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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


19 dicembre 2010

CONSIGLI PER IL NATALE IN ARRIVO

"Kauf nicht bei Juden", non comprare dagli ebrei. Goebbels ? No, palestinesi cristiani

Nel periodo delle feste si diffondono spesso messaggi che invitano a fare doni altruistici, un po' per mimetizzare qualche opera buona nell'orgia consumistica del regalo universale, un po' per sfruttare l'idea che questo è il periodo in cui tutti sarebbero chiamati ad essere buoni.
Queste comunicazioni sono naturalmente molto diffuse e rimbalzano fra i vari mezzi di comunicazione, tanto che ne arrivano spesso anche a chi con le feste cristiane non c'entra. A me personalmente ne sono arrivati un paio molto interessanti, che voglio riferirvi qui.
Queste comunicazioni invitano i "Christmas shoppers" cioè i consumatori natalizi (mirabili creature generate dal matrimonio del marketing con la religione, peccato essere doppiamente fuori target), a realizzare un grande desiderio del buon cristiano; scrive: "All I Want for Christmas is an End to Apartheid". (Tutto quel che voglio per Natale è la fine dell'Apartheid"). Cioè – rendendo trasparente la fraseologia propagandistica – la distruzione di Israele come soggetto autonomo e diverso dalla "Palestina".
È il messaggio diffuso dalla "Voice of the Palestinian Christians", in un due formati diversi: uno più secco con l'elenco di dieci marche israeliane (da Ahava a Sabra) e non (dall'Oreal, a Motorola a Intel) da boicottare (qui
). E uno più religiosamente untuoso con abbondanti citazioni di Isaia, che predica contro un governo israeliano che "divora la terra palestinese" (qui) e "non cammina sulla strada della pace – la quale secondo il messaggio richiede sacrifici dalla due parti, ma i palestinesi li hanno già fatti e dunque ora bisogna "premere" su Israele. A queste voci si è unita quella del sindaco di Betlemme, cristiano-palestinese anche lui, che chiede come regalo di Natale "sanzioni commerciali, sanzioni sportive, sanzioni educative, sanzioni culturali" contro Israele, perché "le sanzioni sono la sola strada, negoziare è una perdita di tempo". (qui).
Naturalmente tutte queste sanzioni non riguardano tanto gli israeliani intesi come cittadini di uno stato, quanto gli ebrei, come componente maligna di quello stato o suoi sostenitori.
Per dirne una, Wikileaks ha appena rivelato che ci fu addirittura una decisione della Lega araba per boicottare i film di Spielberg. Come il mondo "progressista" e antimperialista si trovi a imitare gli slogan nazisti ("Kauf nicht bei Juden", non comprare dagli ebrei, ripetevano i propagandisti di Goebbels), meriterebbe una certa attenzione.
Ma dato che siamo sotto Natale, concentriamoci invece sull'aspetto religioso. Che un atto di guerra a Israele (guerra "con altri mezzi", non direttamente violenti, ma sempre guerra) possa essere un regalo di Natale, che fra l'altro è la festa di compleanno di un ebreo patriottico com'era evidentemente Gesù, come si concili con la religione dell'amore, è una questione interessante, che lascio alla riflessione di chi crede in Lui.
Resta il fatto che le cose stanno proprio così, che quella contro Israele (anzi contro gli ebrei) è una guerra di religione non solo da parte islamica, dove questo è del tutto evidente; ma anche da parte di settori minoritari ma consistenti del mondo cristiano. È quel che è emerso dal recente sinodo dei vescovi cattolici in Medio Oriente, quel che risulta evidentissimo dalle pubblicazioni di un'entità ufficiale della Chiesa cattolica come Pax Christi, ma anche dalle recenti decisioni di boicottaggio dei presbiteriani americani, una denominazione cristiana piccola ma influente eccetera. Anche qui, lascio alla loro coscienza la riflessione su perché si impegnino proprio contro Israele e non su Cipro (dove i Turchi hanno invaso e opprimono dei Cristiani), la Cecenia, il Sahara occidentale, il Sudan e altri mille posti: non sarà per un "odio antico" e tutto teologico contro gli ebrei?
C'è un altro punto che voglio sottolineare: le guerre politiche finiscono facilmente prima o poi con un compromesso, dato che si tratta di dissidi mondani e secolari, che ammettono mediazioni. Ma una guerra religiosa, per esempio quella contro un "peccato contro Dio", come la dichiarazione "Kairos-Palestina" letta al Sinodo definisce Israele, può finire solo con la distruzione totale del nemico: cioè in questo caso con una nuova Auschwitz.
Questo è quello che cercano, al di là delle dichiarazioni fintamente ecumeniche, gli amici dei cristiani palestinesi, i pacifisti di Pax Christi, i compilatori di Kairos Palestina. Lo stesso che cercava Hitler con l'accordo del Muftì di Gerusalemme. Io posso augurar loro solo, nella ricorrenza del loro Natale: che Dio li perdoni. Io non ne sono capace.

Ugo Volli (informazione corretta)

Nel frattempo apprendiamo da
http://www.nuitdorient.com/ N° 25 che d’ora in poi in Turchia non sarà più consentito a israeliani e graci di acquistare terre nel Paese. Gli altri stranieri possono acquistare fino a dieci ettari, tranne Iran, Siria, Arabia e stati del Golfo, per i quali non vi sono limiti di superficie acquistabile. (P.S.: non solo tu, Ugo)

barbara


1 novembre 2010

BAGHDAD

Immagino che sarà colpa di Netanyahu, o di Lieberman, dell’occupazione, dell’embargo, del “muro”, dei posti di blocco, a cui giustamente la resistenza si è ribellata.
Una cosa, oltre alla morte degli innocenti, mi dispiace immensamente: che oltre a quelle decine di innocenti fedeli in preghiera, a quei bambini, a quelle donne, a quei vecchi, e a quell’onesto parroco freddato sull’altare, non abbiano fatto fuori anche qualcuna delle prostitute del sinodo: avrei avuto un buon motivo per tirare fuori il mio vino migliore e brindare.

barbara


29 giugno 2008

LIBANO, LA RESISTENZA DEI CRISTIANI

Ogni tanto qualcuno si accorge che esistono anche loro, e che anche di loro vale forse la pena diparlare. Lo ha fatto Lorenzo Cremonesi in questo articolo uscito sull’ultimo numero di Magazine del Corriere della Sera.

L’entrata della grotta è ben visibile sulla parete stra­
piombante e friabile al fianco della montagna. Come una gigantesca ferita nera a incidere il gial­lo e grigio del calcare, che delimita la "valle santa" di Qadisha nel cuore delle più alte cime libanesi. «Ecco, vedete. Là abbiamo trovato ot­to mummie delle martiri cristiane. Tre bambi­ne e cinque donne adulte, fuggite otto secoli fa alla furia dei mammalucchi che le volevano vio­lentare e uccidere, come avevano fatto in quasi tutti i villaggi della regione. Vi erano scappate attraverso una galleria lun­ga non meno di due chilometri. I musulmani non riusciro­no a prenderle, provarono perfino a inondare la grotta de­viando il corso dei ruscelli, allora le murarono vive». Clemence Helou punta il dito verso l'altra parte della valle, poi mostra sulla cartina disegnata sul muro della piccola cappella del mo­nastero di Qannoubine i villaggi «vittime della furia musulmana sino a non molti decenni orsono». Ha settantasette anni, da oltre mezzo secolo è monaca dell'ordine delle An­tonine, eppure quando racconta della lunga serie di "marti­ri maroniti" sembra ringiovanire. «Perché le nuove genera­zioni devono conoscere, capire il nostro passato di fautori del­l'identità libanese. Specie oggi che noi cristiani in Medio Oriente siamo sempre più minacciati». Procede a tentoni nel­l'ala in restauro delle grotte per indicare l'antro che, dal 375 dopo Cristo, fu adibito a chiesa. Sotto la volta annerita dal fu­mo delle torce e dai fuochi di infiniti bivacchi, arriva alla gal­leria scavata nella roccia per «nascondere i nostri patriarchi quando gli arabi cercavano di rapirli». E mostra le porte bas­se, «dove i cavalli degli invasori non potevano passare». Lei parla e decine di giovani stanno ad ascoltare: vestiti da trekking, le magliette sudate, borracce d'acqua nello zainetto e scarpe da tennis. Oltre quattrocento nei weekend, almeno mille alla settimana. E adesso, dopo che a inizio maggio le milizie di Hezbollah hanno riproposto il fantasma della guer­ra civile, anche molti di più. Si sentono più insicuri che non durante i 34 giorni di bombardamenti israeliani due anni fa. La minaccia interna fa più paura di quella esterna. Ed è come se nel passato cercassero una risposta, un appiglio, alle incertezze del futuro. Un fenomeno nuovo e in crescita questo del pellegrinaggio a Qadisha, aumentato dalla fine de­gli anni Novanta. Sino ad allora i luoghi santi della tradizione maronita erano quasi spariti sotto la vegetazione, le frane, la polvere del tempo, e della dimenticanza. Monasteri, cappel­le e grotte dei primi cenobiti trasformati in ovili, ricoveri per le bestie; dipinti scrostati e semi-cancellati dall'umidità; terrazzamenti agricoli abbandonati; i ruscelli inquinati dal­le fogne a ciclo aperto dei villaggi più alti. Fu solo ben do­po la fine dei 15 anni di guerra civile che venne avviata l'o­pera di restauro e riscoperta della storia antica. L'avevano ben detto nelle basiliche di Ashrafie, il maggior quartiere cristiano di Beirut, e sulla collina di Jounieh alla se­de del patriarcato: «Per capire l'animo maronita occorre sa­lire dove da oltre un millennio si sono rifugiati i suoi capi spi­rituali quando dal mare arrivavano le navi musulmane. Là nel­la valle dei cedri, tra i monasteri, sotto il villaggio di Bcharre, dove è la roccaforte delle Forze Libanesi». Due ore d'au­to dalla capitale e almeno altrettante di marcia a piedi.

LA PAURA DELLA GUERRA CIVILE
Tra le volte imbiancate di fresco, i dipinti restaurati dell'e­
poca crociata e quelli più tardi ripresi dalla tradizione greco-ortodossa, madre Clernence ricorda a chi vuole ascoltarla che «sempre i musulmani hanno cercato di annientarci. Una volta gli ottomani, poi i sunniti alleati con l'Olp e oggi gli sciiti di Hezbollah». Morale: «Soltanto un'identità religio­sa e comunitaria forte garantisce la convivenza su di un pie­de di parità con le altre confessioni».
Ma il cristianesimo libanese, pur se sulla difensiva, spaventa­
to, assottigliato dall'emigrazione (sembra che su 8 milioni di residenti all'estero, almeno 5 siano cristiani) resta diviso al suo interno e certamente ben lontano dall'appiattirsi sulle nostal­gie per i monaci di Qadisha. Unico elemento che davvero accomuna tutte le Chiese è quello dì evitare la ricostru­zione delle milizie, fare di tut­to per non tornare alla spirale della guerra civile. «Tradizionalmente ci sono due correnti principali. I maroniti della montagna, da sempre la netta maggioranza, però chiusi in se stessi, confessio­nali, arroganti e violenti come il clan Gemayel e l'attuale lea­der delle Forze Libanesi, Sarnir Geagea, che si è fatto ben 11 anni di carcere duro controllato dai filo-siriani. E invece i gre­ci ortodossi, circa il 25 per cento dei cristiani, attestati sulle città della costa, molto più aperti al mondo, discendenti del mercantilismo cosmopolita fenicio e bizantino, consapevoli di dover trovare un compromesso con gli arabi, con la Siria, e sem­mai propensi ad abbracciare il principio dello Stato laico al di sopra degli interessi delle diverse comunità particolari. Il problema è che, se i cristiani sono divisi tra loro, sciiti e sun­niti appaiono molto più monolitici e rispettivamente legati ai poteri forti che dettano legge a Teheran e Riad», sostiene pes­simista lo scrittore Elias Khouri, figlio di una nota famiglia greco-ortodossa, da sedici anni direttore del supplemento culturale del quotidiano Al Nahar. L'ultimo censimento na­zionale risale al 1932. Da allora il tema dei rapporti demografici con sciti e sunniti è diven­tato via via sempre più un tabù.
Ma si valuta che i maroniti dal 28,8 per cento della po­polazione di allora siano scesi oggi a meno del 20 per cento su poco più di 4 milio­ni di abitanti. E i cristiani, se­condo i dati elettorali più re­centi, appaiono divisi tra al­meno la metà seguaci del ge­nerale Michel Aoun pro-siriano e quaranta per cento fieri oppositori. «Un dato co­munque destinato a cambiare presto. La recente nomina del­l'ex capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Michel Suleiman, a presidente dello Stato spiazza Aoun, che alle elezioni previste per il maggio 2009 subirà una clamorosa sconfitta. I cristiani sono destinati a tornare in massa nel fronte anti-siriano guidato da Geagea», osservano a L'Orient Lejour, il quotidia­no di Beirut in lingua francese.
È la fine delle speranze di riscatto rilan­ciate dal movimento del "14 marzo" 2005 in risposta all'assassinio del leader sunnita Rafiq Hariri. «Hez­bollah sta facendo le prove generali in vista del prossimo col­po di Stato. E ad averne paura non siamo solo noi cristiani, ma soprattutto i sunniti, che come noi sono disarmati. Si di­ce addirittura che tra i nostri giovani ci sia chi vorrebbe ricostruire le milizie», dice Giselle Khouri, nota giornalista del­le televisioni locali e vedova di Samir Kassir, l'intellettuale di punta del movimen­to anti-siriano assassinato tre anni fa. Una voce tutto sommato solitaria la sua. Persino a Bcharre e a Qannoubine i leader dei gruppi giovanili figli dei fondatori delle Forze Libanesi continuano a ripetere che non intendono tornare alla logica della guerra. «Non siamo noi che dobbiamo armarci, ma Hezbollah che deve disarma­re», dice anche un vecchio falangista che partecipò ai massacri dei campi palestinesi di Sabra e Chatila nel 1982. Ma Giselle non ne è convinta: «L'8 maggio gli estre­misti sciiti a Beirut stavano per attaccare il quartiere cristiano di Ein Romane. Poi si diffuse la voce che Geagea vi stava in­viando 2.000 giovani falangisti e non av­venne nulla. Non era vero. Ma bastò il sospetto che i cristiani fossero pronti a difendersi per fermare Hezbollah».
Lorenzo Cremonesi

IL PATRIARCA: «CHE DRAMMA LA DIASPORA»

Noi cristiani libanesi non dob­biamo fare come gli sciiti, che sono aiutati anche finanziaria­mente e militarmente dall'Iran. L'Europa resta per noi un refe­rente religioso e culturale. Ma per il resto dobbiamo contare sulle nostre forze per trovare la forma di convivenza con le altre comunità»: a 88 anni Nasrallah Sfeir resta il leader religioso cristiano più importante del "Paese dei cedri". E più volte in passato ha dato forti messaggi politici alta sua comunità. Alla fine degli anni Novanta fu tra le voci più decise contro l'occupa­zione siriana, oggi continua a sostenere l'alleanza cristiano-sunnita del "14 marzo".
Patriarca, teme per il futuro dei cristiani in Medio Oriente?

«Sono preoccupato. Ma le no­stre difficoltà non sono nuove. Anche i 400 anni di dominio turco hanno visto persecuzioni e in­giustizie per i cri­stiani nella regione. Il Libano oltretutto è un Paese piccolo, debole, diviso al suo interno, inevitabil­mente resta vittima delle interferenze dei Paesi vicini, a partire da Iran, Si­ria, Arabia Saudita e Israele. Oggi subia­mo le conseguenze detto scontro tra sciiti e sunniti, si fanno batta­glia in casa nostra. E anche i cristiani sono divisi tra di loro. Al momento mi sembra impos­sibile pensare di ricucire un fronte sunnita-cristiano. Il ri­sultato purtroppo è l'emigrazione. Sono appena tornato da un lungo viaggio tra le comunità cristiane della diaspora liba­nese nel mondo con anche l'intento di te­nerle legate alle loro radici. Ma è una realtà che aumenta il divario demografico. La famiglia musul­mana ha in media quattro o cinque figli, quella cristiana uno o due. Per forza noi si conta di meno, certo siamo diminuiti ri­spetto al periodo del mandato francese».
Vede la possibilità di una nuo­va guerra civile?

«Poteva scoppiare più volte ne­gli ultimi anni. E non è avvenu­to. Mi sembra che per ora resti un pericolo sotto controllo, si è pronti a trattare per evitarla».
Dopo gli accordi di Doha, teme ancora te violenze di Hezbollah?

«
Doha costituisce un buon ini­zio. Ma il problema resta che Hezbollah viene fortemente aiutato dall'Iran. Un fatto che stravolge i nostri equilibri in­terni. Ma noi cristiani non dob­biamo cercare aiuti in Occiden­te. L'unico modo per risolvere le difficoltà è parlarne tra noi libanesi».

E chissà se qualcuno sarà disposto ad alzare la voce anche per queste altre vittime. Chissà se qualcuno chiederà di porre fine all’ingiustizia e alla persecuzione. Chissà se all’Onu verrà proposta qualche risoluzione di condanna. Chissà se qualche Ong deciderà di intervenire per alleviare le loro sofferenza. Chissà se Amnesty International emanerà qualche comunicato su di loro. O se verranno dimenticati, ignorati, abbandonati al loro destino come i neri del Darfur e tutti quelli che, come loro, si sono “scelti” il nemico sbagliato.

barbara


17 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 4

Questa volta un articolo recentissimo, giusto per non dimenticare come vanno le cose da quelle parti.

A GAZA AUMENTANO GLI ATTACCHI CONTRO I CRISTIANI

È tutto riconducibile a Hamas

Nella Striscia di Gaza vivono 3500 cristiani, quasi tutti nei quartieri di Zeitun, al-Daraj e Sheikh Radwan. La maggior parte di loro è costituita da professionisti o commercianti; le loro condizioni socio-economiche sono considerate al di sopra della media locale. Quello che non tutti sanno è che, sotto Hamas, la piccola minoranza cristiana vive nella paura quotidiana e preferisce tenere sotto tono le festività religiose e culturali; alcuni di loro stanno pianificando di abbandonare Gaza.
Ma non sono gli unici a cadere nel mirino dell'intolleranza e dell'odio. Persino le istituzioni cristiane o culturalmente occidentali sono prese d'assalto dai fondamentalisti islamici, alcuni dei quali affiliati alla jihad internazionale che, com'è noto, cerca d'impedire l'influenza di idee occidentali e d'implementare rigidi codici islamici sulla vita quotidiana.
Tali istituzioni servono pure come bersaglio per le proteste contro quelli che vengono considerati insulti all'Islam, come le vignette danesi.
Nella Striscia di Gaza aumentano gli attacchi contro i cristiani e le istituzioni che s'identificano con l'Occidente. Hamas, che controlla l'entità radicale islamica nella Striscia, condanna a parole gli attacchi ma non fa nulla di concreto per fermarli. Ci si riferisce a: scuole cristiane e delle Nazioni Unite, The American International School, biblioteche, internet café. Recentemente sono esplose bombe nei pressi un convento di suore e di un ristorante fast-food.
L'atteggiamento di Hamas verso gli attacchi è contraddittorio. Da una parte Hamas mira ad imporre sui residenti di Gaza uno stile di vita in linea con i dettami dell'Islam e ad ostruire l'influsso di idee occidentali. Gli attivisti di Hamas ad alto livello istigano i residenti contro il cristianesimo e contro l'Occidente. Dall'altra parte Hamas istituisce commissioni d'inchiesta ed esprime a parole solidarietà alla comunità cristiana. La verità è che sul piano pratico Hamas preferisce non confrontarsi con gli elementi islamici fondamentalisti. Sinora non si sa se gli autori di un qualsiasi attacco siano mai stati catturati e processati. A giudizio di attenti osservatori, l'assenza di un intervento concreto da parte di Hamas incoraggia gli elementi radicali e consente che gli attacchi continuino. Sotto questo aspetto, è tutto riconducibile a Hamas. (ICN News, 3 giugno 2008, grazie a “Notizie su Israele”)

E tanto per allargare un po’ gli orizzonti, andate a dare un’occhiata anche a questo.


barbara


11 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 3

Un dossier racconta di assalti, stupri, omicidi, a volte compiuti anche da agenti in divisa «Noi cristiani in Terra Santa bersaglio dell’odio islamico» Il Custode del Luoghi sacri: «L’Autorità palestinese non punisce gli aggressori»

BETLEMME - «Macché difficoltà tra Israele e Vaticano! I problemi per noi cristiani in Terra Santa sono altri. Quasi ogni giorno, lo ripeto quasi ogni giorno, le nostre comunità sono vessate dagli estremisti islamici in queste regioni. E, se non sono gente di Hamas o della Jihad islamica, avviene che ci si scontri con il muro di gomma dell’Autorità Palestinese, che fa poco o nulla per punire i responsabili. Anzi, ci è capitato di venire a sapere che in alcuni casi tra loro c’erano gli stessi agenti della polizia di Mahmoud Abbas o i militanti del Fatah, il suo partito, che sarebbero addetti alla nostra difesa. Sono talmente scoraggiato di sentire le lamentele che talvolta non guardo neppure più i dossier».
Padre Pierbattista Pizzaballa non riesce a trattenere la frustrazione. Quarantenne, dinamico neo-custode di Terra Santa, è ben lontano dai modi bizantini, i silenzi diplomatici, il desiderio del quieto vivere, di tanti tra i suoi predecessori.
Eravamo venuti a trovarlo nel suo ufficio a Gerusalemme per cercare di capire di più sui contenziosi fiscali e giuridici che ancora avvelenano i rapporti tra Santa Sede e Israele. Pizzaballa rappresenta la Custodia, l’istituzione francescana che dalla bolla di Papa Clemente VI nel 1342 si occupa appunto di rappresentare, difendere e garantire gli interessi e le proprietà della Chiesa in Terra Santa. Ma già dalle prime battute è ovvio che per il Custode le preoccupazioni più gravi sono altre. «Qui ho una lista di 93 casi di ingiustizie di vario tipo commesse ai danni dei cristiani nella regione di Betlemme tra il 2000 e il 2004. L’ha compilata Samir Qumsieh, direttore di Al Mahdeh , che in arabo significa Natività, una piccola televisione locale che sta diventando la voce delle nostre comunità. Ma con difficoltà. Nelle ultime settimane una banda di Bet Sahur, dove lui ha casa e ufficio, sta infatti cercando di rubargli il terreno dove vorrebbe installare un ripetitore in grado di allargare le regioni coperte dall’emittente», spiega Pizzaballa.
Una situazione che rilancia un tema antico: l’emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente. Avviene per i copti dell’Alto Egitto, per assiri e caldei in Iraq, in parte per i maroniti in Libano. Ma soprattutto in Israele e Cisgiordania. «Nel 1948, l’anno della nascita di Israele, i cristiani costituivano circa il 14 per cento della popolazione, ora sono ridotti a malapena al 2. Oggi siamo in 170.000, di cui 80.000 cattolici. Circa il 60 per cento abita in Israele, il resto nei territori occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme est», ricorda ancora il Custode.
A Betlemme è lo stesso Samir Qumsieh a darci una copia del dossier. «E’ parziale, perché negli ultimi 12 mesi ho registrato numerosi nuovi casi di abusi», dice. Un uomo coraggioso. Tra le sue battaglie anche quella contro la diffusione delle moschee nella zona di Betlemme: «I loro muezzin gridano più forte vicino alle chiese. Una provocazione, dove una volta suonavano le campane ora si sentono soltanto le preghiere musulmane con gli altoparlanti a tutto volume». Più volte il nunzio apostolico, Pietro Sambi, l’ha consigliato di essere prudente. Qualche mese fa Samir voleva far diffondere il suo dossier da Asia News, un sito web curato da padre Bernardo Cervellera, ben noto tra gli addetti ai lavori.
Sambi era riuscito a fermarlo. «Potresti venire assassinato», gli aveva detto. Ora però Samir vuole andare avanti: «Occorre denunciare, basta tacere!». A leggere il suo dossier c’è solo l’imbarazzo della scelta. Stupri, rapimenti, rapine, terre e proprietà rubate, case occupate, abusi e soprattutto offese. Un numero crescente di offese da parte dei musulmani.
Vedi il caso della sedicenne Rawan William Mansour, abitante del villaggio di Bet Sahur, che nella primavera di due anni fa veniva violentata da quattro miliziani di Fatah. Nonostante la denuncia, nessuno di loro fu arrestato. La famiglia fu costretta a emigrare in Giordania per evitare la vergogna. L’anno prima due sorelle della famiglia Amre (di 17 e 19 anni) vennero assassinate a colpi di pistola da un gruppo di uomini armati vicini all’Autorità Palestinese. L’accusa: prostituzione. Più tardi l’autopsia rivelò che le ragazze erano vergini. Ma erano state torturate nelle parti intime con sigarette accese, prima dell’«esecuzione». Ma c’è molto altro. Quasi tutti i 140 casi di espropriazione di terre avvenuti negli ultimi 3 anni sono stati perpetrati da militanti dei gruppi islamici e da agenti della polizia. Samir sta preparando un libro-denuncia. «Lo intitolerò Razzismo in pratica », dice. Le conclusioni sono amare: «Il razzismo contro di noi sta aumentando vertiginosamente. Nel 1950 Betlemme era per il 75 per cento cristiana, oggi non arriva al 12. Se continua così, tra 20 anni non ci saremo più». (Lorenzo Cremonesi, settembre 2005)

Ancora un documento sull’annientamento delle comunità cristiane in Palestina, così come in tutto il mondo islamico. E nessuno fiata. Leggere anche qui e qui.


barbara


11 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 2

Cristiani in Palestina e la quotidiana ostilità degli estremisti

Membri della comunità cristiana a Betlemme raccontano degli ultimi due mesi di soprusi, intimidazioni e aggressioni, impuniti nella maggior parte dei casi.

BETLEMME – I cristiani in Palestina avvertono un clima sempre più ostile nei loro confronti, fatto di intimidazioni e soprusi da parte degli estremisti islamici, che per lo più rimangono impuniti. Lo raccontano ad AsiaNews alcuni membri della comunità di Betlemme, che proprio a causa della situazione delicata, hanno chiesto l’anonimato.
L’ultimo episodio risale allo scorso 4 novembre, quando uomini armati della “Jihad islamica” hanno fatto irruzione nell’International Centre di Betlemme gestito dalla Chiesa luterana. Qui si stava svolgendo una serata con la partecipazione dei consoli di alcuni Paesi europei, alcuni rappresentanti stranieri noti per il loro impegno a favore del popolo palestinese, leader religiosi ed esponenti della società civile locale. All’improvviso, uomini armati hanno invaso la sala guidati da Issa Marzouq, funzionario dell’amministrazione comunale di Betlemme, e affiliato alla “Jihad islamica”. L’uomo è salito sul palcoscenico e ha accusato i presenti di tradimento. “Vergognatevi – ha detto – la gente muore, mentre voi qui fate spettacoli di danza e canti”. Marzouq ha rotto i microfoni e ordinato al pubblico di sgombrare entro cinque minuti altrimenti avrebbero sparato. “La polizia, arrivata subito sul posto, è però rimasta a guardare”, riferiscono i testimoni oculari.
Nei giorni successivi il pastore luterano, Mitri Al-Rahib, ha indetto un incontro con il governatore di Betlemme, la stampa e autorità locali, in cui ha parlato della “grave mancanza di sicurezza pubblica”, che mette a repentaglio la vita dei cristiani. Al termine delle discussioni è stato redatto un comunicato sull’accaduto, ma la sua pubblicazione è stata fermata con il pretesto che il governatore stesso avrebbe affrontato l’episodio insieme ad altri simili in un’apposita assemblea. Naturalmente – dicono le fonti – nessuno ha preso alcuna iniziativa a riguardo.
Quello contro le strutture della Chiesa luterana è solo il caso più recente. Alcuni abitanti raccontano che a metà ottobre il litigio tra due giovani - uno cristiano e un musulmano a Betlemme - è sfociata in una caccia al cristiano: un gruppo di ragazzi fermava studenti per strada chiedendo loro la religione con il chiaro intento di picchiare chi si professava cristiano. Anche qui la polizia è intervenuta solo rimanendo a guardare.
Poche settimane prima, sulla scia delle manifestazioni musulmane contro il discorso del Papa a Regensburg, il Partito di Liberazione islamica (Hiz Al-Tahreer) ha organizzato una mostra all’Università di Birzeit, in cui era esposto un carro armato con sopra una croce e immagini denigratorie di Benedetto XVI. Venivano, inoltre, distribuiti volantini con un testo intitolato “Una Crociata”, pieno di parole oscene contro il Papa e la Croce. Gli studenti cristiani hanno protestato con il decano dell’Università, il quale ha ordinato di cancellare l’esposizione. Ma la direttiva non è stata mai applicata.
Le fonti di AsiaNews ricordano, infine, i frequenti soprusi sulle terre. Il 19 ottobre, ad esempio, uomini delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa hanno invaso con le armi la casa del cristiano Nikola Mukarker a Beit Jala. La sua colpa era aver denunciato un musulmano, perché si era preso il diritto di edificare, senza permesso, su un appezzamento di terra appartenente alla sua famiglia. (AsiaNews, 24 novembre 2006)

Discriminazioni senza fine, soprusi senza fine, persecuzioni senza fine da quando la popolazione di Gaza e Cisgiordania è finita sotto l’amministrazione palestinese. E leggete anche qui.


barbara


10 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 1

Dato che nessuno sembra avere il coraggio di parlarne, ne parlo io.

I cristiani palestinesi sono sempre più svantaggiati
I cristiani nei territori palestinesi stanno molto peggio di quello che di solito dichiarano i loro portavoce. L'islamizzazione portata avanti dalle autorità dell'Autonomia Palestinese ha drammaticamente peggiorato le condizioni di vita della minoranza, ha dichiarato il politologo prof. Justus Reid Weiner del Centro di Gerusalemme per le questioni pubbliche. Tra i soprusi tollerati dalle autorità c'è il boicottaggio dei negozi cristiani e il ricatto del pizzo. Un'ordinanza vieta la vendita di terreni a cristiani. Nel comune di Betlemme, la città natale di Gesù Cristo, nel 1994 sono stati incorporati 30.000 musulmani, così che nel giro di dieci anni la percentuale cristiana è scesa dal 60 al 20 per cento. Anche contro gli stupri operati da musulmani su ragazze cristiane la polizia non interviene con decisione, ha detto Weiner. Molte donne cristiane si vestono come musulmane per non essere aggredite. L'Islam considera i cristiani come persone di seconda classe, e alle autorità manca la capacità e la voglia di proteggere i cristiani dagli attacchi dei musulmani.
Durante l'intifada i militanti palestinesi sceglievano di sparare sul territorio israeliano da chiese e quartieri cristiani, per provocare la distruzione di questi edifici da parte dell'esercito israeliano. E tuttavia molti leader ecclesiastici minimizzano queste sofferenze. Alcuni temono che un'aperta denuncia peggiorerebbe la situazione. Altri non vogliono perdere i loro privilegi, come l'accesso ai media o i permessi di viaggio. Alcuni sono talmente accecati dal nazionalismo palestinese che non vogliono ammetterne il lato negativo. Weiner critica il silenzio dei governi occidentali, che sacrificano la minoranza cristiana sull'altare del processo di pace.
(Rivista evangelica "Perspektive", maggio 2006 - trad. www.ilvangelo.org)

La drammatica condizione dei cristiani sottoposti all’autorità palestinese, così come in generale in tutti i Paesi a maggioranza islamica – e non dimentichiamo l’autentico sterminio di cristiani messo in atto dai terroristi palestinesi in Libano durante la guerra civile da loro scatenata - viene spesso e volentieri taciuta, nascosta, ignorata, molto spesso anche dalle stesse autorità religiose. Io invece scelgo di parlarne e di denunciare questa infamia che viene quotidianamente perpetrata. E già che ci sei vai a leggerti anche
questo, che male non ti farà.


barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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