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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


6 ottobre 2011

SPIGOLATURE 1

Il ragazzo che era in fila con me al check in, alla partenza: giovane, caruccio, dalla morbida parlata emiliana. Dopo mezz’ora che ci parlavo, a causa di qualcosa che ha detto mi è venuto il sospetto che potesse non essere italiano. Infatti era arabo israeliano, di Nazaret. Poi in aereo era dietro di me e l’ho sentito parlare molto disinvoltamente in ebraico coi suoi vicini. Ad ogni buon conto, una volta diventato di pubblico dominio che era arabo, ha provveduto a tenere bene in vista sopra la maglietta la croce che portava al collo.

Polizia e carabinieri. Una mezza dozzina, col mitra spianato, a proteggere la nostra fila, quella del volo per Tel Aviv: penso, in quell’ora notturna, almeno la metà di quelli che erano in servizio nel piccolo aeroporto di Verona. E solo per quel volo. Poi vengono a dire che Israele deve essere trattato come qualunque altro stato; e a dirlo, beninteso, sono proprio quelli che rendono necessario tutto quell’eccezionale apparato di sicurezza.

I colori. Non li ho potuti fotografare perché quando apparivano ero sempre in movimento, però bisogna che ne parli. Nelle città come in mezzo al deserto, lungo una strada o in mezzo al nulla improvvisamente compare un cespuglio pieno di fiori, un’esplosione di colori che riempiono gli occhi e l’anima, un’orgia di rossi e di gialli e di blu e di arancione e di rosa e di viola col verde delle foglie, un verde smeraldo intenso, quasi abbacinante. E ogni volta mi protendevo a guardare, col fiato sospeso, ammutolita da tanta bellezza, da tanta proprompente vitalità creata dalla dura cervice di coloro che hanno fatto fiorire persino il deserto. E quando l’esplosione di colore era passata mi riadagiavo contro lo schienale e dicevo, convinta: “Ah, come sono contenta di essere in Israele!”

E i colori dei pesci. C’era una grande vasca rotonda all’aperto, nel grande spazio dell’acquario di Eilat, con i pesci rossi. Proprio mentre ero lì vicino una bambina si è messa a buttare in acqua del cibo, e i pesci naturalmente sono accorsi tutti lì, così me ne sono trovata a disposizione una bella ammucchiata e anche loro facevano una gran bella macchia di colore, anche se, certo, non proprio come i fiori.



La bandiera giordana. Quando siamo arrivate in spiaggia e l’ho vista, ho detto: la fotografo e la metto nel blog col titolo “A un tiro di schioppo”. Un’ora dopo sono arrivate le prime notizie sugli attentati. Non dalla Giordania, d’accordo, ma rimane ugualmente valido il fatto che i nemici, quelli che vogliono la distruzione di Israele e la morte degli ebrei tutti, sono sempre a un tiro di schioppo. (L’immagine è parecchio sfocata perché poi la foto l’ho fatta che era quasi sera)



barbara


2 ottobre 2011

DI ACQUA E DI SANGUE

L’acqua

Nel Medioevo, come è noto, i perfidi giudei usavano avvelenare i pozzi per far morire di peste i cristiani, ossia tutti i non ebrei che vivevano intorno a loro. Nessuno, va da sé, è mai riuscito a scoprire il trucco, ma si sa che niente è impossibile per la perfidia giudaica, e quindi già in quei tempi lontani possedevano questi singolari strumenti di distruzione di massa, e ad ogni epidemia di peste che si scatenava in Europa si sapeva, con assoluta certezza, su chi puntare l’indice.
Sono passati gli anni e i decenni e i secoli. La peste è pressoché debellata, i pozzi esistono ancora ma raramente, almeno nel mondo industrializzato, vengono usati per abbeverarvisi direttamente. Impossibile dunque spacciare oggi la storiella dei pozzi e della peste. Che fare, dunque? Rinunciare? Ma non sia mai! Basta una piccola modifica e il gioco è fatto: oggi gli ebrei, quei particolari ebrei che vivono in quella particolare area del mondo, RUBANO L’ACQUA AI PALESTINESI. Lo scopo, chiaramente, è sempre lo stesso: far morire – stavolta non più di malattia bensì direttamente di sete – i palestinesi, ossia tutti i non ebrei che vivono intorno a loro. In che modo? In molti modi: ora rubandola direttamente alla fonte (quali fonti, nessuno lo sa, ma chi sta a badare a questi insignificanti dettagli?), ora interrando sadicamente (perfidamente!) i pozzi. Peccato che in un’epoca in cui ci sono più cellulari che persone, in un’epoca in cui si riesce a riprendere e documentare letteralmente di tutto, dall’assassinio di una giovane iraniana durante le proteste alle violente repressioni in Siria e persino, a volte, alle torture in carcere, nessuno sia mai riuscito a mostrarci un solo video, una sola foto di questi famosi pozzi interrati dai perfidi sionisti. Persino per il miracolo del far fiorire il deserto con acqua estratta dalle profondità del deserto stesso – quel deserto che rappresenta il 60% del territorio che la Risoluzione 181 ha destinato allo stato d’Israele, e che si trova interamente in territorio israeliano, non “occupato”, non conteso, ma tutto e sempre e solo israeliano – persino per quel miracolo gli israeliani vengono accusati di “rubare l’acqua ai palestinesi”. Va da sé, e ci sono fior di documenti, che tutto ciò che riguarda la distribuzione dell’acqua è regolato da accordi bilaterali ben precisi – chi ne ha voglia si può informare; e per chi, in malafede, non ha alcun interesse a informarsi, non vale certo la pena di perdere tempo – e non di rado l’acqua fornita da Israele ai palestinesi è anche più di quella concordata. E va anche da sé che se gli israeliani usano il deserto per scavare pozzi e trasformarlo in terra coltivabile e i palestinesi usano le terre coltivabili per desertificarle e trasformarle in rampe di lancio, qualche differenza nella disponibilità di acqua fra le due parti è inevitabile. Anche se, bisogna aggiungere, abbiamo gran quantità di foto e filmati – realizzati non dalla propaganda sionista bensì da enti e organizzazioni palestinesi – che ci mostrano la piscina olimpionica di Gaza, i parchi acquatici, le piscine e le fontane, a documentare il fatto che di sete non sta morendo nessuno. Ma tutto questo, come quotidianamente constatiamo, non ha la minima importanza di fronte al mantra, al dogma, all’assioma, alla verità che tutti sanno, che gli ebrei rubano l’acqua.


Il sangue

In altri tempi, ma capita di sentirlo qua e là ancora oggi, gli ebrei usavano rapire e scannare bambini cristiani per usarne il sangue nell’impasto delle azzime. Accusa che chiunque sia dotato di un sedicesimo di neurone non dovrebbe poter concepire neanche di striscio per la contraddizion che nol consente. Dovrebbe infatti essere noto più o meno a tutti che la macellazione rituale ebraica – obbligatoria per chi vuole mangiare nel rispetto delle norme alimentari ebraiche - comporta il completo dissanguamento dell’animale. Chi poi di cose ebraiche sa qualcosina di più – e gli esperti che si dedicano con encomiabile impegno al compito di metterci in guardia dal pericolo giudaico ne sapranno sicuramente ben più che qualcosina – sa anche che quel dissanguamento in fase di macellazione non basta, e che la carne prima di poter essere consumata deve essere ulteriormente trattata, ossia coperta di sale in modo da farne uscire gli ultimi residui di sangue, e infine lavata. Queste cose erano note anche in passato, tanto è vero che anche i papi meno benevoli nei confronti degli ebrei raramente hanno sostenuto l’accusa del sangue, e quando lo hanno fatto è stato soprattutto per non irritare le folle inferocite da qualche assassinio di bambini e convinte che ne fossero responsabili gli ebrei. Come conciliare allora una tradizione religiosa che impone l’assoluta astensione dal sangue con l’accusa di nutrirsi addirittura di sangue umano? Semplice: non la conciliamo. E nulla ci importa di conciliarla.
Oggi, al di fuori del mondo arabo-islamico, dove la leggenda continua a godere di ottima salute, sono relativamente rari i circoli e le persone presso cui riesca ancora ad avere credito, ma non si può certo immaginare che si sia disposti a rinunciare a un’immagine così bella, così efficace come quella dell’ebreo succhiasangue (letteralmente, come fruitore di sangue umano nella propria dieta; e metaforicamente, in campo economico-finanziario). Ed ecco dunque fiorire una leggenda sorella – sorella di sangue, certo! – della precedente: gli ebrei predatori di organi. Arriva così lo “scoop” dell’Aftonbladet sui palestinesi svuotati e ricuciti prima di essere riconsegnati alle famiglie, citando testimoni che poi negano categoricamente non solo di avere testimoniato alcunché, ma anche di avere mai incontrato il giornalista autore dello “scoop”. E arrivano le “rivelazioni” sui “veri” motivi che hanno portato i medici israeliani ad intervenire fra i primi dopo il catastrofico terremoto ad Haiti. Eccetera.


Acqua e sangue, dunque. Acqua e sangue protagonisti assoluti delle leggende nere che nei secoli hanno continuato a perseguitare gli ebrei, causando un immenso numero di morti e che, per adeguarsi ai cambiamenti verificatisi col passare dei secoli, hanno leggermente mutato forma, restando però inalterate nella sostanza. “Il sangue non è acqua” è un modo di dire diffuso, a misurare l’abissale lontananza fra i due elementi, a indicare la totale estraneità l’uno dall’altra, a significare che nulla hanno in comune. Che cosa li accomuna dunque in ciò che riguarda gli ebrei? La risposta si può condensare in una parola sola: VITA. L’acqua è fonte e simbolo di vita; il sangue è fonte e simbolo di vita. E lo sono per il popolo ebraico in modo particolare: la purificazione per mezzo dell’acqua accompagna, dalla notte dei tempi, la giornata e la vita dell’ebreo; l’astensione assoluta dal sangue – di cui, proprio in quanto vita, l’uomo non ha il diritto di appropriarsi – è norma inderogabile dalla notte dei tempi per l’ebreo. Ecco: lo spirito satanico che è l’essenza stessa dell’antisemitismo è riuscito a creare un perfetto esempio di ciò che in psicanalisi si chiama proiezione: tentare l’annientamento del popolo che ha come imperativo categorico il comandamento e tu sceglierai la vita proiettando su di lui le proprie pulsioni distruttive.
Per quanto ancora continueremo ad essere ciechi di fronte a questa lampante verità?



barbara


2 luglio 2011

C’ERA UNA VOLTA IL DESERTO

Si chiama Negev, e una volta era tutto deserto. Vi ho già mostrato in varie occasioni diverse parti del Negev che desertiche non lo sono più. Oggi ve ne mostro un’altra: è la Scuola di Nofè Besor, il progetto che il KKL ha ultimato grazie all'aiuto di tutti i contribuenti (fra i quali mi onoro di annoverarmi). In un'area desertica del Negev, è stato costruito un complesso scolastico che il KKL ha arricchito di giardini e aree ombreggiate per permettere ai giovani di godere di piacevoli spazi aperti. Perché al mondo c’è chi frigna e c’è chi lavora. E quando si lavora, i risultati sono questi.



barbara


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6 aprile 2011

COME TI FACCIO CROLLARE UN MITO CHE PAREVA INCROLLABILE

Già, è proprio così. Prima è crollato il mito delle mezze stagioni che abbiamo sempre creduto che ci fossero e che poi fossero sparite e invece qualcuno sostiene che non ci sarebbero mai state. Poi un bel giorno abbiamo scoperto che non c’è più religione e lì è stata un’altra bella fetta di certezze ad andarsene a signorine allegre. E poi via via, adesso non sto ad elencare tutte le certezze e tutti i miti affondati dalla dura realtà che davvero, lasciatemelo dire, così non si può mica andare avanti signora mia. Ma almeno su Mosè credevamo di poter contare. Almeno Mosè doveva rappresentare una garanzia, insomma, uno non può mica farsi salvare dal Nilo e poi farsi allevare come un principe e poi scatenare uno sfracello di piaghe e poi spalancare un mare e tutto il resto per poi finire come un pinco pallino qualsiasi, no? E invece è accaduto. Se una cosa è sempre stata certa – maledettamente  certa! – è che Mosè ha fatto vagabondare gli ebrei per quarant’anni in mezzo al deserto per poi farli approdare nell’unico posto di tutto il Medio Oriente totalmente privo di petrolio. Beh, non è vero niente. Dopo avere scoperto, qualche mese fa, ben due giacimenti di gas in mare, adesso si è scoperto che c’è anche il petrolio. Petrolio vero. Di ottima qualità. E sembra che ce ne sia addirittura tanto quanto in tutta l’Arabia Saudita. In Israele. Sì. Leggere per credere.

barbara


22 gennaio 2011

TUBI

Ho trovato una foto che illustra meglio il sistema dei tubi di cui avevo parlato qui



con l'aiuto dei quali terreni aridi, brulli, desertici, pietrosi, vengono trasformati in lussureggianti verdissimi boschi.

barbara


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17 gennaio 2011

E QUATTRO (9)

E fiorisce il deserto

Deserto, si diceva. Deserto che al momento della nascita dello stato (prima era ancora di più dato che da mezzo secolo ormai i pionieri ebrei stavano dissodando e bonificando e fertilizzando deserti e paludi e pietraie) costituiva circa i due terzi del territorio graziosamente concesso agli ebrei dall’Onu con la risoluzione 181. Dopo che dell’area prevista dalla dichiarazione Balfour gli inglesi avevano scippato il 78% per regalarlo all’emiro Abdallah, detronizzato dall’Arabia ad opera di Abdul Aziz bin Abdul Rahman ibn Faisal Al Saud meglio noto come Ibn Saud, capostipite della dinastia saudita (e dopo che quel 78%, divenuto stato col nome di Transgiordania, era diventato il primo stato judenrein della storia moderna), quella benemerita associazione a delinquere conosciuta col nome di Onu decise di sottrarre agli ebrei un ulteriore 40% del 22% rimasto, lasciando loro il 13% di ciò che era stato loro promesso. E due terzi di quel 13% era deserto. Gli ebrei accettarono e si rimboccarono le maniche (gli arabi no, e imboccarono i cannoni).
Deserto, si diceva dunque. Di cui oggi una parte non trascurabile non è più deserto: in parte si è trasformato in accoglienti città, come ho mostrato nei giorni scorsi – e non dimentichiamo Tel Aviv, che un secolo fa era così:



e pochi mesi dopo così:



- e in parte in coltivazioni, piantagioni e altro, come è possibile vedere in uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici e dodici. Un merito fondamentale per questa straordinaria impresa va a Yoel De Malach, ideatore tra l’altro dell’irrigazione a goccia


(grazie a Umberto per la foto)

e alla messa a punto del sistema dei tubi


(grazie a Lionella per la foto)

che, messi intorno alla piantina appena interrata, conservano attorno ad essa l’umidità anziché lasciarla disperdere nell’aria, e le creano un microclima che, oltre a far risparmiare grandi quantità di acqua, la fanno crescere a velocità quadrupla, con un tasso di fallimenti pressoché nullo. Oltre a questo, naturalmente, dietro allo straordinario miracolo del far fiorire il deserto in un mondo in cui la desertificazione avanza inesorabilmente anno dopo anno, c’è l’indefesso lavoro del popolo dalla dura cervice, e l’incrollabile fede nel realismo dei miracoli di Ben Gurion, convinto da sempre che “il futuro di Israele è nel Negev”. E quel futuro, grazie a tutte queste intelligenze e a tutti questi sforzi concentrati, almeno in parte è già presente.

(E periodicamente salta fuori qualcuno a cianciare di “restituzione”, ignorando visibilmente sia il significato del verbo restituire, sia una buona fetta di storia. Sempre che non si tratti di qualcosa di peggio. E facendo finta di non ricordare che si tratterebbe di mettere questo paradiso in mano a gente che, come a Gaza, ha ricevuto questo:



e lo ha immediatamente ridotto così:



Perché c’è chi è specializzato nel prendere in mano un deserto e trasformarlo in giardino, e chi è specializzato nel prendere in mano un giardino e trasformarlo in deserto. Per poi, magari, chiamarlo pace).

barbara


16 gennaio 2011

E QUATTRO (8)

Là dove c’era il deserto ora c’è un’altra città ancora...

Ma’alè Adumim



















Anche qui, come nel 60% circa del territorio assegnato dalla risoluzione Onu 181 allo stato ebraico, era tutto deserto. Poi, nel 1975, otto anni dopo la fine dell’illegale occupazione giordana (nel corso di quella guerra che, nei piani dei suoi perpetratori, avrebbe dovuto portare alla fine dell’esistenza di Israele), si è cominciato a bonificare e dissodare e costruire. Adesso ci sono strade e case e scuole e asili e fabbriche e prati e orti e giardini e strutture e infrastrutture e servizi e… VITA.

barbara


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11 gennaio 2011

E QUATTRO (4)

Là dove c’era il deserto ora c’è un’altra città...









Immagini di Be’er Sheva prese dalla mia camera d’albergo.
È stato lì che improvvisamente abbiamo deciso: regaliamoci una botta di vita! Detto fatto, finito di cenare siamo partiti, sotto la guida, per acclamazione unanime, di Paolo il Grande, diretti al centro. Ed è stata davvero, lasciate che ve lo dica, una botta di vita grandiosa: abbiamo incontrato intere dozzine di gatti, tre o quattro cani, quattro o cinque pedoni e, giuro che non esagero, almeno una mezza dozzina di auto, se non di più.
Vabbè, lì comunque c’era il deserto e adesso, grazie all’opera dei perfidi giudei, c’è una bellissima città.

barbara


9 gennaio 2011

E QUATTRO (2)

Là dove c’era il deserto ora c’è una città...













Immagini di Arad prese dall’autobus. Ricordiamo che del territorio assegnato dall’Onu agli ebrei con la risoluzione 181, i due terzi erano costituiti da deserto (e una parte del terzo rimanente aveva smesso di essere deserto e palude e pietraia grazie a mezzo secolo di durissimo lavoro da parte dei pionieri). Ben Gurion, a proposito del deserto, soleva dire: questo abbiamo e con questo dobbiamo fare i conti. Arad è uno di questi conti: solo pochissimi decenni fa era tutto deserto, ora c’è quello che – in piccolissima parte – vediamo in queste immagini.
Un altro motto di Ben Gurion era: chi non crede nei miracoli non è realista. E gli israeliani sono molto realisti. Per questo sono specializzati in miracoli.

barbara


18 gennaio 2009

IL VIAGGIO

Erano più di vent’anni che non partecipavo a un viaggio organizzato, ed ero un po’ intimorita da tutta quella serie di cose che sono intrinseche a un viaggio di questo genere e alle quali non ero più abituata: orari prestabiliti, levatacce mattutine, programmi intensissimi ai quali non ero sicura di poter reggere e, non ultime, le condizioni non ancora perfette delle mie zampe. Invece è andato tutto bene.
Ho avuto momenti di emozione e commozione intensissime. La registrazione della proclamazione dello stato di Israele da parte di Ben Gurion, che infinite volte avevo già sentito – e ogni volta mi aveva scossa fino al midollo – ma risentirla là dove era stata pronunciata, il trovarmi là dove la Storia era avvenuta, è stato qualcosa di sostanzialmente diverso.
E Yad Vashem. Non ce l’avevo fatta, l’altra volta, ad entrarci, e anche questa volta temevo di non riuscirci; poi ho provato, sono andata avanti, ad ogni passo mi dicevo basta, non ce la faccio, adesso torno indietro, poi facevo ancora un passo, e ancora uno, alla fine sono riuscita a farlo tutto. Anche il padiglione dei bambini. Sono contenta di averlo fatto, ma è stata una sofferenza davvero indicibile. E sempre, dietro al pensiero di ciò che stavo vedendo e vivendo, dietro alle impressioni ed emozioni del momento, una sorta di retropensiero: vengono qua, si commuovono da matti per gli ebrei morti, ma ogni volta che gli ebrei vivi si difendono per restare vivi cominciano a latrare come cani rabbiosi, ogni volta che gli ebrei vivi tengono fede al “mai più come pecore al macello” si indignano come vergini violate.
E il tunnel, quello che corre all’esterno del muro occidentale, detto muro del pianto e che i palestinesi hanno propagandato come “il tunnel che passa sotto le moschee e rischia di far crollare tutta la spianata” - propaganda prontamente raccolta dai generosi amanti della pace nostrani. Risultato di questa menzogna: almeno un centinaio di morti israeliani, travolti dalla “rabbia popolare” dei poveri palestinesi, indignati per l’affronto. Lungo il tunnel, di tanto in tanto, alcune nicchie, dove alcune donne si recano a pregare nel luogo più vicino a quello del Tempio originario; così profondamente immerse nella loro preghiera che probabilmente neppure si accorgono delle centinaia di visitatori che passano a pochi centimetri da loro.
E le due notti passate nel kibbuz di Kfar Giladi, al confine con il Libano, chiedendoci se i missili avrebbero cominciato a piovere subito o avrebbero cortesemente aspettato la nostra partenza. Hanno aspettato, ma va detto che quasi nessuno di noi era davvero preoccupato. Lì abbiamo anche incontrato un colonnello che ci ha informati sulla situazione. Ha spiegato che questa operazione è stata preparata durante molto tempo, studiando accuratamente la guerra del Libano di due anni e mezzo fa, analizzandone dettagliatamente tutti gli errori. Uno degli errori è stato quello di condurre l’operazione quasi esclusivamente con azioni condotte dall’aria, e questo errore, ha detto, non sarebbe stato ripetuto. Quando è stato dato spazio alle domande ho chiesto se oltre che della lezione del Libano sull’errore del condurre solo azioni dall’aria, è stato tenuto conto anche della lezione di Jenin sui rischi, per i nostri soldati, connessi alle operazioni di terra. Ha risposto: «Un esercito che, trovandosi nella situazione in cui noi ci troviamo, non è disposto a mettere in gioco la vita dei suoi soldati, non merita di vincere»: una risposta davvero degna di un soldato israeliano.
E la meravigliosa Angela – un’autentica forza della natura - che ci ha guidati, infaticabile e indistruttibile, per tutto il viaggio, con la sua competenza, con la sua dedizione, con la sua passione.
E poi ancora visi e paesaggi e incontri e racconti e storie ed emozioni ed esperienze e le discese ardite e le risalite su nel cielo aperto e poi giù il deserto e poi sì, è andata a finire ci siamo anche persi, nel deserto.
Ma questa è un’altra storia – e comunque il record dei quarant’anni non lo abbiamo battuto.

barbara


11 gennaio 2009

COSÌ FU COSÌ PASSÒ IL MIO TERZO AMORE

Era una canzone di quando ero ragazzina. L’ho sentita solo poche volte, perché non ha mai avuto un grande successo, ma me la ricordo bene perché mi ha sempre colpita per la sua originalità, dopo secoli di retorica sul primo amore.
Questo è stato il mio terzo viaggio in Israele, ed è stato un viaggio assolutamente speciale, da tutti i punti di vista; un terzo amore, che resterà nella memoria e accarezzerà la mente nei giorni e negli anni che verranno. E dunque vi racconterò ora come fu il mio terzo amore.
I miei tre viaggi in Israele si sono svolti tutti nel giro di un anno; la prima cosa che colpisce chi si reca con frequenza in Israele è che ogni volta vi si trova un pezzetto di deserto in meno e una piantagione in più, anche se, come nel mio caso, dalla visita precedente non sono passati che pochi mesi. Vale la pena di ricordare che nella spartizione di quel 22% della Palestina mandataria originaria rimasto dopo lo scippo del 78% per fabbricare lo stato di Transgiordania – oggi Giordania – Israele ha sì avuto una fetta un po’ più grande, ma che il 60% di quella fetta era desertico: inimmaginabile, se così fosse stato lasciato, che avrebbe potuto ospitare e nutrire i circa sette milioni di abitanti che costituiscono oggi la popolazione di Israele. Israele non ha però l’abitudine di frignare contro il destino cinico e baro: Israele, quando è in difficoltà, si rimbocca le maniche, alza le chiappe e si mette al lavoro. Anche perché sa perfettamente che nessun altro, quel lavoro, lo farà al posto suo. Ed è così che gli israeliani hanno spianato dune, prosciugato paludi, dissodato pietraie, coltivato il deserto, trasformando una buona parte di quella terra desolata in città e giardini e prati e campi e piantagioni e cambiando, in questo modo, anche il microclima, il che favorisce ulteriori trasformazioni del deserto in terreno abitabile e coltivabile.
Dopo l’incredibile serie di disavventure occorsemi nel viaggio di andata, e dopo tre giorni di riposo trascorsi sul mar Morto, sono tornata a Tel Aviv per unirmi a un gruppo in arrivo dall’Italia e compiere, insieme a questo, un giro organizzato. È stato il tassista che era venuto a prendermi ad annunciarmi: “Army in Gaza!” e io ho fatto un salto di esultanza: finalmente! Finalmente dopo anni di attacchi terroristici, dopo migliaia di missili sulle città israeliane, dopo i morti e i feriti e i traumatizzati e le distruzioni e il terrore e i rapimenti e le incursioni, aumentati in misura esponenziale dopo il famigerato ritiro del 15 agosto 2005, finalmente Israele si è deciso a compiere il dovere che ogni stato ha nei confronti dei propri cittadini, ossia proteggerli, finalmente Israele si è deciso a compiere il gesto che da anni si stava aspettando. Poi, lungo la strada dal mar Morto a Tel Aviv, abbiamo incrociato alcuni camion che trasportavano, due per ciascuno, i carri armati al fronte, e la cosa ha avuto su di me un effetto tranquillizzante: si stavano facendo le cose per bene, non in maniera improvvisata e pasticciata come nel Libano. Questa volta ce la faremo, ne sono sicura.

barbara

AGGIORNAMENTO: leggi questo e guarda questo.


17 aprile 2008

HO VISTO COSE (3)

E ho visto il terribile vento del deserto, quello che sposta le dune e cancella le piste e confonde le rotte e condanna inesorabilmente gli incauti che lo sfidano senza rispetto; quello che piega le palme e ti stordisce e ti acceca e non ti lascia avanzare; quello che solleva nuvole di sabbia sufficienti a coprire il mare e spegnere le rassicuranti e ammiccanti luci di Giordania.



E ho visto un mucchietto di passeri – i passeri più piccoli mai visti in vita mia – contendere un pezzo di pitta a una banda di arroganti colombi e venirne respinti a spintonate e tornare all’attacco, infilarsi nei pertugi tra un colombo e l’altro, saltare sulla pitta, riuscire a strapparne un bel pezzetto prima di venire nuovamente buttati fuori e ancora una volta ripartire all’attacco, instancabilmente, senza mai lasciarsi scoraggiare dal fatto di dover fronteggiare un avversario tanto più grande di loro.
E ho camminato in un viale di palme di notte, accompagnata dal frinire delle cicale – quanto era che non le sentivo, in queste nostre lande inquinate e inospitali! – e le narici sfiorate dal sentore aromatico e lieve del fango del mar Morto e la pelle sfiorata dall’aria calda e leggera, qualche auto, qualche passante, silenzio e pace.
E ho fatto l’esperienza – ne avevo letto, ma quale differenza tra il leggere e il vivere! – di montagne e valli senza eco: luogo unico al mondo, la depressione del mar Morto, si grida, e risponde solo il silenzio più assoluto. Nessuna eco, nessun ritorno, solo la pace assoluta.
E mi sono dondolata nell’acqua, senza peso, con la pelle resa seta da quell’acqua magica, me ne sono fatta accarezzare e coccolare e baciare e viziare, in una bolla senza spazio e senza tempo. Senza, per un momento, umane miserie.
E ho visto l’accoglienza riservatami dal mar Morto, la notte del mio arrivo: sì, questo hanno fatto, pensate un po’; e non venitemi a dire che è stata una pura e semplice coincidenza: non ci credo neanche morta (e abbiate pazienza per la qualità: sono cinque secondi di esposizione a mano libera, e anche i cinque secondi li ho decisi a naso, ché fare foto non è il mio mestiere, e meno che mai in notturna):







Devo dirlo? Sì, mi sono (quasi quasi) commossa.

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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