno rubato altrimenti sarei gran signore come i Stern, i Shammah, i Safra..."
quel­la tiritera farcita (sic! E meno male che lui invece l’italiano lo sa …) di improperi gutturali yiddish o aspirati in arabo.
L'incedere degli anni, appesantiti da dif­
ficoltà economiche e malattie, ha atte­nuato la sua acrimonia dirottandone le energie residue in un'ostinata, singolare ricerca di status.
Incuriosiva soprattutto i provinciali, quella sua verve di narratore esotico.
Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobatica­mente nella più totale inconsapevolezza.
Tuttora la sua conversazione tortuosa rie­
sce a stregare l'interlocutore nonostante, anzi, direi per merito anche degli strafal­cioni linguistici di cui è costellata. Mostra di saperla lunga su ogni argomento, sfog­gia credenziali altisonanti, dichiara di aver viaggiato in ogni dove. Una vita di succes­si che è l'esatto contrario di quella sfortu­nata che ha vissuto. Un tragitto dissemina­to di buche, il suo, come testimonia l'elo­quio maldestro tipico delle persone cresciute senza una lingua madre. Chi invidia questa specie particolare di poliglotti per il numero di lingue con cui sono in grado di arrangiarsi, sottovaluta quale vuoto con­cettuale e sentimentale provochi dentro di loro il pensare, il sognare, l'emozionarsi senza possederne davvero neppure una. Parlare tante lingue, ma tutte male perché la tua non esiste. Assaporò la dolcezza del Libano, il paese di latte e di miele, senza concludere gli studi all'Università Saint-Joseph di Beirut.
Alla ra­pida intesa tra Joseph Taragan ed Elias Lerner credo abbia giovato, in mancanza di un sensale professionista di matrimoni combinati, la comune appartenenza dei capifamiglia alla massoneria. Magari fosse stato in grado di approfittarne Moshé, pure lui iscritto alla Loggia! Neppure la tanto decantata influenza massonica riuscì a sostenerlo. (Estratti dal primo capitolo del suo ultimo libro, pubblicato su Shalom)

Ora, io capisco – oh se lo capisco – che si possa odiare un padre. Ma che dire di questo livore, che dire della meschinità di questi attacchi sotto la cintura, che dire di questo astio da acidità di stomaco? Che dire di questo irriverente sbeffeggiare un uomo ormai sull’orlo della tomba? Che dire di quest’opera di demolizione di una persona e di una personalità che arriva addirittura a investire anche i suoi interlocutori (se lo trovi interessante, allora sei un povero provincialotto)? E che dire di questo attaccare un uomo non per quello che ha fatto, non per le sue scelte, non per i suoi comportamenti, ma unicamente per ciò che è, ossia un ebreo mille volte dagli eventi sradicato e, a causa di tali sradicamenti, portatore di mille lacune, linguistiche e culturali? Non è, tutto questo, la caratteristica più peculiare del perfetto antisemita? Non parlerei però, in questo caso, del classico “ebreo che odia se stesso”, perché il Nostro in realtà è convinto di non essere affatto un ebreo come tutti gli altri, oh no: lui è un ebreo speciale, lui è il perfetto prototipo dell’ebreo buono mentre gli altri, ahiahiahiloro, sono ebrei cattivi. Talmente ebreo buono che quando Lapo Elkann ha dichiarato di volersi convertire, il Nostro si è sentito in diritto – o dovrei forse dire in dovere? – di dedicargli una lettera aperta in cui dispensargli a piene mani – lui! – consigli di ebreitudine. Usando, tra l’altro, l’abominevole espressione di taglietto per riferirsi alla circoncisione, termine che mai, in tutta la mia vita, avevo sentito usare da un ebreo. E arrivando, per concludere in gloria, a parlare del pisello di Lapo. Ora, non è che non si possa parlare di genitali, per carità, certo che se ne può parlare, ma non dei propri o di quelli dell’interlocutore! A meno che l’interlocutore non sia il proprio amante. E io, sinceramente, non so mica se Lapo avrebbe abbastanza stomaco da prendersi Gad Lerner come amante.

(Qui una recensione che, a differenza del ridicolo incensamento messo in atto da Shalom, inquadra in maniera oggettiva il personaggio e il libro)

barbara


12 novembre 2009

L’EBREO ISRAEL, L’EBREA NIRENSTEIN

Era stato in un blog notoriamente antisemita che era uscita quella brutta storiaccia in cui era stato additato come “puparo” delle decisioni del ministero della Pubblica Istruzione “l’ebreo Giorgio Israel”. E che un antisemita dica cose antisemite è indubbiamente cosa che può provocare preoccupazione, indignazione, rabbia, sdegno, ma non certo stupore. Ma che dire quando nelle pagine del primo quotidiano italiano un Maurizio Caprara, nel riferirci le reazioni alla candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri nella Ue, ritiene di dover scrivere Fiamma Nirenstein, deputata del «Popolo della libertà» di religione ebraica? Che dire quando lo stesso Giornalista una riga più in là nel riferire sulla posizione, identica a quella di Fiamma Nirenstein, di Margherita Boniver, evidentemente non ebrea, non ritiene necessario precisarne l’appartenenza?
A quando un bel Manifesto in cui finalmente ci si decida a prendere atto, con tutti i crismi della Scienza, che le razze esistono e che fra esse ve ne sono di superiori e di inferiori? A quando un bel Manifesto che permetta anche a noi, che pure poc’anzi non esitavamo a proclamare che Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltr’Alpe, fatte da gente che ignorava la scrittura quando Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto (Bari, 6 settembre 1933), di dichiararci francamente razzisti?

(Nel frattempo, in mancanza di meglio, cerchiamo almeno di imitare la saggia Norvegia, come ci insegna lui)

barbara


21 settembre 2009

INTERVISTA A UGO VOLLI

Ugo Volli: semiologo, docente, giornalista, scrittore, critico teatrale; ora anche autore delle ormai mitiche "cartoline da Eurabia". Ho dimenticato qualcosa?
Sono anche commendatore della Repubblica, naturalmente, senatore a vita, campione olimpionico dei cento metri e titolare della principale agenzia di reclutamento della marina svizzera in alto Montenegro. E ho molte altre virtù, come dice il poeta.

Bene, mi auguro che fra le virtù che taci per modestia vi sia anche l'appartenenza all'Ordine del Collare dell'Annunziata, in modo da dare ulteriore lustro a questo blog con la pubblicazione di questa tua intervista.
Vogliamo ora parlare dalle cartoline? Come è nata l'idea?
Da una richiesta di Angelo Pezzana di scrivergli qualcosa. E dal libro di Bat Jeor, naturalmente.

A volte, leggendole, leggendo certe frasi, certe espressioni, certe locuzioni, si ha l'impressione di vederti sghignazzare: stai sghignazzando davvero?
No. Francamente non è il mio stile.

Ciononostante riesci (spesso), mentre informi, a far divertire o almeno sorridere, che è virtù - questa sì - davvero rara. Restando in tema: sappiamo che per quante battaglie Israele riesca a vincere sul campo, riesce sempre perdente nella guerra mediatica. Perché, secondo te? Questo enorme svantaggio nel campo dell'informazione a che cosa è imputabile: a errori da parte di Israele o a quali altri fattori?
Far sorridere, o anche semplicemente sorridere è una delle armi migliori di chi è in svantaggio. Lo svantaggio israeliano si spiega solo in piccola parte con errori di comunicazione o incuria comunicativa. In realtà Israele è sempre stato combattuto e discriminato. L'Inghilterra, potenza che aveva ricevuto nel 1920 il mandato di amministrare il territorio che oggi è Israele e Giordania allo scopo di svilupparvi un focolare ebraico, pur nel rispetto delle altre religioni e nazionalità, si schierò progressivamente con gli arabi e durante la guerra del '48 li appoggiò anche militarmente. L'Urss di Stalin appoggio tiepidamente il nuovo stato per qualche anno, poi lo contrastò con crescente ostilità, trascinandosi dietro tutta la sinistra fino a oggi; gli americani assicurarono il loro appoggio soprattutto a partire dalla metà degli anni Cinquanta, ma stando sempre attenti a misurare il loro impegno e a frenare le vittorie israeliane, impedendo più di una volta quella che avrebbe potuto essere la fine della guerra. Il Vaticano non riconobbe Israele fino agli anni Novanta guidando alla diffidenza e all'antipatia i cattolici di tutto il mondo, salvo poi spostarsi su posizioni più equilibrate ma mai davvero filoisraeliane. L'Europa è stata per tutti questi decenni prevalentemente filoaraba e lo è ancora. In questo ambito l'Italia si è distinta a lungo per il suo appoggio al terrorismo palestinese. Del mondo arabo e in genere del Terzo Mondo non vale neanche la pena di parlare.
In sostanza Israele ha dovuto confrontarsi sempre con l'inimicizia di quasi tutti gli stati. È difficile capirne la ragione. Certo, il petrolio arabo e la dinamica demografica del mondo islamico spiegano molto. Ma io mi sono convinto che l'antisemitismo abbia prodotto l'antisionismo anche nel mondo contemporaneo; non viceversa. Israele è l'ebreo delle nazioni e viene perseguitato o almeno discriminato come lo erano i singoli ebrei fino al 1948 (e in molti posti lo sono ancora). Contro Israele, travestito da senso di giustizia o da lotta per la liberazione dei popoli, vi è autentico odio teologico, razzismo vero. Un fatto che è occultato in Europa, soprattutto dalla natura di sinistra, dunque atea e autodefinita progressista di buona parte degli odiatori. E anche dal fatto che fra essi prospera anche in Italia un certo numero di ebrei che trova più comodo salvarsi dall'antipatia generale unendosi agli odiatori di Israele. Questa è la situazione. Nel campo della comunicazione come in quello militare, Israele nasce con uno svantaggio enorme e per fortuna è capace di cavarsela abbastanza bene lo stesso, grazie alla passione, all'intelligenza, alla determinazione dei suoi difensori.

Fermiamoci allora, visto che lo hai evocato nella tua risposta, sul tema dell'ebraismo: che cosa significa per te essere ebreo? In che cosa consiste l'identità ebraica?
È una domanda molto complicata, con un versante oggettivo e uno soggettivo. Rinunciamo a definire qui oggettivamente (secondo la legge ebraica) l'ebraismo per favore. Io sono nato ebreo, ma si tratta di una condizione che ritengo necessario riconquistare continuamente. Sento l'esigenza di lavorare ogni giorno per diventare ciò che sono. E questo lavoro significa assumersi il destino storico del popolo ebraico, averne cura, cercare di difenderlo dai suoi nemici e di sviluppare il suo rapporto dialettico col nostro tempo.

Un elemento fondamentale dell'ebraismo è la memoria: "zakhor", ricorda, è un comando che ritorna spesso. Come lo interpreti, questo dovere della memoria? Che cosa si deve ricordare, e come si deve ricordare? E che cosa non si deve invece - o non si dovrebbe - ricordare?
Non c'è identità o appartenenza senza memoria. Continuare un'identità significa preservare una memoria. Inevitabilmente il ricordo è selettivo, si tratta di conservare ciò che si considera essenziale. E la prima cosa da ricordare è la propria identità personale e dunque ciò di cui si intende tenere memoria. La fitta trama della vita religiosa, fatta di ricorrenze e coincidenze, serve proprio a questo.

Fra la tua sterminata produzione (quanti libri hai scritto? Riesci ancora a contarli o hai perso il conto?) c'è un lavoro teatrale, purtroppo non disponibile, intitolato "Giobbe si rivolge a Dio", sul tema del male: il male che si abbatte sugli innocenti, il male che si abbatte sui giusti, il male che si abbatte sugli umili: perché? Perché tanta carneficina di bambini e tanta indulgenza per i carnefici? Questa intervista non è certo il luogo adatto per affrontare un tema come quello del male, ma una domanda - in attesa di poter mettere le mani sull'opera - voglio tuttavia portela: potresti dirmi, mentre sto su un piede solo, qual è la risposta che tu nella tua opera dai a questo interrogativo?
Non ho una risposta a questa domanda. A me sembra evidente che la realtà non retribuisce le persone secondo il loro merito e che talvolta la sproporzione assume la dimensione orribile della Shoà o di certe epidemie o terremoti. Come questo si possa conciliare con l'esistenza di una divinità etica e interessata al mondo umano è una questione che ha tormentato tutti da Isaia (55,8: Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri) alla filosofia dalle origini.

Ti ringrazio per questa risposta così umana e, immagino, così sofferta. Vorrei ora tornare per un momento a Israele. Un'accusa che viene abitualmente rivolta ai sostenitori di Israele è quella di essere acritici, di rappresentare un Israele immacolato e perfetto. Potremmo naturalmente controbattere che da "loro" non abbiamo mai sentito una condanna "senza se e senza ma", come recita uno dei loro mantra preferiti, del terrorismo, ma non lo faremo. Potremmo anche far notare che "loro" non criticano la controparte palestinese non solo quando uccidono i civili israeliani, non solo quando uccidono ebrei non israeliani in tutto il mondo, ma neanche quando uccidono i loro stessi fratelli palestinesi di altre fazioni, ma non faremo neanche questo. Quello che ti chiedo, invece, dato che l'accusa che ci viene rivolta è totalmente falsa e infondata, è: quali critiche merita, secondo te, Israele? Quali sono i suoi errori e i suoi torti?
Israele è un paese straordinariamente normale, considerata la sua storia e la cronaca politica che lo riguarda, e soprattutto un paese che desidera molto la sua normalità. Dunque ha un sacco di difetti. Trovo sgradevole il modo in cui gli israeliani guidano, spesso discutibile il rapporto poco rispettoso che instaurano con il paesaggio e il passato; non amo le autostrade urbane e il sistema troppo americano dei trasporti. Eccetera. Poi ci sono delle cose poco normali che non gradisco, come la delega di aspetti importanti del diritto di famiglia al rabbinato e in genere la presa degli ultraortodossi sulla vita pubblica. Ma forse non volevi sentir parlare di questo. Sul piano politico, spesso Israele non sa far valere a sufficienza le sue ragioni. Riesce ad aver più voce la sua rumorosa e velleitaria sinistra intellettuale che la grande corrente maggioritaria dell'opinione pubblica sionista. La necessità di sopravvivere qualche volta impone di badare ai rapporti di forza materiale (cioè militare), senza tenere sufficientemente conto della battaglia che avviene nell'opinione pubblica internazionale. Gli israeliani hanno troppa fiducia nei fatti e restano spesso impreparati davanti alle deformazioni propagandistiche della stampa internazionale, dei governi, delle Ong ecc. Insomma, c'è una certa ingenuità politica, anche della politica più realistica; ma questo forse non è del tutto un difetto.

Sì, invece, volevo sentir parlare anche di quello: delle scelte politiche ma anche di tutto il resto, dell’Israele “quotidiano”. Restando in tema: sulla base della tua approfondita conoscenza della situazione, quali sviluppi prevedi per il prossimo futuro?
Sono molto pessimista. Mi sembra che la presidenza Obama stia applicando la linea suicida di cercare di rabbonire i nemici dando loro quel che vogliono ai danni degli alleati e Israele rischia di essere il primo a trovarsi esposto e scoperto da questa politica. Per fortuna si tratta di un'amministrazione particolarmente incompetente e dilettantesca, assai poco credibile fuori dal mondo fatato delle relazioni pubbliche, che forse non è in grado di realizzare il tradimento che si propone. Israele oggi sembra forte e affidato a una direzione più competente e determinata, più realista e meno abbagliata dalla volontà di compiacere il mondo che nel passato recente. Ma anche in questo caso vi sono dei fattori interni che rendono pessimisti a lungo termine. Per fortuna i gruppi pacifisti interni, benché rumorosi e abili a comunicare con quel collaudato megafono che è Haaretz, non contano quasi più nulla nella politica israeliana. Ma ci sono, ed entrambi in forte crescita demografica, gli arabi israeliani e gli Haredim, perlopiù antisionisti e talvolta francamente nemici dello stato di Israele. E continua una politica rissosa, molto personalista e instabile. Tutti fattori che rendono difficile la gestione di un'emergenza lunga e pericolosissima.

Questo tuo impegno a favore di Israele, e in particolare a favore di un'informazione onesta su Israele, puoi considerarlo una missione?
Non saprei. La parola missione viene da mittere, mandare. Io non sono il messo di nessuno, neppure di me stesso. Ho avuto una biografia politica complessa prima di arrivare al mio impegno attuale. Oggi lo considero piuttosto un dovere, un bisogno collettivo che bisogna soddisfare e cui mi sento abbastanza adatto con la mia storia e la mia preparazione.

Un immenso grazie a Ugo Volli che, pur sommerso dagli infiniti suoi impegni e compiti e ruoli e doveri, ha avuto la bontà di accettare questa intervista ed è riuscito a ritagliarsi il tempo per rispondere alle domande.
Nel congedarmi da lui gli auguro, come d’uso, di poter proseguire il suo meritorio impegno a favore della giusta causa che tutti noi, uomini e donne di buona volontà, sosteniamo con entusiasmo, “fino a centoventi anni” – anche se è sempre viva la speranza che la necessità di tale impegno cessi molto prima. (Poi naturalmente, per completare il quadro, corri subito qui).



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Ugo Volli ebraismo Israele

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 21/9/2009 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (33) | Versione per la stampa


5 settembre 2009

IDENTITÀ IN BILICO

CHI

Io ho un cognome ebreo, ma così ebreo, che quando qualcuno m’incontra per la prima volta per ben che vada mi dice: “Ebreo? Ma certo, lei è ebreo! Uh guardi niente di male eh! Io ho amici ebrei e sono gente del tutto normale!”. Oppure: “Ah! Lei è di religione israeliana! Pensi che anch’io ho un collega israeliano. Lavora con me alle poste. Guardi, è davvero un bravo ragazzo!”. Per onestà debbo dire che molto più spesso mi sento dire: “Ah, ma questo è un cognome importante!”. Il mio no, in generale penso vogliano dire. E fin qui. Il problema principale è che io non sono ebreo. Almeno, per le faccende religiose. Sono cattolico. Di religione cattolica, sono battezzato e ho fatto la prima comunione. Ebreo nell’anima, cattolico di preghiera. Una doppia condizione che mi ha segnato fin dal giorno della mia nascita. E spesso con una certa durezza. Dunque. Prendiamo la questione dell’antisemitismo e dei pregiudizi verso gli ebrei.

Se è ebreo è complice della crocifissione
Quando facevo le elementari e iniziava l’ora di religione il prete mi diceva: “Tu puoi andare in corridoio”. Ma io non voglio andare in corridoio, non posso padre, sono cattolico. Se vado fuori non può darmi il voto sulla pagella. In tutti gli anni di scuola i preti non mi hanno mai interrogato, nemmeno mi chiedevano se sapevo le preghiere. Qualcuno lo faceva per evidente imbarazzo, altri perché davvero sospettosi. “Se questo è ebreo è complice della crocifissione”.

Il toast con il prosciutto
Ho amici e parenti ebrei che non sono da meno. Un pomeriggio di quand’eravamo bambini siamo andati in un bar accompagnati da una delle loro madri. Tutti ordiniamo un toast, io lo prendo con il prosciutto. Loro no. Sottiletta Kraft. Mi hanno guardato con sospetto per settimane. A sette anni vado a scuola di catechismo in una parrocchia dei missionari della Consolata. Preti coraggiosi nel fisico, forti di animo, temprati in anni di campagne d’Africa. Uno di questi, credo più gentilezza, che per una forma di dubbio sul mio essere davvero cattolico, quando raccontava delle antiche tribù d’Israele saltava tutte quelle dove compariva il mio cognome. Per quanto mi riguardava mi sentivo a mio agio solo inginocchiato al confessionale, niente nomi, solo peccati. Alla visita medica da militare il dottore mi fa mettere nudo e vede che a dispetto del nome non sono ebreo: “Ma come? Qui non ci siamo!” Gli spiego chi sono e che mia madre è cattolica. Mi guarda di traverso e dice: “Ah! Ma tu pensa ebrei e cattolici adesso possono sposarsi”.

Il Sessantotto del comunista ebreo
Nei primi anni del liceo finisco in mezzo al Sessantotto. M’iscrivo al Movimento Studentesco. Cortei, scioperi, occupazioni. I fascisti mi rincorrono per menarmi non perché sono comunista, ma perché sono ebreo. “Ti prenderemo!”, mi urlano un giorno mentre un tranviere chiude le porte dell’autobus e mi salva da una randellata. Per parte loro i compagni mi guardano storto, stanno già dalla parte dei palestinesi.

La politica in chiesa
All’inizio degli anni Novanta scoppia il boom dei naziskin. Una sera un manipolo di questi disgraziati viene sotto casa mia e imbratta i muri con le solite svastiche. Ricevo testimonianze di affetto, di solidarietà, di amicizia da decine di persone. Colleghi, ma anche gente che non ricordavo più che esistesse. Sono soltanto due i casi di assenza totale. La comunità ebraica della città in cui abito. E il prete della parrocchia del mio quartiere. Per i primi non sono ebreo, anzi niente è peggio di un ebreo non ebreo. Per il prete sono cattolico, ma forse anche un po’ ebreo. Quando accade Tangentopoli un democristiano che conoscevo mi chiede se ho voglia di scrivere il programma politico per una nuova formazione. Dentro ci sono anche laici, verdi, ex comunisti. Ok, dico. Le riunioni si tengono nei locali di una chiesa. Per arrivare lì, la prima volta che ci troviamo, dobbiamo passare davanti all’altare, tutti i vecchi democristiani camminano svelti, sanno quando fare l’inchino, il segno della croce, io che non ho molta confidenza con la liturgia da parrocchia sono decisamente sbrigativo. Il prete che partecipa alla riunione mi osserva per tutta la sera, poi finito l’incontro mi viene vicino e mi abbraccia: “Guarda, non ti preoccupare. In fin dei conti tu non sei altro che il mio fratello maggiore!”.

Gli antisemiti della scrivania accanto
Un’intera esistenza così, tra antisemitismo strisciante e razzismo, cattiverie e barzellette da galera, occhiate e risate perfide. Pochi anni fa quando mi sono presentato ad un nuovo posto di lavoro il capo mi dice: “Guarda che qui siamo tutti antisemiti”. Erano davvero i peggiori antisemiti che avessi mai incontrato. Che mediocrità a basso prezzo. Ora mi consolo guardando gli extracomunitari. A volte penso che se fossi stato anche negro sarebbe stato peggio. Cattolico, ebreo e pure nero, mi sono perso il meglio.

Questo bellissimo, intenso, sofferto pezzo lo ha scritto lui. Lo avevo letto due anni e mezzo fa, quando lo aveva scritto; mi sono casualmente ritrovata a rileggerlo ora, e sono tornata a commuovermi come la prima volta. Tocca temi importanti, che trascendono la persona che si sta qui descrivendo, e sono temi sui quali faremmo bene a riflettere. Tutti. (Così come – perfettamente in tema - faremmo bene a leggere e rileggere e imparare a memoria la sua cartolina di oggi).

barbara


17 agosto 2009

RICORDIAMO HERBERT PAGANI

a ventun anni dalla sua tragica scomparsa, a soli 44 anni. Ricordiamolo con la sua meravigliosa Arringa per la mia terra che potete anche ascoltare, letta da lui stesso, qui. E ricordiamolo con la toccante Lettera ai fratelli, con la straordinaria Lettera aperta al colonnello Gheddafi, con questa preziosa intervista e con il suo capolavoro La stella d’oro. E già che ci sei vai ad ascoltarti questa cosa da brividi e la sua specialissima versione di Un capretto – cercando di ricordare che è compito di tutti noi fare l’impossibile perché non accada MAI PIÙ.



barbara


27 gennaio 2009

C’ERA UNA VOLTA LA GIORNATA DELLA MEMORIA

C’era una volta la memoria. La memoria di un evento indicibile. La memoria di un evento talmente inimmaginabile che persino chi riusciva a sfuggire e a darne testimonianza, mentre stava accadendo, non veniva creduto. E per non lasciare che la memoria di ciò che la specie umana era riuscita a perpetrare rischiasse di andare perduta, qualcuno ha pensato di istituire una “Giornata della memoria”. Una volta.
Poi … poi è accaduto ciò che spesso accade, quando si ha a che fare con questa tematica. Con l’ebraismo, intendo dire. Con gli ebrei, per la precisione. È successo che qualcuno, da subito, si è sentito disturbato dall’idea che ci si occupasse degli ebrei. Che ci se ne occupasse non per farli fuori, non per accusarli di ogni sorta di nefandezze, non per demonizzarli, bensì per ricordare che dopo millenni di persecuzioni diffuse e generalizzate e punteggiate da un discreto numero di stermini di massa e da un immenso numero di stermini “minori”, si era infine arrivati a programmarne lo sterminio totale, e ad avviare con buoni risultati l’esecuzione del programma. Il primo passo fatto per boicottare la neo-istituita giornata della memoria è stato il tentativo di allargare la commemorazione ad altre vittime. Il secondo, e tuttora in corso, è stato molto più infame, più subdolo, più vigliacco, più ipocrita, più osceno: è stato un totale ribaltamento – di quei ribaltamenti a cui gli antisemiti da lunga data ci hanno abituati – dell’intero panorama. Hanno inventato, gli antisemiti, la storia delle “vittime che si sono fatte carnefici”. Hanno inventato “i nuovi nazisti”. Hanno inventato “l’olocausto del popolo palestinese” – un popolo che in sessant’anni di ininterrotto olocausto, sterminio, genocidio, si è quasi decuplicato, ma chi sta a badare a questi dettagli? E hanno scippato la giornata della memoria: vanno lì, ora, alle manifestazioni commemorative, a spremere la loro brava lacrimuccia. Ci vanno nell’illusione che ciò basti a ingannarci. Ci vanno nell’illusione di ricostruirsi, con ciò, una verginità. Ci vanno per sentirsi poi tranquilli con la propria coscienza quando, dopo avere pianto per gli ebrei morti, latrano come cani rabbiosi quando gli ebrei vivi tentano disperatamente di restare vivi resistendo al rinnovato progetto di sterminio, strepitano come vergini violate quando gli ebrei vivi mostrano di voler davvero tenere fede al “mai più come pecore al macello”. Si ha veramente l’impressione che a costoro piaccia talmente tanto commemorare l’olocausto, da prodigare ogni aiuto e ogni sostegno, materiale e morale, a coloro che stanno progettando e tentando di metterli in condizione di poterne presto commemorare due. Per questo mi auguro di poter dire al più presto possibile “C’era una volta la giornata della memoria”, per non dover più fornire, coi nostri morti e col nostro dolore, un alibi ai peggiori sentimenti che l’animo umano possa albergare: anche in questo campo è davvero arrivato il momento di giurare, solennemente, MAI PIÙ.

barbara


25 agosto 2008

COME SONO BELLI I PASSI …

In lingua ebraica esistono ben undici radici verbali per indicare i diversi movimenti della danza – e da ogni radice poi possono derivare più termini. Questo per dire quale immensa importanza abbia la danza nella cultura ebraica, e la troviamo ripetutamente infatti già nella bibbia. Per chi sia interessato a questo tipo di tematica, questo è il libro adatto, che ci fa percorrere tutta la storia della danza ebraica parallelamente alla storia del popolo ebraico, dalla bibbia fino alla rinascita dello stato di Israele e ai giorni nostri.

Elena Bartolini, Come sono belli i passi …, Ancora



barbara


19 agosto 2008

RACCONTI E STORIELLE DEGLI EBREI

Una causa intentata contro Dio

Questa storia accadde all'epoca in cui vivevamo sotto la benefica guida del grande zaddik, saggio e taumaturgo rebe Elimelekh. In ogni casa il suo nome veniva pronunciato con trepidazione e con amore, in ogni famiglia venivano raccontate su di lui decine di storie straordinarie. Ma la storia più straordinaria tra tutte quelle che la gente raccontava su di lui, trasmettendosele di bocca in bocca, fu quella di quando il Signore Iddio fu citato in giudizio e di come a giudicarlo fu niente di meno che lo stesso rebe Elimelekh.
Ma andiamo con ordine.
Accadde, un tetro giorno di sventura per tutta la nostra gente, che lo zar bandisse una gzeyra con cui ingiungeva di scacciare entro un mese oltre i confini dello stato tutti gli ebrei. L'ordinamento dello zar raggiunse con la velocità del fulmine i più sperduti borghi e villaggi precipitando nel lutto più nero tutte le comunità. Cos'è che han sempre fatto da tempo immemorabile in casi simili gli ebrei? Proclamato un digiuno. E così fecero anche quella volta. A esclusione dei bambini, delle donne incinte e dei malati, tutti si misero a digiunare e a rivolgere al Cielo ardenti preghiere.
Giorno e notte nelle sinagoghe rimanevano aperte le porte dell'Arca con i rotoli della Torah. Rabbini e zaddik, indossati tales e tfiln, senza più conoscere sonno o riposo, leggevano i salmi e le preghiere del lutto. Passavano i giorni, si avvicinava la fatale scadenza, ma nulla induceva a pensare che Dio si fosse lasciato commuovere e avesse revocato l'infausta gzeyra.
Vi era, tuttavia, una sola persona che non era sprofondata nel lutto, che non si affliggeva e non piangeva. Era questi il famoso capo della yeshive di Volozin, il saggio e pio reb Nokhemtze. Fin dal giorno in cui era stata emanata la gzeyra, reb Nokhemtze si era messo a sedere davanti ai libri. Consultato il Shulkhan Orekh e la Khoshen Mishpat, cercò insistentemente nell’Arba Turim, nello Yad Khazaka, nello Zohar e in altri libri risposte agli interrogativi che lo stavano tormentando. In quei terribili giorni sfogliò centinaia, migliaia di pagine ingiallite trovando ogni volta nuove e ulteriori conferme alla straordinaria idea cui il suo pensiero aveva dato forma. Passò così alcuni giorni in un'indefessa tensione di tutte le sue energie mentali. Alla fine reb Nokhemtze, portata a termine la propria fatica, richiuse l'ultimo volume, lasciò la sua casa e si avviò da rebe Elimelekh.
"Rebe!" esclamò reb Nokhemtze comparendo davanti al grande rebe. "Può un signore permettere a qualcuno, chiunque egli sia, di ingerirsi nel destino dei propri servi?"
"No!" rispose reb Elimelekh. "Può farlo solo qualora egli voglia recedere dal proprio diritto di possedere quei servi."
"È così, illustre rebe", continuò reb Nokhemtze. "Questo dice la sacra Torah e questo dicono i nostri saggi e quanti insegnano la legge. Io sono venuto qui da te in quanto latore di una querela contro questo signore e perché esigo che le sue azioni vengano giudicate. Come ha potuto consentire Iddio che uno zar di questo mondo abbia per proprio capriccio scacciato dalle consuete residenze un intero popolo, e lo abbia così condannato a subire calamità e sofferenze?"
"Ma cos'è che vorresti, figlio mio?" chiese rebe Elimelekh.
"Io voglio citare in giudizio il Signore Iddio! Che lo si convochi davanti al Tribunale delle Sue stesse Leggi! "
"Ravvediti, figlio mio!" replicò tristemente rebe Elimelekh. "Come possiamo noi, creature di questa terra, costringere a una risposta il Creatore del Mondo?"
"Eccome se lo possiamo, se Egli provoca ingiustizia!"
"Ma non sarebbe allora più ragionevole giudicare lo zar di questo mondo?" osservò rebe Elimelekh.
"Lo zar di questo mondo? Perché mai giudicarlo se egli altro non è se non uno strumento nelle mani di Dio, uno strumento della Sua volontà? " si ostinò reb Nokhemtze.
Al che rebe Elimelekh sprofondò in dolorosi pensieri. A lungo durarono queste sue elucubrazioni, mentre il pio reb Nokhemtze se ne stava accanto a lui in sottomessa attesa della sua decisione. Alla fine rebe Elimelekh alzò la testa e disse:
"La tua intenzione di citare davanti al Din Toyre il Signore Iddio in persona è audace, se non arrogante, ma in considerazione del fatto che tale atto è stato sollecitato non da egoismo o da ambizione, bensì da grande amore per il popolo e da compassione per le sue sofferenze e per le calamità cui è fatto oggetto, tenendo conto del tuo altruismo e del tuo disprezzo per il pericolo cui stai sottomettendo la tua vita e la tua anima, io, umile servo di Dio, posso anche dichiararmi pronto ad azzardarmi a citare Dio in giudizio ma solo se, in qualità di giudice, io sia affiancato da un collegio formato da giudici che non consentiranno alla decisione del tribunale di deviare dalla verità."
A questo punto, in attesa degli eventi futuri, il querelante se ne ritornò a casa. Quella stessa notte arrivarono casualmente (oppure tutt'altro che casualmente) da rebe Elimelekh il famoso zaddik di Ljady rebe Shneur-Zalman, che era considerato il massimo talmudista del suo tempo, e il grande Dov-Ber di Mezhrich, sopranno¬minato il Magid di Mezhrich.
Rebe Elimelekh raccontò loro dell'audace azione legale intentata da reb Nokhemtze e propose loro di unirsi a lui per ascoltare le controparti: reb Nokhemtze in qualità di querelante e Dio in qualità di querelato, e di pervenire alla decisione se siano, o meno, improntate a giustizia le azioni di Dio.
I due grandi uomini diventarono bianchi come due sudari. Furono sconvolti dall'idea sacrilega di citare Dio in giudizio.
"Chi siamo e cosa siamo noi per giudicare se siano improntate, o meno, a giustizia le azioni del Creatore?" proferì tremante rebe Shneur-Zalman.
"La Torah non è forse opera Sua? Egli è quindi la personificazione della giustizia", aggiunse il Magid di Mezhrich.
Ma il sommo rebe Elimelekh si dichiarò in disaccordo con loro:
"Fin da quando il Signore ci ha dato la Sua Torah essa appartiene a noi e non a Dio, e noi non solo abbiamo il diritto, bensì il dovere, di commisurare sulle sue leggi tutto ciò che viene compiuto nel mondo, abbiamo il dovere di smascherare tutti coloro che agiscono contro la Torah, senza guardare in faccia nessuno. Mi avete sentito?" ripeté rebe Elimelekh, e la sua voce risuonò come rame. "Senza guardare in faccia nessuno! "
Gli illustri uomini udendo le parole di rebe Elimelekh si riscossero, quindi rialzato orgogliosamente il capo, dissero:
"Noi siamo pronti. In nome della giustizia imposta a noi uomini, noi siamo pronti a esprimere un giudizio circa la giustizia delle azioni dell'Altissimo."
Il giorno seguente il sommo tribunale cominciò a riunirsi. Il tavolo per il collegio giudicante fu ricoperto da un parokhes, vi furono collocate sopra delle candele accese e decine di volumi grossi. Attorno al tavolo presero poto i tre grandi uomini. Ognuno di essi aveva indossato tales e tfiln.
"È qui presente il querelante che ha intentato un'azione legale contro l'Altissimo?" chiese il presidente del tribunale rebe Elimelekh. "Sì!" si alzò dal proprio posto reb Nokhemtze. "È qui presente il querelato ed è Egli pronto a rispondere davanti a un tribunale composto di uomini, ed è Egli disposto a impegnarsi ad adempiere a quanto sarà deciso da questo tribunale?" chiese ancora il moderatore.
Per un minuto si fece silenzio, un silenzio di tomba. Si poteva addirittura udire il battito cardiaco di quegli uomini che avevano avuto l'ardire di sollecitare Dio a dare loro una risposta.
Infine, proveniente da chissà dove, si udì la voce flebile della Shkhine pronunciare in maniera assai percettibile:
"Sì, sono qui."
Il processo ebbe inizio.
"Querelante! Su cosa si basa la querela contro Dio, e cos'è che vuoi?" Reb Nokhemtze così cominciò:
"Io accuso Dio di ingiustizia. Servendosi di uno zar di questo mondo Egli ha condannato a sofferenze inenarrabili un intero popolo, tra cui centinaia di migliaia di persone di nulla colpevoli: donne e bambini. Egli ha fatto cadere la propria vendetta non solo su chi ha delle colpe, non solo sui peccatori, ma anche sui giusti, in evidente infrazione alle leggi della Torah. Io accuso quindi Dio di spergiuro: Egli ha assicurato la propria benevolenza al popolo eletto, ma in realtà lo ha scelto per imporgli una calamità che ci coinvolge singolarmente tutti. Io accuso Dio di istigazione degli uomini al male: pur ingiungendo loro di amare il prossimo, Egli costringe gli uomini a nutrire odio per il nostro popolo, giacché l'ingiunzione dello zar semina odio nei cuori di tutti i suoi sudditi. "Perciò io, a nome di tutto il popolo, definisco le azioni di Dio una evidente ingiustizia, in contrasto con le leggi consolidate, e fondo la mia accusa in considerazione di quanto esposto nei libri sacri seguenti... ai capitoli seguenti... nonché alle pagine seguenti... Traendo fondamento da tutto ciò, io esigo che la funesta gzeyra sia revocata!"
Reb Nokhemtze tacque. I giudici si consultarono tra loro, quindi rebe Elimelekh disse:
"Querelato! La legge ci impone di ascoltare anche l'altra parte. A te, dunque, la parola. Parla."
Allora una voce proveniente dall'alto pronunciò in maniera chiara e distinta:
"La maggior parte del mio popolo si è impantanata nei peccati. Io sono il Dio della vendetta, e quindi io esercito questa vendetta. Non è dato a un mortale abrogare una Mia volontà."
Ancora una volta si fece silenzio, un pesante, plumbeo silenzio rotto da rebe Elimelekh:
"II tribunale si ritira per pensare e per formulare una decisione."
Tre giorni passarono i giudici a elucubrare, a formulare giudizi, a cercare soluzioni: in base a citazioni, a riferimenti e ad analogie, ad ardenti discussioni e dimostrazioni, pervennero finalmente a un'unica conclusione:
"Si conviene che questa funesta gzeyra, emessa con il consenso di Dio, condanna tutto un popolo, ivi incluse centinaia di migliaia di persone di nulla colpevoli, a sofferenze inaudite; si conviene che questa gzeyra è una feroce violazione della suprema legge dell'amore.
"In considerazione, dunque, di tutte queste cose e accusando Dio di ingiustizia noi, tribunale di uomini, basandoci su leggi divine e umane, esigiamo che questa funestissima gzeyra sia da Dio revocata."
Questa fu il verdetto, lo psak-din del tribunale rabbinico, trascritto dal soyfer su pergamena e autenticata dalle firme dei tre illustri membri del santo tribunale, i rebe Elimelekh, Shneur-Zalman e Dov-Ber, dopodiché il rotolo di pergamena controfirmato fu trionfalmente collocato all'interno dell'Orn koydesh, tra i rotoli della Torah.
Trentasei ore dopo la gzeyra era stata revocata.

Ebraismo è anche questo: rivendicare orgogliosamente il diritto di discutere da pari a pari col padreterno in persona. E poi saper ridere di tutto e di tutti, se stessi compresi, ça va sans dire. Senza però dimenticare una cosa fondamentale: “Che noi ebrei si sappia ridere di noi stessi, non la autorizza a far scadere ogni nostra risata in barzelletta”.
In questo volume sono raccolti centinaia di racconti, leggende, storielle, figli dell’ebraismo orientale: quello che oggi non esiste più, interamente annientato nelle camere a gas e negli eccidi di massa perpetrati nel corso della seconda guerra mondiale. E anche per questo dunque, oltre che per il loro valore intrinseco, abbiamo il dovere di dedicare la nostra attenzione a questa letteratura: per strapparla all’oblio, per impedire che la vittoria del nazismo sul mondo della yiddishkeit sia ancora più totale, per riaccendere quelle voci che sono state spente con un barattolo di Cyclon B.

Racconti e storielle degli ebrei, raccolti da E. S. Rajze, Bompiani



barbara


3 agosto 2008

TUTTI I GIORNI DI TUA VITA

«Papà non vorrà saperne di lui, vero? Mi manderà via come ha fatto con Regina …» singhiozzava Corinna, ed Eliana all’improvviso sentì salire in lei qualcosa che la rendeva più alta, più solida e robusta, ed era come se ogni parte del suo corpo fosse diventata di marmo o di bronzo, pronto a ergersi e incombere al di sopra di tutte le teste.
«La famiglia non è solo papà. Io non gli permetterò mai di cacciarti» disse Eliana scandendo le parole.

Sa scrivere, Lia Levi. Di quella scrittura piana che ti cattura e ti costringe a girare una pagina dietro l’altra fino a quando non giungi all’ultima in questo racconto in cui la Storia si intreccia alle storie – e quando la Storia è quella dell’Italia fascista e le storie sono storie di ebrei, ce ne sono di cose da raccontare. Storie in cui campeggiano splendide figure femminili, forti e coraggiose, capaci di prendere in mano la propria vita e riscattare le tante meschinità in cui altri si crogiolano.

Lia Levi, Tutti i giorni di tua vita, e/o



barbara


8 giugno 2008

SHAVUOT

Hag Shavuot sameach a tutti. E già che ci siete andatevi a guardare anche questo (quando si apre, cliccare la scritta sotto la bandiera e accendere l’audio. E se a qualcuno dovesse andare di traverso, bene: lo considererò come il mio personale contributo alla causa).
                           


barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Shavuot ebraismo Israele

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 8/6/2008 alle 21:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


15 febbraio 2008

HO INCONTRATO L’EBREO ERRANTE

L’idea di parlare di questo libro mi è venuta leggendo il blog dell’amico arciprete, che ultimamente ha dedicato alcuni post alla domanda: come e perché nasce il razzismo e, in particolare, l’antisemitismo. Qualcuno, genialmente (sì, lasciatemelo dire, genialmente, perché raramente si era vista un’idea tanto originale) ha spiegato che l’antisemitismo nasce dal fatto che gli ebrei sono ricchi.
Albert Londres è un giornalista francese. Nei confronti degli ebrei, né simpatia né antipatia particolari: semplicemente osserva e descrive quello che vede, da buon giornalista. Il libro in questione è il resoconto di un viaggio tra di loro, intrapreso nel 1929; quelli che seguono sono alcuni brani che riguardano le sue visite nell’Europa dell’Est. Ogni brano riportato riguarda una località diversa.

Il rabbino non c’era, era partito per la Romania per mendicare. La miseria di questi nidi è tale che, per chiedere l’elemosina, gli affamati devono andare a cento chilometri. Non si mendica sul posto: tutti sarebbero mendicanti. Nessuno ha un soldo più del suo vicino, che non ha niente. È la miseria egualitaria. Vivono di essa come di un’eredità ancestrale […]
Entrammo in una ventina di queste capanne. Ovunque bambini in camicia, lettori di Talmud, donne in lacrime tutte pelle e ossa.

Ci mostravano i tetti bucati, l’interno fangoso, i loro quattro, cinque, sei bambini che tremavano, le prugne secche nella scodella, il nonno avvolto negli stracci che si lamentava sulla stufa, le bambine che non crescono per colpa delle privazioni, gli idioti che ridono sul letame, i più piccini vestiti con una camicia e a piedi nudi sul ghiaccio. Le madri socchiudevano lo scialle per far vedere le mammelle prive di latte e le costole scarnite. L’ebreo di questa casa due volte aveva tentato di scendere in città per guadagnarsi il pane, e due volte era caduto per strada, sfinito. Era muto per la disperazione. L’odore, in queste baracche, era spa-ven-to-so. Non potevo resisterci se non mordendo il fazzoletto con tutte le mie forze. E poi si dice “ricco come Rotschild”!

Il quartiere nuota nell’odore di cipolla e di aringa. Che dico, un’aringa, è un’aringa divisa in sei! I pezzi disposti su un giornale tentano l’affamato proprietario di dieci grosze. I preslés, dei cornetti dorati con l’uovo, cosparsi di semi di papavero, fanno concorrenza ai quadrati d’aringa. […] Costui compra il preslé, gli dà un morso ma si accorge che altri lunghi denti hanno già intaccato il suo bene. Lo posa e ne prende uno intero.
Le strade sono niente: il ghetto di Lvov è negli interni. Abbiamo passato tre giorni a visitarli. Se volessimo rendere conto del nostro lavoro bisognerebbe prendere le vie una per una e, cominciando dall’1, stilare una lista di questo genere:
Via della Sinagoga: n° 1, nove famiglie con cinque-otto bambini urlanti per il freddo e la fame e a marcire sul più fetido letamaio. N° 2: dieci famiglie, come sopra. N° 3, n° 4, dai due lati della strada e fino alla fine, come sopra. Una volta, il primo giorno, sono dovuto uscire precipitosamente da uno di questi canili per calmare la nausea provocata dalla puzza. […]
In via Slonecznej (via del Sole) siamo scesi in una grotta. I miei compagni accendono alcune candele e strisciamo dentro. Nessun suono umano, anche se in questi alloggi sotterranei abitano trentadue persone. Bussiamo a una prima porta. Dove siamo entrati? Sguazziamo nella melma. Una fessura ostruita dalla neve lascia filtrare una luce anemica. Già l’umidità ci avvolge nel suo velo e sentiamo a poco a poco che questo velo ci si appiccica al corpo. Perlustriamo l’antro con le candele. Due bambinetti di tre e quattro anni, mani e piedi fasciati di stracci, con la sola camicia, e i cui capelli da quando hanno avuto la disgrazia di spuntare sulle loro teste di certo non sono mai stati pettinati, stanno in piedi e tremano contro un giaciglio. Ci sembra che il giaciglio si muova. Abbassiamo le candele. C’è una donna. Su che cosa è distesa? Su trucioli fradici? Su paglia da stalla? Tocco, è freddo, appiccicoso. Ciò che ricopre la donna un tempo si chiamava piumino, ora non è che una pappa di piume e di stoffa che trasuda come un muro. […] Se sono a casa di pomeriggio è perché non hanno vestiti per uscire in strada. Uno solo è uscito per tutti, con le scarpe di uno e il caffettano dell’altro. Porterà qualcosa da mangiare? […] Gli ebrei ci fanno vedere la causa dell’odore spaventoso. Le fogne del quartiere passano nella loro abitazione, nell’abitazione di tutti coloro che stanno in questa via.
[…] Ci vorrebbero treni di zloty per abbeverare questa miseria, che li fa diventare idioti, ciechi, gobbi. I bambini marciscono.

1929: sono gli anni in cui il nazismo sta sempre più prendendo piede. Le cui azioni, secondo qualcuno, sono guidate dalla volontà di impadronirsi delle ricchezze degli ebrei. Perché gli ebrei sono ricchi, per l’appunto. Tutte le foto che seguono sono state scattate prima della guerra: ciò che vi si vede, intendo dire, non è la conseguenza di una situazione che ha provocato disagi e impoverimento più o meno a tutti.


Lodz, 1938


Slonim, 1937


Praga, 1937: mensa per i bambini ebrei poveri


Varsavia, 1938: la cena della famiglia di Nat Gutman, che il capofamiglia ha offerto di dividere con il fotografo


Varsavia, 1938: in questo scantinato vivevano 26 famiglie. Al fotografo, che aveva detto di non avere dove dormire, vi è stata offerta ospitalità

barbara (*)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. antisemitismo ebraismo pregiudizi

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 15/2/2008 alle 1:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre        gennaio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA