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Diario


7 dicembre 2011

E TU LO SAI COME È FATTA LA TERRA?

 
 

barbara


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11 novembre 2010

POICHÉ AMO SMISURATAMENTE IL TIZIO DELLA SERA,

e amo smisuratamente Roberto Saviano, e amo smisuratamente Ugo Volli, e amo la lingua italiana e il vederla usata con eleganza, e amo la verità e chi ha il coraggio di dirla, tanto per cominciare vi offro l’ultimo Tizio della Sera fresco di giornata:


Basta poco

Con una scelta coerente ai temi della prima puntata di "Vieni via con me", Saviano non ha parlato delle sue radici. Da par suo, ha riacceso le luci su Borsellino, poi, in un altro segmento, dopo essersi messo una bandiera tricolore in spalla, ha parlato del Risorgimento con una passione civile sconosciuta al mondo presente e ha pronunciato il giuramento della Giovane Italia. Lo ha fatto sia in modo ponderato che con slancio, cosa che che gli fa ulteriormente onore, e abbiamo amato Roberto Saviano anche per questo, senza fare come è accaduto per settimane la grottesca contabilità della sua appartenenza spirituale. Eppure quello che vedevamo in onda in un volto bruno approfondito dai due pozzi degli occhi, era anche un ebreo italiano - il Risorgimento, una famiglia di patrioti, un retaggio sefardita. E la bolla anti-ebraica che aveva giganteggiato intorno a lui per qualche settimana, si è afflosciata come se non fosse mai esistita - oblio allo stato puro, surrealtà: come nei sogni. La morale è antichissima e oltrepassa sia l'epoca che una trasmissione davvero eccezionale, e le oltrepassa dato che riguarda il tormento così antico della vita ebraica, e la morale è infatti la solita: che basta così poco perché non ci siano problemi ebraici - è sufficiente non porli.

Il Tizio della Sera


E poi, essendo rimasta un po’ in arretrato, vi regalo Ugo Volli 1, Ugo Volli 2, Ugo Volli 3, Ugo Volli 4 e Ugo Volli 5. Buona lettura.


barbara


22 marzo 2010

GUIDA (ITALIANA) ALLA GUERRA SANTA

Così il sito di un gruppo musulmano nel nostro Paese esalta l’esempio dei kamikaze

di GIAN ANTONIO STELLA

«L’allenamento militare è un obbligo islamico e non una opzione» per «ogni sano, maschio, maturo musulmano, che sia ricco o povero, che stia studiando o lavorando, sia che viva in un Paese musulmano o non-musulmano».
Proprio nei giorni in cui l’Occidente scosso dal massacro di New York tende la mano al mondo islamico riconoscendo l’abisso che c’è tra quanti si riconoscono nel Corano della pace e della tolleranza e quanti vi cercano parole di odio, un sito Internet italiano semina messaggi di minacciosa ambiguità. Si chiama «Islam Jihad Italia» (www.islamitalia.it), si vanta d’essere «il portale dei musulmani» nostrani, è il più visitato dai navigatori sia per AltaVista sia per Google ed è l’organo on-line dell’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). Un movimento che, spiega il libro «Islam, Italia» di Magdi Allam e Roberto Gritti, è minoritario nel panorama nazionale, ha il segretario nel convertito Hamza Roberto Piccardo e si riconosce nei Fratelli Musulmani.
I fratelli musulmani sono l’ala più dura e pura di quel fronte che punta apertamente a islamizzare l’Europa e l’Italia galleggiando sfuggente: né con Bin Laden, né contro Bin Laden. Con ripetuti ammiccamenti a tutte le jihad sparse per i continenti.
C’è tutto, nel sito. L’irrisione strafottente a un signore che chiede perché gli islamici rivendichino qui il diritto a convertire i cattolici quando non è permesso il contrario in Arabia: «Il paragone non è valido perché l’Arabia Saudita è uno Stato a regime islamico. L’Italia non è così, dunque non si può parlare di reciprocità: si tratta di una repubblica fondata sul lavoro e non sul Corano o sulla Bibbia!». La prescrizione alle donne a non uscire senza essere accompagnate da marito, fratello o figlio.
L’approvazione del processo ai cristiani accusati di proselitismo a Kabul: «È logico che ciò che è legale da noi può non esserlo in altri Stati». L’invito a finanziare la guerra santa dei talebani.
Per «Islam Jihad Italia» (le tre parole sono in bianco, rosso e verde) l’Afghanistan è in realtà «l’unico Paese nel mondo nel quale Allah ha riacceso il Jihad nel 20° secolo», dove «gli eruditi Islamici vivono vite semplici» e hanno «implementato con successo la Shariah», la legge islamica, «riportando la legge e l’ordine». Di più: quello di Kabul è «l’unico governo musulmano che si è rifiutato di prostrarsi sotto la pressione dei nemici di Allah». Tanto che la soluzione di «tutte le calamità» islamiche della Terra, dalla Palestina alla Cecenia, dal Kashmir alle Filippine e all’Indonesia, non sarà «niente se l’unico gruppo di Musulmani che si è alzato e ha implementato la Shariah dovesse cadere».
La parte più sconcertante del sito però, destinata ad accendere la polemica e sollevare le dissociazioni delle organizzazioni islamiche più responsabili, è quella che con un link si richiama alla guerra santa in Cecenia. E non tanto per le foto raggelanti di soldati russi mutilati per rappresaglia. Quanto perché la Cecenia è il punto di partenza per mettere a fuoco due temi generali: la liceità del suicidio dei kamikaze maomettani e la necessità che tutti i musulmani si allenino alla jihad poiché «chiunque muore senza avere combattuto in battaglia, e senza avere il sincero desiderio nel suo cuor di combattere in battaglia, muore su di un ramo di ipocrisia».
Sia chiaro: il movimento coordinato da Piccardo (che come tutti i Fratelli Musulmani ha stretto un patto di obbedienza, la bayaa, che si basa, come spiega Allam, «sull’accettazione da parte dell’adepto a prestare obbedienza al proprio capo spirituale considerandola pari all’obbedienza al profeta Maometto e quindi pari a Dio») ha detto subito parole di censura sull’attentato a New York. È vero che ha dato spazio all’ipotesi che a fare la strage siano stati gli israeliani: «Solo loro han ricavato guadagno da tutto ciò che è successo. (...) La gente americana, generalmente, è beatamente inconsapevole della macchinazione israeliana, è condotta dal naso dei media che è dominato dagli ebrei». Ma la presa di distanza c’è stata. E va registrata.
La teorizzazione del suicidio nel nome di Allah, però, è resa esplicita con parole che vanno oltre il conflitto ceceno e non lasciano margini a dubbi e distinguo. Spiega infatti il sito, sotto il titolo «Giudizio Islamico Circa la Permissibilità di Operazioni di Martirio», che «il nome "operazioni di suicidio" usato da alcuni è inaccurato, infatti questo nome è stato scelto dagli Ebrei al fine di scoraggiare la gente da tali imprese» poiché «non c’è alcun’altra tecnica che diffonda così tanto terrore nei loro cuori». L’obiettivo, spiega Islam Jihad Italia, cantando il sacrificio della cecena Hawa Barayev, «una delle poche donne il cui nome sarà registrato nella storia», è chiaro: «Cercare il martirio. Infliggere perdite sul nemico. Incoraggiare i Musulmani ad attaccare. Demoralizzare il nemico, mostrando loro che se un uomo può fare ciò, allora cosa è capace di fare la totalità!».
L’importante, precisano tutti i saggi, è non morire inutilmente: «Se, ad ogni modo, egli sa che non infliggerà alcune perdite al nemico, non è permissibile per lui di attaccarli, in quanto non contribuirebbe al rafforzamento della religione». Allora il suicidio torna a essere un peccato perché non porta «alcun beneficio ai Musulmani». Ma se i «miscredenti» destinati a saltare per aria sono tanti, allora Allah sarà misericordioso: «Purché ottenga qualche cosa, come uccidere, ferire o sconfiggere il nemico».
Vale per l’Afghanistan, la Cecenia, la Palestina o il mondo intero? Rispondono le pagine on-line dedicate al tema: «Come posso allenarmi per Jihad ». Dove la parola, dopo le seccate precisazioni intorno al «vero significato» che sarebbe quello di «combattimento interiore», assume un senso differente. Più vicino alle idee bellicose di Bin Laden che a quelle degli islamici sinceramente moderati e tolleranti che costituiscono la grande maggioranza del panorama italiano e internazionale.
L’interpretazione del versetto (8.60: «Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete (raccogliere) e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah...») è affidata a «Sahih Muslim», cioè l’«opera omnia genuina di Muslim», uno dei grandi interpreti del Corano. Ed è secca: «La forza è sparare, la forza è sparare, la forza è sparare». Precisa tuttavia il sito che a tanto si arriverà dopo. Prima c’è l’allenamento. Corse. Flessioni. Iscrizioni a «club che insegnano armi come il combattimento con la spada o il coltello». Fino ad arrivare all’«addestramento su armi da fuoco». Spiegazioni in dettaglio: «In alcuni Stati degli Usa o Sud Africa, è perfettamente legale per componenti del pubblico di possedere certi tipi di armi da fuoco. Se vivete in tali Paesi, ottenete un fucile d’assalto legalmente, preferibilmente AK-47 o variazioni, imparate come usarlo appropriatamente...».
Corriere della Sera 20/9/2001

Tutto noto, tutto documentato, tutto esplicitamente dichiarato nero su bianco già quasi dieci anni fa. E qualcuno ancora si affanna a dimostrare che saremmo noi gli esaltati, che saremmo noi i visionari, che saremmo noi i fissati.
Nel frattempo, tanto per restare tra fissati, andate a leggere anche questo e questo.


barbara


19 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM 2

Perché mai questi brani coranici ci dovrebbero turbare più di certi brani biblici come Esodo 21:7–11, che precisa le regole per poter vendere la propria figlia come schiava? Perché nell’islàm non esiste l’equivalente della Regola Aurea, come specificata da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.” (Matt. 7:12). La tradizione islamica più vicina a questo detto, può essere considerato un adith in cui Maometto dice “Nessuno di voi avrà fede finché non desidererà per il suo fratello (musulmano) quello che desidera per se stesso”. Il “musulmano” tra parentesi nella frase precedente è stato aggiunto dal traduttore Saudita e non appare nell’originale Arabo; tuttavia, nella tradizione islamica, “fratello” è un termine che non viene usato per indicare chiunque, ma solo i “credenti”, membri della comunità musulmana. Inoltre contraria all’interpretazione universale di questa massima è la netta distinzione tra credenti e non credenti che permea tutto l’islàm. Il Corano dice che i seguaci di Maometto sono “spietati con i miscredenti, ma misericordiosi tra di loro” (48:29), e che i miscredenti “di tutta la creazione sono i più abbietti” (98:6). Si può esercitare la Regola Aurea con i correligionari musulmani, ma questa cortesia, secondo la concezione espressa dai precedenti versetti e molti altri simili, non può essere propriamente estesa ai miscredenti.
Questa è una delle ragioni principali per cui la prima fonte di schiavi nel mondo musulmano sono stati i non musulmani, sia Ebrei, Cristiani, Indù o pagani. Nell’islàm molti schiavi erano non musulmani, catturati durante le guerre di jihad. La studiosa Bat Ye’or, antesignana degli studi sul trattamento dei non musulmani nelle società islamiche, spiega il sistema che si sviluppò a seguito delle conquiste della jihad.
L’organizzazione della schiavitù del jihad, includeva contingenti di schiavi, sia maschi che femmine, consegnati annualmente in accordo coi trattati di sottomissione sottoscritti dai sovrani che erano tributari del Califfo. Quando Amr conquistò Tripoli (Libia) nel 643, costrinse i Berberi, sia Cristiani che Ebrei, a consegnare mogli e figli come schiavi all’esercito Arabo come parte della loro jizya [tassa sui non musulmani]. Dal 652 fino alla sua definitiva conquista nel 1276, la Nubia fu obbligata ad inviare annualmente un contingente di schiavi al Cairo. Trattati conclusi con le città della Transoxiana, Sijistan, Armenia e Fezzan (Marocco) durante il califfato Omayyade e quello Abbasside prevedevano un invio annuale di schiavi di entrambi i sessi. Tuttavia, le fonti principali dell’approvvigionamento di schiavi rimasero le regolari razzie nei villaggi del dar-al-harb [la Casa della Guerra, cioè le regioni non islamiche] e le spedizioni militari che rastrellavano molto più profondamente le terre degli infedeli, svuotando città e campagne dei loro abitanti.
Lo storico Speros Vryonis osserva che “fin dall’inizio delle razzie Arabe nella terra di Rum [l’Impero Bizantino] il bottino umano era diventato la parte più consistente delle spoglie di guerra”. I Turchi, che continuavano a conquistare parti sempre più cospicue di Anatolia, ridussero in schiavitù le comunità residenti, Greche o comunque non musulmane: “Fecero schiavi uomini, donne e bambini di tutti i maggiori centri urbani e della campagna dove le popolazioni erano senza difesa”. Lo storico Indiano K. S. Lal afferma che ovunque i jihadisti conquistarono un territorio “si sviluppò un sistema di schiavitù tipico del clima, del terreno e della popolazione del posto”. Quando le armate musulmane invasero l’India, i suoi abitanti furono fatti schiavi in massa per essere venduti all’estero o utilizzati in varie funzioni per lavori sia servili che non così servili nel loro stesso paese”.
Gli schiavi subivano pressioni per convertirsi all’islàm. Patricia Crone, in un’analisi delle teorie politiche dell’islàm, nota che, dopo la conclusione di una battaglia della jihad, “i prigionieri maschi potevano essere uccisi o fatti schiavi … Dispersi in famiglie musulmane, gli schiavi quasi sempre si convertivano, incoraggiati o spinti dai loro padroni, indotti dalla necessità di unirsi ad altri, superando l’isolamento, o abituandosi lentamente a vedere le cose attraverso gli occhi dei musulmani, anche se cercavano di resistere”. Thomas Pellow, un Inglese, schiavo in Marocco per ventitré anni, dopo essere stato catturato nel 1716 mentre era imbarcato come mozzo su di un piccolo vascello Inglese, fu torturato fino a quando si convertì all’islàm. Per settimane fu picchiato e privato del cibo e alla fine si arrese quando il suo aguzzino ricorse a “staccare la mia carne dall’osso col fuoco, cosa che fece più volte, in modo estremamente crudele”.
La schiavitù era data per scontata durante tutta la storia dell’islàm, così come pure in Occidente fino a tempi relativamente recenti. Eppure, mentre la tratta degli schiavi praticata da Europei e Americani ottiene una fin troppo abbondante attenzione da parte degli storici (come pure da parte dei minacciosi sostenitori del risarcimento e i loro contemporanei politici, sprovveduti e pieni di sensi di colpa), il commercio degli schiavi dell’islàm in realtà durò più a lungo e causò sofferenze a un maggior numero di persone.
È veramente ironico che l’islàm sia stato presentato agli Afro-Americani come l’alternativa egalitaria alla “religione schiavista dell’uomo bianco”, il Cristianesimo, poiché lo schiavismo islamico operò su una scala molto maggiore di quello Occidentale e durò più a lungo. Mentre gli storici stimano che il commercio transatlantico di schiavi, che operò tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, coinvolse circa 10,5 milioni di persone, il commercio di schiavi islamico nelle aree del Sahara, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano iniziò nel settimo secolo e durò fino al diciannovesimo, coinvolgendo oltre 17 milioni di persone.
Inoltre, la pressione per far cessare la schiavitù passò dalla Cristianità all’islàm, e non viceversa. Non ci furono né un Clarkson, né un Wilberforce o un Garrison musulmani. Infatti, quando nel diciannovesimo secolo il governo Britannico accolse come proprie le idee di Wilberforce e degli altri abolizionisti e quindi iniziò a premere sui regimi favorevoli allo schiavismo, il Sultano del Marocco fu stupefatto proprio per l’audacia dell’innovazione proposta dagli Inglesi: “Il traffico di schiavi – rilevò – è un argomento su cui tutte le sette e le nazioni sono state d’accordo dal tempo dei figli di Adamo … fino ad oggi” . E aggiunse che “non sapeva se fosse mai stata proibita da qualche legge o da qualche setta” e che la sola idea che qualcuno volesse mettere in dubbio la sua moralità era assurda: “nessuno ha necessità di fare questa domanda, perché il fatto è chiaro sia al grande che all’umile e non richiede più dimostrazione da quella richiesta dalla luce del giorno”.
Tuttavia, non fu l’unanimità dell’umanità riguardo alla schiavitù a soffocare decisamente i movimenti abolizionisti nell’islàm, ma le chiare parole del Corano e di Maometto. La schiavitù fu abolita per la pressione Occidentale; il commercio di schiavi Arabo musulmano in Africa finì per la potenza delle armi Britanniche nel diciannovesimo secolo.
Ci sono anche prove che la schiavitù continua ad essere ancora praticata in modo sommerso in qualche paese a maggioranza musulmana – in particolare l’Arabia Saudita che abolì la schiavitù nel 1962, nello Yemen e nell’Oman, che dichiararono la schiavitù illegale nel 1970 e il Niger che la abolì solo nel 2004. Nel Niger il divieto è largamente trasgredito e circa un milione di persone è ancora schiavo. Gli schiavi vengono allevati, spesso stuprati e, in generale, trattati come animali.
Alcune delle prove che la schiavitù islamica continua, consistono nel profluvio di casi di schiavitù che coinvolgono musulmani negli Stati Uniti. Un Saudita, Homaidan Al-Turki, fu condannato a 27 anni di reclusione nel Settembre 2006, per aver tenuto nella sua casa in Colorado una donna come schiava. Da parte sua, Al-Turki sostenne di essere vittima di un pregiudizio anti-islamico. Disse infatti al giudice: “Vostro Onore, non sono qui per scusarmi di cose che non ho fatto e di crimini che non ho commesso. È lo Stato che ha criminalizzato questi normali comportamenti musulmani. Aggredire i comportamenti musulmani tradizionali era il punto centrale dell’accusa”. Il mese successivo, una coppia Egiziana residente nel Sud della California ricevette una multa e fu condannata a una pena detentiva, seguita poi dall’espulsione, dopo essersi dichiarata colpevole di aver tenuto come schiava una ragazzina di dieci anni. E in Gennaio 2007, a Washington, un attaché dell’Ambasciata del Kuwait e sua moglie furono inquisiti per aver tenuto come schiave, nella loro casa in Virginia, tre domestiche Cristiane, cittadine Indiane. Una delle donne dichiarò: “Credevo di non avere scelta e di dover continuare a lavorare per loro, anche se mi picchiavano e mi trattavano peggio di una schiava”.
A tutt’oggi la schiavitù è praticata apertamente in due Stati islamici, il Sudan e la Mauritania. In accordo con la tradizione islamica, i trafficanti di schiavi musulmani in Sudan catturano principalmente non-musulmani, in particolare i Cristiani. Secondo la Coalition Against Slavery in Mauritania and Sudan (CASMAS; Coalizione Contro la Schiavitù in Mauritania e Sudan), un movimento abolizionista e per i diritti civili, fondato nel 1995, “l’attuale Governo di Khartoum vuole imporre al Sud Nero e non-musulmano la Shariah, come scritta e interpretata dal clero musulmano più conservatore. Il Sud nero, animista e Cristiano, ricorda molti anni di incursioni schiaviste di Arabi da Nord e da Est e si oppone al dominio della religione musulmana e alla sua prevedibile conseguente espansione economica, culturale e religiosa”.
Uno schiavo Cristiano Sudanese di oggi, James Pareng Alier, fu rapito e fatto schiavo quando aveva dodici anni. La religione fu uno degli elementi principali del suo dramma: “Fui costretto a imparare il Corano e fui ribattezzato Ahmed. Mi dissero che il Cristianesimo era una pessima religione. Dopo un po’ di tempo ricevemmo un addestramento militare e ci fu detto che saremmo andati a combattere”. Alier non aveva idea di dove fosse la sua famiglia. La BBC nel Marzo 2007 comunicò che le incursioni per catturare schiavi “erano una comune caratteristica della guerra di 21 anni tra Nord e Sud del Sudan che terminò nel 2005 … Secondo uno studio dell’Istituto Keniano “Rift Valley”, circa 11.000 giovani, tra ragazzi e ragazze, furono catturati e spostati oltre il confine interno – molti verso gli stati del Darfur meridionale e del Kordofan occidentale … Molti di loro furono costretti a convertirsi all’islàm, gli furono dati nomi islamici e gli fu intimato di non parlare la loro lingua nativa”. Eppure, anche oggi, quando i non-musulmani sono stati fatti schiavi e spesso costretti a convertirsi all’islàm, la loro conversione non gli procura la libertà. L’attivista Mauritano contro la schiavitù, Boubacar Messaoud, spiega che “è come avere pecore o capre. Se una donna è schiava, anche i suoi figli saranno schiavi”.
Gli attivisti anti-schiavitù, come Messaoud, incontrano una grande difficoltà a contrastare questo atteggiamento, poiché è radicato nel Corano e nell’esempio di Maometto. In particolare, quando gli schiavi non sono musulmani, non esiste un solo versetto del Corano che corrisponda al versetto della Bibbia tanto caro a Lincoln, Genesi 3:19, che i musulmani contrari alla schiavitù possano invocare contro coloro che continuano ad approvare e a praticare la schiavitù.
Molti Occidentali non si sono presi il disturbo di imparare questa storia, e nessuno gliela viene a raccontare. Se qualcuno lo facesse, tutto l’apparato dei fabbricanti di colpevolezza per la schiavitù crollerebbe. E noi adesso non possiamo permettere che succeda … o possiamo? (Qui)

Robert Spencer è il Direttore di Jihad Watch. È autore di nove libri sulla jihad e il terrorismo islamico, tra cui i bestsellers del New York Times: “The Politically Incorrect Guide to Islam (and the Crusades)” [Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle crociate, Editrice Lindau, 2008] e “The Truth About Muhammad”.

La “Guida politicamente scorretta all’Islam” è stata recensita in questo blog e si trova qui, per chi se la fosse persa. E poi, naturalmente, c’è sempre lui che ci spiega perché le cose islamiche sono di molto ma di molto più migliori assai delle nostre.


barbara


18 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM (1)

Ancora un contributo alla conoscenza e alla comprensione di fatti e situazioni spesso mistificati da una non disinteressata propaganda, oggi disponibile anche in italiano grazie al prezioso lavoro di Paolo Mantellini. Trattandosi di un testo piuttosto lungo, lo dividerò in due parti, e la seconda la leggerete domani.

Schiavitù, Cristianesimo e Islàm

di Robert Spencer

Tirare le pietre al Cristianesimo per i suoi trascorsi relativi alla schiavitù, per gli atei oggi è diventata una sciccheria alla moda. Questo atteggiamento fa parte di una più ampia aggressione alla società e alla storia dell’Occidente che, o per caso, o di proposito, è manovrata da chi attualmente si sta impegnando su scala globale in una generalizzata ed esplicita sfida sia ai valori Giudeo-Cristiani che a quelli post-Cristiani. L’aspetto assolutamente meno compreso e più trascurato dell’odierna difesa contro la jihad globale è la minaccia che i jihadisti rivolgono ai valori dell’Occidente che, in massima parte, sono Giudeo-Cristiani. Aggiungiamo a questo fatto una critica storica che inflessibilmente dipinge l’Occidente come l’aggressore contro l’universo intero e come l’unico responsabile di tutti i suoi mali, la volontà degli Occidentali di difendere qualcosa di così putrido come la loro civiltà comincia a svanire.
Questa è la principale preoccupazione del mio libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam Isn’t [Religione di pace? Perché il cristianesimo lo è e l’islàm no], che ho scritto per contrastare questa tendenza e per rispondere alle critiche culturali dei musulmani. Perché, a prima vista, la Bibbia giustifica la schiavitù. L’apostolo Paolo afferma con chiarezza: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo [Servi, oboedite dominis carnalibus cum timore et tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo]” (Efesini, 6:5). Non stava dicendo nulla di riprovevole (e quindi viene criticato per aver apparentemente accettato lo "status quo" culturale del suo tempo, senza criticarlo o respingerlo). Nessuna cultura al mondo, Cristiana o meno, ha mai messo in dubbio la moralità della schiavitù fino a tempi relativamente recenti.
Ma la comune credenza popolare affibbia la responsabilità della schiavitù esclusivamente all'Occidente. Quando, nel Marzo 2007, l'Inghilterra commemorò il duecentesimo anniversario della definiva abolizione della tratta degli schiavi, il Primo Ministro, Tony Blair, lo definì "un'opportunità per il Regno Unito di esprimere il nostro profondo dolore e rammarico per il ruolo svolto dalla nostra Nazione nella tratta degli schiavi e per le insopportabili sofferenze, individuali e collettive, che ha causato".
Il ruolo dell’Inghilterra nella tratta degli schiavi?
Qualche Americano si potrebbe sorprendere nel venire a sapere che gli Inglesi, o chiunque altro che non fosse un Americano del sud, abbia mai posseduto schiavi, poiché dopo essere passati nell’odierno sistema scolastico, senza alcun dubbio, molti hanno la certezza che la schiavitù sia stata inventata a Charleston e a Mobile.
"Il sistema educativo Americano" osserva Mark Steyn, “lo insegna così – come una specie di turpe perversione che i coloni transatlantici hanno sviluppato spinti dalla loro avidità”.
Tuttavia, come ancora specifica Steyn, la schiavitù fu considerata per secoli un evento normale della vita da quasi tutte le culture: “In realtà, era più come il raffreddore – un’eventualità normale della vita. La sua pratica precede l’etimologia della parola stessa, risalendo agli schiavi portati dall’Oriente alla splendente metropoli di Roma antica. E precede di molti secoli le più antiche legislazioni, come il Codice di Hammurabi in Mesopotamia. Il primo schiavo riconosciuto per legge nelle colonie Americane apparteneva a un negro che era arrivato come “servo a contratto” [indentured servant]. I primi proprietari di schiavi del Nord America furono le tribù di “cacciatori-raccoglitori”. Come spiega Eric Metaxas ‘La schiavitù era accettata come la nascita, il matrimonio e la morte; era così intimamente intrecciata nel tessuto della storia umana che si potevano discernere solo con gran difficoltà i fili della sua trama e non era praticamente possibile isolarli dal contesto. Per oltre 5000 anni, in tutto il mondo, l’idea di una civiltà umana senza schiavi era semplicemente inimmaginabile’”.
Altrettanto misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone, non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”. E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi gli Indiani.
Tuttavia, non c’era consenso unanime nella Cristianità a proposito della schiavitù. La schiavitù continuava ad essere praticata e talvolta ottenne pure una approvazione ecclesiastica. Prima della guerra di secessione, negli Stati Uniti non mancava chi utilizzava la Sacra Scrittura per dimostrare la moralità della schiavitù. Tipica di queste concezioni fu la dissertazione, presentata nel 1822 dal Dr. Richard Furman, Presidente del Convegno Nazionale Battista dello Stato della Carolina del Sud, al Governatore della Carolina del Sud, John Lyde Wilson. Benché nel 1822 la schiavitù non fosse ancora diventata quella controversia lacerante delle decadi successive, Furman cominciava già ad avvertire la pressione delle argomentazioni contro la schiavitù che gli abolizionisti stavano propagandando sulla base dei principi Cristiani. Si lamentava che “certi scrittori di politica, morale e religione, alcuni dei quali molto rispettabili, avessero proposto argomentazioni e alimentato sentimenti molto ostili alla teoria e alla pratica della schiavitù” e avevano anche fatto risalire queste opinioni “alla Sacra Scrittura, e al genio del Cristianesimo”. Invece, Furman affermava che “il diritto di possedere schiavi è chiaramente sancito dalle Sacre Scritture, sia con precetti che con esempi. Nell’Antico Testamento, agli Israeliti era prescritto di acquistare i loro schiavi e le loro schiave dai popoli atei, ad eccezione che dai Cananei, perché costoro dovevano essere eliminati. Ed era anche stabilito che le persone acquistate fossero loro ‘schiavi per sempre’; ed un ‘retaggio per loro e i loro figli’”.
Furman prosegue, affermando che “non si può sostenere che il possesso di schiavi possa essere un male morale, perché gli Apostoli, che erano ispirati e non temevano le critiche degli uomini ed erano pronti a sacrificare la vita alla causa del loro Dio, non lo avrebbero tollerato per un solo istante nella Chiesa Cristiana. E inoltre “dimostrando che l’argomento è giustificabile in base all’autorità delle Scritture, si conferma anche la sua moralità, dato che la legge Divina non può autorizzare azioni immorali”.
Tali argomenti non reggono di fronte alle critiche degli abolizionisti, che si riferivano alla stessa Bibbia, utilizzata dagli schiavisti. Il movimento abolizionista era basato sul principio Cristiano della dignità di tutti i redenti in Cristo. I precursori dell’abolizionismo, gli Inglesi Thomas Clarkson (1760–1846) e William Wilberforce (1759–1833) erano entrambi motivati nell’impegnarsi per la fine della schiavitù, dalla loro profonda fede Cristiana; come loro fu il campione dell’antischiavismo William Lloyd Garrison (1805–1879), che, in un discorso tenuto a Charleston, Carolina del Sud, lo stesso giorno in cui venne ucciso Abramo Lincoln, osservò: “Cos’è l’Abolizionismo? La Libertà! Cos’è la Libertà? L’Abolizionismo! Cosa sono entrambi? Secondo la politica l’uno è la Dichiarazione di Indipendenza, secondo la religione, l’altro è la regola aurea del nostro Salvatore”.
Lo stesso Abramo Lincoln era molto colpito da Genesi 3:19, “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Nel Maggio 1864 scrisse a una delegazione di Battisti: “Leggere nella Bibbia, come parola di Dio, che “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” e poi predicare, invece di questo, “Con il sudore del volto di un altro mangerai il pane”, a me sembra che non possa essere conciliabile con una onesta sincerità”. Più tardi, nello stesso anno, rispose alla moglie di un prigioniero Confederato che si era appellata a lui per il rilascio del marito: “Dite che vostro marito è una persona religiosa; ditegli, quando lo incontrerete, che io non sono un gran giudice di religione, ma che, secondo me, una religione che fa ribellare e combattere contro il proprio governo perché, come pensano, un tale governo non aiuta a sufficienza alcuni uomini a mangiare il loro pane col sudore del volto di altri uomini, non è il genere di religione con cui si può raggiungere il paradiso!”. Diede a questo tema la sua più lapidaria formulazione nel suo Secondo Indirizzo Inaugurale, dicendo dei due partiti rivali nella Guerra Civile:

Entrambi leggono la stessa Bibbia e pregano lo stesso Dio e ognuno invoca il Suo aiuto contro l’altro. Sembrerebbe piuttosto strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro, ma non giudichiamo, dato che non siamo giudici

Certamente questa è stata la concezione che si impose nel mondo Cristiano: che, effettivamente, è molto “strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro”. E questa concezione fu il fondamento dell’abolizione generalizzata della schiavitù.

La schiavitù islamica
D’altra parte, nel mondo islamico la situazione è molto diversa. Maometto, il profeta dell’islàm, possedeva degli schiavi e il Corano, come la Bibbia, dà per scontata l’esistenza della schiavitù, anche se impone la liberazione di schiavi in alcune circostanze, come, ad esempio, la rottura di un giuramento: “Allah non vi punirà per una avventatezza nei vostri giuramenti, ma vi punirà per i giuramenti che avete ponderato . L'espiazione consisterà nel nutrire dieci poveri con il cibo consueto con cui nutrite la vostra famiglia, o nel vestirli, o nel liberare uno schiavo.” (5:89). Sayyid Qutb, il teorico della jihad, cita questo versetto come prova che nell’islàm “non c’è differenza tra un principe e un povero, un nobile e uno schiavo”. Ciò nonostante, mentre è incoraggiata la liberazione di uno schiavo o due di tanto in tanto, l’istituzione della schiavitù, di per se stessa, non è mai posta in discussione. Il Corano, addirittura, concede ad un uomo di avere rapporti sessuali con le sue schiave proprio come con le sue mogli: “1. Invero prospereranno i credenti, 2. quelli che sono umili nell'orazione, 3. che evitano il vaniloquio, 4. che versano la decima 5. e che si mantengono casti, 6. eccetto con le loro spose e con schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli,” (23:1-6). Un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna sposata ad un altro – eccetto che con le schiave: “e tra tutte le donne, [vi sono vietate] quelle maritate, a meno che non siano [prigioniere] vostre schiave . Questo è ciò che Allah vi prescrive.” (4:24).

Dite che Spencer e Mantellini che pensano e parlano male dell’islam sono cattivi? Avete ragione. Anzi, dirò di più: sono cattivissimi. Per fortuna nella nostra variegata società abbiamo anche persone come Urso, Fini e il cardinale Renato Raffaele Martino che hanno capito che l’islam è la cosa migliore che ci potesse capitare, come opportunamente ci segnala lui (solo – chiedo scusa se nella mia abissale inconsistenza oso permettermi – una piccolissima perplessità: in prima ho una bimba indiana di religione induista, in seconda ho un testimone di Geova e nella classe Montessori c’è un avventista del settimo giorno: cosa diavolo ne facciamo? Dove li sbattiamo? E, soprattutto: hanno il diritto di esistere?)
E poi, già che ci siete, andate a leggervi anche questo splendido articolo.


barbara


15 settembre 2009

L’IMPORTANZA DEL CONTESTO

Articolo di Paolo Mantellini

NON UCCIDERE (Corano 5:32)

Chiunque uccida un uomo, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità. Il Nobile Corano, 5:32

Si sprecano le citazioni di questo versetto coranico, da chi sostiene che l'Islam è una religione di pace, ma arricchito del suo contesto il significato è opposto, con buona pace dei ben pensanti. Ecco il testo completo:

32 Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità.
I Nostri messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra.
33 La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l'ignominia che li toccherà in questa vita; nell'altra
vita avranno castigo immenso. (Il Nobile Corano, traduzione di Hamza Piccardo, UCOII)

Ecco il commento di Robert Spencer ai due Versetti, che chiudono il racconto Coranico dell'uccisione di Abele:


Quello che non viene mai menzionato da tutti quelli che citano questo Versetto come se condannasse la violenza della jihad Islamica, sono molti fatti rilevanti: è inserito in un contesto di ammonimenti per gli Ebrei e non è presentato come un principio universale; contiene questa importante eccezione "a meno che non sia un assassino o un malfattore", ed è seguito dal Versetto 33, che specifica la pena per i malfattori: "Il castigo per chi muove guerra ad Allah e al suo Messaggero, e lotta con forza e sparge misfatti e corruzione sulla terra è: esecuzione o crocifissione o amputazione di mani e piedi di lati opposti o l'esilio dal paese: questa è la loro ignominia in questo mondo e subiranno una terribile punizione nell'altro".
Questo brano sta solo spiegando che cosa bisogna fare ai Giudei che rifiutano Maometto, non sta prescrivendo principi di alta moralità. Ibn Warraq lo riassume così: "I presunti nobili sentimenti sono in realtà un monito agli Ebrei. Il messaggio è : 'Comportatevi bene, altrimenti...'. Ben lontani dal condannare la violenza, questi Versetti evidenziano aggressivamente che chiunque si opporrà al Profeta sarà ucciso, crocifisso, mutilato o esiliato!".

Ecco serviti gli epigoni dell'Islam moderato; parafrasando Greg Davis (Islam 101), per riformare l'Islam in senso moderato, basta eliminare solo due cose: Il Corano e la Sunna.

Se sbaglio correggetemi!


I BUONI CRISTIANI (Corano 5:82)

82 Troverai che i più acerrimi nemici dei credenti sono i Giudei e politeisti e troverai che i più prossimi all'amore per i credenti sono coloro che dicono: «In verità siamo nazareni», perché tra loro ci sono uomini dediti allo studio e monaci che non hanno alcuna superbia. Il Nobile Corano, 5:82

A parte i poco lusinghieri giudizi sugli Ebrei, appena prima maledetti anche da Davide e Gesù per la loro empietà, sembra che ci sia motivo di rallegrarsi per i Cristiani: possiamo convivere coi fratelli Musulmani, in fin dei conti siamo figli dello stesso Padre!
Ma attenzione!!!
Il versetto 82, va letto insieme al seguito, i Versetti 83 e 84; ne risulta questo:

82 Troverai che i più acerrimi nemici dei credenti sono i Giudei e politeisti e troverai che i più prossimi all'amore per i credenti sono coloro che dicono: «In verità siamo nazareni», perché tra loro ci sono uomini dediti allo studio e monaci che non hanno alcuna superbia.
83 Quando sentono quello che è sceso sul Messaggero, vedrai i loro occhi versare lacrime per la verità che vi hanno riconosciuto. Dicono: «O nostro Signore, noi crediamo: annoveraci tra i testimoni!
84 Come potremmo non credere in Allah e in quella parte della verità che ci è giunta, quando bramiamo che il nostro Signore ci introduca in compagnia dei devoti?».

Quindi, come riporta il Ma'alimut Tanzil, citato da Robert Spencer nel suo interessante commento al Corano:

"questo Versetto non si riferisce a tutti i Cristiani, ma solo a quelli che accettano l'Islam; questo è chiaramente spiegato dai Versetti 83 e 84 nei quali questi Cristiani accettano il messaggio di Maometto."

Vi ricordo che i Cristiani che non accettano l'Islam sono come gli Ebrei: nemici di Allah e del suo Messaggero. La pena prevista per questi, come per chi dissemina misfatti sulla terra è: l'uccisione o la crocifissione o l'amputazione di mani e piedi in modo alternato o l'espulsione dalla terra, in questa vita e l'inferno nell'altra. Corano 5:33.

Ecco serviti gli epigoni dell'Islam moderato e del dialogo con l'Islam; parafrasando Greg Davis (Islam 101), per riformare l'Islam in senso moderato, basta eliminare solo due cose: Il Corano e la Sunna.

Se sbaglio correggetemi! (qui)

Perché raccontarci delle belle storielle può anche essere gratificante, ma con gli occhi bendati si finisce nel baratro, e questo non è tanto tanto salutare.


barbara


25 aprile 2008

GUIDA (politicamente scorretta) ALL’ISLAM E ALLE CROCIATE

Il terrorismo islamico è una risposta alle crociate? No: le crociate sono state una risposta, troppo tarda e troppo blanda, a quattro secoli e mezzo di terrorismo islamico.
Il mondo arabo vittima dell’imperialismo e colonialismo del mondo cristiano? Falso: il mondo cristiano è vittima dell’imperialismo e colonialismo islamico, che ne ha in breve tempo fagocitato ben due terzi.
Esiste un islam moderato? No. Esistono, certo, musulmani moderati, anche perché la lettura del Corano è consentita solo in arabo, lingua che circa l’80% dei musulmani ignora totalmente, e quindi conoscono magari il Corano a memoria però non sanno che cosa dica. Ma da quando l’Arabia Saudita, coi proventi del petrolio, ha cominciato a investire miliardi di dollari per istruire i musulmani in tutto il mondo, il cosiddetto estremismo, ossia l’applicazione delle norme e dei principi del Corano, è aumentato, non a caso, in maniera esponenziale.
Ma nel Corano ci sono anche versetti tolleranti, no? No. Ossia ci sono, ma non contano. Perché Dio, nel Corano, rivendica il diritto di cambiare idea. E dunque se due versetti sono in contrasto, quello valido è il più recente, che va ad abrogare e sostituire il precedente.
Ma la scienza, almeno, è compatibile con il Corano? No. Perché Dio potrebbe, per esempio, decidere che la somma degli angoli interni di un triangolo sia diversa da 180°, e dunque affermare che la somma degli angoli interni di un triangolo non possa essere diversa da 180° significa porre dei limiti all’onnipotenza di Dio, il che è blasfemia.
Ma è vero almeno che i musulmani hanno inventato l’algebra, lo zero, l’astrolabio, e hanno mantenuto in vita la filosofia aristotelica! No, non esattamente, non proprio.
Ma ci sono stati tempi in cui l’islam è stato tollerante. Falso.
Ci sono stati tempi in cui sotto il dominio islamico le altre religioni hanno potuto vivere in pace. Falso.
Ma anche nella Bibbia ci sono violenze paragonabili a quelle islamiche. Falso
Esiste la possibilità, almeno teorica, di arrivare ad accordarsi col mondo islamico? No.
Il rispetto dei diritti umani è compatibile con l’islam? No.
La democrazia è compatibile con l’islam? No.
Ma si vuole forse insinuare che il problema sarebbe l’islam? No, nessuna insinuazione: semplicemente si dimostra e si documenta che il problema è l’islam. Come è da sempre sotto gli occhi di tutti, del resto, ma si sa, quos vult Iupiter perdere, dementat prius, e quando il Titanic affonda si preferisce ballare piuttosto che preparare le scialuppe di salvataggio. E tuttavia c’è sempre qualcuno, come ora Robert Spencer, che ostinatamente si dedica all’ingrato compito di tentare di aprire gli occhi a chi di aprirli non ne vuole sapere, di tentare di arrestare la corsa verso il disastro. Ci riuscirà? Si continua a sperarlo, nonostante tutto. E nel frattempo si consiglia di leggere questo ottimo, illuminante e documentatissimo libro. (Pubblicato su LibMag)

Robert Spencer, Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle Crociate, Lindau



barbara


25 marzo 2008

MEMENTO

33:26 Ha fatto uscire dalle loro fortezze quelli, fra la gente del Libro [Ebrei e Cristiani, n.d.a.], che combattevano con i coalizzati e ha messo il panico nei loro cuori. Per cui ne uccideste una parte e un’altra la faceste prigioniera.
33:27 Allah vi ha dato in eredità la loro terra, le loro case e i loro beni e anche una terra che mai avevate calpestato.

Poi raccontate al mondo che quella terra è sempre stata vostra e il mondo vi crederà, perché quando ci sono di mezzo gli ebrei il mondo è pronto a credere a Babbo Natale, ad elfi e coboldi, olandesi volanti, sirene, asini che volano, porci con le ali, pietre filosofali, complotti, lobby, mucche caroline che leggono passato e futuro nei fondi di caffè … Basta che serva a far fuori gli ebrei, va bene tutto (e grazie all’amico che mi ha fornito questo e altro materiale).

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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