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Diario


3 novembre 2011

PER L’INEFFABILE SERGIO ROMANO

"Caro lettore..."

Il livore antisraeliano, come si sa, può assumere infinite forme: dall’odio urlato e omicida, da “bava alla bocca”, alle più sfumate manifestazioni di leggera avversione, sospetto, perplessità, passando per tutta l’infinita gamma dei sentimenti umani. E quella del se, quanto, in quali casi, nei vari tipi di ostilità (o di non amicizia) si celino atteggiamenti antisemiti, è una vecchia, tediosa e insolubile questione.
Ma certamente, fra gli infiniti modelli di antipatizzanti, un posto speciale merita Sergio Romano. Colto, affabile, pacato, dialettico, Romano non si arrabbia mai, non alza mai il tono della voce, neanche se qualcuno gli versa una bottiglia di birra sulla testa. Nelle sue argomentazioni c’è sempre un po’ di comprensione per tutti, anche per i “cattivi”, le cui azioni vanno sempre contestualizzate, inquadrate, storicizzate, bilanciate con le immancabili mancanze dei “buoni”, che Romano, più saggio e più equilibrato di re Salomone, ricorda con doverosa pignoleria. Romano sarebbe stato un notaio perfetto, un arbitro di calcio insuperabile, un papa eccezionale, davvero ecumenico, universale.
L’unico caso in cui la perfettissima, calibratissima equidistanza di Romano viene meno, è quando gli capita di argomentare su uno dei suoi temi preferiti, ovverosia Israele. Non solo l’Israele Stato, indipendente dal 1948, ma anche i suoi lontani precedenti, fin dagli albori del sionismo, nonché i legami tra Israele e il mondo esterno, le opinioni di chiunque parli, scriva o pensi di Israele. Non che, in questi casi, Romano perda la sua proverbiale calma. Questo mai, per carità. Solo che, quando si tratta di Israele, Romano non cerca (o forse lo cerca, ma non lo trova?) il benché minimo argomento a favore dello Stato ebraico, sia pure addotto per lenirne minimamente le terribili colpe. Israele, i suoi fondatori, cittadini, sostenitori, giustificatori ecc., hanno sempre, immancabilmente torto. Sempre.
Qualche volta, Romano, magnanimo, ospita nella sua rubrica di lettere sul Corriere della Sera il timido tentativo di protesta da parte di qualche lettore insoddisfatto (l’ultimo, per esempio, Franco Cohen, lo scorso 15 settembre), per riservare al malcapitato il trattamento che merita: “Caro Cohen (Romano chiama sempre ‘cari’ i suoi lettori, è davvero molto buono, o forse sono tutti amici suoi, boh…) …temo di avere opinioni diverse dalle sue”. E giù montagne di dati, cifre, documenti, statistiche, prove inoppugnabili, atte a distruggere qualsiasi avversario. Abilissimo nell’accostare argomenti di diversa provenienza, specializzato nell’estrapolare giudizi critici su Israele da parte di commentatori ebrei (è molto facile trovarli, e poi valgono di più, non è vero?) Romano usa la penna come un fioretto, con l’eleganza e la freddezza del più abile dei moschettieri. Come Mohammed Alì, “vola come una farfalla, punge come una vespa”. L’avversario è al tappeto, Israele ha torto.
Romano è talmente bravo che ha convinto anche me. Israele ha torto, ma, se avessi il coraggio di scrivergli una lettera, ci sarebbe una cosa, una sola, che non mi è chiara, e che vorrei chiedergli. “Signor Romano, è vero, i sionisti compirono un sopruso, e poi gli israeliani si sono sempre comportati male, sotto tutti i governi, in pace e in guerra, sui campi di battaglia come al bowling, al bar, sulla spiaggia. Ma come è possibile che un intero popolo, da qualsiasi parte del mondo provenga, qualsiasi cosa faccia, di generazione in generazione, faccia sempre male? Neanche di un singolo mostro si potrebbe mai dire una cosa del genere: Hitler, Stalin, Gengis Kahn, qualche volta avranno pagato il dovuto al loro barbiere, non avranno barato nel giocare a carte, non avranno buttato le cartacce per strada. Come mai con Israele, e solo con Israele, si è realizzato l’insondabile mistero del ‘torto perenne’?”
Ma è una domanda che non gli rivolgerò. Non gli scriverò, non solo per non essere da lui massacrato sul ring, ma, soprattutto, per non sentirmi chiamare “caro Lucrezi”.

Francesco Lucrezi, storico

Amo e stimo e ammiro immensamente Francesco Lucrezi. Non dico proprio come il Tizio della Sera, però tanto sì. E condivido praticamente tutto quello che scrive. E lo condivido anche in questo caso, e i motivi per i quali non scrive e non scriverà a Sergio Romano sono esattamente gli stessi per cui non gli scrivo e non gli scriverò io.

                                  

barbara


2 novembre 2011

LETTERA A SERGIO ROMANO

L’ineffabile Sergio Romano, laureato in odio antiebraico e antiisraeliano, specializzato in disinformazione e mistificazione, con master in ribaltamento di frittate e gioco delle tre carte, nella pagina di sua proprietà sul Corriere della Sera si è prodotto in questa formidabile risposta (e già una dozzina di giorni fa aveva prodotto quest’altra perla). Quella che segue è la lettera che gli ha inviato Silvana De Mari. Poiché dubito che Romano le farà vedere la luce, ve la faccio conoscere io.

Gentilissimo Sergio Romano,
lo stato di Israele ha liberato 1027 criminali non prigionieri di guerra. Liberandoli ha semplicemente ceduto a un ricatto. Chi cede ad un ricatto non avvalla nulla: sta semplicemente cedendo a un ricatto. Nemmeno Ghilad era un prigioniero di guerra: era una persona rapita. I prigionieri di guerra vengono visitati dalla croce rossa e protetti dalla Convenzione di Ginevra. Chi sta per 5 anni sotto terra è un ostaggio.
Se ci pensa con attenzione vedrà che alla fine ci arriverà anche lei, non è facilissimo da capire, certo, tutte queste parole che si somigliano, ostaggio, prigioniero, ma se si sforza può riuscirci. 
Israele ha liberato 1027 criminali che hanno commesso crimini atroci e altri ne commetterano non per dimostrare una superiorità, ma perché, non è difficile, stava cedendo a un ricatto. Se non li avesse liberati non avrebbe avuto in cambio Ghilad. Vuole che cerchi di spiegarlo con parole un po' più semplici?

Se invece di 1027 ne avessero liberati solo 1000 o 500 o 200 non avrebbero avuto indietro Ghilad.
Vede che adesso ha capito anche lei?
Ghilad è stato  liberato in cambio di 1027 detenuti, tutti detenuti dopo essere stati processati per reati contro la persona, per terrorismo, per omicidio, per decine di omicidi. È una scelta dolorosa: le madri e i padri di coloro che sono stati uccisi da quei terroristi ne sono stati straziati come straziati saranno i congiunti delle vittime se quegli stessi terroristi colpiranno ancora.
Eppure questa cifra è una vittoria.
1027 ad uno.
Questa cifra che regola lo scambio ci dice che le culture di vita, quelle che si battono per liberare gli ostaggi danno un peso alla vita 1027 volte superiore alle culture di morte. Ho visto un video trasmesso dalla televisione palestinese dove la madre di un terrorista suicida offriva i pasticcini alle amiche per festeggiare la morte del figlio. La madre che è andata all’Onu a fare da madrina a uno stato che vive in una cultura di morte non è fiera di essere la madre di uomini che hanno studiato nuovi antibiotici o nuove colture, o semplicemente e magnificamente la madre di uomini che vivono in pace, ma ci mostra la fierezza di essere la madre di pluriomicidi di cui uno suicida.
Noi, le culture di vita alla fine strisciamo, ci inginocchiamo, paghiamo denaro, restituiamo alla libertà criminali purché le vite di coloro che amiamo siano restituite.
1027  ad uno.
Le  culture di morte vincono le battaglie, ma perdono le guerre.
Come diceva Steinbeck: gli eserciti dove l'individuo non conta, alla fine vengono sconfitti.
Le culture dove l'individuo non conta alla fine sono destinate a soccombere.
I figli di coloro che credono di essere i nostri nemici prima o poi sentiranno enorme e irrefrenabile la voglia di essere persone, uniche e irripetibili.
A poca distanza dal luogo dove gli uomini dell’associazione terroristica Hamas  ballano per strada per festeggiare questa cifra 1027, senza capire che è una cifra della loro sconfitta, il sangue dei Copti, i Cristiani dell’Egitto,  scorre come fosse un liquido senza valore.
"La tragedia dei totalitarismi, ancora di più della perdita della libertà è la perdita dell'anima." Ha scritto Edith Teresa Stein, suor Teresa della Croce, nata ebrea, docente di filosofia, convertita al cattolicesimo, suora carmelitana, morta ad Aushwitz.
Il laico Steinbeck  avrebbe usato la parola individualità al posto di anima, ma il concetto è lo stesso L'uomo persona delle culture di vita contro l'uomo formica, intercambiabile e obbediente, un uomo che può essere schiacciato senza problemi e senza rimorsi, delle culture di morte.
Che i nemici della vita, della libertà, che i nemici della felicità come sono stati chiamati, non si facciano illusioni.
Nell'assoluto dubbio che lei abbia capito, la mia migliore buona notte
Silvana De Mari medico e scrittore

Io invece a Sergio Romano non scrivo. Il perché lo saprete presto.

barbara


28 aprile 2011

CHIEDO L’INTERVENTO DI TUTTI GLI AMICI

Vi propongo un articolo apparso qualche giorno fa su “L’Opinione”.

RaiNews24 si è resa responsabile di una seria violazione della deontologia professionale al limite della calunnia, avendo subito indiziato (senza indizi) gli ebrei “religiosi” e Israele per l’assassinio orribile di Vittorio Arrigoni, prima di essere smentito da Hamas stesso.
Come rileva giustamente Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, la morte tragica di questo giovane attivista italiano è da attribuire all’odio cieco di una indottrinazione ideologica totalizzante della stessa intensità quale l’ideologia di odio verso Israele che Vittorio Arrigoni scambiava per pacifismo e impegno per la giustizia.
In ambedue i casi, l’essere umano e il “restare umani” cui egli inneggiava vengono annientati da un’utopia etica per la cui realizzazione si giustifica che l’uomo sia usato come mezzo e non come fine. Tristemente, è la benda dei preconcetti (benché di segno diverso) che rende ciechi alla realtà, ad accomunare vittima e carnefice in un dolorosissimo gioco delle parti.
Arrigoni, e evidentemente anche sua famiglia e i suoi amici, odiava Israele al punto tale che non voleva transitarvi “neanche da morto” perché lo considerava lo Stato e il popolo responsabile in toto per le sofferenze dei palestinesi di Gaza. Invece l’oggetto dell’odio della “scheggia impazzita” di Hamas è “la civiltà occidentale e la modernità”, accusate di “immoralità”, un odio fortissimo che offusca la percezione dei singoli esseri umani e che non sa nemmeno distinguere fra un amico e un nemico del suo popolo.
Ma in questo quadro della nostra odierna realtà, bisogna soffermarsi anche sulle gravi responsabilità di diversi esponenti della stampa italiana. Sotto il pretesto della ricerca della verità e della giustizia, ci si permette di insinuare bugie che fanno comodo alla propria tesi politica, che portano alla demonizzazione di Israele e di conseguenza sempre più lontano da una mediazione per la pace israelopalestinese a cui si dice di voler arrivare.
Appena saputo del rapimento e conseguente assassinio, RaiNews24 (che va in onda anche in lingua araba) trasmette un’intervista con Maurizio Fantoli Mirella, amico e collaboratore di Vittorio Arrigoni. L’intervistatrice Annamaria Esposito inizia con l’indirizzare i sospetti verso un sito dell’estremismo ebraico e Mirella replica che “tutto fa pensare” che “l’odio che lui suscitava nell’estremismo di destra israeliano può essere la causa dell’omicidio” e “probabilmente molti dei miei amici filopalestinesi già supponevano che dietro questo omicidio ci fossero i servizi segreti israeliani, oppure gli estremisti di destra israeliani”, e che questi movimenti “non sanno minimamente cos’è la democrazia, non sanno minimamente cos’è la civiltà e mi sembra assurdo che parlino a nome della loro religione, insultano la loro religione…”.
E mentre il loro “processo” all’estremismo ebraico e al governo di Israele continua, su RaiNews24 gira il video del povero prigioniero Arrigoni insanguinato, con una scritta in arabo che scorre, minacciando la sua morte e con parole di incitamento a “combattere con la spada” per la Guerra Santa nel nome del Signore (Allah) dicendo “Alzatevi per la vittoria della vostra religione; combattete i vostri nemici ebrei, i loro alleati e coloro che li difendono; fatelo in fretta perché il paradiso, grande come i cieli e la terra, vi attende.”
Questo sì, che è un insulto alla religione, ma RaiNews24 non se ne accorge, eppure trasmette anche in lingua araba.

Lisa Palmieri-Billig è corrispondente di “The Jerusalem Post” e rappresentante in Italia dell’American Jewish Committee www.ajc.org

È possibile vedere il servizio a cui si riferisce Lisa Palmieri-Billig cliccando sul link http://www.rainews24.it/it/video.php?id=22906
.
Invito tutti gli amici a protestare con Corradino Mineo, direttore di Rainews 24, cliccando sul link
http://www.rainews24.rai.it/it/contacts.php.


È importante che, in un caso di patente violazione di ogni regola deontologica come quello in questione, il maggior numero possibile di persone faccia sentire la propria voce per denunciare la vergognosa campagna di odio che il mezzo pubblico fomenta.


barbara


12 aprile 2011

Giuramento di Ippocrate per i Giornalisti

Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:

  • di esercitare la professione giornalistica avendo sempre a mente sentimenti antiisraeliani e pregiudizi razziali contro gli ebrei;
  • di perseguire come scopi esclusivi della mia attività giornalistica la ricerca della fama, la distorsione dell’informazione, l’inganno dei lettori;
  • di cercare di celare più notizie possibili, in modo da evitare il rischio che il lettore sia portato a giudicare positivamente gli ebrei e il loro paese;
  • di astenermi nella mia attività dai principi etici della solidarietà umana e della umanità, qualora si trattasse di informazioni provenienti dal medio oriente;
  • di accantonare diligenza, obiettività e coscienza quando scriverò sul mondo ebraico;
  • di affidare la mia reputazione alla capacità di occultare la verità e di distorcere la realtà;
  • di evitare di chiamare terroristi coloro che uccidono gli ebrei, o di chiamare vittime i morti israeliani;
  • di sostituire espressioni come “atto terroristico” e “omicidio” con “esplosione” e “incidente” in modo che nessuno possa giudicare obiettivamente l’accaduto in medio oriente;
  • di non dare voce a pensieri in difesa di Israele e degli ebrei;
  • di rimanere fedele all' "accanimento" mediatico e all’occultamento della vera informazione;
  • di non pubblicare fotografie che possano commuovere il lettore portandolo a posizioni favorevoli su Israele;
  • di continuare a celare il mio essere antisemita dietro a giustificazioni di natura politica e territoriale;
  • di usare due pesi e due misure quando Israele subisce attacchi e quando mette in atto una legittima difesa; 
  • di osservare il segreto su tutto ciò che vedo o che ho veduto in Israele e contro gli ebrei, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione giornalistica sul mondo mediatico e l’ancestrale antisemitismo che vi scorre o in ragione del mio stato inteso come colui che crea il giudizio del mondo sull’universo ebraico e la sua terra;
  • Lo giuro.
Gheula Canarutto Nemni

E direi che ci sta molto bene una rispolveratina del nostro video elaborato sugli articoli di Ugo Volli.

barbara


28 marzo 2011

ACQUA

Testimonianza dai “Territori occupati”, ridotti alla disperazione a causa dello spietato tallone di ferro dell’infame occupante sionista che li priva di tutto.

Dopo che "la guida" aveva piagnucolato tutta la giornata sui poveri palestinesi lasciati senz'acqua dai perfidi israeliani, con le case con le cisterne sui tetti per raccogliere le poche gocce di acqua piovana, e i bambini che si ammalano di dissenteria per questo motivo, sono andata in un bagno (eravamo in territorio palestinese) e ho trovato il rubinetto bloccato sul massimo flusso senza che si potesse chiuderlo. La cosa mi ha disturbato moltissimo, perché penso che in quei luoghi e in generale dappertutto, l'acqua sia un bene prezioso, ma alle mie segnalazioni mi hanno risposto che la cosa non mi riguardava.
M. D.

Qui potete vedere un altro documento della drammatica carenza d’acqua di cui soffrono i poveri palestinesi a causa dei perfidi giudei, questa



è la piscina olimpionica di Gaza e qui



vanno quei poveri bambini per dimenticare un attimo le privazioni che i loro perfidi vicini infliggono loro.


barbara


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21 marzo 2011

LETTERA A FRANCESCO BATTISTINI

Signor Battistini,
avremmo qualche domanda da rivolgerle in merito all'articolo pubblicato con la sua firma domenica 20 marzo 2011:

1) Come mai non ritiene di dover dare alcuna spiegazione per il lettore che, a distanza di sessant'anni, nella maggior parte dei casi ignora tutto del processo Eichmann e, soprattutto, del personaggio principale?
2) Come le viene l'idea di scrivere che, impiccando Eichmann, Shalom ha "vendicato milioni di ebrei"? Non le risulta che la condanna di Eichmann sia stata decisa a conclusione di un regolare processo? Non le risulta che processare e condannare un assassino sia un atto di giustizia e non di vendetta? Lei pensa che Salvatore Riina sia stato condannato all'ergastolo per vendicare gli uomini uccisi dalla mafia?
3) Perché usa la parola "boia" una volta per Eichmann, volontario pianificatore della morte di sei milioni di ebrei innocenti (con l'effetto collaterale della morte di tre milioni di prigionieri di guerra russi, mezzo milione di zingari, almeno un centinaio di migliaia di omosessuali, un numero imprecisato di handicappati, testimoni di Geova ecc., tutti altrettanto innocenti) e la usa ben SEI VOLTE per Shalom, riluttante ma obbligato, in quanto sorteggiato, esecutore della condanna a morte di uno dei peggiori assassini che la storia dell'umanità abbia mai conosciuto?
4) Da dove spuntano quei "polli da strozzare"? Lei che ormai da anni vive in Israele non sa che la kasherut vieta di mangiare animali soffocati? E lei li vede proprio in una macelleria kasher? Non sarà per caso dalla stessa sfrenata fantasia che spuntano fuori anche quei "due occhi di capra su un tavolo"? (per non parlare delle parole che qualche padre pronuncia all'interno di un'auto che passa, e che lei ci riporta con straordinaria esattezza...)
5) Come mai fra tutte le migliaia di stragi perpetrate da palestinesi contro gli ebrei israeliani (e non solo israeliani) - l'ultima delle quali, particolarmente raccapricciante, di soli pochi giorni fa - lei sceglie di citare l'unica strage perpetrata da un ebreo israeliano contro dei palestinesi? E come mai, nel farlo, si premura di precisare che si trattava di un "colono", di usare il verbo "massacrare", di ricordare che quei palestinesi stavano pregando, ma dimentica di dire che stavano pregando in un luogo sacro ebraico di cui i palestinesi si sono impossessati, situato in una città ebraica fin dalla notte dei tempi e completamente "ripulita" dai suoi abitanti ebrei nel massacro del 1929? E naturalmente dimentica pure di dire che l'autore di quella strage è stato condannato dalla opinione pubblica israeliana, al contrario di quanto succede regolarmente con la controparte.

Signor Battistini, lei non ci trova un che di osceno nel costringere un essere umano a mettere a nudo sentimenti e stati d'animo così dolorosi? Non le è mai venuto in mente di fare un analogo servizio tra i tanti boia che compiono quotidianamente (e con orgoglio) quel lavoro nei paesi del medio oriente (e non solo), spesso uccidendo persone per bene che non hanno altra colpa che l'essere avversari politici dei vari dittatori locali? Si accorgerà che le cose da raccontare saranno ben diverse e, magari, anche molto meno edificanti.
 
Barbara Mella
Emanuel Segre Amar (lettera pubblicata in Informazione Corretta)


17 marzo 2011

PER FORTUNA HA PREVALSO IL BUON SENSO

Fanatismo

In questi giorni ha tenuto banco la notizia della pornostar israeliana, morsa al seno da un boa constrictor durante una serie di scatti fotografici effettuati al silicone della ragazza - i serpenti non usano silicone. Tra gli animalisti di tutto il mondo c'è grande preoccupazione per la sorte del boa che è sparito. La notizia ha rischiato di essere oscurata con la scusa che a Itamar erano stati sgozzati nel sonno un padre, una madre, due bambini e un neonato colono. Per fortuna ha prevalso il buonsenso e la stampa mondiale si è occupata solo del serpente.  

Il Tizio della Sera

E poi vai a leggere qui, qui e qui.

barbara


24 gennaio 2011

LETTERA APERTA A PADRE PIERBATTISTA PIZZABALLA

Padre,
ho ascoltato con grande interesse e, non le nascondo, con stupore misto a commozione, le parole da lei pronunciate di fronte ad un gruppo di italiani, amici di Israele, che sono venuti ad incontrarla a Gerusalemme. Dopo avere sentito per lunghi anni le parole regolarmente dette dal suo predecessore, padre Giovanni Battistelli, di sicuro non amico dei cittadini di Israele, il
fatto di sentirla riconoscere, finalmente, che quello della Basilica della Natività non fu certamente un assedio dei soldati di Tsahal, o che i cristiani in Israele stanno effettivamente non solo bene, ma meglio che in tutte le terre limitrofe, mi ha, ripeto, commosso e fatto sperare che finalmente, con lei, si possa iniziare davvero un dialogo serio e proficuo (le assicuro che sarò ben lieto di fare tutto quanto nelle mie possibilità per favorirlo).
Padre, se le scrivo oggi è perché le devo segnalare alcuni fatti che, devo presumere, sono sfuggiti alla sua attenzione. Nel sito
http://www.custodia.org/ è riportata una carta geografica, messa in rete nel 2007, nella quale si vedono le terre che si affacciano sul Mediterraneo orientale. Ebbene, in tale carta sono segnate le capitali di nazioni nelle quali la Sua Missione, che ha ricevuto da tempi antichi la denominazione di Custodia di Terra Santa, oggi come ieri vi continua la sua preziosa opera, fedele alla condizione propria di missionari e di profeti di
riconciliazione e di pace; tra le capitali si vedono Beirut, Damasco, Amman, Il Cairo; non figura Gerusalemme, mentre figura una città denominata Tel Aviv Giaffa, strana unione di due città adiacenti, una, in un certo senso, madre dell'altra. Ma non vi è traccia della città alla quale sono più legato, anche perché mi ha dato i natali: Gerusalemme. Non posso pensare che la Sua Missione abbia intenzione, oggi, sotto la sua Custodia, di fare quel discorso politico che, in un certo senso, contrasta con le parole da lei pronunciate, appunto, di fronte alla delegazione di italiani amici di Israele. Ma vede, padre, non si può neppure pensare che in quella carta siano indicate solo città capitali (argomento che, ripeto, poco avrebbe a che vedere con il compito di missionario); infatti, oltre alla già ricordata Giaffa, figurano, ad esempio, le città di Alessandria e di Rodi che non mi risultano essere città capitali di alcuno stato. Ed allora davvero Gerusalemme è stata dimenticata, come se facesse parte di un altro mondo (quello celeste, forse?) Ma come è possibile? La prego, padre, la faccia subito segnare, in grande evidenza, sulla carta geografica riportata in questo sito.
Mi permetta, poi, giacché mi sono permesso di scriverle, di chiederle un secondo favore. Lei non può certo ignorare che un numero sempre crescente di pellegrini vengono a visitare Gerusalemme e le altre località della "Terra Santa"; purtroppo le guide che accompagnano questi visitatori falsificano in modo vergognoso le realtà non strettamente legate al mondo cristiano. Basterebbero pochi esempi, ma gliene voglio segnalare uno soltanto, forse nemmeno il più grave: al cospetto delle 6 luci sempre accese di fronte al Kotel, viene detto ai pellegrini che sono in ricordo "della guerra dei sei giorni". Capisce, padre, nemmeno un minimo di riguardo per i sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazi-fascista ai quali le luci sono dedicate. Mi creda, padre, tante volte è proprio iniziando dalle piccole cose che si arriva a grandi risultati; magari perfino a rilanciare, finalmente, quel dialogo tra ebrei e cristiani del quale il mondo occidentale, come lei ben ha dimostrato di sapere, ha tanto bisogno.
Un cordiale shalom
Emanuel Segre Amar


25 novembre 2010

LUSSI A 5 STELLE NEL CUORE DELLA WEST BANK

L’articoletto che segue appare nell’ultimo numero di Sette, supplemento del giovedì del Corriere della Sera. Lo riproduco qui, inserendo qualche commento – giusto per riprendere le vecchie, sane abitudini.



Fino a poco tempo fa in quel punto di
Ramallah piovevano razzi.
Piovevano razzi? Da dove? Tirati da chi? Per quale ragione? Dato che Israele potrà magari anche avere qualche brutta abitudine, ma non certo quella di far “piovere razzi”, chi è che li tirava? E perché proprio in quel punto? E questa pretenderebbe di chiamarsi informazione?
Qualche anno dopo, in
quello stesso posto, è stato inaugurato un hotel. Non uno qualsiasi, ma la prima struttura a 5 stelle della Cisgiordania. Si chiama Mövenpick Hotel e appartiene alla nota ca­tena svizzera. «Il passato è passato. Crediamo nel futuro del Paese e di questo albergo», ha detto il direttore generale Daniel Roche. Anche se, a pochi chilometri di distanza, ci sono un insediamento ebraico
e si raccomanda di precisare ebraico: non “israeliano”, che sarebbe una questione politica, ma proprio ebraico, che è notoriamente una questione di razza. Salvo poi frignare e levare alti lai quando “noi” confondiamo antiisraeliani con antisemiti. Salvo fare i martiri perseguitati quando “noi” chiamiamo antisemitismo “ogni minima legittima critica alla politica del governo israeliano”. E magari ricordarci che hanno un sacco di amici ebrei e il loro nonno ne ha salvati dallo sterminio almeno tre o quattro miliardi.
e un campo pro­
fughi palestinese.
Un campo profughi palestinese? E cosa diavolo ci fa un campo profughi palestinese in un territorio palestinese amministrato dall’autorità palestinese? Perché l’autorità palestinese mantiene un campo profughi palestinese in territorio palestinese? E il signor “L.B.” non ci trova niente da ridire? Niente da commentare? Lo butta lì come se fosse una cosa normale? Ve lo immaginate un campo profughi italiano in Italia, o un campo profughi olandese in Olanda? E invece un campo profughi palestinese in territorio palestinese è normale, si butta lì sensa fa gnanca un plissè: c’è un campo profughi palestinese in Palestina, fa parte delle leggi di natura, come la pioggia e il sole, e neanche se ne vergognano. A proposito, lo sa il signor L.B. che in Israele sono stati smantellati 58 (CINQUANTOTTO) anni fa?
L'hotel
è costato 40 milioni di dollari, ha 171 stanze, una piscina esterna, un centro fitness e sette sale per le conferenze. Il ristorante principale, poi, è gestito da uno chef italiano che ogni giorno dovrà portare nel cuore della West Bank la pizza, le lasagne e gli spaghetti. L.B.
“Portare” in che senso? Nel senso che ogni giorno corre in Italia a prenderli e poi ricorre a Ramallah a portarli? Boh. Ah, dimenticavo: Ramallah non è “nel cuore della West Bank”: è a sud. Molto a sud. Praticamente quasi sul confine.



barbara


18 novembre 2010

GUANTANAMO

Ovvero come spacciare qualche fotogramma di un film mediocre per drammatica realtà. Mi riferisco a immagini come questa:



Le avete viste tutti, vero? La vergogna di Guantanamo, l’indecenza di Guantanamo, la barbarie di Guantanamo, l’inciviltà di Guantanamo, la sospensione dei diritti umani di Guantanamo... Solo che quello che avete visto e che vi hanno spacciato per Guantanamo non era affatto Guantanamo bensì, come detto, qualche fotogramma di un mediocre filmetto a tesi. Talmente a tesi che per “documentare” la tesi in questione hanno dovuto inventare i documenti perché la realtà, dalla suddetta tesi, era ed è lontana anni luce. Leggere e meditare.

E poi, come sempre, lui.

barbara


14 ottobre 2010

MILLE E UNO MODI PER DISINFORMARE

Dunque succede che un blog dà una notizia, un altro blog la riprende, altri la ampliano, e insomma, la notizia gira. La notizia sarebbe che è uscito un libro di testo che racconta le vicende israelo-palestinesi sia dal punto di vista israeliano che da quello palestinese e, pensate un po’, avete pensato bene? Sì? Ecco, è così, i bravi buoni onesti intelligenti palestinesi lo hanno adottato, i perfidi giud sionisti invece no. Potete trovare la notizia qui (poi parzialmente corretta ma non smentita in seguito a un intervento nei commenti), che sarebbe un blog che si pretenderebbe neutrale, diciamo equivicino, in cui capita però spesso e volentieri di leggere cose che sembrano molto più equivicine a una parte che all’altra, e capita che chi puntualizza a favore di Israele viene rimbeccato, e capita che chi scrive nei commenti che Gaza non è un campo di concentramento bensì di sterminio non viene invece rimbeccato neanche un po’. Vabbè. La notizia, dicevo. Viene data con grande risalto, ma poi salta fuori lui che spiega che no, non è proprio proprio esattamente così che stanno le cose (e ne parlano tra l’altro anche loro). E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, salto fuori anch’io, che quel libro l’ho letto sette anni fa quando è uscito in Italia – e non dite poi che non siamo all’avanguardia! – e ne ho fatto la recensione per il sito ebraismo e dintorni, che adesso non esiste più ma a quel tempo esisteva, e questa recensione adesso ve la beccate, perché ve la schiaffo qui.

Confesso: a pagina 35 mi sono fermata. Perché non sono più tanto giovane. E poi ho anche l'ulcera e quindi, scusate, qualche riguardo me lo devo proprio. E come può reagire una povera ulcera, leggendo un passo come questo? "Al 1917 si aggiungono gli anni 1929, 1933, 1936, 1947, 1948, 1967, 1987, 2002, e tante altre date ancora, che rappresentano le infinite tragedie, guerre, sofferenze, uccisioni, distruzioni, esili e altri disastri subiti dal popolo palestinese". Ora, noi che di cose israelo-palestinesi ne mastichiamo da un bel po', sappiamo benissimo che quelle sopra riportate sono date di immani massacri di ebrei da parte degli arabi, di guerre scatenate dagli arabi per distruggere Israele e sterminare gli ebrei e altre simili amenità, ma la maggior parte dei lettori, che già faticano a ricordare le cose dell'altroieri, che cosa ne possono sapere? "Coraggio individuale e intelligenza collettiva", "rispetto reciproco dell'altro" "ammirevole accettazione di coesistere": queste cose, secondo le varie presentazioni, introduzioni, prefazioni, troviamo in questo libro, in cui un gruppo di professori israeliani e uno di professori palestinesi scrivono, separatamente ma in contemporanea, la "storia di Israele". Fra virgolette, naturalmente, visto che la storia raccontata dai palestinesi è quanto di più fantasioso si possa immaginare: ci narrano di un Sir Moses Montefiore che già dal 1845 aveva progettato l'espulsione di tutti gli arabi dalla Palestina; di un Israele che occupa il 77% della Palestina, quando sappiamo che il 78% è occupato dalla Giordania (su terra rubata dalla Gran Bretagna ai pionieri ebrei!) e il rimanente 22% è ulteriormente diviso fra ebrei e arabi; arrivano ad affermazioni deliranti come questa: “Questo portò all’usurpazione della patria e alla dispersione di un intero popolo, fatto senza precedenti nella storia", e sono talmente bravi storici da confondere gli arabi con gli ottomani e la Palestina con l'Asia Minore! Facile ipotizzare che il lettore comune immaginerà che ognuna delle due parti tiri acqua al proprio mulino, farà la tara ad entrambe le versioni e concluderà che la verità sta più o meno nel mezzo.
Comunque, io ho l'ulcera, ma voi, anche se non l'avete, lasciate perdere lo stesso: sarebbero in ogni caso tempo e soldi buttati via.

Ecco, adesso anche a voi è chiaro l’altissimo valore morale ed educativo del libro che i perfidi giud sionisti non hanno voluto introdurre nelle proprie scuole, il grandissimo incentivo alla pacifica coesistenza e alla concordia a cui hanno dato un calcio e, last but not least, la cristallina onestà degli storici palestinesi. Per non parlare di quella di certi sedicenti giornalisti che hanno dato la “notizia” nella forma che ho detto all’inizio.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.


27 settembre 2010

SE NEANCHE COI FUMETTI

siamo al riparo dalla disinformazione

Il fumetto in questione si chiama Kriminal ed esce ogni settimana insieme a Panorama.



È la riedizione di un fumetto d’epoca, 1967, per la precisione (sì, MILLENOVECENTOSESSANTASETTE), ma il commento di Max Bunker, nom de plume di Luciano Secchi, è fresco di giornata. E il commento del numero attualmente in edicola è questo:



(Grazie a Massimo Caviglia per la segnalazione e la documentazione)

barbara


7 settembre 2010

CROCE ROSSA O BASE DI HAMAS?

Protesta: Quartier generale della Croce Rossa o base di Hamas?
di Hillel Fendel

La notte scorsa un gruppo di cittadini preoccupati ha organizzato una protesta davanti agli uffici della Croce Rossa a Gerusalemme, chiedendo di porre fine a ciò che chiamano la “vergogna” che sta avendo luogo nel cuore della capitale.
Tre leader di Hamas, temendo di essere arrestati o espulsi dalle autorità israeliane, si sono rifugiati negli uffici della Croce Rossa, presso il quartiere Shimon HaTzaddik/Sheikh Jarrah. Da più di due mesi stanno ricevendo visite, concedendo interviste alla stampa e, in generale facendo come se fossero in casa propria, sia dal punto di vista personale che professionale.
David Ish-Shalom, che ha organizzato la protesta, ha detto a INN TV: “La polizia e il governo in questo momento stanno concedendo ai leader di Hamas un rifugio sicuro a 100 metri dal Quartier Generale della polizia nazionale – proprio mentre Hamas programma, forse da questo stesso posto, altri attacchi terroristici come quello perpetrato la settimana scorsa, in cui quattro ebrei sono stati uccisi e altri due feriti.”
“Siamo qui per dimostrare sia contro il governo israeliano che contro la Croce Rossa” ha dichiarato un altro manifestante, il dott.
Aryeh Bachrach, dell’Associazione vittime del terrorismo. “Come può il governo continuare a tollerare questa situazione, in cui viene dato asilo politico nel cuore del Paese ai leader di Hamas? ... Allo stesso tempo la consideriamo una inaccettabile vergogna per la Croce Rossa, che dovrebbe essere un’organizzazione neutrale che lavora per la pace, il fatto di non pretendere con forza il diritto di visitare Gilad Shalit, mentre nello stesso tempo ospita e fornisce aiuto e asilo ai leader della stessa organizzazione che lo sta tenendo prigioniero. È un’ipocrisia che non possiamo ignorare”. (07.09.2010, qui, traduzione mia)

Da più di due mesi, dice. In effetti alcuni giorni in questi due mesi mi è capitato di non leggere il giornale. Dev’essere stato in quei giorni lì che la notizia è stata pubblicata. Perché è stata pubblicata, vero?


barbara


25 giugno 2010

ANGELA LANO

Lei, la pasionaria dell’odio antisemita. Lei, schierata anima e corpo coi terroristi palestinesi perché la “causa palestinese” le permette di fare finta di non essere antisemita – che poi ovviamente non se la beve nessuno, ma questa è un’altra storia. Lei, che scrive per un sito talmente antisemita da essere denunciato perfino da Paola Canarutto, una delle persone più visceralmente antiisraeliane – e, a guardar bene, anche discretamente antisemita - che mai abbiano calcato l’italico suolo. Lei, che è andata a tentare di sfondare il blocco navale a bordo di una nave che non trasportava né un’aspirina né un tozzo di pane (mentre le altre cinque navi, tra tutte insieme, trasportavano di aiuti umanitari circa un quarto di quello che Israele trasporta QUOTIDIANAMENTE a Gaza - ma solo pugnali e coltelli e bastoni e spranghe di ferro e biglie d’acciaio e fionde e asce e granate con le quali hanno selvaggiamente aggredito i soldati israeliani scesi praticamente a mani nude a controllare la nave, come il diritto internazionale consente, e dopo che dal governo turco era arrivata l’assicurazione che vi sarebbe stata unicamente resistenza passiva. Lei che, tornata in Italia, si è presentata davanti alle telecamere fresca come una rosa a raccontare di bestiali maltrattamenti da parte dei perfidissimi giudei, novelli nazisti con la stella di David (do you remember Cicciobello Agnoletto che raccontava delle terrificanti sevizie subite da parte dei suddetti perfidissimi senza riuscire ad esibire neanche un lividino grande come cinque lire?). Lei. Beh, tenetevi forte, gente: LEI mi conosce. LEI parla di me. LEI mi cita, o yes. Perché ha deciso di protestare contro il sindaco di Torino per il fatto che ha concesso lo spegnimento della Mole Antonelliana per ricordare Gilad Shalit (concessione accordata con questo ignobile comunicato). E sapete che cosa fa per portare argomenti alla sua santissima (santa quasi come il jihad) protesta? Linka un mio post. Quello, per la precisione in cui denunciavo il vergognoso RIFIUTO del sindaco di Torino di accogliere la richiesta della comunità ebraica di spegnere per un quarto d’ora la Mole Antonelliana. Perché lei è una ragazza studiata e sa perfettamente leggere e scrivere, o yes. Scommetto che ha già imparato quasi tutte le lettere dell’alfabeto, perché oltre che studiata lei è anche tanto tanto intelligente, o yes. Ecco. Qui potete trovare il suo straordinario pezzo di bravura. Che, se non fosse una mastodontica pisciata su migliaia di cadaveri, da una parte come dall’altra, sarebbe perfino esilarante.

barbara


19 giugno 2010

E LA SAGA CONTINUA

Perché capita che anche fra i più fedeli ammiratori di informazione corretta ci sia qualcuno a cui ciò che sta accadendo proprio non va giù. Capita che la menzogna sbandierata e spacciata per verità e sostenuta pervicacemente contro ogni evidenza, qualcuno non sia disposto a digerirla. E così succede che a informazione corretta arrivi il seguente messaggio:

"Da qualche tempo sono iscritto alla vostra newsletter. E' la prima volta che vi scrivo e lo faccio per esprimere rammarico, sconcerto, delusione, per un episodio che mi fa star male. Mi riferisco al taglio dell'ultima parte di un bellissimo articolo di Deborah Fait pubblicato da IC. Ho letto l'intero articolo sul blog di Deborah e non vedo perchè mai lo stesso intero articolo non avrebbero potuto leggerlo anche i lettori di IC. Il bravo Gian Micalessin è scivolato sulla buccia di banana, capita e nessuno si scandalizza, basta riconoscere l'errore, una volta accertato che di errore si tratta, non nasconderlo sotto il tappeto. Non è così che si fa corretta informazione e, avendo il suo errore danneggiato l'immagine di Israele, la rettifica era ancora più doverosa e necessaria.

Il signor IC redazione sollecitamente risponde:

Oggetto: mai dare credito ai cretinetti

Gentile lettore, piano con le conclusioni. Deborah Fait ha ricevuto una mail ingannevole e in buona fede c'è cascata, come pensiamo, è successo a lei. Un paio di persone hanno fatto girare su internet una mail di accuse a Micalessin del tutto immeritate. il giornalista del Giornale è stato magari succinto, ma quanto ha scritto è sostanzialmente vero. certe cose non si scrivono fre le regole etiche di Tzahal, ma lo sanno tutti che quando c'è il rischio di un rapimento scatta un conflitto a fuoco, nel quale è a rischio la vita dei soldati israeliani. Il torto di Micalessin è stato scriverlo in maniera troppo netta, ma la sostanza non cambia.
Infatti Deborah, una volta scoperto l'inganno, è stata la prima a togliere quel commento anche dal suo blog. Occorre diffidare di chi si improvvisa esperto in comunicazione, da pollo può sentirsi un po' aquila, ma sempre pollo rimane.
Conoscendo bene Israele dall'interno, IC non ci è cascata, dispiace per le persone in buona fede come lei.
Un saluto cordiale,
IC redazione

Da dove comincio a commentare l’incredibile serie di castronerie contenute in questo testo? Comincio dall’insulto esibito, a mo’ di carta d’identità, già nell’oggetto? O dalla ridicola affermazione che Deborah avrebbe tolto il pezzo anche dal suo blog, quando chiunque può constatare che il pezzo è sempre lì che fa bella mostra di sé? Pare la contessa beccata con l’amante sotto il letto che ancora continua a negare, ligia alla regola negare, negare, negare sempre, e se l’evidenza ti contraddice non importa, negare lo stesso. Il giochino, purtroppo per lui, non funziona, non può funzionare per la contradizion che nol consente: basta andare nel blog di Deborah e oplà, il pezzo incriminato salta fuori come il diavoletto dalla scatola. E si prosegue poi con altri insulti, con i polli che si credono aquile ma sempre polli rimangono, e gli inganni perfidamente perpetrati, e gli improvvisati esperti… Ma questi sono dettagli marginali, ciliegine e riccioli di panna sulla torta, che è il vero motivo del contendere. E la torta consiste nel fatto che Micalessin non è stato succinto, bensì menzognero. La torta consiste nel fatto che quanto ha scritto non è “sostanzialmente vero”: non è vero nella sostanza e non è vero nella forma. Perché Micalessin non ha parlato di “cose non scritte”. E non ha parlato, neanche di striscio, di “conflitti a fuoco”. Ciò che Micalessin ha scritto, e informazione corretta ha confermato, è che d’ora in poi I SOLDATI SPARERANNO SUL COMPAGNO. Ciò che Micalessin ha scritto e informazione corretta ha confermato è che TUTTO QUESTO È PREVISTO DALLE REGOLE D’INGAGGIO. Cioè da un documento ufficiale, pubblico e SCRITTO. E questo è falso. A tutto questo va aggiunto che, essendo da sempre Micalessin un giornalista amico, ed essendo informazione corretta un’istituzione di cui tutti noi conosciamo il valore e l’utilità per la causa per la quale tutti noi ci battiamo, per giorni e giorni si è tentato, con entrambi, di ottenere tramite contatti privati una correzione (“scusate signori lettori, c’è stata una svista”: ci vuole tanto?). Ci si è scontrati con un autentico muro. E a questo punto non è rimasta altra scelta che rendere pubblica la cosa, perché molte cose si può essere disposti a tollerare per amor di quieto vivere, ma non il perseverare ostinato nella menzogna, non il fango gettato addosso a un esercito che davvero non lo merita, non il fornire ai nemici di Israele il più appetitoso degli argomenti: “Vedi, lo dicono perfino loro!” La risposta è sotto gli occhi di tutti: insulti, calunnie, depistaggi. Uno squallore e una meschinità che la causa in cui crediamo e a cui ci stiamo dedicando davvero non meritava.

barbara


18 giugno 2010

PICCOLI CRETINETTI CRESCONO

Preciso subito, prima che qualcuno possa fraintendere e offendersi: i cretinetti siamo noi, io ed Emanuel Segre Amar. E adesso passo a spiegare. Succede dunque che qualcuno scrive a Informazione Corretta quanto segue:

Gentile Direttore,
Seguo con attenzione gli articoli di Deborah Fait sia sul vostro sito sia sul suo blog di Cannochiale. In data odierna osservo decurtato su IC un suo importante rilievo nei confronti del giornalista Gian Micalessin. Non trovando quest'azione (censura?) allineata con la linea editoriale di IC, chiedo spiegazioni in merito.
grazie


Risponde il Nostro:

Deborah Fait è stata tratta in inganno da una cattiva informazione, diffusa da persone a dir poco incompetenti, per questo ha scritto quella parte di articolo su Micalessin. IC sapeva che giravano insinuazioni su di lui e ha soltanto fatto il dovere che spetta a chi fa informazione: controllare le fonti e non diffondere ciò che non è vero. Avvertendo chi fosse stato tratto in inganno. Purtroppo il mondo è pieno di cretinetti che si credono delle aquile.
Deborah, da giornalista onesta, quando ha saputo di essere stata sorpresa nella sua buona fede, ha subito eliminato le accuse a Micalessin. Ecco quanto ci ha scritto:

Ho chiesto a un soldato che abita qui vicino a me:

Le regole d'ingaggio sono cambiate, ma dicono semplicemente che si può sparare ai nemici anche se nelle vicinanze si trova un compagno fatto prigioniero (rapito). Prima era vietato, ora
pur di tentare di salvarlo si accetta il rischio.
E' la scoperta dell'acqua calda e sono le regole d'ingaggio che si usano in tutto il mondo quando si fa irruzione in un covo dove è tenuta sequestrata una persona. Può essere che si inizi a sparare e il rapito si trovi nel mezzo.

Cordiali saluti,
IC redazione


Come dicevo, i cretinetti che si credono delle aquile – nonché “persone a dir poco incompetenti” – crescono. E magari si incazzano pure. E quando si incazzano cominciano a giocare sul serio. Dunque innanzitutto va ricordato, perché il signore che non è un cretinetti visto che i cretinetti siamo noi a quanto pare lo ha leggermente dimenticato, che Gian Micalessin non ha scritto che si può sparare ai nemici: lui ha scritto che si può sparare al compagno, e il signor IC redazione ha confermato che quanto affermato è corretto. In secondo luogo Gian Micalessin, come fonte delle sue affermazioni ha inviato ad Emanuel Segre Amar un testo in inglese che prima non avevo riportato ma che ora credo di dover proprio pubblicare, ed è questo.

Kidnappings to be thwarted at any cost'
JPostPMarch20,08The IDF has instructed its troops serving near the Gaza border to foil kidnapping attempts at any cost, even if it means harming the captive.
Israel Radio on Thursday morning quoted reservists as saying that during a briefing before a recent Gaza operation, their division commander told them that IDF directives to all soldiers serving in the Kerem Shalom area were to open fire on the kidnappers even if the captive will be hit in the process.
The commander, giving out instructions at the Tzehilim base some two weeks ago, reportedly emphasized that this procedure was not followed when Gilad Schalit was captured. He was quoted as saying that the tank unit that arrived on the scene during the cross-border raid did not properly understand what had happened and did not open fire as it was required to.
In response to the report, the IDF said that it would not disclose its procedures to the media and that it would certainly not go into details about military briefings given to troops.
However, an IDF source told Israel Radio that in the case of a kidnapping attempt, troops were instructed to "attack, reach their target and not be afraid."

Israeli soldiers get new firing rules to prevent hostage-taking
Thu Mar 20,2008 4:54 AM ET
Israeli troops stationed near the Gaza Strip have been told they must fire on any Palestinian seeking to capture a soldier, even if it puts the potential hostage at risk, public radio reported on Thursday.
The commander of a reservist unit deployed along the Gaza Strip recently gave the order to avoid "at all costs" situations where soldiers are taken hostage by armed groups that later seek to swap them for prisoners in Israeli jails.
The troops were told they must attack any Palestinian seeking to capture a soldier, even if this puts the potential hostage's life at risk, the radio station said.
An army spokesman declined to comment on the report.
When Palestinian militants captured Israeli corporal Gilad Shalit on the edge of the Gaza Strip in June 2006, troops did not open fire, amid confusion on the ground.
Shalit has been held up as a bargaining chip in negotiations over prisoner exchange.

Quindi direi che la sequenza è chiara come il sole: il testo dice che si può sparare sui rapitori, Micalessin ha scritto che si può sparare sull’ostaggio, il signor IC redazione conferma che ha ragione Micalessin ossia che è vero che si può sparare sull’ostaggio, e adesso risponde a un altro lettore affermando che ANCHE DEBORAH FAIT CONFERMA CHE SI PUÒ SPARARE AI NEMICI. Servono commenti? Come mi è capitato di dire in altro contesto, ma vale anche qui, anche rivoltare le frittate è un’arte; se non la si possiede, l’unico risultato è che la frittata si spiaccica per terra, e ci si imbrattano anche le scarpe. Girano insinuazioni su Micalessin? No, girano documenti: quelli che Micalessin stesso ha provveduto a mettere in circolazione. Ma E.S.A. non si è accontentato di questo documento, ha chiesto altre notizie, ha chiesto altre conferme, e sono arrivate, puntuali. Scrive infatti l'ambasciatore Zvi Mazel il giorno 11 alle 10.34:

Ce n'est pas vrai. Il n'y a pas de telles instructions

E scrive il Professor Della Pergola il giorno 16 alle 14.31:

Mi sembrano gravemente erronee le posizioni di Micalessin e di IC (in allegato il regolamento di Tsahal)

Quello che segue è il regolamento inviato in allegato:

The Ethical Code of the Israel Defense Forces

The IDF Spirit

The Israel Defense Forces are the state of Israel’s military force. The IDF is subordinate to the directions of the democratic civilian authorities and the laws of the state. The goal of the IDF is to protect the existence of the State of Israel and her independence, and to thwart all enemy efforts to disrupt the normal way of life in Israel. IDF soldiers are obligated to fight, to dedicate all their strength and even sacrifice their lives in order to protect the State of Israel, her citizens and residents. IDF soldiers will operate according to the IDF values and orders, while adhering to the laws of the state and norms of human dignity, and honoring the values of the State of Israel as a Jewish and democratic state

Spirit of the IDF-Definition and Origins

The Spirit of the IDF is the identity card of the IDF values, which should stand as the foundation of all of the activities of every IDF soldier, on regular or reserve duty. The Spirit of the IDF and the guidelines of operation resulting from it are the ethical code of the IDF. The Spirit of the IDF will be applied by the IDF, its soldiers, its officers, its units and corps to shape their mode of action. They will behave, educate and evaluate themselves and others according to the Spirit of the IDF.

The Spirit of the IDF draws on four sources:

The tradition of the IDF and its military heritage as the Israel Defense Forces.

The tradition of the State of Israel, its democratic principles, laws and institutions.

The tradition of the Jewish People throughout their history.

Universal moral values based on the value and dignity of human life.

Basic Values:

Defense of the State, its Citizens and its Residents - The IDF’s goal is to defend the existence of the State of Israel, its independence and the security of the citizens and residents of the state.
Love of the Homeland and Loyalty to the Country - At the core of service in the IDF stand the love of the homeland and the commitment and devotion to the State of Israel-a democratic state that serves as a national home for the Jewish People-its citizens and residents.
Human Dignity - The IDF and its soldiers are obligated to protect human dignity. Every human being is of value regardless of his or her origin, religion, nationality, gender, status or position.

The Values: - The IDF and its soldiers are obligated to protect human dignity. Every human being is of value regardless of his or her origin, religion, nationality, gender, status or position.

Tenacity of Purpose in Performing Missions and Drive to Victory - The IDF servicemen and women will fight and conduct themselves with courage in the face of all dangers and obstacles; They will persevere in their missions resolutely and thoughtfully even to the point of endangering their lives.

Responsibility - The IDF serviceman or woman will see themselves as active participants in the defense of the state, its citizens and residents. They will carry out their duties at all times with initiative, involvement and diligence with common sense and within the framework of their authority, while prepared to bear responsibility for their conduct.

Credibility - The IDF servicemen and women shall present things objectively, completely and precisely, in planning, performing and reporting. They will act in such a manner that their peers and commanders can rely upon them in performing their tasks.

Personal Example - The IDF servicemen and women will comport themselves as required of them, and will demand of themselves as they demand of others, out of recognition of their ability and responsibility within the military and without to serve as a deserving role model.

Human Life - The IDF servicemen and women will act in a judicious and safe manner in all they do, out of recognition of the supreme value of human life. During combat they will endanger themselves and their comrades only to the extent required to carry out their mission.

Purity of Arms - The IDF servicemen and women will use their weapons and force only for the purpose of their mission, only to the necessary extent and will maintain their humanity even during combat. IDF soldiers will not use their weapons and force to harm human beings who are not combatants or prisoners of war, and will do all in their power to avoid causing harm to their lives, bodies, dignity and property.

Professionalism - The IDF servicemen and women will acquire the professional knowledge and skills required to perform their tasks, and will implement them while striving continuously to perfect their personal and collective achievements.

Discipline - The IDF servicemen and women will strive to the best of their ability to fully and successfully complete all that is required of them according to orders and their spirit. IDF soldiers will be meticulous in giving only lawful orders, and shall refrain from obeying blatantly illegal orders.

Comradeship - The IDF servicemen and women will act out of fraternity and devotion to their comrades, and will always go to their assistance when they need their help or depend on them, despite any danger or difficulty, even to the point of risking their lives.

Sense of Mission - The IDF soldiers view their service in the IDF as a mission; They will be ready to give their all in order to defend the state, its citizens and residents. This is due to the fact that they are representatives of the IDF who act on the basis and in the framework of the authority given to them in accordance with IDF orders.

Source: http://dover.idf.il/IDF/English/about/doctrine/ethics.htm

Aggiungo ancora una cosa: nell’esercito israeliano, forse unico al mondo, un soldato che riceva un ordine ingiusto o inumano è ufficialmente autorizzato a rifiutarsi di obbedire. A nessun soldato israeliano – Norimberga docet – sarà mai consentito di ripararsi dietro la foglia di fico del “obbedivo agli ordini”: il soldato israeliano è sempre pienamente responsabile delle proprie azioni. Se il signor IC redazione si illude di poter coprire di fango l’esercito israeliano unicamente per coprire i propri errori, la propria impreparazione, la propria incompetenza, il proprio ego smisurato che non ammette critiche e non ammette di poter riconoscere un errore, posso dire una sola cosa: quel signore è la persona sbagliata al posto sbagliato.

barbara


15 giugno 2010

LETTERA APERTA

a Franco Frattini, Bernard Kouchner e Miguel Angel Moratinos

Signori ministri,
due parole sul vostro comunicato in merito a quanto avvenuto sulla Mavi Marmara. La politica, da che mondo è mondo, è l'arte di mentire nel modo più spudorato senza farsi cogliere con le mani nel sacco. Ora, tutti noi abbiamo visto nelle decine di video disponibili in rete i soldati israeliani scendere sull'imbarcazione disarmati o quasi, e abbiamo visto i membri di quella che voi, con grande sprezzo del ridicolo, chiamate "Flottiglia di Pace", aggredirli selvaggiamente; e abbiamo visto la ricca collezione di armi con cui si sono messi in viaggio. Tutti noi abbiamo visto i "pacifisti" scaldarsi prima della partenza con canti di guerra che incitavano al massacro degli ebrei - ebrei, signori ministri, non israeliani, non sionisti, non occupanti: ebrei! Tutti noi ci siamo informati sulle norme di diritto marittimo che sanciscono la legittimità dell'intervento israeliano in acque internazionali (e tutti noi, per inciso, abbiamo visto foto e video di produzione palestinese con mercati traboccanti di ogni bendidio, strade piene di auto, e gente decisamente in carne). Dunque, signori ministri, come potete illudervi che le vostre menzogne possano farla franca?
Strumento principe della politica, signori ministri, dovrebbe essere la diplomazia, ossia l'arte di dire le cose più terribili con il linguaggio più sfumato. Che cosa trovo invece nel vostro comunicato? Parole aspre di condanna (prima del processo!) senza appello, parole pesantissime, parole che sicuramente faranno arrossire gli insegnanti delle accademie in cui avete studiato.
E, infine, un ultimo appunto, signori ministri: trovo nel vostro comunicato l'avvertimento (minaccia?) che le scelte (di autodifesa) israeliane, sono la causa diretta dell'isolamento in cui Israele si trova e dell'ostilità universale nei suoi confronti. Il fatto è, vedete, che questa storia che, se la gente odia gli ebrei, la colpa è degli ebrei, noi l'abbiamo già sentita. È esattamente quella storia che ha aperto le porte di Auschwitz - dove coloro che con tanta passione difendete vorrebbero rispedirci - e ci è costata sei milioni di morti: non vi bastano, signori ministri?
Emanuel Segre Amar

Naturalmente le cose da rimarcare nell’osceno comunicato dei tre ministri (per chi non sapesse troppo di latino ricordo che “minister” viene da “minus”…) sono molte di più, ma direi che le cose essenziali qui ci sono tutte, e quindi preferisco non aggiungere commenti, tranne la constatazione una volta di più che, come dicevo nel post precedente, non di ignoranza si tratta, bensì malafede, bensì di odio, bensì di consapevole mistificazione della storia e della cronaca.

barbara


12 giugno 2010

«LA PIÙ GRANDE PRIGIONE DEL MONDO»

ll mito dell'assedio di Gaza

di Jacob Shrybman*

Quando il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon parla di "assedio della striscia di Gaza" (come se si trattasse di Sarajevo o di Leningrado), bisognerebbe chiedersi di quale assedio, o blocco, stia parlando visto che nella striscia di Gaza sono entrate, solo nel 2009, 738.576 tonnellate di aiuti umanitari.
Dopo la campagna militare israeliana anti-Hamas del gennaio 2009 (circa 1.300 morti), le Nazioni Unite hanno garantito al milione e mezzo di abitanti della striscia di Gaza aiuti per 200 milioni di dollari, mentre alla fine del gennaio scorso - nonostante tutti i piani per raccogliere più fondi - garantivano solo 10 milioni di dollari alle vittime del terremoto di Haiti (230.000 morti su 3 milioni di abitanti). Naturalmente senza considerare il fatto che gli abitanti di Haiti non avevano attaccato nessuna popolazione civile vicina per quasi dieci anni.
La comunità internazionale ha accettato ciecamente un'impudente menzogna circa l'assedio israeliano alla striscia di Gaza, ignorando i dati di fatto reali. Da anni gli aiuti umanitari internazionali affluiscono speditamente nella striscia di Gaza, e non si sono in alcun modo fermati dopo l'operazione Piombo Fuso, visto che 30.576 autocarri di aiuti vi sono entrati nel 2009. Sempre nel 2009 sono state trasferite nella striscia di Gaza 4.883 di materiale mediche. Proprio il mese scorso è stata portata a Gaza una nuova macchina per la tomografia assiale computerizzata.
La striscia di Gaza viene anche spesso definita "la più grande prigione del mondo", intendendo che gli abitanti vi sarebbero rinchiusi come in una gabbia a cielo aperto. Eppure, sempre nel 2009, sono stati 10.544 i pazienti e loro accompagnatori che sono usciti dalla striscia di Gaza per ricevere trattamento medico in Israele: solo la scorsa settimana quasi cinquecento pazienti e loro accompagnatori sono passati da Gaza in Israele per essere curati.
Ecco perché lo scorso 24 febbraio il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Robert Serry, nel corso di un incontro con il presidente israeliano Shimon Peres ha dichiarato che "non c'è una crisi umanitaria a Gaza". Serry ha solo lamentato la penuria di alcuni materiali da costruzione che, ha spiegato il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, Gerusalemme tende a bloccare perché sa per esperienza che Hamas spesso li sequestra e li utilizza per i propri scopi paramilitari (fabbricazione di razzi e bunker).
Invece due congressisti americani come Keith Ellison e Brian Baird, che hanno visitato Sderot con lo Sderot Media Center, hanno corroborato l'idea di un "assedio di Gaza". Evidentemente ignorano il fatto che il loro segretario di stato Hillary Clinton ha stanziato 900 milioni di dollari in aiuti da mandare alla striscia di Gaza all'indomani dell'operazione Piombo Fuso. Un rapporto USAID e Dipartimento della Difesa che si è occupato di calcolare gli aiuti mandati ad Haiti dopo il devastante terremoto, ha rilevato che, alla fine del mese scorso, tutti i programmi di aiuti governativi americani inviati ad Haiti ammontavano a poco più di 700 milioni dollari, vale a dire quasi 200 milioni meno di quelli per la striscia di Gaza controllata da un'organizzazione terroristica.
È passato più di un anno dalla campagna israeliana anti-Hamas e la comunità internazionale ancora si dà credito alla frottola dell'"assedio di Gaza". Intanto lo Sderot Media Center ha registrato più di 230 fra razzi e obici di mortaio che hanno raggiunto Israele in quest'ultimo anno.
Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon dovrebbe visitare il kibbutz Nirim per vedere un edificio distrutto da un Qassam solo la settimana scorsa, o il moshav Netiv Haassara nelle cui serre, colpite da un Qassam giovedì scorso, è rimasto ucciso un lavoratore thailandese, anziché contribuire a promuovere il mito dell'assedio di Gaza andandovi in pellegrinaggio. (YnetNews, marzo 2010 - da israele.net)

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*Jacob Shrybman è vice direttore dello Sderot Media Center

Ecco, lo vedete come vanno le cose, io ieri sera ho preparato questo articolo per metterlo oggi nel blog, e che cosa fa oggi Ugo Volli? Scrive questa cosa qui. Ho già avuto occasione di dirlo, ma lo ripeto: Ugo Volli, grazie ai potenti mezzi messigli a disposizione dal Mossad, mi spia dentro al computer.

barbara


8 giugno 2010

PICCOLA RIFLESSIONE

Gli esploratori di cui parla la parashà letta ieri sono di fatto dei reporter. La loro relazione sulla terra di Israele è sapientemente costruita di fatti intrecciati indissolubilmente a opinioni. Creano così, con strategica retorica, consenso intorno alla loro interpretazione dei fatti. E distruggono la possibilità di un rapporto reale con la terra di Israele.

Benedetto Carucci Viterbi, rabbino

E distruggono anche, mi permetto di aggiungere la possibilità di conoscere la verità, che in teoria dovrebbe essere la ragione sociale del loro mestiere, se non della loro esistenza. E, a proposito di verità, visto che le anime belle non credono a “noi”, crederanno almeno all’Autorità Palestinese? Resta comunque vero che Gaza è decisamente troppo affollata, e qui ne abbiamo le prove. Qui invece abbiamo le prove – ma non è che ce ne fosse il bisogno – che Ugo Volli è davvero un grande.


(ma la protezione animali cosa fa, dorme?)

barbara


13 marzo 2010

ASSEMBLEA DI FACOLTÀ

Ovvero

come shekerare quattro stronzate

Simona Cantoni impiegò mezzora a vestirsi, dopo aver speso più di un’ora al bagno, fra doccia, capelli e trucco. Per quanto le costasse ammetterlo, questo era un segnale inquietante. Un campanello d’allarme. Un avviso subliminale. Il suo inconscio stava prendendo decisioni che lei era ben lungi dal condividere. Meglio, che lei respingeva con fermezza.
Chi era mai questo Alessandro per meritare una simile liturgia propiziatoria?
Nessuno. Meno di nessuno.
E allora perché si comportava come un’adolescente al primo appuntamento?
Tranquilla, è per sentirmi in controllo. Che non creda di avere a che fare con una che gli pende dalle labbra solo perché è carino e all’università gli sbavano tutte dietro. O magari perché va come un treno a medicina, ha mille interessi, gira su una BMW decappottabile e ha un tono di voce… Dio, che tono di voce!
Smettila, sei una stronza! Non te ne frega niente di lui!
Si dette un ultimo ritocco al lucido delle labbra, un ultimo colpo di spazzola e si fissò allo specchio con aria convinta.
Non fare la stronza Simona. O quanto meno…
Come, quanto meno…?
Ho detto non fare la stronza, punto e basta!
Al suono del citofono però, il cuore le batté forte.
“Io esco,” gridò quando era già sul pianerottolo, “torno tardi!”
Alessandro l’aspettava in macchina.
“Ti va di mangiare qualcosa?” le chiese, sporgendosi per darle un bacio sulla guancia.
“Conosci un posto carino?”
“A Castel Porziano. Pesce e musica dal vivo. Praticamente sulla spiaggia.”
Parlarono di tutto, lungo la strada, come parlano due ragazzi che si studiano. Senza lasciarsi andare più di tanto. Attenti alle domande, attenti alle risposte.
Di vista si conoscevano da una vita ma era la prima volta che uscivano insieme.
Un paio di giorni prima lui aveva preso l’iniziativa in un modo che a lei era parso intrigante.
“Cerco qualcuno che non mi conosca” le aveva detto, “perché ho voglia di raccontarmi.”
Lei aveva sorriso.
“E chi ti fa pensare che a qualcuno interessi il racconto?”
“Beh, in realtà non è che lo penso. E’ solo la prima cosa che mi è venuta in mente. Quando scriverò un libro sull’arte del rimorchio, comunque, ce la metterò dentro perché pare funzioni. Il primo passo l'ho già fatto.”
Questa volta lei aveva riso e lui aveva assaporato con discrezione un senso di trionfo.
La trattoria era semplice. Una veranda sul mare. Pochi tavoli. Poca gente. Poca luce.
Un cantante da piano bar creava un sottofondo musicale.
“Ci metterai anche questa trattoria nel tuo libro?”
“Dipende. Te lo dico domani… Quel libro conterrà solo strategie vincenti.”
Due spaghi, un bicchiere di vino e già l'atmosfera si era fatta confidenziale.
Ora parlavano di tutto, a ruota libera.
Studio, viaggi, libri, cinema, pittura. Si confrontavano, scoprendo passioni e avversioni in comune.
“Devi assaggiare gamberi e calamari. Qui sono spaziali!”
“Quelli no, non li mangio. Né crostacei né frutti di mare.”
“E invece li devi assaggiare. Non te li puoi perdere...”
“Non posso. Sono ebrea. Sai cacheruth, norme alimentari...”
“Fantastico! Spiegami meglio.”
Parlarono di religione e di tradizioni. Di senso di appartenenza e di retaggi identitari. E poi ancora di minoranze e di società multietniche.
In macchina si baciarono e rimasero a lungo a chiacchierare, sulla banchina deserta.
“Ho una villa, qui vicino... Potremmo andarci.”
Lei gli pose un dito sulle labbra.
“Non avere fretta...” disse e lui sembrò cogliere in quelle parole più una promessa che un rifiuto.
Sotto casa si baciarono ancora.
“Domani abbiamo assemblea di facoltà. Ti passo a prendere alle otto.”
Lei sorrise di tanta sicurezza, ma lo baciò sulle labbra e scese dall'auto.
Quando arrivarono in facoltà, la mattina dopo, l'aula magna era in fermento.
Mancava un'ora all'assemblea e fervevano i preparativi. Piccoli gruppi discutevano dell'impostazione dei lavori, alternando alterchi e risate. Altri si dedicavano agli impianti tecnici.
“Uno, due, tre, prova. Uno, due, tre, prova.”
Alessandro si trovava come a casa sua. Passava da un gruppo all'altro, scambiando battute e discutendo documenti.
Simona invece si era seduta ad uno degli ultimi banchi in cima all'anfiteatro ed osservava con distacco quell'animazione.
Odiava le assemblee. Passavano per uno strumento di democrazia diretta e ne erano invece l'antitesi spaccata.
Una minoranza di attivisti che si arrogava il diritto di rappresentare una maggioranza distratta. Tutta gente che si beava delle proprie parole.
Falla finita, non sei qui per fare politica! Se questi si divertono cosi, a te che te ne frega?
Tirò fuori il testo di diritto penale e si mise a ripassare.
Alessandro ogni tanto le si avvicinava.
“Tutto bene?”
Bene un cazzo! Non so che ci sto a fare in mezzo a questi coatti!
“Certo, tutto bene. Stai tranquillo, sto ripassando. Ho l'esame fra quindici giorni...”
Si concentrava sul testo, sollevando di tanto in tanto lo sguardo sull'aula che si andava riempiendo.
Gli oratori avevano preso posto sul palco. Alessandro era fra loro, con il microfono in mano.
Questo ci crede proprio! Scommetto che ci mette pure questa cazzo di assemblea nel suo libro.
Si concentrò ostinatamente sul testo di penale, per non sentirsi parte della sua esibizione.
“La nostra facoltà è chiamata ad essere l'anello di una lunga catena” stava dicendo lui, “una catena che unisce le forze progressiste in tutto il mondo, dentro e fuori le università. Una catena che col suo peso morale e l'incisività dei suoi richiami può riuscire lì dove hanno fallito le politiche degli stati e delle organizzazioni internazionali...”
Ma chi si crede d’essere, Bruce Willis pronto al salvataggio del pianeta...?
Sorrise immaginandoselo dentro una tuta spaziale, il casco sotto il braccio, ma chiuse il libro e si mise ad ascoltare.
“... la libera scelta di ognuno di noi è poca cosa. Ma se queste scelte divengono univoche, si trasformano in un'arma potente. Compagni, appropriarci di quest'arma non è più un'utopia, è qualcosa che dipende da noi, da ognuno di noi... E sono proprio loro con i loro crimini, con la loro superbia, con la loro apartheid che ci hanno dato la necessaria compattezza. Il sangue di Gaza è la ragione della nostra coesione internazionale. E' la ragione della nostra determinazione...”
Applausi.
Pugno allo stomaco.
Di che diavolo stai parlando...?
“Noi siamo chiamati a boicottare Israele per ristabilire la giustizia negata. Per dare una voce a chi non ha voce. Per dare una terra a chi ne è stato spoliato ed una patria a chi ne è stato cacciato. Compagni, dobbiamo fare terra bruciata intorno al sionismo razzista. Chiudere le porte della collaborazione internazionale ad uno stato che fa dell’apartheid la propria strategia. Tenere fuori da ogni scambio culturale chi con le proprie lobbies inquina la politica mondiale...”
Brutto bastardo, pezzo di merda.
Simona raccolse le sue cose, decisa ad andarsene.
Sei una stronza. Ci voleva tanto a capire di che pasta era fatto?
Stronza un cazzo. E' lui che è un verme. Che mi ci ha messo a fare in questa situazione di merda?
“... è per questo” stava dicendo lui “che cedo ora la parola a Mahmet Huseyin del Comitato Palestinese per il Boicottaggio di Israele.”
Simona aveva già raggiunto la base dell'emiciclo, ma qualcosa la trattenne.
Io non scappo. Non te la dò questa soddisfazione.
Sei pazza? Vattene che e meglio...
No, non me ne vado! Voglio vedere dove sono capaci di arrivare.
Sedette di nuovo.
“... ogni rifiuto di un prodotto israeliano” stava dicendo il palestinese “sarà la pietra di una nuova intifada che ci condurrà alla vittoria sul nemico sionista...”
Il delegato non fece sconti e riversò sull’assemblea le sue feroci invettive contro Israele, il sionismo e gli ebrei.
Simona sopportò tutto stoicamente, fino a quando Mahmet non superò il segno.
“... è un nemico subdolo e feroce. Ci ruba la terra, ci ruba le case, ci ruba il futuro. E adesso ci ruba anche gli organi dei nostri bambini e dei nostri prigionieri. Li uccide per appropriarsene e per farne commercio...”
Applausi.
Simona alzò la mano.
“Voglio intervenire” gridò.
Che fai? Sei pazza? Vuoi farti sbranare da questi scalmanati?
“Al tempo compagna. Il dibattito con la platea è previsto al termine degli interventi, se ce ne sarà il tempo.”
“Ah, si?” gridò Simona. “E questo chi lo dice? In un dibattito democratico chi partecipa ha lo stesso diritto di intervento di chi sta in cattedra!”
“In un dibattito democratico” cercò di zittirla il compagno sul palco, facendosi forte del microfono che impugnava, “ci sono tempi e regole da rispettare.”
“Tu stai solo rispettando la casta dei cattedratici e dei presunti leader. Fai parlare anche il popolo degli sfigati!”
L'emiciclo cominciò a vociare e qualcuno sul palco comprese da che parte stesse girando il vento.
“Fate parlare la compagna. Lasciatele fare il suo intervento.”
Simona salì sul palco mentre il cuore le pulsava in circolo adrenalina a gogò.
Voglio vedere adesso che gli dici. Tu devi essere completamente suonata.
Lo so io quello che gli dico. Brutti stronzi, bastardi di merda...
Afferrò il microfono e volse lo sguardo verso la platea. Un silenzio inconsueto. Un'attenzione inconsueta.
“Compagni, oggi abbiamo chiamato sul banco degli imputati Israele. Abbiamo istruito un processo, accusandolo dei crimini più efferati. Ma se questo è un processo, chi parlerà per l’accusato? Chi ne prospetterà le attenuanti? Chi chiamerà in giudizio i correi che si sono macchiati di colpe e di crimini altrettanto gravi?”
La platea cominciò a rumoreggiare confusa, mentre sul palco gli oratori si scambiavano occhiate perplesse.
“Se mettiamo Israele sotto accusa, perché facciamo salva la Russia per le stragi in Cecenia? E il Sudan per il genocidio in Darfour? E la Turchia per la repressione dei Curdi? E la Cina per il Tibet…? E dov’è Hamas che ha prima massacrato quelli del Fatah e poi ha provocato scientificamente la reazione degli israeliani, con la sua pioggia di razzi sui civili. E già che ci siamo, perché non parliamo anche di scudi umani, di bombe negli autobus, di oppressione sulle donne islamiche.”
“Questa è una provocazione…” cominciarono a gridare dall’emiciclo .
“No, non è una provocazione. E’ un invito a ragionare… Per quale motivo sempre e solo Israele è sul banco degli imputati?”
“Buttatela fuori!”
“Calma, compagni. Calma, non cadiamo nella sua provocazione!”
Simona col microfono in mano si sentiva ormai come John Wayne a Fort Apache.
“Io non provoco nessuno. Sono qua per parlare in difesa di uno stato che con l’haparteid non ha nulla a che fare.”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
L’aula magna era ormai una bolgia ma Simona non demordeva.
“Israele è l’ebreo della scena internazionale,” gridava, “per lui vale una legge che per gli altri non vale. E’ sempre e comunque colpevole, anche quando agisce per difendersi, anche quando sopporta l’insopportabile. I razzi di Hamas sono brutali quanto la reazione che provocano, ma qual è la causa e qual è l’effetto? Perché dobbiamo dare tutto per scontato e rinunciare a giudicare? Perché la logica quando si parla di Israele viene distorta e deformata?”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
Qualcuno si avvicinò alle spalle di Simona e tentò di trascinarla via ma lei si aggrappò al tavolo con tutte le forze.
“Questa è una violenza,” gridò nel microfono, “vergogna!”
Furono le sue ultime parole all’assemblea. La spina del microfono ora era staccata e il servizio d’ordine la spintonava senza complimenti fuori della facoltà.
L’ultima cosa che percepì fu un coro da stadio.
“Va in sinagoga, giudia va in sinagoga…”
Simona adesso era in mezzo alla strada, in uno stato di confusa prostrazione.
Si sentiva umiliata. Ferita.
Sarai contenta, ora! Cosa pensavi, di fare? Speravi di convincerli?
Vaffan’ culo! E’ lui che è uno stronzo! Un grandissimo stronzo!
Ancora!? La fai finita!? Quello è uno scarafaggio insignificante e tu ci piangi sopra come se meritasse la tua attenzione.
Tremava.
Sedette su una panchina e piegò la testa fra le mani.
No! Adesso ci manca solo che ti metti a piangere!
Ho detto non piangere!
Le lacrime le fluivano inarrestabili.
Trasse dalla borsa un kleenex e si soffiò il naso.
“Sei stata coraggiosa.”
Si girò. Lui era in piedi alle sue spalle.
“Vattene. Sei uno stronzo!”
Si asciugava gli occhi con le mani e si aggiustava il trucco per quel che poteva. Odiava che lui la vedesse in quelle condizioni.
“Ci volevano le palle per parlare in quel modo davanti ad una platea tanto ostile. Tu ce le hai avute…”
“Lasciami in pace. Voglio stare sola.”
Lui non si mosse.
“Doveva essere una manifestazione politica ma purtroppo è degenerata. Perfino quel coro antisemita… Mi dispiace, Simona, ti chiedo scusa.”
Questo è completamente fuori! Vattene, non gli dare spago! Vuole solo prenderti per il culo per salvare la faccia.
Me ne vado!? Ma nemmeno per idea! Questo lo sistemo io!
“Mi dispiace, ti chiedo scusa,” gli fece il verso lei, con tono irridente. “Tu non ti rendi nemmeno conto di quello che hai detto e di quello che hai lasciato dire in assemblea. E poi, scusa tanto… Dove cazzo stavi quando mi zittivano e mi spintonavano?”
Alessandro la fissava come un cane bastonato.
“Te lo dico io dove stavi. A fare lingua in bocca col tuo amico palestinese. Spero ti sia scusato con lui per le mie intemperanze verbali, ma del resto, sai come sono queste ragazze ebree. Pazze, esaltate. Incontrollabili. Sioniste e dunque razziste come tutti gli israeliani.”
“Ora sei ingiusta. Io non sono così…”
“Io non sono così…” gli fece di nuovo il verso lei. “E come sei? Dai raccontamela di nuovo la storiella degli anelli della catena. Può darsi che stavolta mi convinci. Può darsi che dopo possiamo andare insieme a salvare il mondo… Tanto basta poco… Basta spazzare via Israele dalle mappe e il pianeta avrà finalmente la sua età dell’oro. Basta convincere sei milioni di Israeliani a buttarsi a mare e Bin Laden potrà finalmente smettere il broncio e diventare un bravo bambino.”
Raccolse le sue cose e si alzò per andarsene.
Lui rimaneva in piedi, le mani in tasca, gli occhi bassi. Naturalmente aveva ragione lei a sentirsi offesa. Come aveva potuto essere così stronzo, così insensibile. In due ore aveva messo insieme una tale mole di cazzate da seppellire sul nascere una storia che già lo aveva preso.
Simona non gli era mai parsa così bella. Così intrigante… Figa e con le palle… Il massimo!
“Non ne so un cazzo di medio oriente. E’un tale bordello che non mi ci raccapezzo.”
“Me ne sono accorta. Ma questo non ti ha impedito di pontificare in assemblea…”
“Non ho mica detto niente di speciale. Ho shekerato quattro stronzate, tanto per fare la mia figura. Funziona così in assemblea, lo dovresti sapere.”
“No, non lo so come funziona in assemblea. So come funziona invece una testa in cui ci sia un minimo di cervello… Ma questo non ti riguarda, non è il tuo caso!”
Gli girò le spalle e si avviò per i viali dell’ateneo senza un saluto, resistendo alla tentazione di voltarsi indietro.
Mi sei piaciuta! Lo hai fatto a pezzi quel verme! Quel megalomane presuntuoso!
Chi, io…? Ma se è lui che ha fatto a pezzi me!
Ancora!? Non mi dirai che…
No che non te lo dico!
Ecco, brava! Mettici una croce sopra! Quello è solo uno stronzo, nient’altro… Ma adesso che fai…? No, ti prego, non ricominciare a piangere!
E perché mai dovrei piangere? Non ci penso nemmeno…
Le lacrime le solcavano il viso.
Io non piango, si disse, non piango, non piango…
E comunque non per te…. Vaffan’ culo!

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Peccato che questo Mario Pacifici abbia cominciato a scrivere – o a far conoscere i suoi scritti, non so – così tardi, perché sono davvero degli autentici gioielli. In questo, poi, mi sono molto ritrovata, essendomi trovata in una situazione piuttosto simile a Parigi, nell’ormai lontano 1991. Con la confortante differenza, rispetto alla Simona del racconto, di non essere innamorata di nessuno della controparte. Poi naturalmente, giusto per restare in tema di bello scrivere e sani sentimenti e coraggiosa militanza e robusta presa di posizione ed energica difesa della verità evvetera eccetera, è tassativamente obbligatorio leggere il solito imprescindibile Ugo volli, qui e qui.

barbara


5 gennaio 2010

PER VEDER FINIRE L’ERA DEI RAPPORTI GOLDSTONE

Prendere il toro per le corna

di Noah Pollak

Dal 1948 al 1973 i nemici di Israele hanno combattuto conflitti che per lo più si attenevano alle dottrine di guerra tradizionali. Le guerre avevano una data di inizio e di fine, i soldati indossavano uniformi, gli eserciti combattevano per conto di stati sovrani. Ogni volta, tuttavia, risultarono sconfitti, spesso in modo umiliante.
Dopo la guerra di Yom Kippur del 1973, gli Stati Uniti cercarono di interrompere l'incessante conflitto stringendo un'alleanza che garantiva a Israele un consistente vantaggio militare rispetto a qualunque aggressione regionale. Gli arabi capirono l'antifona: Egitto e Giordania finirono col chiedere la pace, e gli altri nemici di Israele da allora non hanno più lanciato una guerra convenzionale.
Ma non per questo quei nemici hanno cessato di guerreggiare. Oggi Siria e Iran - il cosiddetto "blocco della resistenza" - persegue una diversa strategia che consiste nell’incrementare le risorse delle milizie terroristiche che attaccano Israele al posto loro. Nonostante le sconfitte tattiche subite sul campo di battaglia da gruppi come Hamas e Hezbollah, la strategia nel suo complesso funziona. Essa permette a Siria e Iran di prendersi il "merito", in Medio Oriente, come quelli che osteggiano Israele senza rischiare ritorsioni sul loro suolo; separa la conflittualità continua da ogni possibile rischio per i loro regimi, diminuendo in questo modo il deterrente a continuare la guerra; costringe in combattimenti in aree densamente abitate da popolazione civile, compromettendo la superiorità militare delle Forze di Difesa israeliane e assicurandosi una cospicua dose di danni civili di cui mass-media e Ong - due soggetti che oggi tendono sempre più a coincidere - danno tutta la colpa a Israele, e non ai gruppi terroristi che scatenano le guerre.
E poi, cosa forse più importante, la strategia della "resistenza" crea un'inversione morale: sia nella guerra in Libano che in quella nella striscia di Gaza, agli occhi dei mass-media e dell'opinione pubblica Israele è stato tramutato da aggredito che combatte per difendersi in aggressore che commette atrocità. Se il massimo obiettivo, in guerra, è sconfiggere le forze armate nemiche, bisogna dare atto a Siria e Iran d'aver messo in campo una strategia in grado di trasformare spesso la superiorità militare d'Israele in un handicap.
Oggi, molto tempo dopo che i combattimenti sono cessati, Israele è ancora fatto oggetto di una cinica campagna di vituperio internazionale per le ultime guerre combattute. Lamentarsi dei due pesi e due misure non serve: lo stato ebraico sarà sempre il bersaglio privilegiato di attivisti che sanno bene quanto sia più facile dare addosso a una società piccola, libera e autocritica - specie se abitata da cittadini che bramano l'approvazione del resto del mondo - piuttosto che battersi contro stati più forti o superpotenze. Il che è ancora più vero quando si può costringere Israele a combattere una guerra ogni pochi anni garantendo in questo modo ai suoi denigratori un costante rifornimento di "prove" della sua criminale cattiveria.
La nuova strategia di combattere per interposti gruppi terroristi, dotati della forza e del perfezionamento di eserciti regolari senza però i limiti e le responsabilità di quelli, sta dando frutti. L'obiettivo non è quello di sconfiggere Israele sul campo di battaglia, ma di condurre una guerra di usura che eroda la sua fiducia in se stesso, che ne metta in discussione la limpidezza morale, che lo trasformi in un paria tra i popoli democratici.
E tuttavia il successo di questo modello di guerra dipende da un fattore importante: dal fatto che Israele accetti di combattere sul terreno imposto da Siria e Iran. Molti sostengono che Israele ha ristabilito la sua deterrenza rispetto a Hamas e Hezbollah. Può darsi, ma è solo temporanea: lo testimoniano i missili, le granate e le munizioni da mortaio sulla nave Francop. Di più, Israele esercita la sua deterrenza solo sui quadri inferiori della gerarchia dei gruppi terroristi, che sono in grado di rinnovare i loro ranghi e le loro risorse molto più facilmente di quanto non faccia un regime statale. È difficile credere che negli anni a venire non vi sarà un altro conflitto con Hezbollah, che innescherà il solito ciclo di eventi perfettamente prevedibile: vittime civili in Libano, condanna di Israele, indagini farsa di Onu e Ong, peggioramento del senso di isolamento d'Israele, che renderà ancora più difficile arrivare alla pace.
Ma la situazione potrebbe essere ribaltata spostando l'obiettivo della controffensiva sugli stati che sponsorizzano Hamas e Hezbollah. Carl Von Clausewitz sosteneva che "una delle valutazioni più importanti" consiste nell'individuare "il centro di gravità delle forze nemiche", per attaccare lì dove l'attacco avrà più effetto. Combattendo a Gaza e in Libano, Israele attacca la periferia del nemico, non il suo centro di gravità, e le sue vittorie saranno sempre temporanee. Private, invece, di stato-padrino, Hamas e Hezbollah sarebbero ridotti all'ombra di se stessi: perderebbero gran parte delle loro armi, dei soldi, dell'addestramento, del supporto ideologico che li rende attori tanto potenti.
I modi per esercitare pressione contro il centro di gravità non devono necessariamente conformarsi ai metodi tradizionali: nulla esclude di contrastare l'asimmetria con l'asimmetria, o di perseguire nuove iniziative economiche e diplomatiche. Ma una cosa è certa: se Israele vuole veder finire l'era dei rapporti Goldstone e delle navi cariche di missili, deve spostare il mirino sulla sorgente del problema. La deterrenza non funzionerà mai se non includerà l'intero spettro dei nemici. (Jerusalem Post, 23 novembre 2009 - da israele.net).

Non per darmi arie, ma io questa cosa è da una vita che glielo dico, a Israele; il guaio è che Israele non mi ascolta. Ma se un giorno si decidesse ad ascoltarmi ...
Nel frattempo vediamo di recuperare qualche cartolina arretrata: uno, due, tre, quattro, cinque, sei.


barbara


13 dicembre 2009

UN MUSULMANO IN UN PAESE EBRAICO

Per capire le accuse mosse agli israeliani

di Tashbih Sayyed

Il dott. Tashbih Sayyed era quello che si può tranquillamente definire un musulmano liberale. Nato in Pakistan nel 1941 (e morto nel 2007), membro del Jihad Watch Board., redattore capo di Pakistan Today e Islam World Today, tra il 1967 e il 1980 ha lavorato per la Pakistan Television Corporation, battendosi sempre per la democrazia e contro il terrorismo.
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e l'ondata filofondamentalista che inneggiava alla jihad, invece di accodarsi alla massa per dichiarare guerra agli infedeli, Sayyed ammise apertamente e a gran voce che esisteva un problema all'interno dell'Islam che andava risolto. Una volta disse ad un suo amico: "La mia vita intera è dedicata ad un solo scopo: far capire ai Musulmani che la loro teologia ha bisogno di essere riformata e reinterpretata. Chiunque pensa che non ci sia nulla di sbagliato è o cieco o un apologeta.
Ci sono molte cose nelle Scritture che hanno bisogno di essere riformate e contestualizzate, in modo che esse non possano essere usate dai terroristi per giustificare omicidi, attentati e delitti d'onore". Nonostante questo non abbandonò mai la religione musulmana, perché credeva in una riforma dall'interno.
Nel 2005 compì il suo primo viaggio in Israele, al termine del quale scrisse il seguente articolo dal titolo: "Un musulmano in un Paese ebraico" che è tuttora di stretta attualità. Elena Lattes

Quando sono atterrato a Tel Aviv con il volo LY 0008 dell'El Al il 14 Novembre 2005, con mia moglie Kiran, la mia mente era impegnata nell'organizzare e nel riorganizzare la lista di cose che avevo intenzione di compiere. Volevo usare la mia prima visita in Israele per sentire la forza dello spirito ebraico che rifiuta di cedere alle forze del male, nonostante migliaia di anni di antisemitismo. Non volevo indagare sugli episodi di coloro che si immolano, ma i motivi della determinazione degli israeliani a vivere in pace.
Ci sono molte cose di cui volevo parlare, soprattutto della loro riluttanza a fare qualcosa contro la scorretta informazione che continua a dipingerli come cattivi.
Sebbene capisca perché i media, che coprono ragionevolmente la maggior parte degli eventi in modo accurato, scelgono di ignorare le regole etiche del giornalismo quando si tratta di Israele, non potevo comprendere la profondità della riluttanza israeliana a sfidare la stampa negativa in maniera efficace.
Il biasimo mediatico mi ricordava l'era nazista, quando i giornali tedeschi erano tutti sotto il Ministro hitleriano per la Propaganda, Joseph Goebbels, che raccoglieva ogni parola di odio contro gli ebrei.
Proprio come i giornali tedeschi che rifiutavano di stampare la verità sulle terribili atrocità commesse nei campi di sterminio in Europa, o che affermavano che era tutta un'esagerazione, i media oggigiorno ignorano il terrorismo arabo. Volevo vedere se c'era qualche verità nelle accuse secondo le quali Israele sarebbe uno Stato di apartheid, discriminatorio e non democratico.
Sapevo che un vero Stato Ebraico non poteva non essere democratico, poiché il concetto di democrazia ha sempre fatto parte del pensiero ebraico e deriva direttamente dalla Torah (Pentateuco N.d.T.). Per esempio quando nel Preambolo della Dichiarazione di Indipendenza, Jefferson scrisse che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà e il raggiungimento della Felicità, egli si stava riferendo al Pentateuco secondo il quale tutti gli uomini sono creati ad immagine divina. Ero sicuro che Israele non poteva essere razzista o discriminatorio, poiché si basa sull'idea del patto tra Dio e gli ebrei, nel quale entrambe le parti hanno accettato su di sé doveri e obblighi, sottolineando il fatto che il potere è stabilito attraverso il consenso di entrambe le parti piuttosto che attraverso la tirannia del più forte.
La mia concezione dello Stato ebraico trovò conferma quando dovetti compilare il questionario di ingresso, prima di atterrare a Tel Aviv: non chiedeva la mia religione come invece prevedeva la legge in Pakistan e al contrario dell'Arabia Saudita nessuno mi chiese un certificato attestante la religione.
Mentre il volo si avvicinava alla Terra Promessa, continuai a rimuginare sulla lista delle accuse mosse abitualmente ad Israele dai suoi nemici:
gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore;
Israele non è democratico;
I cittadini arabi musulmani non hanno pari diritti.

Gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore
Da Tel Aviv a Tiberiade, da Gerusalemme a Izreel, dalle alture del Golan al confine con Gaza, non riuscii a trovare nessun segno di paura. In effetti la gente si sentiva così sicura che nessun negozio, nessun benzinaio, nessun mercato o nessun residence dove andammo e dove sapevano che eravamo musulmani ritenne necessario perquisirci o interrogarci. Specialmente quando Kiran e io andammo una sera in via Ben Yehuda a Gerusalemme, la trovammo brulicante di gente di tutte le età. Il terreno era tremolante per la musica e i giovani, ragazzi e ragazze, erano così intenti a divertirsi che non si curavano affatto di guardarsi intorno. I turisti erano impegnati negli acquisti e l'intera folla sembrava muoversi al ritmo della musica.
Non potevo non paragonare il senso di sicurezza in Israele con l'atmosfera di insicurezza che esiste nel Paesi musulmani. Dall'Indonesia all'Iran, dall'Afghanistan all'Arabia Saudita, la gente non è sicura di niente. Nella capitale pakistana, Islamabad, e nel porto di Karachi, mi veniva costantemente consigliato di non fare grandi acquisti pubblicamente per non incoraggiare i ladri a seguirmi. Non sentii nessuna notizia di violenza, di orribile assassinio o di rapina in Israele.

Israele non è democratico
Come musulmano sono molto più sensibile all'assenza di libertà democratiche in qualunque società e non credo che qualcuno, se non gli antisemiti, potrà negare che Israele è una democrazia.
La democrazia in Israele è proporzionale e rappresentativa, ma le coalizioni democratiche per rendere effettiva ogni decisione hanno necessariamente i loro problemi.
Si presentò a noi il primo giorno a Cesarea. L'aria era piena di dibattiti e discussioni politici. La decisione di Ariel Sharon di lasciare il Likud e formare un nuovo partito politico dominava la hall dell'albergo e sottolineava i problemi causati dalla necessità di avere una coalizione democratica.
"L'obiettivo di una società libera e democratica israeliana è di raggiungere un compromesso soddisfacente, ma spesso le conclusioni sono meno soddisfacenti, specialmente per la maggioranza. Essa richiede coalizioni e unità, ma anche controlli e bilanci su ogni potenziale abuso dei diritti della minoranza. Questo è migliore del sistema americano repubblicano rappresentativo che è veramente una rappresentanza di potere e di interessi specifici. Negli Usa hai una democrazia per pochi, in Israele hai una democrazia per tutti".
Ho tentato faticosamente di trovare uno Stato musulmano che ha una vera democrazia e dove alle minoranze religiose sono concessi uguali diritti, ma ho fallito. La mappa del mondo musulmano è troppo affollata di re, despoti, dittatori, falsi democratici e autocrati teocratici e la persecuzione delle minoranze è una parte essenziale del comportamento sociale islamico. Ma qui, protetto dai princìpi democratici di Israele, ai cittadini arabi musulmani sono riconosciuti tutti i diritti e privilegi della cittadinanza israeliana. Quando si tennero le prime elezioni per la Kneset, nel 1949, agli arabi israeliani fu riconosciuto il diritto di voto e la possibilità di essere eletti al pari degli ebrei israeliani. Oggigiorno gli arabi israeliani hanno pieni diritti civili e politici necessari per una completa partecipazione nella società israeliana. Essi sono attivi nella vita sociale, politica e civile del Paese e sono rappresentati nel Parlamento, agli Affari Esteri e nel sistema giudiziario.
La fede israeliana nella democrazia spiega anche il loro rifiuto a rispondere al terrorismo islamista in modo violento. Nonostante fossi consapevole della debolezza umana che permette alla rabbia di opprimere le migliori intenzioni, non riuscii a trovare israeliani che agivano per vendetta contro i loro compatrioti arabi. La mia esperienza come musulmano mi portava ad aspettarmi il peggio dal comportamento umano; i musulmani sotto l'influenza dell'Islam radicale si sono scatenati nel terrore contro i non-musulmani perfino quando fu appurato che le accuse di offese antiislamiche erano false.
Ho pensato che ci volesse uno sforzo sovrumano per ignorare le atrocità subite e rimanere liberi dalle emozioni di vendetta. Nella mia esperienza delle società musulmane, alle minoranze non è mai stato concesso il beneficio del dubbio. L'odio per i non musulmani e lo scoppio della violenza contro le minoranze religiose tra i radicali musulmani sono rimasti una norma piuttosto che un'eccezione. Come musulmano non-wahabita ho personalmente affrontato le loro barbarie e ho visto Cristiani, Induisti e altre minoranze perseguitate in base a falsi pretesti. Ho pensato che se gli wahabiti in Arabia Saudita possono condannare un insegnante a 40 mesi di prigione e 750 frustate per aver lodato Gesù, non sarebbe irragionevole da parte israeliana punire i palestinesi per gettare pietre ai fedeli al Muro Occidentale e bruciare la tomba di Giuseppe.
Ma perfino in questo campo gli israeliani hanno rivelato il mondo sbagliato. Nonostante le quotidiane provocazioni, hanno tentato con successo di non scendere allo stesso livello di depravazione dei loro nemici Arabi.
Il mondo è abituato alla violenza quotidiana che viene perpetrata contro le minoranze religiose nel mondo Musulmano. Solo un paio di giorni fa, i fedeli musulmani in Pakistan hanno irrotto attraverso le mura di una chiesa, incendiandola e scardinandone le porte. Stavano reagendo a delle voci secondo le quali un cristiano aveva dissacrato il libro santo, il Corano. Hanno fracassato l'altare di marmo della Chiesa del Santo Spirito e infranto le finestre di vetro. Hanno anche incendiato un'abitazione cristiana e la vicina scuola femminile di Sant'Antonio. In un momento le fiamme hanno lambito i muri e il fumo nero ha riempito il cielo. Per giorni i clericali wahabiti hanno continuato ad incitare i seguaci musulmani ad uscire dalle loro case e difendere la loro fede scatenando il terrore.
Mi chiedo se un giorno un israeliano potrà trovare giustificabile copiare quel che gli Wahabiti stanno facendo in Iraq e in altri posti - sequestrando, uccidendo e decapitando gli infedeli. Più recentemente il corpo di un autista indù, Maniappan Raman Kutty, è stato trovato con la gola tagliata nel sud dell'Afghanistan per nessuna ragione evidente, se non quella della sua fede.
Ma non c'è niente nella storia che potrà sostenere i miei timori: gli Ebrei nonostante siano soggetti agli atti più barbari di terrorismo, non hanno ancora reagito per vendetta contro i loro persecutori. E concludo che la mia prima visita in Israele mi aiuterà a sciogliere l'enigma sull'insistenza israeliana nel continuare a rimanere un obiettivo del terrore islamico.

I cittadini arabi musulmani di Israele non hanno pari diritti
Quando il nostro autobus con aria condizionata percorse le curve della strada montagnosa che porta nel cuore della Galilea, non potevo non vedere l'ergersi dei minareti che identificavano una quantità di cittadine arabo palestinesi che punteggiavano i lati delle colline. Le imponenti cupole delle moschee sottolineavano la libertà di cui i Musulmani godono nello Stato ebraico. Grandi abitazioni arabe, intensa attività edilizia e grandi automobili delineavano la prosperità e l'agiatezza della vita palestinese all'ombra della Stella di David.
Sulla strada dalla città di David all'albergo Royal Prima a Gerusalemme, chiesi al mio tassista palestinese come si sentiva nell'andare nei territori sotto l'Autorità Palestinese. Mi disse che non aveva mai potuto pensare di vivere fuori di Israele. La sua risposta sfatò il mito diffuso dagli antisemiti secondo il quale i cittadini arabi israeliani non sono felici qui.
Un altro palestinese mi informò che gli arabi in Israele hanno pieni diritti elettorali. Infatti Israele è uno dei pochi Paesi nel Medio Oriente dove le donne arabe possono votare. In contrasto con il mondo arabo non israeliano, esse godono dello stesso status degli uomini. Le donne musulmane hanno il diritto di votare e di essere elette nei pubblici uffici. Esse, infatti, sono più libere in Israele che in qualunque altro Paese musulmano. La legge israeliana proibisce la poligamia, il matrimonio con bambine e la barbarie delle mutilazioni genitali femminili.
Inoltre ho scoperto che non ci sono casi di delitti d'onore. Lo status delle donne musulmane in Israele è di gran lunga superiore a quello di qualunque Paese nella regione, gli standard di salute sono tra i più alti nel Medio Oriente e le istituzioni sanitarie israeliane sono aperte a tutti gli arabi al pari degli ebrei.
L'arabo, come l'ebraico, è lingua ufficiale e sottolinea la natura tollerante dello Stato ebraico. Su tutti i cartelli stradali i nomi in arabo campeggiano accanto a quelli in ebraico. E' la politica ufficiale del governo israeliano favorire la lingua, la cultura e le tradizioni della minoranza araba nel sistema educativo e nella vita quotidiana.
La stampa araba israeliana è la più vibrante e indipendente di qualunque altro Paese nella regione. Ci sono più di 20 periodici che pubblicano ciò che più loro aggrada e sono soggetti soltanto alla stessa censura militare delle pubblicazioni ebraiche. Ci sono programmi quotidiani in arabo in televisione e alla radio.
L'arabo è insegnato nelle scuole secondarie ebraiche. Più di 350mila bambini arabi frequentano le scuole israeliane. Quando Israele fu fondata c'era una sola scuola superiore araba. Oggi ce ne sono centinaia, le università israeliane sono rinomati centri di studio per la storia e la letteratura araba nel Medio Oriente.
Consapevole delle restrizioni che i non-wahabiti sono costretti a subire durante i rituali religiosi condotti in Arabia Saudita, Kiran (mia moglie) non poteva nascondere la sua sorpresa di fronte alle libertà e alla facilità con cui le persone di tutte le religioni e fedi adempiono ai loro doveri religiosi alla Chiesa del Santo Sepolcro, alla Tomba del Giardino, presso il Mare di Galilea, nei tunnels recentemente scoperti del Muro Occidentale, il Muro Occidentale stesso, la tomba del Re David e tutti gli altri luoghi sacri che abbiamo visitato.
Tutte le comunità religiose in Israele godono della piena protezione dello Stato. Gli arabi musulmani, come molti cristiani di diverse confessioni, sono liberi di esercitare le loro fedi, di osservare il loro giorno settimanale di riposo e di festa e di amministrare i loro stessi affari interni.
Circa 80mila Drusi vivono in 22 villaggi nel nord di Israele. La loro religione non è accessibile dall'esterno ed essi costituiscono una comunità arabofona separata culturalmente, socialmente e religiosamente. Il concetto druso di taqiyya richiede ai suoi fedeli la completa lealtà al governo del Paese nel quale risiedono. In base a questo, oltre che per altri motivi, i drusi svolgono il loro servizio militare. Ogni comunità religiosa in Israele ha i suoi consigli e le sue corti e piena giurisdizione sugli affari religiosi, inclusi lo status personale, come matrimonio e divorzio. I luoghi santi di tutte le religioni sono amministrati dalle loro autorità e protetti dal governo.
Un giornalista indù che venne a visitarmi mi parlò dell'apertura che la società ebraica rappresenta. Mi disse che più del 20% della popolazione non è ebrea e di questa, circa un milione e duecentomila sono musulmani, 140mila sono cristiani e 100mila drusi. Un altro israeliano non ebreo mi disse che i cristiani e i drusi sono liberi di arruolarsi nelle forze di difesa dello Stato ebraico. I beduini hanno prestato la loro opera nelle unità di paracadutisti e altri arabi si sono presentati volontariamente per assolvere il servizio militare.
Le grandi case possedute dagli arabi israeliani e la quantità di edifici in costruzione nelle città arabe dimostrano la falsità della propaganda secondo la quale Israele discriminerebbe gli arabi israeliani dal comprare la terra. Ho scoperto che all'inizio del secolo, il Fondo Nazionale ebraico fu fondato dal Congresso mondiale sionista per comprare terra in Palestina per gli insediamenti ebraici.
Dell'area totale di Israele, il 92 percento appartiene allo Stato ed è gestito dal Land Management Authority. Non è in vendita per nessuno, né per gli ebrei né per gli arabi.
Il Waqf (la fondazione islamica addetta alla protezione dei beni religiosi N.d.T.) possiede terra che è per uso e beneficio espressamente per gli arabi musulmani. La terra governativa può essere presa in affitto da chiunque, senza distinzione di razza, religione o sesso. Tutti gli arabi cittadini di Israele hanno la possibilità di prenderla in locazione.
Ho chiesto a tre arabi israeliani se erano costretti a subire discriminazioni sul lavoro. Tutti e tre mi hanno detto la stessa cosa: normalmente non c'è discriminazione, ma ogni qualvolta un bombarolo suicida si fa esplodere, uccidendo gli israeliani, alcuni si sentono a disagio con noi. Ma questo sgradevole sentimento è anche del tutto temporaneo e non dura a lungo.
La mia prima visita in Israele non ha soltanto consolidato le mie opinioni che Israele è vitale per la stabilità della regione, ma mi ha anche convinto che la sua esistenza convincerà un giorno i musulmani della necessità di riformare la loro teologia e la loro sociologia.

Un viaggio attraverso il deserto israeliano mi ha mostrato un altro importante aspetto della vita: i Profeti non sono solo coloro che compiono miracoli, la gente che crede in se stessa può anche compiere atti incredibili.
Ettari ed ettari di dune di sabbia sono state trasformate nella terra più fertile possibile: grano, cotone, girasoli, piselli, arachidi, mango, avocado, limoni, papaya, banani e ogni altro tipo di frutta e verdura che gli israeliani vogliono consumare, è cresciuta all'interno del Paese. Infatti gli israeliani hanno provato oltre ogni dubbio perché Dio promise a loro questa terra, soltanto loro possono mantenerla verde.
La terra è ripetutamente descritta nella Torah (Pentateuco, N.d.T.), come una buona terra "una terra dove scorrono latte e miele". Questa descrizione può anche non sembrare consona alle immagini del deserto che vediamo nelle notizie della sera, ma ricordiamoci che la terra è stata ripetutamente abusata dai conquistatori [che erano] determinati a farne un posto inabitabile per gli Ebrei.
In poche decadi questi ultimi hanno ripreso il controllo della terra e l'enorme miglioramento nella loro agricoltura è ben testimoniato. L'agricoltura israeliana oggi ha una produzione altissima. È efficace ed è in grado di soddisfare il 75% dei bisogni interni, nonostante la scarsità di terra disponibile.
Guardando allo sviluppo e alla trasformazione che la terra ha attraversato grazie allo spirito innovativo ebraico, al duro lavoro e impegno, alla libertà per tutti i tempi a venire, sono convinto che è vero che Dio ha creato questa terra, ma è anche un fatto che solo un Israele può impedire che la terra muoia. (Agenzia Radicale, 30 novembre 2009)

Perché è dimostrato, documentato, provato al di là di ogni possibile dubbio che non esiste un islam moderato, ma i musulmani per bene esistono. E resta da chiedersi come mai i nostri politici non vadano a incontrare questi musulmani, come mai sedicenti pacifisti e missioni sedicenti umanitarie non vadano a parlare con questi musulmani, come mai sia così raro che i giornalisti intervistino questi musulmani. Ma forse, se solo ci pensiamo un momento, la cosa non è poi così strana vero?
E poi, decisamente in tema, vai a vedere questo. E naturalmente questo.


Donna palestinese riceve cure da personale sanitario israeliano, Archive Photo: IDF Spokesperson

barbara


12 dicembre 2009

A PROPOSITO DI PACE E DI COMPROMESSI E DI PASSI AVANTI E DI PASSI INDIETRO ECC. ECC.

"Speriamo che San Klausewitz aiuti gli sceicchi d'Eurabia!"

Riassunto delle ultime puntate della trattativa fra israeliani e palestinesi (ma proprio delle ultimissime, perché se no vi scrivo un romanzo, altro che cartolina).
Un anno fa Olmert propone a Abu Mazen i confini del '67 con solo qualche scambio alla pari di pochi territori, per comprendere in Israele i blocchi più importantI degli insediamenti. Abu Mazen dice di no, arriva Obama, c'è la guerra a Gaza, cambia il governo israeliano.
Abu Mazen rifiuta di ricominciare le trattative con un governo "estremista", che ha la colpa di non sostenere i "due stati". Netanyahu dopo un po', col discorso di Bar Ilan, conferma l'accettazione israeliana della soluzione del conflitto basata sui due stati.
Allora i Palestinesi, sull'onda di una stupidissima imbeccata di Obama, si inventano una precondizione alle trattative che non avevano mai sollevato prima: il blocco totale dell'edilizia negli insediamenti (attenzione, non della costruzione autorizzata di nuovi villaggi, che non avviene da cinque anni, ma di quella di case appartamenti o servizi dentro gli insediamenti che ci sono, senza impegnare nuovo territorio, insomma la vita normale di questi posti).
Dopo qualche tempo, il governo israeliano proclama una moratoria di dieci mesi nelle costruzioni nei Territori, pagando un prezzo pesante di scontentezza nel paese.
Ma già subito i palestinesi dicono: non basta, ci vuole anche Gerusalemme, contando sul fatto che sia difficile bloccare del tutto una grande città. Insomma, fuori dai denti, hanno voglia di tutto fuorché trattare. Aspettano che qualcuno (Obama?) gli porti su un vassoio la resa di Israele.
I governanti di Eurabia, gli sceicchi del continente, naturalmente, fanno eco. Abu Mazen diceva "due stati" e loro subito si sono messi a ripetere "due stati, due stati! non si fa niente senza i due stati!".
Abu Mazen esige il "blocco delle costruzioni". E loro "blocco, blocco, neanche un pollaio nuovo!".
Adesso il problema dell' AP sembra Gerusalemme e loro dicono, obbedienti, in una dichiarazione dell'altro ieri, di cui vi ho già parlato "Gerusalemme: Gerusalemme capitale di due stati, non pregiudicare lo status quo, non costruite neanche una panchina nuova!".
Vedremo se Netanyahu cercherà di dare soddisfazione alle pressioni internazionali anche su questo punto.
Nel frattempo avete visto voi qualche passo dalla parte araba? Non dico i palestinesi, che con tutta evidenza si occupano ormai solo di farsi pubblicità e hanno perso ogni volontà o capacità di muoversi per la pace, avvolti nella loro spirale propagandistica.
Ma l'Egitto? L'Arabia saudita? La Giordania? I "moderati"? Dove sono? Cosa fanno? Voglio dire che cosa fanno di costruttivo, oltre a rilanciare la propaganda palestinese?
Ecco. Per esempio il reuccio di Giordania, che un mese fa era così spaventato perché gli israeliani stavano per dare l'assalto alla moschea di Al Aqsa, adesso che non è successo, cosa fa?
E gli egiziani, dopo 30 anni di "pace", al di là di proibire ogni "normalizzazione" nei contatti fra giornalisti e medici delle due parti, hanno forse qualcosa da dire?
E l'Arabia saudita, si è decisa a fare la grande concessione di non proibire agli aerei civili israeliani il loro spazio aereo, costringendoli a un giro di migliaia di kilometri nelle rotte verso l'est? Naturalmente no.
Non che siano grandi cose, ma neanche un gesto di buona volontà, che gli americani implorano da mesi... poi si parla delle liti di Netanyahu con Obama, ma questi arabi "buoni" che hanno fatto per dargli una mano?
Ma la colpa della pace che non si fa è naturalmente dell'"intransigenza" israeliana, almeno secondo i megafoni di Eurabia.
Un passo in più, un altro passo in più, predicano gli iman degli esteri europei. E poi?
Ma si rendono conto che appoggiando in questo modo l'impotenza araba allontanano e non avvicinano la pace?
Chissà, magari prima o poi a qualche genio strategico verrà in mente che se si vuole davvero arrivare a un accordo di pace bisogna costringere a trattare chi non vuole, non fare sempre nuove richieste a chi si è detto disponibile, perché in questo modo si rende conveniente l'astensione, non la partecipazione al negoziato...
Speriamo che san Clausewitz aiuti gli sceicchi d'Eurabia e faccia il miracolo di chiarir loro le menti.

Ugo Volli

E non aggiungo niente perché, come sempre, ha già detto tutto lui come meglio non si potrebbe.
E poi vatti a leggere questo splendido articolo, gentilmente tradotto da Emanuel Segre Amar: non che si conti troppo sulla possibilità che qualcuno si decida ad aprire gli occhi, ma insomma, la speranza è sempre l’ultima a morire, come si suol dire.
E poi felice hanukkà a tutti con questo delizioso disegno del grande Lele Luzzati (e poi basta, torno a letto che mi sono ribeccata un’altra volta l’influenza).



barbara


7 dicembre 2009

OGGI CHI PUÒ PARLARE DI SHOÀ: GLI EREDI DELLE VITTIME O QUELLI DEI CARNEFICI?

Se qualche decina di anni fa vi avessero messo in un campo, avessero gasato i vostri parenti, vi avessero tatuato un numero sul braccio, sareste un testimone giusto degli eventi? Non sareste per caso "troppo emotivo" in merito? Strana domanda, eh? Be' ho trovato sui giornali una piccola vicenda che induce a pensare. Anche perché si svolge in Germania, il paese in cui settant'anni fa fiorirono i "volonterosi carnefici" del nazismo.
Dovete sapere che in occasione dei settant'anni della notte dei cristalli il governo tedesco ha nominato un comitato per la lotta all'antisemitismo. Tutto bene? Un'iniziativa da imitare? No, non tanto. Perché dentro la commissione è esplosa una specie di faida, con email nascoste e pubblicate clandestinamente, dichiarazioni infuocate, polemiche, minacce di esclusione. Non sappiamo cosa sia successo davvero, quale sia stato l'oggetto della lite. Due dichiarazioni sono però emerse da questa discussione e fanno capire qualcosa. Una è di Juliane Wetzel, una storica del gruppo, che avrebbe dichiarato di "non essere disposta a farsi ricattare da lobbies". L'altrA è di Elke Gryglewski, della "House of the Wannsee Conference" (La casa della conferenza di Wansee, dove fu decisa la Shoà, trasformata in museo e centro per lo studio dell'antisemitismo) che avrebbe dichiarato che "i sopravvissuti all'Olocausto sono troppo emotivi e non obiettivi" su questi problemi e dunque non bisogna troppo tener conto di quel che dicono. Se ho capito bene, sembra che c'entri il fatto che fra i seminari di questo centro non si parli dell'odio per Israele, la più ovvia forma di antisemitismo contemporaneo. Gli onesti studiosi delle università tedesche pensano, se capisco bene, che quel che è accaduto settant'anni fa vada studiato scientificamente, senza interferenze emotive e senza riferimenti al presente; magari solo come una pedagogia del più generico e buonista senso di solidarietà umana. Il resto è "troppo emotivo".
Ma il problema che si pone è più vasto: a partire dal nome stesso "Olocausto", che il mondo ebraico non ha mai accettato per la sua risonanza di sacrificio religioso, si pone il problema di chi può oggi parlare di antisemitismo e Shoà: gli ebrei, sopravissuti o meno ma comunque "troppo emotivi" e "non obiettivi" naturalmente organizzati in "lobby", manco a dire legate a Israele o dei posati professori universitari, pastori protestanti, funzionari dello stato tedesco – naturalmente bene intenzionati e altamente morali? Insomma, gli eredi delle vittime o quelli dei carnefici? Si tratta di farne un monumento universale al rifiuto della cattiveria umana, o il ricordo di una persecuzione specifica, rivolta contro un popolo specifico? Questo è oggi il problema del ricordo della Shoà, non solo in Germania, ma anche in Italia e nel resto del mondo

Ugo Volli

Chiudere la bocca agli ebrei: questo sembra essere, ovunque ormai, l’imperativo categorico. A un terzo di quelli esistenti all’epoca la bocca è stata chiusa definitivamente coi mezzi che sappiamo; ai sopravvissuti e ai loro eredi in parte si continua a chiuderla col vecchio sistema, come continua a succedere in ogni parte del mondo, anche se soprattutto in Israele, in parte con mezzi apparentemente più soft: col rifiuto materiale di lasciarli parlare, come nell’episodio di cui riferisce Ugo Volli, con il boicottaggio di giornalisti studiosi traduttori scienziati medici storici diplomatici e perfino sportivi, con la sistematica opera di disinformazione (uno e due). L’importante è che gli ebrei tacciano. Come se fossero morti. Se poi sono proprio morti davvero, abbiamo raggiunto la perfezione. (E già che ci sei vai a leggerti anche quella di ieri, e non dimenticarti di guardare i filmati).



barbara


30 novembre 2009

AVVISO AGLI AMICI CHE PASSANO DI QUI

Mi è arrivata una catena di sant’Antonio. Una di quelle classiche, non cambiare neanche una virgola, mandalo a 20 persone entro quattro giorni, uno ci ha riso sopra e suo figlio si è ammalato allora ha cambiato idea e ha fatto l’inoltro e suo figlio è guarito, un altro non l’ha inoltrata e ha perso il lavoro e allora l’ha inoltrata e ha trovato un nuovo lavoro. Eccetera eccetera. Non deve essere tanto brava con la matematica, questa gente, dal momento che dicono che la cosa è iniziata nel 1953 e ha fatto 8 volte il giro del mondo. Perché, facendo la media fra la popolazione iniziale e quella di adesso, diciamo, giusto per semplificare i calcoli, 5 miliardi di persone, otto volte tanto significa che la catena ha colpito 40 miliardi di volte. Ora, facciamoci un momento due conti. Mettiamo che dei 20 riceventi solo 10 facciano l’inoltro - sia per semplificare i conti che per spiegare come mai sulla terra ci siano tante disgrazie – e mettiamo che tutti aspettino l’ultimo momento di quei quattro giorni concessi. Ebbene, dopo quattro giorni dal primo invio il messaggio è arrivato a 10 persone. Dopo 8 giorni a 100. 12 giorni: 1000. 16 giorni: 10.000. 20 giorni: 100.000. 24 giorni: 1.000.000. 28 giorni: 10.000.000. 32 giorni: 100.000.000. 36 giorni: 1 miliardo. 40 giorni: 10 miliardi. 44 giorni: 100 miliardi. 48 giorni: 1000 miliardi. 52 giorni: 10.000 miliardi. 56 giorni: 100.000 miliardi. Alla fine del secondo mese c’erano un milione di miliardi di esseri umani che ricevevano l’ultimo invio (per avere invece il totale delle persone che hanno ricevuto il messaggio, dovete aggiungere al milione di miliardi la somma di tutte le cifre sopra riportate). O, a scelta, ognuno dei circa 5 miliardi di abitanti del pianeta terra in quel momento era intento a ricevere duecentomila messaggi e a reinviarne quattro milioni. Neonati compresi. Persone in coma comprese. Ospiti del cottolengo compresi. Aborigeni dell’Amazzonia compresi. Eccetera eccetera. Passati 56 anni, dubito che tutte le foreste della terra basterebbero a produrre la carta necessaria per scrivere il numero di persone che lo hanno ricevuto. Poi volendo ci sarebbe un’altra cosa che mi lascia un pelino perplessa, e cioè: dice che non si deve minimamente modificare il testo, il che fa supporre che sia rimasto invariato dal 1953 a oggi. E dice anche che la fortuna arriverà per email o via internet, e io mi chiedo: ma nel 1953 c’erano l’email e internet? Ma lasciamo perdere. No, il motivo per cui sto scrivendo questa cosa è che io non l’ho inoltrata, e immediatamente mi sono esplose influenza e bronchite. L’influenza, a dire la verità, non sembra avere caratteristiche porcellesche, ma dato che un sant’Antonio scatenato è capace di provocare mutazioni anche a giochi già iniziati, voglio mettere le mani avanti. Se la situazione dovesse peggiorare e io dovessi scomparire da questi schermi, sapete che cosa dovete fare: UCCIDETE SANT’ANTONIO!

                                               

Nel frattempo, in attesa di decidere se uccidere o no sant’Antonio, andate a leggere l’istruttivissima cartolina di ieri e la saggia cartolina di oggi.

barbara


23 novembre 2009

SARÀ UN CASO?

La mia seconda è una classe che si può tranquillamente definire catastrofica: livello di conoscenze bassissimo in tutte le materie, voglia di lavorare saltami addosso, interessi prossimi allo zero, disciplina meglio non parlarne … Questo per dire che se salta fuori che c’è una cosa che sanno in parecchi, vuol dire che è proprio una cosa che “si sa”. Bene, oggi viene fuori una cosa relativa ai campi di concentramento, e prima di procedere ho bisogno di capire se sanno di che cosa si sta parlando. E dunque chiedo se hanno sentito parlare di campi di concentramento, e in parecchi dicono di sì; chiedo chi li ha fatti, rispondono: la Germania (“rispondono” significa che uno ha risposto e probabilmente anche qualcun altro lo sapeva, e infatti le varie risposte sono state date da scolari in parte diversi); chiedo chi ci finiva, rispondono: gli ebrei; chiedo quanti ne hanno ammazzati, rispondono: milioni; chiedo come, rispondono: con il gas; chiedo se conoscono il nome di qualche campo di concentramento, uno dice Auschwitz, uno dice Buchenwald, uno dice Dachau, uno dice Mauthausen, uno dice Augsburg, il musulmano dice Gerusalemme.

(E poi, come al solito, andate a leggere lui, che tutto sommato c’entra, ma anche se non c’entrasse sarebbe da leggere lo stesso, perché i geni vanno letti sempre)

barbara


27 agosto 2009

SI SMONTA LA BUFALA DELL’AFTONBLADET

I famigliari palestinesi: “Mai detto che avessero rubato gli organi”

Famigliari e parenti di Bilal Ahmed Ghanem, il palestinese al centro dell’articolo del tabloid svedese Aftonbladet sull’immaginario furto di organi da parte delle Forze di Difesa israeliane, affermano di non sapere affatto se le accuse siano vere o false e smentiscono d’aver mai detto nulla del genere ai giornalisti svedesi.
I famigliari di Ghanem, il diciannovenne che rimase ucciso il 13 maggio 1992 durante i violenti scontri della “prima intifada” con i soldati israeliani, vivono nel piccolo villaggio di Imatin, nella Cisgiordania settentrionale. Bilal Ghanem era un attivista di Fatah ricercato dalle autorità di sicurezza israeliane per il suo coinvolgimento nelle violenze.
Lunedì scorso il fratello Jalal ha dichiarato di non poter confermare le accuse mosse dal giornale svedese secondo cui gli organi di Ghanem sarebbero stati rubati dagli israeliani. “Non so se sia vero – ha detto – Noi non abbiamo nessuna prova che lo dimostri”. Jalal dice che il corpo di suo fratello venne portato via da un elicottero israeliano e restituito alla famiglia alcuni giorni più tardi.
La madre, Sadeeka, nega d’aver mai detto a un giornalista straniero che gli organi di suo figlio siano stati rubati, ma aggiunge di “non poter escludere” che gli israeliani trafugassero organi di palestinesi.
Jalal e due cugini che affermano d’aver visto il corpo sostengono d’aver solo constatato che gli mancavano dei denti. Dicono anche d’aver visto suture lunghe dal torace fino al ventre. “Evidentemente praticarono sul corpo qualcosa come un’autopsia – dice il fratello – Quando l’esercito ci consegnò la salma, ci ordinarono di seppellirla in fretta e di notte”. All’epoca, i funerali dei morti durante l’intifada divenivano spesso occasione di manifestazioni e ulteriori scontri violenti.
Jalal dice che lui e alcuni suoi compaesani ricordano d’aver visto nel villaggio, durante il funerale, un fotografo svedese che riuscì a scattare un certo numero di foto del corpo, prima della sepoltura. “Quella è stata l’unica volta che è visto quel fotografo”, aggiunge.
Ibrahim Ghanem, un parente di Bilal, dice che la famiglia non ha mai detto al fotografo svedese che Israele avesse rubato gli organi dal corpo del loro congiunto. “Forse il giornalista ha tratto questa conclusione dalle suture che ha visto sulla salma – dice – Ma, per quanto ci riguarda come famigliari, noi non sappiamo nulla di organi rimossi dal corpo di Bilal, sul quale non abbiamo mai fatto una nostra autopsia. Tutto quello che sappiamo è che mancavano dei denti”.
Jalal e altri membri della famiglia confermano che già da tempo circolavano “voci” su palestinesi uccisi dagli israeliani per rubarne gli organi. “Ma non posso dire se quelle voci fossero vere o false”, conclude. (Da: Jerusalem Post, 26.08.09 - traduzione www.israele.net)

Non che se ne dubitasse, naturalmente. Non che avessimo bisogno di conferme, naturalmente. Ma insomma, che un po’ di verità in questa cloaca immonda cominci ad emergere è comunque una bella cosa. (E grazie a lui per la segnalazione)


L'articolo diffamatorio pubblicato da Aftonbladet nella pagina della "cultura"

barbara


15 maggio 2009

MI RICORDO

Mi ricordo, sì, mi ricordo (cit.), quel giorno di primavera di quattro anni fa quando, entrando, ho trovato tutti raggruppati in fondo alla classe, immersi in una accesa discussione. Poi, appena si sono accorti che ero arrivata, Daniela ha alzato la mano e, quasi con irruenza, mi ha chiesto: “Lei che cosa pensa del nuovo papa?” Ho risposto: “Beh, poteva andare meglio ma poteva anche andare peggio”. Mi sbagliavo: peggio di così dubito davvero che potesse andare, anche se fosse stato eletto Ruini. Ora abbiamo questo tizio che va in giro a blaterare che i palestinesi hanno diritto a uno stato indipendente, fingendo ipocritamente di ignorare che da oltre settant’anni i palestinesi e gli arabi tutti stanno lottando con tutte le armi a disposizione per impedire allo stato palestinese di nascere. Predica contro i muri senza una sola parola sulle cause che hanno portato alla creazione di quel muro – che per il 95% del suo tracciato non è muro affatto. Mostra infinita comprensione per le sofferenze palestinesi, ma per quelle della controparte si ferma, come tutti gli ipocriti della peggior specie, alla Shoah. Ha “visto con angoscia la situazione dei rifugiati” ma si guarda bene dal chiedere conto di come mai ci siano rifugiati palestinesi in territorio palestinese sotto giurisdizione e amministrazione palestinese, governato da anni dall’autorità palestinese, e di dove siano finite le decine di miliardi di dollari usciti dalle nostre tasche anche per risolvere la situazione dei rifugiati.
L’articolista Gian Guido Vecchi, poi, provvede ad aggiungerci del suo con la messa in evidenza della ridicola scritta sul muro “Voglio indietro la mia palla! Grazie!”: una palla che per sbaglio, giocando, scavalca “una colata di cemento alta otto metri”?! Suvvia, non siamo ridicoli per favore. E che dire di quell’accenno al fatto che “il papa tedesco di muri ne sa qualcosa”, quando il “suo” muro serviva per impedire alla gente per bene di uscire e alle idee di entrare, mentre questo serve per impedire ai terroristi di entrare e agli innocenti di farsi scannare come pecore al macello? È forse questo che disturba così tanto sia il papa che il signor articolista: che gli ebrei abbiano smesso di lasciarsi portare come pecore al macello?
E dunque no, l’impressione è che davvero peggio di così non poteva andare. Se un giorno incontrerò Daniela glielo dirò, che mi ero sbagliata.
(Avevo pensato, per un momento, di mettere una foto, ma quei due occhi loschi e sbiechi da serpe mi fanno troppo senso. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, spero davvero che non mi capiti mai di trovarmi faccia a faccia con l’anima di quell’uomo)

barbara


7 maggio 2009

SBARELLARE

È ciò che capita a molti quando si trovano a parlare di Israele, o di qualcosa che, direttamente o indirettamente, ha a che fare con Israele. Franco Venturini è uno di quelli a cui capita particolarmente spesso. Così succede che sul Corriere di ieri parli della questione arabo-israeliana come della più intricata e insanguinata delle controversie mondiali. E uno si chiede: ma questo signore che di mestiere fa il giornalista, ossia uno che in teoria sarebbe pagato per informare, ha mai sentito parlare – così, tanto per dirne una - di Darfur, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, un numero infinito di villaggi distrutti e di stupri? Ha mai sentito parlare – così, tanto per dirne un’altra - di Ruanda, un milione di morti in tre mesi? Ha mai sentito parlare di Congo, CINQUE MILIONI DI MORTI? Ha mai sentito parlare di una cosa che va sotto il nome di “Settembre Nero”, in cui re Hussein buonanima ha fatto fuori in un mese più palestinesi di quanti gli israeliani ne abbiano ammazzati in sessant’anni?
Poi, naturalmente, il Nostro non può farsi mancare tutta la sequela dei più beceri mantra della propaganda anti israeliana: il nuovo governo israeliano ultra-nazionalista e fortemente di destra, il capofila dei «falchi» nei panni di ministro degli Esteri, il che rende evidente che le conoscenze del signor Venturini in fatto di politica israeliana e in merito ad Avigdor Lieberman sono pari a zero, ma il sapere di che cosa si sta parlando, quando si parla di Israele, è noto che è un mero optional, cosa che l’ineffabile Venturini dimostra ulteriormente affermando temerariamente che Israele avrebbe sempre escluso la possibilità della nascita di uno stato palestinese. Ma l’apice della sua grandezza il Nostro la raggiunge in finale di articolo, quando spiega che occorre che Israele riduca gli insediamenti invece di espanderli e valuti favorevolmente le proposte contenute nel piano della Lega Araba. Ora, poiché non ho motivo di supporre che il signor Venturini sia proprio proprio proprio ritardato e analfabeta al punto da ignorare ciò che è accaduto dopo il ritiro dal Libano nel 2000 e quello da Gaza nel 2005, la conclusione può essere una sola: vai, caro Venturini, vai, che Hitler è vivo e lotta insieme a te!

(In attesa che Honest Reporting Italia, ancora bloccato per problemi tecnici, possa ripartire, intanto accontentatevi di questo)

barbara


27 marzo 2009

ALCUNI FATTI SU ISRAELE

a cura di Sandro Ribi

(Un vecchio articolo per ricordare alcune cose tutt’altro che vecchie ma che troppi continuano a dimenticare – o a fare finta di avere dimenticato)

Questo documento non è stato redatto per dimostrare che gli ebrei siano migliori (o peggiori) degli altri, ma semplicemente al fine di chiarire alcune informazioni distorte sulla loro storia e sul loro presente, e perché le opinioni possano essere basate su fatti e non su supposizioni.
Ricordiamo che oggi (2002), Israele ha una superficie di circa 22.000 km², equivalente alla metà della Svizzera, e una popolazione di 6 milioni d'abitanti, dei quali 1 milione sono arabi.


La nazione ebraica e Gerusalemme

1. Dal 1312 a.C., al tempo dell'esodo dall'Egitto, Israele ha conseguito l'indipendenza nazionale - duemila anni prima dell'ascesa dell'Islam.
2. Gli arabi nei territori palestinesi hanno iniziato a dichiararsi "popolo palestinese" soltanto dal 1967, due decenni dopo la fondazione del moderno stato d'Israele.
3. Dalla conquista di Canaan (nel 1272 a.C.) gli ebrei hanno governato mille anni sul Paese. La loro presenza in Terra Santa negli ultimi 3300 anni è stata continua.
4. A partire dalla conquista islamica nel 638 d.C. ci fu un periodo di dominio arabo fino al 1072.
5. Da più di 3000 anni Gerusalemme è la capitale ebraica. Gerusalemme non è mai stata capitale di un'altra nazione araba o islamica. Perfino quando la Giordania occupò dal 1948 al 1967 la parte orientale della città, non ne fece mai una capitale. Nemmeno i palestinesi la chiesero come tale.
6. Nella Bibbia troviamo Gerusalemme menzionata più di 800 volte. Nel Corano non è menzionata neppure una volta.
7. Re Davide conquistò Gerusalemme nel 1004 a.C. e ne fece la capitale d'Israele. Maometto non venne mai a Gerusalemme, seppure la leggenda dica che Maometto sia asceso al cielo dalla Città Santa.
8. Gli ebrei pregano rivolti a Gerusalemme, i musulmani pregano rivolti alla Mecca.



Rifugiati arabi e rifugiati ebrei

9. In seguito al piano di partizione delle Nazioni Unite, nel 1948 venne proclamato la nascita dello stato d'Israele. Le nazioni arabe incoraggiarono gli arabi in Israele a lasciare "temporaneamente" il Paese affinché potessero liberarlo dalla presenza ebraica. Il 68% partì senza aver visto nemmeno un soldato ebraico.
10. Contemporaneamente gli ebrei che vivevano nelle nazioni arabe venivano costretti a fuggire dalla violenza e dalla persecuzione araba.
11. Il numero di rifugiati arabi che lasciò Israele nel 1948 è stimato a 630.000. Il numero di rifugiati ebrei che lasciò i paesi arabi è stimato a 820.000.
12. I rifugiati arabi non sono stati integrati intenzionalmente nelle nazioni in cui si sono andati, nonostante le dimensioni gigantesche dei paesi arabi. Dei 100 milioni di rifugiati della seconda guerra mondiale, quello dei palestinesi è l'unico gruppo non integrato. I rifugiati ebrei, invece, sono stati completamente integrati (mentre nuovi immigranti continuano ad arrivare da tutto il mondo) in una nazione che è grande come la metà della Svizzera.



Il conflitto arabo-israeliano

13. Gli arabi occupano 21 nazioni, mentre esiste solo una nazione ebraica. Gli stati arabi hanno condotto cinque guerre contro Israele, e ogni volta sono stati sconfitti.
14. Ancora oggi lo statuto dell'OLP esige la distruzione dello stato d'Israele.
15. I palestinesi hanno ricevuto da Israele la maggior parte di Gaza e della Cisgiordania (nel 2000 il 98% di tutti i palestinesi viveva sotto la sovranità dell'autorità di Autonomia Palestinese, anche alcuni avrebbero preferito non esserlo).
16. Prima del 1967, sotto il dominio giordano, i luoghi sacri ebraici venivano sistematicamente profanati e agli ebrei era negato l'accesso ai luoghi di preghiera, perfino al Muro del Pianto e al Monte del Tempio. Dal 1967, sotto il dominio israeliano, tutti i santuari musulmani e cristiani sono stati conservati e resi accessibili a uomini e donne di ogni fede.



Prese di posizione dell'ONU nei confronti d'Israele

17. Delle 175 risoluzioni che il Consiglio di Sicurezza ha emanato fino al 1990, 97 erano rivolte contro Israele (il 55%).
18. Delle 690 risoluzioni che l'Assemblea Generale dell'ONU ha votato fino al 1990, 429 erano rivolte contro Israele (il 62%).
19. L'ONU tacque quando nel 1948 a Gerusalemme Est i giordani distrussero 58 sinagoghe e vennero profanate sistematicamente 38'000 tombe ebraiche nell'antico cimitero del Monte degli Ulivi.
20. L'ONU tacque quando la Giordania praticò una politica di apartheid, impedendo agli ebrei l'accesso ai luoghi più sacri dell'ebraismo (il Monte del Tempio e il Muro del Pianto).

I prossimi 5 punti concernono soltanto i credenti cristiani, quelli che credono che Dio ha rivelato la Sua volontà e i Suoi piani nella Bibbia.



Che cosa dice la Bibbia?

21. Il Signore avrà pietà di Giacobbe, sceglierà ancora Israele, e li ristabilirà ancora nel loro paese. E gli stranieri si uniranno a loro, si uniranno alla casa di Giacobbe. (Isaia 14:1)
22. Dio non ha ripudiato il suo popolo. (Romani 11:2)
23. «Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra.» (Genesi 12:3)
24. «Io farò di Gerusalemme una coppa di stordimento per tutti i popoli circostanti … cingeranno d'assedio Gerusalemme. In quel giorno avverrà che io farò di Gerusalemme una pietra pesante per tutti i popoli. Tutti quelli che se la caricheranno addosso ne saranno malamente feriti, anche tutte le nazioni della terra si raduneranno contro di lei. In quel giorno avverrà che io avrò cura di distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme.» (Zaccaria 12:2-3,9)
25. «Consolate, consolate il mio popolo», dice il vostro Dio. (Isaia 40:1)


Israele si trova oggi in un tempo critico. Preghiamo per la pace di Gerusalemme. (qui)

… ma la propaganda, si sa, è sempre molto più efficace dei fatti …


barbara

AGGIORNAMENTI

Aggiornamento 1:
Nel convoglio di armi bombardato dagli israeliani in Sudan c’erano missili in grado di colpire Tel Aviv. Lo dice Claudio Pagliara in questo servizio del Tg1 delle 08:00
http://www.tg1.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f9dbce36-73ed-4a65-b44f-cc77795a8ca3.html

Questa volta è andata bene, ma sicuramente ci riproveranno. Chiaramente oggi, come ieri e come sarà domani, tutti zitti.

Aggiornamento 2: Che cosa vuole Hamas? Per Fortuna che c’è la grande Paola che ce lo spiega. Tra l’altro dice che Hamas ha smesso gli attentati suicidi da più di quattro anni, quindi se non è Fatah, non è Hamas...vuoi vedere che sono gli stessi sionisti a uccidere i loro fratelli? Chissà poi se anche per i razzi su Sderot (nell’intervista non si fa cenno), sono sempre gli israeliani che si sparano addosso. Geniale!!
http://www.rainews24.it/ran24/player/video.asp?videoID=11831

Peccato solo che ciò che la signora Caridi pensa di Hamas sia leggermente diverso da ciò che Hamas pensa di Hamas, e che il programma che la signora Caridi attribuisce a Hamas sia leggermente diverso dal programma che Hamas ritiene essere il programma di Hamas … (grazie a m.acca per la segnalazione).

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





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