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Diario


4 novembre 2011

ARRESTATO IN TURCHIA RAGIP ZARAKOLU, ATTIVISTA PER I DIRITTI UMANI

COMUNICATO STAMPA

ARRESTATO IN TURCHIA RAGIP ZARAKOLU, ATTIVISTA

PER I DIRITTI UMANI

Gariwo chiede il rilascio immediato dell’intellettuale protagonista del dialogo turco-armeno

 

 

Milano, 4 Novembre 2011 - Gariwo, la foresta dei Giusti, chiede l'immediato rilascio dell'intellettuale turco Ragip Zarakolu, arrestato in Turchia assieme a suo figlio Deniz con l'accusa pretestuosa di essere un terrorista del PKK. Con sua moglie Ayse Nur in questi anni è stato uno dei grandi  protagonisti del dialogo turco-armeno ed una delle prime voci in Turchia che ha cercato di aprire una discussione nella società sulle dinamiche del genocidio che ancora oggi viene negato dai dirigenti del paese.

La sua figura rappresenta un esempio morale per quanti si battono contro il negazionismo e operano per il dialogo e la riconciliazione. Il suo arresto è il segno tangibile del fatto che ancora oggi la dirigenza turca voglia colpire tutti quegli intellettuali che si battono per il riconoscimento del genocidio armeno.

Proprio per questo motivo Gariwo si rivolge al governo italiano e a tutte le forze politiche affinché questo arresto non passi sotto silenzio e siano attuati tutti i passi diplomatici per ottenere la sua liberazione dal governo turco.

Gariwo ricorda di avere invitato quest'estate Ragip Zarakolu al Festival dei Diritti di Genova e di avere proposto sua moglie, recentemente scomparsa, come candidata per l’anno 2012 a un riconoscimento morale nel giardino dei Giusti di Milano. 

Gariwo, la foresta dei Giusti (www.gariwo.net) è un’associazione nata a Milano nel 2000 su iniziativa di Gabriele Nissim, ebreo, e Pietro Kuciukian, armeno, con l’intento di ricordare le figure esemplari di resistenza morale ai regimi totalitari nella storia del Novecento, anche attraverso l’istituzione di luoghi della memoria in diverse parti del mondo. Al Monte Stella di Milano nel 2003 è nato il Giardino dei Giusti di tutto il mondo per ricordare quanti si sono opposti ai genocidi e ai crimini contro l’umanità. Gariwo organizza dibattiti, seminari, eventi culturali e convegni con la partecipazione di studiosi di fama internazionale.
 

Valentina De Fazio


Segreteria Comitato Foresta dei Giusti

_____________________________

Comitato Foresta dei Giusti - Gariwo Onlus

via G. Boccaccio, 47

20123 Milano

Tel  (+39) 02 36707648

Fax: (+39) 02 36513811

http://www.gariwo.net  

 






Leggete e diffondete.

barbara


1 febbraio 2011

IRAN IERI E OGGI

Frequentazioni
 

Donne in armi
  

Dare una mano
 

Educazione dell'infanzia
 

Regalità femminile
  


All'università


                                                                    

Posizione della donna




Al mare




Cosa succede se si ascolta musica e si balla?



(qui)

Dategli tempo, dicono le anime belle. Dategli il tempo di evolversi, dopotutto sono indietro di mezzo millennio, che questa poi qualcuno dovrà spiegarcela, prima o poi: cosa diavolo vuol dire sono indietro di mezzo millennio? Siccome Maometto è nato mezzo millennio dopo Gesù Cristo i suoi seguaci hanno il diritto di fare qualunque porcata? Se io oggi fondo una religione nuova posso ripartire dai sacrifici umani e voi portate pazienza per duemila anni perché dopotutto poverina sono indietro di due millenni? E, a parte questo, a qualcuno risulta che ci siano stati tempi in cui un cristiano esemplare ritenesse lecito trombarsi una bambina di quattro anni, e il padre della bambina fosse lieto di lasciargliela trombare? Ma torniamo al punto di partenza: evolversi. Basta lasciargli tempo e si evolveranno. Bene, l’Iran abbiamo visto come si è evoluto. E il resto del mondo islamico? Le mie studentesse in Somalia portavano abiti coloratissimi, tutte col viso scoperto, parecchie anche i capelli, molte anche il collo e qualcuna anche qualche centimetro in più. Braccia scoperte, almeno fino al gomito, erano la norma, le caviglie si vedevano quasi sempre, talvolta anche i polpacci. Oggi, nelle foto provenienti dalla Somalia, non vediamo altro che distese di niqab neri, e non di rado l’unica parte che ne rimane scoperta, gli occhi, è sbarrata da occhiali neri. Ci mostravano orgogliosi, a metà anni Ottanta la moschea nuova: la più grande di tutta l’Africa, ci tenevano a precisare. Fatta coi soldi dell’Arabia Saudita. E noi stupivamo: c’è gente che muore per un’infezione che si potrebbe curare con cento lire di antibiotico, ci sono sempre nuovi poliomielitici perché non ci sono vaccini, all’ospedale non si riceve da mangiare, i ragazzi escono dalle elementari e a volte anche dalle medie totalmente analfabeti perché gli insegnanti guadagnano talmente poco che per dar da mangiare ai figli devono andare a lavorare da qualche altra parte e a scuola neanche conoscono la loro faccia, e questi spendono milioni di dollari per il ghiribizzo di fare la moschea più grande di tutta l’Africa?! Stupivamo, noi, perché c’erano molte cose che non sapevamo. Adesso le sappiamo, ed è tutto chiaro, anche se tanti, anche se troppi continuano a fingere di non vederle, come i bambini che si mettono le mani davanti agli occhi e strillano felici: “Non mi vedi più!” Si mettono le mani davanti agli occhi e si illudono che lo tsunami che sta travolgendo il mondo intero gli girerà intorno senza sfiorarli. Di più: accusano chi tenta di lanciare l’allarme di inventarsi, per puro razzismo, pericoli inesistenti. Pazienza, lotteremo da soli, senza il loro aiuto.
Della Somalia ho raccontato, dell’Iran vi ho mostrato qualche immagine, la Turchia sappiamo. L’Egitto, state tranquilli, vedrete presto anche lui su questi schermi, se non succede un miracolo. Nel frattempo potete comunque ammirare lo splendido percorso evolutivo compiuto negli ultimi decenni. E adesso mettiamoci pure tranquilli e aspettiamo: dobbiamo solo dargli tempo, come dicono le anime belle.

barbara


23 giugno 2010

RISPOSTA A UN AMICO

Avevo momentaneamente messo da parte questa lettera, scritta come si vede cinque mesi fa, nella ricorrenza della giornata della memoria. L’avevo messa da parte come si mette da parte il capo di vestiario buono in attesa dell’occasione adatta. Adesso l’occasione è arrivata, e la pubblico.

28/01/2010
Caro Alessandro,
leggo con piacere le tue parole, da cui traspare un sincero amore per il popolo ebraico.
In questo tuo augurio colgo un invito a una discussione sul Giorno della Memoria sull’attualità del conflitto arabo-israeliano.
In particolare parli di “rassegnazione da parte israeliana sia di destra sia di sinistra a gestire da soli la situazione”; questa percezione del conflitto “solo a breve termine” ti sembra “poco saggia, soprattutto in relazione all’Iran e al suo programma nucleare; infine affermi che la diffidenza israeliana verso Obama non ti pare saggia, in quanto è secondo te l’unica figura credibile intorno alla quale possa aggregarsi un consenso.
Vorrei cercare di risponderti e, per farlo proficuamente, devo essere sincero, per cui ti prego di voler considerare (non necessariamente condividere) i miei ragionamenti e miei sentimenti anche se potranno non piacerti.
1. Giorno della Memoria. Purtroppo da quasi 10 anni non mi interessa più. Mi limito solo a una veloce recensione dei fatti di cronaca che ritengo più significativi. Da Durban I, 2001, spaventosa macroscopica dimostrazione di antisemitismo neanche troppo cammuffato da antisionismo, nella praticamente totale indifferenza planetaria, poco dopo subissata dalla retorica della memoria della Shoàh, NON MI INTERESSA PIU'! Da allora ho la pretesa che, prima di commemorare, parlare, ricordare, ecc. la Shoàh, se si è in buona fede, il mio interlocutore mi dimostri che è d'accordo su alcuni principi basilari universali, quali l'eguaglianza degli esseri umani, la parità di diritti/doveri, il riconoscimento alla libertà, autonomia, indipendenza di tutti i popoli, e simili. Nella fattispecie: il diritto del Popolo di Israele al suo Stato libero, democratico e nazionale NELLA TERRA D'ISRAELE (sui cui confini si può discutere).
Rilevo che in piena commemorazione pressocché mondiale delle vittime dell'Olocausto il mondo ha accolto senza praticamente commentare (cioè, per me, in colpevole silenzio) le allucinanti dichiarazioni di Khamenei, a rincaro della dose quotidiana delle minacce di distruzione nucleare di Israele da parte di quel farneticante Ahmadinejad, presidente di uno stato riconosciuto, che siede indisturbato alle Nazioni (dis)Unite, anzi ha presieduto e siede (assieme a altri regimi sanguinari) nella (cosiddetta) Commissione ONU dei diritti umani (clic e clic).



Roba che dovrebbe far voltare lo stomaco al genere umano. Ma così non è. Questo film l'abbiamo già visto nel 38. E s'è visto come è andata a finire, no?
Penso capirai che per me, come per una grandissima parte di ebrei, non c’è bisogno di Giornata di Memoria: noi ricordiamo tutti i giorni i fratelli caduti, massacrati, torturati, annientati, dai tempi del Faraone e in particolare vediamo un collegamento tra la rivolta del ghetto di Varsavia e i caduti in difesa dello Stato di Israele.
2. Conflitto. Il cosiddetto conflitto arabo-israeliano, come tu sai bene, non comincia nel '67, secondo la vulgata oggi detta palestinese, largamente diffusa acriticamente dai buonisti di gran parte del mondo, soprattutto occidentale. Solo persone ignoranti (nel senso "buono", che non sanno) o in malafede possono continuare a credere che questo sia un conflitto territoriale. Se fosse un conflitto territoriale, non credi che dopo quasi un secolo e infinite guerre (peraltro tutte di invasione e/o minaccia di distruzione totale da parte araba, di difesa da parte ebraica prima, israeliana poi; senza parlare di pogrom e terrorismi vari) a quest'ora avrebbe potuto trovare infinite soluzioni, come si è verificato in mezzo secolo per decine di altri casi analoghi al mondo con decine di milioni di profughi, trasferimenti di popolazioni e ridefinizioni di confini?
A proposito di profughi: perché noi contribuenti dobbiamo pagare DUE AGENZIE PROFUGHI dell’ONU, una (assai più modesta), che si occupa di tutti i profughi del mondo; l’altra (assai meglio dotata) ESCLUSIVAMENTE dei palestinesi? E non per qualche anno, ma da 62 anni sine die in saecula saeculorum. Forse che il loro sangue è più rosso di quello degli altri? Non sarà un modo per protrarre all’infinito questa specie di bomba umana, che così pende come minaccia perenne su tutti i tentativi del cosiddetto dialogo? N.B. Nel frattempo i palestinesi sono aumentati da circa 650.000 profughi a circa 4 milioni e mezzo (fonte loro); di vivi, non di morti... Mica male, per chi parla di genocidio palestinese!
Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, soprattutto dopo IL PRIMO attentato alle Torri Gemelle, Al Qaeda, l'11 settembre e ancor più alla luce del fondamentalismo islamico crescente, soprattutto in Europa, ha radici che risalgono ormai a quasi un secolo fa e è un conflitto IDEOLOGICO. Quindi non disposto a compromessi. Col quale dunque non esiste possibilità di trattare. Peggio che trattare con Hitler, come fecero non solo a Monaco, ma anche Stalin-Molotov ecc. ecc. ecc. Personalmente sono arrivato alla conclusione lockiana per cui si deve essere tolleranti con tutti, tranne che con gli intolleranti. Le democrazie che oggi pensano di potersela cavare a buon mercato (ivi inclusa buona parte della Chiesa Cattolica) "trattando" con i fondamentalisti (vedi UCOII) neanche tanto mascherati da moderati verranno travolte e fagocitate, come già fece storicamente l'Islam durante quasi tutta la sua storia. Non è necessaro leggere e studiare (sebbene sia importantissimo) la storia, le religioni ecc., per capire ciò: basta sentire i loro discorsi; loro lo dicono chiaro e tondo.
3. Obama. Secondo il mio modesto, ininfluente parere, Obama: 1. da come parla e da come agisce, dimostra di non sapere (o, peggio fa finta di non sapere, vedi sopra) niente della storia del conflitto; 2. è chiaramente mal consigliato da uno staff di liberal buonisti political correct (a cominciare da Rahm Immanuel, israeliano o ex israeliano di sinistra), i quali (poveretti!) sono rimasti alle categorie precedenti la trasformazione del conflitto (che ormai non è più da tempo locale, ma mondiale) da politico a ideologico, nella fattispecie di una ideologia di cui dimostrano di conoscere nulla; infatti mostrano di credere che basti cambiare approccio, linguaggio (la mano tesa), per indurre il fanatico al dialogo. Ma così non è. Dopo un anno di bei discorsi al mondo, in particolare arabo-islamico, non ha ottenuto altro che sberleffi (politici-diplomatici), come è sotto gli occhi di tutti. Tralascio la buffonata del premio (ig)Nobel per la Pace (sic!) a uno che non ha ancora cominciato a fare niente, tranne appunto solenni dichiarazioni senza effetto; anzi, vorrei ricordare, a uno che continua a mandare truppe dove aveva promesso di ritirarle; anzi, dirò di più, a uno che in quella sede pronuncia il principio che ci sono guerre giuste (a mio parere, una delle poche dichiarazioni giuste che ho sentito). Tralascio che la sua popolarità a un anno dal suo incarico ha raggiunto i livelli minimi della storia americana (vabbe’, c’è la crisi; ma forse anche la politica estera non è stata un granché).
No, caro Alessandro, Obama ha perso la sua credibilità nel momento in cui:
1. in tutti i suoi grandi discorsi all’umanità si è dimenticato di parlare degli ebrei (loro non hanno contribuito alla civiltà?);
2. ha preteso e cercato perfino di imporre le concessioni preliminari solo a una parte, gli israeliani, perdendo quindi la dimensione di arbitro super partes; non solo, così facendo ha indotto l’altra parte a rendere più cara la sua posizione; infatti, come si vede, ha allontanato ancor più il ritorno alla trattativa; a me sembra un fallimento; a te no? Potrei aggiungere la grave gaffe di quel poveraccio di Mitchell (in quanto, poveretto! crede che si possa trattare questo conflitto come quello anglo-irlandese), che è arrivato a ventilare l’ipotesi di sospendere i cosiddetti aiuti americani a Israele: bel modo di presentarsi come negoziatore, non c’è che dire!
Non mi sembra accettabile, almeno in linea di principio, il tuo invito a cogliere l’occasione Obama da parte degli israeliani; gli israeliani sono profondamente delusi, sentono l’allontanamento di questa Amminstrazione e io penso che non siano imbecilli. Obama è stato eletto dal suo popolo, non dagli israeliani; quindi, se gli americani sono contenti, lo rieleggeranno. Gli israeliani eleggono i loro governi e questo governo Netaniahu, che mostra coraggio e impegno, sa (quasi) tener testa a Obama, affronta la crisi con successo ecc., gode di ampio consenso. Questi sono i fatti.
Ma, al limite: se domani Obama o chi per lui vorrà ribaltare l’alleanza con Israele, ebbene, cosa dovrebbero fare gli israeliani? Prostituirsi? Anche questo film (più in piccolo) l’abbiamo già visto, basti pensare a De Gaulle. Gli israeliani hanno sostanzialmente coscienza che alla fine della fiera devono essere sempre attrezzati a cavarsela da soli. Hai presente quando Israele era sotto il boicottaggio da parte del mondo arabo e fin dai primi anni ’50 nessuna multinazionale vendeva agli israeliani, niente farmaceutici, niente cocacola e blablabla. Oggi Israele ha una della più grandi multinazionali al mondo nei farmaci e altri fior d’aziende, tutte nate e sviluppate con iniziativa privata. Voglio dire: questo popolo ha deciso da tempo: non ci fidiamo di voi, perché in tutte le epoche ci avete mandato al macello. Macello per macello, abbiamo deciso di morire da uomini liberi per la nostra indipendenza. Non vediamo molte alternative.
Quando Begin fece bombardare O’Chiraq (!) in Iraq, rendendo un grande servizio non solo alla sua sicurezza, ma al mondo (giusto l’altro ieri gli iracheni hanno impiccato Alì il chimico), il mondo ebbe l’impudenza di coprire Israele di ogni genere di condanna: peggio, è di questi giorni la notizia che il governo (!?) iracheno sta intentando causa per danni a Israele, in quanto qualcuno, quasi 30 anni dopo, si è ricordato che nella condanna delle NU è menzionato il dovere di risarcimento da parte di Israele. Mi fa ricordare il lupo e l’agnello; siamo nelle mani di una giustizia da Alice nel Paese delle Meraviglie.
Avrei molte altre cose da dire, ma già mi sembra di avere forse un po’ esagerato.
Sento tuttavia di non poter finire senza aver chiarito (altro invito che colgo implicito nelle tue parole) che non dialogo con chi denigra, calunnia, demonizza: mi riferisco ai toni e ai falsi argomenti che inondano la polemica sul conflitto e oscurano l'essenza e i veri problemi da affrontare, tipo: "gli israeliani fanno ai palestinesi quello che fecero i nazisti agli ebrei"; "il Davide palestinese che tira le pietre contro il Golia israeliano"; "il genocidio dei palestinesi a Gaza", ecc. Siamo arrivati al punto che l'ONU affida a quel povero mentecatto o peggio in malafede di Goldstone (un giudice sulla cui serenità di giudizio ci sarebbe da avere paura per chi avesse la disavventura di essere giudicato da uno che valuta dichiaratamente in maniera parziale i documenti e le testimonianze, un giudice che accetta di presiedere una commissione in cui siede un'altra "giudice" spontaneamente dichiaratasi di parte) un'indagine sui presunti crimini di guerra commessi da Israele durante l'operazione "Piombo fuso", quasi sottacendo gli accertati crimini di guerra di Hamas e altri (che si nascondono in abiti civili, si fanno scudo di civili e hanno sparato circa 8.000 razzi in Israele per circa 8 anni, senza parlare del traffico di armi, droga e altro). Per non parlare del solito mantra dell'uso non proporzionale ecc. ecc. ecc. Invece noi italiani, europei, NATO, americani ecc. in Kossovo siamo stati bravi e buoni, no? o non abbiamo bombardato indiscrinatamente, causando stragi di civili? E anche adesso in Afganistan e dintorni, coi droni e mica droni, noi siamo civili e proporzionati, vero? noi abbiamo cura di non ammazzare mai i civili, vero? Epperò, se càpita (e capita di regola), pazienza, è il prezzo che si paga nella guerra asimmetrica contro il terrorismo. Quindi per tutti gli altri niente commissioni, niente criminalizzazioni. Solo per gli israeliani. Tutti i leaders, i politici e i militari dei Paesi summenzionati possono naturalmente girare liberamente per il mondo. Solo i leadrs, i politici, i vertici militari e persino i subordinati non sono liberi di girare per il mondo (inteso come mondo "illuminato", democratico, "civile"), perché, come è già successo in Spagna, oggi in Inghilterra e altri paesi, lì sì che c'è giustizia e quindi giustamente basta che qualunque cittadino o organizzazione di (sedicenti) diritti umani (meglio se ONG, che risponde solo a se stessa) faccia denuncia per crimini contro l'umanità, che subito giudici solerti spiccano ordini di cattura. Infatti, come tutti sanno, in Israele, che è uno sporco regime razzista, non c'è giustizia, né tribunali indipendenti, né libere elezioni, né separazione dei poteri. VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA!
Per essere ancora più chiaro: ritengo antisemita e/o antigiudeo chi nega il diritto all'esistenza non solo degli ebrei, ma anche del loro stato. L'antisionismo non è che un'altra forma di antisemitismo, soprattutto oggi, che dichiararsi antisemiti non sembra più tanto decente, in quanto l’antisionista nega agli ebrei il diritto alla loro libertà, autonomia, indipendenza nello Stato democratico d'Israele in Terra d'Israele.
Spero che tu non me ne voglia, se il mio tono è stato un po' appassionato, ma ho cercato di essere sincero.
Un cordiale saluto
Matteo di Giovanni

Cinque mesi sono passati dalla stesura di questa lettera, e sono serviti a dimostrare quanto fosse esatto tutto ciò che vi è scritto, in particolare quanto sia giusta e fondata la diffidenza nei confronti di Obama, quanto devastante la sua politica, quanto palese la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti di Israele. A noi, uomini e donne di buona volontà, non resta che rimbocarci le maniche e raddoppiare il nostro impegno.

barbara


19 maggio 2010

VIVA VIVA L’AMERICA DI OBAMA!

L'Iran è nella Commissione Diritti delle donne grazie all'assenteismo degli Usa

di Piera Prister

L’Iran ha ottenuto nella “Commission on Status of Women” dell’ONU un seggio da cui pontificare in fatto di diritti e pari opportunità delle donne e ciò è avvenuto senza l’opposizione degli Stati Uniti e con il loro silenzioso beneplacito, visto che Susan Rice, l’ambasciatrice USA all’ONU non era presente in aula mentre la maggioranza dei suoi membri, per acclamazione ha detto sì all’ingresso dell’Iran. Una maggioranza che vorrebbe vedere sempre più le donne dietro il burqa, soggiogate, sottomesse e ammazzate sull’altare della Shariah Law che avanza in Occidente con i suoi insidiosi tentacoli per l’insipienza e l’omertà delle democrazie.
L’Italia civile e progredita s’è dichiarata contro, grazie al suo governo in carica che rappresenta in alta percentuale gli Italiani nel cui immaginario culturale collettivo le donne, con tutte le loro battaglie storiche -anche in difesa delle donne afgane- da Emma Bonino ad Adelaide Aglietta e ad Adele Faccio sono degne di tutto rispetto.
E così Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU non era presente in aula e quindi non ha opposto il suo veto, come avrebbe dovuto fare per chiarezza morale. Così le donne sono state doppiamente gabbate per l’assenteismo USA e per l’ammissione dell’Iran nella Commissione sui Diritti delle Donne.
È notorio che con Obama non si scherza e che ogni giorno che passa si scopre qualche altra sgradita sorpresa sulla sua amministrazione. Susan Rice nominata da Obama US Ambassador to the UN- che per il suo ruolo e in nome della bipartisanship avrebbe dovuto difendere i diritti delle donne, non era in aula al momento del voto quando si doveva votare SÌ o NO all’Iran che senza fanfara è entrato scandalosamente a far parte della commissione in questione e in altre due commissioni. L’Iran è ”UN REGIME FEMMINICIDA” -il termine inglese “femicide” è usato dal 1801 ed è incluso nel “Wharton’s Law Lexicon”- è un regime di terrore che agita lo spauracchio di donne assassinate, o lapidate, o penzolanti dalla forca avvolte nel sinistro burqa o bersaglio dei cecchini come Neda in strada che muore in un mare di sangue.
Il canagliume che siede all’ONU ha ora, ancora più, i crismi della legalità per commettere impunemente ancora altre illegalità senza che nessuno gli sbarri il passo! Nemmeno gli Stati Uniti.
Già, dove era Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU? Dove era quando nella sede dell’ONU, “United Nations Commission On Women’s Status” i membri hanno acclamato l’ingresso dell’Iran nella commissione, l’Iran che fa quotidianamente scempio dei diritti umani e si accanisce contro le donne? L’ambasciatrice statunitese non era presente né in sala, né lo era nell’edificio, era latitante, come si dava per scontato, ormai. Un blogger ironicamente ha detto che forse stava incipriandosi il naso, ma non ci sono scuse che reggano. Come spiegare la sua defezione in un giorno così importante quando invece avrebbe dovuto votare contro e opporre il suo veto? Nessuna opposizione ai crimini del regime iraniano, neppure dagli Stati Uniti, dove le donne ne hanno fatta di strada per raggiungere lo status di cui godono e dove dovrebbero difendere quelle meno fortunate! Che altro ci si potrebbe aspettare da Obama che nomina come suo consigliere, una donna in tonaca e hijab, come Dalia Mogahed?
Infatti per l’amministrazione Obama, l’Iran non è più un paese canaglia e non è più quindi lo sponsor internazionale del terrore, un regime sanguinario, antisemita e misogino che reprime nel sangue la protesta, lapida impicca, tortura e viola le donne nelle carceri. E dove vige, per legge, la poligamia. È un paese invece non solo con cui dialogare ma anche al quale assicurare una membership nella Commissione sui diritti delle donne!? E così l’Iran ha ottenuto dall’ONU non solo l’impunità dei suoi crimini ma anche l’incoraggiamento a proseguire, con la Susan Rice che se la batte in ritirata e che per giunta è anche pagata con i nostri soldi. Forse se la spassava nei salotti televisivi di Oprah Winfrey, la regina dei talk-show televisivi, la donna più ricca ed influente d’America e sua grande amica, e soprattutto grande promotrice mediatica della candidatura di Obama.
L’anno scorso, abbiamo visto Susan Rice, fresca di carica, su C-Span -in diretta TV presente al summit di Davos del 2009, sui fatti di Gaza, con Israele sul banco degli imputati, insomma quando si discuteva di cose molte serie con il primo ministro turco Erdogan che attaccava duramente il presidente israeliano Shimon Peres. Lei invece tutta leggera ed incline al pettegolezzo, eludendo l’argomento generale, parlò della sua amicizia con Oprah Winfrey.

Quello che ci si chiede è: perché per trovare una parola su questi fatti SCANDALOSI bisogna andare sui siti specializzati come Informazione Corretta dove, oltre al pezzo di Piera Priester, troviamo anche quello di Ugo Volli? Perché i giornali non traboccano di indignazione e di anatemi come fanno regolarmente per fatti di ben più modesta portata? Perché? E, senza allontanarci troppo dal tema, perché ci sono personaggi di altissimo livello che addirittura si rifiutano di pronunciare le parole “islam radicale”? Davvero qualcuno è tanto sprovveduto da illudersi che nutrendo il coccodrillo se ne otterrà alla fine la benevolenza? Ma non si illuda, questo qualcuno, che offrendogli in pasto tutti noi su un piatto d’argento, come i fanciulli e le fanciulle al Minotauro, alla fine giungerà ad essere sazio: alla fine arriverà anche il vostro turno: quattordici secoli di storia dovrebbero avervelo insegnato.

  

  

                                               

barbara


1 febbraio 2010

LA DONNA NON È GENTE

Riflessioni di Caren A. sulla situazione dalla donna nel mondo.

«La donna non è gente» o «Una donna e altri animali», sono proverbi contadini che crudelmente significano: la donna non è genere umano. Cioè non è nessuno. Questo è quanto pensavano gli uomini non tanto tempo fa anche da noi. Ci sono voluti tanti anni di femminismo e di lotta per riuscire a far capire loro che la donna è una persona da rispettare ed avente gli stessi loro diritti. Oggi da noi come in tanti altri paesi occidentali noi donne siamo tutelate anche per legge anche se non sempre però la legge viene rispettata (ad. es. la lavoratrice donna in molti settori percepisce uno stipendio inferiore al lavoratore maschio pur svolgendo le stesse mansioni) e bisogna sempre continuare a lottare. Tra le tante vite femminili anonime, emarginate, non riconosciute, i due testi letti da noi durante la lezione d'italiano, cercano di farci capire, come è dura e difficile anche al giorno d'oggi ancora la vita di milioni di donne, soprattutto nei Paesi di religione islamica. Nell'Islam la donna è sottomessa all'uomo ed è maltrattata sia fisicamente (anche solo perché cadendo malamente le si scopre una caviglia) che psicologicamente, (le viene tolta ogni possibile libertà) perché nell'Islam il padrone è l'uomo. Così sta scritto nel Corano, si giustificano. Non riesco a capire come una religione possa fare tanto male a degli esseri umani. Quando le donne sono costrette ancora bambine a sposare l'uomo scelto dai parenti, devono recitare dei versetti coranici con i quali si impegnano ad ubbidire al marito, come stabilito da Allah, il loro Dio. Non possono indossare pantaloni, gonne corte, camicette scollate. Non possono parlare con altri uomini, se non in casi urgenti e sempre in presenza di un uomo di famiglia e anche in questo caso devono parlare a voce bassa. La pelle deve essere coperta, non può essere mostrato niente più degli occhi. Devono mettersi il burka, una enorme tovaglia che le soffoca e impedisce loro di respirare. Alcuni burka hanno davanti agli occhi una rete. Le scarpe non devono emettere il minimo rumore e spesso non possono uscire da casa se non scortate da un parente maschio. Le ragazze sono sottoposte all'infibulazione. La donna non deve studiare (una persona non istruita è più facile da tenere a bada di una istruita) e non può lavorare. È obbligata a studiare il corano e a svegliarsi per la preghiera. Deve accettare di vivere accanto ad altre mogli del marito, (una cosa assurda). Queste e altre malvagità devono sopportare le donne. A me, che vivo in Occidente, sembra impossibile che queste cose possano accadere ancora al giorno d'oggi. Tutti dovremmo cercare di fare il possibile per aiutare queste donne e bambine a migliorare la loro situazione ma so che non è facile. Anche se vivono da noi in paese sviluppati invece di adottare le nostre leggi continuano come se fossero nei paesi dai quali provengono. Secondo me, volendo si potrebbe fare molto di più di quello che viene fatto. Bisogna dire però che ci sono anche alcuni uomini di religione islamica che forse grazie agli studi fatti in Occidente hanno capito che l'Islam è una religione assurda (o ancora più assurda di molte altre) e si sono anche convertiti a un'altra religione, (ad es. Magdi Allam) Consiglio anche a tutte le donne d'Italia e di tanti altri Paesi di riflettere molto bene e a lungo prima di sposare un uomo di religione islamica o comunque di stare attente a quello che dicono e firmano. Anche se prima di sposarsi vengono fatte loro tante promesse che come abbiamo visto nel testo letto (ma ci sono molte altre storie simili!) poi non vengono mantenute e poi si ritrovano con dei figli, che rischiano a volte anche di non rivedere mai più, perché affidati ai padri e le povere bambine a volte vengono sposate anche a due anni. Spero che non debba passare molto tempo prima che le cose cambino anche se non ci credo molto.

Ogni tanto capita che mi dico: sì, ho scelto il mestiere giusto. Quando ho corretto (si fa per dire: il testo che state leggendo è esattamente come è stato scritto, non ho corretto neanche una virgola) questo compito, è stata una di quelle volte.

barbara


3 settembre 2009

GHEDDAFI E IL TERRORISMO

L'8 gennaio 1985 il Dipartimento di Stato americano pubblica un Libro Bianco sull'opera di eversione e destabilizzazione della Libia. Si legge nel documento:

Gheddafi ha utilizzato il terrorismo come uno dei principali strumenti della sua politica estera, ed appoggia i gruppi estremisti che fanno uso di tattiche terroristiche. Tripoli gestisce numerosi campi di addestramento, do­ve gruppi dissidenti stranieri imparano a maneggiare esplosivi, ad effettua­re dirottamenti ed assassinii, e ad usare le tecniche dei commando e della guerriglia. La Libia, inoltre, usa illegalmente i privilegi diplomatici, di cui si serve per accumulare armi ed esplosivi nelle sue sedi diplomatiche […]. Gheddafi ha nel mirino anche i governi arabi moderati, colpevoli, ai suoi occhi, di non voler proseguire la lotta militare contro Israele e di intratte­nere rapporti con i paesi occidentali. Esistono prove che la Libia ha soste­nuto piani per assassinare leader arabi come il presidente egiziano Mubarak e l'ex presidente sudanese Nimeiry [...]. Gheddafi nutre una particolare sim­patia per il gruppo di Abu Nidal, a causa dell'alto numero di successi da lui riportati nelle azioni terroristiche. La Libia ha poi dato asilo al famigera­to terrorista Carlos, che ha diretto una rete di terroristi mercenari. Il suo gruppo è responsabile di numerose azioni, fra cui la cattura dei ministri dell'OPEC tenuti in ostaggio a Vienna nel 1975. La ferma volontà di Ghed­dafi di colpire gli interessi degli Stati Uniti e di diffondere la sua filosofia ri­voluzionaria è alla base dell'ingerenza libica nell'America Latina. Tripoli considera il Nicaragua alla stregua di una propria base nell'America Cen­trale e, di conseguenza, tenta di rafforzare il regime sandinista di Managua.

In altri rapporti, pubblici o riservati, Gheddafi viene inoltre ac­cusato di sovvenzionare o di armare, in Spagna, l'ETA basca; in Ger­mania, la banda Baader-Meinhof; in Italia, i terroristi di Ordine Nuo­vo, di Prima Linea, delle Brigate Rosse e alcuni gruppi sardi e si­ciliani con velleità secessionistiche; in Francia, il movimento che si batte per l'indipendenza della Corsica. Il regime libico è inoltre con­dannato per essersi servito, fra il 1976 e il 1979, di ex agenti della ClA, come Edwin P. Wilson e Francis E. Terpil, per procurarsi armi e strumenti sofisticati e per addestrare i terroristi arabi. Nel marzo del 1985 la ClA elabora un rapporto di ventitré pagine, che dovreb­be restare segreto e che si intitola: Gheddafi e la Libia: una sfida agli Stati Uniti e agli interessi occidentali. Nel rapporto si sostiene che la Libia fornisce «denaro, armi, base operativa, assistenza di viaggio e addestramento a circa trenta gruppi eversivi, dislocati in Guatemala, El Salvador, Colombia, Cile, Repubblica Domenicana, Spagna, Tur­chia, Iraq, Libano, Pakistan, Bangladesh, Thailandia, Filippine, Niger, Ciad, Sudan, Namibia e altre otto nazioni africane. Interferenze di Gheddafi, sotto forma di aiuto finanziario all'opposizione o a esponenti di sinistra, sono rilevate in Austria, Gran Bretagna, Saint Lucia, Costarica, Dominica, Antigua e Australia».
Altre accuse al regime di Tripoli vengono mosse dagli oppositori di Gheddafi, che si sono rifugiati in vari paesi, fra i quali l'Egitto, il Marocco, la Gran Bretagna, l'Italia e gli Stati Uniti. Essi denunciano un tentativo di sequestro ai danni di Abdel Monein al-Huni, il 6 mar­zo 1976, e il tentativo di assassinare l'ex primo ministro di re Idris, Abdel Hamid al Baccusc, e l'ex membro del CCR, Mohamed al-Mugarieff, l'11 marzo 1985, alle porte di Alessandria d'Egitto. Anche la misteriosa scomparsa dell’iman Moussa Sadr finisce sul conto di Gheddafi. Secondo ricostruzioni abbastanza attendibili, egli sarebbe stato ucciso a Tripoli per errore, nell'agosto del 1978. In seguito, per cancellare le tracce del delitto, si sarebbe inscenata una finta partenza dell’iman per Roma, con il volo 881 dell'Alitalia. Ma a Roma Mous­sa Sadr non è mai giunto. (Da Gheddafi di Angelo del Boca, pp. 102-103)



Magari qualcuna di queste cose sarà stata un po’ esagerata, qualcuno di questi dati un po’ gonfiato, qualche dettaglio intrufolato abusivamente. Ma se anche solo la metà fosse vera, o un quarto, o addirittura un decimo, credo che potrebbe essere sufficiente per rifiutarsi di stringere la mano a quest’uomo. E di fare affari con lui. E stipulare accordi. Soprattutto quando si tratti di accordi che riguardano vite umane. E, a proposito di vite umane, andate a guardarvi questo filmato, che non credo abbia avuto grandissima pubblicità, per lo meno in Italia.

barbara


12 agosto 2009

UNA LETTERA ALL’UMANITÀ

di Ali Sina

Caro concittadino del mondo,
Oggi l'umanità è minacciata. Impensabili atrocità avvengono ogni giorno. Una forza malvagia è al lavoro con lo scopo di distruggerci. Gli agenti di questo male non rispettano nulla, neanche la vita dei bambini. Ogni giorno ci sono attentati ed esplosioni, ogni giorno persone innocenti sono prese di mira ed assassinate. Sembrerebbe che non possiamo fare nulla per fermare tutto questo. Questo non è vero!
L'antico saggio Cinese Sun Tsu disse "conosci il tuo nemico e non sarai sconfitto." Noi conosciamo il nostro nemico? Se la risposta è no, la nostra sorte è segnata.
Il terrorismo non è un'ideologia, è uno strumento; ma i terroristi uccidono per un'ideologia. Sono loro a chiamare quest'ideologia "Islam".
Il mondo intero, sia Musulmani che non-Musulmani affermano che i terroristi hanno snaturato la "religione di pace" e che l'Islam non condona la violenza.
Chi ha ragione? Sono i terroristi che conoscono l'Islam meglio di noi, o coloro che li denunciano? La risposta a questa domanda è la chiave alla nostra vittoria, e fallire nel trovare questa risposta risulterà nella nostra sconfitta e la morte sarà su di noi. La chiave risiede nel Corano e nella storia dell'Islam.
Quelli fra noi che conoscono l'Islam, sanno che la visione dei terroristi dell'Islam è quella corretta. Non stanno facendo nulla che il loro profeta non abbia fatto e che non abbia incoraggiato i suoi seguaci a fare. Assassinio, stupro, omicidio, decapitazioni, massacri e profanazioni dei defunti "per deliziare i cuori dei credenti": tutto questo è stato praticato da Muhammad (Maometto), è stato da lui prescritto ed è stato seguito alla lettera dai Musulmani nel corso della storia.
Se la verità ha mai avuto un peso, ha un peso maggiore adesso! Questo è il momento in cui dobbiamo chiamare bianco il bianco e nero il nero. Questo è il momento in cui dobbiamo trovare la radice del problema e sradicarla. La radice del terrorismo Islamico è l'Islam. La prova di ciò è nel Corano.
Siamo un gruppo di ex-Musulmani che hanno scorto il vero volto del male e ci siamo sollevati per avvertire il mondo. Non importa quanto dolorosa possa essere la verità, solo la verità può renderci liberi. Perché tutto questo diniego? Perché così tanta ostinazione? Quante altre vite innocenti dovranno essere perdute prima che TU apra gli occhi? L'ombra di un disastro nucleare è su di noi. Tutto questo accadrà. Non è una questione di "se" ma di "quando". Ignaro di ciò, il mondo sta seppellendo la sua testa sempre più a fondo nella sabbia.
Noi incitiamo i Musulmani ad abbandonare l'Islam. Vogliamo farla finita con le scuse, le giustificazioni e le razionalizzazioni. Smettiamola di dividere l'umanità in "noi" contro "loro", Musulmani contro Infedeli. Noi siamo Un solo popolo, Una sola umanità! Muhammad non era un messaggero di Dio. È ora di finirla con questa follia e affrontare la verità. I terroristi traggono il loro supporto morale e la validità delle loro azioni da te. La tua mera aderenza al loro culto di morte è di per sé un cenno di approvazione per i loro crimini contro l'umanità.
Noi incitiamo i non-musulmani a smettere di essere politicamente corretti per non offendere la sensibilità dei Musulmani. Al diavolo la loro sensibilità! Salviamo le nostre vite piuttosto, e le vite di milioni di persone innocenti.
Milioni, se non miliardi di vite saranno perse se non facciamo niente. Non c'è molto tempo. "Tutto ciò che serve affinché il male trionfi è che le persone buone non facciano nulla." Fai qualcosa! Manda questo messaggio a tutti nella tua rubrica e chiedigli di fare lo stesso. Sconfiggi l'Islam e ferma il terrorismo. Questo è il tuo mondo, salvalo.

Il Movimento degli ex-Musulmani, faithfreedom (e anche qui)

Niente da aggiungere all’appassionato messaggio di questo ex musulmano, di quest’uomo che ha conosciuto l’islam per essere nato nel suo seno e se n’è ritratto inorridito. Quest’uomo che i musulmani ritraggono così



e che per la sua coraggiosa lotta in nome della verità rischia ogni giorno la vita. L’acquiescenza al male ha già fatto abbastanza danni: non aggiungiamoci la nostra.


barbara


11 agosto 2009

AUNG SAN SUU KYI

Condannata di nuovo. Non dirò che è una condanna assurda, perché assurdo è tutto ciò che è accaduto a questa donna fin dall’inizio, assurdo è tutto ciò che accade in Birmania. E assurdo è il silenzio che accompagna nell’intero pianeta ogni nefandezza commessa dal regime birmano.



barbara


28 giugno 2009

ORA TI SPIEGO COME FUNZIONA LA TEOCRAZIA



Vero che adesso è tutto molto più chiaro? E adesso leggiti questo bellissimo articolo che ho pescato (grazie ad Alessandra e a Esperimento) in questo fantastico blog. È un po’ lungo ma ne vale la pena, credimi.

Lila Ghobady
è una giornalista e scrittrice iraniana in esilio in Canada dal 2002. Ecco cosa scrive, tradotto per voi, sulle recenti elezioni e sul suo paese. Mi ha commosso e profondamente colpito.

Abbasso i dittatori! Viva la libertà in Iran!

"Perché non ho votato nelle ultime elezioni per il presidente del mio paese di nascita, l'Iran? Perché non importa chi è il presidente iraniano, mi avrebbero lapidato!
Come donna iraniana, ci vorrebbero grandi cambiamenti, per convincermi che un cambiamento di presidente significherebbe un miglioramento dei miei diritti fondamentali di essere umano in Iran. Sono stata tra i tanti iraniani che hanno deciso di non votare alle recenti [s]elezioni. Abbiamo boicottato le elezioni farsa nella mia patria e non siamo stati sorpresi dai risultati pubblicati dai media, sia in Iran che altrove. Questo regime fantoccio non ha mai considerato i desideri del popolo e ha sempre agito nell'interesse dei pochi che sono responsabili del carcere chiamato l'Iran. Inganni, menzogne e ipocrisia sono le specialità dei demagoghi religiosi che sostengono la farsa secondo la quale l'Iran sarebbe uno Stato democratico.
Ecco alcune semplici fatti che dimostrano che a prescindere da chi è presidente, vorrei lapidata a morte in Iran:

1. Come una donna a cui il marito ha rifiutato di divorzio, anche se sono fuggita dal paese e arrivata in Canada come rifugiata, verrò considerata la moglie di questo uomo finché sarò in vita. Non importa se vivo separata da lui da anni, se ho divorziato da lui nel mio nuovo paese e ho una relazione con un altro nuovo. Secondo le leggi e la Costituzione iraniana, che sono basate su una rigorosa interpretazione della legge islamica, sono considerata la moglie e sono a rischio di lapidazione per "adulterio", se mai tornassi in Iran. Di fatti, in quanto donna, non ho alcun diritto di divorziare da mio marito secondo le leggi del paese, mentre lui ha il privilegio di sposarsi altre tre volte senza divorziare da me. È così, non importa chi è il presidente iraniano; Ahamdinejad o Mousavi.
2. Come giornalista e regista, sono invitata dalla Repubblica islamica d'Iran a rispettare le linee rosse. Queste "linee rosse" includono credere e rispettare il Leader Supremo e le selvaggiamente ingiuste norme della legge islamica. Ci si aspetta che io non scriva o domandi la parità di diritti. Non sono autorizzata a fare i film che ho fatto sulla situazione della tratta di persone a fini sessuali e sulle altre piaghe sociali che dilagano in Iran, come ho fatto segretamente 12 anni fa. In realtà, non sono autorizzata a fare qualsiasi film senza il permesso e senza censura del Ministro della Cultura dell'Iran. Se facessi apertamente tutte queste cose in Iran, sparirei, sarei torturata, verrei violentata. Verrei uccisa, come hanno fatto con molte altre giornaliste, registe e attiviste. Tra le vittime anche Zahra Kazemi, la foto-giornalista iraniano-canadese, che è stato brutalmente torturata e uccisa per aver tentato di fotografare e denunciare le brutalità commesse dal regime iraniano.
3. Verrei considerata una infedele se fossi nata in una famiglia musulmana e successivamente mi fossi convertita ad un'altra religione o non avessi seguito rigorosamente la morale islamica. Il mio marchio come infedele si tradurrebbe nel mio assassinio in pubblico, probabilmente per lapidazione. Non importa chi è il presidente iraniano.
4. Verrei frustata in pubblico, violentata in carcere o addirittura uccisa a sassate se vendessi il mio corpo per portare cibo alla mia famiglia, come tante donne iraniane sono costrette a fare di nascosto, tra cui molte madri sole che non hanno accesso all'assistenza sociale in un ricco ma profondamente corrotto paese come l'Iran. Anche il semplice fatto di avere una relazione extra-coniugale o ancora peggio, partorire un figlio al di fuori del matrimonio è considerato un crimine contro l'umanità! Il prodotto di questa unione sarebbe considerato un bastardo e mi verrebbe portato via, riceverei 100 frustate immediatamente dopo il parto per il mio bambino. Non importa chi è il presidente iraniano.
5. Non importa chi è il presidente iraniano, mi sarebbe negata un'educazione universitaria, un posto nel governo e una voce in politica e sarebbe come se in fondo non esistessi, come se fossi un Baha'i. Verrei considerata una sciita a metà se fossi cristiana, ebrea, zoroastriana o anche sunnita da parte di tutti i livelli della società, non importa chi è il presidente iraniano.
6. Scomparirei e potrei essere ritrovata morta se scrivessi o sostenessi il mio impegno per i diritti fondamentali in quanto donna e intellettuale che non ha voce in capitolo nella politica (non c'era neanche una donna ministro nel cosiddetto "governo riformista" di Mohamad Khatami). Questo sarebbe stato il mio destino se avessi continuato a sostenere e sfidare le autorità per il fatto che, sebbene l'Iran sia uno dei paesi più ricchi del pianeta in quanto a risorse, il 70% del mio popolo vive in povertà a causa della corruzione dei leader e delle loro generose contribuzioni alla causa dei fanatici musulmani di Hezbollah in Libano, al governo comunista del Venezuela, attraverso le quali costruiscono alleanze in tutto il mondo. Un enorme numero di bambini vanno a dormire a stomaco vuoto. Bambine piccolissime sono costrette a vendere i loro corpi sulle strade di Teheran, Dubai e della Cina, anche solo per sopravvivere. Potrei essere imprigionata o fatta sparire non importa chi è il presidente iraniano.
7. Non importa chi è il presidente iraniano, non potrei essere un giudice o anche una testimone in tribunale, in quanto una donna. Questo perché secondo alle corti islamiche, due donne sono pari a un uomo. Non importa quanto sia istruita e consapevole, sarei comunque stata considerata la metà di un uomo che potrebbe avere un'istruzione palesemente inferiore alla mia, non importa chi è il presidente iraniano.
8. Non importa chi è il presidente iraniano, verrei fissata con sospetto se con coprissi la mia testa e il mio corpo in pubblico nel rispetto del codice islamico obbligatorio sull'abbigliamento. Se venissi trovata ad una festa di famiglia, ritrovo con gli amici, festa di nozze senza questo abbigliamento verrei punita. Molto di peggio accadrebbe se mi trovassero a bere. E non importa se io mi ritengo essere una non credente nell'Islam che semplicemente non vuole seguire le regole islamiche. Verrei punita duramente, legata, violentata, mentre sono in custodia e anche prima di andare sotto processo. Non importa chi è il presidente iraniano.
9. Non importa chi è il presidente iraniano, verrei uccisa se mi dichiarassi apertamente un'omosessuale. Mi verrebbero negati tutti i diritti di un essere umano dal momento che l'omosessualità è considerata uno peggiori peccati possibili sotto il regime islamico iraniano. Verrei considerata una criminale da uccidere perché “non ci sono omosessuali in Iran!” Questo è strano, perché alcuni dei miei migliori amici in Iran sono gay, ma rimangono chiusi nell'armadio per paura di essere uccisi. Non importa chi è il presidente iraniano.
10. Non importa chi è il presidente iraniano, gli attivisti iraniani che vivono in esilio, compresa la sottoscritta e molti altri che sono apertamente contrari al regime per le sue crudeli violazioni dei diritti umani, non sarebbero in grado di entrare nel paese. Verremmo catturati in aeroporto da parte delle forze di polizia del regime e verremmo costretti a firmare una lettera di scuse per le nostre azioni contro il regime. Se rifiutassimo verremmo incarcerati senza processo per aver chiesto la libertà per il nostro popolo. Mi verrebbero negati i miei diritti di base in quanto mi oppongo al regime e verrei chiamata "spia", incarcerata, torturata, violentata e giustiziata. Questo potrebbe accadere, indipendentemente da chi è il presidente iraniano.

Questo è l'Iran. Questo è ciò che significa vivere sotto Ayatollah Khamenei. Nessun cambiamento è possibile, finché l'Iran è controllato da despoti fondamentalisti che determinano le leggi del paese. Non vi è stata alcuna vera e propria elezione. I candidati sono tutti selezionati e autorizzati da un comitato centrale religioso. Si tratta di una brutta imitazione del processo elettorale a libera nomina che abbiamo nel mondo libero. Non vi è alcuna possibilità che una persona laica, pluralista, democratica e amante della libertà che ama il suo paese possa diventare un candidato alle presidenziali (o qualsiasi altro posto di potere) in Iran.
Dodici anni fa, siamo passati attraverso lo stesso processo. Mohamad Khatami, era diventato il preferito dai media occidentali, che lo avevano chiamato un “riformista",che parlava magnificamente di libertà di espressione, diritti civili e dialogo tra le culture. Ma quando è diventato presidente ci fu una repressione su una protesta studentesca - un giro di vite contro gli stessi studenti che avevano votato per lui. Molti sono stati uccisi, molti sono scomparsi, e molti sono stati torturati. Artisti, scrittori e intellettuali scomparirono e furono trovati “misteriosamente" assassinati. Il presidente Khatami, che parlava tanto bene, che gli occidentali amavano, non tentò mai di fermare la violenza e non dimostrò mai alcuna simpatia per i suoi sostenitori. Invece, ha apertamente dichiarato che la sua responsabilità era quella di rispettare la volontà del leader supremo, l'Ayatollah Khamenei, e di proteggere la sicurezza del regime islamico.
Ora, l'appassionata ed oppressa generazione di giovani iraniani stanno attraversando la stessa situazione. Stanno sostenendo l'amico di Khatami, Mousavi. È triste che la storia ripeta se stessa così velocemente nel mio amato paese. La gente dell'Iran era stanca della povertà, dell'ingiustizia, della corruzione e dell'imbarazzo internazionale nei confronti del cretino anti-semita, seminatore di guerra che è il Presidente Ahmadinejad. Hanno scelto di sostenere la scelta cattiva piuttosto che la scelta peggiore, Ahmadinejad. Comunque, quando una elezione in realtà è una selezione, la scelta è un illusione. Mousavi è parte del regime islamico; ne è inseparabile da esso e dai suoi abusi e crudeltà.
La verità è che l'Iran non ha una libera elezione democratica da più di 30 anni. Il signor Mousavi se anche dovesse venire eletto non porterebbe alcun cambiamento, non perché non ne avrebbe il potere (come dicevano i supporters di Khatami durante la sua presidenza) ma perché non crede in uno stato democratico come dimostrano i suoi trascorsi. Appartiene all'era di fanatismo dittatoriale dell'Ayatollah Khomeini e crede nello stesso sistema di governo comanda-e-controlla. Non dovremmo scordarci delle affermazioni di Khomeini in uno dei discorsi post rivoluzione sulla democrazia. Disse che “se tutto il popolo dell'Iran dice “sì" io direi di no se ritengo che la questione non sia giusta per la nazione islamica".
Non dimentichiamoci che Mousavi è stato Primo Ministro in Iran negli anni 80, quando più di 10mila prigionieri politici furono assassinati dopo processi vergogna di appena 3 minuti. È stato parte della dittatura iraniana degli ultimi 30 anni. Non lo fosse stato, non sarebbe mai stato scelto come candidato. Infatti in uno stato libero e democratico qualcuno come Mousavi avrebbe dovuto subire un processo prima di diventare candidato alle presidenziali, per i suoi crimini contro migliaia di prigionieri politici amanti della libertà che furono uccisi in Iran quando lui era Primo Ministro.
Un veloce sguardo alla biografia politica di Mousavi rivela che è stato un supporter fanatico di Khomeini e un fanatico di prima linea come Ahmadinejad e altri. Il suo mandato di primo ministro fu uno dei periodi più oscuri della storia del regime islamico iraniano, in termini di censura e di violazioni dei diritti umani. Ha anche supportato la famiglia mafiosa dei Rafsanjani che hanno rubato i soldi del petrolio per i loro interessi mentre il 70% della popolazione vive nella povertà.
Così com'è coinvolto in un sistema di corruzione e sfruttamento, come può qualcuno credere che Mousavi vuole davvero le riforme?
Per queste ed altre ragioni, ho scelto di non votare e ho invece boicottato le elezioni, assieme a molti altri iraniani. Ma questa volta, molti iraniani che hanno boicottato il voto alle scorse elezioni hanno votato a questa per via del loro profondo disgusto per Ahmadinejad. Simpatizzo per loro ma credo non vi sia alcuna possibilità migliore per il popolo iraniano che rovesciare completamente il regime islamico che opprime l'Iran dal momento della mia nascita. Sostengo con forza il movimento popolare contro la dittatura sempre presente e la violenza che infetta il mio paese. Io grido, insieme con i miei compatrioti, "Abbasso i dittatori!" "Abbasso gli assassini!" "Basta con la brutale oppressione che è il regime islamico con tutte le sue alleanze tossiche".
Viva la libertà in Iran!

                                                        

Lo so, lo so, non basterà a chiudere la bocca ai centomila imbecilli che continuano a cianciare di islam buono e che siamo noi che non sappiamo e non capiamo e che le donne lì sono molto più libere di quanto una cattiva propaganda mistificatrice ci vorrebbe far credere eccetera eccetera. Non basterà, no, ma insomma ci si prova (e grazie a chi ci ha regalato questa preziosa traduzione).
E poi, già che ci sei, guardati anche questo.


barbara


15 giugno 2009

ULTIM’ORA

Il premio Alexander Langer 2009 della città di Bolzano è stato assegnato a Narges Mohammadi, giornalista iraniana, femminista, attivista per i diritti umani. L’interessata non ritirerà il premio perché le è stato sequestrato il passaporto.



barbara


5 giugno 2009

OBAMA / PANELLA-NIRENSTEIN-NAFISI: BOTTA E RISPOSTA

Tutte le frasi a effetto di Barack Obama

NEW YORK (4 giugno) - Dall'«Assalaamu Alykum» iniziale, cioè la pace sia con voi in arabo, alle citazioni finali tratte dal «Sacro Corano», dal «Talmud» e dalla «Sacra Bibbia», il discorso pronunciato al Cairo dal presidente americano Barack Obama, è stato ricco di frasi a effetto.
Ecco una scelta di citazioni, nell'ordine in cui sono state pronunciate.

- «Le relazioni tra islam e occidente includono secoli di coesistenza e di cooperazione, ma anche conflitti e guerre religiose. Più recentemente le tensioni sono state alimentate dal colonialismo che ha negato diritti e opportunità a numerosi musulmani, e una guerra fredda durante la quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati troppo spesso ignorati».

- «Considero che sia parte della mia responsabilità di presidente degli Stati Uniti combattere contro gli stereotipi dell'Islam dovunque essi appaiano. Ma lo stesso principio deve applicarsi alla percezione musulmana dell'America. Esattamente come i musulmani non possono essere definiti con stereotipi crudi, l'America non è lo stereotipo crudo di un impero che cura soltanto i propri interessi. Gli Stati Uniti rappresentano una delle maggiori fonti di progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Siamo frutto di una rivoluzione contro un impero».

- In Afghanistan «non ci siamo andati per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che c'è ancora chi si pone domande o addirittura giustifica gli eventi dell'11 Settembre. Occorre la massima chiarezza: quel giorno al Qaida ha ucciso circa 3mila persone. Le vittime erano uomini, donne e bambini innocenti, dell'America e provenienti da numerosi altri paesi, che non hanno fatto nulla, non hanno attaccato nessuno».

- «I forti legami dell'America con Israele sono ben noti. Il legame non si spezzerà mai... Minacciare Israele di distruzione o ripetere vili stereotipi contro gli ebrei è profondamente sbagliato e serve soltanto ad evocare nelle menti degli israeliani i più dolorosi dei ricordi impedendo la pace che le popolazioni della regione meritano».

- «Che non ci siano dubbi: la situazione per il popolo palestinese è intollerabile... L'unica soluzione per le aspirazioni dei due popoli è attraverso due Stati, in cui israeliani e palestinesi vivano accanto in pace e in sicurezza. È nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo».

- «Tutte le nazioni, compreso l'Iran, dovrebbero avere il diritto di accedere all'energia nucleare pacifica se rispettano i propri impegni in seno al Trattato di non proliferazione nucleare. Questo impegno è il fulcro del Trattato: deve essere valido per tutti e rispettato appieno da tutti».

- «È più facile cominciare una guerra che finirla. È più facile incolpare gli altri che noi stessi. È più facile vedere cosa è differente piuttosto che cosa ci unisce. Ma dobbiamo scegliere la strada giusta, non quella più facile».

(Il Messaggero, 4 giugno 2009)

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Quando i nodi verranno al pettine Obama scoprirà il vero volto dell'Islam

di Carlo Panella

Un grande evento mediatico, un'eccellente prova retorica e… un pugno di mosche. Questa l'estrema sintesi dell'impatto che avrà nei mesi a venire lo "storico" discorso che Obama ha tenuto stamane al Cairo. Il miglior commento ai voli pindarici del presidente è venuto dalla Cisgiordania e ha toccato proprio il nervo scoperto, il tallone d'Achille di tutta la sua retorica: quattro palestinesi si sono massacrati fra loro in uno degli scontri tra Hamas ed Al Fatah, ennesimo incidente di queste settimane che costituisce il vero, ineliminabile, nodo gordiano della questione israelo-palestinese.
E' inutile e ipocrita che Obama parli di "due popoli e due Stati", è pericoloso e sbilanciante che Obama condanni solo gli insediamenti - effettivamente illegali - di Israele e che poi non spenda una parola, una parola sola, neanche alla lontana sulla guerra civile fratricida che da tre anni insanguina le fazioni palestinesi (e che in realtà cova da sempre sotto la cenere).
Chi governerà lo Stato palestinese a cui Obama lavora: Hamas? Abu Mazen? E chi li obbligherà a smettere di massacrarsi tra loro, visto che l'ultimo tentativo di pacificazione, durato sei mesi, è appena fallito al Cairo e già decine sono i morti (e gli impiccati dopo orrendi "processi" a Gaza) dall'una e dall'altra parte?
La realtà è che nel conflitto che contrappone Hamas ad al Fatah si trova il nodo vero della crisi dell'Islam di oggi e che è fuorviante, ipocrita e anche da ignoranti pretendere che esso veda solo contrapporsi un grande Islam moderato e i "terroristi" di Osama bin Laden.
La visione del mondo jihadista che caratterizza Hamas si basa su una concezione della famiglia e della donna che sono ispirate a violenza e ineguaglianza e sono però condivise da larga parte del mondo islamico "moderato". Con scelta opportunistica, Obama è andato a propugnare la libertà di religione proprio da al Azhar, la più importante università coranica del mondo sunnita. Senza sapere probabilmente - ennesimo segno della sua ciarliera superficialità - che proprio i teologi di al Azhar ancora recentemente hanno stabilito che il musulmano che abiuri la sua fede e che lo faccia dando "pubblico scandalo" deve essere messo a morte!
E' facile tendere ramoscelli d'ulivo "parlando d'altro", evitando i nodi reali di civiltà che separano oggi l'occidente democratico non dai regimi islamici - che sono caduchi - ma dalla cultura islamica maggioritaria, che è inquisitoriale, che relega la donna ad un ruolo di subalternità civile, che è impregnata di cultura della morte.
Infine: l'ipocrisia. Come fa, come fa Obama a esortare i musulmani a non gioire più per le donne e i bimbi e i civili ebrei uccisi da attentatori suicidi in Israele - e questo ha fatto - senza accennare al fatto che proprio dall'aula in cui ha parlato si sono sempre levate le fatwa, i verdetti che legittimavano in pieno quelle morti e davano ai "martiri" l'onore del paradiso?
Insomma, uno stupendo, barocco, ricamo politically correct basato sull'equivoco, sull'ignoranza, sulla poco elegante - ma trasparente - brama di separare il proprio destino da quello del suo predecessore. Uno sforzo peraltro vano perché di qui a poco Obama, in Afghanistan, Palestina, Sudan e soprattutto Iran, dovrà prendere atto del fallimento del suo dialogare e decidere cosa fare, non cosa dire. E sarà un dramma.

(l'Occidentale, 4 giugno 2009)

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Obama nel paese delle buone intenzioni

Il Giornale, 5 giugno 2009

Sarebbe bello vivere nel mondo disegnato ieri da Obama al Cairo, ma il senso di realtà suggerisce che non sarà possibile. Tralasciamo le ovvie parole di apprezzamento per la volontà di pace e per il coraggio politico del presidente americano: chi potrebbe negarli. Obama ha tentato al Cairo di creare con la forza della sua magia una svolta epocale, quella in cui non esiste il conflitto fra islam e Occidente. Ne è risultato il ritratto un po’ banale di un giovane presidente buono. Obama immagina il mondo a partire da Obama, dalla sua autobiografia: non a caso non ha nemmeno citato la parola terrorismo. Il presidente americano si è presentato come la prova vivente della negazione del conflitto di civiltà, un giovane uomo cresciuto senza conflitto fra islam e cristianesimo, il padre e il nonno musulmani, la madre cristiana e bianca, gli Stati Uniti il porto d’arrivo, dove anche l’islam è una componente indispensabile. Obama ha parlato un’ora intera, ma il mondo ha sentito bene solo alcune cose: la prima riguarda il tono apologetico, io ho fatto del male a te, tu ne hai fatto a me, tu hai dei pregi e dei difetti, io ne ho altrettanti, parliamone, capiamoci, in fondo abbiamo principi simili, quelli dei diritti umani. Ma non è andata così.
Prima di tutto la storia dei diritti umani è saldamente ancorata all’Europa e agli Usa, non giace anche in qualche anfratto delle satrapie mediorientali pronta a saltare fuori. In secondo luogo la storia delle due culture è sempre stata conflittuale, e mentre le nostre masse lo hanno dimenticato quelle islamiche invece ne fanno la bandiera di ogni giorno, a scuola, in piazza. Non si tratta di fenomeni marginali: lo testimoniano le enormi piazze di Hamas e degli Hezbollah, la determinazione dei talebani e di Al Qaida, la laboriosa strategia atomica e terrorista dell’Iran che dal 2005 minaccia prima di tutto gli arabi moderati (per poco Mubarak non veniva deposto da una recente sovversione). Il più grande problema musulmano è la guerra intraislamica, non quella con gli Usa. Gli Usa, come Israele, non sono in guerra con l’islam, ne sono attaccati. Dal ’79, attacco all’ambasciata americana a Teheran, poi Nairobi nel ’98, la Tanzania, giù fino all’11 settembre, l’islam radicale ha attaccato, mentre si creava intorno agli attacchi un consenso di massa.
Obama misura dentro di sé l’equilibrio delle sue componenti e le proietta in un universo pacificato. Fa così anche sul conflitto israelo-palestinese che ha citato prima della questione iraniana, lasciando Israele di stucco: ha ribadito la forza del rapporto con Israele, ma ha anche messo sullo stesso piano il comportamento di due popoli di cui in realtà uno ha offerto molte volte di sgomberare i territori occupati per fare spazio a uno Stato palestinese e l’altro ha fatto del rifiuto la sua bandiera. Ed è difficile immaginare che proprio a Hamas, che fa della distruzione di Israele la sua ragione sociale, la proposta di Obama di due Stati possa suonare realistica. Non lo è stata ieri quando Arafat ha rifiutato tutte le offerte, non lo è stata poco fa quando Abu Mazen ha detto no a Olmert. Oggi che c’è di nuovo?
Quanto all’Iran, troppe poche parole ha dedicato Obama a quello che è oggi il Paese più pericoloso del mondo, l’islam più aggressivo e feroce. Forse è proprio la sua inconciliabilità con l’islam obamocentrico che lo ha spinto a dire che il Paese degli ayatollah può farsi la sua energia atomica per usi domestici. Risibile ipotesi. Manca lo sfondo: Obama quando parla della tolleranza islamica percorre luoghi comuni. La sua citazione della Spagna era sbagliata: Cordoba, Granada furono testimoni di eccidi musulmani di ebrei, come anche il Marocco, l’Algeria, la Libia, l’Irak, la Siria, l’Iran, lo Yemen, l’Egitto.
Lo scontro con il cristianesimo, poi, è così lungo e profondo che non basterà il viso contrito e deciso di Obama a portare pace. Abbiamo già visto Shimon Peres proclamare ai tempi dell’accordo di Oslo che il Nuovo Medio Oriente era stato realizzato. Ma l’attrattiva dei vantaggi della stabilità non ferma l’aspirazione islamica a primeggiare. Obama ha sbagliato a non farne una promessa all’Egitto: forse solo l’aiuto concreto contro l’estremismo iraniano potrebbe confederare l’islam in un sogno di pace.
Fiamma Nirenstein

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«Dialogare va bene, ma facciamo luce sui diritti umani»
Intervista con Azar Nafisi

Corriere della Sera, 5 giugno 2009

NEW YORK— «Il discorso di Obama al Cairo mi ha delu­sa». Parla Azar Nafisi, la 53en­ne scrittrice iraniana dal '97 residente negli Usa (dove in­segna letteratura inglese alla Johns Hopkins di Washin­gton), autrice del bestseller Leggere Lolita a Teheran, tra­dotto in ben 32 lingue che l'ha consacrata come una delle più capaci e promettenti scrittrici iraniane della sua generazione.
Che cosa non le è piaciu­to del discorso?
«La sua vaghezza. Obama dice di voler riavviare il dialo­go col mondo islamico, eppu­re non ha indicato alcuna strategia su come farlo. Nell’era Obama la politica estera Usa continua a essere tattica, e, come in passato, più focalizzata a capovolgere le scel­te dei predecessori che non ad affrontare i problemi del momento. Dialogare è sem­pre una buona idea, non mi fraintenda. Ma le parole resteranno solo parole, se non seguite da piani concreti su come implementarle».
La maggior parte dei me­dia americani l'hanno defi­nito un discorso «storico».
«Penso che tra 20 anni sa­rà ricordato più per le sue omissioni, che per i suoi traguardi. Un vero dialogo implica il diritto di criticare, anche se civilmente, l'interlo­cutore. Obama non l’ha fatto».
Cosa avrebbe dovuto criti­care?
«Avrebbe dovuto usare il linguaggio sfumato della di­plomazia per lanciare agli op­pressi l'inequivocabile mes­saggio che egli capisce e so­stiene le loro lotte. Doveva puntare i riflettori sulle gravi e continue violazioni dei di­ritti umani in Paesi quali Iran, Arabia Saudita ed Egit­to».
Però ha difeso il diritto all'eguaglianza delle donne.
«Le donne che nel mondo islamico si battono contro la sharia si sono sentite abban­
donate. Obama ha parlato del loro diritto ad indossa­re il velo, rispettando la tra­dizione. Ma tranne forse la Turchia, in quei Paesi nessu­no vuole togliere alle donne il diritto di indossare il velo, il problema è tutt'altro». Quale?
«Che una donna veramen­te libera deve avere il diritto di scegliere. Girando in mini­gonna se vuole. Questo Oba­ma non l'ha detto. E visto che il fulcro del suo discorso è stato il rispetto, come don­na mi sarei sentita rispettata se avesse preso atto che an­che io ho gli stessi identici diritti degli altri. Sarebbe sta­to bello, inoltre, se avesse ri­cordato nel suo discorso che le donne egiziane del secolo scorso erano tra le più eman­cipate e innovatici del pia­neta».
Perché non l'ha fatto?
«Come il suo segretario di Stato Hillary Clinton ha già dimostrato in Cina, questa amministrazione è pronta a sacrificare i diritti umani sull'altare della Realpolitik. Se non fosse stato per i me­dia, gli avvocati dei diritti umani e gli attivisti che ri­schiano la vita nelle dittatu­re, Roxana Saberi e Haleh Esfandiari sarebbero ancora in carcere».
È d'accordo con la propo­sta di dialogo Usa-Iran rilanciata da Obama anche ie­ri?
«Se chiedi scusa all'Iran per aver contribuito alla ca­duta del governo democrati­co di Mossadeq negli Anni 50, non puoi allo stesso tem­po sostenere il regime teo­cratico che oggi in Iran sta distruggendo il suo stesso po­polo. Se l'America si autocri­tica per Abu Ghraib, deve an­che poter criticare i Paesi che continuano ad infliggere le stesse torture ai propri cit­tadini».
Molti nei mondo arabo hanno apprezzato il nuovo tono, rispettoso dell'Islam, e le tante citazioni dal Cora­no.
«Obama si è dimenticato però di citare i diritti delle minoranze che esistono tra mille difficoltà all'interno dell'Islam. Non una parola su cristiani, ebrei, atei, bahai e agnostici che da secoli fan­no parte della storia di quei Paesi. In Iraq, ad esempio, il gruppo più antico è rappresentato dai cristiani
Deve ammettere, però, che il dialogo ora può ripar­tire...
«Certo, estremismo gene­ra estremismo e da oggi cer­ti leader non si potranno più nascondere dietro i toni bel­licosi di un Bush per giustifi­care il proprio odio. Resta il fatto che Obama si è rivolto soltanto a loro, snobbando la piazza islamica. Se io fossi un cittadino della Malaysia o della Turchia mi sentirei completamente escluso».
Come sarà recepito il di­scorso dall'opinione pubbli­ca di quei Paesi?
«Come tanti media e politi­ci occidentali, Obama si è ri­volto al "mondo arabo" come se fosse un'unica entità omo­genea. È un grossolano erro­re che ferirà molte sensibilità perché le realtà storiche, culturali e politiche di Paesi qua­li Egitto, Iran e Arabia Saudi­ta non potrebbero essere più diverse fra loro. Non dimenti­chiamoci poi che la maggio­ranza dei musulmani oggi non vive in Medio Oriente ma in Indonesia».
Alessandra Farkas


Tre commenti allo “storico discorso” di Obama. Tre risposte articolate e argomentate, alle quali non ho molto da aggiungere, tranne qualche dettaglio. Non so, tanto per cominciare, se si possa condividere l’ottimistica convinzione di Carlo Panella che Obama ignori “il vero volto dell’islam”, nel qual caso si potrebbe ancora nutrire qualche speranza di resipiscenza e conseguente cambio di rotta: io sono invece convinta che lo conosca benissimo e gli vada bene così o, nel migliore dei casi, che le sue priorità siano altre. E altre resteranno. Quello che invece Obama sembra davvero ignorare è che la tanto decantata e invocata soluzione “due popoli due stati” è esattamente quella che era stata proposta dall’Onu 62 anni fa, e che gli ebrei, futuri cittadini di uno dei due stati, quella soluzione l’avevano accettata senza riserve, nonostante lo stato loro assegnato non rappresentasse che un misero 10% della fatidica “Terra promessa”. Il motivo per cui tale progetto non si è realizzato è che gli arabi lo hanno rifiutato, perché ciò che loro vogliono è nessuno stato per un solo popolo, e l’altro popolo a mare - e da sessantadue anni lo stanno ininterrottamente dimostrando con le parole e con i fatti. E da questo rifiuto, solo da questo, è nato il conflitto arabo-israeliano che nel giugno del 1967 è stato trasformato a tavolino in conflitto israelo-palestinese.
Niente da aggiungere o rettificare invece alle splendide e lucidissime parole di Azar Nafisi.



    


barbara


16 maggio 2009

CUBA ULTIMO ATTO (si spera)

E questo è l’ultimo dei post di quattro anni fa sugli ineffabili estimatori dell’ineffabile paradiso in terra creato dall’ineffabile regime di Fidel Castro.

E scende infine in campo il nostro Red Ronnie, portando nuovi e originali argomenti a favore della giustezza del manifesto da lui e da altri firmato:
«E' venuto con me Jovanotti - racconta - è impazzito»
Confesso che è dura rinunciare alla valanga di battute ad effetto che questa affermazione sollecita, ma sono forte, e resisterò. Anche per un senso di doveroso rispetto nei confronti della serietà dell’argomentazione portata. Dite di no? Che non vi basta? Niente paura, ne abbiamo delle altre:
«Il flautista Andrea Griminelli ha scoperto nei musicisti un entusiasmo incredibile».
Ecco: avete ancora il coraggio di dire che a Cuba vengono violati i diritti umani? Che hanno fatto male a firmare quel manifesto? Queste prove ancora non vi bastano? Ma siete proprio insaziabili, siete! Comunque non illudetevi che il nostro cappello a cilindro si sia svuotato: ne abbiamo ancora, di sorprese!
«Cuba me l'hanno fatta conoscere I Nomadi. E continuo ad andarci»
Su, avanti, provate ancora a fare gli spiritosi, adesso! Provate a dire che voi, se ve l’avessero fatta conoscere I Nomadi, non ci tornereste più! Provate a dire che là vengono violati i diritti umani!
Ma l’intervistatrice, Virginia Piccolillo, non è di quelle (ne conosciamo, oh se ne conosciamo!) che stanno in ginocchio davanti all’intervistato, e incalza:
Ma i dissidenti?
Qualcuno forse si immagina che una simile, banale, squallida domanda possa mettere in difficoltà il Nostro? Ma neanche per sogno!
«Quando uccisero tre persone – dice Ronnie - fu solo perché c'erano in programma 70 dirottamenti pagati dagli Stati Uniti, allora dovevano dare un segnale.
NOI, forse, avevamo dimenticato il famigerato “colpirne uno per educarne cento”; LORO no! Anche se qui in realtà ne hanno colpiti tre per educarne settanta, ma la matematica, come già abbiamo visto in un altro post, è solo un’opinione. Poi, magari, qualcuno potrebbe anche chiedere – sconsideratamente – perché mai non abbiano colpito anche quei settanta organizzatori di altrettanti dirottamenti, visto che sapevano con TANTA certezza chi e che cosa e come e quando, ma la risposta è estremamente semplice: non li hanno colpiti perché il regime cubano è buono e rispetta i diritti umani, ecco perché! Intendiamoci, comunque:
Sono contro la pena di morte. Sono un pacifista totale.
Di quelli senza se e senza ma. Quando si tratta degli Stati Uniti. Se si tratta di qualcun altro, beh, allora, ecco, cioè, praticamente, al limite ...
Però non possiamo essere ipocriti: dimenticare che in una parte di Cuba c'è Guantanamo»
Ecco, cioè praticamente al limite, se in una parte di Cuba c’è Guantanamo dove gli americani tengono i terroristi e non sempre rispettano tutte le garanzie legali, che saranno mai le galere dell’altra parte di Cuba, che saranno mai le celle di un metro cubo per reati di opinione, che saranno mai un po’ di fucilazioni, anche se i fucilati in realtà non avevano torto un capello a nessuno! Mica ci verrete a dire che questa è violazione dei diritti umani, spero!

Ecco: quattro anni fa avevo scritto “ultimo atto”, avevo aggiunto “si spera” ma, come abbiamo drammaticamente visto nei giorni scorsi, questo genere di speranze sembra davvero destinato ad andare sempre deluso, perché di gente orgogliosa di schierarsi dalla parte dei potenti e contro i deboli, fiera di stringere mani grondanti di sangue e di aggiungere la propria personale coltellata a chi già troppe volte è stato accoltellato, infaticabile nel sostenere la barbarie e combattere la civiltà, indefessa nel soccorrere i carnefici e colpire le vittime, di gente così, purtroppo, la mamma è sempre incinta.



barbara


14 maggio 2009

E BRAVO ABBADO!

Questo è un altro dei post che avevo fatto circa quattro anni fa nell’altro blog sul tema di Cuba e diritti umani.

L’appello era giusto, rivendica il Nostro, e ce ne spiega il perché:
Conosco Cuba, ci sono stato più volte e ci tornerò.
Visto? Lui ci è stato: serve altro?
Stranamente delle cose più valide che ci sono a Cuba non si parla mai. Cominciamo dalla ricerca medica, che a Cuba è all’avanguardia. C’è un dottore, Gregorio Martinez Sanchez, che sta lavorando alla ricerca per debellare il cancro e che ha «scoperto» una nuova e, a quanto pare, importante cura.
Sentito? C’è un dottore! Sta lavorando! “Pare” anche che abbia fatto una scoperta! A parte questo, che cosa ha a che fare il dottore col rispetto dei diritti umani?
L’ho fatto sapere al professor Umberto Veronesi, che qualche settimana fa mi ha scritto una lettera, in cui dice che appoggerà il progetto di questo medico cubano.
Grandioso! Adesso lo sappiamo per certo: quel medico è il nuovo Pasteur, il nuovo Jenner, il nuovo Sabin!
A Cuba, forse i potenti se lo dimenticano, non esiste l’analfabetismo, che è invece assai diffuso in molte altri parti del mondo.
QUALI altre parti del mondo, esattamente?Potrebbe cortesemente precisare?A parte questo, che cosa ha a che fare l’alfabetizzazione col rispetto dei diritti umani?
A Cuba con un po’ di terra libera, non ci si mette a speculare: loro preferiscono fare degli orti enormi,
momento: con UN PO’ di terra ci fanno degli orti ENORMI? Tipo moltiplicazione dei pani e dei pesci? Cazzarola, questa sì che è forte! A parte questo, che cosa hanno a che fare gli orti col rispetto dei diritti umani?
che serviranno poi a tutti (esempio che è stato ripreso poi da altre nazioni).
Sarebbe a dire che prima che Cuba lo insegnasse, nessuno al mondo faceva gli orti? Forte!
A dicembre ho portato la Mahler Chamber Orchestra per dei concerti, a gennaio l’Orchestra Giovanile Simon Bolivar, di cui facevano parte anche 44 cubani.
Ciò ci fa molto piacere, ma che cosa hanno a che fare i 44 orchestrali cubani in fila per sei con resto di due col rispetto dei diritti umani?
Il fatto poi che ho portato quei 44 musicisti cubani a Caracas e che l'anno prossimo li porterò con tutta l'orchestra in Europa, smentisce che i cubani non possono uscire.
Giusto! Se 44 cubani possono uscire, ciò significa che tutti i cubani possono uscire. E i condannati a morte per aver tentato di fuggire ce li siamo sognati noi
C'è poi un gruppo di bravissimi musicisti cubani, 'Ars Longa', che ho voluto sostenere e che vengono regolarmente invitati al Festival Gesualdo in Basilicata. Li abbiamo fatti conoscere l'anno scorso attraverso una tournée che ha toccato anche Bari, Matera, Roma e Bologna.
Ciò ci fa molto piacere, ma che cosa ha a che fare il gruppo “Ars Longa” col rispetto dei diritti umani?
Mi chiedo anche perché non si parla quasi mai di nuove idee e realtà italiane, a mio avviso, molto importanti per l'ecologia e per l'ambiente, come i treni con nuovi locomotori che trasportano i Tir, o altri camion, attraverso il Brennero, da Monaco di Baviera a Innsbruck, Bolzano, Trento, Verona con nuovo innesto dal Veneto all'Emilia Romagna. Oppure di quella cittadina vicino a Trento che sta realizzando un progetto impostato sul traffico e riscaldamento totale con l'utilizzo di energie naturali (pannelli solari, idrogeno). Questa cittadina ha vinto fra l'altro il primo premio per il miglior progetto in Europa.
Ah, beh, allora, a questo punto non possiamo più avere dubbi: se ci sono treni con nuovi locomotori che attraversano il Brennero, e vicino a Trento usano i pannelli solari, allora vuol proprio dire che a Cuba i diritti umani vengono rigorosamente rispettati e loro hanno fatto benissimo a firmare l’appello!

Come dicono i meneghini: pasticcere, fa’ il tuo mestiere, e i musicisti la smettano di fare i politologi tuttologi cubologi. Per il bene di tutti.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 14/5/2009 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


13 maggio 2009

GIANNI MINÀ SERVO DEL POTERE

Quello che segue è un articolo pubblicato sul Corriere di oggi che, se pure non ci rivela niente di nuovo, aggiunge tuttavia un ulteriore tassello all’infamia del personaggio.

Certo, non si poteva chiedere a
Gianni Minà di intercedere presso le (sue) amatissime autorità cuba­ne perché attenuassero la persecuzione della blogger cubana e dissidente Yoani Sánchez. Ma addirittura attaccarla, deni­grarla, screditarla: non è un inglorioso ec­cesso di zelo, quello di Minà? E come giu­dicare l'amico italiano del tiranno di Cu­ba, che a casa sua gode di ogni libertà e invece usa la penna per se­gnalare agli oppressori l'autri­ce di «Cuba libre» (tradotto da Rizzoli) che non potrà ne­anche venire a Torino per presentare il suo libro?
Lei, Yoani Sánchez, ha ri­sposto a Minà, universalmen
te noto come l'intervistatore ufficiale e compiacente del dittatore, con una semplicità ammirevole: «Ecco le domande che non hai fatto a Fidel Castro che ora vuol to­glierci anche Internet». Ma la blogger dis­sidente resterà delusa: quelle domande inevase l'intervistatore ufficiale non le fa­rà mai. Non ha mai parlato degli scrittori cubani in galera e in esilio. Non ha mai parlato dei rapporti di Amnesty Interna­tional che documentano l'assenza di ogni parvenza di libertà civile nell'isola della dinastia Castro. Non ha mai parlato del regime a partito unico, a giornale uni­co, a sindacato unico, a satrapia castrista unica. Ha descritto (come l'amico Michael Moore) le meraviglie della sanità cuba­na, con gli stessi toni con cui gli apologe­ti del fascismo lodavano i treni in orario e quelli dell’Urss l'efficienza del sistema scolastico sovietico. Si è visto dopo, co­me tutto fosse di cartapesta: pura, ingan­nevole propaganda di regime. Gianni Minà non parlerà per chiedere all'Avana la con­cessione del visto che consen­ta alla blogger di essere presente tra qualche giorno alla Fiera del libro di Torino e di raccontare (c'è scritto nel suo libro) come funzionano vera­mente le cose nella sanità cu­bana. Non lo farà, visto che ha già approfittato dell'occasione per basto­nare la debole e fare un piacere ai forti, per mettere in difficoltà la donna in liber­tà limitata e favorire i suoi aguzzini. Sap­pia almeno, Yoani Sánchez, che in Italia non tutti si comportano come Minà. Quando a Torino interverrà telefonica­mente potrà accorgersene: un applauso di solidarietà attenderà solo lei. (Pierluigi Battista)

E pensare che avevano fatto una rivoluzione, da quelle parti, per abbattere la dittatura …
Di Cuba avevo parlato anche qui. Quest’altra cosa che aggiungo a completamento e commento di questo articolo, è invece un documento di quattro anni fa, che avevo messo nell’altro blog.


Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani

Cuba: D’Elia, per certi difensori dei diritti umani è un’isola felice

Roma, 16 marzo 2005

Alla lettera-petizione in difesa del regime cubano sottoscritta da 200 intellettuali di fama mondiale Nessuno tocchi Caino risponde con una nota in cui sono riportati alcuni fatti che provano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Castro.
I firmatari della lettera, tra cui figurano i premi nobel Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer e gli italiani Claudio Abbado, Luciana Castellina e Gianni Minà, affermano tra l’altro che a Cuba “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria” e che la rivoluzione ha consentito il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente.”
Secondo il Segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D’Elia, “la lettera non tiene conto minimamente della realtà cubana e dei misfatti compiuti dal dittatore di più lungo corso al mondo”. “Cuba ha due facce, una sotto i riflettori, l’altra nascosta. Per certi difensori dei diritti umani, esiste solo la prima: quella della base americana di Guantanamo dove sono detenuti i talebani.” “Ma Cuba non è solo Guantanamo ­ prosegue D’Elia -, è anche Combinado del Este, Canaleta, La Pendiente, Ceramica Roja, Kilo 8...” “La Perla dei Caraibi non è tutta sole, mare e sabbia. E’ anche galera e centri di “rieducazione”.
Quanto all’isola felice dove “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria,” Nessuno tocchi Caino invita i firmatari della petizione pro-Castro a riflettere su quanto accaduto nel 2003 e che tutti hanno potuto leggere sui giornali di tutto il mondo e a quanto denunciato da importanti organizzazioni umanitarie.


NOTA (che se non ricordo male dovrebbe essere mia):

A) L’11 aprile 2003, Fidel Castro ha fatto giustiziare tre componenti un gruppo di cubani che una settimana prima si era impadronito di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida. Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac sono stati fucilati all’alba. Quattro loro compagni sono stati condannati all’ergastolo, uno a 30 anni di prigione e altri tre a pene detentive comprese fra 2 e 5 anni. L’imbarcazione, rimasta a secco a 45 chilometri dalle coste cubane, era andata alla deriva per 24 ore e i sequestratori si erano arresi alle autorità cubane, senza che ai 50 ostaggi fosse stato torto un capello. I dirottatori erano stati processati per direttissima e condannati per atti di terrorismo l’8 aprile. Nel giro di tre giorni, gli appelli sono stati respinti sia dalla Corte Suprema che dal Consiglio di Stato, il più alto organo esecutivo di Cuba presieduto da Fidel Castro, quindi giustiziati. La Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) ha condannato il carattere sommario del processo celebrato in spregio delle regole minime di giustizia internazionalmente riconosciute e ha stabilito essere il fatto “una privazione arbitraria della vita.”

B) Quanto alla rivoluzione cubana che ha permesso il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente,” basta leggere i rapporti sui diritti umani, sulle condizioni nelle prigioni cubane e il trattamento dei detenuti politici.
Sia la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) che l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani hanno denunciato nel 2004 la presenza nelle carceri di casi diffusi di scabbia, tubercolosi, epatite, infezioni varie e malnutrizione. Una ventina di detenuti sarebbero morti nel corso dell’anno a causa di mancata assistenza medica. Detenuti per ragioni politiche o di coscienza sono stati rinchiusi in celle di isolamento umidissime, infestate dai topi, con un buco come gabinetto e un letto di cemento, senza acqua e senza il conforto della Bibbia che gli era stata sequestrata. Quelli non in isolamento sono stati costretti a indossare le uniformi del carcere, a mettersi sull’attenti all’entrata delle guardie nelle celle, messi insieme a detenuti comuni, violenti, intimiditi pesantemente e picchiati dalle guardie e sessualmente aggrediti da altri detenuti.

Nel 2004, il regime ha messo agli arresti domiciliari 14 dei 75 dissidenti arrestati nella primavera del 2003, per lo più anziani e ammalati. Il numero è stato ampiamente compensato da altri trenta dissidenti incarcerati nel corso dell’anno, ha denunciato la Fondazione Cubana dei Diritti Umani.

C) D’altro canto va anche detto che chi fornisce informazioni sulla situazione di diritti umani a Cuba rischia pene severissime. Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino e già portavoce e segretario della Commissione diritti umani e riconciliazione nazionale, è stato condannato nel 2003 a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese. Marcelo è stato condannato anche per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.

(Nei prossimi giorni ripescherò anche altri post dello stesso periodo, ché una rinfrescatina alla memoria non fa mai male)

                        

barbara


23 febbraio 2009

L’ULTIMO POST DI ZENGJINYAN

Zengjinyang è la blogger cinese che durante le olimpiadi di Pechino era stata fatta sparire insieme alla figlia di pochi mesi, mentre suo marito, blogger anche lui, era ed è tuttora in prigione a causa delle richieste di libertà e democrazia fatte nel suo blog. Finite le olimpiadi a Zengjiyan è stato consentito di tornare a casa. Ogni tanto faccio un salto da lei, per vedere se è ancora lì, se è ancora viva, se è ancora libera. Quello che segue è il suo post di oggi, nell’abominevole ma comunque comprensibile traduzione di google translate. Ve la metto qui così com’è, senza correzioni, tanto per darvi un’idea di come se la sta passando.

I ottimisticamente pensare, Hillary è andata, non posso essere libero di uscire di casa aveva. Al di questa mattina e ha trovato che posso uscire di casa, ma non può uscire da una gabbia in movimento. FB8233 moderne vetture bianco e nero a Pechino Pechino MI3591 moderne autovetture e gli uomini in nero: Perché stretto monitoraggio di me? Guarda me. Non capisco, a partire dal 2006 ad oggi, mi è stato detto fuori traccia e monitorare lo stress, non vorrei cedere, basta permettetemi ancora più rabbia e disgusto?
In molti casi, sono la mia debolezza e paura, soprattutto quando il mio bambino
??o assistere a piangere per le chiamate "Ah - Ma - Ah - Ma -" Quando è il mio????perdita esitazione, mi chiedo se l'anticipo e ritiro. Tuttavia, i miei diritti civili e le violazioni dei diritti umani di sicurezza dello Stato di polizia hanno più tempo, la mia libertà è limitata più tempo, la mia rabbia su l'accumulo di un po' di più. Questa rabbia è ingiusto crociata contro l'ingiustizia e disprezzo, come una valanga valanga, annegati le mie paure, mi permetta di parlare la mia mente mente, mi permetta di lottare per resistere.
Ma più mi ha lottato per il mio corpo di sorveglianza illegale, più restrizioni ancora più forte irragionevolezza. Sono triste di vedere che io e pochi anni fa, Hu Jia, come nel passo per passo verso la prigione. Tuttavia a causa della repressione, arresti illegali, pestaggi, le sparizioni, Hu Jia è ancora disposta a rinunciare a dire la verità, si rifiuta di rinunciare al loro diritto alla libertà di espressione, ma la rabbia di fare un sacco di casi, forte critica. Adesso, nonostante le forti pressioni, anche se spesso deboli e la paura, può essere più arrabbiato o dire quelli che controllano
????, illegali le restrizioni sulla mia libertà, la violazione dei miei diritti civili. Consapevole del fatto che di tanto in tanto, mi hanno davvero un giorno per essere bloccato in carcere, il mio bambino come fare????a??
cuori (qui)

E nel frattempo la brava Hillary, così come a suo tempo la nostra Bonino, si dedica all’hobby di leccare il culo ai macellai.



barbara


17 novembre 2008

PANCHEN LAMA OSTAGGIO DI PECHINO

                                                             

L
a pubblicazione di quest'opera molto documentata viene op­portunamente a ricordare, a quanti l'avessero già dimenticata, la sorte iniqua toccata a un bambino di soli otto anni.
Infatti, al di là del suo interesse storico, questo libro, che nar­ra l'evoluzione dei due più importanti lignaggi di maestri spiri­tuali del Tibet, quello dei Dalai Lama e quello dei Panchen La­ma, vuole giustamente stigmatizzare l'intollerabile situazione in cui versa un fanciullo, attualmente tenuto prigioniero per moti­vi politici il cui fine è l'annientamento della civiltà e della cul­tura tibetane.
La vicenda di questo bambino rivela un gran numero di pa­radossi.
Innanzi tutto si scopre che uno Stato ateo, la Cina comuni­sta, si proclama unico competente nella scelta e nella nomina dei «Buddha viventi». Sia chiaro, non si tratta di una brusca con­versione dei signori di Pechino ai valori dello spirito. L'intento è al contrario quello di sradicare dal Tibet il buddhismo, consi­derato inscindibile dal «separatismo», o almeno di controllar­lo. Per questo motivo, Pechino, con una terminologia da Rivo­luzione Culturale, proclama di voler «schiacciare la testa del ser­pente», vale a dire quella del supremo capo spirituale e tempo­rale tibetano, il Dalai Lama.
Riassumiamo i fatti così come sono elencati in quest'opera, che punto per punto smentisce la versione cinese opponendovi la verità dei tibetani.
Nel 1989, il decimo Panchen Lama, seconda autorità del buddhismo tibetano, muore. Immediatamente inizia la ricerca del suo successore (il bambino in cui si sarebbe reincarnato secondo la credenza propria del buddhismo)... con la «benedizio­ne» di Pechino. La posta è alta: è in gioco l'avvenire stesso del Tibet, perché il Panchen Lama dovrà a sua volta designare e poi educare il successore dell'attuale Dalai Lama.
Il 14 maggio 1995, quest'ultimo, conformemente ai suoi do­veri e seguendo rituali plurisecolari, riconosce come undicesi­mo Panchen Lama un ragazzino di sei anni originario di una povera famiglia nomade, Gedhun Choekyi Nyima. La Cina, non potendo accettare l'intervento di una persona cui nega ormai ogni competenza spirituale, rapisce il bambino con i suoi famigliari e, dopo una finta estrazione a sorte in un'urna d'oro, insedia in sua vece un altro bambino della stessa età e dello stesso villag­gio. Da quel giorno nessuno ha più visto né sentito il piccolo Gedhun.
Parallelamente, una dura campagna di persecuzione religio­sa (ipocritamente chiamata «rieducazione») si abbatte ancora una volta sul Tibet e sui monasteri. Le foto del Dalai Lama vengo­no proibite, e i monaci sono obbligati ad accettare come Panchen Lama il bambino scelto da Pechino e a rinnegare definitivamente l'autorità spirituale del Dalai Lama. Arresti, chiusure di mona­steri, morti, fughe, esili... Le conseguenze, purtroppo, sono no­te. Sono le stesse da molto tempo.
Secondo paradosso, il silenzio dell'Occidente. Il paese più po­poloso della Terra, membro permanente del Consiglio di sicu­rezza delle Nazioni Unite, firmatario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e della Convenzione internaziona­le dei diritti del fanciullo, fa sparire sotto gli occhi del mondo un piccolo di sei anni senza che alcuna protesta ufficiale si levi. Ci rifiutiamo di credere che la paura della Cina o gli interessi commerciali si siano interamente sostituiti ai più elementari doveri umani, alle più semplici virtù e al rispetto che si deve al­la persona umana. Sarà allora che questa vicenda è troppo com­plessa, troppo estranea alla nostra sensibilità?
Se anche così fosse, oltre al fatto che ogni cultura e ogni au­tentica spiritualità sono degne di rispetto, oltre al fatto che me­ritano tanto più la nostra attenzione in quanto vittime di un ter­ribile genocidio, un aspetto fondamentale dovrebbe imporsi su tutti gli altri. Protagonista di questa storia è un bambino la cui sola colpa è essere nato; un bambino che ha già vissuto più di due anni della sua breve esistenza sequestrato dai cinesi; un bam­bino privato della sua infanzia che, a causa di una pretesa ra­gion di Stato, è diventato «il più giovane prigioniero politico del mondo». Questa sola definizione dovrebbe essere sufficien­te a suscitare l'indignazione generale.
Tanto più che questo bambino, il cui silenzio ci soffoca, ha qualcosa di importantissimo da dirci.
Ci dice che attraverso lui è possibile leggere la storia di tutti i bambini oppressi della Terra.
Come pretendere, infatti, di far rispettare il diritto interna­zionale, come sperare di far progredire i valori fondamentali del­la morale riguardo a questi milioni di bambini che, ovunque, so­no sfruttati, percossi, violentati, uccisi, se non si è capaci di occuparsi subito del più conosciuto tra loro, vittima di un evi­dente e grossolano terrorismo di Stato? Questo non è solo un dramma individuale, è un caso esemplare, una questione di cre­dibilità in cui viene sollecitata la nostra responsabilità di «te­stimoni». (dalla prefazione)

Undici anni sono passati da quando è stato scritto questo libro e tredici da quando il piccolo Panchen Lama è stato rapito; fra cinque mesi Gedhun compirà vent’anni, e nessuno ancora sa dove sia.
Assolutamente da leggere questa mirabile ricostruzione della storia del Tibet e della tragedia che lo attanaglia – anche perché almeno tre quarti delle informazioni che vi si trovano sono del tutto sconosciute anche ai più informati tra di noi.

Gilles van Gradsdorff – Edgar Tag, Panchen Lama ostaggio di Pechino, Sperling & Kupfer



barbara


3 ottobre 2008

E NON DIMENTICHIAMO IL TIBET

                                                    

dove si soffre e si muore.



barbara


30 agosto 2008

MACELLAI ANCORA AL LAVORO IN IRAN

Iran: I Mullah hanno impiccato un altro minorenne

28 agosto 2008

Martedi,il regime disumano dei mullah ha impiccato Behnam Zare per il presunto crimine commesso quando aveva 15, secondo quanto riferito dal suo avvocato.
Malgrado molti appelli internazionali per salvare la sua vita, la condanna a morte è stata eseguita nella prigione di Adel Abad, nella città meridionale di Shiraz.
La Francia, come attuale presidente di turno dell’UE, lunedi ha pubblicato una dichiarazione che condanna l’impiccagione di un altro giovane, Reza Hejazi, il 19 agosto da parte del regime iraniano.
"L’Unione Europea condanna categoricamente l’impiccagione a Ispahan di martedì 19 agosto di Reza Hejazi, condannato per un omicidio che è stato detto essere commesso nel 2004, quando aveva 15 anni. È molto interessata da queste notizie, che portano a cinque il numero delle esecuzioni nell'Iran dall'inizio di questo anno per i crimini commessi quando l'esecutore era un minore," la dichiarazione dell’UE ha detto fermamente.
Secondo gli attivisti dei diritti umani ci sono almeno 114 giovani che stanno per affrontare il patibolo per i presunti crimini commessi quando erano minorenni. Il più giovane è un ragazzo di 13 anni di nome Ahmad Nowroozi condannato a morte da ordinamento giudiziario dei mullah tre anni fa nella provincia sud orientale del Sistan e Baluchistan. (Dal sito delle donne iraniane)

Poiché è piuttosto difficile leggere queste notizie sui nostri giornali, leggiamolo qui. Colgo l’occasione per attirare la vostra attenzione su un fatto che mi sembra decisamente interessante e notevole: come potete constatare qui di fianco, c’è un sito di dissidenti iraniani in esilio uomini, e uno di dissidenti iraniane in esilio donne. Ebbene, l’ultimo aggiornamento del sito degli uomini risale allo scorso novembre, le donne nel solo mese di agosto hanno inserito dodici articoli. E chi ha orecchie da intendere intenda.



barbara


29 agosto 2008

AGGIORNAMENTO SU ZENG JINYAN

Tradotto dal danese con google translate.

Zeng Jinyan e della coppia bambino scomparso dal loro appartamento a 7. agosto. Il giorno prima arrivati i leader mondiali per la cerimonia di apertura delle e-politiche Giochi Olimpici di Pechino.
Ma con la coppia's Baby, è ora ritornare nel suo appartamento, dove i due possano continuare la loro arresti domiciliari. Debitamente monitorata da civilkædte ufficiali.
La polizia ha preso il suo a Dalian, dove si è svolta in 16 giorni. Ma prima di essere rapito, lei è stato permesso di vedere il marito in carcere. Qui ha scoperto che Hu Jia non aveva ricevuto le lettere che aveva spedito a lui. Sono stati confiscati.
In conseguenza Zeng Jinayan Hu Jia eseguire duro lavoro in carcere. In sette ore al giorno egli deve spazzare le foglie insieme. Ciò che è difficile per lui durante la sua permanenza in prigione, è stato male e ha avuto problemi al fegato.

Vabbè, più o meno si capisce, no?

barbara


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24 agosto 2008

DOV’È ZENG JINYAN?

Dopo l’annuncio delle autorità cinesi della concessione di tre parchi in cui chiunque può liberamente protestare però per poter andare a protestare bisogna presentare domanda scritta; dopo che due ultrasettantenni, entrambe claudicanti e una semicieca, avevano presentato regolare domanda e per questo sono state condannate a un anno di lavori forzati per essere rieducate; dopo tutto questo, ora finalmente emerge anche il caso della blogger Zeng Jinyan. Prima è toccato a suo marito, Hu Jia, condannato lo scorso 4 aprile a tre anni e mezzo di prigione per aver scritto nel 2007 sei articoli “sovversivi”. Adesso è toccato a lei: dal 7 di agosto Zeng Jinyan è scomparsa, svanita nel nulla insieme alla figlia di pochi mesi – fatta sparire, si ritiene, per impedire che con la sua voce libera offuscasse la perfetta messinscena dei macellai. Per dieci giorni nessuno dei ventitremilacinquecento giornalisti accreditati alle olimpiadi ha ritenuto il fatto degno di nota; solo l’undicesimo giorno, il 18 agosto, la giornalista americana Kristin Jones ha rotto il silenzio e il sito della Abc ha pubblicato un suo reportage dedicato alla scomparsa di Zeng Jinyan. E il Cio, nella persona del suo presidente Jacques Rogge? Niente, lui ha altro da fare: lui è occupato a vietare agli spagnoli di portare il lutto, è occupato a fare il culo quadro al giamaicano Usain Bolt che sventola le scarpette Puma rischiando di inquietare lo sponsor ufficiale Adidas, ti pare che abbia il tempo di occuparsi di cazzate come i diritti umani? Ti pare che possa considerare degna di nota una quisquilia come la scomparsa di donne e neonate?
E pensare che c’è ancora gente convinta che le olimpiadi abbiano qualcosa a che fare con lo sport. E pensare che c’è ancora gente convinta che la Cina abbia fatto, con queste olimpiadi, il primo passo verso qualcosa di vagamente somigliante al rispetto dei diritti umani. E pensare che c’è gente che si è dichiarata contraria al boicottaggio con la motivazione che “lo sport è lo sport”.
Invito tutti gli amici blogger che ancora non lo hanno fatto (qualcuno ha già provveduto) a riprendere e diffondere queste notizie: se non possiamo fare niente per Zeng Jinyan, cerchiamo almeno di fare in modo che si sappia chi è, e che cosa succede dietro le quinte delle meravigliose e imponenti manifestazioni della Cina “in marcia verso la modernità”. Qui il suo blog.


 


barbara


8 agosto 2008

SPORT E POLITICA

Dice, non bisogna politicizzare le olimpiadi. E dice anche, non bisogna mischiare sport e politica. Chissà se si sono mai accorte le anime belle – ossia quelle che non dico al di là del proprio naso, ma neanche il proprio naso allo specchio sono capaci di vedere – che la richiesta della Cina di ospitare le Olimpiadi è stata dettata UNICAMENTE da ragioni politiche. Chissà se si sono mai accorte che la scelta del CIO di accogliere la richiesta è stata dettata UNICAMENTE da considerazioni politiche. Chissà se si sono accorti che tutto ciò che sta avvenendo in Cina, da mesi e mesi a questa parte, intorno alle Olimpiadi, è UNICAMENTE politico. Chissà se si sono accorti che tutto ciò che andranno a fare lì gli atleti di tutto il mondo è UNICAMENTE in funzione politica. È il sogno di una vita, dicono gli atleti. E io mi chiedo: si ha davvero il diritto di sognare sulla pelle di milioni di innocenti? E mi chiedo: ha davvero il diritto di chiamarsi col nome di sogno una cosa intrisa di sangue, del sangue di milioni di innocenti?
E adesso vai a leggere qui e qui – e non azzardarti a tirare fuori scuse tipo che non hai tempo o altre puttanate simili.







Oppositori sopravvissuti ai lager cinesi




Repressione in Tibet


Bambini in fabbrica 15 ore al giorno


Esecuzioni di massa

barbara


22 giugno 2008

NO, IO QUELLI DAVVERO NON LI CAPISCO MICA

Chiedono rispetto per le donne e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per gli omosessuali e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per i diritti umani e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la democrazia e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di pensiero e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di espressione e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di stampa e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di critica e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per le minoranze, religiose, etniche o di qualunque altro genere e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la laicità contro le interferenze della Chiesa e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Si definiscono amanti della pace e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: no, dico, ma si rendono conto di quello che dicono?







   





E già che ci siete, andate anche qui, leggete, guardate il video e poi fate il vostro dovere. Poi qui ulteriori informazioni.

barbara


30 maggio 2008

COMUNICATO CONGIUNTO DI TRE ASSOCIAZIONI IRANIANE

Sì, lo so che questo articolo preso dal sito delle donne iraniane lo avete sicuramente già letto su tutti i giornali, ma siccome sono prolissa e ridondante, ripetitiva e dilagante, ve lo metto anch’io.

29 mag 2008

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO DI TRE ASSOCIAZIONI IRANIANE SUL PROSSIMO VIAGGIO DEL PASSDAR AHMADINEJAD A ROMA

Associazione Donne Democratiche, Associazione rifugiati politici, insieme all’Associazione Giovani iraniani desiderano esprimere la loro gratitudine e ringraziamento a tutti coloro che in previsione del viaggio del Passdar terrorista e “uomo di mille colpi di grazia” in Italia si sono mobilitati e hanno espresso la loro insoddisfazione per il suo ingresso in Italia.
In particolar modo vogliamo ringraziare il governo del presidente Silvio Berlusconi che attraverso il suo ministro degli Esteri, Franco Frattini ha espresso chiaramente che la visita di Ahmadinejad non è assolutamente gradita e che non verrà ricevuto dai rappresentanti del governo italiano.
Il popolo iraniano è molto grato al governo italiano e a tutti coloro che rappresentano in questo delicato momento la loro rabbia e la loro grida di disperazione contro un regime tirannico e terroristico quale quello rappresentato del presidente Passdar Ahmadinejad.
Chiediamo alle forze politiche e umanitarie di unire al grido di aiuto lanciato dal popolo iraniano, dai coraggiosi studenti che costantemente sono in scioperi di protesta, dai lavoratori, dagli insegnanti e dalle coraggiose donne che lottano quotidianamente contro il regime tirannico dei mullah gridando "morte al dittatore" chiedendo la libertà e la democrazia.
Ahmadinejad rappresenta un regime fondamentalista e terroristica che lancia costantemente messaggi di eliminazione e di morte contro gli israeliani, i palestinesi, gli americani e gli occidentali.

Associazione Donne Democratiche Iraniane in Italia
Associazione Giovani iraniani in Italia
Associazione Rifugiati Politici Iraniani In Italia Roma
29 maggio 2008


Ma naturalmente qualcuno non mancherà di ricordarci che Ahmadinejad è il presidente democraticamente eletto di tutti gli iraniani, che impiccare bambine stuprate e omosessuali fa parte della loro cultura, che se non hanno la democrazia sarà sicuramente perché il popolo non la vuole …

barbara


24 maggio 2008

CONTRO ISRAELE L’ARMA GROTTESCA DEI DIRITTI UMANI

Un vecchio articolo che non è però, purtroppo, un articolo vecchio.

di Harry Wall*

Gli attivisti per i diritti umani hanno molto per cui essere allarmati in queste settimane. Le bande di Hamas hanno conquistato Gaza con incredibile violenza. In Iran, secondo nuovi rapporti, c'è il più alto tasso al mondo di esecuzioni di bambini. In Cina, il New York Times ha pubblicato un devastante reportage sulla schiavitù minorile nelle miniere gestite dallo stato. In Darfur il genocidio continua.
Ma la comunità internazionale preferisce ignorare tutto questo, e molte altre violazioni dei diritti umani ad opera di entità statali. Piuttosto concentra ancora una volta la sua attenzione su Israele. Nel Regno Unito, il maggiore sindacato ha lanciato una campagna di boicottaggio contro Israele. A Ginevra, il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu ha adottato un'agenda da cui ha eliminato la Bielorussia e Cuba dalla lista di verifica permanente e vi ha lasciato un solo paese: Israele.
Entrambe queste azioni non sono solo un capo d'accusa contro coloro che proclamano la loro preoccupazione verso i nemici della democrazia. Ma rivelano che l'accanimento contro Israele è il frutto dell'eterna malattia dell'antisemitismo.
Cominciamo dal boicottaggio inglese. La decisione dell'esecutivo nazionale del UNISOM stabilisce di tagliare "tutte le relazioni economiche, culturali, accademiche e sportive con Israele fino a quando il muro dell'apartheid e l'occupazione non saranno terminate". L'azione del sindacato segue di qualche settimana altre iniziative di boicottaggio anti-israeliano in Inghilterra. La più grande organizzazione dei docenti universitari ha recentemente chiesto ai suoi membri di interrompere qualsiasi rapporto con i loro colleghi israeliani, presumibilmente per la loro "collaborazione" con l'occupazione della Palestina.
Tom Friedman, l'autorevole columnist del NYT, ha così criticato quella parte dell'Università inglese che ha sostenuto il boicottaggio: "Isolare l'Università israeliana con un boicottaggio punitivo è frutto del peggiore anti-semitismo. Diamoci un'occhiata in giro: la Siria è sotto inchiesta dell'Onu per l'assassinio dell'ex primo ministro libanese, Rafik Hariri. Agenti siriani sono sospettati dell'uccisione di alcuni tra i migliori giornalisti democratici libanesi, Gibran Tueni e Samir Kassir. Ma niente di tutto ciò smuove la sinistra per chiedere un boicottaggio delle università siriane. Perché? Il Sudan persegue il genocidio nel Darfur. Perché non si boicotta il Sudan?"
Il fatto che alcuni tra i migliori medici e ricercatori del mondo non potranno più avere a che fare con le Università del Regno Unito, non fa differenza per questi fanatici (forse dovrebbero spegnere anche i loro computer visto che il chip IntelPentium che molti usano è stato sviluppato in Israele). Neppure interessa loro il gran numero di bambini palestinesi che vengono curati negli ospedali israeliani o che presso le Università di quel paese studiano moltissimi arabi e palestinesi. La logica e la verità non hanno spazio quando sono all'opera sentimenti anti-israeliani e anti-semiti.
Ma non sono solo i sindacati inglesi a operare boicottaggi contro Israele. Il mese scorso anche l'unione dei giornalisti inglesi ha chiesto l'isolamento di Israele. Pensateci solo un momento. I giornalisti dovrebbero essere imparziali e cercare notizie e fatti per le loro storie, invece chiedono il bando di Israele. Non della Russia di Putin dove la libera stampa è stata annientata; non dei paesi arabi dove i media sono solo organi di propaganda del governo; non in Cina dove addirittura internet è censurata per proteggere il governo dalle critiche. No, il bando si chiede per Israele, l'unico paese del Medio Oriente ad avere una stampa libera e indipendente.
Questi boicottaggi non hanno in realtà niente a che fare con l'occupazione o con la solidarietà verso i palestinesi. Qualcuno di costoro ha notato che Israele si è ritirata da Gaza l'anno scorso? E hanno visto i risultati?
A Ginevra, dove il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu è stato smantellato l'anno scorso visto che i paradossi erano divenuti eccessivi anche per Kofi Annan (la Libia aveva la presidenza), è stato istituito un nuovo organismo. Ma il nuovo consiglio si è subito dimostrato altrettanto viziato come il precedente. Il rispetto per i diritti umani non è richiesto per farne parte: Russia, Cuba, Angola e Arabia Saudita sono tutti membri del consiglio. E anche questa volta il genocidio nel Darfur è ignorato: neppure una risoluzione contro il Sudan è stata proposta, mentre nove risoluzioni sono state approvate in un anno contro Israele.
Il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu ha sorpassato il precedente in ipocrisia nella sua ultima sessione. Ha fatto uscire la Bielorussia e Cuba dalla lista dei paesi che richiedono una sorveglianza permanente e vi hanno lasciato solo Israele.
Gli Stati Uniti, hanno visto che il nuovo consiglio non differisce in nulla dal precedente e hanno preferito rimanerne fuori. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato ha accusato il consiglio di avere "una ossessione patologica verso Israele". Per raggiungere il "consenso", l'Unione Europea ha dato il via libera alla decisione di rendere permanente i monitoraggio sugli abusi commessi da Israele. Solo il Canada si è opposto a questa grottesca decisione.
E così è passata un'altra settimana in cui il concetto di diritto umano è stato capovolto. Nessuno degli oppressi della terra trarrà alcun vantaggio dalle continue condanne contro Israele. L'Isolamento di Israele, previsto dal boicottaggio inglese e la demonizzazione del paese perpetuata dall'Onu a Ginevra, contengono in realtà gli elementi chiave per un solo scopo: delegittimare lo Stato degli ebrei. Si tratta di una minaccia senza tempo e si chiama anti-semitismo. Solo che oggi si ammanta con vesti della difesa dei diritti umani. È troppo pericoloso per essere ignorato.
_______________

* Harry Wall è consigliere della Anti-Defamation League

(L'Occidentale, 29 giugno 2007)

Ma non è che sia in atto una Delegittimazione di Israele, nooo! Non è che sia in atto una Demonizzazione di Israele, nooo! Non è che qualcuno stia facendo Due pesi e due misure, nooo! Si sta solo operando una legittima critica, esattamente come si sta facendo con tutti gli altri. O no?

barbara


19 ottobre 2007

L’INFERNO? PRIMA STRADA A DESTRA

Rehena B. ne ha viste di giovani come lei, uccise dal mestiere e scaraventate nelle acque nere del Buriganga, perché non meritano un funerale, o nelle discariche dove la gente di Dhaka abbandona i corpi degli animali randagi. Viene dal distretto orientale di Norsingdi e a occhi bassi ammette di essere sieropositiva. Alza le spalle e stringe le labbra, tirando la pelle del viso da diciottenne, impastata dall'eroina, che riesce ancora a nascondere i segni della sifilide. La metà dei suoi clienti non sa che cos'è l'Aids e non usa il preservativo. Orfana a otto anni, Rehena ne aveva nove quando una sera nel suo villaggio è stata fermata per strada da un gruppo di poliziotti che l'hanno sequestrata abusando di lei per giorni. Da allora è passata di orrore in orrore, venduta a questo e quel bordello ogni volta per l'equivalente di una manciata di euro.
Alla fine è riuscita a fuggire, ma non ha cambiato vita. Lavora per strada: intorno alle stazioni dei treni o nei parchi di Ramna e Suhrawardi. Davanti al fotografo si schermisce ma a Yaesmin Kohinoor, attivista per i diritti umani, confessa che «tornare a una vita normale è impossibile». Ora che è maggiorenne, poi, può operare con tanto di "licenza". Per la Costituzione di ispirazione islamica la prostituzione è illegale in Bangladesh. Ma le potita (donna perduta) o nati (danzatrice), che la gente chiama ksaka (puttana), vivono in uno «stato di eccezione legale», spiega Raffaele Salinari, presidente dell'organizzazione umanitaria Terres des Hommes. E possono svolgere la professione alla luce del sole dopo aver sottoscritto, davanti a un magistrato, un affidavit in cui dichiarano di non avere altro modo di sopravvivere. Pur sapendo che perderanno così in pratica ogni diritto, persino quello di calzare scarpe in pubblico, e che ai loro figli tutto sarà negato. Per iscriversi a scuola o accedere ai servizi pubblici in Bangladesh serve un certificato di nascita, che viene però rilasciato solo a chi è riconosciuto dal padre.
Presto anche Hara V. avrà la sua licenza. Ma è una professionista da tempo: dopo essere stata violentata quattro anni fa dagli operai del cantiere in cui lavorava, «non mi rimaneva altro da fare, la mia vita era segnata» dichiara ai volontari del gruppo per i diritti umani Human Rights Watch.
Alla luce della cultura sessuofoba nazionale, la vittima di uno stupro porta sempre su di sé almeno parte della colpa. Ha conosciuto il sesso in regime di peccato ed è perciò ormai comunque “perduta”. Non è più degna di marito. Insulti e molestie le toccano. Per questo le violenze di solito non vengono denunciate. Nel 2002, stando agli ultimi dati ufficiali, solo nove su 1.363 processi sono terminati con la condanna dello stupratore.
La licenza permette alle donne di lavorare per strada o a casa, formalmente "in proprio" anche se tutti sanno che dietro c'è sempre qualche pappone. Oppure nei bordelli: diciotto quelli ufficialmente registrati nel paese, alcuni vere istituzioni nazionali come il Goaland di Dhaka o il Gangina. A questi si aggiungono decine e decine di postriboli clandestini e hotel che offrono lo stesso servizio con la protezione di poliziotti prezzolati. I più noti a Dhaka sono nel Magh Bazar o nella zona industriale di Shanti Nagar. Negli ultimi anni, sul montare di proteste di benpensanti e studenti islamici, alcuni sono stati chiusi, con l'unico risultato di un aumento delle prostitute di strada. Sebbene in stato di schiavitù - senza paga e sotto il tallone di tenutarie circondate da una corte di malavitosi, vecchi clienti e sbirri corrotti - molte donne finiscono per preferire il lavoro organizzato alla strada, dove i rischi sono maggiori. Compreso quello di finire in mano a chi le venderà a qualche bordello in India, Pakistan o negli emirati del Golfo.
L'anomalia legale dell'affidavit non offre dopotutto vere garanzie, mentre sancisce uno stigma sociale e ratifica un fenomeno in crescita. L'impulso verso lo sviluppo imposto dalla globalizzazione, rileva Salinari, ha creato «un divario crescente... e una conseguente concentrazione di ricchezza in città», a danno di chi vive in campagna. Oltre la metà dei circa 120 milioni di abitanti del Bangladesh, economia sostanzialmente agricola, vive sotto la soglia della povertà. Il reddito mensile pro capite non arriva a 300 dollari. Non è un caso se oltre il 25 per cento delle prostitute sono giovani delle campagne, vendute o affidate a conoscenti senza scrupoli da famiglie che non possono permettersi la dote indispensabile per farle sposare. Per il resto sono figlie di mestiere o giovani rapite. Oppure ragazze giunte in città per trovare lavoro, che non sanno leggere e spesso parlano solo un dialetto tribale. Le più fortunate finiscono in fabbrica, ma tante si devono accontentare delle mansioni più umili in condizioni di virtuale schiavitù, trovandosi così "estremamente vulnerabili" a ricatti e violenze che non lasciano poi scelte.
Più sono giovani e più sono a rischio. Uno studio della Banca Mondiale sulla diffusione dell'Aids conta nel paese circa 105mila prostitute, per il 44 per cento tossicodipendenti. Ma le organizzazioni umanitarie parlano di 150mila. Di queste una metà è sieropositiva e/o affetta da malattie veneree, mentre «15-20mila sono minori che si vendono per strada» fa notare Fawzia Karim Firoz, dell'Associazione nazionale delle donne avvocato (Bnwla). Anche le altre sono giovani: le potita raramente superano i 40 anni e comunque «per la maggior parte, hanno cominciato prima dei 12».
(Franco Venturini, Io donna)


Rotina, 15 anni, nella casa in cui vive e lavora a Dhaka. La ragazza ha l’aids, ma non sa che cosa sia. Come i suoi clienti.

Ricordiamoci, ogni tanto, di queste nostre sorelle più sfortunate, per le quali nessuno organizza marce di protesta, nessuno chiede leggi in parlamento, nessuno invoca giustizia. Ricordiamoci, almeno, che esistono. E soffrono.

barbara


26 giugno 2007

UN PO' IN RITARDO

perché tra un casino e l'altro avevo finito per dimenticarmene, ricordiamo due atti efferati, accaduti entrambi un 23 giugno: questo e questo.

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo (solo per chi ha abbastanza stomaco).

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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