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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


8 agosto 2011

NON I SUOI PECCATI CONDUCONO L’UOMO ALLA PERDIZIONE

ma le giustificazioni che se ne dà.
Sono convinta che questo vecchio detto sia pienamente valido, anche al di fuori dell’ambito religioso. Mi è tornato alla mente leggendo nell’ultimo numero di Shalom l’articolo che segue, in cui inserirò alcuni commenti.


A quattro mesi dalla caduta del Presidente egiziano, Hosni Mubarak, è arrivata la conferma che manifestanti arrestate durante le proteste sono state costrette a fare il test di verginità. L’agghiacciante accusa, lanciata alla fine di marzo da Amnesty International, era stata inizialmente respinta dalle autorità militari. Ora invece un generale, in condizione di anonimato, l’ha confermata all’emittente americana Cnn, che ha così motivato l’incredibile test. “Ci siamo voluti difendere da possibili successive accuse a posteriori di violenza da parte delle manifestanti fermate”.
A dire la verità, soprattutto alla luce di quanto segue, non è che sia molto chiaro in che modo il test difenda da “possibili accuse a posteriori di violenza”.
Per il generale si trattava “non di donne come mia figlia o la vostra”,
ah già, certo, le donne tutte puttane tranne la mamma la moglie la sorella la figlia. Non solo proprie ma, per gentile concessione, anche dell’interlocutore.
ma che hanno protestato “accampate in tende a Piazza Tahrir insieme a manifestanti uomini”.
Cioè, se ho capito bene, questo signore sta dicendo che gli uomini egiziani sono delle tali bestie che è escluso che una donna che si trovi nelle loro vicinanze ne possa uscire incolume (effettivamente, se pensiamo a Lara Logan, clic e clic ...)
 “Non volevamo – ha sottolineato l’alto ufficiale – che sostenessero di essere state aggredite sessualmente o violentate da noi, così volevamo provare che non erano già più vergini”
quindi se una donna non è vergine, magari non perché di vivaci costumi sessuali ma semplicemente perché è sposata e suo marito non è impotente, o perché era già stata violentata in precedenza, chiunque può farle quello che vuole e godere di assoluta impunità. Interessante concetto.
e ha concluso: “nessuna di loro lo era”.
Ci credete che me l’ero immaginata?
Secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione internazionale, il 9 marzo scorso 18 donne erano state fermate dalle forze di sicurezza egiziane e trasferite nel carcere militare di El Heikstep, a nordest della capitale. Le attiviste erano state picchiate, sottoposte a scariche elettriche, obbligate a denudarsi mentre i soldati le fotografavano e infine costrette a subire un ‘test di verginità’,
ecco, questa è la parola che aspettavo: “infine”. Prima hanno fatto loro tutto ciò che hanno voluto, poi, infine, le hanno sottoposte al test di verginità, ed è casualmente risultato che il 100% delle donne testate non erano vergini.
sotto la minaccia di essere incriminate per prostituzione.
E la dannazione del signore generale, a questo punto, è completa e irredimibile.

Comunque, per noi che siamo lontani, niente paura: se non provvediamo noi ad andare da Maometto, provvederà Maometto a venire da noi.

barbara


17 marzo 2010

DA CHE PULPITO ...

L’Egitto ci chiama razzisti, ma stermina i cristiani. Alle frontiere casi di immigrati uccisi e profughi rispediti verso la tortura.

di Fausto Biloslavo

Alle frontiere casi di immigrati uccisi e profughi rispediti verso la tortura

Il
governo egiziano accusa l'Italia di violenze, razzismo e discriminazione nei confronti degli immigrati, ma a casa sua non ci pensa due volte a prendere a fucilate i clandestini. Oppure bastonarli a morte. Lo scorso anno ne hanno fatti fuori 17, in fuga da Etiopia, Sudan ed Eritrea, mentre cercavano di arrivare in Israele, la nuova terra promessa per migliaia di disperati. Decine sono rimasti feriti. L'anno prima le guardie di frontiera egiziane, dal grilletto facile, avevano ammazzato 28 clandestini. Per non parlare delle deportazioni di massa di chi fugge dalla tirannia. Nel 2008 ben 1200 eritrei sono stati rispediti in patria senza usare i guanti bianchi come da noi. Li aspettavano la tortura e la rieducazione in campi militari.
Il fustigatore dell'Italia è il ministro degli Esteri Aboul Gheit, che dovrebbe conoscere bene il nostro paese. Ex ambasciatore a Roma ha retto anche la sede diplomatica di San Marino. Il capo della diplomazia egiziana «condanna» le violenze di Rosarno e chiede al governo italiano di intervenire contro episodi di razzismo e discriminazione, come se da noi ci fosse la schiavitù. Secondo una nota del ministero degli Esteri de Il Cairo «gli episodi di violenza» sono solo «un'immagine delle numerose violazioni subite dai migranti e dalle minoranze in Italia, tra cui quella araba e quella musulmana».
Da che pulpito arriva la predica
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Vai a dirlo alla famiglia del clandestino ventenne, che dal Sahara meridionale, sperava di raggiungere Israele agli inizi di dicembre. Le guardie di frontiera egiziane gli hanno sparato come i Vopos del Muro di Berlino, senza neppure fornire il suo nome e la nazionalità.
Nel 2009 la stessa tragica sorte è capitata ad altri 16 disgraziati in fuga verso un mondo migliore, che hanno pensato male di passare per l'Egitto. Amnesty International, nel rapporto annuale sul 2008, ha enunciato che «28 persone (migranti) sono state uccise a colpi d'arma da fuoco e decine sono rimaste ferite». Lo scorso settembre ne hanno fatto fuori quattro in un colpo solo, nonostante fossero inermi e disarmati. Secondo Amnesty centinaia di migranti sono stati processati davanti a un tribunale militare per «tentata fuoriuscita illegale dal confine egiziano orientale».
Le telecamere sulla frontiera israeliana talvolta hanno ripreso la caccia al clandestino da parte egiziana. In alcuni casi i poveretti vengono picchiati finché non esalano l'ultimo respiro. Lo scorso novembre un altro immigrato è stato freddato, mentre i suoi compagni, due etiopi e un eritreo, venivano arrestati. Da quando la Libia ha cominciato a fermare i flussi di migrazione verso l'Italia, la terra delle Piramidi è una via sempre più battuta. Non solo: gli egiziani, come tutti gli arabi del nord, hanno sempre guardato dall'alto in basso gli africani con la pelle nera, come gli immigrati di Rosarno. Gli etiopi e i sudanesi del sud, che per di più sono cristiani, vengono trattati come bestie se li pizzicano in Egitto.
Negli ultimi anni gli eritrei fuggono a ondate dal governo tirannico di Isaias Afewerki. La prima tappa è l'Egitto che concede l'asilo politico con il misurino. «A giugno (2008), circa 1.200 richiedenti asilo eritrei sono stati rimpatriati forzatamente dove erano a rischio di tortura. La maggior parte di essi sono stati immediatamente detenuti dalle autorità eritree in campi di addestramento militare» ha denunciato Amnesty International. Eritrei e sudanesi rimandati indietro sono «esposti al rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani» denuncia Amnesty.
Il ministro degli Esteri Gheit ha cercato la classica pagliuzza nell'occhio degli altri per non vedere la trave nel suo.
La strage del 7 gennaio di sei cristiani copti a sud de Il Cairo ha riaperto la piaga dell’intolleranza religiosa. Negli ultimi trent'anni si calcola che sono stati circa 4mila i cristiani uccisi, feriti o assaliti in Egitto. Dopo l'ultimo episodio il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è unito al coro di condanna. In un'intervista all'Avvenire ha sostenuto che «l'Unione europea è troppo timida» e che il vecchio continente «dovrebbe invece gridare con voce alta e chiara che la protezione dei cristiani nel mondo è interesse dell’Europa intera».
Al collega egiziano dev'essere saltata la mosca al naso tenendo conto che Frattini sarà in visita a Il Cairo il 16 gennaio. Gheit non è nuovo nei panni di strenuo difensore dell'Islam. Quando Papa Ratzinger pronunciò il famoso e contestato discorso di Ratisbona, il diplomatico egiziano sentenziò: «È un discorso veramente inappropriato (...), che speriamo venga abbandonato per non alimentare tensioni e incomprensioni fra i musulmani e l'occidente».

© Copyright Il Giornale, 13 gennaio 2010

L’articolo, come vedete, è di circa due mesi fa, ma vale la pena di leggerlo perché fornisce un ulteriore tassello al quadro che troppi si ostinano a rifiutarsi di vedere, e che sta ormai rovinosamente crollando sulle teste di tutti noi. Compresi quelli che danno a noi dei catastrofisti visionari.

barbara


8 marzo 2010

OTTO MARZO

8 Marzo, i privilegi delle donne in Palestina

Cari amici, dato che oggi è l'8 marzo, festa della donna, desidero informarvi degli straordinari privilegi che le donne hanno nel mondo islamico e in particolare in Palestina, in modo che anche noi abitanti del decadente nord del mondo possiamo imparare e migliorarci.
Non mi soffermerò su argomenti ben noti e già giustamente apprezzati come il permesso di sposarsi a partire dai sette anni e l'abitudine di farlo nella primissima adolescenza, che denota uno straordinario rispetto per la maturità delle donne musulmane, capaci di godersi una vita sessuale accanto a un adulto quando le loro coetanee europee giocano con le bambole.
Né ritornerò sulla stima che l'Islam ha nei confronti della loro purezza punendo con la lapidazione ogni forma di contaminazione subita, per esempio lo stupro (punendo la stuprata, voglio dire, non lo stupratore, ed è qui la prova dell'attenzione primaria che l'Islam dedica alle sue donne). Non vi parlerò della proibizione di intrattenersi da sole con uomini, neanche per i più superficiali motivi: solo quando si sa il valore di ciò che è esposto si temono i ladri.
E neppure voglio annoiarvi con argomenti ben noti che conseguono da questi principi, come la proibizione di guidare le automobili in posti veramente osservanti e attenti ai diritti femminili – in questo caso quello dell'incolumità – come l'Arabia Saudita. O sulle vesti sontuose e abbondanti che vengono riservate alle donne, come l'elegantissimo abito nero che copre tutto salvo gli occhi in Turchia e nel Medio Oriente, o il sontuoso burka in Afganistan: avete mai pensato quanto costa ai poveri uomini tutta quella stoffa messa attorno alle donne nel loro interesse, per tutelarne il prezioso pudore dai rapinosi sguardi del mondo? Basterebbe questo a far capire come l'Islam sia naturalmente femminista; o basterebbe l'harem, luogo meraviglioso della socialità femminile, autentico prototipo della separatezza dei gruppi di autocoscienza che sono arrivati in Occidente solo alla fine del secolo scorso.
Né voglio accennare più che tanto al diritto di famiglia, al comando indiscusso dell'uomo sulle cose materiali, dovuto alla sua inferiorità naturale, all'affidamento dei figli solo a lui, al suo diritto/dovere di correggere fisicamente le donne che sbagliassero comportamento e così via: tutte cose pensate per sollevare le donne dalle eccessive preoccupazioni materiali. Dove altro, del resto, nel mondo moderno privo di dignità e di principi, l'onore maschile è così interamente riposto nel corpo delle donne?
No, voglio parlarvi oggi di un argomento più materiale, più concreto: l'eredità. Il Corano stabilisce, come certamente sapete, che le donne ricevano la metà dalla quota di eredità di un uomo: se un padre ha un figlio e una figlia, a questa va un terzo e a lui i due terzi. Se le figlie sono due, a lui va la metà, a loro un quarto a testa, eccetera. Vi rendete conto di come questa sia una straordinaria discriminazione positiva, a favore delle donne. Esse sono preziose di per sé, valgono il doppio e dunque dar loro la metà non è altro che riconoscere questo doppio valore.
Dovete sapere però che il popolo palestinese, avendo avuto dal cielo in sorte il compito duro ma pieno di soddisfazioni della guerra santa, è all'avanguardia anche dal punto di vista dei diritti delle donne. Non le pensa solamente come il doppio più importanti degli uomini - e dunque meritevoli della metà della componente materiale dell'eredità, visto che godono del doppio di quella spirituale.
No, il popolo palestinese, in particolare nella sua componente più avanzata, più moderna, più illuminata, quel movimento islamico Hamas che governa a Gaza per via della sua mitezza e spiritualità, ha deciso che le donne non sono solo il doppio, ma infinitamente superiori agli uomini. Di conseguenza è invalso l'uso di non appesantirle affatto con l'eredità materiale (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=170400). Solo lo zero è in grado di riequilibrare l'infinito, e dunque nessuna eredità può essere accostata alla superiorità infinita della purezza femminile. Inoltre le creature totalmente spirituali non devono essere trattenute e appesantite da elementi così materiali come i soldi e le terre.
Sarebbe come trattenere i martiri che si fanno esplodere per andare direttamente in Cielo ricordando loro che hanno un corpo.
Ecco, io spero che anche l'Europa impari dalla spiritualità palestinese e che le femministe tutte capiscano da questi esempi che solo l'appoggio alla rivoluzione palestinese potrà introdurre anche in Occidente la giustizia fra i sessi. Se esse si convertiranno e diventeranno anch'esse, coi loro uteri, un'arma dell'Islam, come i palestinesi teorizzano per le loro donne – bé in questa maniera potranno finalmente anche loro o le loro figlie, se il Cielo lo desidera, sposarsi a sette anni, essere lapidate se stuprate, non poter incontrare da soli neppure per caso un maschio impuro, non guidare e non avere alcuna eredità, obbedire in tutto per tutto a un marito cui la legge divina assicura il diritto di picchiarle. Evviva! Buon 8 marzo eurarabo!

Ugo Volli



E per completare la celebrazione della ricorrenza suggerisco di dare un’occhiata anche qui, e chi avesse voglia di leggere tanto potrebbe andarsi a vedere anche questo.

barbara


1 febbraio 2010

LA DONNA NON È GENTE

Riflessioni di Caren A. sulla situazione dalla donna nel mondo.

«La donna non è gente» o «Una donna e altri animali», sono proverbi contadini che crudelmente significano: la donna non è genere umano. Cioè non è nessuno. Questo è quanto pensavano gli uomini non tanto tempo fa anche da noi. Ci sono voluti tanti anni di femminismo e di lotta per riuscire a far capire loro che la donna è una persona da rispettare ed avente gli stessi loro diritti. Oggi da noi come in tanti altri paesi occidentali noi donne siamo tutelate anche per legge anche se non sempre però la legge viene rispettata (ad. es. la lavoratrice donna in molti settori percepisce uno stipendio inferiore al lavoratore maschio pur svolgendo le stesse mansioni) e bisogna sempre continuare a lottare. Tra le tante vite femminili anonime, emarginate, non riconosciute, i due testi letti da noi durante la lezione d'italiano, cercano di farci capire, come è dura e difficile anche al giorno d'oggi ancora la vita di milioni di donne, soprattutto nei Paesi di religione islamica. Nell'Islam la donna è sottomessa all'uomo ed è maltrattata sia fisicamente (anche solo perché cadendo malamente le si scopre una caviglia) che psicologicamente, (le viene tolta ogni possibile libertà) perché nell'Islam il padrone è l'uomo. Così sta scritto nel Corano, si giustificano. Non riesco a capire come una religione possa fare tanto male a degli esseri umani. Quando le donne sono costrette ancora bambine a sposare l'uomo scelto dai parenti, devono recitare dei versetti coranici con i quali si impegnano ad ubbidire al marito, come stabilito da Allah, il loro Dio. Non possono indossare pantaloni, gonne corte, camicette scollate. Non possono parlare con altri uomini, se non in casi urgenti e sempre in presenza di un uomo di famiglia e anche in questo caso devono parlare a voce bassa. La pelle deve essere coperta, non può essere mostrato niente più degli occhi. Devono mettersi il burka, una enorme tovaglia che le soffoca e impedisce loro di respirare. Alcuni burka hanno davanti agli occhi una rete. Le scarpe non devono emettere il minimo rumore e spesso non possono uscire da casa se non scortate da un parente maschio. Le ragazze sono sottoposte all'infibulazione. La donna non deve studiare (una persona non istruita è più facile da tenere a bada di una istruita) e non può lavorare. È obbligata a studiare il corano e a svegliarsi per la preghiera. Deve accettare di vivere accanto ad altre mogli del marito, (una cosa assurda). Queste e altre malvagità devono sopportare le donne. A me, che vivo in Occidente, sembra impossibile che queste cose possano accadere ancora al giorno d'oggi. Tutti dovremmo cercare di fare il possibile per aiutare queste donne e bambine a migliorare la loro situazione ma so che non è facile. Anche se vivono da noi in paese sviluppati invece di adottare le nostre leggi continuano come se fossero nei paesi dai quali provengono. Secondo me, volendo si potrebbe fare molto di più di quello che viene fatto. Bisogna dire però che ci sono anche alcuni uomini di religione islamica che forse grazie agli studi fatti in Occidente hanno capito che l'Islam è una religione assurda (o ancora più assurda di molte altre) e si sono anche convertiti a un'altra religione, (ad es. Magdi Allam) Consiglio anche a tutte le donne d'Italia e di tanti altri Paesi di riflettere molto bene e a lungo prima di sposare un uomo di religione islamica o comunque di stare attente a quello che dicono e firmano. Anche se prima di sposarsi vengono fatte loro tante promesse che come abbiamo visto nel testo letto (ma ci sono molte altre storie simili!) poi non vengono mantenute e poi si ritrovano con dei figli, che rischiano a volte anche di non rivedere mai più, perché affidati ai padri e le povere bambine a volte vengono sposate anche a due anni. Spero che non debba passare molto tempo prima che le cose cambino anche se non ci credo molto.

Ogni tanto capita che mi dico: sì, ho scelto il mestiere giusto. Quando ho corretto (si fa per dire: il testo che state leggendo è esattamente come è stato scritto, non ho corretto neanche una virgola) questo compito, è stata una di quelle volte.

barbara


29 ottobre 2009

MASCHIO E FEMMINA LI CREÒ

Il fatto che l'uomo sia creato maschio e femmina insieme trova un'eco nelle moderne scoperte della biologia, secondo cui l'embrione sviluppa caratteristiche maschili o femminili solo in uno stadio relativamente avanzato, ed è anch'esso fondamentale. Significa che esso è doppio, che ogni cosa è duale nella sua esistenza. Ma anche che, una volta che l'aspetto maschile e femminile sono separati, ciò che li riunisce, in termini di affettività e di sessualità, non può che essere cosa nobile. Nello stesso tempo ci ricorda che la donna è creata come uguale dell'uomo, con la stessa dignità, e che qualsiasi forma di sessismo, o di discriminazione nella vita religiosa o altrove, è una bestemmia nei confronti dell'immagine divina presente nell'altro. (Rav Chaim Cipriani)

Sottoscrivo.


barbara


10 novembre 2008

LA METÀ DIMENTICATA

Il 3 novembre 1999, alle nove di sera, stavo ritornando a casa dopo avere tenuto una lezione alla School of Oriental and African Studies dell'Università di Londra quando, uscendo dalla stazione della metropolitana di Stamford Brook nella buia notte autunnale, sentii che qualcuno mi seguiva. Prima ancora che avessi il tempo di reagire, fui colpita alla testa. Istintivamente strinsi più forte la borsa, che conteneva l'unica copia di un manoscritto che avevo appena terminato, ma il mio assalitore non si scoraggiò.
«Dammi la borsa!» urlava.
Lottai con una forza che non credevo di possedere. Al buio, senza riuscire a scorgere anima viva, sapevo soltanto che mi stavo confrontando con due mani robuste, per quan­to invisibili. Cercavo di proteggermi e, nello stesso tempo, di tirare calci nel punto dove presumevo fosse il suo ingui­ne, ma mentre lui continuava a colpirmi sentivo dolori lan­cinanti alla schiena e alle gambe, e il sapore salato del san­gue in bocca.
Finalmente alcuni passanti accorsero gridando, e presto l'aggressore fu circondato da una folla indignata. Quando mi rialzai in piedi barcollando, vidi che l'uomo superava il metro e ottanta.
Più tardi la polizia mi chiese perché avessi rischiato la vita per una borsa.
Indolenzita e tremante, spiegai che conteneva il mio li­bro. «Un libro?» esclamò un agente. «Forse un libro conta più della sua vita?»
Naturalmente non è così, ma per certi versi quel libro era la mia vita, la testimonianza dell'esistenza condotta dalle donne cinesi e, nello stesso tempo, il frutto di molti anni di lavoro come giornalista. Sapevo di essere stata sciocca per­ché, se il manoscritto mi fosse stato sottratto, avrei potuto cercare di riscriverlo; tuttavia, non ero del tutto sicura di riuscire a sottopormi ancora una volta all'intensità delle emozioni che la nuova stesura avrebbe generato. Era stato doloroso rivivere quelle storie femminili, e ancora più duro riordinare i miei ricordi e cercare il linguaggio adatto a esprimerli. Lottando per la borsa, avevo difeso sia i miei sentimenti, sia quelli delle donne cinesi. Il libro raccoglie­va troppi elementi che non sarebbe più stato possibile recupera­re: attraversando i ricordi, infatti, si apre una porta sul passato, ma il cammino interiore ha così tanti bivi che ogni volta l'itinerario è diverso.

Vi è mai capitato di incontrare una ragazza che alleva un cucciolo di mosca per poter finalmente godere, per la prima volta nella vita, di una compagnia gentile? In Cina potrebbe capitarvi di incontrarla. La “metà dimenticata” di cui parla il titolo sono le donne. Donne neglette e ignorate, oppresse e represse – in ogni parte del mondo, certo, ma in alcune di più. La Cina fa parte di quelle di più. In una delle più antiche e nobili civiltà del mondo la donna – se riesce a vincere la lotteria degli aborti selettivi nelle città e degli infanticidi nelle campagne - è ancora quella cosa che deve sbrigare le faccende di casa, mettere al mondo un figlio, possibilmente maschio, lavorare e tacere. Sempre. Comunque. Anche se tuo marito ti batte. Anche se tuo padre ti violenta e tua madre ti proibisce di ribellarti. Anche se ti viene imposto un marito che non vorresti. Anche se scopri che le donne ti attraggono più degli uomini – soprattutto dopo averli conosciuti, gli uomini - e per questo vieni sbattuta in galera. Anche se ti stuprano da bambina in nome della Rivoluzione per poi buttarti via come una scarpa vecchia quando resti incinta. Sempre, perché sei donna e come tale il diritto di parola non ti compete.
A squarciare il velo è Xinran, giornalista radiofonica, che attraverso il suo programma raccoglie le più drammatiche e sconvolgenti testimonianze da parte delle donne che lo seguono e decide alla fine di metterle per iscritto – non prima di essersi prudentemente trasferita in Inghilterra. Racconti di sofferenze inimmaginabili, racconti che pian piano trovano il coraggio di farsi largo dopo anni o decenni di silenzio, di dolore muto, al quale nessuno mai aveva aperto il minimo spiraglio. Storie di sorelle molto meno fortunate di noi, alle quali è doveroso dedicare almeno – visto che altro non possiamo fare – la nostra partecipe attenzione.

Xinran, La metà dimenticata, Sperling & Kupfer



barbara


11 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 3

Un dossier racconta di assalti, stupri, omicidi, a volte compiuti anche da agenti in divisa «Noi cristiani in Terra Santa bersaglio dell’odio islamico» Il Custode del Luoghi sacri: «L’Autorità palestinese non punisce gli aggressori»

BETLEMME - «Macché difficoltà tra Israele e Vaticano! I problemi per noi cristiani in Terra Santa sono altri. Quasi ogni giorno, lo ripeto quasi ogni giorno, le nostre comunità sono vessate dagli estremisti islamici in queste regioni. E, se non sono gente di Hamas o della Jihad islamica, avviene che ci si scontri con il muro di gomma dell’Autorità Palestinese, che fa poco o nulla per punire i responsabili. Anzi, ci è capitato di venire a sapere che in alcuni casi tra loro c’erano gli stessi agenti della polizia di Mahmoud Abbas o i militanti del Fatah, il suo partito, che sarebbero addetti alla nostra difesa. Sono talmente scoraggiato di sentire le lamentele che talvolta non guardo neppure più i dossier».
Padre Pierbattista Pizzaballa non riesce a trattenere la frustrazione. Quarantenne, dinamico neo-custode di Terra Santa, è ben lontano dai modi bizantini, i silenzi diplomatici, il desiderio del quieto vivere, di tanti tra i suoi predecessori.
Eravamo venuti a trovarlo nel suo ufficio a Gerusalemme per cercare di capire di più sui contenziosi fiscali e giuridici che ancora avvelenano i rapporti tra Santa Sede e Israele. Pizzaballa rappresenta la Custodia, l’istituzione francescana che dalla bolla di Papa Clemente VI nel 1342 si occupa appunto di rappresentare, difendere e garantire gli interessi e le proprietà della Chiesa in Terra Santa. Ma già dalle prime battute è ovvio che per il Custode le preoccupazioni più gravi sono altre. «Qui ho una lista di 93 casi di ingiustizie di vario tipo commesse ai danni dei cristiani nella regione di Betlemme tra il 2000 e il 2004. L’ha compilata Samir Qumsieh, direttore di Al Mahdeh , che in arabo significa Natività, una piccola televisione locale che sta diventando la voce delle nostre comunità. Ma con difficoltà. Nelle ultime settimane una banda di Bet Sahur, dove lui ha casa e ufficio, sta infatti cercando di rubargli il terreno dove vorrebbe installare un ripetitore in grado di allargare le regioni coperte dall’emittente», spiega Pizzaballa.
Una situazione che rilancia un tema antico: l’emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente. Avviene per i copti dell’Alto Egitto, per assiri e caldei in Iraq, in parte per i maroniti in Libano. Ma soprattutto in Israele e Cisgiordania. «Nel 1948, l’anno della nascita di Israele, i cristiani costituivano circa il 14 per cento della popolazione, ora sono ridotti a malapena al 2. Oggi siamo in 170.000, di cui 80.000 cattolici. Circa il 60 per cento abita in Israele, il resto nei territori occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme est», ricorda ancora il Custode.
A Betlemme è lo stesso Samir Qumsieh a darci una copia del dossier. «E’ parziale, perché negli ultimi 12 mesi ho registrato numerosi nuovi casi di abusi», dice. Un uomo coraggioso. Tra le sue battaglie anche quella contro la diffusione delle moschee nella zona di Betlemme: «I loro muezzin gridano più forte vicino alle chiese. Una provocazione, dove una volta suonavano le campane ora si sentono soltanto le preghiere musulmane con gli altoparlanti a tutto volume». Più volte il nunzio apostolico, Pietro Sambi, l’ha consigliato di essere prudente. Qualche mese fa Samir voleva far diffondere il suo dossier da Asia News, un sito web curato da padre Bernardo Cervellera, ben noto tra gli addetti ai lavori.
Sambi era riuscito a fermarlo. «Potresti venire assassinato», gli aveva detto. Ora però Samir vuole andare avanti: «Occorre denunciare, basta tacere!». A leggere il suo dossier c’è solo l’imbarazzo della scelta. Stupri, rapimenti, rapine, terre e proprietà rubate, case occupate, abusi e soprattutto offese. Un numero crescente di offese da parte dei musulmani.
Vedi il caso della sedicenne Rawan William Mansour, abitante del villaggio di Bet Sahur, che nella primavera di due anni fa veniva violentata da quattro miliziani di Fatah. Nonostante la denuncia, nessuno di loro fu arrestato. La famiglia fu costretta a emigrare in Giordania per evitare la vergogna. L’anno prima due sorelle della famiglia Amre (di 17 e 19 anni) vennero assassinate a colpi di pistola da un gruppo di uomini armati vicini all’Autorità Palestinese. L’accusa: prostituzione. Più tardi l’autopsia rivelò che le ragazze erano vergini. Ma erano state torturate nelle parti intime con sigarette accese, prima dell’«esecuzione». Ma c’è molto altro. Quasi tutti i 140 casi di espropriazione di terre avvenuti negli ultimi 3 anni sono stati perpetrati da militanti dei gruppi islamici e da agenti della polizia. Samir sta preparando un libro-denuncia. «Lo intitolerò Razzismo in pratica », dice. Le conclusioni sono amare: «Il razzismo contro di noi sta aumentando vertiginosamente. Nel 1950 Betlemme era per il 75 per cento cristiana, oggi non arriva al 12. Se continua così, tra 20 anni non ci saremo più». (Lorenzo Cremonesi, settembre 2005)

Ancora un documento sull’annientamento delle comunità cristiane in Palestina, così come in tutto il mondo islamico. E nessuno fiata. Leggere anche qui e qui.


barbara


11 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 2

Cristiani in Palestina e la quotidiana ostilità degli estremisti

Membri della comunità cristiana a Betlemme raccontano degli ultimi due mesi di soprusi, intimidazioni e aggressioni, impuniti nella maggior parte dei casi.

BETLEMME – I cristiani in Palestina avvertono un clima sempre più ostile nei loro confronti, fatto di intimidazioni e soprusi da parte degli estremisti islamici, che per lo più rimangono impuniti. Lo raccontano ad AsiaNews alcuni membri della comunità di Betlemme, che proprio a causa della situazione delicata, hanno chiesto l’anonimato.
L’ultimo episodio risale allo scorso 4 novembre, quando uomini armati della “Jihad islamica” hanno fatto irruzione nell’International Centre di Betlemme gestito dalla Chiesa luterana. Qui si stava svolgendo una serata con la partecipazione dei consoli di alcuni Paesi europei, alcuni rappresentanti stranieri noti per il loro impegno a favore del popolo palestinese, leader religiosi ed esponenti della società civile locale. All’improvviso, uomini armati hanno invaso la sala guidati da Issa Marzouq, funzionario dell’amministrazione comunale di Betlemme, e affiliato alla “Jihad islamica”. L’uomo è salito sul palcoscenico e ha accusato i presenti di tradimento. “Vergognatevi – ha detto – la gente muore, mentre voi qui fate spettacoli di danza e canti”. Marzouq ha rotto i microfoni e ordinato al pubblico di sgombrare entro cinque minuti altrimenti avrebbero sparato. “La polizia, arrivata subito sul posto, è però rimasta a guardare”, riferiscono i testimoni oculari.
Nei giorni successivi il pastore luterano, Mitri Al-Rahib, ha indetto un incontro con il governatore di Betlemme, la stampa e autorità locali, in cui ha parlato della “grave mancanza di sicurezza pubblica”, che mette a repentaglio la vita dei cristiani. Al termine delle discussioni è stato redatto un comunicato sull’accaduto, ma la sua pubblicazione è stata fermata con il pretesto che il governatore stesso avrebbe affrontato l’episodio insieme ad altri simili in un’apposita assemblea. Naturalmente – dicono le fonti – nessuno ha preso alcuna iniziativa a riguardo.
Quello contro le strutture della Chiesa luterana è solo il caso più recente. Alcuni abitanti raccontano che a metà ottobre il litigio tra due giovani - uno cristiano e un musulmano a Betlemme - è sfociata in una caccia al cristiano: un gruppo di ragazzi fermava studenti per strada chiedendo loro la religione con il chiaro intento di picchiare chi si professava cristiano. Anche qui la polizia è intervenuta solo rimanendo a guardare.
Poche settimane prima, sulla scia delle manifestazioni musulmane contro il discorso del Papa a Regensburg, il Partito di Liberazione islamica (Hiz Al-Tahreer) ha organizzato una mostra all’Università di Birzeit, in cui era esposto un carro armato con sopra una croce e immagini denigratorie di Benedetto XVI. Venivano, inoltre, distribuiti volantini con un testo intitolato “Una Crociata”, pieno di parole oscene contro il Papa e la Croce. Gli studenti cristiani hanno protestato con il decano dell’Università, il quale ha ordinato di cancellare l’esposizione. Ma la direttiva non è stata mai applicata.
Le fonti di AsiaNews ricordano, infine, i frequenti soprusi sulle terre. Il 19 ottobre, ad esempio, uomini delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa hanno invaso con le armi la casa del cristiano Nikola Mukarker a Beit Jala. La sua colpa era aver denunciato un musulmano, perché si era preso il diritto di edificare, senza permesso, su un appezzamento di terra appartenente alla sua famiglia. (AsiaNews, 24 novembre 2006)

Discriminazioni senza fine, soprusi senza fine, persecuzioni senza fine da quando la popolazione di Gaza e Cisgiordania è finita sotto l’amministrazione palestinese. E leggete anche qui.


barbara


10 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 1

Dato che nessuno sembra avere il coraggio di parlarne, ne parlo io.

I cristiani palestinesi sono sempre più svantaggiati
I cristiani nei territori palestinesi stanno molto peggio di quello che di solito dichiarano i loro portavoce. L'islamizzazione portata avanti dalle autorità dell'Autonomia Palestinese ha drammaticamente peggiorato le condizioni di vita della minoranza, ha dichiarato il politologo prof. Justus Reid Weiner del Centro di Gerusalemme per le questioni pubbliche. Tra i soprusi tollerati dalle autorità c'è il boicottaggio dei negozi cristiani e il ricatto del pizzo. Un'ordinanza vieta la vendita di terreni a cristiani. Nel comune di Betlemme, la città natale di Gesù Cristo, nel 1994 sono stati incorporati 30.000 musulmani, così che nel giro di dieci anni la percentuale cristiana è scesa dal 60 al 20 per cento. Anche contro gli stupri operati da musulmani su ragazze cristiane la polizia non interviene con decisione, ha detto Weiner. Molte donne cristiane si vestono come musulmane per non essere aggredite. L'Islam considera i cristiani come persone di seconda classe, e alle autorità manca la capacità e la voglia di proteggere i cristiani dagli attacchi dei musulmani.
Durante l'intifada i militanti palestinesi sceglievano di sparare sul territorio israeliano da chiese e quartieri cristiani, per provocare la distruzione di questi edifici da parte dell'esercito israeliano. E tuttavia molti leader ecclesiastici minimizzano queste sofferenze. Alcuni temono che un'aperta denuncia peggiorerebbe la situazione. Altri non vogliono perdere i loro privilegi, come l'accesso ai media o i permessi di viaggio. Alcuni sono talmente accecati dal nazionalismo palestinese che non vogliono ammetterne il lato negativo. Weiner critica il silenzio dei governi occidentali, che sacrificano la minoranza cristiana sull'altare del processo di pace.
(Rivista evangelica "Perspektive", maggio 2006 - trad. www.ilvangelo.org)

La drammatica condizione dei cristiani sottoposti all’autorità palestinese, così come in generale in tutti i Paesi a maggioranza islamica – e non dimentichiamo l’autentico sterminio di cristiani messo in atto dai terroristi palestinesi in Libano durante la guerra civile da loro scatenata - viene spesso e volentieri taciuta, nascosta, ignorata, molto spesso anche dalle stesse autorità religiose. Io invece scelgo di parlarne e di denunciare questa infamia che viene quotidianamente perpetrata. E già che ci sei vai a leggerti anche
questo, che male non ti farà.


barbara


16 dicembre 2007

BRUTTA ZOCCOLA!



Ma l’avete vista, l’avete vista quanti capelli ha lasciato fuori dal foulard sta brutta mignottona che non è altro? Meno male che adesso ci penseranno loro a darle una bella scarica di frustate, così impara!
(Foto ripresa dall’archivio fotografico del sito delle donne iraniane, relativa alla lotta contro l’abbigliamento indecente)

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 16/12/2007 alle 14:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (79) | Versione per la stampa


26 novembre 2007

GIÙ I VELI!

Ho portato dieci anni il velo. Era il velo o la morte. So di cosa parlo.
Dopo il disastro storico del 1979, l'islam e le sue derive occupano un posto eminente nel sistema educativo in Iran. Il sistema educativo nel suo insieme è radicalmente islamizzato. Le sure del Corano e le sue esegesi, gli hadìth, la shari'a, i dogmi islamici, la morale islamica, i doveri islamici, l'ideologia islamica, la società islamica, la visione del mondo islamica sono altrettanti soggetti inesauribili, tutti obbligatori dalla scuola elementare fino all'università, quali che siano le specializzazioni. «A che serve la scienza se non è al servizio dell'islam!» è lo slogan scandito durante l'anno. Da buona allieva, ci fu un tempo in cui avrei potuto diventare imam o ayatollah se, in queste materie, ci fosse stato posto per le donne.
Da tredici a ventitré anni, sono stata repressa, condannata a essere una musulmana, una sottomessa e imprigionata sotto il nero del velo. Da tredici a ventitré anni. E non lascerò dire a nessuno che sono stati i più begli anni della mia vita.
Coloro che sono nati nei paesi democratici non possono sapere a che punto i diritti che a loro sembrano del tutto naturali sono inimmaginabili per altri che vivono nelle teocrazie islamiche. Avrei meritato, come qualsiasi essere umano, di essere nata in un Paese democratico, non ho avuto questa fortuna, allora sono nata ribelle.

Presso i musulmani, una ragazza, dalla sua nascita, è un'onta da nascondere poiché non è un figlio maschio. Essa è in sé l'insufficienza, l'impotenza, l'inferiorità... Essa è il potenziale oggetto del reato. Ogni tentativo di atto sessuale da parte dell'uomo prima del matrimonio è colpa sua. Essa è l'oggetto potenziale dello stupro, del peccato, dell'incesto e anche del furto dal momento che gli uomini possono rubarle il pudore con un semplice sguardo. In breve, essa è la colpevolezza in persona, giacché essa crea il desiderio, esso stesso colpevole, nell'uomo. Una ragazza è una minaccia permanente per i dogmi e la morale islamici. Essa è l'oggetto potenziale del crimine, sgozzata dal padre o dai fratelli per lavare l'onore macchiato. Perché l'onore degli uomini musulmani si lava con il sangue delle ragazze! Chi non ha udito delle donne urlare la loro disperazione nella sala parto dove hanno appena messo al mondo una figlia invece del figlio desiderato, chi non ha sentito alcune di loro supplicare, invocare la morte sulla loro figlia o su loro stesse, chi non ha visto la disperazione di una madre che ha appena messo al mondo la sua simile, che le rinfaccerà le sue proprie sofferenze, chi non ha sentito delle madri dire: «Gettatela nella pattumiera, soffocatela se è femmina», per paura di essere pestate o ripudiate, non può comprendere l'umiliazione di essere donna nei Paesi musulmani.

Nei Paesi musulmani, malgrado il velo delle donne, lo stupro e la prostituzione fanno danni. La pedofilia è molto diffusa perché, se la relazione sessuale, non coniugale, tra due adulti consenzienti è proibita e severamente punita dalle leggi islamiche, nessuna legge protegge i bambini. Ci sono abbastanza bambini abbandonati a se stessi, in questi Paesi, per fare le spese degli impellenti bisogni sessuali degli uomini.

“Giù i veli!” è un libretto smilzo ma ricco: ricco di informazioni, ricco di riflessioni, ricco di esperienza dall’altra parte: da dietro il velo; scritto in una prosa asciutta, a tratti anche aspra, perché aspra è la realtà di cui si occupa. Ed è anche un duro e severissimo atto d’accusa nei confronti di certi intellettuali occidentali che insistono, firmano, presentano petizioni, che parlano del velo sotto il quale non hanno mai vissuto, che non smetteranno mai di lastricare di buone intenzioni l’inferno degli altri, pronti a tutto per avere il loro nome in fondo a un articolo di giornale.
E adesso che ve l’ho detto, andate a comprarlo e sbrigatevi a leggerlo.

Chahdortt Djavann, Giù i veli!, Lindau



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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