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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


22 novembre 2011

POLITICALLY INCORRECT

Ieri c’è stata una riunione sindacale. Io non ci sono andata, perché piuttosto che stare a sentire quella donna preferisco scaricare qualche dozzina di camion. La prima e ultima volta che sono andata a sentirla, a metà di un suo discorso me ne sono andata sbattendo rumorosamente i tacchi sul pavimento di marmo, e c’è chi ha fatto anche di peggio. Ma non è della riunione che volevo parlare. Siccome non ci sono andata, ho dovuto fare supplenze per i colleghi che ci sono andati, fra cui una per un collega di religione. Il quale mi ha dato, da far vedere ai ragazzi, una cassetta con il film su Madre Teresa. E nel guardarla mi sono ritrovata a riflettere quanto politicamente scorretta sia stata quella donna. Quante ipocrisie abbia abbattuto. Quante convenzioni si sia messa sotto le scarpe. Contro quali muri di stolido conformismo abbia scelto di scontrarsi. Ci sono stati tempi in cui un sacco di gente si sentiva trasgressiva perché si faceva le canne; Madre Teresa, coraggiosamente e testardamente, trasgrediva quotidianamente inveterate regole di Santa Madre Chiesa.

UNO
    

E DUE   
 

Chi fosse interessato a vedere il resto del film può cliccare le parti tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove.

barbara


10 ottobre 2008

NON AMO E NON SEGUO IL CALCIO

ma questo

 

mi ha commossa fino alle lacrime.

barbara


25 agosto 2008

UNA DONNA SOLA CONTRO LA MAFIA

Non avrebbe mai immaginato, Teresa Cordopatri dei Capece, che dopo aver difeso coi denti i beni della propria famiglia, dopo aver visto - a causa di quei beni che facevano gola alla n'drangheta - assassinare il fratello Antonio, dopo una battaglia lunga trent'anni e costellata di ben undici attentati, non avrebbe immaginato che quei beni, la casa degli avi col carico di affetti e ricordi, sarebbe stata messa in discussione oggi non dalla mafia, ma da quella stessa legge cui lei si rivolse per avere giustizia. È atroce la storia della baronessa Cordopatri, eroina calabrese degli Anni Novanta e simbolo della resistenza all'illegalità della società civile. Fa una certa impressione sentirgliela raccontare, com'è avvenuto ieri durante un incontro coi giornalisti nella sede della “Stampa Estera”, come si trattasse di una "straniera" in cerca di asilo. Ha letto, donna Teresa, perchè l’emozione e la scarsa attitudine alla comunicazione le impedivano di andare a braccio. Ha letto a voce bassa, come parla chi ha ricevuto una buona educazione. Aveva accanto due professori di diritto, Giuseppe Bernardi e Francesco Petrino e, di fronte, in prima fila, Angelica Rago, la cugina rimasta l'unica a sostenerla. La vicenda affonda le radici in un trentennio, nelle campagne, anzi nel feudo di Oppido Mamertino (Reggio Calabria), tra gli ulivi dei Cordopatri ambiti da un sovrastante particolare come poteva essere il boss Mammoliti. Voleva quegli ulivi, il mafioso. Ma Antonio Cordopatri opponeva un netto rifiuto a "vendere". Richieste sempre più pressanti, fino a quando lo "invitano" a "passare da un notaio" per formalizzare il passaggio di proprietà. Altro rifiuto, primo avvertimento: gli sparano e lo mancano. Al secondo tentativo, l'ammazzano. Il killer rivolge poi l'arma contro la sorella, Teresa, che assiste impotente all’agguato. Per fortuna la pistola s'inceppa e donna Teresa oggi può raccontare la storia. Era il 1991. La baronessa raccoglie l’eredità del fratello e giura sulla tomba di Antonio che mai e poi mai cederà al ricatto della mafia. Anzi denuncia il boss, riconosce il killer e lo fa arrestare. Denuncia anche tutto il "contesto" che sta attorno allo strapotere dei mafiosi. Finge di non aver paura delle minacce e da allora vive sotto scorta e, in qualche modo, poco amata in patria. Per esempio, per anni non riesce a trovare operai per la raccolta delle olive, operazione che è costretta a portare avanti col solo aiuto di Angelica. La sua testimonianza fa decollare i processi, certo non speditissimi, ma tutto sommato favorevoli. Quando declina la sua stella? Quando Teresa Cordopatri denuncia anche l'ignavia del sistema giudiziario in Calabria e lo fa quasi "preventivamente"per preservare il processo sulla morte del fratello da brutte sorprese. Ma non imbocca la strada del clamore e del protagonismo, la baronessa. No, scrive al Csm ("il massimo organo istituzionale della magistratura", spiega oggi) esponendo il contesto dentro cui era maturata la morte del fratello e chiedendo anche spiegazioni sui perché di qualche disattenzione precedente, quando Antonio Cordopatri denunciava senza troppo successo. "Quell'esposto - dice donna Teresa - doveva rimanere riservato, mi era stato assicurato, e soltanto a disposizione del Csm. Le mie non erano accuse circostanziate, ma analisi che sottoponevo all'organo di autogoverno della magistratura per una valutazione". E invece, inspiegabilmente, il documento diventa di dominio pubblico, tanto che quattro magistrati (Giuseppe Viola, Francesco Punturieri, Giovanni Montera e Salvatore Di Landro) si ritengono calunniati e diffamati, fino ad intraprendere azione legale. In primo grado la Cordopatri è stata condannata con sentenza esecutiva: ciò vuol dire che deve risarcire quei magistrati. Non avendo, la baronessa, i soldi, il tribunale civile ha disposto la vendita dei beni mobili e immobili per risarcire i denuncianti. All'inizio di ottobre, la prima asta. Tutto ciò mentre non si è ancora concluso il processo a carico del killer che la baronessa ha fatto arrestare. (Francesco La Licata, “La Stampa”, 14 settembre 2004)

Nessuna ricorrenza, nessun anniversario: voglio solo richiamare alla memoria la lotta di una donna straordinaria di cui troppo poco si parla, e mi sembra che questo articolo illustri bene sia il personaggio che la situazione.



barbara


7 giugno 2008

È TORNATO AHMAD BATEBI

A molti di noi probabilmente questo nome non dirà molto ma tutti, sicuramente, ricordiamo molto bene questa foto.



È stato in prigione, per questa foto, e noi non ne abbiamo saputo niente, come di tante cose che accadono in Iran non veniamo a sapere. Ora Ahmed è uscito, e ha raccontato la sua storia a Magazine del Corriere della Sera, che ora vi propongo.

NEL '99 FU ARRESTATO PER UNA FOTO CHE DIVENNE IL SIMBOLO DELLA RIVOLTA STUDENTESCA AGLI AYATOLLAH. DOPO 8 ANNI DI TORTURE, USCITO DI PRIGIONE È DIVENTATO FOTOGRAFO «PER RACCONTARE LA MIA TEHERAN». ORA È SCAPPATO IN SEGRETO IN OCCIDENTE. E AL MAGAZINE DICE: «CHIEDO ASILO»

Aveva 21 anni quando è stato arrestato, torturato, processato senza avvocato e condannato. Ha passato otto anni in prigione per una fotografia, un singolo scatto capace di marcare un evento, ma pur sempre una foto. Lo si vede che mostra a braccia tese la maglietta macchiata dal sangue di uno studente ribelle come lui, una specie di sindone pagana. L’Economist gli dedicò la prima pagina, ma il protagonista fu condannato a morte due volte sempre con lo stesso rituale alla Dostoevsky: prima gli mettevano la corda al collo e impiccavano davanti ai suoi occhi altri prigionieri, poi lo bendavano e stringevano il nodo del cappio. All'ultimo momento, però, quella foto lo salvava. Ahmad Batebi è l'icona della rivolta studentesca del '99 a Teheran. Troppo famoso per sparire nel silenzio del carcere di Evin. L'unico dissidente iraniano assieme al giornalista Akbar Ganji a essere stato citato dai Grande Satana in persona George W. Bush, Batebi ha il physique du rôle della star mediatica: alto, massiccio, con un pizzetto che sa più di moda che di precetto islamico. Quel giorno aveva i lunghi capelli neri fermati sulla fronte da indiano metropolitano. Sembrava un figlio dei fiori, non un germoglio della Rivoluzione khomeinista. In Occidente scattò il riflesso di identificazione.

GIOVENTÙ RUBATA
«Scrivi quel che ti dico, non aver paura di quel che può succedere a me: la cosa meno grave che può farmi questo governo islamico è uccidermi. Hanno rubato la mia giovinezza, ma all'Iran hanno fatto di peggio. Scrivi, per favore, che questa mullahcrazia ha tolto agli iraniani il rispetto e la considerazione del mondo. Sembriamo una nazione di retrogradi, violenti, fondamentalisti». Uscito di prigione da appena otto mesi, l'ex studente è seduto al Caffè del Parco degli Artisti di Teheran. Subito dopo questa intervista non si è presentato alla firma in Questura. È scomparso, probabilmente all'estero. Vuol chiedere asilo politico. Da un giorno all'altro comparirà in qualche capitale occidentale e ricomincerà a denunciare il regime che l'ha incarcerato. Intanto nella sua ultima intervista in Iran, si racconta così al Corriere Magazine.
«Vedi quei due ragazzi? Lei è col chador, lui senza. Eppure sono persone normali. È il regime, manipolando la religione, che li costringe a travestirsi. Voi, dall'estero, non percepite l'Iran che c'è sotto il velo della dittatura: lo scambio di affetti, il rispetto, l'intelligenza delle persone che sfugge al controllo del regime. Le moschee, i chador, le barbe e i turbanti, ciò che vedete voi stranieri, non è quello che vivono gli iraniani. Come ho resistito alle torture? Sapevo che chi mi colpiva non rappresentava il mio popolo. Mi aggrappavo all'idea che un giorno accadesse quel che sta succedendo in questo momento. Che un giornalista chiedesse delle torture e io gli raccontassi dell'amore del popolo. Noi iraniani non siamo nemici, non odiamo Israele, l'America, il resto del mondo non sciita. È solo un regime, come tanti nella storia, che difende se stesso». Batebi è un rivoluzionario istintivo, nazionalista, ribelle oltre il limite della ragionevolezza, perseverante in tutto, fino nel look. Otto anni di carcere duro non sono bastati a convincerlo neppure a tagliarsi i capelli. A osservarlo pare che della cella gli siano rimaste addosso solo le spesse cicatrici delle torture, «a causa del sale messo sulle ferite per tenermi sveglio con il dolore». Invece ha avuto un ictus cerebrale, due ulcere, tre ernie del disco, sviluppato un'insufficienza renale, un tic alla spalla sinistra, insonnia e incubi da curare con dosi massicce di tranquillanti. «Era l'epoca del presidente Khatami. C'era più libertà, più speranza rispetto a oggi con Ahmadinejad. Noi studenti ci stavamo organizzando e le manifestazioni riuscivano sempre meglio. Ma a un certo punto la Sicurezza Nazionale ha scavalcato Khatami e ha cominciato ad arrestarci uno per uno, smantellando il Movimento. Fecero dai 4 ai 7mila arresti in un solo anno».
Si ferma, guarda tra i viottoli del parco, oltre la balaustra del Caffè degli Artisti. «Per me, la scusa fu una foto che in nessun altro Paese al mondo sarebbe stata un reato. Stavamo discutendo dentro l'università su come evitare la trappola di chi voleva far credere che gli studenti fossero solo dei fracassoni. A un tratto la polizia spara al cancello. Io ero nel servizio di pronto soccorso del Movimento e corro fuori. Mi metto dietro il muro di cinta aspettando di raccogliere i feriti. Un colpo di rimbalzo colpisce il ragazzo che è con me. Siccome il proiettile era già schiacciato e rallentato, non entra in profondità. Ricordo di averglielo tolto dal braccio con le unghie. Per pulire il sangue uso la maglietta che avevo sotto la camicia. Poi vedo altri studenti andare verso il cancello. Grido di fermarsi perché la polizia sta sparando. Quelli non mi sentono e per farmi capire alzo la maglietta insanguinata».

L'AUTOGOL DI "300"
II messaggio di pericolo arriva in tutto il mondo. Non ci fosse stato il fotografo Jamshid Bayrami, non sarebbe successo. «Nei miei otto anni di carcere Jamshid ha smesso di fotografare per il senso di colpa. Da quando sono uscito, però, siamo diventati amici. Lui non ha responsabilità. Jamshid cercava di mostrare quanto noi studenti fossimo sotto pressione. Lavoravamo nella stessa direzione. Anch'io, uscito di prigione, ho cominciato a fotografare. Voglio mostrare i millenni di civiltà, la cultura che sopravvive in questo Paese a dispetto del fondamentalismo sciita che vorrebbe cancellare tutto. Voi in Occidente non potete sapere. Persino il film americano 300 ha fatto il loro gioco: mostra i Persiani come barbari violenti, mentre la verità è che Ciro il Grande ha scritto la prima Dichiarazione dei diritti dell'Uomo 539 anni prima di Cristo. Noi iraniani siamo ostaggi di questo regime religioso. Dentro o fuori della mia patria continuerò a combatterlo».
Andrea Nicastro

Stupisce e commuove la forza di questo ragazzo di neanche trent’anni che carcere, tortura e condanna a morte non sono riusciti a piegare (e lo conosco, il macabro gioco dei macellai iraniani di fingere di giustiziare coloro che non possono giustiziare, lo conosco bene). Stupisce e commuove la bellezza, esteriore e interiore, di questa splendida persona, la sua pulizia morale, il suo rigore etico, il suo straordinario coraggio.
Voglio, con l’occasione, ricordare l’amica “lilit”, tornata in Iran dopo anni di esilio per “tentare di fare qualcosa di più utile” e della quale da troppo tempo mancano notizie. E voglio ricordare il martirio di Zahra Kazemi, anch’esso nella prigione di Evin, di cui fra pochi giorni ricorre il quinto anniversario.


barbara


6 marzo 2008

TIBET, TIBET, RAISE YOUR FLAG!



A dirlo siamo capaci tutti, ma dirlo in Cina, chi di noi ne avrebbe il coraggio? Beh, lei lo ha fatto: che splendida lezione per tutti i politici dell’intero pianeta!



barbara


2 marzo 2008

E UN ALTRO PENSIERO (E TRE)

 

anche per lei.
(l'avevo messo prima, ma due maiali lo avevano imbrattato con i loro escrementi, e quindi l'ho dovuto togliere, e adesso lo rimetto pulito).
(Coraggio Eli, vedrai che ce la farai, siamo tutti con te)
…………………………………………………………….
I maiali, ahimè, sono tornati a imbrattare. Quindi lo riposto per la terza volta, metto qui i commenti validi e sospendo i commenti sotto. Chi avrà voglia di esprimere la propria solidarietà lo vada a fare direttamente da Eli.
Certo che questo totale ed esibito disprezzo nei confronti della malattia e della sofferenza di un essere umano è qualcosa di davvero sconvolgente.

commento di eta-beta - lasciato il 1/3/2008 alle 11:48
Abbraccio con te tutte le amiche e gli amici che in questo momento stanno affrontando la paura e il dolore, in particolare Eli, che manca a tutti noi. Un bacio
eta-beta.ilcannocchiale.it

commento di Patrizia - lasciato il 1/3/2008 alle 13:46
Mi dispiace per questa nostra amica che, anche se non conosco, sento come tale.
Ora capisco e condivido la tua rabbia.
nuvolediparole.ilcannocchiale.it

commento di vanillina - lasciato il 2/3/2008 alle 1:39
Un pensiero per Eli fatto con il CUORE...

barbara


21 febbraio 2008

UN PENSIERO

per un’amica che sta attraversando un momento difficile.

barbara


17 febbraio 2008

ROBERTO SAVIANO

Il 25 febbraio 2008 verrà inaugurato il sito ufficiale di Roberto Saviano, che sarà raggiungibile all'indirizzo www.robertosaviano.it

Sarà archivio - in continuo aggiornamento - di testi, articoli, musica e fotografie. Se siete interessati ad iscrivervi alla sua newsletter, è sufficiente inviare una mail vuota con oggetto ISCRIVIMI all'indirizzo info@robertosaviano.it
L'invio della newsletter avrà cadenza mensile. I dati non verranno mai divulgati o venduti a terze parti.

Grazie, buona giornata.

Alessandro - www.sosteniamosaviano.tk

E ora forza, andare subito tutti lì di corsa!



barbara


18 dicembre 2007

PALESTINA E DINTORNI

Bassam Eid, un uomo coraggioso. Ne avevo già parlato qui, e ora torno a parlarne.

Questa mattina, alle 12.00, il dott. Bassam Eid - direttore del Centro per il Monitoraggio dei Diritti Umani di Ramallah - ha tenuto una lezione ai miei studenti, e a quanti hanno voluto assistervi, presso l'Università di Torino.
L'aula era affollatissima: 200 persone sedute e una cinquantina in piedi.
Il dott. Bassam Eid può essere considerato un pacifista, nel vero senso della parola (non nel senso italiano del termine), o un dissidente, nel senso che non teme di opporsi agli errori/orrori dell'Autorità Palestinese e di Hamas. Per me è semplicemente un uomo coraggioso e forse è per questo che - a parte un giornalista de Il Manifesto (nonostante Bassam Eid veda con estremo sospetto persone come la Morgantini, che peraltro conosce bene) - non c'era nessun giornalista in aula. La censura dell'informazione scomoda in Italia è praticata con perseveranza dalla carta stampata come anche dalle televisioni.
Ascoltare Bassam Eid è un piacere, ridona la speranza in un futuro di pace.
Il dott. Eid non teme di accusare gli Stati arabi per la situazione dei profughi palestinesi, mantenuti nello stato di profughi per gli interessi dei diversi Paesi arabi come anche dell'ONU. Non ha paura di dichiarare gli sperperi dei finanziamenti, la corruzione palestinese, le torture praticate dai palestinesi sui palestinesi, l'incoraggiamento al terrorismo a suon di migliaia di dollari versati alle famiglie palestinesi da Iraq e Iran.
Non teme di risultare politicamente scorretto nel dire che dal 1948 al 1967 i Territori Palestinesi sono stati occupati da Giordania ed Egitto che non hanno mai avuto intenzione alcuna di far nascere uno Stato Palestinese indipendente, né ha timore nel ricordare che - con l'elezione di Hamas - la situazione nei Territori è drammaticamente peggiorata rispetto a quando questi erano amministrati dagli israeliani.
E alla classica domanda sul "muro" risponde che uno Stato [lo Stato d'Israele in questo caso] ha tutti i diritti di difendere i propri cittadini. Allo studente che chiede se la guerra dipende dal problema dell'acqua risponde che l'unico vero problema, in Israele/Palestina, è che l'acqua proprio non c'è: "Non c'è per gli israeliani e non c'è per i palestinesi".
A chi gli chiede cosa pensa del diritto al ritorno dice che quello del diritto al ritorno non può essere motivo del contendere: "Non avverrà mai: i palestinesi profughi non sono interessati, preferirebbero ottenere la cittadinanza dei Paesi in cui ormai vivono da anni. Soltanto i leaders politici insistono sul diritto al ritorno allo scopo di non concludere mai un accordo di pace con Israele. La situazione dei profughi alimenta un mercato entro cui gira troppo denaro: ecco perchè viene mantenuta in vita."
Una studentessa gli chiede quali siano le priorità del popolo palestinese e lui risponde: "Avere un lavoro sicuro, una casa, opportunità d'istruzione per i propri figli e cure sanitarie, come qualsiasi altra persona al mondo. Chi dice 'il muro', 'il ritorno', 'uno Stato' mente: queste sono cose che vogliono i politici, non le persone comuni. Ma tra i politici palestinesi e la gente comune c'è un divario insormontabile".
In chiusura dell'incontro uno studente chiede se l'Europa sarebbe un miglior interlocutore di pace rispetto agli Stati Uniti e Bassam Eid risponde che moltissimi Paesi Europei e i loro Ministri degli Esteri hanno interesse a mantenere in vita il conflitto. D'altra parte i Territori Palestinesi attualmente sono divisi: Gaza con Hamas (che non permetterà mai più libere elezioni) e la Cisgiordania con Fatah. Quale potrebbe essere l'interlocutore degli israeliani? Si può fare una pace a metà?
Dovrà nascere una nuova generazione, capace di liberarsi dei vari "Abu" come dei vari "Ayatollah", e allora la pace si potrà fare non ad Annapolis, non a Camp David, ma in Israele, senza mediatori: solo tra israeliani e palestinesi.
Bassam Eid non è soltanto un uomo coraggioso, ma un uomo capace di sognare. Chissà che il suo sogno non contagi coloro i quali gli stanno intorno. (Daniela Santus)

Ma fino a quando i politici europei – e non solo – preferiranno andare ad abbracciare e baciare terroristi assassini e a stringere mani grondanti di sangue, i sogni di quest’uomo coraggioso – e di tanti altri come lui – non saranno mai altro che sogni.


barbara


27 novembre 2007

PALESTINESI TUTTI TERRORISTI? BEH, NO …

La corruzione è l’eredità che ha lasciato Arafat

Bassem Eid è un quarantottenne palestinese coraggioso che nel 1996, a Ramallah, ha fondato il "Palestinian Human Rights Monitoring Group", che dirige insieme a una dozzina di collaboratori. Non ha avuto una vita facile, ha vissuto nel campo profughi di Shufat, vicino a Gerusalemme, per 13 anni, ma ne accenna brevemente, non ha l'aria di volerne fare un argomento significativo, anzi, da come ne parla, mi sembra molto contrario all'uso politico che dei rifugiati è stato fatto dall'Onu in questi sessant'anni. Ricorda Arafat mai volentieri, un dittatore corrotto, che lo fece arrestare per due giorni quando fondò il suo centro di ricerca. "Mi tennero due giorni in una stanza della Mukata, senza particolari interrogatori", mi dice "volevano capire quali erano le mie idee, e dopo averle ascoltate mi hanno rilasciato, evidentemente erano talmente all'opposto di quelle che formavano l'Olp, che non venni ritenuto pericoloso, tanto sarebbero stati ben pochi a condividerle".
Bassem Eid ha sempre considerato Arafat un ostacolo verso un futuro democratico dei palestinesi, era cresciuto in paesi dittatoriali troppo a lungo per poter essere un leader capace di mantenere gli impegni che pure ad Oslo si era assunto. Lo rilasciarono e lui fondò il suo gruppo per monitorare le violazioni dell'Autorità palestinese, quasi un suicidio, in una società che non tollera la benché minima opposizione. Quel che l'ha mantenuto vivo è la mancanza di un vero pubblico palestinese che possa interessarsi e condividere il suo progetto, le sue idee trovano più ascolto all'estero, dove viene regolarmente invitato da università e istituzioni pubbliche e private, per esprimere quello che secondo lui dovrà essere il futuro dei palestinesi. "Purtroppo la corruzione li ha coinvolti sin dall'inizio della nascita di Israele nel 1948, quando le organizzazioni internazionali hanno costruito dei meccanismi di finanziamento di enorme portata economica, per cui oggi una soluzione del conflitto metterebbe sul marciapiede migliaia e migliaia di funzionari, soprattutto non palestinesi, li priverebbe di alti stipendi che verrebbero a mancare se scomparissero i rifugiati e uno Stato dovesse nascere", mi dice, citando anche a mo' d'esempio il finanziamento, solo uno dei tanti, di 10 milioni di dollari concesso ad Arafat nel 1997 per la riforma del sistema giuridico. Ma di quella somma enorme l'80% andò nelle tasche dei funzionari sotto la voce casa, macchina, stipendio, e la riforma non fu mai fatta. Questo spiega perché i finanziamenti sono sempre arrivati sotto forma di denaro e non attraverso realizzazioni concordate, come scuole, ospedali, ecc. Anche sullo Stato che dovrà nascere ha delle idee originali. "Dovrà essere smilitarizzato per essere pacifico, perché i palestinesi, dai '47 in poi, hanno perso tutte le occasioni, che con si ripresenteranno più. Aveva visto giusto Sharon con il suo piano di separazione, quando guardo a quanto ha saputo fare Israele in questi anni e lo paragono con quello che abbiamo fatto noi, mi prende lo sconforto, abbiamo solo saputo dare la colpa ad Israele". Vive a Gerico, ogni giorno attraversa due checkpoint, uno palestinese e uno israeliano. Gli chiedo cosa ne pensa dei controlli di Tsahal, che sono sovente oggetto di pesanti critiche, e anche qui la sua risposta è sorprendente. "Uno Stato ha il dovere di difendere i pro-pri cittadini, se non ci fossero stati gli attacchi suicidi, i checkpoint non ci sarebbero, come la barriera di sicurezza, non c'è una volontà collettiva di umiliazione, ma solo responsabilità individuali" mi dice, in controtendenza persine con le organizzazioni umanitarie israeliane che non perdono occasione per allinearsi con le posizioni palestinesi più estremiste. "Sono realista, non ottimista, ma non sono un nazionalista, non voglio più vedere sangue, voglio coesistenza, amicizia", conclude, con una critica alla prossima conferenza internazionale di novembre. "Non è con i palestinesi che andrebbe fatta, ma con gli stati arabi, E' soprattutto loro la responsabilità se la pace non c'è ancora".
(Angelo Pezzana, Shalom)

Di persone come Bassem Eid, magari non altrettanto coraggiose ma sicuramente altrettanto convinte che con la realtà di Israele bisogna convivere e che l’unica cosa da fare è cercare il modo migliore per farlo, una volta ce n’erano di più. Molte di più. Poi, uno alla volta, Arafat e i compagni della sua banda li hanno fatti fuori tutti: fisicamente, intendo, non politicamente. Qualcuno sarà certamente sopravvissuto, ma si guarda bene dal manifestare il proprio pensiero: per poterlo fare, oggi, occorre avere la stoffa dell’eroe, come Bassem Eid, appunto. Cerchiamo dunque almeno noi, che ben poco rischiamo a farlo, di non lasciare spegnere la sua voce.



barbara


12 ottobre 2007

SPEZZARE LE CATENE

Io, Rosa D. braccata dalla mafia

La mia vita è facile da riassumere. Sono nata in un paesino povero della Puglia. A 18 anni mi sono sposata con uno della famiglia Tarantino, un clan di trafficanti di droga. Mio marito e molti dei suoi sette fratelli erano spacciatori e per tutto il tempo che io ricordi entravano e uscivano dal carcere. La gente li temeva e li rispettava. Ma avevano un rivale: la famiglia Ciavarrella, il più importante clan della mafia garganica del nostro paese. Non correva buon sangue tra le due famiglie da quel giorno di 25 anni fa, quando il maggiore dei fratelli Tarantino uccise cinque Ciavarrella, compresa una bambina di tre anni. Fu condannato all'ergastolo ma i corpi non furono mai trovati. Per nascondere le prove, si dice, li diede in pasto ai porci. Ho avuto tre figli da mio marito, ma lui era a casa di rado. Un anno fu arrestato quattro volte. Un altro anno è stato latitante per mesi. È ancora difficile da spiegare ma in quel periodo mi innamorai di un Ciavarrella. Sapevo di giocare col fuoco ma non seppi fermarmi. Quando ci scoprirono il sangue iniziò a scorrere di nuovo. Il padre del mio amante fu il primo a essere ucciso. Si dice sia stato ammazzato dai Tarantino per lavare l'onore della loro famiglia, macchiato dal mio tradimento. Ma ho sempre pensato che avesse più a che fare con una guerra per il controllo della droga. Per vendicare suo padre il mio amante diede la caccia ai Tarantino e ammazzò sette persone in meno di un anno. Tre di loro erano miei ex cognati. Legata a quel mondo per 15 anni, conosco i più grossi segreti di entrambe le famiglie. Gli affari di droga, il racket, gli omicidi, ne ho viste di tutti i colori. Sapevo dove nascondevano i soldi, l'eroina, le armi. E una volta il mio amante mi costrinse anche a prendere parte a un omicidio. Ho avuto un figlio anche da lui ma a quel punto non ne potevo più. Mi picchiava e mi teneva chiusa in casa. Ero stanca di sentire i Ciavarrella parlare, a cena, del loro prossimo omicidio, Non avrei permesso che i miei quattro figli divenissero dei mafiosi come i loro padri. E non voglio che essi un giorno inizino a uccidere di nuovo perché appartengono a famiglie rivali. Per la mafia non c'è crimine più grande che spezzare l'omertà. Ma volevo una vita nuova, per me e i miei figli. Così ho fatto l'impensabile per chi appartiene a questo mondo. Mi sono messa contro tutte due le famiglie e ho raccontato ai magistrati tutto quello che so. Ora sono uno dei due testimoni principali in un processo in corso (la prossima udienza è il 20 settembre, ndr) contro più di cento persone legate a entrambi i clan. Il mio ex marito, l'ultimo dei fratelli Tarantino ancora vivo, è stato indagato per reati di droga. Il mio amante e suo fratello sono stati condannati all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa. Sono entrambi in carcere, come lo sono la madre e gli zii. Anche la sorella è stata indagata. Ho testimoniato contro ognuno di loro. Quanto a me, ora sono protetta dallo Stato e sono stata portata di nascosto lontano dal mio paese in un luogo segreto. Vivrò qui, mi dicono, sotto falsa identità per il resto della mia vita. Racconto ai miei figli che hanno tutti lo stesso padre e sosterrò che è morto non molto tempo fa, di cancro. Il mio nome è Lidia Di Fiore. Ma mi chiamano Rosa. Oggi ho 33 anni». (da un articolo di Mark Franchetti su Io donna)

Spezzare le catene dell’omertà mafiosa: ci vuole coraggio. Tanto. Ma qualcuno lo ha. Tutta la nostra ammirazione per questa donna che non entrerà negli annali della Storia, che d’ora in poi non avrà più neanche diritto al proprio nome, ma che rappresenta un grande faro nella grande cloaca dell’omertà.

barbara


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19 agosto 2007

RESISTENZA

   
   

   
 
 

E per queste condanne a morte niente proteste, niente marce, niente sit-in, niente striscioni e cartelloni, niente grida e niente strepiti, niente movimenti internazionali, niente proposte all’Onu. Niente. C’è poco da fare: se non sei un Caino non ti caga nessuno. Ma loro continuano a resistere, alla faccia di tutti i buonisti del mondo.

barbara



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8 agosto 2007

LA PRIMULA ROSA DI KABUL

Avevo già parlato di lei qui. Torno a parlarne oggi proponendo questo bell’articolo di Chiara Valentini pubblicato sull’ultimo numero dell’Espresso, perché il parlare di questa donna straordinaria e della sua eroica battaglia non sarà mai abbastanza.

Difficile a credersi, ma qualche buona notizia può arrivare perfino dall'Afghanistan dei rapimenti, dell'oppio dilagante, della protervia talebana. La notizia ha la faccia intensa e il corpo da adolescente di Malalai Joya, 29 anni appena compiuti, una voce trascinante e una fama che cresce giorno dopo giorno. Si potrebbe anche dire che è una buona notizia solo a metà, visto che Malalai è inseguita da un numero crescente di condanne da parte dei signori della guerra e dell'oppio, è costretta a cambiare casa quasi ogni notte e da poco è stata anche sospesa dalla Camera dei deputati, dove era stata eletta nelle elezioni del 2005, con un numero altissimo di preferenze. Ma è forse la prima volta che i democratici afgani, la galassia mal tollerata di gruppi giovanili, di intellettuali e di associazioni di donne in lotta contro un passato tribale, ha trovato un personaggio capace, a rischio della vita, di diventare la loro bandiera, dentro e anche fuori dai confini del Paese. Proprio le donne, per darle il voto, avevano spesso sfidato le botte di padri e mariti ed erano andate di nascosto alle urne, protette dal burqa.
È così romanzesca la breve esistenza di questa ragazza nata durante l'occupazione sovietica, cresciuta in un campo profughi pachistano e tornata nella desolata provincia di Farah, dove era nata, nel pieno della dittatura talebana, che una regista, la danese Eva Mulvad, ci ha fatto sopra un film, "I nemici della felicità", premiato al Sundance Festival 2007, la rassegna voluta da Robert Redford. È uno straordinario documento sull'Afghanistan di oggi, come "Viaggio a Kandahar" di Makmalbaf lo è stato sulla dittatura dei talebani. Nel film Malalai Joya interpreta se stessa, a cominciare dal discorso che nel 2003 l'aveva resa famosa, l'atto d'accusa ai signori della guerra all'apertura della Loya Jirga, l'assemblea costituente. «Molti di voi hanno le mani insanguinate e dovranno essere giudicati da un tribunale internazionale», aveva gridato ai mujahiddin che la guardavano sbalorditi. «Da quel giorno la mia vita ha smesso di appartenermi», dice Malalai Joya, che abbiamo incontrato al meeting sui diritti umani della Regione Toscana a San Rossore.
A battersi per i diritti dei suoi concittadini Malalai aveva cominciato fin dai banchi di scuola, quando era rifugiata in Pakistan, con un padre medico che aveva perso una gamba nella lotta contro i soldati di Mosca. Aveva continuato, poco più che adolescente, in una ong nata a Farah per insegnare leggere e a scrivere alle moltissime donne analfabete e ancora sottomesse alle regole tribali. Ma dopo il discorso alla Loya Jirga era diventata un'eroina popolare, «quasi come quell'altra Malalai che alla fine dell'800 si era tolta il burqa e aveva impugnato la spada per combattere contro gli inglesi», come scrivono le sue sostenitrici nei siti Internet che le hanno intitolato. Nella sua provincia, la più povera e arretrata dell'Afghanistan, molte persone perseguitate corrono anche oggi da lei per avere un aiuto, dalle ragazzine vendute dalle famiglie a uomini con il triplo dei loro anni, ai contadini taglieggiati dai trafficanti d’oppio. Ma la lotta più pericolosa Malalai l'ha ingaggiata contro i signori della guerra, «che impediscono il ritorno della democrazia e, anche se hanno imparato a parlare di diritti umani per compiacere l'Occidente, opprimono le donne proprio come i loro fratelli talebani». Da quando, nel settembre del 2005, era entrata alla Camera dei deputati con le prime elezioni almeno parzialmente libere del Paese, non ha smesso di denunciare i loro abusi, ricevendone in cambio minacce che la costringono a una vita semiclandestina. Spesso nascosta proprio sotto quel burqa che vorrebbe vedere messo al bando, la giovane deputata è quasi una primula rossa che appare all'improvviso dove meno la si aspetta. E anche questo accresce il suo mito. «Ho scelto di entrare in parlamento proprio per sfidare i fondamentalisti nella loro stessa casa, ho accettato la tortura di sedere accanto a uomini che ogni volta che prendo la parola cercano di togliermela, mi minacciano di stuprarmi, di farmi uccidere. Come del resto è stato fatto con altre donne scomode, con la presentatrice televisiva Shakiba Zanga e con la mia amica Shakia Zachi, una straordinaria giornalista radiofonica che portava una voce nuova negli angoli più sperduti dell'Afghanistan», dice Malalai. Ma è convinta che in un Paese come il suo solo le scelte estreme possono smuovere la cappa del silenzio e della censura. «Mi dicono che dovrei essere più prudente, più diplomatica. Ma io sono orgogliosa di dire la verità. So che in questo modo do anche a tanti altri democratici il coraggio di venire allo scoperto», dice. Lo ha fatto pochi mesi fa pronunciando alla Camera un duro discorso contro la proposta di legge secondo cui nessun crimine di guerra commesso negli ultimi venticinque anni potrà essere denunciato e perseguito, e che è passata a larga maggioranza. «Una vera e propria amnistia, che renderà impossibile una vera pacificazione perché lascia impuniti decine di migliaia di omicidi e di violenze, commessi in parte anche da uomini che oggi sono al governo», racconta. Ci sono le ricerche di varie associazioni come Human Rights Watch, che le danno almeno in parte ragione. Ci sono i dati agghiaccianti di un Paese dove la vita media delle donne non supera i 46 anni, dove aumentano gli stupri e dove la ricostruzione non decolla.
Più avventata Malalai è stata invece in un'intervista a una televisione locale, dove ha sostenuto che il parlamento afgano «è peggio di una stalla o di uno zoo e i suoi membri sono criminali e nemici del popolo». Approfittando di queste dichiarazioni, l'Assemblea ha deciso di liberarsene, sospendendola dal suo ruolo fino al 2010, anno in cui si tornerà a votare. È un'espulsione mascherata, che poco ha a che vedere con le regole della democrazia e che accresce i pericoli per la sua vita. «Tra poco tornerò in Afghanistan, ma non so per quanto tempo resterò viva. I fondamentalisti contano i giorni per eliminarmi», ha detto in un appello lanciato dall'Italia e ripreso in vari altri paesi, dal Canada all'Inghilterra all'Australia. Ma perfino in un momento così drammatico Malalai ha colto l'occasione per fare una richiesta politica: che anche in Afghanistan sia istituito un tribunale internazionale per i crimini di guerra, perché «qualunque cosa dovesse succedere, sarebbe un'eredità che spero di potere lasciare al mio Paese».

“Tra poco tornerò in Afghanistan ma non so per quanto tempo resterò viva”. Chiudete gli occhi e ripetete queste parole. Rigiratevele bene in bocca. Prendetele in mano e pesatele. Poi mettetevele davanti agli occhi e guardatele bene. E adesso rispondete: voi tornereste in Afghanistan? Lei sì, lo farà. Ha ventinove anni ed è pronta a morire per testimoniare la verità, per combattere ingiustizie e prevaricazioni. Spera solo di avere il tempo di fare ancora una cosa che possa restare, che possa contribuire a dare al suo Paese la speranza di un futuro migliore. Per farlo avrà bisogno dell’aiuto di tutti noi. Glielo daremo o ci gireremo dall’altra parte?



barbara

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