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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 marzo 2010

WILDERS: “L’AMERICA, L’ULTIMO UOMO RIMASTO IN PIEDI”

Qui di seguito riportiamo il discorso di Geert Wilders, Presidente del Partito per la Libertà dei Paesi Bassi, all'hotel Four Seasons di New York, presentando una Alleanza di Patrioti e annunciando la conferenza Affrontare la Jihad che si terrà a Gerusalemme.
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Cari amici,
Vi ringrazio molto per avermi invitato.
Sono venuto in America con una missione. C'è qualcosa che non va nel Vecchio Mondo. Un pericolo tremendo si profila minacciosamente, ed è molto difficile essere ottimisti. Potremmo essere allo stadio finale dell'Islamizzazione dell'Europa. Questo non solo è un chiaro e presente pericolo per il futuro dell'Europa stessa, è anche una minaccia per l'America e la pura sopravvivenza dell'Occidente. Gli Stati Uniti sono l'ultimo bastione della civiltà Occidentale che si trova a fronteggiare una Europa Islamica.
Per prima cosa descriverò la situazione sul terreno in Europa. In seguito, dirò qualcosa circa l'Islam. Per finire, vi parlerò di un futuro incontro a Gerusalemme.
L'Europa che voi conoscete sta cambiando.
In Europa voi avete probabilmente visto i posti famosi. Ma in tutte queste città, talvolta solo qualche strada più in là della vostra destinazione turistica c'è un altro mondo. È il mondo della società parallela creata dall’immigrazione di massa mussulmana.
In tutta l'Europa una nuova realtà sta sorgendo: intieri quartieri mussulmani dove pochissima gente indigena risiede o persino si vede. E se ci si avventura, potrebbe pentirsene. E questo vale anche per la polizia. È il mondo dei fazzoletti in testa, dove le donne vanno in giro in tende senza forma, con carrozzine e un gruppo di bambini.
I loro mariti, o schiavisti se preferite, camminano tre passi avanti. Con moschee a molti angoli di strada. I negozi hanno scritte che né io né voi possiamo leggere. È quasi impossibile trovare una qualsiasi attività economica. Questi sono ghetti mussulmani controllati da fanatici religiosi. Questi sono quartieri mussulmani, e stanno crescendo come funghi in ogni città dell'Europa. Questi sono i pilastri portanti per il controllo territoriale di sempre più grandi porzioni d'Europa, strada per strada, quartiere per quartiere, città per città.
Ci sono ormai migliaia di moschee in tutta l'Europa. Con congregazioni più grandi di quelle che ci sono nelle chiese. E in ogni città europea esistono progetti per costruire super-moschee che al paragone ogni chiesa nella regione sembrerà una nana. Chiaramente, il segnale è: comandiamo noi.
Molte città europee sono già per un quarto mussulmane: pensate solo ad Amsterdam, Marsiglia e Malmo in Svezia. In molte città la maggioranza della popolazione sotto i 18 anni è mussulmana. Parigi è ora circondata da un anello di quartieri mussulmani. In molte città Mohammed è il nome più comune tra i ragazzi.
In alcune scuole elementari ad Amsterdam non si può più menzionare la fattoria perché significherebbe menzionare anche il maiale e questo sarebbe un insulto ai mussulmani.
Molte scuole statali in Belgio e Danimarca servono solo cibo "halal" a tutti gli scolari. Nella Amsterdam un tempo così tollerante i gay sono bastonati quasi esclusivamente da mussulmani. Le donne non-mussulmane sono costantemente insultate col grido 'puttana, puttana'. I piatti satellitari non sono puntati su stazioni TV locali ma su stazioni del paese di origine.
In Francia agli insegnanti delle scuole si consiglia di evitare autori ritenuti offensivi ai mussulmani, inclusi Voltaire e Diderot; e lo stesso si applica sempre più a Darwin. La storia dell'Olocausto non può più essere insegnata a causa della sensibilità mussulmana.
In Inghilterra i tribunali della Sharia sono ormai parte del sistema legale britannico. Molti quartieri in Francia sono aree proibite alle donne senza fazzoletto in testa. L'altra settimana un uomo è quasi morto dopo essere stato bastonato da mussulmani a Bruxelles, perché beveva durante il Ramadan.
Gli Ebrei stanno fuggendo dalla Francia in quantità record, scappando dalla peggiore ondata di anti-Semitismo dal tempo della Seconda Guerra Mondiale. Il Francese è ora comunemente parlato nelle strade di Tel Aviv e Netanya in Israele. Potrei continuare all'infinito con storie come questa. Storie sull'islamizzazione.
Un totale di cinquantaquattro milioni di mussulmani vivono ora in Europa. L'Università di San Diego ha calcolato recentemente che uno sbalorditivo 25 percento della popolazione in Europa sarà mussulmana in solo 12 anni da ora. Bernard Lewis ha predetto che alla fine di questo secolo ci sarà una maggioranza mussulmana.
Ora questi sono solo numeri. E i numeri non sarebbero una minaccia se gli immigranti mussulmani avessero un forte desiderio di assimilarsi. Ma ci sono pochi segnali di questo. Il Centro di Ricerca Pew riporta che metà dei mussulmani francesi considerano la loro lealtà all'Islam maggiore della loro lealtà alla Francia. Un terzo dei mussulmani francesi non sono contrari agli attacchi suicidi. Il Centro Britannico per la Coesione Sociale riferisce che un terzo degli studenti mussulmani britannici sono a favore di un califfato mondiale. I mussulmani pretendono quello che chiamano 'rispetto'. E così è come noi diamo loro rispetto. Abbiamo ora festività ufficiali statali mussulmane.
Il Ministro della Giustizia Cristiano-Democratico nei Paesi Bassi è pronto ad accettare la Sharia se c'è una maggioranza mussulmana. Abbiamo membri del governo con passaporti del Marocco e della Turchia.
Le pretese dei mussulmani trovano supporto nel comportamento illegale di molti di loro, a partire da piccoli crimini e violenza a caso, ad esempio contro operatori delle ambulanze e autisti di autobus, fino a piccole sommosse vere e proprie. Parigi ha visto la sua sommossa nella periferia meno abbiente, la banlieu. Io chiamo i responsabili 'coloni insediati'. Perché è quello che sono. Questi non vengono per integrarsi nelle nostre società; vengono per integrare la nostra società nel loro Dar-al-Islam. Pertanto, sono degli insediati.
Molta di questa violenza di strada che ho menzionato è diretta esclusivamente contro i non-mussulmani, forzando molta gente del posto a lasciare i loro quartieri, le loro città, i loro paesi. Per di più, i mussulmani costituiscono ora un voto elettorale da non ignorare.
La seconda cosa che si deve sapere è l'importanza che ha Maometto il profeta. Il suo comportamento è un esempio per tutti i mussulmani e non può essere criticato. Ora, se Maometto fosse stato un uomo di pace, diciamo come Ghandi e Madre Teresa in uno, non ci sarebbe nessun problema. Ma Maometto era un signore della guerra, un assassino di massa, un pedofilo ed ebbe parecchi matrimoni - tutti allo stesso tempo. La tradizione islamica ci dice come combatté nelle battaglie, come fece assassinare i suoi nemici e perfino fece giustiziare i prigionieri di guerra. Maometto stesso massacrò la tribù ebrea dei Banu Qurayza. Se una cosa va bene per l'Islam è buona. Se non va bene per l'Islam è cattiva.
Non fatevi abbindolare da chi dice che l'Islam è una religione. Certo, ha un dio e un al di là, e 72 vergini. Ma nella sua sostanza l'Islam è una ideologia politica. È un sistema che detta regole precise per la società e per la vita di ogni persona.
L'Islam vuole sentenziare su ogni aspetto della vita. Islam significa 'sottomissione'. L'Islam non è compatibile con la libertà e la democrazia, perché quello per cui si batte è la Sharia. Se uno vuole paragonare l'Islam a qualsiasi cosa, lo paragoni al comunismo o al nazional-socialismo, tutte queste sono ideologie totalitarie.
Ora sapete perché Winston Churchill chiamava l'Islam ‘la più retrograda forza al mondo', e perché paragonava il Mein Kampf al Corano. Il pubblico ha accettato senza riserve la narrativa palestinese e considera Israele l'aggressore. Io ho vissuto in questo paese e l'ho visitato dozzine di volte. Io sostengo Israele. Primo, perché è la patria degli Ebrei dopo duemila anni di esilio fino a ed incluso Auschwitz, secondo perché è una democrazia, e terzo perché Israele è la nostra prima linea di difesa.
Questa minuta nazione è situata sulla linea di faglia della jihad, frustrando l'avanzata territoriale dell'Islam. Israele ha davanti le lineee del fronte della jihad, come il Kashmir, il Kosovo, le Filippine, il Sud della Thailandia, il Darfur nel Sudan, il Libano, ed Aceh in Indonesia. Israele è semplicemente un ostacolo. Nello stesso modo come Berlino Ovest lo era durante la Guerra Fredda.
La guerra contro Israele non è una guerra contro Israele. È una guerra contro l'Occidente. È jihad. Israele sta semplicemente ricevendo i colpi che sono veramente per tutti noi. Se non ci fosse Israele, l'imperialismo islamico avrebbe trovato altre strade per sfogare la sua energia e il suo desiderio di conquista. Grazie ai genitori israeliani che mandano i loro figli nell'esercito e restano svegli la notte, i genitori in Europa ed in America possono dormire bene e sognare, ignari dei pericoli che incombono.
Molti in Europa sono favorevoli ad abbandonare Israele per risolvere le lamentele delle nostre minoranze mussulmane. Ma se Israele dovesse, Dio ne scampi, soccombere, questo non porterebbe alcun sollievo all'Occidente. Questo non vorrebbe dire che le nostre minoranze mussulmane cambierebbero tutto ad un tratto il loro comportamento ed accetterebbero i nostri valori. Al contrario, la fine di Israele darebbe un enorme incoraggiamento alle forze dell'Islam. Esse vedrebbero, ed a ragione, la fine di Israele come la prova che l'Occidente è debole e condannato. La fine di Israele non significherebbe la fine dei nostri problemi con l'Islam ma solo il principio. Significherebbe l'inizio della battaglia finale per la dominazione del mondo. Se essi possono prendere Israele possono prendersi tutto.
Alcuni cosiddetti giornalisti, etichettano di loro spontanea volontà qualsiasi critico dell'Islamizzazione come "estremista di estrema destra" o "razzista". Nel mio paese, i Paesi Bassi, 60 percento della popolazione ora considera l'immigrazione di massa dei mussulmani come l'errore politico numero uno dalla Seconda Guerra Mondiale. Ed un altro 60 percento considera l'Islam la minaccia maggiore. Eppure c'è un pericolo maggiore degli attacchi terroristici, lo scenario dell'America come l'ultimo uomo rimasto in piedi. Le luci possono spegnersi in Europa più presto di quello che uno possa immaginare. Un'Europa islamica significa un'Europa senza libertà e democrazia, una desolazione economica, un incubo intellettuale ed una perdita di potenza militare per l'America - mentre i suoi alleati si trasformano in nemici, nemici con bombe atomiche. Con una Europa islamica, resterebbe l'America da sola a preservare l'eredità di Roma, Atene e Gerusalemme.
Cari amici, la libertà è il bene più prezioso. La mia generazione non ha mai dovuto combattere per questa libertà, ci è stata offerta su di un piatto d'argento da gente che per averla ha combattuto dando la loro vita. In tutta l'Europa i cimiteri americani ci ricordano i giovani ragazzi che non ce l'hanno fatta a tornare a casa e la cui memoria ci è cara. Questa libertà non appartiene alla mia generazione; noi ne siamo solamente i custodi. Noi possiamo solo passare questa libertà conquistata duramente ai figli dell'Europa nelle stesse condizioni in cui fu offerta a noi. Non possiamo fare patti con mullah e imam. Le future generazioni non ci perdonerebbero mai. Non possiamo sprecare le nostre libertà. Semplicemente, non abbiamo il diritto di farlo. Noi dobbiamo fare adesso le azioni necessarie per impedire a questa stupidità islamica di distruggere il mondo, questo lo sappiamo.

Da leggere, da meditare, da imparare a memoria. E poi, come al solito, da leggere anche questo e questo.

barbara


15 marzo 2010

DHIMMI: SE NON PAGANO UCCIDETELI!

«Ecco perché uccidevo i fedeli»; video-choc. Un terrorista iracheno confessa: «Se non mi pagavano la tassa prevista, finivano decapitati»

« Sono stato reclutato da un imam pachistano a Londra, che mi ha pagato per unirmi ad al-Qaeda in Iraq e mi ha detto che era lecito uccidere i cristiani». È con queste parole che l’ex mufti di al-Qaeda a Mosul, il terrorista Muhammad Ramzi Shihab, racconta in una sua confessione come e perché uccideva i cristiani iracheni della provincia di Ninive. La Tv satellitare al­Arabiya ha trasmesso parte della sua confessione, mostrata ai giornalisti durante una conferenza stampa tenuta dal portavoce del ministero della Difesa iracheno, Muhammad al-Askari, a Baghdad. «Ero solito decapitare i cristiani che non volevano pagarmi la “jizia” (la tassa per i cristiani prevista dalla sharia) – afferma il terrorista nel video – l’imam pachistano mi ha nominato mufti e ho emanato una fatwa ordinando di decapitare un insegnate cristiano. Poi ho ordinato un’altra fatwa contro un commerciante cristiano che non voleva pagare la “jizia”». Shihab aveva emanato anche una fatwa che rendeva lecita l’uccisione di tre donne accusate di aver dato informazioni alla polizia, così come ha ammesso di aver «pianificato un attentato avvenuto nel villaggio di al­Khazana». Il terrorista aveva preso di mira anche una minoranza sciita presente nel nord del Paese. Il portavoce del ministero della Difesa ha poi mostrato le confessioni di altri otto terroristi, chiedendo alle famiglie delle loro vittime di sporgere denuncia contro di loro alla magistratura.
Tra le persone arrestate c’è anche un siriano, Azmi Dari Muhammad, di Homs, arrestato mentre si camuffava con abiti femminili. «Era addetto ad arruolare donne – ha spiegato il portavoce – che avrebbero lavorato come domestiche per le persone importanti della zona, in modo da raccogliere informazioni utili per il gruppo. Trasportava anche armi, evitando i controlli della polizia in quando scambiato per una donna». Intanto, la violenza continua a dilagare nel Paese. Ieri a Baghdad quattro persone sono morte in un attacco contro una Ong nel quartiere sciita di Adhamiyah. Alle 14 locali un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione negli uffici di “Mawteny”, ha ucciso quattro dipendenti, tra cui una donna, e ne ha feriti due. (A.E.) 20.01.2010

Sì, certo lo so, loro sono buoni, loro seguono la religione di pace, loro hanno una cultura che vale quanto la nostra; siamo noi che siamo islamofobi eurocentrici imperialisti colonialisti, in una parola: cattivi. E molto kattivissimo, inutile dirlo, è anche il solito, inescusabile Ugo Volli, uno e due.

barbara


16 gennaio 2010

COME FU CHE IL MONDO ARABO DIVENNE IL MONDO ARABO

e che qualcuno ebbe modo di inventare la leggenda di una Palestina da sempre araba, musulmana e, soprattutto “palestinese”.

L'espansione terrestre


Verso il 633 le armate arabe, composte da tribù nomadi origi­narie dello Yemen, del Hijaz e di altre regioni dell'Arabia, inva­sero la Babilonia e la Siria. La conquista, scaglionata lungo circa un decennio, comportò alcuni decisivi scontri armati, ma soprat­tutto una serie di razzie e saccheggi a danno dei villaggi e delle campagne. La vittoria finale fu facilitata dall'intervento a fianco dei conquistatori delle tribù arabe che da circa due secoli si erano infiltrate, e talora stabilmente insediate, presso i confini mesopotamici e siro-palestinesi dell'Arabia. Queste tribù, alcune delle quali si erano convertite al cristianesimo, optando o per il nestorianesimo o per il monofisismo a seconda che fossero stanziate in territorio persiano o bizantino, in qualità di vassalle di questi Im­peri si assumevano il compito di difenderne le frontiere e di pro­teggerne le città e i villaggi dai saccheggi dei beduini, che condu­cevano un'esistenza nomadica nei deserti limitrofi.
Recentemente, l'analisi di questa migrazione delle tribù arabe e del loro insediamento nei territori persiano e bizantino ha in­dotto alcuni storici a sostituire la teoria di una conquista islamica fulminea con quella di un processo graduale spalmato su due se­coli: la costante penetrazione del mondo arabo nomade nei paesi caratterizzati da una civiltà stanziale. La disgregazione degli Im­peri persiano e bizantino e il crollo delle loro strutture difensive permisero alle tribù nomadi, unificate dall'islam, di invaderne le campagne e di reclutare per i loro raid, tra gli arabi insediati ai margini della Mesopotamia e della Siria, preziosi aiutanti che ben conoscevano la topografia di quelle regioni.
Alla morte del Profeta, il califfo Abu Bakr organizzò l'invasio­ne della Siria, un progetto che era già stato elaborato da Mao­metto. Radunò le tribù nomadi del Hijaz, del Najd e dello Yemen, e raccomandò ad Abu 'Ubayda, responsabile delle operazioni nel Golan (Palestina), di razziare le campagne ma di astenersi dall'assalire le città, non disponendo di adeguati armamenti.
Così, nella spedizione del 634 l'intera regione di Gaza sino a Ce­sarea fu saccheggiata e devastata. Quattromila contadini - cristiani, ebrei e samaritani -, che avevano difeso le loro terre, furono massacrati. I villaggi del Negev furono depredati da 'Amr ibn al-'As, mentre gli arabi si riversavano nelle campagne, tagliavano le co­municazioni e rendevano pericolosi gli spostamenti. Le città, tra cui Gerusalemme, Gaza, Giaffa, Cesarea, Nablus e Beit She'an, rimaste isolate, chiusero le loro porte. Nella sua omelia natalizia del 634 il patriarca di Gerusalemme Sofronio deplorava l'impossibilità di re­carsi a Betlemme come di consueto poiché i cristiani erano tratte­nuti con la forza a Gerusalemme, «trattenuti non da legami fisici, ma incatenati e paralizzati dal terrore dei saraceni», la cui «spada fe­roce, barbara e grondante sangue» li teneva prigionieri in città.
In Siria i ghassanidi, tribù araba monofisita, si schierarono con i musulmani. Sofronio, nell'omelia pronunciata in occasione dell'E­pifania del 636, si lamentava delle chiese e dei monasteri distrutti, delle città saccheggiate, dei villaggi dati alle fiamme dai nomadi che percorrevano in lungo e in largo il paese, e in una lettera del 636 a Sergio, patriarca di Costantinopoli, menzionava le devastazioni compiute dagli arabi. Nel 639 morirono migliaia di persone, vittime della carestia e della peste conseguenti alle distruzioni. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.48-51)

[…] Le fonti, in particolare quelle siriache e armene, ma anche quelle arabe, ci forniscono preziose informazioni sul processo di degrado delle regioni rurali dell'Impero arabo. Ne emerge che il calo demogra­fico dei popoli dhimmi, il regresso dell'agricoltura, l'abbandono delle campagne e dei villaggi e la progressiva desertificazione di province che, nel periodo preislamico, erano densamente popola­te e fertili, sono tutti fenomeni legati all'immigrazione delle tribù nomadi arabe, berbere (Spagna) e, più tardi, turkmene.
L'avanzata dei nomadi generò insicurezza, spopolamento e ca­restie. Nel 750, nella parte nord-occidentale della Spagna, le razzie dei berberi, l'incendio delle colture e la riduzione in schiavitù de­gli abitanti causarono una carestia tale che i conquistatori dovet­tero tornare nel Maghreb. Nello stesso periodo Palestina e Siria, soggette a una forte colonizzazione araba essendo Damasco sede del califfato omayyade, erano impoverite dalle epidemie conse­guenti alle carestie. Già intorno al 700 i villaggi un tempo fiorenti del Negev erano scomparsi, e alla fine dell'VIII secolo la popola­zione aveva abbandonato la maggior parte delle regioni comprese tra il Sud di Gaza e Hebron per rifugiarsi a Nord, lasciando die­tro di sé chiese e sinagoghe distrutte. Le stesse piaghe - brigan­taggio, guerre tribali, epidemie e carestie - afflissero la Mesopotamia sotto l'ultimo califfo omayyade Marwan II (744-750).

Ecco la spada degli arabi <rivolta> contro di loro; ecco una furia predatoria tale che è impossibile uscire senza essere saccheggiati e spogliati dei propri beni; ecco la carestia che infuria all'interno e al­l'esterno. Se qualcuno entra in casa, vi incontra la fame e la peste; se esce fuori, gli corrono incontro la spada e la prigionia. Ovunque non vi sono che crudele oppressione, dolore straziante, sofferenza e turbamento. (Ivi, p. 140)

Ecco, un po’ di Storia (rigorosamente documentata: andate a leggere il libro e troverete tutte le fonti) che dovrebbe aiutare a sfatare un po’ di leggende: non per i soliti noti imbottiti di propaganda filo terrorista della lobby del petrolio, ma per qualche disinformato in buona fede, se ancora ne esistono, potrà essere di qualche utilità. E anche lui proprio oggi tratta lo stesso tema, quindi correte a leggerlo.

barbara


10 gennaio 2010

OGGI ANDIAMO PER CARTOLINE

La strage dei copti testimonia il modo con cui l'islam affronta la dhimmitudine

Cari amici, vorrei organizzare un viaggio a Nag Hamadi. Sapete che cos'è? No? Eppure è un posto a soli 450 kilometri dal Cairo, molto importante per la cristianità, per due ragioni molto diverse. Wikipedia spiega che è "è una cittadina situata nel Governatorato di Qina (Egitto centrorientale), con una popolazione di circa 30.000 abitanti. È importante centro agricolo per la produzione di zucchero, a cui si affianca l'industria dell'alluminio e del cemento", la quale "fu nota anticamente con il nome di Chenoboskion, "recinto per oche". Ma le ragioni importanti sono altre. Una risale a sessantacinque anni fa, quando in una giara di terracotta, accanto a un monastero copto, vi furono trovati tredici papiri risalenti al III o al IV secolo, i cosiddetti "vangeli gnostici": testi di straordinario interesse su cui archeologi e teologi non si sono stancati di discutere.
La seconda ragione risale a un paio di giorni fa, alla vigilia di quella che in Europa è l'Epifania e nel calendario giuliano che i copti adottano ancora (come gli Armeni ecc.) è Natale. Come certamente avete letto, all'uscita della messa di Natale di quel paesone, c'è stato un assalto a sangue freddo da parte di un terzetto di persone su una macchina che hanno sparato sulla folla dei fedeli con armi automatiche, facendo sette morti e almeno nove feriti (http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_07/egitto-massacro-copti_45292ad8-fb7b-11de-a955-00144f02aabe.shtml). È un evento importante, così importante che io vorrei aprire una sottoscrizione per mandare in gita a Nag Hamadi quei preti dei presepi con le moschee di cui vi ho scritto l'altro giorno, i loro vescovi, l'intera Caritas, i religiosi della Consolata, insomma tutta quella brava gente cattolica che pensa di avere la missione di convincerci ad accogliere con gioia l'invasione, pardon, l'immigrazione islamica (e anche la loro controparte laica, protestante, valdese ecc., naturalmente). Una gita di massa, per una volta utile, invece delle vacanze a Gaza e in Cisgiordania. Utile come potrebbe essere spedire i gruppettari in Iran, perché si rendano conto di cos'è la repressione.
Perché è importante l'"incidente" di Nag Hamadi (dove la polizia naturalmente si è messa subito a imbrogliare le carte, parlando di faida, della vendetta per uno stupro e altre bizzarre giustificazioni)? Forse perché è un caso unico, eccezionale, uno straordinario "martirio" da testimoniare coi propri occhi? No, tutto il contrario, utile perché è la regola, quel che accade sempre, il modo standard con cui l'Islam affronta la diversità religiosa. Per dirne una sola, pochi giorni fa, a un centinaio di chilometri da lì, hanno bruciato un edificio, perché volevano aprirci una chiesa. E per soprammercato se la sono presa con le case della comunità copta (che, vi ricordo, sono i Cristiani convertiti nei primi secoli, eredi dell'Egitto antico ed ellenistico, conquistati dall'Islam con la forza nell'ottavo secolo).
Il fatto è che le cose vanno avanti così da dodici secoli, dalla conquista islamica dell'Egitto: violenze, intimidazioni, minacce, omicidi, pogrom, dissacrazioni... e di conseguenza conversioni di quelli che non ne possono più. E non è che questo accada specialmente contro i copti: contro gli ebrei, i cristiani di altre confessioni, contro tutti i non musulmani. Il modo standard di trattare le religioni "protette" (per i politeisti il Corano prescrive la morte immediata). E non solo in Egitto: in Arabia, nei territori palestinesi, nella "democratica" Turchia, dappertutto, in tutto quel delizioso "territorio della pace" che gli islamisti considerano loro per sempre e di cui non sono disposti a cedere neanche un millimetro, come in Israele. Quelli che ci invitano ad accogliere con favore i fratelli musulmani, preparano esattamente questo avvenire per i nostri nipoti. Speriamo che ci ripensino, per questo vorrei offrire loro un bel viaggio a Nag Hammadi, perché capiscano e meditino.
Non siete convinti? Guardate, ci sono classifiche per tutto. E per caso proprio ieri è uscita in rete la classifica dei paesi che opprimono di più i cristiani, aggiornata a tutto il 2009. La compila un'organizzazione che si chiama "Open doors"; il suo sito è questo: http://members.opendoorsusa.org/site/DocServer/WWL2010_test.pdf?docID=5801. Ma per risparmiarvi la fatica vi ho ricopiato nell'ordine l'elenco, anzi la classifica dei peggiori, cioè dei primi 50. Eccola: Korea North; Iran; Saudi Arabia; Somalia; Maldives; Afghanistan; Yemen; Mauritania; Laos; Uzbekistan; Eritrea; Bhutan; China; Pakistan; Turkmenistan; Comoros; Iraq; Qatar; Chechnya; Egypt; Vietnam; Libya; Burma/Myanmar; Azerbaijan; Algeria; India; Nigeria; Oman; Brunei; Sudan; Kuwait; Tajkistan; United Arab Emirates; Zanzibar Islands; Turkey; Djibouti; Morocco; Cuba; Jordan; Sri Lanka; Syria; Belarus; Tunisia; Ethiopia; Bangladesh; Palestinian Territory; Bahrain; Indonesia; Kyrgyzstan; Kenya (North East). Dei primi cinquanta, 39 sono paesi islamici, membri dell'OCI (organizzazione della conferenza islamica, il nuovo califfato, come la chiama Bat Ye'or. Altri sette sono paesi comunisti o ex da poco, gli altri sono dittature militari o fanatici induisti. Paesi occidentali non ce n'è, Israele naturalmente non figura, anzi praticamente nessuno fra i paesi citati ne riconosce l'esistenza; fra tutti solo l'India si può ragionevolmente definire una democrazia.
Insomma, chi perseguita i cristiani sono essenzialmente dittatori, islamisti e comunisti. Soprattutto, di gran lunga soprattutto gli islamisti. Quand'è che i bravi cattolici democratici capiranno che il nemico mortale non è l'Occidente, il consumismo, il laicismo, l'indifferenza religiosa, ma la violenza organizzata del fanatismo politico e religioso anti-occidentale? Quando si renderanno conto che eventi come Nag hammadi non sono occasionali, ma conseguenze di un metodo millenario? Quando smetteranno di pensare che il dialogo e l'accoglienza risolvono ogni cosa? Chiedeteglielo. E aiutatemi, anzi aiutateli, mandate un po' di questi preti e cattolici "di base" a parlare con i copti (o con chi condivide lo stesso destino in Siria o in Turchia). Forse capiranno che non si può servire la Croce e la Mezzaluna (o la Falce e Martello) allo stesso tempo.

Ugo Volli

In effetti lo ha detto anche Gesù che non si può servire Dio e Mammona, e bene fa Ugo Volli a condividere, parafrasandolo, il pensiero del suo antico correligionario. E dopo questa cartolina dell’altro ieri che non potevo, per il suo contenuto e per la carica di indignazione che contiene, relegare a un link, vi invito a leggere anche quella di ieri. Riporto invece interamente – e poi capirete perché – quella di oggi.

Voglio i danni per l'incendio di Gerusalemme nel '70 e.v.

La sapete l'ultima? Eccola, l'Iraq chiede a Israele i danni per aver distrutto nel 1981 il reattore nucleare di Osirak dove Saddam cercava di produrre le armi atomiche. Sembra una barzelletta, no? Ma è vero, lo ha detto un parlamentare iracheno, Muhammad Naji Muhammad, al giornale altrettanto iracheno al-Sabah. E sapete da chi sta cercano aiuto il governo iracheno per ricevere la giusta compensazione per non essere lasciato in pace a completare il compito lasciato interrotto dalla buonanima dello zio Adolf? Ma dall'Onu, naturalmente. Sembra una barzelletta, lo stato che ha gasato i curdi, che ha invaso il Kuwait, che ha attaccato l'Iran eccetera eccetera, che durante la prima guerra del golfo ha spedito i suoi missili con gas velenosi sulle città di Israele che in quella guerra non combatteva, be' quel paese vuole i danni per non aver potuto fare la Bomba.
Ma è qualcosa di più di una barzelletta, è una moda. La guerra legale contro Israele ("lawfare") si è estesa dai tribunali penali a quelli civili. Senza parlarne coi giornali, ma evidentemente con metodi efficaci, l'Onu ha raggiunto un accordo con Israele per farsi compensare con qualche milione di dollari i danni subiti dalle sue istallazioni durante l'Operazione piombo fuso. Di lì sparavano i cecchini di hamas, ma evidentemente questo non conta.
Il ministro degli esteri israeliano ha inoltre avvertito che oltre ai soliti mandati di arresto inglesi contro ufficiali e governanti israeliani, sono da mettere in conto cause civili nei tribunali americani contro i comandanti militari israeliani per i danni prodotti alle proprietà private nella stessa guerra.
Ultimo, come sempre, ma più fracassone di tutti è venuto fuori Ahamadinedjad, che ha dichiarato alla televisione di volere dall'America e dalla Russia i danni per l'invasione subita dalla Persia durante la seconda guerra mondiale. "Altro che sanzioni, ha detto in sostanza il presidentucolo, quelli ci devono dei soldi."
Insomma, la politica internazionale si fa sempre di più con l'arma della legge. Che questa mescolanza rovini la politica e anche la legge (e pure la storia, dati i tempi di cui si parla) non importa niente a nessuno (in particolare non agli avvocati, figuratevi le parcelle). Del resto gli stati del Terzo mondo non vogliono compensazioni per i crimini dell'imperialismo e dello schiavismo, avvenuti per lo più un paio di secoli fa? Io spero solo che il sindaco di Roma Alemanno faccia una bella causa alla Spagna per il sacco di Roma, deciso da Carlo V. Col ricavato, potrebbe forse pagare i danni dell'incendio di Gerusalemme del 70 dC, ad opera dell’imperatore Tito. Sperando che l'Egitto non cerchi di rivalersi per le 10 piaghe (ma forse per loro il Destinatario è sconosciuto...)

Ugo Volli



Carina la battuta sull’Egitto, vero? Solo che, ecco, Ugo Volli non lo sapeva, ma non è affatto una battuta … Leggete un po’ qua:

Un processo contro il popolo ebraico 25-08-03

Non sappiamo come dare ai nostri lettori questa notizia. È talmente assurda da sembrare falsa, ma una volta accertata la sua autenticità rimane da chiedersi come reagire, se scuotendo con disappunto la testa, se prendendosela con la eterna e sempre sorprendente stupidità umana, o se semplicemente sorridendo amaramente.
Nel numero del 9 agosto scorso il settimanale egiziano Al-Ahram Al-Arabi ha dato spazio ad una intervista con il dott. Nabil Hilmi, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Al-Zaqaziq.
L'illustre ed illuminato docente, coadiuvato da altri suoi colleghi, sta preparando una causa civile contro il popolo ebraico nella sua totalità. Ecco quanto egli afferma:
"Poiché gli ebrei fanno svariate richieste agli arabi ed al mondo, e pretendono il riconoscimento di diritti basati su fonti storiche e religiose, un gruppo di egiziani che vivono in Svizzera ha aperto il caso del cosiddetto "grande esodo degli ebrei dall'Egitto dei Faraoni". A quel tempo, essi rubarono all'Egitto dei Faraoni oro, gioielli, utensili di cucina, ornamenti d'argento, abiti ed altro, lasciando il paese a notte fonda con questo oggi inestimabile patrimonio".
Il capo degli egiziani emigrati in Svizzera, Gamil Yaken, ha fatto ricerche storiche ed ha nominato una squadra di giuristi per ottenere dal tribunale la restituzione di quanto gli ebrei rubarono allora. Questo furto non può essere vanificato appellandosi al tempo trascorso, ed è comprovato dai testi sacri degli ebrei.
Il Faraone era rimasto esterrefatto, continua Hilmi, al vedere le donne egiziane che piangevano per quanto era stato loro rubato nel corso della più colossale rapina che la storia ricordi.
Questo furto, secondo Hilmi, è in perfetta armonia con "la moralità ed il carattere degli ebrei", ed egli cita alla lettera dialoghi fra il Faraone e le donne del tempo, che descrivevano nei dettagli al loro sovrano gli oggetti rubati.
Una indagine di polizia ordinata dal Faraone svelò che Mosè ed Aronne, a causa "della natura perversa degli ebrei", avevano ordito questo crimine con la complicità dei rabbini, e malgrado il desiderio del popolo egiziano di essere loro amico.
Secondo il calcolo molto minuzioso di Hilmi e dei suoi esperti, considerando anche gli interessi maturati e la svalutazione, sulla base del peso dei preziosi rubati, egli valuta che si debbano moltiplicare 300 tonnellate d'oro per 5.758 anni, con il risultato di 1.125 trilioni di tonnellate d'oro al valore attuale. Per non parlare del valore degli altri beni.
Ma, bontà sua, egli proporrà al tribunale un compromesso onorevole: che agli ebrei, cioè, sia concesso di restituire questi beni frazionandoli in mille anni.

Federico Steinhaus



Sì, lo so che è banale dire che la realtà supera la fantasia, ma che altro dire di fronte a questa cosa? Caro Ugo Volli, rassegnati: gli arabi, in fatto di fantasia – soprattutto quando si tratta di estorcere e rapinare prendendo per i fondelli l’intero pianeta - ti mangiano la pappa in testa!

barbara


30 dicembre 2009

IL DECLINO DELLA CRISTIANITÀ SOTTO L’ISLAM

Origine del «jihad»

L'islam, religione rivelata in lingua araba da un profeta arabo, nacque in Arabia nel VII secolo e si sviluppò in seno a una popo­lazione le cui tradizioni e usanze erano influenzate da un parti­colare ambiente geografico. Per questo, pur mutuando dalle reli­gioni bibliche il nucleo essenziale del loro insegnamento etico, es­so incorporò elementi culturali locali, propri dei costumi delle tribù nomadi o parzialmente sedentarie che popolavano il Hijaz. Queste tribù, che costituivano il nucleo militante della comunità islamica, attraverso la guerra le assicurarono il costante sviluppo delle sue risorse e dei suoi adepti. Fu così che nel giro di un seco­lo gli arabi islamizzati, originari delle regioni più aride del pia­neta, ne conquistarono gli imperi più potenti, e al tempo stesso assoggettarono i popoli che avevano dato vita alle civiltà più pre­stigiose.
Il jihad (la guerra santa contro i non musulmani) nasceva dal­l'incontro tra le consuetudini del grande nomadismo guerriero e le condizioni di vita di Maometto a Yathrib (più tardi Medina), dov'era emigrato nel 622 sfuggendo alle persecuzioni degli ido­latri a La Mecca. Priva di mezzi di sostentamento, la piccola co­munità musulmana in esilio viveva a carico dei neoconvertiti di Medina, gli ansar ovvero gli ausiliari. Ma poiché tale situazione non poteva protrarsi, il Profeta organizzò alcune spedizioni volte a intercettare le carovane che commerciavano con La Mecca. In­terprete della volontà di Allah, Maometto riuniva in sé i poteri politici del capo militare, la leadership religiosa e le funzioni di un giudice: «Chiunque obbedisce al Messaggero, obbedisce a Dio» (Corano IV,80).
Fu così che una serie di rivelazioni divine, elaborate ad hoc per tali spedizioni, vennero a legittimare i diritti dei musulmani sui beni e la vita dei loro nemici pagani, e furono creati versetti coranici finalizzati a santificare di volta in volta il condiziona­mento psicologico dei combattenti, la logistica e le modalità del­le battaglie, la spartizione del bottino e la sorte dei vinti. [enfasi mia, ndb] A poco a poco fu definita la natura delle relazioni da adottare nei con­fronti dei non musulmani nel corso delle imboscate, delle batta­glie, degli stratagemmi e delle tregue, ossia dell'intera gamma di strategie in cui si articolava la guerra santa necessaria ad assicu­rare l'espansione dell'islam.
La vita di Maometto è già stata oggetto di molteplici studi e non è il caso di ritornare su di essa. Basti notare che la politica adottata dal profeta arabo nei confronti degli ebrei di Medina, nonché degli ebrei e dei cristiani delle oasi del Hijaz, determinò quella dei suoi successori nei confronti degli abitanti indigeni ebrei e cristiani dei paesi conquistati. Gli ebrei di Medina furono o depredati e cacciati dalla città (sorte toccata ai banu qaynuqa' e ai banu nadir, 624-625), o massacrati, a eccezione dei convertiti al­l'islam, delle donne e dei bambini, che furono ridotti in schiavitù (come accadde ai banu qurayza, 627). E poiché tutte queste decisioni furono giustificate mediante rivelazioni di Allah contenute nel Corano, esse assunsero valore normativo e divennero una componente obbligata della strategia del jihad. I beni degli ebrei di Medina andarono a costituire un bottino che fu spartito tra i combattenti musulmani, in base al criterio per cui un quinto di ogni preda era riservato al Profeta. Tuttavia, nel caso dei banu nadir Maometto conservò la totalità del bottino poiché questo, es­sendo stato confiscato senza colpo ferire, secondo alcuni versetti coranici (LIX,6-8) spettava integralmente al Profeta, incaricato di gestirlo a beneficio della comunità islamica, la umma. Fu questa l'origine del fay', ossia del principio ideologico, gravido di conse­guenze per il futuro, in base al quale il patrimonio collettivo del­la umma era costituito dai beni sottratti ai non musulmani.
Fu nel trattato concluso tra Maometto e gli ebrei che coltiva­vano l'oasi di Khaybar che i giureconsulti musulmani delle epo­che successive individuarono l'origine dello statuto dei popoli tributari, tra i quali il presente studio prende in esame gli ebrei e i cristiani - designati collettivamente come Gente del Libro (la Bibbia) - e gli zoroastriani persiani.
Secondo questo trattato, Maometto aveva confermato agli ebrei di Khaybar il possesso delle loro terre, la cui proprietà passa­va invece ai musulmani a titolo di bottino (fay'). Gli ebrei conser­vavano la loro religione e i loro beni in cambio della consegna di metà dei loro raccolti ai musulmani. Tuttavia tale statuto non era definitivo, in quanto Maometto si riservava il diritto di abrogarlo quando lo avesse ritenuto opportuno.
La umma continuò a ingrandirsi e ad arricchirsi grazie alle spe­dizioni contro le carovane e le oasi - abitate da ebrei, cristiani o pagani - dell'Arabia e delle regioni di confine siro-palestinesi (629-632). Tali agglomerati, situati a nord di Ayla (Eilat), nel Wadi Rum e nei pressi di Mu'tah, erano circondati da tribù arabe no­madi. Quando esse si schierarono con Maometto gli stanziali, ter­rorizzati dalle razzie, preferirono trattare con il profeta e concordare il pagamento di un tributo. Attingendo a fonti contempo­ranee, Michele il Siro rievoca quegli eventi:

[Maometto] cominciò a radunare delle truppe e a salire a tendere delle imboscate nelle regioni della Palestina, al fine di persuadere [gli arabi] a credere in lui e a unirsi a lui portando loro del bottino. E poiché egli, partendo [da Medina], si era recato più volte [in Pa­lestina] senza subire danni, anzi, l'aveva saccheggiata ed era tornato carico <di bottino>, la cosa [la predicazione di Maometto] fu avvalorata ai loro occhi dalla loro avidità di ricchezze, che li portò a istituire la consuetudine fissa di salire lì a fare bottino... Ben presto le sue truppe si misero a invadere e a depredare numerosi paesi [...]. Abbiamo mostrato in precedenza come, sin dall'inizio del loro impero e per tutta la durata della vita di Maometto, gli arabi partis­sero per fare prigionieri, saccheggiare, rubare, tendere insidie, in­vadere e distruggere i paesi.

Alla morte del Profeta (632), quasi tutte le tribù del Hijaz ave­vano aderito all'islam, in Arabia l'idolatria era stata vinta e le Gen­ti del Libro (ebrei e cristiani) pagavano un tributo ai musulmani. Il successore del profeta, Abu Bakr, represse la rivolta dei beduini (ridda) e impose loro l'adesione all'islam e il pagamento dell'im­posta legale (zakat). Dopo aver unificato la Penisola, egli portò la guerra (jihad) al di fuori dell'Arabia. Il jihad consisteva nell'impor­re ai non musulmani una di queste due alternative: la conversio­ne o il tributo; il rifiuto di entrambe obbligava i musulmani a com­batterli fino alla vittoria. Gli arabi pagani potevano scegliere tra la morte e la conversione; quanto agli ebrei, ai cristiani e agli zoroa­striani, in cambio del tributo e in base alle modalità della conqui­sta, essi potevano «riscattare» le loro vite e al tempo stesso mante­nere la libertà di culto e il sicuro possesso dei loro beni.
Nel 640 il secondo califfo, Omar ibn al-Khattab, cacciò dal Hijaz i tributari ebrei e cristiani appellandosi alla dhimma (con­tratto) di Khaybar: la Terra appartiene ad Allah e al suo Inviato, e il contratto può essere rescisso a discrezione dell'imam, leader re­ligioso e politico della umma e interprete della volontà di Allah. Omar invocò altresì l'auspicio espresso dal profeta: «Nella Peni­sola Arabica non devono coesistere due religioni».

E dopo quasi un millennio e mezzo, ancora non hanno smesso.
Per tutti quelli che “esiste un islam moderato”.
Per tutti quelli che “non confondiamo islam con islamismo e islamismo con terrorismo”.
Per tutti quelli che “l’islam si coniuga al plurale”.
Per tutti quelli che “ma questo non è il vero islam”.
Per tutti quelli che “c’era una volta un islam tollerante”.
Per tutti quelli che “è una reazione alle crociate, è una reazione al colonialismo, è una reazione alle aggressioni dell’Occidente”.
Per tutti quelli che ancora si ostinano a chiudere gli occhi.
Per tutti quelli che gli occhi li hanno ben aperti e per questo credono di sapere più o meno tutto, e sapessero invece quanto si sbagliano.
Per tutti. Da leggere. Da studiare. Da imparare a memoria. Perché è meglio, molto meglio, un salutare cazzotto allo stomaco oggi che una devastazione planetaria domani – un domani che sta già bussando alle porte.

Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau



barbara


27 dicembre 2009

È NATO GESÙ ...



Nella chiesa di Bellinzona (Ticino, Svizzera), la tradizionale culla della natività col bambin Gesù è attorniata da minareti [qui]. Sulla culla sono stati posti versetti della Bibbia e del Corano sull'argomento dell'acqua. (Grazie a Paolo Mantellini)

Una sola cosa mi domando: se lo scopo di questa oscena caricatura di presepe è quello di suggerire fraterna coesistenza delle varie religioni, perché intorno al Bambinello non si vedono campanili, sinagoghe, templi buddisti, ma unicamente quei giganteschi missili fallici che spero tanto vadano presto a inchiappettare l’ideatore di questa sconcia pagliacciata?

barbara

P.S.: torno presto


30 giugno 2009

VERSO IL CALIFFATO UNIVERSALE

     

Di Bat Ye’or vi ho già presentato a suo tempo lo sconvolgente e documentatissimo Eurabia, che mi auguro abbiate letto tutti, e chi non lo avesse ancora fatto è caldamente invitato a provvedere al più presto.
Ora arriva questo che ne è, per molti versi, la continuazione, lo sviluppo logico, e che ci spiega – sempre con inoppugnabile documentazione – varie cose che a uno sguardo superficiale o ignaro dei retroscena potrebbero apparire inspiegabili: perché l’intero mondo occidentale ha sposato la causa dei più efferati terroristi che mai la storia abbia conosciuto? Perché demonizza chi da tale terrorismo tenta di difendersi? Perché sostiene dittatori dalle mani grondanti di sangue e combatte con tutte le proprie forze contro le democrazie? Perché sessant’anni di storia sono stati letteralmente capovolti? Perché ciò che fino a pochissimi decenni fa sarebbe apparso delirante a chiunque fosse dotato di mezza briciola di raziocinio e di buonsenso oggi appare a quasi tutti perfettamente ragionevole? Perché è sempre più comunemente accettata l’idea che criticare e sbeffeggiare il papa fa parte del fondamentale diritto alla libertà di espressione mentre qualunque critica a tutto ciò che ha a che fare con l’islam è un intollerabile abuso della suddetta libertà? Perché L’Onu dedica tutta la propria attenzione a Israele trascurando vergognosamente, crimini veri, massacri veri, genocidi veri, pulizie etniche vere, discriminazioni vere, apartheid vera? Perché Durban 1 e Durban 2? Perché tutto questo è cominciato a partire da un momento ben preciso, sovvertendo tutte le posizioni, le opinioni, i comportamenti precedenti? Bat Ye’or ce lo spiega: non raccontando storie bensì presentando documenti. Quei documenti che faremmo bene a leggere e a conoscere approfonditamente, se vogliamo tentare di salvarci. Tenendo presente che il Consiglio dei Diritti dell’Uomo tende sempre più a considerare valida la Dichiarazione islamica, che all’articolo 22, per esempio, stabilisce che:

a) Ognuno ha il diritto di esprimere liberamente la propria opi­nione in un modo che non contravvenga ai principi della sharia;
b) Ognuno ha il diritto di sostenere ciò che è giusto e propa­gandare ciò che è buono e mettere in guardia contro ciò che è sbagliato e malvagio in conformità con le norme della sharia islamica;
e) L'informazione è una necessità vitale per la società. Essa non può essere sfruttata o distorta in modo tale da violare la santità e la dignità dei Profeti, minare i valori morali ed etici o disintegrare, corrompere o inquinare la società o indebolirne la fede;
d) Non è consentito suscitare odio nazionalistico o ideologico o comunque incitare a qualsiasi forma di discriminazione razziale

dove, beninteso, per “odio nazionalistico o ideologico” si deve intendere unicamente quello rivolto all’islam, ivi comprendendo non solo l’odio gratuito ma anche le semplici critiche o l’esposizione di fatti accaduti.
È un libro che rischia di farci perdere il sonno, questo di Bat Ye’or; ma ben altro è ciò che rischiamo di perdere, a chiudere occhi e orecchie di fronte alla realtà che ci sovrasta.

Bat Ye’or, Verso il Califfato universale, Lindau



barbara


17 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 4

Questa volta un articolo recentissimo, giusto per non dimenticare come vanno le cose da quelle parti.

A GAZA AUMENTANO GLI ATTACCHI CONTRO I CRISTIANI

È tutto riconducibile a Hamas

Nella Striscia di Gaza vivono 3500 cristiani, quasi tutti nei quartieri di Zeitun, al-Daraj e Sheikh Radwan. La maggior parte di loro è costituita da professionisti o commercianti; le loro condizioni socio-economiche sono considerate al di sopra della media locale. Quello che non tutti sanno è che, sotto Hamas, la piccola minoranza cristiana vive nella paura quotidiana e preferisce tenere sotto tono le festività religiose e culturali; alcuni di loro stanno pianificando di abbandonare Gaza.
Ma non sono gli unici a cadere nel mirino dell'intolleranza e dell'odio. Persino le istituzioni cristiane o culturalmente occidentali sono prese d'assalto dai fondamentalisti islamici, alcuni dei quali affiliati alla jihad internazionale che, com'è noto, cerca d'impedire l'influenza di idee occidentali e d'implementare rigidi codici islamici sulla vita quotidiana.
Tali istituzioni servono pure come bersaglio per le proteste contro quelli che vengono considerati insulti all'Islam, come le vignette danesi.
Nella Striscia di Gaza aumentano gli attacchi contro i cristiani e le istituzioni che s'identificano con l'Occidente. Hamas, che controlla l'entità radicale islamica nella Striscia, condanna a parole gli attacchi ma non fa nulla di concreto per fermarli. Ci si riferisce a: scuole cristiane e delle Nazioni Unite, The American International School, biblioteche, internet café. Recentemente sono esplose bombe nei pressi un convento di suore e di un ristorante fast-food.
L'atteggiamento di Hamas verso gli attacchi è contraddittorio. Da una parte Hamas mira ad imporre sui residenti di Gaza uno stile di vita in linea con i dettami dell'Islam e ad ostruire l'influsso di idee occidentali. Gli attivisti di Hamas ad alto livello istigano i residenti contro il cristianesimo e contro l'Occidente. Dall'altra parte Hamas istituisce commissioni d'inchiesta ed esprime a parole solidarietà alla comunità cristiana. La verità è che sul piano pratico Hamas preferisce non confrontarsi con gli elementi islamici fondamentalisti. Sinora non si sa se gli autori di un qualsiasi attacco siano mai stati catturati e processati. A giudizio di attenti osservatori, l'assenza di un intervento concreto da parte di Hamas incoraggia gli elementi radicali e consente che gli attacchi continuino. Sotto questo aspetto, è tutto riconducibile a Hamas. (ICN News, 3 giugno 2008, grazie a “Notizie su Israele”)

E tanto per allargare un po’ gli orizzonti, andate a dare un’occhiata anche a questo.


barbara


1 luglio 2007

EURABIA

                                              

(Nota: post lungo. Ma tanto adesso vado in vacanza, quindi potete anche leggerlo a rate)

Gli accordi economici tra la CEE e il mondo arabo, di fatto, andavano ben oltre i trattati commerciali: conducevano l'Europa a una progressiva soggezione agli obiettivi politici arabi, spesso accolti con interesse ed entusiasmo. I membri del DEA (dialogo euro-arabo, ndb) - in particolare la Francia - richiedevano la presenza di una diplomazia congiunta euroaraba nei forum internazionali in cui la CEE si allineava alle posizioni antisioniste della Lega araba. Nel 1968 l’OLP aveva riunito vari gruppi terroristici sotto la leadership del movimento al-Fatah di Yasser Arafat, il quale nel febbraio 1969, fu eletto presidente del suo comitato esecutivo e comandante in capo dell'OLP. Il Dialogo divenne il principale veicolo della sua legittimazione e preparò la strada al suo riconoscimento ufficiale e diplomatico. Per la prima volta l’OLP ottenne il rispetto e la stima internazionale che occultarono la sua reputazione di gruppo terroristico, conquistata fin dal ‘65 con azioni di sabotaggio, omicidi, rapimenti di ostaggi e gesti terroristici.
Gli sforzi del DEA per legittimare l’OLP produssero effetti immediati ed elevarono Arafat al rango di statista. Il vertice arabo di Rabat (1974), che riconosceva l’OLP come unico rappresentante legittimo dei palestinesi, gli spianò la strada del successo: il 14 ottobre 1974 Arafat parlò all'assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. In Europa, intanto, i gruppi neonazisti e fascisti gli garantivano il loro appoggio, mentre i paesi comunisti dell’area sovietica offrivano campi di addestramento alle sue milizie.
Sul piano diplomatico la Francia, che sosteneva la causa palestinese, espresse per bocca del suo rappresentante permanente al Consiglio di Sicurezza Louis de Guiringaud, gli argomenti che avrebbero costituito l’ossatura ideologica del DEA. Nel suo discorso, Guiringaud citò il presidente francese Giscard d’Estaing, che ormai attribuiva le cause del conflitto non al rifiuto arabo di riconoscere Israele, ma alla questione palestinese:
«Il nocciolo del problema è riconoscere che non può esservi una pace durevole in Medio Oriente fino a che non si troverà una soluzione equa alla questione palestinese. Ora, dal momento che la comunità internazionale ha riconosciuto l’esistenza di un popolo palestinese, qual è la naturale aspirazione di un popolo? Quella di avere una patria».
L’espressione soluzione equa, che per molti implicava la scomparsa di Israele o il suo relegamento all’interno di confini indifendibili, unita a «diritti legittimi dei palestinesi», costituiva ormai la piattaforma politica della CEE. Nella sua dichiarazione, Guiringaud riprendeva formule abituali nei testi arabi, quali la necessità per i palestinesi, che ormai avevano fatto capire al mondo di essere un popolo, di esprimersi senza intermediari. Egli teorizzava il ruolo chiave della realtà palestinese, questo «elemento nuovo» che, da solo, avrebbe deciso della pace, e celebrava le qualità di statista di Yasser Arafat. Chiedeva, infine, una soluzione complessiva anziché una pace separata e, con uno straordinario cortocircuito storico, collocava Israele e i palestinesi in una fantomatica simmetria: «Ciò che colpisce nella storia di questi due popoli è la comunanza nella sventura. Entrambi hanno conosciuto la sofferenza e l’esilio. Nati in una delle culle della civiltà occidentale, hanno sperimentato entrambi le peggiori vicissitudini. Nulla è stato loro risparmiato».
In questo discorso non c’era niente di vero. Gli arabi di Palestina, discendenti di diverse tribù di immigrati coloniali musulmani, imposero agli ebrei nativi della Terra Santa uno dei peggiori sistemi di oppressione ed espropriazione, la dhimmitudine, che li obbligò a sopravvivere per 13 secoli in esilio. Inoltre, la patria dell’islam e degli arabi è l'Arabia, che non è affatto una delle culle della civiltà occidentale. Nonostante l’incredibile falsità di questo discorso, nei tre decenni successivi la politica europea in Medio Oriente si sarebbe sviluppata alla luce del quadro politico e ideologico da esso delineato.
L'influsso degli arabi sulle ambizioni economiche europee si fece ben presto sentire, imponendo al Consiglio Europeo dei ministri le loro direttive riguardo a Israele. L'incontro del DEA sulla cooperazione euroaraba, tenutosi ad Amsterdam nel 1975, vide riunito un gran numero di ambasciatori, diplomatici, universitari ed esponenti del mondo dei media europei e arabi. Nel corso del dibattito Ibrahim ’Al-’Ubaid, direttore generale del ministero delle risorse petrolifere e Minerarie dell'Arabia Saudita, espresse perfettamente lo spirito del Dialogo: «Insieme e su un piano di parità, europei e arabi possono, mediante “una strategia di interdipendenza”, pianificare in primo luogo l’eliminazione della spina nel loro fianco - il problema israeliano – e dedicarsi all’erculea fatica che li attende». (pp. 88-90)

Capita, a volte, che anche persone che come me hanno letto decine di libri e migliaia di documenti su un determinato argomento e pensano perciò di sapere più o meno tutto, scoprano improvvisamente che in realtà le proprie lacune in materia sono a dir poco abissali. A me è capitato con Eurabia: nessun teorema, nessuna interpretazione, ma unicamente dati e fatti, nudi e rigorosamente documentati. E la scoperta, tanto per cominciare, che il termine Eurabia non è stato inventato né da Bat Ye’or, né da Oriana Fallaci, bensì – sorpresa sorpresa! – dagli arabi che ne hanno fabbricato il concetto e imposto l’attuazione, molto prima che queste due donne cominciassero a denunciarlo, come possiamo vedere qui:

A poco a poco, però, la CEE/UE ha uniformato e rafforzato i suoi legami con i paesi arabi grazie all'aumento della popolazione musulmana immigrata in Europa, alle sinergie culturali e alle reti istituzionali che diffondevano la propaganda europalestinese. La CEE si è allineata alle direttive della Conferenza dell'XI vertice arabo (Amman, 25-27 novembre 1980), che aveva conferito legittimità e rispettabilità ad Arafat, padrino del terrorismo internazionale ed eroe del jihad arabo contro gli infedeli.
La CEE ha fatto propria la patologica ossessione araba, che attribuisce a Israele una centralità malefica, in grado di eclissare tutti gli eventi del pianeta, e l'ha trasformata in una chiave di interpretazione e di politica internazionale, facendo del conflitto arabo-israeliano la sua priorità assoluta, senza accorgersi dei pericoli che minacciavano la sua sicurezza e il suo avvenire. Grazie al suo implicito coinvolgimento nel jihad arabo-musulmano contro Israele, sotto lo slogan «pace e giustizia per i palestinesi», ha rinnegato tutti i suoi valori e i fondamenti stessi della sua, civiltà. È così che ha abbandonato i cristiani del Libano ai massacri palestinesi (1975-1983), quelli sudanesi al genocidio del jihad e alla schiavitù, e i cristiani del mondo islamico alle persecuzioni della dhimmitudine.
L’APCEA costituisce il veicolo che trasmette le richieste del blocco arabo all'UE. Questo gruppo di parlamentari rappresenta tutti i principali partiti europei, è sostenuto dalla Commissione Europea e mantiene i contatti con la Presidenza dell'UE. Tutti i vertici parlamentari euroarabi si svolgono secondo un identico schema. I parlamentari europei hanno il compito, sul piano internazionale, di promuovere in Europa la politica araba all'insegna dello slogan «pace e giustizia», e sul piano interno, di rafforzare l'influenza islamica nell’UE, attuando le politiche sull'immigrazione previste dal Partenariato.
Nel 1996 (29 novembre-1 dicembre) si è svolta, all'Assemblea nazionale di Amman, la conferenza annuale del Dialogo Parlamentare Euroarabo, organizzata congiuntamente dall'UIPA e dall'APCEA. Essa ha visto riuniti membri di 12 Parlamenti nazionali arabi, di 14 Parlamenti nazionali europei e del Parlamento europeo, più il rappresentante della Lega Araba e quello dell'UNRWA in veste di osservatori. L'Unione Inter-Parlamentare Araba (UIPA) è un'organizzazione ufficiale in cui siedono parlamentari arabi designati dalle rispettive Assemblee. Istituita nel 1974, all’indomani della guerra dell'ottobre 1973 e qualche mese dopo la fondazione dell’Associazione Parlamentare per la Cooperazione Euro-Araba, essa permette ai rappresentanti dei vari Parlamenti membri di riunirsi e coordinare le loro attività. Si tratta di un organismo ufficiale, a differenza dell' APCEA, che comprende parlamentari scelti su base volontaria e individuale. La presidenza dell’UIPA è esercitata a turno dai vari paesi, e include 21 sezioni nazionali: Algeria, Arabia Saudita, Bahrein, Comore, Gibuti, Egitto, Giordania, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Qatar, Mauritania, Marocco, Palestina, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Il segretariato generale ha sede a Damasco. (pp. 152-153)

E qual è lo scopo di tutto questo? Bat Ye’or lo spiega e poi, nelle pagine successive lo dimostra e lo documenta:

Si potrebbe pensare che questo jihad non miri solo alla distruzione di Israele. E invece è stata proprio la questione palestinese lo strumento utilizzato dal jihad per disgregare l'Europa: essa ha costituito infatti il fondamento e l’impianto organico su cui è sorta Eurabia, il cuore dell'alleanza e della fusione euroarabe, germogliate sul terreno dell'antisionismo. Ora, i rapporti tra Europa e Israele, cristianesimo ed ebraismo, non investono soltanto l'ambito geostrategico, ma rappresentano il vincolo ontologico e la linfa vitale di tutta la spiritualità dell'Europa cristiana. Sono questo collante, questa spiritualità che oggi si disfano e si disintegrano in Eurabia, dove il culto della fine di Israele, alimentato dalla «palestinità», assicura il trionfo dell'ideologia dell'odio propria del jihad. Il palestinismo, nuovo culto europeo che ha preso il posto della Bibbia, sta dando forma, all'interno di Eurabia, ai miti fondanti del jihad: la supremazia morale e politica dell'islam.
Il binomio Israele-Palestina rappresenta quindi il nucleo fondante della genesi e della costruzione di Eurabia: un progetto - come vedremo in queste pagine – imposto dalle pressioni terroristiche del blocco arabo a un’Europa i cui leader politici non chiedevano altro che farsi convincere. Perciò il mio lavoro, sebbene concepito in origine come uno studio sull'avanzata della «dhimmitudine» in Europa, non può prescindere da Israele, elemento chiave dell’identità e della spiritualità eurocristiana, come la Palestina lo è di Eurabia. Israele infatti si è costruito sulla liberazione dell'uomo, mentre la dhimmitudine lo imprigiona nella schiavitù. Il processo di rovesciamento e stravolgimento dei valori insito in Eurabia dà luogo a opzioni ideologiche e scelte di vita conseguenti. (p. 8)

Fin dagli anni '70, una sorta di tabù aveva circondato l'argomento in Europa, anzi, lo aveva addirittura estromesso dalla storia. È stato necessario attendere l’attacco jihadista agli USA
dell'11 settembre 2001 perché il muro di silenzio si rompesse. Infatti la guerra dichiarata dal presidente Bush al terrorismo islamico ha sconvolto i leader politici europei, mentre al tempo stesso le inchieste giudiziarie rivelavano che la maggior parte degli attentati terroristici contro gli Stati Uniti e gli altri paesi era stata istigata da cellule islamiche sparse per l'Europa.
Così, le onde d'urto dell'11 settembre hanno raggiunto l'Europa: nelle sue periferie, tra gli immigrati, si sono rivelate chiaramente la popolarità di Bin Laden e la fierezza per gli attacchi terroristici sferrati all'America, simbolo di un Occidente odiato. Stupefatti e costretti a uscire dal loro torpore, gli europei hanno iniziato allora a scoprire il nuovo volto di Eurabia: un continente in balia della paura, del silenzio, della dissimulazione e della diffamazione, che non aveva ormai più niente a che vedere con l'Europa. Fin dal VII secolo e per oltre un millennio, l'Europa aveva resistito alle armate jihadiste che, dai territori islamici, muovevano all'assalto delle sue isole e delle sue coste. Ma a partire dal 1968, sotto la pressione del terrorismo palestinese, dell'attrattiva esercitata dall'oro nero e di uno strisciante antisemitismo, la CEE ha inaugurato una linea del tutto diversa, optando deliberatamente per una politica di integrazione con il mondo arabo, secondo una dottrina che prevedeva l'unificazione delle due sponde del Mediterraneo. L'Europa doveva riconciliarsi con un mondo che avrebbe poi incorporato, e che l'avrebbe portata a espandersi in Africa e in Asia. I tre sintomi più evidenti di questa politica? L’antiamericanismo, l'antisemitismo/antisionismo e il culto per la causa palestinese, tre orientamenti imposti e diffusi dai vertici dell’Unione Europea in ogni stato membro, dagli strati più alti a quelli più bassi della scala sociale, tramite un potente apparato e una fitta rete organizzativa.
Nella confusione generata dall’improvvisa comparsa del terrorismo islamico sul suolo americano, dalla guerra contro i talebani in Afghanistan e dalla politica del caos e delle bombe umane inaugurata da Arafat in Israele, i governi europei, legati a doppio filo ai paesi arabi, hanno adottato la politica dello struzzo, facendo a gara a dichiarare che il terrorismo islamico non esisteva. Quello che impropriamente veniva definito «terrorismo», altro non era che l'esito della follia, la stupidità, e l'arroganza della la politica americana, della sua «ingiustizia» nei confronti dei palestinesi, della sua strategia dei «due pesi e due misure». La vera fonte del terrorismo, la causa principale della guerra era Israele, genericamente designato come «l'ingiustizia» e responsabile, con la sua sola esistenza, della frustrazione e umiliazione dell’intero mondo islamico, della miseria, della disperazione e di tutti gli altri innumerevoli mali che affliggono 22 paesi arabi, nonché delle guerre che insanguinano il pianeta. Bastava eliminare «l’ingiustizia» per portare a compimento l'armoniosa intesa euroaraba, la purificazione del mondo e la pace. (pp. 16-17)

Vi sembra esagerato? Vi capisco: anche a me è sembrato esagerato. E continuerei a trovarlo esagerato se non fosse che ogni parola è puntualmente documentata.

Durante tutto il periodo del mandato inglese, e fino all’inizio degli anni '70, gli arabi di Palestina non si erano mai considerati un’entità separata e differenziata dagli altri arabi. Il termine «palestinese» allora designava gli ebrei. Prima del 1967, quando, l'Egitto occupava Gaza e la Transgiordania controllava tutta la riva occidentale del Giordano, nessun popolo palestinese ne aveva mai rivendicato l’indipendenza. Anche all’inizio degli anni 70, l'idea di un popolo palestinese distinto dalla «nazione araba», era inconcepibile. Infatti l'articolo 1 della Carta Nazionale Palestinese, nella versione emendata del 1968, afferma: «La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese; è una parte indivisibile della patria araba, e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba». Analogamente la dichiarazione della Conferenza di Algeri del 1973 – come peraltro le dichiarazioni seguenti - parla di una «nazione araba» determinata a recuperare le sue terre. Il territorio israeliano era ritenuto appartenere non a un'entità arabo-palestinese a se stante, ma a una nazione araba globale, i cui membri sostenevano i loro fratelli in Palestina. Questa concezione corrisponde peraltro alla visione islamica del mondo.
Era quindi consuetudine riferirsi non – come fece per la prima volta la Dichiarazione di Bruxelles – a un «popolo palestinese», ma semplicemente agli arabi di Palestina. Essi non erano affatto diversi dai loro fratelli giordani che vivevano sul 78% del territorio palestinese, smembrato dai colonizzatori britannici nel 1922 per costituire, nella stessa Palestina, l’emirato ashemita di Transgiordania, divenuto Regno di Giordania nel 1949. Il sorgere ex nihilo di un popolo palestinese, dopo l’embargo arabo sul petrolio del 1973, si accompagnò a una politica europea tesa a consolidare la legittimità e la superiorità dei diritti palestinesi rispetto a quelli israeliani. Questa politica non era altro che una ripresa della teologia cristiana della sostituzione, la quale giustificava, tramite una propaganda basata su calunnie, la distruzione di Israele. Essa coinvolgeva la CEE in una collusione attiva con il mondo arabo volta a smantellare lo stato ebraico, secondo il programma inserito nella XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese, svoltasi a Il Cairo il 9 giugno 1974. (pp. 58-59)

Queste cose qui invece le sapete benissimo perché le avete lette nel mio blog alcuni miliardi di volte, SEMPRE accompagnate da inoppugnabile documentazione.

Dopo aver passato in rassegna le diverse sfere del mondo islamico - pensiero, cultura, economia, finanze, investimenti, centri e università islamiche a livello mondiale, il settore della predicazione e l’agenzia islamica di informazione internazionale – ‘Al-Tuhami fece una sintesi del suo intervento, di cui proponiamo qui i seguenti punti:

1. Creazione e attivazione di un’agenzia internazionale di informazione islamica.
5. Convocazione urgente di esperti per diffondere l’islam a livello mondiale, e creazione di un fondo per il jihad come tappa preliminare per definire i compiti da affidare a tale fondo in conformità alle precedenti risoluzioni, e metterli in atto ovunque sia possibile. L’adesione a questo fondo è aperta a tutti, senza alcuna restrizione, e va coordinata con i progressi del piano d'azione del jihad in tutti i settori, secondo quanto già menzionato.
7. Incoraggiare le attività dei centri culturali e delle organizzazioni in Europa, e creare due centri culturali nel continente […] Inoltre, occorre sostenere i centri già esistenti e promuovere le loro iniziative anche in America e in Africa.

Mi permetto di attirare l’attenzione sul fatto che le frasi sopra riportate non sono deliri di Bat Ye’or, bensì dichiarazioni del signor Muhammad Hasan ’al-Tuhami, segretario generale della Conferenza Islamica, nel corso della II Conferenza Islamica a Lahore.

Come
vedremo nei prossimi capitoli, nei decenni successivi il DEA sarebbe diventato lo strumento decisivo del successo di questo progetto. Infatti i programmi, educativi e culturali dei centri islamici europei, introdotti dal DEA nelle scuole del continente, rispecchiano le idee dei sottoscrittori del fondo per il jihad enunciate da ’Al-Tuhami. Questi programmi sono stati entusiasticamente accolti, applicati e recepiti da leader, intellettuali e attivisti europei.
A partire da quegli anni, in tutta Europa, con la benedizione dei suoi governi, si sono sviluppati centri culturali islamici. Sotto l’egida spirituale dei Fratelli Musulmani, tali centri hanno creato reti e organizzazioni che educano e addestrano militanti contrari all’integrazione degli immigrati nella società degli infedeli, preparando l’avvento del futuro islam europeo, radicalmente ostile alla civiltà in cui vive. Il DEA ha permesso ai Fratelli Musulmani, sostenuti da cospicui finanziamenti, di tessere le loro ramificazioni in tutta l'Europa occidentale. Da Ginevra, Sa’id Ramadan (1926-1995), genero di Hasan ’al-Bannah, fondatore dei Fratelli Musulmani, creò centri islamici in Svizzera, a Monaco, in Gran Bretagna e Austria. I Fratelli istituirono banche islamiche in Lussemburgo (1977), Danimarca (Copenhagen), a Londra e negli USA, per finanziare le attività della
da’wah.
A livello internazionale, la diplomazia congiunta auspicata da DEA impegnava la CEE a difendere le cause musulmane, in particolare quella palestinese, in ogni circostanza. Le cospicue somme di denaro elargite ai paesi arabi, soprattutto ai palestinesi, garantivano alla CEE la precaria sicurezza del dar al-suhl, la terra del trattato, che dura finché nessun ostacolo si frappone alla da'wah. L’Europa ha tentato di sventare la minaccia del jihad che incombe su dar al-harb optando per una politica di conciliazione/collusione con il terrorismo internazionale e incolpando Israele e gli Stati Uniti delle tensioni jihadiste. Questa situazione le ha permesso di conservare il suo statuto di dar al-suhl, vale a dire terra della collaborazione sottomessa, se non della resa agli islamici radicali. (pp. 74-75)

Dunque la mancata integrazione degli immigrati islamici non è una disgrazia che ci è capitata sulle spalle, bensì il frutto di una scelta politica ben precisa, che stiamo pesantemente pagando – attentati di Madrid e di Londra, più gli altri sventati, stato di insicurezza per tutti noi – e che molto più ancora pagheremo in futuro. Forse come singoli non possiamo fare molto per allontanare il temporale che sempre più si sta addensando sulle nostre teste, ma possiamo, se non altro, non farci cogliere impreparati. Per esempio leggendo quell’autentica miniera di notizie che è “Eurabia”.

Bat Ye’or, Eurabia, Lindau



barbara

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