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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


12 aprile 2011

Giuramento di Ippocrate per i Giornalisti

Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:

  • di esercitare la professione giornalistica avendo sempre a mente sentimenti antiisraeliani e pregiudizi razziali contro gli ebrei;
  • di perseguire come scopi esclusivi della mia attività giornalistica la ricerca della fama, la distorsione dell’informazione, l’inganno dei lettori;
  • di cercare di celare più notizie possibili, in modo da evitare il rischio che il lettore sia portato a giudicare positivamente gli ebrei e il loro paese;
  • di astenermi nella mia attività dai principi etici della solidarietà umana e della umanità, qualora si trattasse di informazioni provenienti dal medio oriente;
  • di accantonare diligenza, obiettività e coscienza quando scriverò sul mondo ebraico;
  • di affidare la mia reputazione alla capacità di occultare la verità e di distorcere la realtà;
  • di evitare di chiamare terroristi coloro che uccidono gli ebrei, o di chiamare vittime i morti israeliani;
  • di sostituire espressioni come “atto terroristico” e “omicidio” con “esplosione” e “incidente” in modo che nessuno possa giudicare obiettivamente l’accaduto in medio oriente;
  • di non dare voce a pensieri in difesa di Israele e degli ebrei;
  • di rimanere fedele all' "accanimento" mediatico e all’occultamento della vera informazione;
  • di non pubblicare fotografie che possano commuovere il lettore portandolo a posizioni favorevoli su Israele;
  • di continuare a celare il mio essere antisemita dietro a giustificazioni di natura politica e territoriale;
  • di usare due pesi e due misure quando Israele subisce attacchi e quando mette in atto una legittima difesa; 
  • di osservare il segreto su tutto ciò che vedo o che ho veduto in Israele e contro gli ebrei, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione giornalistica sul mondo mediatico e l’ancestrale antisemitismo che vi scorre o in ragione del mio stato inteso come colui che crea il giudizio del mondo sull’universo ebraico e la sua terra;
  • Lo giuro.
Gheula Canarutto Nemni

E direi che ci sta molto bene una rispolveratina del nostro video elaborato sugli articoli di Ugo Volli.

barbara


17 settembre 2010

E NON SI DICA CHE FANNO DUE PESI E DUE MISURE

La realtà dei fatti

Dunque, ricapitoliamo.
Se gli israeliani, durante un conflitto aperto, sparano dei proiettili illuminanti che contengono fosforo sopra il campo di battaglia, questo è un crimine di guerra, che eccita molto Goldstone e allievi.
Se i palestinesi da Gaza sparano dei razzi al fosforo su case e scuole dei villaggi civili in pieno territorio israeliano, poverini, stanno facendo la resistenza.
Se gli israeliani (benestanti) si godono il mare e il sole e fanno affari, sono materialisti, disinteressati alla pace, spoliticizzati. Se i palestinesi di Gaza (quelli arricchiti dai contributi internazionali) stanno in spiagge (rigorosamente separati per sessi) e fanno affari (col contrabbando), be', poverini, dovranno pur vivere.
Se i palestinesi bloccano le trattative, è giusta tattica negoziale. Se gli israeliani pongono delle condizioni, stanno sabotando il negoziato.
Se i palestinesi costruiscono nei loro villaggi siti in territorio chiaramente israeliano, fanno bene, ci mancherebbe; se degli israeliani costruiscono in territorio conteso, sono dei coloni, dei criminali di guerra, dei prepotenti, per non dire di peggio.
Se i libanesi di Hizbollah sparano oltre confine, resistono; se gli israeliani rispondono al fuoco, stanno cercando di riportare la guerra in Libano.
Se Abu Abbas vuole il riconoscimento di uno stato arabo e Judenfrei (cioè cacciando i "coloni") in Giudea e Samaria, esercita il diritto del suo popolo a uno stato; se Netanyahu vuole il riconoscimento del carattere nazionale ebraico di Israele, senza sognarsi di cacciare gli arabi che ci abitano è un prepotente guerrafondaio.

Giusto no? Sapete come chiamano i giornalisti italiani questo modo di raccontare le cose? Informazione oggettiva, la realtà dei fatti.

Ugo Volli (qui)

E sempre in tema andate a leggere qui.

Colgo l’occasione per augurare gmar chatima tova a tutti gli amici.



barbara


20 aprile 2010

DUE PESI, DUE MISURE

Le guerre al terrorismo non sono tutte uguali

di Michael Freund

Qual è la differenza fra lo Sri Lanka e Israele? La domanda può sembrare bizzarra, e invece è assai pertinente, e molto più significativa di quanto non si possa pensare. Giacché infatti, a parte tutte le altre risposte più ovvie come le rispettive dimensioni dei due paesi, la loro posizione geografica, la loro struttura sociale, la topografia e il clima, c'è in particolare una differenza che è emersa in modo evidente nei mesi scorsi.
Si consideri la seguente notizia. Lo scorso dicembre truppe governative hanno lanciato una campagna militare coordinata, con migliaia di soldati pesantemente armati all'attacco di roccheforti terroristiche nello sforzo di infliggere un duro colpo decisivo a nemici estremisti. Dopo aver sopportato per anni attacchi suicidi e dopo parecchi cessate il fuoco falliti, le autorità hanno deciso che non avevano altra scelta che quella di ricorrere a una forza schiacciante per ribaltare l'equazione strategica sul terreno: si sono convinte che andasse fatto qualcosa di decisivo per mettere finalmente in ginocchio i terroristi.
Sebbene questa descrizione di eventi possa suonare familiare, non si cada nell'errore di pensare che riguardi soltanto il nostro piccolo angolo di Medio Oriente. Infatti, mentre le Forze di Difesa israeliane entravano nella striscia di Gaza per colpire Hamas, un'analoga serie di eventi aveva luogo circa 5.400 km più a est, nello Sri Lanka, dove l'esercito veniva lanciato alle calcagna delle Tigri Tamil.
Eventi analoghi, sì, ma con una cruciale differenza: mentre Israele veniva universalmente condannato per aver osato difendersi, non si sentiva levarsi neanche un pigolio sulla versione data dallo Sri Lanka della sua guerra al terrorismo.
Per anni le Tigri Tamil, che l'FBI ha definito "la più spietata ed efficiente organizzazione terroristica del mondo", si sono battute per ritagliarsi una regione autonoma nella parte settentrionale dell'isola. Scalpitanti sotto il dominio della maggioranza cingalese, le Tigri hanno terrorizzato il resto del paese per quasi tre decenni montando temerari attentati terroristici contro obiettivi civili e militari nella speranza di riuscire a staccarsi, formando uno stato etnico Tamil indipendente. E sono risusciti a creare una enclave in stile striscia di Gaza, dove hanno imposto un pesante regime di brutalità e ferocia. Esattamente come Hamas, le Tigri, note anche con l'acronimo LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam), hanno usato i civili come scudi umani contro l'esercito dello Sri Lanka e hanno sottomesso i loro oppositori interni con l'intimidazione e l'assassinio.
Nel 2005 i cittadini dello Sri Lanka eleggevano alla presidenza Mahinda Rajapaksa, che escludeva ogni autonomia Tamil ripromettendosi di riconsiderare il processo di pace alla luce dell'intransigenza delle Tigri. Quando i terroristi violarono un cessate il fuoco mediato dai norvegesi (qualche eco del fallito processo di Oslo?), l'anno scorso il governo decideva di tentare la strada di una vittoria sul campo anziché continuare a perseguire una pace instabile.
"Abbiamo dato chiare istruzioni - dichiarava domenica scorsa il ministro della difesa sri-lankese Gotabhaya Rajapaksa al Washington Post - niente cessate il fuoco e niente negoziati finché non avremo completamente sconfitto le LTTE. Le LTTE userebbero cessate il fuoco e colloqui di pace per riorganizzarsi e rifornirsi di armi. Ci sono già state decine di negoziati e più di dieci cessate il fuoco, tutti falliti. Dopo ogni periodo di negoziati, tornano alla carica più forti di prima. Abbiamo deciso che quando è troppo è troppo".
Dopo aver approntato la risposta militare e aver raccolto dietro ad essa il sostegno del grosso della popolazione, il governo è passato all'offensiva prendendo il controllo della penisola di Jaffna, nel nord, per poi procedere alla conquista di diversi altri avamposti delle Tigri. Allo stato attuale sembra che una sconfitta definitiva dei ribelli sia prossima.
Eppure il conflitto nello Sri Lanka, che è già costato il doppio di vite umane della controffensiva israeliana a Gaza, viene a mala pena registrato dal radar dell'opinione internazionale. Evidentemente le guerre al terrorismo non sono tutte uguali.
Certo, i gruppi per i diritti umani hanno severamente criticato sia il governo dello Sri Lanka che le Tigri Tamil per il trattamento dei civili. Ma la crisi non si può certo dire che figuri nella lista delle priorità internazionali: non si è visto nessun appello nelle università occidentali per il boicottaggio dello Sri Lanka; non si è letto quasi nessun editoriale sui maggiori organi di stampa che denunciasse con parole vibranti l'operazione anti-terrorismo nell'isola; le televisioni non aprono tutte le sere i loro notiziari con le immagini di quel conflitto né con l'aggiornamento in tempo reale della conta dei morti; nessun leader europeo è accorso nella regione a fare pressione sul governo affinché richiami le sue truppe cessando i combattimenti senza condizioni.
Si tratta di pura e semplice ipocrisia senza vergogna. Giacché, oltretutto, lo Sri Lanka si batte per impedire un'insurrezione secessionista e non - come Israele - contro un movimento terrorista votato alla sua distruzione (dopo il completo ritiro israeliano dall'enclave di Gaza). Eppure lo Sri Lanka può procedere praticamente indisturbato, mentre Israele deve subire una costante e martellante condanna internazionale.
Il conflitto nello Sri Lanka, naturalmente, non è che uno dei tanti conflitti che attirano molta meno attenzione di Israele. Quando è stata l'ultima volta che avete visto un diplomatico o un dimostrante scatenarsi furibondo in televisione per crisi come quelle in Somalia, in Birmania o nella Repubblica Democratica del Congo? Dal momento che i mass-media ignorano queste crisi, la maggior parte della gente non ricorda nemmeno che esistono: molti probabilmente non saprebbero nemmeno indicare questi luoghi sulla carta geografica. Chi invece può dire di non aver sentito praticamente ogni giorno della crisi israelo-palestinese?
Ecco dov'è la tragedia dell'atteggiamento ipocrita della comunità internazionale: prendendosela costantemente e solamente con Israele non solo si comporta in modo ingiusto verso lo stato ebraico, ma per di più ignora una serie innumerevole di altre crisi in giro per il mondo, lasciandole marcire praticamente all'infinito.
Qual è dunque la vera differenza fra lo Sri Lanka e Israele? Per quanto concerne la comunità internazionale, è tutta qui: c'è la (cattiva) notizia quando ci sono di mezzo gli ebrei; non c'è nessuna notizia quando si tratta di Tamil e di cingalesi. (Jerusalem Post, 25 febbraio 2009 - da israele.net)

E di due pesi e due misure parla anche lui che, emulo di Dustin Hoffman, non sbaglia una cartolina.


barbara


11 marzo 2010

A OCCHI CHIUSI

È vero che l'espansione degli insediamenti corrisponde alla strada dell'inconciliabilità e che una parte di Israele più maccabea dei maccabei si è potuta incarnare in questa maggioranza, e che da quello che si vede tale parte non si cura di far sorgere nella vicina nazione palestinese un epos di pace, o almeno un'incertezza - tale parte di Israele attinge le idee, o quello che si manifesta con la pretesa di apparire come idee, da una visione neo-biblica della geografia della regione. Così facendo, lascia ai propri figli l'eredità di un mondo dove la terra ebraica appare familiarmente un ghetto assediato. Ma oltre a quelli che secondo noi sono effettivi errori imputabili all'attuale governo israeliano, sarebbero da vedere le intenzioni profonde dei vicini dello Stato ebraico. E allora, bisognerebbe che nel pollaio mediatico calasse il raro silenzio della riflessione e ci si astenesse dallo starnazzio del gossip. Sarebbe necessario capire se nella nazione palestinese esista una prospettiva politica dissimile da quella offerta da Teheran: la distruzione di Israele. La domanda che gli esangui spettegolatori dei media dovrebbero farsi non è così difficile da formulare: esiste ancora un'autonoma aspirazione palestinese o quelli che oggi chiamiamo palestinesi non sono palestinesi, ma pura espressione delle aspirazioni politiche e geografiche di Teheran? La prospettiva di Gaza è forse quella di diventare una provincia iraniana con l'affaccio su altri mari? Ed è curioso il rinnovarsi di questo coro di proteste a senso unico, mentre sotto i nostri occhi chiusi qualcuno sta facendo le prove per un'altra geografia mondiale.

Il Tizio della Sera



Ecco, questo tizio qui, come possiamo vedere, sta criticando Israele. Sta criticando il suo governo, la sua politica, le sue scelte. Eppure a nessuno di noi – si condividano o no le sue opinioni - verrebbe in mente di considerarlo antisemita, oppure odiatore di Israele, o fazioso, o in malafede. Provate un po’ a indovinare perché. Non ce la fate? Proprio no? Vabbè, allora siete proprio senza speranza, ma per fortuna questa non è una delusione, perché lo sapevamo già.
A chi invece la risposta l’ha indovinata, offro in omaggio ben tre imperdibili chicche del mitico Ugo Volli: una, due e tre.


barbara


9 dicembre 2009

GERUSALEMME: IL MURO CHE VUOLE EURABIA

C'era una volta una città storica e nobile, che per le circostanze della storia fu divisa fra eserciti nemici. Un muro fu eretto fra il centro storico e i quartieri residenziali. Chi cercava di passarlo era ucciso. Un assedio isolò la città o qualche suo quartiere, le vecchie case che davano fastidio ai nuovi padroni furono abbattute. Si sparava quasi tutti i giorni Poi venne un evento storico, un grande rovesciamento delle forze, e la città fu riunificata. Grandi lavori furono compiuti per riportarla all'antico splendore. Ma c'è ancora qualcuno che mormora e che vorrebbe tornare all'antica divisione.

Una favola? No, una storia vera. Qual è la città? Mah, fate voi. Potrebbe essere Berlino, col muro caduto vent'anni fa. Potrebbe essere (un po' più impropriamente) perfino Gorizia, divisa nel 45 e finalmente liberata dal confine che la divideva due anni fa con l'adesione della Slovenia a Schengen. E invece no, è Gerusalemme, la capitale storica del popolo ebraico, da cui gli ebrei non si sono mai del tutto allontanati nonostante le violenze egiziane, babilonesi, persiane, romane, arabe, crociate, turche; che aveva di nuovo una maggioranza ebraica già dalla metà dell'Ottocento, sparsa nella città vecchia e in tutti i quartieri periferici, a Est come a Ovest del centro. Nel 1948, nonostante l'eroica avanzata dei volontari ebrei lungo la stretta valle che unisce la città alla costa, il cuore antico della città fu occupato dalle truppe giordane inquadrate e armate dall'Inghilterra. I giordani distrussero fisicamente il quartiere ebraico della città vecchia, sistemarono latrine lungo il "Muro del pianto", assediarono a lungo l'università ebraica del Monte Scopus, commisero stragi (particolarmente efferata una di medici e infermieri su un autobus diretto all'ospedale), infine eressero usarono le mura di Solimano come fortificazione per sparare sul centro moderno della città e lo prolungarono per tagliare tutta la periferia. Dove oggi corre Jafo Street, Ha Tzamaim, dove ci sono i giardini Bonei Yerushalaim e Mitchell, per esempio, c'era una pericolosa terra di nessuno, su cui i giordani sparavano dall'alto. Agli ebrei, cacciati con violenza e stragi dal resto della città, restarono i quartieri moderni verso il mare.
Tutto questo è finito nel '67, quando la città è stata liberata dalle truppe di Moshé Dayan e finalmente riunificata. Gradualmente la ferita urbanistica è stata suturata, gli ebrei sono tornati alle loro case, il muro è stato abbattuto, dove si sparava sono sorti giardini, strade, e ora una metropolitana leggera che congiungerà tutta la città. Gli arabi non sono stati cacciati dai loro quartieri, come invece lo erano stati gli ebrei; i luoghi sacri musulmani non sono stati toccati come lo erano stati quelli ebraici. Tutti hanno diritto di frequentare i loro spazi religioso, al solo patto di non creare disordini. Tutti possono votare, gli arabi come gli ebrei. Alcuni quartieri periferici sono stati aggiunti alla città, che si trattasse di nuove urbanizzazioni ebraiche o di vecchi villaggi arabi. La tensione c'è, ovviamente, c'è stato tanto terrorismo, ma oggi, non cinquant'anni fa sotto il dominio giordano, Gerusalemme è un tentativo di convivenza, un luogo libero dove tutti possono esprimersi e organizzarsi politicamente in maniera pacifica. Vi sono musei, teatri, spazi turistici, e anche gli estremisti ultrareligiosi, la cui intolleranza è tenuta a freno con fatica.
Tutto bene, allora? Ma no, lo sapete. Gli islamici, un giorno sì e l'altro pure, lamentano la "giudeizzazione" di Gerusalemme, che non è altro se non la sua modernizzazione e organizzazione civile; si inventano complotti per abbattere la moschea di Al Aqsa, prendono ogni costruzione di un appartamento o ogni disputa sulla proprietà di una casa come pretesto di scontro.
Ma questo è normale. La cosa più strana è che oggi, quarant'anni dopo la caduta del Muro di Gerusalemme, buona parte del mondo (l'America di Obama, Eurabia anche nella dichiarazione approvata ieri) voglia dividere di nuovo la città, erigere un altro muro, provocare nuove sparatorie di confine, affidare i luoghi santi a quegli islamici che hanno dato tanta buona prova della propria tolleranza nel passato e che per esempio trattano tanto bene i cristiani nei territori palestinesi, in Iraq, in Turchia. Insomma vogliono un altro muro a Gerusalemme. Israele farebbe bene a rispondere: senz'altro faremo come consigliate. Benissimo: voi costruite un nuovo muro a Berlino e ingaggiate nuovi Vopos per ammazzare chi tenta di passare. Restaurate la DDR e la Stasi e magari anche l'Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Invadete di nuovo l'Ungheria e Praga. Se voi fate questo, noi riedifichiamo subito quel muro di Gerusalemme che vi piace tanto.

Ugo Volli

È strano il mondo, in effetti. Dicono che le regole devono valere per tutti ma poi per Israele fabbricano regole diverse. Dicono che ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione ma gli ebrei no, questo diritto non ce l’hanno. Ogni stato e ogni religione riconosce il diritto alla legittima difesa ma gli ebrei, e specialmente quelli che stanno in Israele, loro no, questo diritto non lo hanno. Dicono che ognuno deve stare a casa sua ma gli ebrei no, nella loro casa che se scavate ci trovate le loro tombe vecchie di tremila anni loro no, a casa loro non ci devono stare – e neanche in casa degli altri, perché là sono degli intrusi e non devono stare neanche là. E muri e separazioni sono brutti, bruttissimi, orrendissimi, creano odio, sono una vergogna, producono apartheid, fomentano guerra e terrorismo … a meno che non servano a spaccare in due la città più sacra del mondo e allora sì, anche i muri diventano cosa buona e giusta. Ma finché avremo forza per lottare e fiato per gridare, Gerusalemme resterà UNA, come è stata per tremila anni, tranne per i diciannove anni di illegale occupazione giordana. Nel frattempo godetevi queste indimenticabili immagini della Gerusalemme liberata.


Il muro che divideva Gerusalemme prima della liberazione nel 1967



E poi MEMENTO: +100!

barbara


7 settembre 2009

CHI LO DIREBBE CHE QUESTO ARTICOLO HA PIÙ DI QUARANT’ANNI

La peculiare posizione di Israele
di Eric Hoffer*
L.A. Times, 26 maggio 1968

Gli ebrei sono un popolo particolare: ci sono cose permesse ad altre nazioni che agli ebrei sono proibite.
Altre nazioni espellono migliaia, addirittura milioni di persone e non ci sono problemi di rifugiati. Lo ha fatto la Russia, lo hanno fatto la Polonia e la Cecoslovacchia, la Turchia ha cacciato un milione di greci, l’Algeria un milione di francesi, l’Indonesia ha espulso chissà quanti cinesi, e nessuno parla di rifugiati. Ma nel caso di Israele, gli arabi trasferiti si sono trasformati in eterni rifugiati. Tutti insistono che Israele deve prendersi indietro ogni singolo arabo.
Arnold Toynbee qualifica l’evacuazione degli arabi come un’atrocità più grande di tutte quelle commesse dai nazisti.
Quando le altre nazioni vincono una guerra sul campo di battaglia, dettano le condizioni di pace, ma quando vince Israele, deve intavolare trattative per ottenere la pace.
Tutti si aspettano che gli ebrei siano gli unici veri cristiani a questo mondo. Le altre nazioni, quando vengono sconfitte, sopravvivono e si riprendono, ma se Israele fosse sconfitta, sarebbe distrutta. Se lo scorso giugno avesse vinto Nasser, avrebbe cancellato Israele dalla carta geografica, e nessuno avrebbe mosso un dito per salvare gli ebrei. Nessun impegno verso gli ebrei da parte di qualunque governo, compreso il nostro, vale la carta sulla quale è scritto.
Si levano grida di sdegno in tutto il mondo quando muore gente in Vietnam o quando due negri sono giustiziati in Rodesia. Ma quando Hitler massacrava gli ebrei, nessuno ha protestato. Gli svedesi, pronti a rompere le relazioni con gli Stati Uniti per ciò che facciamo in Vietnam, non hanno fiatato quando Hitler assassinava gli ebrei. Hanno mandato a Hitler il loro migliore ferro e munizioni, e hanno fornito alle sue truppe i treni per la Norvegia.
Gli ebrei sono soli al mondo. Se Israele riuscirà a sopravvivere, sarà solo grazie agli sforzi degli ebrei. E alle risorse degli ebrei. In questo momento Israele è il nostro unico alleato affidabile e incondizionato. Noi possiamo contare su Israele più di quanto Israele possa contare su di noi. Dobbiamo solo provare a immaginare che cosa sarebbe accaduto l’estate scorsa se gli arabi e i loro protettori russi avessero vinto la guerra per renderci conto di quanto sia vitale la sopravvivenza di Israele per gli Stati Uniti e per l’Occidente in generale. Ho una premonizione che non mi abbandonerà: ciò che accadrà a Israele, accadrà anche a tutti noi.
Se Israele perisce, la responsabilità dell’olocausto peserà su di noi.

*Eric Hoffer, (1902-1983) era un filosofo sociale non ebreo. (traduzione mia)

Potrebbe essere stato scritto dieci anni fa, o sessanta, o due, o l’altro ieri: la triste realtà è che il tempo passa ma gli ebrei – siano sparpagliati per il mondo o riuniti in un proprio stato – continuano ad essere abbandonati a se stessi. Continuano ad essere lasciati soli di fronte al carnefice di turno. E tutti gli impegni verso di loro – a partire dalla dichiarazione Balfour, che garantiva loro ben altro che quella striminzita fettina di terra per il 60% desertica, sopravvissuta ai successivi tagli operati nel corso dei decenni, che è stata alla fine magnanimamente concessa loro (cacciandoli da tutte le altre aree in cui avevano acquistato - e pagato in denaro sonante - deserti e pietraie e li avevano trasformati in campi e giardini) – continuano a valere meno della carta su cui sono scritti. E ancora si strilla come oche spennate quando, lasciati senza alternative, provvedono a difendersi da soli.
E adesso che hai letto fin qui, vai a leggere anche lui, oggi particolarmente ben combinato col mio post.


barbara


25 giugno 2009

A PROPOSITO DI IRAN E AFFINI

oggi è il vostro giorno fortunato, perché vi regalo due piccioni con una fava, questo


e questo.

barbara


29 maggio 2009

… E CONTINUO AD ASPETTARE …

(Ricevo dall’amico Paolo e pubblico)

... che chi si stracciava le vesti quando Israele combatteva a Gaza reagisca in qualche modo..
... che chi cambiava la sua foto su facebook e la sostituiva con la bandiera della pace faccia lo stesso ora...
... ma continuo ad aspettare....

http://edition.cnn.com/2009/WORLD/asiapcf/05/29/srilanka.death.toll/index.html 

20.000 morti in Sri Lanka giusto nelle fasi finali della guerra...

e chi si ne frega? Mica sono palestinesi. Mica sono stati attaccati dagli Amerikani o dagli Israeliani...






Le immagini più atroci ve le risparmio, ma ce ne sono, oh se ce ne sono!

barbara


24 maggio 2009

GAZA, O L’IPOCRISIA SENZA PARI

L’originale, come si può constatare dal contenuto dell’articolo, è di qualche mese fa, ma vale la pena di leggerlo. La traduzione è mia; mentre lo stavo traducendo mi sono accorta che ci sono già delle traduzioni in rete, ma avendo constatato che sono piene di errori, sia di traduzione che di grammatica italiana, ho preferito completare il lavoro e offrirvi la mia.

Dalla parte araba, Kountrass News nº 115 - Iyar 5769 / Maggio 2009

Dalla parte araba si possono leggere a volte dei testi di una sorprendente lucidità. È il caso dell’articolo che segue, redatto da Wafa Sultan – www.Aafaq.org – sociologa di origine siriana, residente negli Stati Uniti e molto impegnata nella denuncia del pericolo islamista.


[…] Poiché poco m’importa di soddisfare gli uni, di difendere gli altri o di evitare la collera dei terzi, posso dire che Hamas non è altro che una secrezione islamica terrorista il cui comportamento irresponsabile nei confronti della propria popolazione gli impedisce di elevarsi al livello di un governo. Ma questo è conforme all’abitudine, dato che nel corso della storia non è mai accaduto che una banda di criminali islamici abbia rispettato i suoi amministrati. […] Io non pretendo di difendere Israele, perché gli ebrei non hanno chiesto il mio parere in merito alla loro Terra promessa. Se mi domandassero il mio parere, consiglierei loro di bruciare tutti i loro libri sacri e di lasciare la regione e salvarsi la pelle. Perché i musulmani costituiscono una nazione rigida, priva di cervello. Ed è una cosa contagiosa. Tutti coloro che li frequentano perdono il cervello …
Prima della creazione dello stato di Israele, la storia non ha mai menzionato una guerra che implicasse gli ebrei, né che un ebreo abbia comandato un esercito o guidato una conquista. Ma i musulmani sono dei combattenti, dei conquistatori e la loro storia non manca di esempi e di racconti di conquiste, di morti, di ammazzamenti, di razzie … Per i musulmani uccidere è un piacere. E se non trovano un nemico da uccidere, si uccidono tra di loro.
È impossibile per una nazione che educa i suoi bambini al culto della morte e del martirio per piacere al proprio Creatore, insegnare allo stesso tempo l’amore per la vita. Ha forse un valore la vita per una società che inculca ai suoi bambini che devono uccidere o essere uccisi per andare in paradiso?
[…] Dall’inizio dell’operazione israeliana contro Gaza sono bombardata di email provenienti da lettori musulmani che chiedono il mio parere su ciò che succede a Gaza. Io non sono interessata a ciò che accade lì, ma sono interessata alle motivazioni che animano coloro che mi scrivono. Sono convinta che ciò che li spinge non è la condanna dell’orrore, né la condanna della morte che imperversa a Gaza. Perché se la motivazione fosse realmente la condanna della morte, questi stessi lettori si sarebbero fatti sentire in altre occasioni in cui la vita è minacciata.
Coloro che condannano il massacro di Gaza in difesa della vita in quanto valore, dovrebbero chiedermi il mio parere ogni volta che questa vita-valore viene minacciata.
Ora, più di 200.000 musulmani algerini sono stati massacrati da altri musulmani algerini in questi ultimi quindici anni, senza che alcun musulmano ne sia stato turbato. Donne algerine violentate dagli islamisti hanno testimoniato e raccontato che i loro stupratori pregavano Allah e imploravano il suo profeta prima di stuprare le loro vittime. Ma nessuno mi ha chiesto il mio parere. Più di 20.000 cittadini siriani musulmani sono stati massacrati dalle autorità (a Hama nel 1983) senza che alcun musulmano reagisse e senza che nessuno mi chiedesse il mio parere su questi massacri di stato. Dei musulmani si sono fatti esplodere in degli alberghi giordani
uccidendo musulmani innocenti che celebravano matrimoni, simboli della vita-valore, senza che alcuna manifestazione fosse organizzata attraverso il mondo, e senza che fosse chiesto il mio parere. In Egitto recentemente degli islamisti hanno attaccato un villaggio ed hanno massacrato 21 contadini, senza che un solo musulmano denunciasse questo crimine. Saddam Hussein ha sepolto vivi più di 300.000 sciiti e curdi, e molti di più ne ha gassati, senza che un solo musulmano osasse reagire e denunciare questi crimini.
Al culmine dei bombardamenti di Gaza, una donna musulmana, fedele e pia, si è fatta esplodere in Iraq in una moschea sciita, uccidendo una trentina di innocenti, senza che i mass media o i musulmani se ne commuovessero. Alcuni mesi fa anche Hamas aveva ucciso undici persone di una stessa famiglia palestinese, accusati di appartenere al Fatah, senza che in Europa o nel mondo arabo fossero organizzate manifestazioni, e senza che alcun lettore mi scrivesse per inviarmi le sue proteste.
Così, la vita non ha valore per il musulmano. Altrimenti avrebbe denunciato ogni attentato alla vita, chiunque ne sia la vittima. I palestinesi ed i loro sostenitori denunciano i massacri di Gaza, non per l'amore della vita, ma per denunciare l'identità degli uccisori. Se l'uccisore fosse musulmano, appartenente a Hamas o al Fatah, non ci sarebbe stata alcuna manifestazione.
[…] La CNN ha diffuso un documentario su Gaza mostrando una donna palestinese che si lamenta e grida: ma cosa hanno fatto i nostri bambini per essere uccisi così? Ma chissà? Forse si tratta della stessa palestinese che gioiva due anni fa quando uno dei suoi figli si era fatto esplodere in un ristorante di Tel Aviv e che affermava di sperare che gli altri suoi figli seguissero lo stesso esempio e diventassero martiri.
Ma quando l'ideologia e l'indottrinamento sono di tale bassezza, diventa normale che questa palestinese neghi ogni valore alla vita. Altrimenti piangerebbe i suoi figli nello stesso modo quando si uccidono in un attentato suicida a Tel Aviv o sotto le bombe israeliane. Poiché la morte è la stessa, quali che ne siano le circostanze, e va bandita, ed al contrario, la vita merita di essere vissuta o pianta.
Come posso dunque essere solidale con una donna che lancia grida di gioia quando uno di suoi figli si fa esplodere contro gli ebrei, e piange quando gli ebrei uccidono gli altri suoi figli? Ma l'ideologia insegna ai musulmani che uccidere o essere ucciso permette ai fedeli di guadagnare il paradiso. E allora, perché piangere i palestinesi di Gaza mentre non hanno mosso un mignolo per gli iracheni, gli Algerini, gli Egiziani o i Siriani, benché anch’essi tutti musulmani?
[…] Dopo quanto detto, sono certa che coloro che mi scrivono e mi chiedono il mio parere su ciò che avviene a Gaza cercano di farmi dire ciò che possono utilizzare per accusarmi e condannarmi, o per farmi dire ciò che non possono esprimere in prima persona.
[…] Borhane, un giovane palestinese di 14 anni, ha perso le braccia, le gambe e la vista nell'esplosione di una mina in Cisgiordania una decina d’anni fa. La Comunità palestinese negli Stati Uniti si è mobilitata per aiutare a finanziare la sua ospedalizzazione nella speranza di salvare il salvabile. In occasione di un pranzo organizzato in suo favore in California, la più ricca palestinese degli Stati Uniti si è presentata in pelliccia, ed ha chiamato Borhane un eroe. Si è rivolta a questo pezzo di carne inerte: 'Borhane sei il nostro eroe. Il paese ha bisogno di te. Devi tornare nel paese per impedire ai sionisti di confiscarlo…' Ma l'ipocrisia della palestinese più ricca degli Stati Uniti le impedisce di inviare i propri figli a difendere la Palestina contro i sionisti. Esattamente ad immagine dei capi di Hamas che chiedono i sacrifici a Gaza, ma restano al riparo a Damasco ed a Beirut.
La guerra contro Gaza è certamente un orrore. Ma ha il merito di rivelare un'ipocrisia senza pari nella storia recente dell'umanità. Un'ipocrisia che promuove i fratelli musulmani siriani che annunciano di abbandonare le loro attività d'opposizione per serrare i ranghi contro i sionisti. Ma questi fratelli musulmani hanno il diritto di dimenticare i crimini del regime commessi contro loro a Hama, Homs e Aleppo? Prima di riconciliarsi con il regime per lottare contro i sionisti, questi fratelli musulmani hanno denunciato i crimini commessi dai loro alleati e partner (nella confraternita) in Algeria ed in Iraq? Hanno denunciato la morte di centinaia di migliaia di sciiti in Iraq sul ponte degli Ulema a Baghdad, polverizzato da uno dei vostri conformemente agli insegnamenti della vostra religione di pace e di misericordia? Avete una sola volta denunciato le estorsioni contro i cristiani in Iraq? O contro i copti in Egitto? La vostra ipocrisia ci impedisce di credere ai vostri sentimenti verso i bambini di Gaza, poiché voi siete responsabili di peggio.
Proviamo ad immaginare ciò che Hamas avrebbe fatto a Fatah e agli altri, se possedesse la tecnologia e le armi di Israele? Proviamo ad immaginare ciò che l'Iran avrebbe fatto ai sunniti della regione, se detenesse le armi moderne che possiede Israele?
Sarebbe stato certamente il massacro garantito.
Ho recentemente incontrato un religioso Indù in occasione di una conferenza dedicata alla guerra contro il terrorismo. Mi ha detto: "Tutte le guerre si sono svolte tra il bene ed il male. Eccetto la prossima, deve svolgersi tra il male ed il male". Non avendo compreso le sue parole gli ho chiesto spiegazioni. Mi ha detto: "Sono contro la presenza americana in Iraq ed in Afganistan. Se gli Stati Uniti vogliono vincere la guerra contro gli islamisti, devono ritirarsi e lasciare i due poli del male ammazzarsi tra di loro. I sunniti e gli sciiti, nutriti di odio, si combatteranno e si neutralizzeranno".
Tirando la conclusione di queste parole piene di saggezza, si può dire che Israele contribuisce oggi, inconsapevolmente, al successo dell'islam. Attaccando a Gaza, Israele incita i musulmani a rendersi solidali e a superare le loro divergenze. E settembre nero in Giordania è ancora in tutte le menti [...]. Ciò che sono capaci da fare gli Arabi ed i musulmani supera ogni immaginazione. Un carro armato giordano aveva investito un palestinese, quindi il conducente del carro è sceso dal suo blindato ed ha imbottito la bocca della sua vittima con un giornale… Un comportamento che nessun soldato israeliano ha avuto in Gaza. Inoltre, durante i massacri di Hama in Siria, militanti dei fratelli musulmani inzuppavano le loro mani nel sangue delle vittime per scrivere sulle pareti: Allah Akbar, gloria all'islam. Non ho mai sentito che un ebreo abbia scritto con il sangue di un altro ebreo slogan alla gloria del giudaismo. Lo dico con una stretta al cuore: per salvare l'umanità dal terrorismo, occorre che il mondo libero si ritiri e lasci che i musulmani si uccidano tra di loro.
Mi ricordo quando studiavo all'università di Aleppo, e l'allora ministro siriano della difesa Mustapha Tlass era venuto ad incontrarci. In uno slancio d'ipocrisia, Tlass ci aveva detto: "Israele teme la morte, e la perdita di uno dei suoi soldati gli fa paura e male. Ma noi abbiamo molti uomini ed i nostri uomini non temono la morte". Qui sta la differenza tra le due concezioni e i due campi, e la testimonianza di Tlass sembra avere ispirato i dirigenti di Hamas oggi.
Così lo sterminio di tutti i bambini di Gaza importa poco ai dirigenti islamisti e a Hamas, perché la vita non ha alcun valore per loro. Si rallegrano semplicemente della morte di alcuni soldati israeliani. Per gli islamisti, l'obiettivo della vita è di uccidere o farsi uccidere per guadagnare il paradiso.
La vita non ha dunque alcun valore.
Se il Profeta Maometto avesse saputo che gli ebrei avrebbero un giorno volato a bordo degli F-16, non avrebbe ordinato ai suoi discepoli di ucciderli fino all’giorno ultimo. I suoi discepoli devono modificare quest'ideologia per pietà per le generazioni future, e per salvare la propria discendenza e prepararle una vita migliore, lontano dall'idealizzazione della morte.
I musulmani devono cominciare dal cambiamento di se stessi, per poter cambiare la vita. Devono rifiutare la cultura della morte insegnata e trasmessa dai loro libri. Solo quando ci saranno riusciti non avranno più nemici. Perché chi impara ad amare il proprio figlio più che a odiare il suo nemico apprezzerà meglio la vita. Inoltre la terra non vale mai la vita di nessuno, e gli Arabi sono il popolo che meno ha bisogno di terra. Ma, paradossalmente, è il popolo che odia di più la vita. Quando comprenderanno gli Arabi quest'equazione e cominceranno ad amare la vita?

NOTA DI KOUNTRASS: Se ci venisse chiesto, risponderemmo negativamente: si tratta di una disposizione ben più profonda che un semplice tratto culturale: si tratta di una natura essenziale del mondo arabo.

NOTA DI BARBARA: È di qualche conforto constatare che anche dal mondo arabo-musulmano riesce a levarsi qualche voce coraggiosa (più spesso di donne che di uomini: sarà un caso?). Molto meno confortante è il dover rilevare che sono quasi esclusivamente arabi o musulmani che risiedono molto lontani dai luoghi d’origine a potersi permettere il “lusso” di far sentire la propria voce al servizio della verità, della giustizia, della pace. In una parola, della VITA. (Invito chi ancora non conoscesse questa donna straordinaria e guardare questo video, altro sublime esempio del suo incredibile coraggio e della sua eccezionale lucidità).


barbara


AGGIORNAMENTO: sempre in tema di donne coraggiose, assolutamente obbligatorio vedere questo.


14 maggio 2009

SESSANTATRE

Sessantatre. Sono le parole impiegate dal Corriere della Sera per raccontarci di due bombardamenti su un ospedale nello Sri Lanka, ieri e l’altro ieri, che hanno provocato rispettivamente almeno cinquanta e quarantasette morti, tutti civili. Sessantatre parole per un centinaio di morti civili. In un trafiletto. A pagina diciannove. E non essendo stato specificato dalle fonti se i bombardamenti siano opera dei tamil o dei governativi, l’anonimo autore del trafiletto dice onestamente che non si sa chi abbia bombardato l’ospedale.
I commenti li lascio a voi.

barbara


26 gennaio 2009

LE SEI VIOLAZIONI DELLA LEGGE INTERNAZIONALE COMPIUTE DA HAMAS

di Irwin Cotter*

L'ideologia di Hamas e le sue tattiche militari sono esemplari casi di studio delle violazioni della legge internazionale. Si possono notare almeno sei violazioni della legge.
1. Avere come obiettivo deliberato dei civili è UN CRIMINE DI GUERRA.
2. Lanciare missili o sparare proiettili a partire da zone civili (alloggi, scuole, ospedali...) è UN CRIMINE DI GUERRA.
3. Usare simboli umanitari per ingannare il nemico (utilizzare ambulanze per trasportare armi o miliziani, travestirsi da medico in un ospedale, usare una bandiera o un logo dell'Onu o della Croce Rossa...) è UN CRIMINE DI GUERRA.
4. Incitare pubblicamente al genocidio (cfr. lo statuto di Hamas e i sermoni degli ulema...) è UN CRIMINE DI GUERRA.
5. Reclutare, addestrare dei bambini alla guerra, usare dei bambini come scudi umani è UN CRIMINE DI GUERRA.
6. Attaccare sistematicamente dei civili per più di otto anni è UN CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ.

*Ex Ministro di Giustizia del Canada, professore di diritto all'Università Mac Gill a Montréal. (nuitdorient.com, 21 gennaio 2009)

Perché nessuno ne parla? Perché nessuno se ne occupa? Perché nessuno protesta? Perché i soliti noti non scendono in piazza starnazzando come oche spennate?

barbara


24 gennaio 2009

LETTERA DI UN ITALO-ISRAELIANO ALL’EUROPA

Cara Unione Europea, che deve decidere se condannarci per aver "sparato sul pianista" (installazione ONU a Gaza)

Sono Rodolfo Chur Ballardini, israeliano di lingua italiana e abito a Gerusalemme. Devo chiedervi se scendete ogni tanto dalle nuvole o preferite restare lassù a sentenziare in perfetta malafede. Ma come, lo sa tutto il mondo che nella Striscia di Gaza le istituzioni dell'ONU sono in mano ai terroristi di hamas e del fatah e voi state lì a discutere se condannare Israele per aver sparato su una installazione ONU che, non è una novità era un covo di delinquenti travestiti da miliziani, come li chiamate voi. Ci sono fotografie che dimostrano la tacita collusione dell'ONU, anche con hezbollah in Libano. Al riguardo personalmente diedi all'on. Bertinotti quando era presidente della Camera dei deputati italiani in visita in Israele, una foto nella quale si vede una postazione ONU nel sud del Libano a circa 50 metri dall'ingresso di un bunker dei terroristi libanesi scavato nella roccia a 30 metri di profondità ed ampio un miglio quadrato. Un lavoretto durato più o meno due anni. Forse i militari dell'ONU erano ciechi e sordi? O altro? E qui a Gerusalemme, non c'è un ebreo assunto nella palazzina dell'ONU, tutti arabi. Volete un consiglio spassionato? Condannatevi da voi per il colpevole silenzio durato un decennio durante il quale hamas ci ha tirato oltre 11000 missili e ancor prima quando avete lasciato che ci uccidessero bambini e donne nostre sugli autobus, nei caffè, nei ristoranti, nei centri commerciali. Forse i morti israeliani per mano di bastardi assassini erano meno meritevoli di attenzione dei morti palestinesi? sapete che vi dico? fottetevi voi e loro, maledetti infingardi. Avete persino rinnegato le vostre tradizioni ed origini ebraico cristiane pur di compiacere l'islam i cui barboni neri paludati di nero con turbanti alla Nasrallah vi inchiappetteranno. È solo questione di tempo. Usate 10 pesi e 10 misure ma l'importante è andare sempre contro Israele. Plaudo al governo italiano che ha dichiarato Israele baluardo contro il terrorismo anche dell'Europa. Non c'è uno stato europeo che abbia le mani pulite. E il sangue dei miei 6 milioni di correligionari trasuda dalla terra europea. Di Loro, 1 milione e 500.000 erano bambini. Non avete titolo per giudicarci ed ergervi a tribunali. Le vostre fondamenta poggiano sul mio sangue. Ah, la lingua italiana è meravigliosa quando si devono esprimere concetti con poche parole.

E i suoi concetti, che sono i concetti di chiunque sia dotato di capacità di intendere, sono chiari davvero.

barbara


23 gennaio 2009

QUESTA VIGNETTA È DI DUE ANNI E MEZZO FA


Non si direbbe, vero?

barbara


16 gennaio 2009

ISRAELE DEVE RITIRARSI!

Un mio articoletto scritto quasi sette anni fa per Informazione corretta: purtroppo, quando si tratta di Israele, nessun testo rischia mai di apparire datato e superato.

Israele deve ritirarsi: lo dicono tutti. Lo dicono gli arabi, lo dice l'Europa, lo dice l'Onu, lo dice il Papa, lo dice Bush, lo dice la verduraia di Via Dante. Ci sono affermazioni che finiscono per acquistare forza di verità in virtù del numero e dell'intensità delle ripetizioni. C'è stato un tempo in cui è diventato vero che bisognava ammazzare gli ebrei perché avevano assassinato Gesù Cristo, e poi un tempo in cui è diventato vero che bisognava ammazzarli perché scannavano i cristiani per impastare le azzime, e poi un tempo in cui è diventato vero che bisognava ammazzarli perché stavano portando alla rovina la Germania. Adesso è diventato vero che Israele deve ritirarsi. Lo dicono tutti. Provate a chiedere perché debba ritirarsi: vi guarderanno come un marziano e vi risponderanno: "Ma lo dicono tutti che deve ritirarsi!" E Israele si ritirerà, certo che si ritirerà. Prima o poi - e a giudicare da come si stanno mettendo le cose è facile prevedere che sarà piuttosto prima che poi - sarà costretto a farlo. E per portare a termine il compito che si è prefisso - smantellare il terrorismo - sarà costretto ad accelerare. Il problema, come sanno tutte le casalinghe, compresa quella di Voghera, è che a fare le cose in fretta difficilmente si riesce a farle anche in modo accurato. E dunque Israele non potrà permettersi di lavorare, come ha detto qualcuno, "con lente d'ingrandimento e pinzetta" per stanare i terroristi: dovrà andarci con la mano pesante, ogni tanto sarà anche costretto a sparare nel mucchio. Naturalmente ci saranno più morti civili. E naturalmente la colpa sarà di Israele. E il mondo, una volta di più, sarà riuscito a dimostrare che "gli ebrei sono proprio nazisti". Qualcuno si è mai chiesto che cosa sarebbe accaduto se qualche anima bella si fosse messa a fare pressione sugli alleati perché interrompessero la loro lotta contro il terrore nazista? Se qualche banda di pacifisti fosse andata a fare da scudi umani ai tedeschi? Se mezzo mondo si fosse messo a protestare contro l'uso sproporzionato della forza? Il bombardamento di Dresda è stato, indiscutibilmente, un lavoro di bassa macelleria e le critiche, anche pesanti, non sono mancate, ma nessuno si è mai sognato di invocare sanzioni, di chiedere la rottura delle relazioni diplomatiche, di mettere in atto boicottaggi. A nessuno è mai venuto in mente di equipararli ai nazisti. Cosa che invece, chissà perché, accade regolarmente quando a muoversi sono degli ebrei, che immancabilmente diventano "i nazisti con la stella di David". E pochi, a quanto pare, se ne chiedono il perché. (E vai a leggere anche questo, dove nel frattempo sono passati altri due anni e mezzo, e continua a non cambiare niente)

barbara


16 gennaio 2009

QUALCHE DOMANDINA FACILE FACILE

De Pilar Rahola. Barcelona

¿Por qué no vemos manifestaciones en París, o en Londres, o en Barcelona en contra de las dictaduras islámicas? ¿Por qué no lo hacen contra la dictadura birmana? ¿Por qué no hay manifestaciones, en contra de la esclavitud de millones de mujeres, que viven sin ningún amparo legal? ¿Por qué no se manifiestan en contra del uso de niños bombas, en los conflictos donde el Islam está implicado? ¿Por qué no ha liderado nunca la lucha a favor de las víctimas de la terrible dictadura islámica de Sudan? ¿Por qué nunca se ha conmovido por las víctimas de los actos de terrorismo en Israel? ¿Por qué no considera la lucha contra el fanatismo islámico, una de sus causas principales? ¿Por qué no defiende el derecho de Israel a defenderse y a existir? ¿Por qué confunde la defensa de la causa palestina, con la justificación del terrorismo palestino? Y la pregunta del millón, ¿por qué la izquierda europea, y globalmente toda la izquierda, solo está obsesionada en luchar contra dos de las democracias más sólidas del planeta, Estados Unidos e Israel, y no contra las peores dictaduras? Las dos democracias más sólidas, y las que han sufrido los atentados más sangrantes del terrorismo mundial. Y la izquierda no está preocupada por ello.

Y finalmente, el concepto de compromiso con la libertad. Oigo esa expresión en todos los foros propalestinos europeos. '¡Estamos a favor de la libertad de los pueblos!', dicen con ardor. No es cierto. Nunca les ha preocupado la libertad de los ciudadanos de Siria, de Irán, del Yemen, de Sudan, etc... Y nunca les ha preocupado la libertad destruida de los palestinos que viven bajo el extremismo islámico de Hamás. Solo les preocupa usar el concepto de libertad palestina, como misil contra la libertad israelí.

Una terrible consecuencia se deriva de estas dos patologías ideológicas: la Manipulación periodística. Finalmente, no es menor el daño que hace la mayoría de la prensa internacional. Sobre el conflicto árabe-israelí NO SE INFORMA, SE HACE PROPAGANDA. La mayoría de la prensa, cuando informa sobre Israel, vulnera todos los principios del código deontológico del periodismo. Y así, cualquier acto de defensa de Israel se convierte en una masacre y cualquier enfrentamiento, en un genocidio. Se han dicho tantas barbaridades, que a Israel ya no se la puede acusar de nada peor. En paralelo, esa misma prensa nunca habla de la ingerencia de Irán o Siria a favor de la violencia contra Israel; de la inculcación del fanatismo en los niños; de la corrupción generalizada en Palestina. Y cuando habla de víctimas, eleva a la categoría de tragedia a cualquier víctima palestina, y camufla, esconde o desprecia a las víctimas judías.
Acabo con un apunte sobre la izquierda española. Muchos son los ejemplos que ilustran el antiisraelismo y el antiamericanismo que definen el ADN de la izquierda global española. Por ejemplo, un partido de izquierdas acaba de expulsar a un militante, porqué ha creado una web de defensa de Israel. Cito frases de la expulsión: 'Nuestros amigos son los pueblos de Irán, Libia y Venezuela, oprimidos por el imperialismo. Y no un estado nazi como el de Israel'. Otro ejemplo, la alcaldesa socialista de Ciempozuelos cambió el día de la Shoá, por el día de la Nakba palestina, despreciando, así, a más de 6 millones de europeos judíos asesinados. O en mi ciudad, Barcelona, el ayuntamiento socialista ha decidido celebrar, durante el 60 aniversario del Estado de Israel, una semana de 'solidaridad con el pueblo palestino'. Para ilustrarlo, invitó a Leila Khaled, famosa terrorista de los años 70, actual líder del Frente de Liberación de Palestina, que es una organización considerada terrorista por la Unión Europea, y que defiende el uso de las bombas contra Israel. Y etcétera. Este pensamiento global, que forma parte de lo políticamente correcto, impregna también el discurso del presidente Zapatero. Su política exterior cae en todos los tópicos de la izquierda lunática y, respecto a Oriente Medio, su actitud es inequívocamente pro-árabe. Estoy en condiciones de asegurar que, en privado, Zapatero considera a Israel culpable del conflicto, y la política del ministro Moratinos va en esa dirección. El hecho de que el presidente se pusiera una Kefia palestina, en plena guerra del Líbano, no es una casualidad. Es un símbolo. España ha sufrido el atentado islamista más grave de Europa, y 'Al Andalús' está en el punto de mira de todo el terrorismo islámico. Como escribí hace tiempo, 'nos mataron con celulares vía satélite, conectados con la Edad Media'. Y, sin embargo, la izquierda española está entre las más antiisraelíes del planeta.
¡Y dice ser antiisraelí por solidaridad! Esta es la locura que quiero denunciar con esta conferencia.

CONCLUSIÓN.
No soy judía, estoy vinculada ideológicamente a la izquierda y soy periodista. ¿Por qué no soy antiisraelí, como la mayoría de mis colegas? Porqué, como no judía, tengo la responsabilidad histórica de luchar contra el odio a los judíos, y, en la actualidad, contra el odio a su patria, Israel. La lucha contra el antisemitismo no es cosa de judíos, es obligación de los no judíos. Como periodista, estoy obligada a buscar la verdad, más allá de los prejuicios, las mentiras y las manipulaciones. Y sobre Israel no se dice la verdad. Y como persona de izquierdas, que ama el progreso, estoy obligada a defender la libertad, la cultura, la convivencia, la educación cívica de los niños, todos los principios que las Tablas de La Ley convirtieron en principios universales.
Principios que el islamismo fundamentalista destruye sistemáticamente. Es decir, como no judía, periodista y de izquierdas tengo un triple compromiso moral con Israel.
Porqué, si Israel fuera derrotada, serían derrotadas la modernidad, la cultura y la libertad.pat.,pat,

La lucha de Israel, aunque el mundo no quiera saber es la lucha del mundo !!!!

E ora aggiungo qualche domandina io:
- Giordania, 1970, Settembre nero, da 10.000 a 20.000 palestinesi uccisi ad opera dell’esercito giordano in poche settimane. Nessuna protesta: perché?
- Libano, 1982-1986, molte migliaia di palestinesi uccisi da palestinesi di fazioni rivali e da cristiani maroniti nella guerra dei campi. Nessuna protesta: perché?
- Libano, 2007, centinaia di palestinesi uccisi dall’esercito libanese. Nessuna protesta: perché?
- Gaza, 2007, centinaia di palestinesi, fra cui molti bambini, uccisi dagli uomini di Hamas. Nessuna protesta: perché?
- Poi magari, volendo: Siria, da 30.000 a 100.000 – a seconda delle fonti – arabi uccisi e oltre 100.000 espulsi a Hama dall’esercito siriano. Nessuna protesta: perché?


barbara


27 maggio 2008

SUCCEDE IN EGITTO

Viaggio di ebrei in Egitto annullato causa "motivi sicurezza"

A quasi trent'anni dalla firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, l'istituzione di rapporti "normali e amichevoli" tra i due Paesi, come previsto dal paragrafo 3 di tali accordi, continua a sembrare un miraggio.
Quarantacinque ebrei di origine egiziana, provenienti da Israele e altri paesi, si accingevano ieri notte (domenica) a imbarcarsi sul volo Elal diretto al Cairo, per trascorrere cinque giorni all'insegna del "ritorno alle origini": la maggior parte di essi, dopo essere stati espulsi o aver abbandonato l'Egitto per lo più tra il 1948 e il 1956, vi faceva ritorno per la prima volta. La presidentessa dell'Associazione israeliana amici Israele-Egitto, organizzatrice del viaggio, aveva programmato tutto seguendo le direttive degli ufficiali di sicurezza egiziani, ai quali erano stati trasmessi tabella di marcia e lista dei relatori e che avevano garantito una sorveglianza continua da parte dei servizi di sicurezza egiziani.
Mia mamma, espulsa da Alessandria nel 1949, dopo che suo padre era stato internato per 10 mesi nel campo di Abou Qir per aver pubblicato un libro in cui, tra le altre cose, esprimeva simpatia per gli ideali sionisti, era emozionata all'idea di potersi ricollegare agli scritti di suo padre. L'anno scorso, in un mio viaggio in quella che sono entrata nell'ottica di considerare la mia terra d'origine, ho ritrovato nel cimitero ebraico delle tombe di familiari nonché la sua casa ad Alessandria. Un tempo era in Rue Fouad, oggi si chiama inevitabilmente Sharia' Nasser.
Tra le tappe previste dal viaggio, oltre alle mete prettamente turistiche, vi erano le poche sinagoghe rimaste a testimoniare una presenza ebraica millenaria, che nel 1937 contava 63000 anime, e il Centro Accademico Israeliano del Cairo, un'istituzione stabilita secondo lo spirito degli Accordi Culturali siglati nel 1980 tra i due Paesi. Il Centro, che non ha un corrispettivo egiziano in suolo israeliano, è attivo dal 1982 e si occupa di scambi culturali e accademici che chiaramente rasentano l'unilateralità. L'unico intellettuale egiziano che abbia mai varcato questo confine è stato lo scrittore satirico Ali Salem, che per questo motivo è stato per anni vittima di un boicottaggio nel suo Paese (e pensare che in Israele Ilan Pappe, lo storico israeliano famoso per la sua adesione ai boicottaggi britannici dell'accademia israeliana, ha continuato ad insegnare all'Università di Haifa, fino a quando non ha capito che avrebbe fatto decisamente più soldi in Inghilterra).
Ma giovedì scorso, un noto presentatore televisivo egiziano ha dedicato la sua trasmissione alla presunta "delegazione di ebrei e israeliani" che si accingeva a calcare il suolo egiziano per esigere indietro i beni confiscati dall'Egitto dopo la loro espulsione o fuga. Il presentatore non ha risparmiato i dettagli e ha specificato anche l'albergo nel quale avrebbe dovuto alloggiare il gruppo. La mattina seguente, l'albergo in questione aveva annullato la prenotazione e non si è fatta attendere una comunicazione da parte dell'agenzia viaggi, che non si poteva più fare carico della sicurezza del gruppo. Insomma, saltato tutto, con grande rammarico dei partecipanti. "Avevo rimosso dalla mia mente l'Egitto", mi ha detto mia mamma. "Memore di quanto aveva scritto il nonno e dell'amore e riconoscenza per quella Terra che esprimeva nei suoi scritti, avevo deciso di tornarci. Ma non ho intenzione di rinunciare alla mia identità ebraica né a quella israeliana per poter visitare questo Paese. Belle le Piramidi, ma ci sono tanti altri Paesi che non ho visitato e finché non mi accetteranno per quello che sono, possono aspettare".
E' vero che esistono gruppi che – legittimamente – si occupano della questione del patrimonio perduto degli ebrei che furono costretti ad abbandonare tutto, o quasi, da un giorno all'altro. "Come ladri nella notte", recita il titolo del libro testimonianza di Carolina Delburgo, che lasciò l'Egitto con la famiglia nel 1956, a seguito della crisi di Suez. Lo scopo principale di quest'attività è quello di porre all'attenzione pubblica la questione dimenticata dei profughi ebrei del 1948. Ma, oltre a rappresentare un tentativo limitato e perlopiù sconosciuto, quest'operato non gode nemmeno di alcun appoggio istituzionale, non da parte d'Israele, né della comunità internazionale nella figura dell'ONU, la stessa che invece creò, nel 1949, l'UNRWA, l'"Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente", che singolarmente si distingue dalla UNHCR, ovvero l'Alto Commissariato dello stesso ONU per i rifugiati (ossia tutti gli altri rifugiati del globo, eccetto quelli Palestinesi).
Nonostante ciò, l'esiguo gruppo in questione non era intenzionato minimamente a "battere cassa" alla frontiera egiziana, ma forse, piuttosto, a chiudere i conti con quella che hanno considerato, loro stessi o i loro genitori, la Patria. Visitare per l'ultima volta, per togliersi l'amaro di bocca, per pensare a come ridimensionare i loro sentimenti nel contesto delle relazioni attuali tra Israele e Egitto, per guardare al futuro perché ormai le loro vite se le sono ricostruite al di fuori dell'Egitto, rimboccandosi le maniche, in silenzio, privi di aiuti internazionali e senza bisogno di recitare il ruolo delle vittime perenni.
E invece si trovano a disfare le valigie con un senso d'impotenza e molta rabbia. Ma, d'altro canto, cosa ci si poteva aspettare da uno Stato che vende, quantomeno in una libreria nei pressi della piazza centrale Midan al-Tahrir, i "Protocolli dei Savi di Sion" come se fosse un best seller uscito ieri?
L'afflusso turistico e il tentativo di approccio accademico culturale dimostrano che Israele si aspetta di aprire una nuova pagina, mentre in Egitto per ora aspettano che anche i 120 ebrei che rimangono tra Alessandria e il Cairo schiattino.
Sharon Nizza

Pubblico questo testo perché mi sembra interessante in quanto documenta aspetti della “questione mediorientale” che difficilmente possiamo aspettarci di trovare nei nostri giornali.

barbara


24 maggio 2008

CONTRO ISRAELE L’ARMA GROTTESCA DEI DIRITTI UMANI

Un vecchio articolo che non è però, purtroppo, un articolo vecchio.

di Harry Wall*

Gli attivisti per i diritti umani hanno molto per cui essere allarmati in queste settimane. Le bande di Hamas hanno conquistato Gaza con incredibile violenza. In Iran, secondo nuovi rapporti, c'è il più alto tasso al mondo di esecuzioni di bambini. In Cina, il New York Times ha pubblicato un devastante reportage sulla schiavitù minorile nelle miniere gestite dallo stato. In Darfur il genocidio continua.
Ma la comunità internazionale preferisce ignorare tutto questo, e molte altre violazioni dei diritti umani ad opera di entità statali. Piuttosto concentra ancora una volta la sua attenzione su Israele. Nel Regno Unito, il maggiore sindacato ha lanciato una campagna di boicottaggio contro Israele. A Ginevra, il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu ha adottato un'agenda da cui ha eliminato la Bielorussia e Cuba dalla lista di verifica permanente e vi ha lasciato un solo paese: Israele.
Entrambe queste azioni non sono solo un capo d'accusa contro coloro che proclamano la loro preoccupazione verso i nemici della democrazia. Ma rivelano che l'accanimento contro Israele è il frutto dell'eterna malattia dell'antisemitismo.
Cominciamo dal boicottaggio inglese. La decisione dell'esecutivo nazionale del UNISOM stabilisce di tagliare "tutte le relazioni economiche, culturali, accademiche e sportive con Israele fino a quando il muro dell'apartheid e l'occupazione non saranno terminate". L'azione del sindacato segue di qualche settimana altre iniziative di boicottaggio anti-israeliano in Inghilterra. La più grande organizzazione dei docenti universitari ha recentemente chiesto ai suoi membri di interrompere qualsiasi rapporto con i loro colleghi israeliani, presumibilmente per la loro "collaborazione" con l'occupazione della Palestina.
Tom Friedman, l'autorevole columnist del NYT, ha così criticato quella parte dell'Università inglese che ha sostenuto il boicottaggio: "Isolare l'Università israeliana con un boicottaggio punitivo è frutto del peggiore anti-semitismo. Diamoci un'occhiata in giro: la Siria è sotto inchiesta dell'Onu per l'assassinio dell'ex primo ministro libanese, Rafik Hariri. Agenti siriani sono sospettati dell'uccisione di alcuni tra i migliori giornalisti democratici libanesi, Gibran Tueni e Samir Kassir. Ma niente di tutto ciò smuove la sinistra per chiedere un boicottaggio delle università siriane. Perché? Il Sudan persegue il genocidio nel Darfur. Perché non si boicotta il Sudan?"
Il fatto che alcuni tra i migliori medici e ricercatori del mondo non potranno più avere a che fare con le Università del Regno Unito, non fa differenza per questi fanatici (forse dovrebbero spegnere anche i loro computer visto che il chip IntelPentium che molti usano è stato sviluppato in Israele). Neppure interessa loro il gran numero di bambini palestinesi che vengono curati negli ospedali israeliani o che presso le Università di quel paese studiano moltissimi arabi e palestinesi. La logica e la verità non hanno spazio quando sono all'opera sentimenti anti-israeliani e anti-semiti.
Ma non sono solo i sindacati inglesi a operare boicottaggi contro Israele. Il mese scorso anche l'unione dei giornalisti inglesi ha chiesto l'isolamento di Israele. Pensateci solo un momento. I giornalisti dovrebbero essere imparziali e cercare notizie e fatti per le loro storie, invece chiedono il bando di Israele. Non della Russia di Putin dove la libera stampa è stata annientata; non dei paesi arabi dove i media sono solo organi di propaganda del governo; non in Cina dove addirittura internet è censurata per proteggere il governo dalle critiche. No, il bando si chiede per Israele, l'unico paese del Medio Oriente ad avere una stampa libera e indipendente.
Questi boicottaggi non hanno in realtà niente a che fare con l'occupazione o con la solidarietà verso i palestinesi. Qualcuno di costoro ha notato che Israele si è ritirata da Gaza l'anno scorso? E hanno visto i risultati?
A Ginevra, dove il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu è stato smantellato l'anno scorso visto che i paradossi erano divenuti eccessivi anche per Kofi Annan (la Libia aveva la presidenza), è stato istituito un nuovo organismo. Ma il nuovo consiglio si è subito dimostrato altrettanto viziato come il precedente. Il rispetto per i diritti umani non è richiesto per farne parte: Russia, Cuba, Angola e Arabia Saudita sono tutti membri del consiglio. E anche questa volta il genocidio nel Darfur è ignorato: neppure una risoluzione contro il Sudan è stata proposta, mentre nove risoluzioni sono state approvate in un anno contro Israele.
Il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu ha sorpassato il precedente in ipocrisia nella sua ultima sessione. Ha fatto uscire la Bielorussia e Cuba dalla lista dei paesi che richiedono una sorveglianza permanente e vi hanno lasciato solo Israele.
Gli Stati Uniti, hanno visto che il nuovo consiglio non differisce in nulla dal precedente e hanno preferito rimanerne fuori. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato ha accusato il consiglio di avere "una ossessione patologica verso Israele". Per raggiungere il "consenso", l'Unione Europea ha dato il via libera alla decisione di rendere permanente i monitoraggio sugli abusi commessi da Israele. Solo il Canada si è opposto a questa grottesca decisione.
E così è passata un'altra settimana in cui il concetto di diritto umano è stato capovolto. Nessuno degli oppressi della terra trarrà alcun vantaggio dalle continue condanne contro Israele. L'Isolamento di Israele, previsto dal boicottaggio inglese e la demonizzazione del paese perpetuata dall'Onu a Ginevra, contengono in realtà gli elementi chiave per un solo scopo: delegittimare lo Stato degli ebrei. Si tratta di una minaccia senza tempo e si chiama anti-semitismo. Solo che oggi si ammanta con vesti della difesa dei diritti umani. È troppo pericoloso per essere ignorato.
_______________

* Harry Wall è consigliere della Anti-Defamation League

(L'Occidentale, 29 giugno 2007)

Ma non è che sia in atto una Delegittimazione di Israele, nooo! Non è che sia in atto una Demonizzazione di Israele, nooo! Non è che qualcuno stia facendo Due pesi e due misure, nooo! Si sta solo operando una legittima critica, esattamente come si sta facendo con tutti gli altri. O no?

barbara


18 agosto 2007

UN ALTRO ESEMPIO DELLA REGOLA «DUE PESI E DUE MISURE»

Ancora un articolo vecchio (è davvero un pozzo senza fondo, quello dei miei archivi!) ma sempre utile.

L'Unione Europea si oppone al "diritto al ritorno" di
Steven Plaut

Il "diritto al ritorno" ha interessato una gran parte della stampa mondiale nelle ultime settimane, ma questa volta - tanto per cambiare - NON si tratta del preteso "diritto" dei palestinesi a ritornare sul territorio d'Israele. Il dibattito, del tutto nuovo, riguarda il diritto al ritorno dei tedeschi etnici, di cui almeno 15 milioni sono stati espulsi dalla loro patria alla fine della seconda guerra mondiale. Improvvisamente sono diventati oggetto d'interesse per il semplice motivo che molti paesi che li hanno espulsi dopo la seconda guerra mondiale sono diventati membri a pieno titolo dell'Unione Europea, o sono in procinto di diventarlo.
Si è sollevata un'ondata di tentativi, da parte dei tedeschi etnici espulsi da quei paesi, di recuperare i loro beni e in qualche caso perfino, se possibile, di rientrare nelle loro vecchie case. Ma le loro chances di riuscirci sono minime. Questo perché l'Unione Europea, guidata in questo dalla stessa Germania, si è irrevocabilmente opposta ad ogni "diritto al ritorno" per i profughi d'origine tedesca. Sì, la stessa Unione Europea che insiste nel dire che i "profughi palestinesi" hanno un diritto inalienabile a ritornare nei territori d'Israele, non riconosce lo stesso diritto ai profughi d'origine tedesca.
Prima della seconda guerra mondiale, c'è stata una grande diaspora di tedeschi etnici in tutta l'Europa centrale e orientale. Molti provenivano da famiglie che erano emigrate al tempo del Medio Evo e anche prima. Abitavano in Polonia, Russia, Cecoslovacchia, Paesi Baltici, Ungheria e Balcani. In certe zone si erano insediati quando quei paesi erano stati assorbiti nell'Impero Asburgico o liberati dalla dominazione ottomana. Erano arrivati come mercanti, funzionari civili istruiti, bottegai, mercenari, missionari o altro. In maggior parte vivevano nelle città ed erano quasi i soli artigiani non agricoli nelle città dei paesi sottosviluppati. Spesso dominavano le corporazioni. Per una di quelle deliziose ironie della storia, i cristiani tedeschi spesso emigravano verso città e villaggi dell'Europa orientale e centrale fianco a fianco con ebrei germanizzati, e svolgevano spesso le stesse attività commerciali.
Il periodo tra le due guerre mondiali ha visto la radicalizzazione e la nazistificazione di molti di questi tedeschi. La storia più conosciuta è quella dei tedeschi dei Sudeti, che hanno giocato un ruolo importante nell'annientamento della Cecoslovacchia. Quando ricevettero da Hitler il segnale, i tedeschi dei Sudeti scatenarono pogrom, atrocità terroristiche e sollevamenti armati contro la Cecoslovacchia, tutto questo nel nome dell'"autodeterminazione", ma, in realtà, per fornire un alibi all'aggressione nazista. Pretendendo di essere "oppressi" e "occupati" (suona familiare ai partigiani del Medio Oriente?) dalla democratica Cecoslovacchia, la loro "penosa situazione" era la foglia di fico che copriva l'aggressione fascista perpetrata dalla Germania.
La storia si ripeterà ampiamente più tardi, quando saranno i "palestinesi" a giocare il ruolo dei Sudeti, e la loro "penosa situazione" servirà di copertura all'aggressione fatta dagli Stati arabi fascisti contro Israele.
Meno ben conosciute sono le storie di insurrezioni simili e di sedizioni fomentate dalle minoranze tedesche nel resto dell'Europa prima della seconda guerra mondiale. Anche se non tutti i tedeschi etnici hanno apertamente sostenuto e aiutato Hitler, furono comunque parecchi. Dopo la guerra, la maggior parte dei tedeschi etnici furono espulsi, a forza di baionette, dai paesi nei quali avevano vissuto per generazioni, e i profughi furono "rimpatriati" nella Repubblica Federale Tedesca (e, in misura minore, in Austria). Stalin deportò un gran numero di tedeschi etnici della Russia in Siberia e in altre regioni orientali.
A conti fatti, si stima che 15 milioni di tedeschi etnici sono stati espulsi dagli Stati non tedeschi dell'Europa orientale e centrale, tre quarti dei quali provenienti dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia (nello stesso periodo, giapponesi etnici sono stati espulsi dalla Manciuria e dalla Corea, essenzialmente per le medesime ragioni).
I profughi tedeschi sono stati assorbiti e reinsediati sul loro suolo dalla Germania (soprattutto dalla Repubblica Federale Tedesca), e senza un centesimo di aiuto dall'UNRWA, l'agenzia dell'Onu per l'aiuto ai profughi che per decenni ha versato somme enormi di denaro contante ai palestinesi. Come i palestinesi, quei tedeschi etnici erano diventati profughi in conseguenza di una guerra d'aggressione scatenata dai loro compatrioti tedeschi, una guerra in cui si sono trovati dalla parte degli sconfitti. Ma, a differenza della maggior parte dei "profughi" palestinesi che divennero profughi perché scapparono dalle zone di combattimento su ordine dei capi della milizia araba al tempo della guerra israeliana d'indipendenza, quei tedeschi sono diventati profughi perché sono stati cacciati di forza dai paesi che li ospitavano DOPO la fine della seconda guerra mondiale. I tedeschi hanno lasciato dietro di loro grandi quantità di beni, mentre quasi tutti i "profughi" palestinesi erano contadini poveri che lavoravano per conto di aristocratici arabi feudali, e che hanno lasciato dietro di loro ben pochi beni o assolutamente nulla.
Ancora più importante è il fatto che la Germania e l'Austria hanno rifiutato a tutti i profughi di nazionalità tedesca il diritto a ritornare nelle loro precedenti nazioni e perfino a ricevere da quei paesi qualsiasi risarcimento, sotto qualsiasi forma. Al contrario, la Germania (ma non l'Austria) ha pagato delle riparazioni ai paesi stessi che hanno espulso i profughi. Eppure, a dire il vero, molti profughi d'origine tedesca erano stati soltanto spettatori innocenti che non erano mai stati nazisti e non avevano maltrattato nessuno.
Ma oggi il governo tedesco e gli eurocrati dicono: niente da fare. Questi profughi tedeschi non sono che pochi milioni di vittime in più oltre ai molti milioni di vittime anonime dei crimini della Germania, e devono semplicemente continuare a vivere senza elemosine. Il loro "risarcimento" consiste nel loro reinsediamento in una Germania libera, democratica, capitalista e prospera.
La Germania stessa ha promulgato la sua propria Legge del Ritorno che consente a tutti i tedeschi etnici di ottenere la cittadinanza di questo paese. Gli stessi eurocrati e i sapientoni dei media che accusano Israele di "razzismo" a causa della sua Legge del Ritorno che accorda automaticamente la cittadinanza agli ebrei che lo richiedono, non hanno mai avuto problemi con una legge "razzista" tedesca dello stesso tipo. Nel frattempo, perfino la commemorazione della situazione dei profughi tedeschi etnici ha incontrato una forte resistenza in Europa.
C'è una lezione da trarre da tutto questo nel 2004. In fin dei conti, per quei tedeschi etnici i motivi legittimi per un risarcimento e per il riottenimento delle loro proprietà sono molto più forti di ogni pretesa "palestinese" a dichiararsi "profugo". I palestinesi hanno giocato esattamente lo stesso ruolo dei tedeschi dei Sudeti, e le pretese di un "diritto all'autodeterminazione" dei palestinesi fanno eco a simili pretese dei tedeschi dei Sudeti negli anni '30. In entrambi i casi, le richieste non sono altro che una foglia di fico che nasconde l'aggressione fascista a una democrazia.
Come i Tories lealisti che fuggirono dai giovani Stati Uniti, non si è mai pensato che i profughi tedeschi etnici dovessero ottenere qualsiasi forma di risarcimento dai paesi da cui sono fuggiti o che li hanno espulsi. Non solo non hanno ricevuto alcun risarcimento da quei paesi, ma la Germania stessa ha pagato dei risarcimenti ai paesi che avevano espulso quei tedeschi etnici, e che erano state vittime dell'aggressione nazista.
Gli stessi dirigenti mondiali e commentatori dei media che esigono che Israele risarcisca i "palestinesi" e consenta loro di "ritornare", dopo quasi sessant'anni, sui territori israeliani, i territori su cui Israele è stato vittima dell'aggressione araba e fascista, non riescono a capire il motivo per cui il problema di questi "profughi palestinesi" dovrebbe cadere esattamente come quello dei profughi etnici tedeschi della fine degli anni '40.
Qual è dunque il vero motivo che spinge gli euro-clowns a disinteressarsi del "diritto al ritorno" dei tedeschi etnici, ma a richiederlo per i "palestinesi"?
La risposta è semplice. La garanzia di un tale diritto ai tedeschi etnici non avrebbe come conseguenza la morte d'Israele. Per questo gli europei non sono interessati.
(FrontPageMagazine.com, 26.08.2004 - trad. www.ilvangelo.org)

Sempre utile, dicevo: perché i nostri giornali queste cose non le scrivono, e la maggior parte della gente non le sa (poi hanno anche il coraggio di accusare noi di fare due pesi e due misure!).


barbara

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