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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 luglio 2011

INSCIALLAH

Il libro della Fallaci, intendo. Quello uscito più di vent’anni fa e immediatamente diventato un bestseller. Quello che dovevi assolutamente aver letto, un “must”, un imperativo categorico, il capolavoro assoluto. Noo, davvero tu non l’hai letto?! Non ci posso credere! No, non l’avevo letto: non amo le mode, in nessun campo, e i “libri del momento” non li leggo mai. L’ho fatto adesso, perché qualche mese fa era in vendita col Corriere a pochi euro.
Sono quasi 850 pagine, ma per fortuna non sono da leggere tutte, perché certi brani sono talmente inutili, insulsi e noiosi che puoi tranquillamente saltarli. Pagine intere. Mezze dozzine di pagine, a volte. Cioè, non è che puoi saltarle, è che devi proprio, perché sono di una tale pallosità che non riesci mica ad andare avanti.
E i dialoghi. In inglese, in francese, in tutti i possibili dialetti italiani. Con traduzione simultanea: due tre parole in lingua o in dialetto, traduzione, due tre parole, traduzione... Che uno si chiede: ma in un’Italia in cui il dialetto ormai non lo parlano quasi più neanche i contadini, com’è che dentro a questo libro ci sono finiti tutti quei quattro gatti che ancora lo parlano? E non solo lo parlano: pensano, anche, in dialetto, laureati compresi. Addirittura ci pregano. No, dico, ma tu hai mai sentito qualcuno recitare il Salve Regina dicendo el to fiol, i to oci? Fatto sta che pagine intere a suon di prima ciame lou i perché, prima gli chiedi i perché, peui’t vole nen scoutelou e lou insulte. Poi ti rifiuti di ascoltarlo e lo insulti. A l’è nen giust, non è giusto, è come fare una corsa dei sacchi su un sentiero di montagna, con salite discese cunette bitorzoli radici che emergono sassi spuntoni: non si può andare avanti, e quindi via, si salta. Le bestemmie invece sono tutte rigorosamente in italiano. Già, perché da brava toscana non si lascia scappare un’occasione per rovesciare sulla pagine carrettate di bestemmie.
Poi ci sono gli approfondimenti psicologici: quello che è diventato guerrafondaio perché il papà era pacifista e pescava le trote nei laghetti di montagna, quello che è diventato generale perché a quattro anni gli hanno insegnato che deve sempre essere il primo, quello che va a Beirut per scoprire la formula della vita, quello che ci va perché vuole diventare un uomo, quello che vuole mettersi alla prova, quello che cerca di nascondere a se stesso di essere frocio... E tu leggi e dici ah ecco, è arrivato il Freud dei poveri. Per non parlare delle caratterizzazioni, talmente spinte da trasformare i personaggi in penose macchiette, dal ragazzotto che si innamora follemente della bambola gonfiabile e piange e soffre per lei al capo di stato maggiore che anche sotto il peggiore bombardamento si esprime unicamente per citazioni latine e minaccia di sfidare a duello all’arma bianca chiunque non gli si rivolga col dovuto rispetto formale, all’ufficiale che non sa dire altro che icché tu vòi icché tu fai merdaiolo bucaiolo, compreso quando parla con gli arabi – che naturalmente capiscono alla perfezione mentre noi comuni mortali italiani abbiamo bisogno dell’interprete anche per il anca me del romagnolo e per e muorte del napoletano.
Poi c’è da dire delle imprecisioni storiche. Non moltissime, a dire la verità, però piuttosto pesanti. Il che per un libro che all’introduzione dice: “I personaggi di questo romanzo sono immaginari. Immaginarie le loro storie. Immaginaria la trama. Gli avvenimenti da cui essa prende l’avvio sono veri” è parecchio grave. Arriva addirittura a inventarsi un Libano pre-guerra civile con un paesaggio urbano fatto di chiese moschee sinagoghe, in cui cristiani ebrei e musulmani convivono in pace, ignorando, o fingendo di ignorare, che dal ’48 in poi degli ebrei, in Libano, non era rimasto neanche il ricordo. E stendiamo un velo pietoso sul finale del romanzo che, nei confronti della Storia, rappresenta un vero e proprio stupro con scasso, con l’aggravante dei futili motivi.
E poi c’è l’antipatia acida, livida, palese, verso Israele e gli israeliani. Meno che per i palestinesi, certo, ma a carico dei palestinesi c’è il fatto che avere trasformato il Libano, la più bella e ricca nazione del Medio Oriente, e l’unica democratica insieme a Israele, in un ammasso di macerie, di avere scatenato una guerra civile che ha fatto 160.000 morti, di averne distrutto l’economia e annientato il tessuto sociale, di avere cancellato decine di comunità cristiane, di avere aperto le porte all’estremismo islamico, di avere costretto l’intera popolazione a vivere in un terrore che ancora oggi, dopo quattro decenni, continua a dominare sovrano, di aver provocato l’occupazione siriana sul 95% del territorio (occupazione contro cui nessuno ha mai protestato, mentre l’occupazione israeliana, per motivi di sicurezza, sul restante 5%, ha scatenato proteste planetarie). Insomma, di motivi concreti per non scoppiare di simpatia per questa gente ce ne sono. E per Israele, invece? Boh, non si sa, a parte un po’ di falsificazioni storiche non troviamo molto, mentre troviamo, ad ogni piè sospinto, insinuazioni, battute, punzecchiature, frecciatine. “L’insaziabile sete di vendetta dei figli di Abramo”. I figli di Abramo? Tutti? Siamo sicuri di essere ancora entro i limiti della “legittima critica alla politica del governo di Israele”? E che dire di quel “i suoi rancori di ebreo educato nel rancore” riferito a un ebreo napoletano? Non ci troviamo nel bel mezzo dei più beceri e squallidi pregiudizi del più becero e squallido antisemitismo?
E poi il gusto sadico, il tangibile piacere perverso con cui indugia nella minuziosissima descrizione dei più macabri e raccapriccianti dettagli dei corpi smembrati e spappolati dalle esplosioni.
E infine la pesantezza barocca delle ripetizioni, delle ridondanze, delle aggettivazioni straripanti, la volta che si mette a fare l’elenco delle cose che funzionano col computer e ne riempie una paginata intera; non un barocco bello e sanguigno, come questo, per esempio, no, ma proprio quel barocchismo greve, insopportabile che a un certo momento ti fa dire ebbasta maccheppalle l’hai già detto 150 volte, non se ne può più!
Mi ricordo le interviste, quando il libro stava per uscire: sono incinta di un libro, diceva, devo partorire un libro... Beh, avrebbe fatto molto meglio a risparmiarsi il fastidio della gravidanza, i dolori delle doglie, la sofferenza del parto. E io avrei fatto meglio a risparmiarmi i soldi dell’acquisto e il tempo della lettura perché, per rubare le parole a quel famoso saggio, questo libro è una cagata pazzesca.

P.S.: Sapete perché il libro si chiama Insciallah? Perché quella è la Formula Della Vita. Sì. Perché dopo esserci sorbiti decine e decine di pagine di formule e di calcoli sulla velocità di una goccia di pioggia e sulla dimostrazione che uno è maggiore di zero, di costanti e di variabili, di seni e coseni, di logaritmi e integrali allo scopo di trovare la formula della vita, alla fine veniamo informati che sì, la Formula Della Vita esiste, ed è rappresentata da una parola: insciallah, appunto.

barbara


15 dicembre 2010

PRIMA E DOPO

Il Monte Carmelo com'era:




Il Monte Carmelo com'è:



Ma siamo tutti certi che prima o poi potremo ripubblicare queste due foto col titolo "Com'era e com'è" a sequenza invertita. Purché non manchi l'aiuto di tutti noi, naturalmente.

barbara


30 settembre 2010

GERUSALEMME EST: ISRAELE NON «PROVOCA», SI DIFENDE

Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l'Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas... I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità?
Sì, risponderebbero le autorità del partito islamico, per attirare il consenso dell'opinione pubblica. No, risponderebbero i cristiani di Gaza, che il potere di Hamas lo subiscono ormai da quattro anni e sono costretti a subire intimidazioni, a veder bruciare i propri luoghi di culto e le proprie sedi dell'Ymca, a non doversi sposare in pubblico e con la musica per timore dei nuovi guardiani religiosi dell'ordine, come in un qualsiasi regime integralista islamico. Si dirà che Gerusalemme non è contesa fra Israele e Hamas, ma fra Israele e l'Autorità Palestinese, cioè la Palestina moderata, quella di Abu Mazen e del premier liberale Fayyad, che già da anni permette regolari pellegrinaggi nei luoghi di culto cristiani di Betlemme.
Ma al di fuori di Natale e Pasqua, festività di interesse internazionale, l'Autorità Palestinese garantisce libertà di culto negli altri 363 giorni all'anno? No, a giudicare dalla drastica riduzione dei cristiani nei territori che controlla. A Betlemme erano la maggioranza della popolazione. Adesso sono una sparuta minoranza (15% della popolazione). Il sindaco della città, un musulmano di Hamas, nel 2005 impose addirittura la tassa sugli infedeli, la tradizionale jizya, come ai tempi dell'Impero Arabo e dell'Impero Ottomano: vuoi vivere? Fai atto di sottomissione e paga la tassa ai musulmani. Il giornalista investigativo Khaled Abu Toameh, nel 2007, aveva scritto una lunga inchiesta sulle minacce subite dai cristiani in Cisgiordania (la Palestina "moderata", dunque, non quella di Gaza controllata da Hamas): imprenditori costretti a chiudere, terre rubate, occupate o sottratte con la frode, donne molestate, minacce di morte per chi non si converte. "Dalla fondazione dell'Autorità Palestinese" - scrive Toameh - "Neanche un singolo cristiano ha ottenuto un posto di rilievo nell'amministrazione pubblica".
Se i cristiani subiscono una persecuzione strisciante, non dichiarata e dissimulata da tolleranza (e la Chiesa, soprattutto quella locale, continua a parteggiare per la causa palestinese), la presenza degli ebrei in Palestina è a dir poco inconcepibile. I luoghi di pellegrinaggio ebraici, come la Tomba dei Patriarchi a Hebron, sono costantemente a rischio. Gli ebrei che vi si recano, devono farlo con la scorta della polizia, in autobus con i vetri blindati, spesso oggetto di sassaiole. Nella striscia di Gaza, quando gli ebrei dovettero lasciare le loro case e le loro serre al momento del disimpegno militare (estate del 2005), le sinagoghe rimaste furono tutte bruciate dai nuovi padroni del territorio.
Perché è bene ricordare questa intolleranza palestinese musulmana, latente e manifesta, quando è Israele che sta "ostacolando" il processo di pace con la costruzione dei nuovi insediamenti? Perché il problema è lo stesso: i palestinesi non accettano la presenza di ebrei nel loro futuro territorio. La loro presenza, la loro stessa esistenza è l'"ostacolo" che tanto fa indignare l'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue e Obama. I palestinesi non accettano la presenza di ebrei nei territori che sono già amministrati dall'Autorità Palestinese. Non li accettano nei territori che prevedono di amministrare nei prossimi due anni, compresa Gerusalemme Est che, pur essendo territorio israeliano al 100%, è già stata proclamata dal governo palestinese come capitale del futuro Stato indipendente.
Il premier Fayyad aveva dichiarato, solo nel 2008, che non ci sarebbero stati problemi a dare la cittadinanza e tutti i diritti ai cittadini ebrei della futura Palestina indipendente. Ma adesso ha gettato la maschera, indignandosi per la costruzione di 1600 appartamenti a Ramat Shlomo, in un quartiere di Gerusalemme Est. Al di là della confusione mediatico-diplomatica che si è creata attorno al caso, la sostanza del problema è che: non accetta la presenza di 1600 famiglie ebraiche nel suo territorio. Non vuole neppure sentir parlare di 20 (venti) nuovi appartamenti nella struttura di Sheikh Jarrah, in un'area che apparteneva agli ebrei prima della Guerra di Indipendenza (1948), poi fatta sgomberare con la forza dai soldati giordani occupanti.
Per i palestinesi più militanti, più vicini a Hamas, non solo è un problema la presenza di nuove case ebraiche nell'Anp o nella futura Anp, ma anche quello che gli ebrei fanno nei quartieri ebraici. L'inaugurazione della sinagoga Hurva, ad esempio, è un fatto interamente interno al quartiere ebraico di Gerusalemme. Eppure ha scatenato una rivolta alimentata da Hamas ("giornata della rabbia") e appoggiata dal movimento islamico israeliano, formato da cittadini israeliani di religione musulmana. La sinagoga Hurva, storicamente importante per Israele (fu visitata da Herzl all'alba del sionismo e fu teatro del primo reclutamento della Legione Ebraica, il primo progenitore dell'esercito israeliano nella I Guerra Mondiale), fu fatta saltare in aria nel 1948 dalle truppe occupanti giordane. Dopo aver compiuto questo bel gesto di intolleranza religiosa, il comandante della Legione Araba ebbe anche modo di dichiarare con orgoglio: "Per la prima volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico di Gerusalemme". E questo a soli tre anni dalla fine dell'Olocausto. La "giornata della rabbia" non può che essere letta, dunque, una protesta contro gli ebrei che "osano" ritornare nei loro quartieri.
Ed eccolo che riaffiora, il passato recente: quando Gerusalemme Est fu occupata dalla Giordania, dal 1948 al 1967, gli ebrei furono oggetto di un'espulsione di massa. Non solo la sinagoga Hurva, ma anche tutte le altre sinagoghe, i negozi, le case, le biblioteche, furono date alle fiamme. Una comunità antica di 1000 anni, sopravvissuta sotto le autorità prima arabe e poi ottomane, subì un tentativo di cancellazione fisica. Gli ebrei lo ricordano. E venderanno cara la pelle prima di cedere di nuovo, a un'Autorità Palestinese tutt'altro che tollerante, tutta la metà orientale della loro capitale. È questo ciò che le cancellerie occidentali (compreso Berlusconi) vedono come un "ostacolo" al processo di pace. È questa tenacia a non veder replicare il passato che fa indignare Barack Obama e lo induce a far entrare Netanyahu dalla porta di servizio della Casa Bianca, abbandonandolo da solo, nella sala Roosevelt, mentre lui andava a mangiare, nel bel mezzo della trattativa. (libertiamo, 29 marzo 2010, qui)

Davvero di scottante attualità questo articolo di sei mesi fa. Da leggere, da meditare, da stampare e incorniciare, da imparare a memoria.


barbara


11 settembre 2010

ALTRE DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

Nell'a­gosto del 931, nel corso della campagna estiva contro Amorium:

I musulmani entrarono nella piazza e vi trovarono grandi quantità di mercanzie e di viveri, di cui si impadronirono. Essi incendiaro­no tutti gli edifici costruiti dai nemici, poi penetrarono più in profondità nel territorio bizantino, abbandonandosi ai saccheggi, agli eccidi e alle devastazioni, e giunsero ad Ancyra, città oggi no­ta come Ankuriya [Ankara]. Tornarono indietro tranquillamente e senza aver incontrato la minima ostilità. Il valore dei prigionieri ammontava a 136.000 dinari.

Nel 1064 il sultano selgiuchide Alp Arslan (1063-1072) ricoprì di rovine la Georgia e l'Armenia, si diede ai massacri, «seminò ovunque morte e schiavitù», sterminò interi popoli e catturò in­numerevoli prigionieri. Tutta la popolazione maschile di Ani fu trucidata, e le donne e i bambini furono deportati. Nel XIII seco­lo i mamelucchi d'Egitto misero a ferro e fuoco il regno d'Armenia-Cilicia. Nella spedizione condotta nel 1266 dal sultano Bay-bars, a Sis furono sterminate 22.000 persone. Gli egiziani incen­diarono la città e saccheggiarono i dintorni, trascinando via come prigionieri gli abitanti di Adana, Ayas e Tarso:

I vincitori, essendo penetrati nella città di Sis, la distrussero da ci­ma a fondo. Rimasero in quel territorio per alcuni giorni, portando dappertutto carneficine e incendi, e rapendo un gran numero di prigionieri. Quindi l'emiro Ugan [Igan] si diresse verso il paese di Rum [Bisanzio], e l'emiro Kelaun [Qala'un] verso Masisah, Adnah, Aias e Tarsus [Masis, Adana, Ayas e Tarso]. Entrambi sgozzarono gli abitanti, catturarono molti prigionieri, distrussero numerose piazzeforti e diedero alle fiamme ogni cosa.

Durante la spedizione del 1268, i mamelucchi passarono a fil di spada tutti gli uomini di Antiochia, e catturarono tutte le don­ne e i ragazzi. La città divenne un cumulo di macerie e un deser­to. Nel corso della campagna del 1275, Baybars e le sue truppe si diedero ai massacri ovunque, e raccolsero un considerevole bottino. Mopsuestia fu incendiata e la sua popolazione stermina­ta; Sis venne di nuovo saccheggiata. Secondo il cronista siriaco Bar Hebraeus, 60.000 persone furono uccise e il numero di donne, ragazzi e bambini deportati come schiavi fu incalcolabile.
Nel contesto geografico oggetto di questo studio, i popoli ri­dotti in schiavitù erano per lo più cristiani, ma anche ebrei sia bi­zantini che europei. Intere famiglie, smembrate e dilaniate dalla lotteria della spartizione dei premi tra i soldati o della vendita di schiavi, venivano deportate in paesi lontani e ignoti. Quest'uma­nità prigioniera, costantemente incrementata dal jihad, si perdeva nella totalità indistinta del bottino, il fay’ musulmano. Individui atomizzati dal venir meno dei vincoli di solidarietà familiare, re­ligiosa e sociale provocato dalla schiavitù e dalla deportazione, i prigionieri andavano a ingrossare le file dei mawali (schiavi af­francati), che gremivano gli accampamenti militari arabi all'inizio della conquista. Questo aumento demografico, frutto dei bottini di guerra, diede il via al processo di urbanizzazione manifestato­si a partire dall'VIII secolo. I cronisti parlano di province e di intere città del dar al-islam svuotate dei loro abitanti.
Tuttavia non sarebbe giusto sottovalutare il ruolo storico di queste moltitudini rastrellate dal dar al-harb a opera degli eserciti islamici vincitori. Infatti sia i cristiani che gli ebrei, di provenienza rurale o urbana, prelevati dai paesi mediterranei e dall'Armenia - letterati, medici, architetti, artigiani, contadini, vescovi, monaci o rabbini - appartenevano tutti a civiltà superiori rispetto a quelle delle tribù arabe o turche. Fu grazie allo sfruttamento di questa «manodopera» servile che venne edificata la potenza militare ed economica dei califfi e si compì il processo di islamizzazione. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 148-149)

E stanno continuando. Credo che oggi sia il giorno più adatto per ricordare con chi abbiamo a che fare. Poi, per qualche informazione in più, vai a leggere anche uno e due e tre e quattro.


barbara


AGGIORNAMENTO: leggi oppure ascolta.


27 agosto 2010

DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

La Palestina fu devastata e saccheggiata. Poi gli arabi passa­rono in Cilicia, facendo prigionieri i suoi abitanti e deportandoli. Quindi Mu'awiya inviò Habib ibn Maslama in Armenia, all'epo­ca dilaniata dalle contese tra i vari satrapi. Per suo ordine la po­polazione di Euchaita (sul fiume Halys) fu passata a fil di spada; quelli che riuscirono a farla franca furono ridotti in schiavitù. Secondo i cronisti armeni gli arabi, dopo aver decimato gli abitanti dell'Assiria e costretto molte persone ad abbracciare l'islamismo, «entrarono nel distretto di Daron [a sud-ovest del lago Van], che saccheggiarono e in cui versarono fiumi di sangue. Pretesero il pagamento di tributi e si fecero consegnare donne e bambini». Nel 642 presero la città di Dvitt e annientarono la popolazione a colpi di spada. Poi «gli ismailiti ripresero la via per la quale erano venuti, trascinandosi dietro una moltitudine di prigionieri: in tutto 35.000». L'anno seguente, secondo lo stesso cronista, gli arabi invasero di nuovo l'Armenia, «portando con sé lo stermi­nio, la rovina e la schiavitù».
Fermatosi in Cappadocia, Mu'awiya saccheggiò tutta la regio­ne, catturò molti uomini e fece un grosso bottino. Poi condusse le sue truppe a devastare l'intera zona di Amorium. Anche Cipro fu razziata e depredata (649); quindi Mu'awiya si diresse verso la capitale Costanza (Salamina), su cui stabilì il suo dominio con un «grande massacro». Il saccheggio dell'isola si ripeté una se­conda volta.
Nel Nord Africa gli arabi fecero migliaia di prigionieri e accu­mularono un ricco bottino. Mentre le piazzeforti resistevano, «i musulmani erano impegnati a percorrere in lungo e in largo e de­vastare il paese sguarnito». Tripoli fu saccheggiata nel 643, Cartagine fu interamente distrutta e rasa al suolo, e la maggior parte dei suoi abitanti venne uccisa. Gli arabi misero a ferro e fuoco il Maghreb, ma ci volle più di un secolo perché riuscissero a pacifi­carlo e a venire a capo della resistenza berbera.
Le guerre proseguirono per mare e per terra sotto i successori di Mu'awiya. Le truppe arabe saccheggiarono l'Anatolia con ri­petute incursioni; le chiese furono incendiate e profanate, e tutti gli abitanti di Pergamo, di Sardi e di altre città furono fatti prigionieri. I centri greci di Gangres e Nicea furono distrutti. Le cro­nache cristiane del tempo parlano di intere regioni devastate, di villaggi rasi al suolo, di città incendiate, saccheggiate e annienta­te le cui popolazioni furono integralmente ridotte in schiavitù.
Come si può constatare, non sempre gli abitanti delle città ven­nero risparmiati: spesso subirono il massacro o la schiavitù, sem­pre accompagnata dalla deportazione. Fu il caso dei cristiani di Aleppo, Antiochia, Ctesifonte, Euchaita, Costanza, Pathos (nell'i­sola di Cipro), Pergamo, Sardi, Germanicea (Kahramanmarafl) e Samosata, per citare solo alcuni esempi. Durante l'ultimo tentati­vo degli omayyadi di sottomettere Costantinopoli (717), l'esercito arabo comandato da Maslama effettuò una manovra a tenaglia dal mare e da terra, e devastò l'intera regione prospiciente la capitale.
L'obbligo religioso di combattere i cristiani comportava uno stato di guerra permanente che quattro volte all'anno - in in­verno, in primavera, in estate e in autunno - si traduceva nel­l'organizzazione di razzie (ghazwa). Queste consistevano talora in brevi incursioni a scopo di saccheggio nei villaggi harbi limi­trofi, al fine di accumulare bottino, rubare il bestiame e decima­re gli abitanti del villaggio con la schiavitù. Altre spedizioni, guidate dal califfo in persona, richiedevano preparativi militari consistenti. Le province venivano devastate e incendiate, le città saccheggiate e distrutte, gli abitanti massacrati o deportati. I pri­mi califfi abbasidi, alla testa delle loro truppe di arabi e schiavi turchi, continuarono a dirigere personalmente i raid contro l'A­natolia bizantina e l'Armenia. Durante il sacco di Amorium (838), consegnata agli arabi da un traditore musulmano, il ca­liffo al-Mu'tasim fece passare a fil di spada 4000 abitanti; le don­ne e i bambini furono portati via e venduti come schiavi, men­tre i prigionieri greci che non potevano essere deportati furono finiti sul posto. Una rivolta scoppiata fra loro fu punita con lo sterminio di 6000 greci.
Nonostante la frammentazione dell'Impero arabo in emirati o province semiautonome, le razzie compiute in nome del califfo per accumulare bottino e schiavi proseguirono, con alterne fortu­ne, nel corso dei secoli. Negli anni 939-940 Sayf al-dawla, celebre per le sue guerre contro gli infedeli, devastò Mush, in Armenia, e l'intera regione di Coloneia con i villaggi circostanti. Negli anni 953-954 incendiò la zona di Melitene, catturando parte dei suoi abitanti. Due anni più tardi partì «per il territorio greco e vi compì un'incursione, nel corso della quale si spinse fino a Harsan [Armenia] e a Sariha, prese molte fortezze, fece prigionieri di am­bo i sessi e costellò il suolo greco di massacri, incendi e devasta­zioni». Nel 957 Sayf al-dawla incendiò le città della Cappadocia e la regione di Hisn Ziyàd (Kharput) in Armenia, riducendo in schiavitù le donne e i bambini. L'emigrazione dei nomadi turk­meni segnò la ripresa del jihad arabo. Nell'XI secolo: «L'Impero dei turchi si era esteso fino alla Mesopotamia, alla Siria, alla Pale­stina [...]; i turchi e gli arabi erano fusi come un unico popolo». Per quanto riguarda la parte occidentale del dar al-islam, la Spagna, conquistata nel 712, divenne per secoli il teatro per anto­nomasia del jihad. Qui le ondate di immigrati islamici, arabi e ber­beri si erano appropriate dei feudi coltivati dagli abitanti del luo­go, tollerati, in base alle circostanze della conquista, in veste di tributari o di schiavi. Ma le diverse tribù arabe che conducevano una vita nomade al Sud (kalb), o al Nord e al centro dell'Arabia (qays), emigrate nel Maghreb e quindi in Spagna, si erano acca­parrate le terre migliori, relegando i berberi nelle regioni montuose.
Queste ondate successive di immigrati, provenienti dall'Ara­bia e dai territori conquistati - Mesopotamia, Siria, Palestina -, una volta insediatesi stabilmente in Spagna iniziarono a terroriz­zare la Provenza. Risalendo fino ad Avignone, devastarono la val­le del Rodano con ripetute razzie. Nel 793 i sobborghi di Narbona vennero incendiati e la sua periferia saccheggiata. Gli appel­li al jihad attiravano orde di fanatici che affluivano in massa nei ribat (conventi-fortezze) di cui erano costellate le frontiere ispano-islamiche, e da cui partivano i saccheggi delle città e gli in­cendi delle aree rurali. Nel 981 la città di Zamora (Regno di Leon) e le campagne circostanti subirono la devastazione e la de­portazione di 4000 prigionieri. Quattro anni dopo, anche Barcel­lona fu incendiata e quasi tutti i suoi abitanti furono trucidati o ridotti in schiavitù; Coimbra, conquistata nel 987, rimase un de­serto per molti anni; Leon fu demolita e le zone rurali limitrofe furono devastate dai raid e dagli incendi. Nel 997 Santiago di Compostela fu saccheggiata e rasa al suolo. Tre anni più tardi, le truppe islamiche misero a ferro e fuoco la Castiglia, e la popola­zione catturata durante queste spedizioni fu deportata e ridotta in schiavitù. Le invasioni degli almoravidi e degli almohadi (XI-XIII secolo), dinastie berbere del Maghreb, segnarono la ri­presa della guerra santa. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.54-57)

E da allora non hanno mai smesso. Nel 1929 venne il massacro di Hebron, di cui possiamo vedere gli effetti in questo straordinario filmato inedito dell’archivio Spielberg (chi sentisse il bisogno di una rinfrescata può andare a rileggere qui e qui). E adesso, per completare l’opera, vogliono costruire il monumento alla jihad a Ground Zero – anche se qualcuno ha finalmente capito che l’idea di costruire una moschea lì, in realtà, non è altro che il frutto dell’ennesimo complotto sionista...


barbara


5 aprile 2010

PER QUALCUNO IL MATRIMONIO È PROMESSA DI ETERNO AMORE

Per qualcun altro è promessa di eterno odio e morte e distruzione.


(E vedere tanto odio in due occhi da bambina, fa impressione davvero)

barbara


22 novembre 2009

SABBIA

Nient'altro che sabbia ...



barbara


25 aprile 2009

OH, QUANTO È DOLCE

il profumo della jihad!
(dura circa mezz’ora, ma vi consiglio caldamente di guardarlo tutto)





barbara


6 ottobre 2008

LA VOCE CHE RICORDA

                                 

Prefazione del XIV Dalai Lama
Questo libro è una commovente testimonianza della sof­ferenza e dell'eroismo del popolo tibetano. In particolare, è la storia di Ama Adhe, che passò ventisette anni della sua vita nelle prigioni cinesi. Lei e i membri della sua fa­miglia furono imprigionati per aver partecipato al movi­mento di resistenza tibetano sorto nei primi anni Cinquan­ta. Sono persone come loro che hanno conferito alla lotta tibetana la forza e la durata che la contraddistinguono.
Sono felice che la vicenda di Ama Adhe possa essere co­nosciuta e che lei sia sopravvissuta per raccontarla. La sua è la storia di tutti i tibetani che hanno sofferto sotto l'oc­cupazione comunista cinese. È anche la storia delle donne tibetane che si sono sacrificate e hanno partecipato quan­to gli uomini alla lotta per la giustizia e la libertà. Come sostiene lei stessa, la sua è «la voce che ricorda i molti che non sono sopravvissuti».
Sono convinto che i lettori di questo libro si renderan­no conto della reale dimensione delle sofferenze del popo­lo tibetano e dei tentativi che sono stati fatti per cancella­re la sua cultura e la sua identità. Spero dunque che tale consapevolezza possa far nascere, almeno in qualcuno, il desiderio di sostenere la giusta causa del popolo tibetano.

TENZIN GYATSO
Sua Santità il XIV Dalai Lama

                                                       ……………………………………………..

[…] Nella primavera del 1990, quando tornai a Dharamsala, il funzionario per i diritti umani del governo tibetano in esilio, Ngawang Drakmargyapon, mi presentò a una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto: Adhe Tapontsang.
Sin dal primo incontro, ci sentimmo unite da un grande affetto e da un inesplicabile legame che si approfondì con il passare degli anni. Adhe ora mi considera la sua figlia adottiva. Da parte mia, io mi rivolgo a lei con il termine affettuoso e rispettoso di «Ama», madre, come lei viene chiamata in tutta la comunità tibetana. In quel primo in­contro mi chiese di scrivere la sua storia senza fretta, con particolare attenzione ai dettagli che mi avrebbe riferito. Non si trattava solo di descrivere le ferite della sua terra assediata, ma anche di salvare dall'oblio i preziosi ricordi di quella antica cultura che aveva avuto modo di conosce­re prima dell'arresto. Commossa dalla forza e dall'integri­tà che emanavano dalla sua persona e dalla terribile storia, mi sono impegnata a farne un resoconto scritto, che partisse dalla sua infanzia idilliaca, attraversasse la lunga prigionia e le torture fino al momento del rilascio.
Durante le prime interviste, Ama Adhe e io sedevamo su due letti in un'austera stanza nel centro di accoglienza dei rifugiati di Dharamsala, insieme con il funzionario per i diritti umani Ngawang, che ci faceva da interprete. A mano a mano che la storia procedeva, ascoltavo attonita. Quando parlava della sua giovinezza, Ama Adhe chiudeva gli occhi e il suo volto si trasformava in quello di una bambina ridente e spensierata. Quando invece ricordava le sue incredibili sofferenze, il volto non tradiva alcuna emozione. Io facevo fatica a mantenere lo stesso distacco quando, per esempio, mi mostrava un dito straziato dall'inserimento di bastoncini di bambù sotto le unghie.
Nel corso delle interviste, le uniche volte in cui Ama Adhe pianse furono quelle in cui tornava con la memoria alla sofferenza degli altri, i numerosi membri della sua famiglia, gli amici e gli estranei delle cui torture e orribili morti era stata testimone.
Il tono neutro con cui Ama Adhe racconta le sue terrificanti esperienze è a tratti quasi sconcertante. Tuttavia il lettore deve capire che questo atteggiamento riflette la lingua e la cultura tibetana. È stato spesso notato dagli stranieri che i tibetani non amano parlare della loro vita con accenti drammatici o tragici. Questo forse dipende dal fatto che soffermarsi sulle proprie sventure personali significa essere concentrati su se stessi, cosa poco apprezzata nella prospettiva buddista di cui è permeata l'intera società tibetana. Può darsi che proprio questo atteggiamento impersonale, che riscontriamo nel tono straordinariamente pacato e fermo di Ama Adhe, sia quello che le ha permesso di sopravvivere agli eventi terribili riferiti in questo libro.

Al di là di ciò che sappiamo. Al di là di ciò che pensiamo. Al di là di ogni nostra più sfrenata fantasia. Il Tibet raccontato dal di dentro, da chi l’occupazione l’ha vissuta sulla propria pelle e nella propria carne, oltre che nella propria anima. Vicende inimmaginabili anche per chi si ritiene informato, raccontate senza retorica, senza enfasi, senza odio e senza rabbia, neppure quando rievoca episodi come l’esecuzione del cognato di fronte a lei, a pochi centimetri di distanza, coi brandelli di cervello che le schizzano addosso. E con questa sua narrazione pacata sciorina davanti a noi il sistematico annientamento di una cultura, di una civiltà, di una lingua, di un popolo, condotto con spietata determinazione giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, in un crescendo che dà le vertigini. «Ho fede che non esista sulla Terra nulla di più potente della verità. E presto o tardi la verità deve essere conosciuta». Sono le ultime parole di Ama Adhe, e le condivido totalmente: per questo sono qui a scriverne. E dunque tu adesso vai a comprarti il libro e te lo leggi. Subito. E non voglio sentire storie. (E qui puoi sentire la sua voce)

Ama Adhe, La voce che ricorda, Sperling&Kupfer Editori



barbara


17 settembre 2007

CANCELLARE OGNI TRACCIA EBRAICA DAL MONTE DEL TEMPIO: LA POLITICA DEL WAQF

Questo sui giornali non lo trovate, e quindi beccatevelo qui. Tanto perché non vi venga la tentazione di dire che non lo sapevate.

Il sito "One Jerusalem" diretto da Nathan Sharansky denuncia una nuova gravissima iniziativa dell'istituzione islamica Waqf preposta alla gestione del Monte del Tempio di Gerusalemme, volta a perseguire la sistematica distruzione di quanto resta di ebraico dal punto di vista archeologico in un complesso che rappresenta quanto di più sacro esiste per il mondo ebraico.
Gideon Charlap, architetto ed esperto del complesso, ha constatato che gli arabi stanno scavando un fossato della profondità di un metro da nord a sud il quale taglia almeno tre muri di separazione dei locali del Tempio. I materiali di scavo – come già in altre occasioni – vengono gettati via, con un danno archeologico inestimabile. Un poliziotto druso che ha tentato di bloccare il trattore che stava realizzando questo scavo abusivo è stato aggredito dagli operai arabi e il capo dell'ufficio di polizia israeliano del Monte del Tempio è intervenuto per… calmare il poliziotto.
Non insistiamo sulle numerose altre testimonianze e valutazioni di archeologi sul carattere drammatico e irreversibile di queste distruzioni, che mirano a islamizzare tutta l'area, e per le quali rinviamo al sito web citato.
Ci limitiamo qui a due commenti.
È perfettamente comprensibile che il governo israeliano sia impegnato in una situazione politica difficilissima e che tenti in ogni modo di non accendere alcun conflitto che potrebbe essergli addebitato come causa di nuove drammatiche rotture. È troppo chiedere che qualcuno si renda conto della straordinaria pazienza e dello spirito di sopportazione "cristiano" con cui Israele affronta una simile prova e mette sul piatto della bilancia della pacificazione persino la distruzione dei simboli più sacri della storia del popolo ebraico?
E inoltre: siamo di fronte a gesti che ricordano la distruzione delle statue di Budda da parte dei talebani e mettono in luce il lato più bestiale e fanatico dell'integralismo islamico, e cioè la distruzione della storia e della cultura degli "altri" per costruire l'egemonia della Umma su un terreno completamente nudo. Non vi sarà nessuno che leverà la voce per denunciare – al posto di Israele che tace e sopporta per non essere accusata di sabotare la pace – il comportamento del Waqf di Gerusalemme, in linea con le storiche simpatie per il nazismo? Sono domande retoriche. Nessuno dirà una parola. (Giorgio Israel, Informazione Corretta, 8 settembre 2007)


In realtà è da anni – da molti anni - che questa storia va avanti, e per molti anni ancora continuerà. Per le statue di Budda si è mobilitato il mondo intero, dei luoghi santi ebraici non glene frega un cazzo a nessuno, non sia mai che i nostri carissimi amici palestinesi dovessero un tantino inquietarsi se alzassimo un po’ troppo la voce.
Nel frattempo chi ha un po’ di tempo a disposizione e non troppa ostilità nei confronti dell’inglese è invitato a dare un’occhiata a 1, 2, 3, 4, 5, 6 (grazie all'amico Max).


barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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