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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


23 gennaio 2012

GLI EBREI ORTODOSSI E LE DONNE: CHE COSA DICE LA TORAH?

La lussuria, la modestia e il Talmud

La rilevanza religiosa della modestia può essere disgiunta dal desiderio maschile di controllo sul corpo delle donne? Considerando i recenti avvenimenti, in Israele, sembrerebbe proprio di no.
Il mese scorso Naama Margolese, una innocente bambina di otto anni che vive a Beit Shemesh, vestita modestamente, ha descritto come alcuni estremisti religiosi – tutti uomini – l’abbiano umiliata e le abbiano sputato addosso perché ritenevano che non fosse vestita in maniera abbastanza modesta mentre camminava verso la scuola religiosa che frequenta. E capita sempre di più che gli autobus pubblici, in Israele, applichino una segregazione di genere imposta dai passeggeri ultraortodossi sia all’interno che in vicinanza delle zone da loro frequentate. E guai alle ragazze e alle donne che rifiutano di spostarsi nel retro dell’autobus.
Tutto ciò rientra in una battaglia più ampia in corso in Israele fra gli ultraortodossi e il resto della società israeliana, che dibatte del ruolo delle donne nella società, del diritto stesso di essere una presenza visibile e di occupare un posto nella sfera pubblica.
Cosa c'è dietro a questi eventi destabilizzanti?
Ci viene raccontato che sono l’effetto della concezione religiosa della modestia, secondo la quale le donne devono essere coperte e tenute nascoste in modo che gli uomini non generino pensieri impuri. Da un principio religioso destinato a regolare gli impulsi sessuali maschili si arriverebbe poi ai maschi che hanno il controllo sul corpo delle donne.
Non è un problema esclusivamente ebraico, ma il Talmud, il fondamento della legge ebraica, ci propone una risposta forse sorprendente: la responsabilità di controllare i pensieri licenziosi degli uomini sulle donne ricade in maniera chiara sugli uomini.
Ancora più esplicitamente il Talmud dice: “E' un problema tuo, signore, non suo (di lei)”.
I maschi ultraortodossi in Israele che vorrebbero esercitare un controllo sulle donne sostengono che le stanno onorando. E dichiarano: “Non trattiamo le donne come oggetti sessuali come fate voi nella società occidentale. Le nostre donne sono più che corpi, e questo è il motivo per cui i loro corpi devono essere completamente coperti”.
In effetti, però, le loro azioni rendono le donne oggetti, ipersessualizzati. Pensateci: dicendo che tutte le donne devono nascondere il proprio corpo dicono che ogni donna è un oggetto che può scatenare gli impulsi sessuali di un uomo. Quindi, ogni donna che attraversa il loro campo visivo è vista a seconda di quanta parte del suo corpo è coperta. Non è vista come una persona nella sua interezza, solo come una potenziale tentazione a peccare.
Ovviamente quando si giudica un essere umano di sesso femminile solo attraverso l’immaginazione sessualizzata di un uomo è anche possibile trasformare una ragazzina modesta di otto anni in una seduttrice e una prostituta.
La realtà è che stiamo parlando di una mentalità che colpevolizza le vittime. Sposta la responsabilità di gestire gli impulsi sessuali maschili dall’uomo stesso a ogni donna che egli potrebbe incontrare. È una mentalità collegata con l’affermazione “Se l’è cercata”.
Così la responsabilità ricade sulle donne. Per proteggere gli uomini dai loro impulsi sessuali, le donne devono eliminare la femminilità dal loro aspetto pubblico, eliminando anche la più piccola prova evidente della propria identità sessuale.
E tutto questo viene compiuto in nome della Torah e della legge ebraica.
Si tratta in realtà di una totale perversione. Il Talmud, il fondamento della legge ebraica, riconosce che un uomo può essere sessualmente eccitato dalle donne ed effettivamente si preoccupa degli impulsi e delle attività sessuali al di fuori del matrimonio. Ma non dice alle donne che ricade su di loro la responsabilità dei desideri sessuali degli uomini. Si tratta piuttosto di una responsabilità che sia il Talmud che i Codici successivi di Leggi ebraiche attribuiscono agli uomini.
Il Talmud dice che ad un uomo è vietato guardare con intenzioni erotiche una donna, che sia bella o brutta, sposata o non sposata. Alcuni rabbini talmudici posteriori estendono questo divieto anche “al dito più piccolo” e “ai suoi vestiti colorati – anche se sono stesi ad asciugare”.
Per trasformare queste in affermazioni della responsabilità delle donne bisognerebbe chiedere alle donne ebree che si coprano anche le mani e che non facciano asciugare i vestiti in luoghi pubblici. Nessuno ha ancora affermato una cosa del genere. Non ancora, per lo meno.
Il Talmud in effetti dice al maschio religioso: Se hai un problema, gestiscilo. È lo sguardo maschile - il modo in cui gli uomini guardano le donne - che deve essere privato di implicazioni sessuali, non le donne stesse in pubblico. La certezza che gli uomini non vedano le donne come oggetto di gratificazione sessuale è esclusivamente sotto il controllo degli uomini.
La tradizione ebraica insegna agli uomini e alle donne, alla stessa maniera, che dovrebbero essere vestiti con modestia. Ma la modestia non viene definita, né tratta principalmente di quanta parte del corpo è coperta. Si tratta di comportamenti. Si tratta di riconoscere la necessità di non essere al centro dell’attenzione. Si tratta di impersonare il richiamo alla modestia del profeta Micah: impara a “Camminare umilmente con il tuo D.”
Naama, a otto anni, avrebbe alcune cose sulla modestia da insegnare, ai suoi aggressori.

Rav Dov Linzer

rav Dov Linzer è il rettore della Yeshivat Chovevei Torah Rabbinical School, Riverdale-Bronx (Usa).

(The New York Times - 20 gennaio 2012, versione italiana di Ada Treves)
 
 

Evidentemente i super-extra-ultra-mega ortodossi che si turbano a vedere qualche centimetro di braccia di una bambina i otto anni, oltre al vivere civile, oltre al rispetto, oltre alla dignità, oltre alla decenza, avrebbero un po’ da imparare anche su quella Torah in nome della quale pretendono di agire. Ma le donne, per fortuna, anche quelle ortodosse, lo sanno.
 
 

barbara


14 agosto 2011

IL LIBRO DELLE LAMENTAZIONI

Perché le razze esistono, oh sì, eccome se esistono. Ed esistono le razze padrone e le razze serve, e se nasci in una razza serva non puoi illuderti di avere diritto alla libertà, alla dignità, al rispetto, alla giustizia. E se qualche pazzo visionario un giorno decide di fare una legge che ti assicura tutte queste belle cose, farai bene a stare in guardia, perché gli appartenenti alla razza padrona, che hanno il senso della realtà e sanno che la tua razza è molto più vicina alle bestie che agli umani, non permetteranno certo di mettere in atto una simile follia e c’è il rischio che, per impedirlo, di te non restino più neanche le ossa.
Libro bellissimo che narra di un Messico reale che sa di fiabesco, o forse di un Messico di fiaba che sa fin troppo di realtà, con storie che forse sono vere o forse sono fantastiche o forse sono un po’ vere e un po’ fantastiche, narrate da una stupenda autrice dai molteplici talenti (narratrice, poetessa, docente, diplomatica, infaticabile attivista per l’emancipazione femminile – giusto a proposito di donne, vai a vedere anche questo), di cui non possiamo non piangere la precoce scomparsa.
(Resta da capire come un Oficio de Tinieblas si sia trasformato, arrivando in Italia, in un Libro delle lamentazioni, che uno lo va a cercare in google per prendere un’immagine della copertina e si ritrova in mezzo alla Bibbia ma insomma non si può avere tutto dalla vita).

Rosario Castellanos, Il libro delle lamentazioni, Marsilio



barbara


1 maggio 2011

REGALIAMOCI UNA BOTTA DI AUTOCONFORTO, DAI!

DA UNA DONNA PER LE DONNE

Se qualcuna è depressa ricordi che siamo il sesso “bello”.

Non abbiamo bisogno di portare cravatte.

Non ci fa male incrociare le gambe.

Se decidiamo d’esercitare professioni prettamente maschili siamo PIONIERE.
Se loro decidono di esercitare professioni prettamente femminili sono gay.

La nostra intelligenza è paragonabile a quella di qualsiasi uomo……… ma il nostro aspetto è migliore.

Se uccidiamo qualcuno e dimostriamo che sia successo durante la sindrome premestruale, è un’attenuante.

Il nostro cervello ha la stessa capacità di quello degli uomini, anche se abbiamo sei miliardi di neuroni in meno, questo vuol dire che i nostri neuroni sono più efficienti.

Siamo in grado di occuparci di più cose contemporaneamente.

Sappiamo sempre dove sono le calze.

La moglie del presidente viene chiamata la “first lady”.
Il marito della presidentessa è come uno zero messo a sinistra, anche se è di destra.

Se sposiamo l’erede al trono, siamo regine.
Se un uomo sposa l’ereditiera al trono, sarà il marito della regina.

Se siamo tradite siamo vittime, se noi tradiamo, loro sono cornuti.

In definitiva, siamo noi a decidere quanti figli avere.

Sentiamo il bimbo muoversi dentro di noi.

I bimbi sempre dicono “mamma” per primo.

Sappiamo sempre che il figlio è nostro.

Abbiamo mesi di congedo per maternità.

La visita ginecologica è più gradevole di quella della prostata.

Siamo monogame anche se fosse necessario provare diversi uomini fino a trovare qualcuno che valga la pena.

Sempre siamo presenti alla nascita dei figli.

Allattiamo.

Siamo le “star” del matrimonio.

Qualcuno ha sentito parlare di un “muso ispiratore”?

Viviamo di più.

Siamo più resistenti al dolore e alle infezioni.

Abbiamo meno problemi cardiaci.

Sudiamo di meno.

Abbiamo la precedenza sui battelli di salvataggio.

Siamo più sensibili.

Le donne che vivono sole mangiano meglio.

Abbiamo una nostra giornata internazionale.

Siamo veramente meravigliose! 

                                                           


sì, decisamente...

barbara


23 marzo 2011

AH ECCO

Padre Pio: non ho mai baciato una donna, neppure mia mamma

Eh sì, adesso è tutto chiaro.



barbara


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14 maggio 2010

LE RELIGIONI SONO TUTTE UGUALI?

La forza delle donne

A commento della parashà di questo Sabato, inzio del libro dei Numeri, che parla di un censimento di soli uomini abili alla guerra, una citazione da Rav Jonathan Sacks: "Quando vuoi conoscere la forza di un esercito, come all'inizio del libro di Bemdibar, conta gli uomini. Ma quando vuoi conoscere la forza di una civilizzazione, guarda le donne. Perché è la loro intelligenza emozionale che difende la dimensione personale da quella politica, il potere della relazione dalla relazione di potere".

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma


Fatwa del 1979

“Le donne membri e sostenitori dei Mojahedin, (il maggior gruppo di opposizione ai mullah), possono essere uccise, torturate, violentate e le loro proprietà confiscate”.

Ruhollah Khomeini

barbara


1 febbraio 2010

LA DONNA NON È GENTE

Riflessioni di Caren A. sulla situazione dalla donna nel mondo.

«La donna non è gente» o «Una donna e altri animali», sono proverbi contadini che crudelmente significano: la donna non è genere umano. Cioè non è nessuno. Questo è quanto pensavano gli uomini non tanto tempo fa anche da noi. Ci sono voluti tanti anni di femminismo e di lotta per riuscire a far capire loro che la donna è una persona da rispettare ed avente gli stessi loro diritti. Oggi da noi come in tanti altri paesi occidentali noi donne siamo tutelate anche per legge anche se non sempre però la legge viene rispettata (ad. es. la lavoratrice donna in molti settori percepisce uno stipendio inferiore al lavoratore maschio pur svolgendo le stesse mansioni) e bisogna sempre continuare a lottare. Tra le tante vite femminili anonime, emarginate, non riconosciute, i due testi letti da noi durante la lezione d'italiano, cercano di farci capire, come è dura e difficile anche al giorno d'oggi ancora la vita di milioni di donne, soprattutto nei Paesi di religione islamica. Nell'Islam la donna è sottomessa all'uomo ed è maltrattata sia fisicamente (anche solo perché cadendo malamente le si scopre una caviglia) che psicologicamente, (le viene tolta ogni possibile libertà) perché nell'Islam il padrone è l'uomo. Così sta scritto nel Corano, si giustificano. Non riesco a capire come una religione possa fare tanto male a degli esseri umani. Quando le donne sono costrette ancora bambine a sposare l'uomo scelto dai parenti, devono recitare dei versetti coranici con i quali si impegnano ad ubbidire al marito, come stabilito da Allah, il loro Dio. Non possono indossare pantaloni, gonne corte, camicette scollate. Non possono parlare con altri uomini, se non in casi urgenti e sempre in presenza di un uomo di famiglia e anche in questo caso devono parlare a voce bassa. La pelle deve essere coperta, non può essere mostrato niente più degli occhi. Devono mettersi il burka, una enorme tovaglia che le soffoca e impedisce loro di respirare. Alcuni burka hanno davanti agli occhi una rete. Le scarpe non devono emettere il minimo rumore e spesso non possono uscire da casa se non scortate da un parente maschio. Le ragazze sono sottoposte all'infibulazione. La donna non deve studiare (una persona non istruita è più facile da tenere a bada di una istruita) e non può lavorare. È obbligata a studiare il corano e a svegliarsi per la preghiera. Deve accettare di vivere accanto ad altre mogli del marito, (una cosa assurda). Queste e altre malvagità devono sopportare le donne. A me, che vivo in Occidente, sembra impossibile che queste cose possano accadere ancora al giorno d'oggi. Tutti dovremmo cercare di fare il possibile per aiutare queste donne e bambine a migliorare la loro situazione ma so che non è facile. Anche se vivono da noi in paese sviluppati invece di adottare le nostre leggi continuano come se fossero nei paesi dai quali provengono. Secondo me, volendo si potrebbe fare molto di più di quello che viene fatto. Bisogna dire però che ci sono anche alcuni uomini di religione islamica che forse grazie agli studi fatti in Occidente hanno capito che l'Islam è una religione assurda (o ancora più assurda di molte altre) e si sono anche convertiti a un'altra religione, (ad es. Magdi Allam) Consiglio anche a tutte le donne d'Italia e di tanti altri Paesi di riflettere molto bene e a lungo prima di sposare un uomo di religione islamica o comunque di stare attente a quello che dicono e firmano. Anche se prima di sposarsi vengono fatte loro tante promesse che come abbiamo visto nel testo letto (ma ci sono molte altre storie simili!) poi non vengono mantenute e poi si ritrovano con dei figli, che rischiano a volte anche di non rivedere mai più, perché affidati ai padri e le povere bambine a volte vengono sposate anche a due anni. Spero che non debba passare molto tempo prima che le cose cambino anche se non ci credo molto.

Ogni tanto capita che mi dico: sì, ho scelto il mestiere giusto. Quando ho corretto (si fa per dire: il testo che state leggendo è esattamente come è stato scritto, non ho corretto neanche una virgola) questo compito, è stata una di quelle volte.

barbara


30 ottobre 2009

PRIMA ANCORA CHE NEI FATTI

L'inizio della chiamata/profanazione del nome divino secondo Rashi vuol dire che l'uomo iniziò a scambiare la natura per Dio, e a pregarla. Ma vi è poco dopo un altro uso della stessa radice, nel verso che segue quello in cui si presenta la discendenza di Noach: "E quando l'uomo iniziò/profanò (echél) a moltiplicarsi sui volti della terra, e nacquero loro delle figlie, i figli di Elohim videro le figlie dell'uomo, che erano belle, e le presero per loro come mogli scegliendole fra tutto ciò che sceglievano". Qui vediamo che l'umanità prova a chiamare Dio nel mondo, nel senso che prova a eseguire quanto le era stato ordinato, ossia di moltiplicarsi, ma in un modo che sottrae all'atto la sua integrità. Questo è suggerito dal fatto che i figli di Elohim, cioè i figli di Dio, vedranno le donne come figlie dell'uomo. Tutti gli esseri umani sono figli di Dio, come il racconto della creazione vuole significare, ma l'uso di questa espressione mostra una discriminazione insopportabile. Ci scontriamo qui con l'uso irresponsabile della parola, che porterà al diluvio e alla necessità di rifugiarsi nell'arca, che vedremo essere una sorta di parola molto particolare. Gli uomini di quella generazione preferiranno vedere nelle donne degli esseri inferiori, e questo è un riflesso del fatto che siamo in un'epoca di tohu, di assenza apparente di Dio, per cui esse vengono declassate da figlie di Dio a figlie dell'uomo. Vengono prese e scelte "fra tutto ciò che sceglievano", cioè scelte così come si sceglie un oggetto, un frutto piuttosto che un altro. Vengono private della loro dignità, e questo profana gravemente ciò che alla base deve essere il più sacro dei compiti, la moltiplicazione dei figli di Dio, e quindi della sua immagine, sulla terra. Come abbiamo visto questo avviene, prima ancora che nei fatti, attraverso la parola, il modo in cui le donne sono chiamate. (Rav Chaim Cipriani)

Come si suol dire: parole sante! Così come sante, in altro campo e in altro modo, sono anche le parole di lui. E poi

MEMENTO: +60.

barbara


2 marzo 2009

DOPO LA NOTTE

Nascere e crescere dentro l’islam e volere, tuttavia, essere una donna: avere dei sentimenti, scegliere chi amare, essere titolare di diritti. Essere, in una parola, una persona. Non è facile, e se si persevera nel tentativo di veder soddisfatte queste pretese, il prezzo da pagare è alto, molto alto. Ma c’è chi, pur sapendolo, non si arrende, e prosegue per la strada che sa essere giusta. È questa la storia che ci racconta Alessandra Boga in questo racconto intenso e bellissimo, liberamente ispirato a una storia realmente accaduta – a una storia, purtroppo, tragicamente simile a tante altre storie. Un racconto scritto senza ostilità preconcette ma anche senza inutili buonismi. Un racconto tragico ma che non cede alla disperazione perché la notte, anche quella più lunga, prima o poi dovrà pur finire …

Alessandra Boga, Dopo la notte, Il filo



barbara


8 febbraio 2009

POST DEDICATO A TUTTE LE ANIME BELLE DEL PIANETA

Alle anime brave. Alle anime generose. A coloro che si battono per i diritti umani. A coloro che si mobilitano in massa quando li sfiora il sospetto che questi vengano violati. A coloro che non possono tollerare che si colpiscano dei civili, neanche per sbaglio, neanche quando l’obiettivo sono degli efferati terroristi. A coloro che in nome della giustizia sono pronti a fare – letteralmente, oh sì, MOLTO letteralmente – fuoco e fiamme. A voi, con tutta la mia immensa simpatia, con tutta la mia sconfinata ammirazione, con tutta la mia incommensurabile riconoscenza. Prego, accomodatevi: il pasto è tutto per voi.

CONGO, l’inferno nel nostro corpo

«Devo proteggermi» sussurra l'uomo in camice
bianco. «Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Dorme torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna». Dieci anni fa, una giovane violen­tata a cento metri da qui si è trascinata da lui. Da allora, nel suo ospedale Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege ha operato 25 mila vittime di stupri efferati e ne ha medicato altrettante nei villaggi, condannato a leggere nei loro corpi gli scempi di questo cruciale lembo d'Africa, l'est della Repub­blica Democratica del Congo. Si combatte dal 1998 nel Nord e nel Sud del Kivu, fuori dalle città di Goma e Bukavu, sulle rive di un lago beffardamente incantevole a ridosso della fron­tiera con il Ruanda. Cinque milioni di morti dal '98 al 2002, nel conflitto più sanguinoso del globo dopo la seconda guerra mondiale. Poi i ribelli impazziti, i villaggi cancellati, la missione dell’Onu Monuc - la più imponente, con 17 mila caschi blu - capace solo di contare i morti dopo bat­taglie sbrigativamente attribuite a faide etniche e che invece mirano al controllo di immense e maledette ricchezze mi­nerarie: oro, tantalio, diamanti.

Lo stupro, qui, è l’arma affilata
di una guerra che da tempo ha perduto la linea del fronte. La strategia primordiale di tutte le sigle paramilitari che annidano plotoni assassini nel cuore di tenebra della foresta equatoriale. Stuprano i ribelli del Cndp del generale Nkunda, appena messo fuori gioco dai suoi storici alleati ruandesi, e forse - mentre scriviamo - già ammazzato o spedito in un esilio dorato. Stuprano le mi­lizie della Fdlr, gli hutu responsabili del genocidio ruan­dese del '94 fuggiti in Congo. Stuprano i Mai Mai, com­battenti filogovernativi, allucinati da riti tribali. E stupra l'esercito regolare.
Violenza sistematica, compiuta davanti a figli e mariti: annientare le donne è un metodo veloce e sicuro per riu­scire a mutilare intere comunità, spaccandole in un'invin­cibile vergogna. Il presidente congolese Joseph Kabila ha appena autorizzato l'esercito ruandese a entrare in Congo per sgominare gli hutu della Fdlr, come promessa di pace per il Kivu, ma la sua gente non si aspetta che altri morti, altri in­ferni. «Perché chiamare qui i ruandesi a risolvere un loro pro­blema?» si chiede Mathilde Muhindo, che si è dimessa dal Parlamento disgustata dall'immobilismo di Kinshasa e da sem­pre assiste le vittime di stupro nel Centro Olame della diocesi di Bukavu. «Perché il governo è sceso a patti con Bosco Ntaganda, l'antagonista di Nkunda, ricercato dalla Corte dell'Aia per crimini contro l'umanità? È triste che nella nostra terra chiunque sia autorizzato a fare ciò che vuole, esattamente come i militari sul corpo delle donne». Corpi sfioriti come quello di Elise Mukumbila, maschera di rughe e livore: nelle credenze tribali, forzare un'anziana porta ricchezza, così i Mai Mai hanno abusato di Elise per mesi, nella foresta a nord di Coma, lasciandole l'Hiv. La incontro a Goma, nel piccolo centro di Univie Sida, associazione locale che convince le don­ne sieropositive del fatto che la vita può, deve continuare. E corpi di bambine come Valentine, orfana dodicenne, perché violare una vergine rende immortali. Lei ha perso la parola dopo i ripetuti stupri di gruppo, ha la gonna fradicia di urina per una fistola mai curata: la sorella maggiore vuole nascon­dere la tragedia agli altri sfollati nel campo di Buhimba, poco lontano da Goma, dicendo a tutti che il sorriso vuoto della bimba non è che una pazzia senza nome. A Bukavu Janette Mapengo, 31 anni, mi si avvicina zoppican­do. Gli otto hutu che l'hanno violentata nella sua capanna co­stringevano il marito a guardare, per poi seccarlo con una pallottola in fronte ed esplodere su Janette altri tre colpi, ap­pena lei ha osato urlare. Alza la gonna scolorita mostrando l'arto di plastica: all'ospedale Ponzi le è stata amputata la gam­ba destra maciullata dagli spari. Janette piange piano: «Sono inutile». Francoise Mukeina ha 43 anni, undici figli, occhi color miele: «Cento hutu ci hanno prese in otto dal villaggio, a Shabunda, tenendoci schiave nella foresta per due anni, nu­trite con gli avanzi, violentate a turno ogni giorno, marchiate col fuoco. Quando mi hanno mandato a fare legna sono fug­gita. Ho dolori che non finiscono mai ma ringrazio Dio: io so­no viva, le altre no».

Solo nel Sud Kivu, da gennaio a settembre 2008, l'agenzia dell'Onu Unfpa ha censito 11.600 donne che hanno chiesto cure dopo la violenza carnale: per il 95 per cento di loro, gli autori erano miliziani. Nel Nord Kivu si stimano 30 mila vitti­me di stupro dal '98, ma quelle che tacciono per vergogna sa­rebbero molte di più. «È un femminicidio: gli stupri aumen­tano, sembrano contagiosi» esplode Fanny Mukendi di Action Aid, organizzazione internazionale che tra Bukavu e Goma finanzia i gruppi locali più attivi nel ricomporre i brandelli di esistenza di queste donne. «Sono povere, sfollate dopo gli at­tacchi dei ribelli: la violenza è il colpo di grazia. Hanno biso­gno di un sostegno psicologico e di entrate economiche: con noi fabbricano sapone, panieri, preparano dolci da vendere al mercato. Nulla di spettacolare, ma le aiuta ad accettarsi di nuovo». A Goma, ActionAid ha fondato un movimento fem­minile che a novembre, durante l'assedio di Nkunda, ha riem­pito lo stadio al grido "stop aux viols". E per Fanny, «ogni donna del mondo dovrebbe essere solidale con loro». Pensava soprattutto all'est del Congo, l'Onu, quando l'anno scorso si è decisa a inserire lo stupro di guerra tra i crimini con­tro l'umanità, perseguibile dai tribunali internazionali. Ma per ora, qui, domina l'impunità: «Con i militari si può solo segnalare l'esercito di appartenenza» spiega Julienne Mushagaluja, avvo­catessa del gruppo Afejuco a Bukavu, che raccoglie testimo­nianze di vittime in vista di un appuntamento importante: «Sta per arrivare un inviato della Corte dell'Aia» rivela. «Dovrà ca­pire se esistono prove sufficienti a denunciare per stupro i si­gnori della guerra». Delle 58 condanne eseguite a Bukavu nel 2008 (su 353 denunce), solo 9 riguardavano militari, ma ri­spondevano anche di altri delitti. «Se a soffrire fossero gli uo­mini e non le donne» dice sommesso il dottor Mukwege «la comunità internazionale avrebbe già trovato una soluzione».

Nel campo di Buhimba, durante il consueto acquazzone pomeridiano, siedo in una capanna buia sopra la terra nera del vulcano Nyiragongo, con un gruppo di donne e i loro neonati. I figli della violenza. In Congo l'aborto è illegale, per quello clandestino ci vogliono soldi, e non è il caso di Dativa Twisenge, 22 anni, scheletrica, bella, che disprezza il suo pic­colo Oliver «Che me ne faccio? Voglio solo morire. Due stupri sono troppi» mi gela. «Due anni fa in casa mia, a Masisi, con mia madre: a lei hanno spezzato le gambe. L'anno scorso qui vicino: tre militari del governo mi montavano come una cagna e intanto mi bastonavano la schiena: non ho fatto che urlare "uccidetemi!"». Agnès è un raggio di luce: 33 anni, sei figli, l'ultimo nato dallo stupro. Rapita vicino al campo con altre nove, legata e bendata dall'alba al tramonto, gettata tra i ba­nani come spazzatura. Non riesco a non chiederle cosa prova per questo neonato paffuto, che per sempre le ricorderà la tortura. Lei sgrana gli occhi allungati: «Devi capire, è il mio bambino. L'ho chiamato Chance affinché, almeno lui, abbia la fortuna di conoscere un mondo migliore». (Emanuela Zuccalà, Io donna)

La sapete quella della studiosa che ha indagato sui crimini dell’esercito israeliano? Lo sapete che ha scoperto che non c’è modo di trovare un solo caso di stupro etnico? Lo sapete come ha spiegato la cosa? L’ha spiegata così: gli israeliani sono razzisti e scopare le palestinesi gli fa schifo, per questo non le stuprano. E sarebbe già un conforto se fosse una stupida, macabra barzelletta di pessimo gusto. Ma invece è la pura realtà.

E voi, dolcissime, infelicissime sorelle condotte al macello nella più totale indifferenza del mondo intero, lo so che tutte le mie lacrime e questo cazzo di post non allevieranno di un miliardesimo la vostra sofferenza, ma è tutto quello che ho da offrirvi, e ve lo offro.

barbara


10 novembre 2008

LA METÀ DIMENTICATA

Il 3 novembre 1999, alle nove di sera, stavo ritornando a casa dopo avere tenuto una lezione alla School of Oriental and African Studies dell'Università di Londra quando, uscendo dalla stazione della metropolitana di Stamford Brook nella buia notte autunnale, sentii che qualcuno mi seguiva. Prima ancora che avessi il tempo di reagire, fui colpita alla testa. Istintivamente strinsi più forte la borsa, che conteneva l'unica copia di un manoscritto che avevo appena terminato, ma il mio assalitore non si scoraggiò.
«Dammi la borsa!» urlava.
Lottai con una forza che non credevo di possedere. Al buio, senza riuscire a scorgere anima viva, sapevo soltanto che mi stavo confrontando con due mani robuste, per quan­to invisibili. Cercavo di proteggermi e, nello stesso tempo, di tirare calci nel punto dove presumevo fosse il suo ingui­ne, ma mentre lui continuava a colpirmi sentivo dolori lan­cinanti alla schiena e alle gambe, e il sapore salato del san­gue in bocca.
Finalmente alcuni passanti accorsero gridando, e presto l'aggressore fu circondato da una folla indignata. Quando mi rialzai in piedi barcollando, vidi che l'uomo superava il metro e ottanta.
Più tardi la polizia mi chiese perché avessi rischiato la vita per una borsa.
Indolenzita e tremante, spiegai che conteneva il mio li­bro. «Un libro?» esclamò un agente. «Forse un libro conta più della sua vita?»
Naturalmente non è così, ma per certi versi quel libro era la mia vita, la testimonianza dell'esistenza condotta dalle donne cinesi e, nello stesso tempo, il frutto di molti anni di lavoro come giornalista. Sapevo di essere stata sciocca per­ché, se il manoscritto mi fosse stato sottratto, avrei potuto cercare di riscriverlo; tuttavia, non ero del tutto sicura di riuscire a sottopormi ancora una volta all'intensità delle emozioni che la nuova stesura avrebbe generato. Era stato doloroso rivivere quelle storie femminili, e ancora più duro riordinare i miei ricordi e cercare il linguaggio adatto a esprimerli. Lottando per la borsa, avevo difeso sia i miei sentimenti, sia quelli delle donne cinesi. Il libro raccoglie­va troppi elementi che non sarebbe più stato possibile recupera­re: attraversando i ricordi, infatti, si apre una porta sul passato, ma il cammino interiore ha così tanti bivi che ogni volta l'itinerario è diverso.

Vi è mai capitato di incontrare una ragazza che alleva un cucciolo di mosca per poter finalmente godere, per la prima volta nella vita, di una compagnia gentile? In Cina potrebbe capitarvi di incontrarla. La “metà dimenticata” di cui parla il titolo sono le donne. Donne neglette e ignorate, oppresse e represse – in ogni parte del mondo, certo, ma in alcune di più. La Cina fa parte di quelle di più. In una delle più antiche e nobili civiltà del mondo la donna – se riesce a vincere la lotteria degli aborti selettivi nelle città e degli infanticidi nelle campagne - è ancora quella cosa che deve sbrigare le faccende di casa, mettere al mondo un figlio, possibilmente maschio, lavorare e tacere. Sempre. Comunque. Anche se tuo marito ti batte. Anche se tuo padre ti violenta e tua madre ti proibisce di ribellarti. Anche se ti viene imposto un marito che non vorresti. Anche se scopri che le donne ti attraggono più degli uomini – soprattutto dopo averli conosciuti, gli uomini - e per questo vieni sbattuta in galera. Anche se ti stuprano da bambina in nome della Rivoluzione per poi buttarti via come una scarpa vecchia quando resti incinta. Sempre, perché sei donna e come tale il diritto di parola non ti compete.
A squarciare il velo è Xinran, giornalista radiofonica, che attraverso il suo programma raccoglie le più drammatiche e sconvolgenti testimonianze da parte delle donne che lo seguono e decide alla fine di metterle per iscritto – non prima di essersi prudentemente trasferita in Inghilterra. Racconti di sofferenze inimmaginabili, racconti che pian piano trovano il coraggio di farsi largo dopo anni o decenni di silenzio, di dolore muto, al quale nessuno mai aveva aperto il minimo spiraglio. Storie di sorelle molto meno fortunate di noi, alle quali è doveroso dedicare almeno – visto che altro non possiamo fare – la nostra partecipe attenzione.

Xinran, La metà dimenticata, Sperling & Kupfer



barbara


3 novembre 2008

PRIMA LE DONNE E I BAMBINI

Il silenzio del sesso

È nel rapporto sessuale che si produce, tra uomo e donna, il più tragico silenzio della parola e del corpo. È lì che la disparità di potere e di condizione, la subordinazione della donna, i diritti dell'uomo e i doveri di lei, la sopraffazione e l’accettazione passiva, le richieste e le resistenze, si manifestano con maggiore evidenza e provocano acuta sofferenza.
La pesante repressione che gravava sulla sessualità e che imponeva il silenzio, ha impedito di scorgerne gli aspetti drammatici: se il sesso era nascosto e taciuto, si poteva favoleggiare sulle sue gioie finché si voleva. Ora il sesso ha il permesso di esprimersi e si scopre quello che è sempre stato lì e non veniva detto, e cioè che usare gli appositi organi non è sufficiente per essere felici. La felicità è il risultato di una autentica, ben riuscita comunicazione tra persone anche, ma non solo, a livello sessuale.
Il rapporto sessuale è rigorosamente diviso in tre parti: i preliminari, il rapporto vero e proprio con penetrazione e successivo immancabile orgasmo e il "dopo". La parte più importante viene ritenuta quella che va dalla penetrazione all'acme dell'orgasmo: dura da uno a due minuti, tralasciando di considerare il fenomeno diffusissimo e deludente per l'uomo e per la donna, chiamato "eiaculazione precoce", nel qual caso si parla di secondi. Che stupidaggine attribuire la massima importanza a un avvenimento che dura tanto poco, a un fenomeno meccanico di sfregamento che si potrebbe produrre in mille altri modi e che, proprio per l'intensità con cui ognuno dei due tenta di perseguirlo per conto proprio, esclude ogni comunicazione tra i due, riducendosi a un meccanismo solitario che conduce inevitabilmente a un risveglio carico di delusione.
È tanto vero che la parte importante del rapporto è considerata il cosiddetto coito, che quella antecedente viene battezzata col nome di preliminari: agli eccelsi, estatici due minuti successivi. Di cui di regola non si ricorda molto, se non una specie di corsa solitaria a un piacere tenuto come sommo, al di là e al di sopra non è possibile andare e figuriamoci allora quale fallimento rappresenta il fatto che non si riesce neppure sempre a raggiungerlo. Nei preliminari c'è l'incontro, o almeno dovrebbe esserci, tra due esseri che dovrebbero avere qualcosa da comunicare l'uno all'altro. O, nella peggiore delle ipotesi, tra due corpi rivestiti di un involucro chiamato pelle, sensibilissimo alle stimolazioni più varie, nel quale si affacciano orifizi importantissimi, organi disparati con funzioni multiple, cavità, protuberanze, sporgenze, pieghe recondite, e un organo chiamato bocca che, tra le tante funzioni alle quali adempie, ha anche quella di parlare e parlare significa, o dovrebbe significare, comunicare.
Ma se un rapporto sessuale medio dura dieci minuti, come pare, che si riducono a otto se si tolgono i due minuti, che vanno dal momento della penetrazione a quello della eiaculazione, e se se ne tolgono altri tre che vanno dalla eiaculazione alla estrazione del pene dalla vagina, ai preliminari, per bene che vada, ne rimangono cinque. Cinque minuti per qualcosa che dovrebbe differenziare una solitaria masturbazione da una comunicazione tra due esseri umani. Boh. Senza voler considerare che i preliminari sono strettamente strumentali all'eccitazione dell'altro perché divenga atto al penetrare e all'essere penetrato, con passaggi obbligati che vanno dal bacio sulla bocca alla contemporanea manipolazione del seno, dei capezzoli, del pene, della vulva, una specie di percorso coatto verso un piacere sempre uguale, che esclude l'invenzione, il gioco, il riso, le pause, il fare altro, lo smettere e il riprendere, il divagare, il raccontare. Preliminari finalizzati, non vissuti e goduti per se stessi, ma galoppati, accelerati, scavalcati per i due minuti che verranno dopo. La regia dei preliminari, come quella di tutto il rapporto, è nelle mani dell'uomo: sua l'iniziativa, i modi, i tempi, secondo le sue esigenze. Deve essere invece della donna la capacità e l'abilità di adeguarvisi, cioè di costringere se stessa, dopo un tirocinio più o meno lungo e più o meno riuscito, a misurare i propri desideri su quelli dell'uomo, restringendoli o dilatandoli secondo quelli di lui. Poi c'è il "dopo". Per molti uomini consiste ancora nel girarsi dall'altra parte e addormentarsi repentinamente, oppure nello stare svegli, ma nel mutismo più assoluto, in atteggiamento inerte ed escludente, senza manifestazioni di desiderio di ulteriore contatto, o nel parlare del più e del meno. Non si sa che cosa sia peggio. Ci sono quelli che si alzano a precipizio per andare a lavarsi e in questa urgenza insultante di cancellare dal proprio corpo i segni dell'intimità tradiscono le proprie difficoltà nei confronti del corpo della donna, vissuto come sporco, impuro, diverso dal proprio. Rivela anche quanto il rapporto sessuale nel profondo venga vissuto come il "peccato" e l'acqua il mezzo simbolico per lavarlo. Insomma, il disgusto per il corpo della donna, cancellato dal momento del desiderio sessuale, riaffiora non appena il desiderio è stato soddisfatto. In via di estinzione invece l'uomo che dopo il rapporto sessuale si accende una sigaretta.
Da quando le donne hanno cominciato a parlare della propria sessualità, i giovani maschi che hanno letto, discusso e capito che le cose sono cambiate e che rischiano insulti e contestazioni anche in posizione orizzontale, sorvegliano maggiormente sia il rapporto stesso per rendere partecipe la compagna, sia la fase finale di separazione dei corpi per renderla graduale e accettabile e riempiono il vuoto minaccioso con una ripresa di contatto, con carezze leggere e ripetute, rassicuranti, cioè con le manifestazioni gestuali della tenerezza che suppliscono all'incapacità di mettere in moto la tenerezza autentica. Hanno imparato e ripetono la lezione con diligenza non tanto perché questo sia fonte di piacere per loro, ma perché sanno che lo è per la compagna. Il corpo però tradisce la non spontaneità dell'operazione: da un'inchiesta non vasta ma sufficiente per delineare un atteggiamento tipo, l'uomo, nella fase del "dopo" sta a occhi chiusi e a pancia all'aria, la faccia rivolta al soffitto e non alla compagna, un braccio passato intorno alle spalle di lei e una mano che accarezza. La donna invece sta stesa su un fianco e adatta il suo corpo a quello dell'uomo, la faccia rivolta verso il profilo di lui, una mano che l'accarezza, in atteggiamento esplicito di ricerca di contatto. Due corpi in posizione così diversa evidentemente fanno richieste diverse: l'uomo elude la comunicazione, che prevede il "faccia a faccia", evitando la posizione frontale, perché il suo copione di rapporto sessuale non lo contempla. La donna continua a provare un gran bisogno di comunicazione e di contatto, tanto più intenso quanto più è stato deluso dallo svolgersi del rapporto in tempi e modi diversi dai suoi: inappagata dalla pura soddisfazione genitale, quand'anche si sia prodotta, ricerca una comunicazione più profonda che passa per la pelle e il corpo, ma non esclude le parole. Questo bisogno così vivo nella donna si manifesta solo a rapporto concluso non perché non fosse presente prima, ma perché si è impedita di manifestarlo per non correre il rischio di far miseramente naufragare e spegnere il desiderio sessuale dell'uomo, cosciente della fragilità del suo meccanismo. La richiesta di cambiamento dello schema di rapporto può provocare la temuta impotenza, vissuta dall'uomo in maniera drammatica perché condizionato a esibire e dimostrare la propria efficienza sempre e comunque e la donna, di riflesso, teme l'umiliazione del rifiuto sessuale, altrettanto dura a digerirsi. La consapevolezza della fragilità maschile induce le donne a tacere sui propri desideri, accettando quelli dell'uomo che reputano irrinunciabili e a rimandare le richieste emotive alla fine del rapporto. Scomparso nell'uomo il violento e immediato bisogno sessuale e sperando che non ricompaia subito, nella fase di tranquillità in cui tutto sembra possibile, la donna tenta di recuperare la comunicazione intima e profonda, corporea e verbale che le è mancata. Ma se i bisogni dell'uno e dell'altra sono così differenziati, se l'uomo sembra aver bisogno di uno sfogo genitale intenso e rapido e la donna di sensazioni tattili prolungate e di tenerezza, i due sono destinati, nonostante la reciproca buona volontà, a non incontrarsi mai veramente.
Molte donne confessano che per loro è meno importante il rapporto sessuale vero e proprio che quello che viene prima e dopo, che ritengono più significativo perché le coinvolge di più. È più forte il desiderio dell'abbraccio e della tenerezza che quello sessuale. Avviene però che questi bisogni, se espressi da una persona adulta, vengano accettati e soddisfatti, sia pure malamente, solo se manifestati come una componente del rapporto sessuale, mentre vengono giudicati infantili e imbarazzanti al di fuori di esso. Molte donne quindi sono costrette a convertire il bisogno di tenerezza in richieste di tipo sessuale, mentre quello che desidererebbero sarebbe solo di essere tenute tra le braccia. Molte inducono addirittura l'uomo al rapporto perché è l'unico modo per ottenere l'abbraccio.

È di qualche conforto ritrovare nero su bianco, e scritto da persona competente, che allo studio dei rapporti tra uomini e donne ha dedicato una vita intera, ciò che si è sempre percepito e saputo e sempre più lucidamente - col passare degli anni – pensato. È un vecchio libro, ma non, purtroppo, un libro vecchio, questo di Elena Gianini Belotti, e vale la pena di leggerlo o rileggerlo. Per tutti, uomini e donne. E se qualcuno è convinto di sapere, in questo campo, tutto ciò che c’è da sapere, lo legga lo stesso: ne varrà comunque la pena, per la bellezza della scrittura e per lo strepitoso senso dell’umorismo di questa meravigliosa giovane vecchia signora.

Elena Gianini Belotti, Prima le donne e i bambini, BUR



barbara


10 ottobre 2008

NON MI MUOVO, NON URLO, SONO SENZA VOCE

Un vecchio documento …

C'è una radio che suona. Ma solo dopo un po' la sento. Solo dopo un po' mi rendo conto che qualcuno canta. Sì, è una radio. Musica leggera: amore cielo stelle cuore dolore amore …
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena, come se chi mi sta dietro tenesse l'altro appoggiato per terra.
Con le mani tiene le mie, forte, girandomele all'incontrario. La sinistra in particolare. Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino.
Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando. Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce ... la parola.
Dio che confusione!
Come sono salita su questo camioncino? Ci sono venuta da sola, muovendo le gambe una dopo l'altra dietro la loro spinta, o mi hanno caricata loro sollevandomi di peso? Non lo so.
È il cuore che mi batte così forte contro le costole ad impedirmi di ragionare. E il dolore alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la torcono tanto?
Io non tento nessun movimento. Sono come ... congelata.
Ora quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena. S'è messo più comodo ... s'è seduto, e mi tiene tra le sue gambe, da di dietro, come si faceva anni fa quando si toglievano le tonsille ai bambini ...
L'unica immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringe tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce ...
Perché la musica? Perché ora l'hanno abbassata? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo.
Non c'è molta luce, neanche molto spazio, forse è per quello che mi tengono semidistesa.
Li sento calmi. Sicurissimi. Si stanno accendendo una sigaretta. Ma cos'è? Fumano? Adesso? E perché mi tengono così? Sta per succedere qualche cosa ... lo sento ...
Respiro fondo, due, tre volte. No, non mi snebbio, non capisco, ho solo paura. Ho il cuore che mi esce.
Ora uno si muove, mi si avvicina, un altro si siede sul lato sinistro, il terzo si accuccia alla mia destra. Vedo il rosso delle sigarette, stanno aspirando fortemente. Sono vicinissimi. Sì, sta per succedere qualche cosa ... lo sento.
Il primo che si era mosso mi si mette in ginocchio tra le gambe, me le divarica. È un movimento preciso che pare concordato con quello che mi sta dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra le mie gambe aperte per tenermele ferme.
Io ho i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento così a disagio ... peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae un qualcosa che subito non riesco ad individuare ... è un calore, prima tenue, poi più forte, sempre più forte, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore ...
Le sigarette! ... le sigarette sopra il golf, fino ad arrivare alla pelle.
Io non so cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni.
Io non riesco a fare niente, né gridare, né piangere. Mi sento come proiettata fuori, affacciata ad una finestra e costretta a guardare qualcosa di orribile.
Una sigaretta dietro l'altra, una sigaretta dietro l'altra ...
Il puzzo della lana bruciata deve disturbarli; con una lametta mi tagliano il golf davanti, per il lungo, mi tagliano anche il reggiseno. Mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventuno centimetri.
Quello che mi sta inginocchiato tra le gambe ora mi prende i seni a piene mani; le sento gelide sulle bruciature.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, lo sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora tutti si danno da fare per spogliarmi. Una scarpa sola, una gamba sola.
Adesso uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, mi concentro sulle parole delle canzoni.
"Muoviti puttana, devi farmi godere".
Non voglio capire niente. Non so più nessuna parola, non conosco nessuna lingua. Sono come di pietra.
Una sigaretta dietro l'altra. "Muoviti puttana, devi farmi godere". È il turno del secondo. La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. "Muoviti puttana, devi farmi godere".
Il sangue mi cola dalle guance fin sulle orecchie. Ora è il turno del terzo. E' orribile sentirti godere dentro delle bestie orrende.
"Sto morendo - riesco a dire - soffro di cuore. Fatemi scendere".
Ci credono, non ci credono ... "Facciamola scendere ... no ... sì ..."
Vola un ceffone tra di loro, poi, lentamente, mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, fino a spegnerla.
Ecco, io ... io, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Sento che mi stanno rivestendo. Io servo a poco. Quello che mi teneva alle spalle mi riveste con movimenti precisi, come fossi un bambino. Si lamenta perché è l'unico che non abbia fatto ... che non si sia aperto i pantaloni. Non sa come metterla con il mio golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni, alza la cerniera, mi mette la giacca ... spacca i miei occhiali.
Il camioncino ferma giusto il tempo per farmi scendere ... e se ne va ...
Mi tengo la giacca chiusa sui seni nudi. È quasi scuro. Dove sono? Piante, verde, prati. Sono al parco. Mi sento male, nel senso che mi sento svenire ... non solo per il dolore fisico, ma per lo schifo .. per la rabbia ... per l'umiliazione ... per le mille sputate che mi sono presa nel cervello ... per lo sperma che mi sento uscire.
Appoggio la testa ad un albero ... mi fanno male anche i capelli. Certo, me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia ... è sporca di sangue. Alzo il bavero della giacca e cammino. Non so dove sbattere, non so dove andare. Cammino, non so per quanto tempo. Poi, senza accorgermi, mi trovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro della casa di fronte ... guardo quel portone, vedo la gente che va e che viene ... poliziotti in borghese, poliziotti in divisa ...
Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi. Penso alle loro domande. Penso alle loro facce ... ai loro mezzi sorrisi ...
Penso e ci ripenso.
Poi mi decido.
Torno a casa.
Li denuncerò domani.

Franca Rame



… per ricordare ciò che centinaia di migliaia di donne nel mondo ogni giorno devono subire. Per ricordare che non tutte ne escono vive. Per ricordare che solo a una sparuta minoranza di privilegiate è data la facoltà di denunciare. Per ricordare che a milioni di donne nel mondo non è neppure concesso, dopo un’esperienza come questa, di scrivere una testimonianza come questa, perché la famiglia provvede a “lavare l’onore” togliendole di mezzo prima che abbiano avuto il tempo di farlo. Per ricordare un marchio che troppe donne devono portare nella carne e nell’anima, e troppo poco ancora si fa per difenderle e per rendere loro giustizia.

barbara


NOTA per chi è troppo giovane per ricordare: questo NON è un pezzo teatrale, questo è il racconto di ciò che le è REALMENTE capitato!


22 settembre 2008

SALE E ZAFFERANO

Il problema, nella famiglia di Aliya, detta anche Ailment, detta anche Alo, detta anche Aloo, detta anche Ono per via del buco della pallottola, il problema, dicevo, sono i quasi-gemelli. Quelli nati a cavallo della mezzanotte: a pochi minuti l’uno dall’altro ma, inesorabilmente, uno in un giorno e uno nel successivo. Per non parlare di quei tre gemelli usciti uno prima, uno dopo e uno proprio a cavallo: la testa il 28 febbraio, il resto del corpo il 29. Perché il fatto è che dai quasi gemelli, fin dalla notte dei tempi della famiglia di Aliya, sono sempre arrivati disastri inenarrabili, sempre, e continuano a provocarne, in entrambi i rami della famiglia, quello rimasto in India e quello che al momento della partizione è passato in Pakistan.
Ci sono un sacco di donne, nella immensa famiglia di Aliya, nonne zie prozie cugine seconde cugine terze cugine e altre di più complessa definizione. Molto diverse l’una dall’altra, qualcuna timida e qualcuna esuberante, qualcuna tradizionalista e qualcuna evoluta, qualcuna riservata e benevola e qualcuna pettegola e maligna; qualcuna anche decisamente scostumata – ma con una classe, ragazzi, con una classe che davvero non potete neanche immaginarla. E ci sono molte storie e molti misteri, di cui Aliya provvede a metterci al corrente – quelli che sa; gli altri cercherà via via di scoprirli, e le sorprese saranno molte, e non di poco conto. Un bel libro, proprio bello davvero, brillante frizzante scoppiettante scintillante spumeggiante. Dal quale, tra l’altro, possiamo anche imparare cose piuttosto importanti: che il sale e lo zafferano, per esempio, sono due cose molto diverse, e lo zafferano vale molto di più; ma se manca il sale siamo rovinati. Che un buon narratore non si scopre mai. Che è meglio un ego pesto che un cuore infranto ma prima o poi, è inevitabile, arriva il momento in cui tocca proprio mettere in gioco anche il cuore. E che una pietanza preparata e cucinata come si deve può cambiare la storia. Leggere per credere.

Kamila Shamsie, Sale e zafferano, Ponte alle Grazie



barbara


10 agosto 2008

AFGHANISTAN, DOVE DIO VIENE SOLO PER PIANGERE

E se Dio è donna, dovrà piangere ancora di più in Afghanistan, dove è normale pensare che A dire il vero Dio è sempre stato buono con la madre di Shirin-Gol. Come primo figlio, nel ventre le ha deposto un maschio, così che suo marito potesse sentirsi un vero uomo e non fosse costretto a romperle i denti, dove è normale che una bambina venga cresciuta così:
- Tieni le gambe strette, le ragazze non siedono con le gambe aperte, altrimenti viene il lupo e si mangia tutto
- Stai zitta, le ragazze per bene tacciono, altrimenti entra l’uccellino in bocca e ti soffoca
- Di’ alla bambina che deve abbassare lo sguardo, altrimenti prende una brutta abitudine e da grande guarderà negli occhi uomini che non conosce
- Tieni il fazzoletto sulla fronte, indossa i veli, ritira i piedi, abbassa lo sguardo, non parlare quando i tuoi fratelli parlano, fai posto, cedi il passo …

E questo era prima: prima dei russi, prima dei mujaheddin, prima dei talebani. Dopo è diventato peggio. Molto peggio. Un peggio attraverso cui ci accompagna per mano Shirin-Gol. Un peggio fatto di guerra e bombe e missili e fughe e fame. Un peggio fatto di donne umiliate, oppresse, violentate nel corpo e nell’anima – e sempre, quando una donna subisce l’oltraggio estremo, spunta accanto a lei un’altra donna che l’abbraccia stretta, e l’accarezza, e la spoglia e la lava e la culla parlandole dolcemente perché sa esattamente che cosa sta provando quella donna, e perché questo è il modo più giusto per ripagare la donna che a sua volta, quando era toccato a lei, l’aveva abbracciata e accarezzata e spogliata e lavata e cullata … perché quasi non c’è donna, in questo mondo in cui ogni millimetro di pelle visibile è considerato diabolica provocazione, quasi non c’è donna che, per quanto racchiusa in una prigione di stoffa, non sia finita vittima della bestialità di uomini che si ritengono depositari, nei loro confronti, di ogni diritto, primo fra tutti quello di disonorarle – e di disprezzarle poi per essere state disonorate.
Ci conduce con mano ferma, Shirin-Gol, che è anche andata a scuola, quando c’erano i russi, anche se suo padre non voleva, perché lo sanno tutti che le donne che imparano a leggere e a scrivere diventano tutte puttane. Ci conduce di caduta in caduta, di orrore in orrore, fino all’inferno supremo, quello dei talebani, sotto il cui dominio regna l’arbitrio totale, e le donne devono smettere di esistere mentre loro si trastullano coi ragazzini. E in mezzo a tanto orrore, tuttavia, troviamo pagine di sublime bellezza, come questa.

Le donne si accovacciano accanto a lei e si aspettano che compia il miracolo. Osservano ogni suo movimento, ascoltano ogni suo respiro, bevono ogni singola parola che esce dalla sua bocca, eseguono tutti i suoi ordini.
Bibi-Deljan, l'anziana del villaggio, siede dietro la testa di Abine, muove in silenzio le labbra e sgrana le perle del suo rosario prima in un verso, poi nell'altro. Mani solcate da vene blu, che sembrano fiumi nelle montagne, sgranano i chicchi del rosario. Bibi-Deljan è tutta una ruga, non ha più un solo centimetro di pelle liscia. Pieghe e rughe che somigliano alle creste e alle rocce della montagna dove vive. Bibi-Deljan, la donna che sembra fatta di roccia. Eretta. Immobile. Testa di roccia. Spalle di roccia. Gambe di roccia. Braccia di roccia.
Nulla si muove in Bibi-Deljan; soltanto le labbra mute e le dita ossute, con le quali sgrana le perle del rosario, prima in una direzione e poi nell'altra. Siede lì e non stacca gli occhi da Shirin-Gol. Come se volesse tessere, fra lei e Shirin-Gol, un filo invisibile. Come se, attraverso quel filo, potesse penetrare nel suo corpo, nella sua testa, nella sua anima, nel suo sangue, nelle sue braccia, nelle sue gambe, in ogni capello. Come se, attraverso quel filo, volesse trasmettere a Shirin-Gol tutto ciò che i suoi occhi hanno visto, ogni pensiero che la sua mente ha prodotto. Come se le voci e i rumori nella piccola capanna potessero scomparire. Come se i colori potessero scomparire. Il volto della madre di Abine perde prima gli occhi, poi il naso, le orecchie; la bocca si trasforma in un buco nero. Poi anche tutti gli altri visi perdono occhi, naso, orecchie; tutte le bocche si trasformano in un buco nero. Soltanto il volto della donna di roccia continua ad avere occhi, naso, orecchie e bocca. Una bocca che mormora, muta. Tutto è tranquillo. Shirin-Gol chiude gli occhi, sente che le gira la testa. Cerca di riprendersi. Shirin-Gol perde tutte le parole, tutti i pensieri tranne uno. Soltanto un pensiero resta chiaro nella sua testa che gira vorticosamente. Non vede più occhi, non vede più orecchie, ora vede solo buchi neri, là dove, fino a un attimo prima, c'erano bocche.
"Potrei andarmene, lasciare la capanna" pensa Shirin-Gol. "Nessuno se ne accorgerebbe. Non ho il diritto di intromettermi nei piani di Dio."
«È proprio per volontà di Dio, invece, che tu sei qui ad aiutare» dice Bibi-Deljan con voce dolce e tranquilla.
La madre di Abine riacquista occhi, naso, orecchie, bocca. Le sfugge un grido soffocato, come se avesse visto un fantasma. Mette una mano sulla bocca, con l'altra artiglia le gonne. «La-elah-ha-el-allah» esclama.
«Sono due inverni e due estati che Bibi-Deljan non ha più aperto bocca. E ha ritrovato la lingua ora, mentre mia figlia muore.»
Bibi-Deljan, la muta donna di roccia, ha ritrovato la parola. La madre di Abine ha riacquistato la bocca e la voce stridente. La donna di roccia non stacca i suoi occhi da Shirin-Gol, continua a sgranare il rosario, prima in una direzione e poi nell'altra.


E sempre si fa strada, in Shirin-Gol e nelle altre donne, una parola magica: resistenza. Parlare fra donne: resistenza. Sollevare per un istante la prigione del velo per sentire il vento sul viso: resistenza. Riuscire per un momento a sorridere: resistenza. Insegnare di nascosto alle bambine a leggere e a scrivere: resistenza. Sopravvivere: resistenza, resistenza, resistenza! E allora noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici, dedichiamo a queste nostre infelici sorelle almeno il dono gratuito della nostra attenzione.

Siba Shakib, Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere, Piemme



barbara


7 agosto 2008

PER LA STRADA

Nera. Marrone anzi, per la precisione: di quel marrone talmente dolce che ti si scioglie in bocca. Coperta di colori ambrati, come un bosco in autunno; velata il capo ma di veli così belli, così colorati, così leggeri che paiono messi per ornare, più che per nascondere. Madonna quanto sei bella, penso. E nel momento preciso in cui sto cominciando a pensarlo, lei comincia a sorridermi, e il sorriso si allarga, invade tutto il suo viso, e il mio e i nostri corpi – e l’intera città, in un attimo, risplende del sole del suo sorriso, del mio sorriso, della sua bellezza, del nostro incontrarci e, in un solo istante, riconoscerci.


(immagine regalatami dall'amica "un'amica")

barbara


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16 dicembre 2007

BRUTTA ZOCCOLA!



Ma l’avete vista, l’avete vista quanti capelli ha lasciato fuori dal foulard sta brutta mignottona che non è altro? Meno male che adesso ci penseranno loro a darle una bella scarica di frustate, così impara!
(Foto ripresa dall’archivio fotografico del sito delle donne iraniane, relativa alla lotta contro l’abbigliamento indecente)

barbara


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25 novembre 2007

INFIBULAZIONE

Credo che oggi sia il giorno giusto per riproporre questo vecchio post proposto a suo tempo come parte dei miei ricordi di Somalia. 

Le donne, naturalmente, sono infibulate. Tutte. Di solito le statistiche riportano percentuali inferiori, ma solo perché includono anche le donne appartenenti alla nutrita comunità araba, le quali non subiscono l’infibulazione, bensì la “sunna”, consistente in una incisione rituale del clitoride per far uscire sette gocce di sangue: pratica indubbiamente dolorosissima, assurda e inaccettabile, ma comunque non mutilante. Le mutilazioni genitali femminili, va detto, sono tutte di origine preislamica e non sono ordinate dal Corano, che però ne parla e non le proibisce, limitandosi a suggerire, se non ricordo male, di “non tagliare troppo” e dunque, di fatto, le autorizza. Sono praticate, in alcune zone, anche sulle donne cristiane ed ebree; ignoro però se ebrei e cristiani le praticassero anche prima che le terre da loro abitate venissero arabizzate e islamizzate. L’infibulazione è fra tutte la più radicale, consistendo nell’escissione di tutto quello che c’è (clitoride, piccole labbra e parte delle grandi labbra), vale a dire di tutto ciò che provoca secrezioni: ciò significa che i rapporti sessuali avvengono praticamente “a secco”, trasformandosi in qualcosa di molto più simile alla tortura che al piacere. Ma non è tutto. Dopo che tutto il tagliabile è stato tagliato, i due monconi rimasti delle grandi labbra vengono cuciti insieme, ancora sanguinanti, in modo da saldarsi insieme formando un unico blocco, lasciando solo un minuscolo foro. Quindi le gambe vengono strettamente fasciate per facilitare una “corretta” cicatrizzazione. Dopo otto giorni le bende vengono tolte e sulla cicatrice viene fatto scorrere un chicco di mais: se si ferma sul foro lasciato, significa che questo è troppo grande, e allora bisogna tagliare e ricucire di nuovo. Tale foro, di pochi millimetri di diametro, è chiaramente insufficiente a far defluire completamente urina e sangue, che ristagnano all’interno provocando mostruose infezioni. Nel novanta per cento delle donne, mi ha spiegato una dottoressa italiana, la vagina è tutta un’unica piaga purulenta. Al momento del matrimonio il marito ha otto giorni per riuscire ad aprirsi un varco: nel caso non dovesse riuscirci, diventerebbe una sorta di non-uomo, praticamente una morte sociale. Chiaro quindi che ci deve riuscire. Alcuni usano coltelli, lamette, forbici, bastoni: sono i più misericordiosi. Altri hanno invece la presunzione di riuscirci con i “mezzi propri”. E dopo otto giorni di torture finiscono anch’essi, inevitabilmente, per ricorrere a qualche strumento. Il marito, comunque, apre solo lo spazio a lui necessario: al resto provvederà la testa del primo figlio. Impresa tutt’altro che facile, e infatti la fase espulsiva, che nelle donne aperte non arriva a durare mezz’ora, nelle donne infibulate dura almeno due ore, provocando la morte di un gran numero di primipare e di primogeniti. Dopo il parto, almeno le prime due o tre volte, generalmente le donne si ricuciono, da sole o con l’aiuto di un’amica. In alcune zone, mi è stato riferito da donne che ne provenivano, immediatamente dopo il parto la vagina lacera e sanguinante viene cosparsa di sale per far contrarre i tessuti, in modo che il piacere del marito non abbia a risentire della diminuita tonicità dell’organo.
Un cenno particolare, in tutto questo, merita il comportamento di un discreto numero di cooperanti. “Cooperanti” era la nostra qualifica ufficiale, in quanto partecipi del programma di cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri, ma il nome non tragga in inganno: per stare dove stavamo e fare quello che facevamo, eravamo strapagati. Le donne infibulate, come detto, sviluppano quasi sempre terribili infezioni, che trasformano ogni rapporto sessuale in un’autentica tortura, strappando loro urla strazianti. E la cosa sembrava divertire notevolmente i nostri portatori di civiltà. Capitava abbastanza spesso di udire conversazioni di questo genere:
- Le somale quando scopano urlano!
- E perché?
- Boh, sono abituate così.
Trovavano divertente ed eccitante, i nostri bravi cooperanti, scopare le somale che urlavano. Potendosi, credo, tranquillamente escludere che un uomo non sia in grado di distinguere tra un grido di piacere e un urlo di dolore, se ne deve dedurre che godevano come pazzi per il dolore straziante che provocavano in queste povere donne. Si raccontava anche, come una barzelletta, di quella notte che dalla casa di un professore si è sentito gridare, piangendo: «Professore, professore, il culo no!» Ho sentito la moglie di un cooperante sentenziare severamente: «Non avrebbe dovuto sputtanarlo a quel modo!» e un’altra cooperante ribattere con nonchalance: «Bah, se è un uomo di mondo se ne frega». Vale forse la pena di riflettere che ad ognuna di noi, credo, è capitato di sentirsi rivolgere le richieste più bizzarre e naturalmente, anche di fronte alle più inaccettabili, nessuna si mette a piangere e a gridare. Se lo si fa, immagino, è nel momento in cui il gentile partner, fregandosene del rifiuto, passa alle vie di fatto. Ecco, questo era il livello intellettuale, sociale e morale di un discreto numero di coloro che prendevano una barca di soldi per andare a portare la civiltà nel Terzo Mondo. Fratelli gemelli di coloro che oggi, qui, vanno con le schiave albanesi tredicenni, giustificandosi col fatto che «non sono mica stato io a metterle sul marciapiede» e che «tanto se non ci vado io ci va qualcun altro». Alla faccia della coscienza civile di cui, in altre circostanze, si fanno gran vanto.

E capita, sì, anche a questo proposito, di sentirsi dire dalle persone politicamente corrette e rispettose della "diversità", che "sono cose delicate" e che "dopotutto è la loro cultura" e che "come si fa ad andargli a dire che non va bene" e che "ma noi con che diritto ...?" eccetera eccetera. E loro, intanto, continuano ad essere condotte al macello.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 25/11/2007 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


25 novembre 2007

PER SOLE DONNE

 Ho cinquantasei anni, come sa chi mi conosce. Sono cresciuta in tempi in cui le donne che guidavano si contavano sulle dita, e se per la strada si vedeva un’auto parcheggiata male potevi giurarci che immediatamente partiva il coro “Scommettiamo che è una donna?”. Sono cresciuta col vicino di casa che non è mai riuscito a capacitarsi che mio padre mi facesse studiare, visto che tanto poi, essendo una donna, dovevo sposarmi e stare a casa a fare figli. Sono cresciuta con le mamme delle mie amiche e compagne di scuola – in classi rigorosamente femminili alle elementari e alle medie - che nella quasi totalità facevano le casalinghe. Sono cresciuta sentendo dire in famiglia – e in molte altre famiglie – “sta’ zitta tu che sei una donna”. Sono cresciuta sentendo dire che noi non siamo affidabili perché abbiamo il ciclo che ci rende instabili, che il nostro unico posto adatto è a casa a fare la calza e pulire il culo ai bambini, che il nostro unico valore è quello di avere un buco in cui infilarsi.
Sono cresciuta combattendo contro branchi di maschi stronzi, bastardi e deficienti: con le unghie, coi denti – e non metaforicamente; all’occorrenza anche a calci sui coglioni – neanche questi metaforici. Sono andata avanti combattendo da sola tutte le mie battaglie. Sono partita senza chiedere prima se ci fosse qualcun altro a partire con me. Ho percorso la mia strada senza mai far conto sugli uomini.
Chiarito questo, passiamo a quanto successo oggi: donne che decidono di dire basta alla violenza sulle donne. Donne che decidono di marciare tutte insieme per chiedere … beh, non lo so. A questo punto davvero non so più che cosa volessero chiedere. Perché la prima cosa che hanno deciso le organizzatrici della manifestazione è stata quella di escludere gli uomini: manifestazione per sole donne, così sta scritto nel loro sito. E io ho provato una violenta scossa alle budella – e no, neanche questa era metaforica. Perché, scusate, che cazzo vuol dire manifestazione per sole donne? Stiamo dicendo che gli uomini sono tutti stupratori assassini massacratori? O che altro? E con quali motivazioni si giustifica questa esclusione pregiudiziale? State un po’ a sentire.

Noi donne (tante, diverse) abbiamo bisogno di ricostituirci come soggetto politico forte e di rendere visibile questa forza, abbiamo bisogno per farlo di riflettere insieme. Un gruppo di donne quest’anno ha organizzato la manifestazione del 24 ed ha ritenuto fosse importante che ci fossero le donne per le donne…e non credo ci sia la volontà di imporre una pratica sulle altre, tutte sicuramente valide, c’è solo la volontà di affermare una presenza politica e culturale e come tale sarebbe auspicabile che venisse riconosciuta e valorizzata con la presenza di tutte.
Sono le donne ad essere impegnate nella lotta alla violenza maschile, abbiamo acquisito competenze personali e professionali negli anni, lavorando nei centri di accoglienza per donne vittime di violenza, organizzando convegni, portando avanti progetti, corsi di formazione e di sensibilizzazione (parola che mi piace poco) e quindi ci meritiamo che tutto questo sia visibile, ci meritiamo la Nostra Manifestazione! Per chi non volesse riconoscere tutto questo, faccia pure, visto che evidentemente non è in grado di fare altro!

Per esempio, si parla tanto di superare le logiche dicotomiche e poi nel momento in cui si organizza una manifestazione di donne per le donne si pensa all’esclusione (inclusione/esclusione, non è dicotomico questo?) fraintendendone e stravolgendone il senso.
é necessario un tessuto di relazioni (politico) per dare forza alle azioni di ognuna e avere il giusto riconoscimento per l’impegno e l’intelligenza di tutte.
Uno degli strumenti per agire violenza sulle donne è proprio l’isolamento e la contrapposizione con le altre…è sempre stato così, è una dinamica tipica!

Penso che le donne abbiamo ben altro da fare che sensibilizzare al “fenomeno” della violenza. Dobbiamo riflettere sulla nostra soggettività e sui nostri desideri, sugli investimenti affettivi, sulle aspettative, abbiamo ancora bisogno di una seria e continua decostruzione e ricostruzione critica e consapevole dei nostri spazi fisici e di riflessione…la strada è lunga ma la percorriamo ben volentieri.


Mi fermo qui coi deliri delle organizzatrici, per passare a quello che è successo oggi. Al grido di “Fuori i fascisti” sono state cacciate dal corteo Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna, tanto per cominciare: dobbiamo capirla così, che le donne del centro-destra si possono tranquillamente stuprare, seviziare, assassinare? Poi sono state cacciate anche Barbara Pollastrini e Livia Turco: fasciste anche loro? E per farla completa sono stati cacciati anche due cronisti e un fotografo che stavano facendo il loro mestiere, ossia “coprendo” la manifestazione, con l’unica motivazione che “siete uomini”. E garantisco che anche stavolta non è in senso metaforico che vi informo che ho avuto un conato di vomito. Da quant’era che non c’era una iniziativa così grandiosa contro la violenza sulle donne? Se ne poteva fare uno strumento di lotta prezioso, se ne poteva fare un trampolino di lancio per un’infinità di altre iniziative, e un branco di galline isteriche cui il padrone – rigorosamente maschio, beninteso! - non ha ancora dato il contrordine compagni lo ha distrutto. E questa occasione sprecata, mi sa, la pagheremo per anni. (Qui, per chi abbia voglia e stomaco di leggersi il delirio completo).


La contestazione delle ministre. (E mi mancava solo di dover rivedere quel gesto schifoso, che speravo morto e sepolto)

barbara


11 ottobre 2007

DONNE

Leggo, in una risposta a una lettera sull’ultimo numero dell’Espresso, che le donne uccise in Italia nel 2006 da pretendenti respinti, amanti gelosi, ex partner, amici, sono state 110: più di due alla settimana. Nel 2007 la tendenza è al rialzo. Ai giornali arrivano i casi più clamorosi, Garlasco, Torino, pochi altri. Su tutte le altre il silenzio. Ma ci sono. Capita anche che una ragazza venga sequestrata, violentata, fatta violentare da un branco, drogata e torturata, fino a spegnerle mozziconi di sigaretta sul corpo e orinarle sopra per poi fotografarla. E dopo tutto questo si riceve uno sconto di pena perché, udite udite, si è nati in Sardegna (per inciso, nelle tradizioni sarde ci sono anche alcune cose sicuramente non condivisibili, ma il fare stuprare una donna da un branco, anche se di Sardegna non so moltissimo, non mi risulta essere fra queste). Di strada ne abbiamo fatta molta, indubbiamente, ma è altrettanto indubbio che molta ancora ne rimane da fare.

barbara


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22 settembre 2007

LA PUREZZA PRIMA DI TUTTO

"L’Occidente ti rende impura". Reclusa dal marito
di Ferruccio Repetti - sabato 22 settembre 2007, 10:03
da Genova

In lacrime, con addosso soltanto il pigiama, le braccia protese a chiedere aiuto. E la disperazione sul volto olivastro, all’apparenza giovane, ma già segnato dalla sofferenza: l’hanno vista così, le prime persone che si sono strette intorno a lei, in pieno giorno, sulla strada che sale verso le alture di Prà, nel ponente genovese. Il quartiere è una foresta di cemento, tante case popolari e altrettanti problemi di convivenza fra probi e malavitosi. Ma la solidarietà non manca, la gente di qui non fa mai finta di niente, non si gira dall’altra parte quando vede che bisogna dare una mano.
La ragazza si agita, poi riprende a singhiozzare, mostra segni evidenti di percosse. Ma aiutarla, una parola! Anche perché lei parla un linguaggio incomprensibile. Arrivano i carabinieri, poi un interprete che sa di arabo. E viene fuori la storia che è un incubo, che non vorresti mai ascoltare: la storia di E.H., origine marocchina, ventenne appena, ma già sposata da cinque con un manovale di 23 anni che lavora a Genova e abita con la madre in una casa del quartiere. In quella casa c’è anche lei, la moglie. Solo che «da tre anni - racconta adesso a fatica - vivo chiusa a chiave in una stanza, loro due non mi lasciano mai uscire se non per andare al gabinetto. Ma fuori casa, mai. Dicono che non devo essere inquinata dall’Occidente...».
Per due anni, dopo il matrimonio, E.H. è rimasta in Marocco, presso la sua famiglia, coltivando la speranza «che un giorno, lui mi ha promesso che mi fa venire a Genova, vivremo insieme, ci vogliamo bene». Il momento giusto arriva: il viaggio dal Marocco al capoluogo della Liguria, dal passato al futuro... Ma il marito, che ha un regolare permesso di soggiorno in Italia e sembra ormai perfettamente integrato nella società occidentale, mette subito le cose in chiaro: «Tu da questa stanza non ti muovi, devi restare pura».
L’integralismo islamico c’entra, ma allora cos’ha a che fare con le botte, le violenze morali, le privazioni cui la sottopone periodicamente il consorte con l’«assistenza» della madre? La giovane moglie intanto subisce due aborti, per qualche tempo spera che le cose cambino in meglio, che lui e la suocera la smettano di tormentarla. Niente da fare: «Guai se esci, guai se entri in contatto con questo mondo schifoso!». E.H. non si rassegna: più la picchiano, più le infliggono sofferenze, più lei trova rifugio nella voglia di affrancarsi, un giorno o l’altro, finalmente. Comincia a pensare di evadere, da quella prigione. L’occasione capita l’altro pomeriggio, quando il marito è fuori e la suocera si distrae un attimo e dimentica di chiudere come sempre la porta della stanza con la chiave. La ragazza, che non vede il cielo da tre anni, ne approfitta. Con le forze che le restano, con il «vestito» che indossa da mille giorni, ogni minuto della vita, scappa in strada. È qui che la trovano, è qui che la soccorrono, è qui che cercano di restituirle la speranza. Ora E.H., marocchina da tre anni a Genova senza aver mai visto Genova, è affidata a un istituto religioso. Le suore cercheranno di curarle le ferite del corpo - i medici hanno accertato «numerose ecchimosi ed ematomi» - e soprattutto dell’animo. I carabinieri, nel frattempo, hanno rintracciato il marito e sua madre. È scattata la denuncia per entrambi: sequestro di persona e maltrattamenti per lui, favoreggiamento per lei. Denuncia a piede libero, comunque. Mentre lei, E.H., vent’anni di cui tre «vissuti» fra quattro mura, riesce appena adesso a capire cos’è la libertà. (qui)

Denuncia a piede libero, comunque. Per questo è così difficile essere ottimisti sul futuro dell’Italia. Vedremo poi se per una volta le nostre amate femministe avranno qualcosa da dire o se taceranno, ancora una volta, come per l’assassinio di Hina, come per le aggressioni a Dounia Ettaib, come per l’infibilazione, come per tutte le migliaia di musulmane oppresse, vessate, picchiate presenti nel nostro territorio e abbandonate al loro inferno domestico con la rassicurante scusa che “è la loro cultura” e che “loro sono abituate così” e che “noi chi siamo per” e “con quale diritto” e chi più ne ha più si sbrodoli (gli si piantasse almeno una spina di pesce in gola, gli si piantasse).


barbara


13 agosto 2007

UNA STORIA

Lineamenti eleganti, pelle di porcellana, altezza da modella. Non fosse per il caschetto di un biondo sfrontato, Ana sembrerebbe una diciottenne qualunque. Più infantile, con l'orsacchiotto sul letto, le pantofole grandi di peluche e il cuscino stretto al ventre mentre in italiano impeccabile parla di sé, per la prima volta, con un'estranea. Lei che diffidava di tutti, a cominciare dai carabinieri che l'avevano ammanettata insieme ai suoi "ragazzi". «Faccio la badante, li ho conosciuti stasera in discoteca» ripeteva nell'interrogatorio dopo la retata. Finché qualcosa si è rotto. Il pensiero di quei venti uomini al giorno, «me li mandavano vecchi perché i giovani potevano innamorarsi e farmi scappare». E i vecchi offrono 50 euro con il preservativo e 200 senza, non domandano l'età e si bevono la storia che è una sua scelta starsene lì in vestaglia ad aspettare loro, così potrà comprarsi dei bei vestiti. Suonano il campanello, fanno veloce, per fortuna non picchiano e non chiedono servizi strani. I vicini di casa sentono, giorno e notte: «Non li ho mai visti, nessuno ha mai protestato. Non ti pare strano?». È moldava, Ana (il nome è falso, lei rischia la vita). Ha vissuto mesi, non sa dire quanti, in un appartamento di provincia, segregata da una prostituta albanese che si vende in strada e là procaccia clienti per lei, bambolina minorenne. «Credimi, quando ero in Moldavia non sapevo nemmeno che esistesse la prostituzione». Lo ripete. Troppe volte l'hanno scambiata per una che voleva i soldi facili. Invece ha solo creduto a due albanesi che in Moldavia battevano paesini di campagna come il suo, dove non tutti hanno il televisore e l'acqua calda arriva da una pentola sul fuoco. Facile procurarsi ragazze belle e ignoranti da cedere per 10, 15 mila euro alle organizzazioni di stanza in Italia. Lei viveva con i nonni (la madre non ce l'ha, il padre è alcolizzato): è bastato prometterle un lavoro in una pizzeria. «Quei ragazzi erano così normali». Un falso passaporto romeno, un viaggio in macchina con due sconosciuti. Le guardie di frontiera intascano denaro e non controllano. Si arriva a Bologna, «le spese ce le rimborserai dopo». Ana impiega giorni a capire. Viene venduta ad altri albanesi e ad altri ancora, in una giostra che la intontisce: è merce che scotta, le minorenni fanno rischiare pene doppie agli sfruttatori. Gli ultimi ad acquistarla sono pesci grossi, gestiscono un giro di prostituzione in appartamenti di mezza Italia. La piazzano a casa di un'albanese che ha cominciato presto e ora è una caporale. «Uno di loro mi ha detto: "lo sono il tuo ragazzo”». Veniva una volta a settimana a prendere i soldi, dormiva con la pistola sotto al cuscino. lo non uscivo mai se non con quella donna: è stata lei a insegnarmi come fare..». Ana non accenna a botte, stupri, pianti. Racconta con un gelo sinistro che fa intuire una sofferenza densa, resistente. Da un anno vive in una comunità protetta. Per altre come lei questi luoghi sono altre gabbie: scappano e si rituffano nel buco nero. Lei no. Ha studiato da estetista e oggi avrà il primo colloquio di lavoro. Sorride. Sgela, per un attimo. «Non posso tornare in Moldavia. I miei non devono sapere. Sanno che qui lavoro». La psicoterapeuta che raccoglie i cocci di questa giovane, ricorda che all'inizio il suo schermo al dolore era il vanto: Ana raccontava che i ragazzi la portavano in locali alla moda, sniffavano coca e vivevano a mille. È crollata un brandello alla volta, quando ha rilassato i nervi. Presto li rivedrà in tribunale, "i ragazzi", al processo di cui è testimone chiave. La sua denuncia ha scoperchiato un milionario commercio di droga e armi. Quelle come lei erano spiccioli da reinvestire in prodotti più redditizi. Ragazze nulla. «Così mi sentivo: una che non esiste». Per questo hai denunciato? «Sì. Qui esisto per qualcuno. Ho paura, so che i miei sfruttatori mi faranno del male. Ma ora voglio che paghino». Il caschetto biondo è un travestimento. Ana spera che basti.

Una storia come tante. Una storia come troppe. Una storia di quelle che succedono ogni giorno sotto i nostri occhi, e noi non vediamo e non sentiamo. L’ho lasciata lì per qualche mese, adesso è ora che la leggiate anche voi.

barbara

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