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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 gennaio 2012

DEMOCRAZIA

C’era da decidere se l’anno prossimo si manterrà in sistema attuale o si introdurrà la settimana corta, con due rientri pomeridiani e il sabato libero, e dato che siamo una democrazia avanzata, per poter decidere nel modo migliore sono stati consultati tutti gli interessati, ossia scolari e insegnanti. Circa il 99% degli scolari hanno optato per il mantenimento del sistema attuale (“Per avere libero il sabato mattina che poi non saprei neanche cosa farmene dovrei passare a scuola due pomeriggi alla settimana? Ma siamo matti?!”). Noi insegnanti abbiamo già cinque giorni di insegnamento alla settimana; la differenza fra il sistema attuale e la settimana corta è che adesso il giorno libero ce lo scegliamo noi mentre con la settimana corta ci viene imposto. E con in più i rientri pomeridiani a cui va aggiunto, a turno, l’obbligo di sorveglianza in mensa (con diritto, però, a un piatto di pastasciutta e un bicchiere d’acqua. Io lo so perché me lo sono beccato diverse volte l’anno scorso come ora di supplenza. Volendo però si può avere anche qualcosa di più: basta pagarlo di tasca propria). E avendo già uno o due pomeriggi di attività a scuola, potremmo trovarci ad avere anche tre o quattro pomeriggi a scuola, restando poi, a casa tutte le altre cose da fare: preparazione, correzioni, aggiornamento registro, compilazione di verbali e scartoffie varie. Per tutte queste ragioni la percentuale di insegnanti che hanno optato per il mantenimento del sistema attuale è stata anche più alta di quella degli scolari.
QUINDI nelle alte sfere è stato democraticamente deciso che dal prossimo anno scolastico verrà introdotta la settimana corta. (E le scuole che non hanno la mensa? C&##i loro)

barbara


12 ottobre 2011

INDIGNAZIONE SERIALE

Dice che in Spagna si sono indignati e siccome è una buona idea e a noi non era ancora venuta adesso prendiamo esempio e ci indigniamo anche noi. Così oggi una collega mi ha dato un opuscoletto in tedesco e in italiano che dice che il 15 ottobre andiamo in piazza a indignarci tutti insieme e ci sarà una tizia che parla e poi anche un concerto e poi ci sarà anche un “Tavolo di libri & stand informativi di associazioni impegnate” e poi alle 19 “Accendiamo le nostre candele per più democrazia e solidarietà! (Le candele per la catena di luce vengono messe a disposizione)". Perché, mi ha spiegato la collega, ormai non c’è più democrazia da nessuna parte e interessano solo i soldi. E così noi accendiamo le candele e lo (o “le”?) mettiamo in quel posto a quelli che pensano solo ai soldi e li obblighiamo a darci la democrazia, tiè.
Mi viene in mente quell’anno che gli studenti parigini sono scesi in piazza perché evidentemente avranno avuto le loro buone ragioni per protestare e immediatamente sono scesi in piazza anche gli studenti romani con lo slogan “Parigi chiama, Roma risponde”. Motivi propri di protesta? Boh. Programmi? Boh. Richieste? Boh.
È per quello che da noi i capitani di ventura avevano un così strepitoso successo: qua basta che un cane si metta in movimento, e immediatamente tutto il branco di pecore si accoda.



barbara


16 febbraio 2011

UNA DOMANDINA PICCOLA PICCOLA

Al signor Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Hussein Obama 

Egregio signor Presidente,
un po’ meno di due anni fa molti iraniani, soprattutto giovani, sono scesi nelle strade per protestare contro gli spudorati brogli elettorali messi in atto da Ahmadinejad, e per chiedere libertà, per chiedere democrazia, per chiedere la fine del regime islamico, ossia di uno dei regimi più oppressivi e più criminali della storia recente. Da lei, signor Presidente, non una sola parola è giunta a sostegno di quei giovani. E quando il regime ha messo in atto la sua spietata e sanguinosa repressione, molto blande sono state, signor Presidente, le sue critiche ad Ahmadinejad, a cui non ha fatto comunque mancare il suo sostegno e la sua solidarietà. Il perseguire la democrazia, evidentemente, non occupava il primo posto nella sua agenda, in quel momento. Né quella politica, né quella morale.
Qualche settimana fa, signor Presidente, molte persone, soprattutto giovani, sono scese nelle strade in Egitto e in Tunisia. Quell’Egitto in cui,
secondo un sondaggio Pew del giugno 2010, fatto quando la situazione era ancora tranquilla, il 59% degli Egiziani appoggia i fondamentalisti islamici e solo il 27% appoggia i modernizzatori. Il 50% appoggia Hamas. Il 30% appoggia Hizbollah. Il 20% appoggia Al Qaida. Oltre il 95% vorrebbe vedere aumentata l'influenza islamica nella vita politica fino a farla divenire predominante. L'82% degli Egiziani è in favore dell'esecuzione per lapidazione delle adultere, il 77% è favorevole alle fustigazioni di piazza e al taglio di mani e piedi per i ladri. L'84% è favorevole all'esecuzione della condanna a morte per chi abbandoni l'Islam. Appena iniziata la rivolta, signor Presidente, in Egitto sono apparse immagini come queste, vi è stato un assalto all’ambasciata israeliana al Cairo (notizia che tutti i nostri mass media hanno preferito tacere, forse per non rischiare di turbare i nostri sonni) mentre in Tunisia gli insorti hanno pensato bene di attaccare la sinagoga. E lei, signor Presidente, in quel preciso momento si è accorto che quello di Mubarak, fino al giorno prima fedele e solido alleato, era un regime illiberale e autoritario, e si è immediatamente, esplicitamente, ufficialmente schierato al fianco degli insorti, scaricando il suddetto fedele e solido alleato.
Ora, signor Presidente, sembra che anche i giovani iraniani stiano nuovamente cominciando a scendere per le strade e protestare. Lei, a quanto mi risulta, non si è ancora pronunciato in merito, ed è a questo punto che, considerati anche i suoi noti precedenti, vorrei rivolgerle la mia domandina piccola piccola, e che dovrebbe anche essere facile facile, dal momento che le è già stata rivolta: lei, signor Presidente, da che parte sta?

barbara


8 ottobre 2010

LETTERA DI UN ARABO MUSULMANO

Pubblicata qui in inglese, ebraico e arabo.

Sono un arabo mussulmano, cittadino israeliano.
Non ne posso più di quella bugia chiamata “il popolo palestinese” ed è giunto il momento per un arabo, di esprimersi apertamente.
Noi arabi che viviamo in Israele siamo semplicemente arabi.
Non siamo mai stati palestinesi, perchè non c'è mai stata una cosa chiamata “popolo palestinese”.
La maggioranza degli arabi israeliani sono nati nello stato di Israele. I nostri avi sono giunti qui da vari stati arabi negli ultimi 120 anni, cercando lavoro e sostentamento offerti dagli ebrei o dagli inglesi in quei 30 anni in cui hanno governato la regione.
È vero che un numero insignificante di arabi hanno vissuto qui anche prima, sotto il dominio turco-ottomano durato 400 anni.
Questi sono morti e i loro figli continuano ad essere semplicemente arabi come me.
L'invenzione del popolo palestinese ed in seguito la richiesta di uno stato autonomo palestinese, costituisce per me un incubo.
Non voglio vivere in nessuno stato arabo, nemmeno in “ Palestina”.
Un ulteriore stato arabo sarà come qualsiasi altro stato arabo, che qualsiasi arabo israeliano sano di mente deve temere e a cui deve opporsi.
Fra tutti gli stati arabi non ce n’è nemmeno 1 democratico.


NIENTE LOTTA NIENTE DISCRIMINAZIONE

Io arabo mussulmano israeliano voglio vivere nello stato di Israele, nella patria democratica del popolo ebraico che è anche la mia patria, come ebrei/arabi/cinesi/ vivono fuori dalla loro patria ed accettano le leggi, le usanze e la cultura che li ospita.
Io pretendo pari diritti civili tra me e qualsiasi ebreo, ma anche pari doveri. Voglio una divisione corretta delle risorse per tutte le etnie della cittadinanza. Lo stato degli arabi in Israele non è tanto meglio di quello dei nuovi immigranti etiopici, ma tutti e 2 sanno che uno stato arabo qualsiasi è molto peggio.
La lotta degli arabi contro gli ebrei ci distingue dalla società israeliana ed obbliga gli ebrei a discriminarci.
Senza questa lotta non ci sarà discriminazione. È così semplice!
Io non sono solo, ci sono molti arabi in Israele che la pensano come me nel loro privato e qualche volta lo esprimono sottovoce.
Non è di moda parlare e scrivere in termini occidentali che abbiamo imparato dalla società israeliana, che ci ha insegnato anche alcune lezioni di vita.
Abbiamo capito che la sacralità della morte porta solo alla morte e che il diritto di vivere è un valore che supera tutti gli altri.
Io sono un arabo mussulmano laico che vive in mezzo a ebrei laici e basterebbe togliere dal nostro vocabolario quella sciocchezza che si chiama “ palestina” per non avere nessuna distinzione tra di noi.


VUOI UNO STATO ARABO? VATTENE DA ISRAELE!

Dobbiamo ammettere: gli ebrei vogliono vivere in pace con gli arabi loro concittadini. Siamo noi e specialmente i “nostri” leader arabi a perpetuare l'ostilità per evitare la convivenza.
Ci sono state delle guerre e questa è la realtà, il piccolo stato di Israele può e deve essere uno stato modello e non mi importa che venga chiamato “la patria del popolo ebraico”.
Io voglio vivere qui.
Un arabo che pensa di dover vivere in uno stato arabo se lo può scegliere. Ci sono tanti stati arabi. Io no! Anche se questo stato sarà diviso e sarà istituito uno stato palestinese, non rinuncerò alla possibilità di vivere nello stato democratico di Israele.
Io amo questo stato e rispetto gli ebrei che l'hanno costruito sulle rovine di una regione desertica, abbandonata e trascurata.
“Uno stato palestinese” sarebbe uno stato terribile. Non potrà essere uno stato democratico. Già oggi si vede il fiorire della corruzione dei leader palestinesi ancor prima che lo stato sia costituito.
Chi potrà giudicarli e punirli? Come invece succede in Israele, basta leggere i giornali israeliani.

Mustafa Bin Ali Khamdan Haj Akhmed

Chissà quanti, fra gli appassionati sostenitori della “causa palestinese” si sono mai presi la briga di ascoltare, oltre ai terroristi e ai reggimoccolo dei terroristi, oltre ai migliori allievi della scuola di disinformacija di Ramonda Tawill, oltre ai professionisti stipendiati del piagnisteo istituzionalizzato, anche questi altri “palestinesi” che, a giudicare dai documenti che continuo a trovare in circolazione, non devono essere proprio pochissimi. Chissà...

barbara


24 giugno 2010

DA UOMO DA MARCIAPIEDE A UOMO DI PENSIERO E DI PAROLA

Capace di dire il fatto suo a un presidente infido e gridare forte che il re è nudo.
Lo avevamo conosciuto come belloccio aspirante stallone, un po’ spaccone, un po’ rozzo, un po’ disonesto, un po’ tanto sfigato. Lo ritroviamo meno giovane, meno scultoreo, ma con le idee ben chiare in testa, e le parole giuste per dirle. Ascoltiamole, dunque.


Presidente Obama:

Lei è stato il primo Presidente americano che ha mentito al popolo ebraico, e anche al popolo americano, quando affermò che avrebbe difeso Israele, l’unico Stato democratico nel Medio Oriente, contro i suoi nemici. Lei ha fatto esattamente l’opposto. Lei ha creato una nomea a Israele al punto da farla apparire il nemico di tutti, e questo ha avuto eco in tutto il mondo. Lei sta mettendo Israele in grave pericolo, promuovendo l’antisemitismo in tutto il mondo.

Lei ha causato questo (danno) al popolo che ha dato al mondo i Dieci Comandamenti e la maggior parte delle leggi che ci governano ancora oggi. Il popolo ebraico ha dato al mondo i più grandi scienziati e filosofi, le cure per tante malattie, e adesso lei fa un gioco assai pericoloso pur di apparire un vero (eroe) martire agli occhi di coloro che lei definisce e riconosce per derelitti. Ma i derelitti che lei difende sono assassini e criminali che vogliono annientare Israele.

In Arizona ci ha messi dentro a una vera e propria guerra civile, difendendo una volta i criminali e una volta i clandestini, creando così sfiducia fra i buoni cittadini, leali e rispettosi delle leggi. La distruzione che Lei sta causando nel nostro Paese potrebbe non essere più rimediabile, e noi non poterci più risanare. Io prego Dio a che Lei si fermi, e spero che la gente in questo grande Paese si renda conto che i suoi programmi non servono al miglioramento delle condizioni dell’umanità, ma unicamente al suo personale vantaggio politico.

Con sincera, accorata e profonda preoccupazione per l’America e Israele,

Jon Voight

aaaaaaaaaa

President Obama:

You will be the first American president that lied to the Jewish people, and the American people as well, when you said that you would defend Israel, the only Democratic state in the Middle East, against all their enemies. You have done just the opposite. You have propagandized Israel, until they look like they are everyone's enemy — and it has resonated throughout the world. You are putting Israel in harm's way, and you have promoted anti-Semitism throughout the world.

You have brought this to a people who have given the world the Ten Commandments and most laws we live by today. The Jewish people have given the world our greatest scientists and philosophers, and the cures for many diseases, and now you play a very dangerous game so you can look like a true martyr to what you see and say are the underdogs. But the underdogs you defend are murderers and criminals who want Israel eradicated.

You have brought to Arizona a civil war, once again defending the criminals and illegals, creating a meltdown for good, loyal, law-abiding citizens. Your destruction of this country may never be remedied, and we may never recover. I pray to God you stop, and I hope the people in this great country realize your agenda is not for the betterment of mankind, but for the betterment of your politics.

With heartfelt and deep concern for America and Israel,

Jon Voight

The Washington Times, June 22, 2010

© Copyright 2010 The Washington Times, LLC

Sono momenti difficili, questi che stiamo vivendo: difficili per Israele, difficili per l’ebraismo, difficili per l’umanità tutta.
E rare sono le voci oneste che hanno il coraggio di levarsi, in questi momenti duri. Particolare gratitudine dobbiamo perciò a quei pochi che possono e vogliono e osano farlo. Grazie Jon.



barbara


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19 aprile 2010

ISRAELE COMPIE 62 ANNI

Credo che il modo migliore per celebrare la ricorrenza sia quello di riportare le parole scritte ieri da Ugo Volli.

Vigilia d'Indipendenza

Come si formano gli Stati? Nella maggior parte dei casi per via di guerre di conquista. È il caso dell'Italia, della Germania, più anticamente della Francia e della Gran Bretagna, della Russia e della Spagna, unificati da dinastie che badavano per lo più al loro interesse dinastico, anche se magari non erano "indifferenti al grido di dolore" del paese oppresso dagli stranieri, come disse Carlo Alberto. Le eccezioni a questa nascita giustificata esclusivamente dalla forza sono rare: stati che proclamano la loro indipendenza sulla base di principi, che giustificano la loro istituzione con una dichiarazione approvata democraticamente. È il caso degli Stati Uniti con la grande prosa di Thomas Jefferson: "Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità".
Ed è il caso del testo più sobrio letto sessantadue anni fa, il 5 di Iyar del 5708, da Ben Gurion: "In Eretz Israel è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale".
È un testo importantissimo e che merita di essere studiato nei dettagli. Nei paragrafi successivi ci si richiama al sionismo e ai suoi programmi congressuali, si citano come fonti legittimanti la dichiarazione Balfour e forse per l'unica volta al mondo, una decisione dell'assemblea dell'Onu: "L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano".
Si proclamano i principi politici democratici (“Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite").
Si propone, nonostante l'aggressione in corso, la pace ai nemici che cercavano di distruggere Israele alla nascita e ancora lo fanno ("Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero").
Con tutte le difficoltà di una storia tormentata e tutte le oscillazioni di una politica democratica, soprattutto nonostante i costi umani di un'aggressione subita ininterrottamente da allora e che ci obbliga a tenere nella giornata di oggi il lutto delle vittime, prima di poter festeggiare l'indipendenza, Israele ha tenuto fede alla sua dichiarazione, si regge ancora oggi sui valori di allora e conduce in sostanza la stessa grande politica disegnata dalle parole di Ben Gurion. Purtroppo l'appello al buon vicinato non è mai stato veramente raccolto, perché esso presuppone l'accettazione del "sovrano popolo ebraico stabilito sulla sua terra", che gli arabi rifiutano e una volontà di "collaborazione e aiuto reciproco" che è negata anche nell'odio da coloro che hanno firmato accordi di pace con Israele.
Da parte nostra, di ebrei della Diaspora, non ci resta che continuare ad adempiere alla nostra parte del compito, com'è descritta nell'ultima frase del documento: "Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele". E di essere fieri di una formazione politica che nella sua essenza, è la più democratica e motivata nei principi che ci sia oggi al mondo.

Ugo Volli

                                         

Ecco, siamo arrivati fin qui, perché ci abbiamo creduto e per questo non è stato un sogno. Qui, per chi fosse interessato, il testo integrale della dichiarazione di indipendenza, di cui qui potete ascoltare uno spezzone. Poi bisogna assolutamente guardare questo e dedicare un pensiero a coloro che alla difesa di Israele hanno sacrificato la propria vita. E infine un messaggio per i nostri nemici: siamo venuti per restare, sappiatelo e fatevene una ragione.

buon compleanno israele!

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo.


3 dicembre 2009

LA STORIA DELLA CAPRA TURCA E DELLA GAZZELLA TIBETANA

Dai tempi più remoti si narra la leggenda della principessa Sheherazade, che narrando storie per mille e una notte si guadagnò dal suo crudele marito il diritto a vivere. Ma la storia non era andata così. O meglio, questa è solo una parte della storia. Ora vi racconto la vera storia che ha dato origine a quella leggenda.
Giunse dunque alla principessa Sheherazade la notizia che il sultano l’aveva scelta come sua sposa. Grande fu la disperazione della giovane e bellissima principessa: era infatti noto a tutti come il crudele sultano, terrorizzato dall’idea che le sue spose potessero essergli infedeli, fosse solito farle uccidere dopo la prima notte di nozze. Che fare? Rifiutarsi di sposare il sultano? Impensabile! E che altro dunque? Sheherazade chiese consiglio alla vecchia madre, donna saggia e prudente, che le suggerì di consultare la maga che viveva nella grotta sulle soglie della grande foresta. Quella maga era molto vecchia, chi diceva avesse mille anni, chi diecimila, chi ancora di più, nessuno sapeva quanti anni veramente avesse, si sapeva solo che anche i più vecchi del regno l’avevano sempre vista vecchia, e che questi narravano di aver sentito dire dai loro nonni che anche loro l’avevano sempre vista vecchia. Decise dunque Sheherazade di seguire il consiglio della sua saggia madre e durante la notte, coperta da un grande mantello nero, si recò alla grotta della maga.
“Maga, saggia e sapiente maga – disse – io …”
“Lo so, figliola – rispose la maga – so tutto. So quale tormento ti porta da me. Siediti e vediamo cosa si può fare. Dunque, tu vuoi sopravvivere alla prima notte di nozze, e anche alle altre finché la tua natura ti concederà di vivere. Ebbene, è molto semplice: la sera, quando tu e il sultano vi troverete nell’alcova, dovrai cominciare a raccontargli una bellissima, meravigliosa storia, e quando la storia sarà giunta al suo punto culminante, fingerai di cedere al sonno e di addormentarti. Il sultano allora ti lascerà vivere fino al giorno dopo per poter sentire la fine della storia. La sera seguente tu finirai la storia del giorno prima e poi ne comincerai subito un’altra, che al punto culminante si interromperà perché tu ti addormenterai e così via, sera dopo sera, per cento volte, per mille volte, continuerai finché il sultano non deciderà di concederti di vivere. Semplice, no?”
“Maga! – gridò atterrita Sheherazade – ma dove troverò cento e mille storie da raccontare? E come farò a sapere quale sarà il punto culminante in cui interrompermi? Racconterò una storia brutta e stupida e noiosa, e il sultano mi farà uccidere prima ancora che la notte sia finita!”
“Non ti agitare – disse la maga – metterò al tuo fianco qualcuno che ti aiuterà e ti consiglierà”.
Aprì la piccola gabbia del suo furetto preferito e gli sussurrò all’orecchio un misterioso incarico. Il furetto sparì, rapido come il lampo, e dopo qualche tempo riapparve, seguito da due personaggi: un giovane turco e una bellissima fanciulla tibetana. Erano due persone molto speciali, come la maga raccontò a Sheherazade: avevano vissuto molte vite, sempre sfiorandosi, qualche volta incontrandosi, ma senza mai poter fermare le loro vite, le loro vicende, l’uno accanto all’altra. Ora, finalmente, per la prima volta, si erano riuniti, e speravano che fosse per sempre.
“Ecco – disse la maga – questa donna è stata dotata dal fato di una fantasia sconfinata; inoltre nelle sue numerose vite ha visto accadere tante vicende quante ne può contenere la volta celeste: lei ti suggerirà le storie da raccontare. E quest’uomo è il più saggio che la terra abbia mai ospitato: lui ti consiglierà le cose giuste da fare per salvare la tua giovane vita dalla crudeltà del sultano”.
“Ma maga – obiettò Sheherazade – come potrei mai introdurre due estranei alla corte del sultano? E un uomo per giunta!”
“A questo si può porre rimedio. – disse il turco – Basterà che la maga ci trasformi in due animali. Al sultano racconterai che te li donò tuo padre prima di morire, raccomandandoti di non separartene mai, affinché mai tu ti possa separare dal ricordo di lui. Neppure il sultano oserà disobbedire alla volontà di un padre morente”.
La maga si grattò perplessa il mento rugoso.
“Tu sai, amico mio – disse – che i miei poteri sono grandi, ma non illimitati. Così ha stabilito la divinità, affinché troppo non montasse la mia superbia credendomi onnipotente. Io posso dunque trasformarvi in animali, ma non posso poi ritrasformarvi in esseri umani: se diventerete animali, animali dovrete restare per sempre”.
L’uomo e la donna si guardarono negli occhi per un istante: non avevano bisogno di parole per comprendersi.
“Va bene – disse la donna – accettiamo di restare animali per sempre. In cambio chiediamo di poter vivere per sempre, e per sempre insieme”.
“Sì, questo posso farlo” rispose la maga, e procedette subito alla trasformazione. L’uomo fu trasformato in una capra turca e la donna in una gazzella tibetana: la maga aveva scelto di incarnarli in due specie molto simili, affinché una troppo grande diversità non impedisse le loro unioni. Per consolare la donna della perdita dei suoi meravigliosi capelli, le donò un sofficissimo vello, che nessun altro animale al mondo possedeva.
“Bada – disse all’uomo-capra – un giorno uomini malvagi cercheranno di ucciderla per rubarle il suo vello: dovrai proteggerla, non allontanandoti mai dal suo fianco.”
Sheherazade tornò a casa accompagnata dai suoi due protettori e consiglieri. Nei giorni che mancavano alle nozze imparò la loro lingua, affinché solo lei, e non il sultano, potesse comprendere i loro suggerimenti, e dopo le nozze, come la maga aveva previsto, le storie meravigliose raccontate dalla donna-gazzella e riferite da Sheherazade, interrompendole nel momento in cui l’uomo-capra suggeriva di farlo, finirono per indurre il sultano a fare grazia della vita alla sua ultima sposa.
Finito il loro compito, la capra e la gazzella se ne andarono. Presero congedo prima da Sheherazade, che pianse molte lacrime al momento della separazione, e poi dalla maga. Se ne andarono lontano, dove nessuno poteva conoscerli, dove nessuno poteva cercarli. Se ne andarono sulle alte cime del Tibet, e da allora è possibile vederli pascolare su quei verdi prati, sempre insieme. I monaci, perplessi, si domandano: ma cosa avranno mai da dirsi quella capra turca e quella gazzella tibetana? Se potessero comprendere la loro lingua, li sentirebbero dire: “ … e ti ricordi quella volta al mercato degli schiavi?”, “ … e ti ricordi quella volta nel ghetto?”, “ … e ti ricordi quella volta sul lago Tana?”, “ … e ti ricordi quella volta sulla terrazza?” Forse, tendendo bene le orecchie, tra una rievocazione e l’altra, potrebbero cogliere anche qualche sommessa risatina …

Naturalmente anche queste altre storie, quella del mercato degli schiavi, e quella del ghetto, e quella del lago Tana, e quella della terrazza, e quella alle porte dell’India e ai confini col Messico e sugli altipiani del Kenia e sul mare di sabbia e quella dello sciamano e quella dell’ostrica e dei dervisci e del tricheco … tutte sono state narrate. Ma non le ritroverete qui.

(Qui e qui invece potete trovare delle storie vere che sembrano favole in quanto parlano di favole che sembrano storie vere …)


barbara


13 giugno 2009

AHMADINEJAD

Non c’è niente da fare: quell’uomo è un santo e il Cielo è con lui (avevo ragione io, come sempre!): prendiamone atto e facciamocene una ragione.



barbara


22 giugno 2008

NO, IO QUELLI DAVVERO NON LI CAPISCO MICA

Chiedono rispetto per le donne e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per gli omosessuali e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per i diritti umani e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la democrazia e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di pensiero e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di espressione e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di stampa e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di critica e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per le minoranze, religiose, etniche o di qualunque altro genere e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la laicità contro le interferenze della Chiesa e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Si definiscono amanti della pace e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: no, dico, ma si rendono conto di quello che dicono?







   





E già che ci siete, andate anche qui, leggete, guardate il video e poi fate il vostro dovere. Poi qui ulteriori informazioni.

barbara


14 settembre 2007

LETTERA APERTA AL FASCISTA BEPPE GRILLO

Poiché questa “lettera aperta” dell’amico Devarim è una delle cose più belle che abbia letto da molto tempo a questa parte – paragonabile ai migliori post indignati di codadilupo – desidero farla conoscere anche agli amici che non conoscono o non frequentano quello splendido blog.

“Caro” Signor Giuseppe Grillo, detto Beppe,
Lei sbaglia. E non sbaglia per il semplice motivo che il suo moto di protesta, abilmente orchestrato, possa configurarsi come qualunquismo e antipolitica. Nel merito, alcune delle sue opinioni sono condivisibili, e sono patrimonio di molti che avvertono il problema che la transizione della nostra Repubblica nella cosiddetta “seconda”, dopo gli anni ’90, ha comportato. Lei è convinto che basti il richiamo al popolo, che lei chiama “cittadini”. Ma lei non sa cosa sono i cittadini.
I padri di questa Repubblica ritennero che, i cittadini, per le loro garanzie democratiche, si dovessero organizzare in partiti. E lo sa perché? Perché si usciva da un regime in cui vigeva il partito unico, e un duce che incarnava in sé il destino del popolo. Ora io ritengo che una frase detta da Lei ieri sia fortemente incostituzionale, e sia fautrice di un profondo attacco alla nostra democrazia. Sa qual è? È questa:

“Noi i partiti li vogliamo distruggere, sono il tumore della democrazia”. Lei forse non si rende conto della profonda forza eversiva di quest’ asserzione.

Legga l’articolo 49 della Costituzione repubblicana : Art. 49.

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Lei si è anche permesso di far abbassare una bandiera rossa di un ragazzo che, ingenuo e sprovveduto eppure latore di una storia carica di libertà (parlo dell'Italia, non della Russia) alzava: Lei gli ha detto “abbassa quella bandiera, porta sfiga”. Ma come si è permesso? Sa che dietro quella bandiera, che altrove è stata causa di massacri, ci sono il sacrificio di migliaia di donne e uomini che si alzarono “per libertà non per destino “ (Calamandrei) contro un totalitarismo che aveva fatto strame dell’Italia? Lei non si rende conto di quanto l’Italia abbia, nei suoi cromosomi, il gene del totalitarismo. La rimando a un libro meraviglioso, “Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti. Vi si parla di come sia nato il fascismo. Lei forse non sa che il fascismo, in Italia, si scatenò proprio nella stessa piazza i cui Lei ha tenuto il suo comizio (Legga un qualunque libro di storia serio): Palazzo d’Accursio. Ha, inoltre, scelto l’8 settembre come data della sua manifestazione. Sostenendo, con un’ignoranza storica imperdonabile che “ Dall’8 settembre ’43 a oggi nulla è mutato in Italia”. Si dovrebbe vergognare.
Lei è un pericolo per la democrazia, signor Grillo Si limiti a sparare cazzate sul suo blog (talvolta ci azzecca, ma anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta”) e a sponsorizzare i suoi libri da acquistare. Lasci ai cittadini uniti in partiti la democrazia. Essa è una cosa seria. Ben più seria di quanto pensi uno che si erge su un palco a sproloquiare i suoi proclami su tutto e su tutti.
Noi, democratici e liberali, appena vediamo un uomo su un balcone, su un palco, o su un monte, siamo presi da un rigurgito di paura. Sappiamo come andrà a finire. Chi si erge su un balcone a testa in su, alla fine, inevitabilmente penzolerà a testa in giù da un distributore di benzina. In un qualunque Piazzale Loreto.

Un cordialeVaffanculo a Lei.

Viva la democrazia, viva la Costituzione repubblicana, viva la libertà.

Devarim

(per la serie “condivido anche le virgole”)

barbara

AGGIORNAMENTO: dopo averlo riletto, mi sono convinta che dovete assolutamente vedere anche questo: altra prospettiva, altro tipo di critica, ma altrettanta profondità di riflessione - e altrettanto nobile indignazione.

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