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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


11 ottobre 2011

NON TACERÒ

 

“In favore di Sion non tacerò, in favore di Gerusalemme non resterò inerte, fino a che il suo diritto non apparisca come lo splendore degli astri e la sua salvezza come una fiaccola ardente” (Isaia, 62)

E per cominciare non tacerò ciò che non tacciono i palestinesi quando parlano in arabo, come questo alto dirigente di al-Fatah che annuncia apertamente l’obiettivo finale della politica palestinese: l’annientamento di Israele.
E non tacerò ciò che è da sempre il programma dichiarato di quella gente: dopo il sabato, la domenica. Ne stiamo vedendo la concreta attuazione in Egitto dove, finito di eliminare gli ebrei, ora sono intensamente occupati a sterminare i cristiani. E far finta di non vedere, far finta di non sapere, far finta di non capire non è una buona tattica. Sarebbe invece buona cosa rendersi conto che non impedire, se non addirittura incoraggiare e favorire, il macello degli ebrei non ci conviene tanto, perché prima finiscono con loro, e prima cominciano con gli altri, per cui se non per amore degli ebrei, se non per amore della giustizia, bisognerebbe darsi da fare almeno per amore della propria pelle.
E non tacerò l’orrore per l’infamia che Netanyahu, per ragioni elettorali immagino, sta perpetrando ai danni di tutti gli innocenti israeliani: liberare mille terroristi assassini che immediatamente provvederanno – non è un’ipotesi: lo hanno SEMPRE fatto – ad assassinare, a rapire, a torturare uomini e donne, vecchi e bambini, scolari sui banchi e neonati nella culla. Magari, perché no? lo stesso Gilad un’altra volta. Poiché la speranza è l’ultima a morire, spero con tutte le mie forze che ciò non accada e che l’infame proposito venga bloccato prima che sia troppo tardi, ma se dovesse accadere non tacerò, e con tutte le mie forze griderò che il sangue di tutti quegli innocenti ricadrà sulle mani di Netanyahu.

barbara


26 dicembre 2009

ISRAELE, PER FAVORE, SPARISCI

di Jacques Tarnero

È un'idea che si sta facendo strada. Ormai viene espressa senza vergogna, protetta dall'apparente innocenza della sua domanda: «... e se la creazione dello Stato d'Israele fatta dall'Onu nel 1948 fosse stato un errore?» «E se per riparare un crimine l'Onu avesse contribuito a farne un altro?» Dopo sessant'anni di successi alterni, il progetto di far sparire questo Stato dalla carta geografica prende improvvisamente una nuova piega! «Per favore, facci il piacere di sparire! Sparisci, affinché la terra ritrovi la sua armonia!» È questo il messaggio esplicito, o sussurrato, o magari subliminale che a quanto pare si bisbiglia, si scrive o si pensa da diverse parti. È questo il messaggio indirizzato a Israele in modo sempre più insistente, mentre una voce molto più chiassosa annuncia che ben presto passerà all'azione e libererà la terra da questa sgradevole pustola. Il lavoro sporco dovrebbe essere fatto da un clone islamico di Hitler, grazie alla bomba atomica che sta tentando di fabbricare.
Nel frattempo in Occidente stanno preparandosi a tirare fuori i fazzoletti dopo che la bomba sarà esplosa su Tel Aviv, la città sionista per eccellenza, quella che non ha diritto di esistere. Anche se quasi tutto il mondo occidentale si trova d'accordo nel dire che Ahmadinejad non corrisponde ai canoni della buona creanza, nessuno osa guardare la cosa troppo da vicino. Come non si osa guardare troppo da vicino quell'altro eccentrico di Gheddafi, con la sua tenda, le sue amazzoni, i suoi dromedari e i suoi irragionevoli propositi. Il folclore orientale ha questo vantaggio: ai buoni spiriti progressisti ispira sempre un'indulgenza spregiativa, postcoloniale, mentre dovrebbe mettere in loro anche dello spavento. Nel presidente iraniano l'Occidente non riconosce un nuovo Hitler, ma un despota in salsa orientale che esagera un po' troppo. «Essere persiano» è un fatto divertente, mentre «essere ancora israeliano» è un fatto serio.
Ecco un paese grande come tre dipartimenti francesi che esaspera la terra intera con il suo spirito cattivo, la sua angusta rigidità. Tutti quelli che amano disquisire sulla Shoah s'inebriano delle loro proprie lacrime e aborriscono questo Stato che costruisce un muro (che orrore, un muro!) per imprigionarsi. Come sono commoventi gli ebrei quando sono battuti! Che bei libri sanno scrivere sulle loro peregrinazioni! Come sanno essere divertenti quando sono minacciati! Come sono intelligenti, sottili, deliziosamente nevrotici quando vivono in diaspora! Come sanno musicare bene, inventare, filosofare quando la fonte di pensiero è la loro dispersione, e come invece è grossolano, frusto e antipatico questo Stato!
«Come si può essere ebrei dopo Gaza?» chiede un'esperta (ebrea) di questa propagandistica posizione, senza che mai venga in mente una domanda parallela: «Come si può essere umani con Ahmadinejad?» Non ci siamo forse riempiti la bocca con i «mai più»? «Se il razzismo antisemita è condannabile, non è forse reazionario il "filosemitismo"?», domanda un altro esperto (ebreo) non meglio identificato. Non ci sarebbe forse un uso abusivo del termine "ebreo", un'appropriazione indebita di un sostantivo che, per essere considerato, avrebbe diritto soltanto a una posizione di attributo in un'economia intellettuale di sinistra, sostiene un nostalgico di Mao, esperto in questioni dell'amore?
Questo eterno «ritorno sulla questione ebraica», continuamente ripetuto, impastato, triturato, prepara qualcosa di diverso da un interrogativo posto alla condizione umana sulla questione ebraica. Incapaci di pensare il problema nelle categorie che sono sue proprie, per quanto «decostruite» nel corso della storia, i chierici cercano di cancellare la questione piuttosto che affrontarla. Il «segno ebreo» è accettato e preso in considerazione soltanto a condizione che resti nelle categorie che tradizionalmente gli sono state assegnate. E si onorano le vittime della Shoah soltanto per accanirsi poi contro i sopravvissuti che hanno avuto il torto di emigrare in Israele. La Shoahlatria si coniuga bene con la israelofobia più estrema, e per mettere in discussione la legittimità di Israele non è più necessario contestare la realtà del progetto nazista e la sua messa in atto, se è vero che Israele avrebbe il suo diritto ad esistere soltanto come riparazione della Shoah. Resta soltanto quel guitto del presidente iraniano a invitare dei negazionisti, perché ormai l'ultima moda consiste nell'aggiungere altre lacrime ai torrenti che già scorrono per affermare che i nuovi nazisti sono gli israeliani, e che, in quanto tali, il «regime sionista» da cui sono usciti deve essere annientato. Questo è il senso dell'equivalenza posta tra la stella di David e la croce uncinata, tanto che ormai viene usata in tutte le manifestazioni «anti-imperialiste». Che fortuna è stata per l'Onu e per il suo grottesco Consiglio dei diritti dell'uomo trovare un giudice ebreo per accusare Israele di crimini contro l'umanità!
Il problema quindi non è più la «questione ebraica», ma la sua trasformazione nella «questione sionista». Il problema sarebbe dunque costituito da quella strana enclave al limite del Mediterraneo, estranea all'ambiente circostante, che rifiuta di disciogliersi. Ma da quand'è che si chiede al presente di correggere la storia che ha generato quel presente? Si chiede al presidente del Brasile, il simpatico Lula, di restituire l'Amazzonia ai Nambikwara? Si chiede a Obama di restituire il Far West ai sioux e agli cheyenne? Si chiede agli arabi di restituire il Magreb ai berberi? I polacchi reclamano forse di ritornare all'ovest dell'Oder? E i tedeschi all'est? Milioni di persone nel mondo sono state spostate dalla storia, in Europa, in India, nel Pakistan. Quante centinaia di migliaia di ebrei sono fuggiti dai paesi arabi per trovare rifugio in Israele? O il popolo d'Israele è l'unico al mondo a veder messo in discussione il suo diritto a un'esistenza nazionale perché una cattiva fede planetaria non vuole capire che essere ebreo significa due cose, che corrispondono in pari tempo a un destino individuale e a un destino comunitario condiviso. Che cos'è che costituisce un popolo, se non l'idea condivisa di appartenergli? E si contesterebbe soltanto agli ebrei questo diritto nato dalla realtà della loro storia, e che una loro preghiera ricorda continuamente: «l'anno prossimo a Gerusalemme!» Che pacchia è per gli ossessionati di anti-israelismo che sia un altro ebreo israeliano a spiegare «come fu inventato il popolo ebraico»!
Ah! certo, la politica seguita dall'attuale governo israeliano non piace né alla riva sinistra né alla banlieu est, e tuttavia non è per questo che dovrebbe emendarsi, ma nel nome dell'interesse superiore del popolo d'Israele, cioè dell'interesse di coloro per i quali questo Stato fu fondato. Lo Stato degli ebrei potrà ancora chiamarsi "Israele" quando fra qualche anno la popolazione araba, considerando anche i territori controllati, sarà numericamente superiore a quella degli ebrei? Poiché non bisogna farsi alcuna illusione sulle buone intenzioni degli arabi, è urgente per Israele liberarsi di questi territori. E tutti quelli che sono disturbati da Israele si rassicurino: l'inquietudine del nome d'Israele li protegge, nonostante loro, perché quello che minaccia oggi Israele minaccia anche loro. E se le nostre libertà stanno ancora più o meno in piedi, è proprio perché Israele ne è il principale bastione. Credete davvero che senza Israele la terra starebbe meglio? O voi fratelli umani! Per non averlo capito, domani potrebbe essere troppo tardi!

(Association France-Israèl, 29 novembre 2009 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

Non condivido il suggerimento di lasciare i territori in un momento in cui sappiamo con certezza che ciò equivarrebbe a un suicidio, ma dell’analisi che precede condivido anche le virgole.



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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