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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


3 novembre 2010

SPIGOLATURE A MARGINE

La bandiera israeliana – in faccia all’ambasciatore – ruotata di 90°, cosicché i due triangoli che formano la stella anziché in verticale, con le punte in alto e in basso, erano in orizzontale, con le punte a destra e a sinistra.



Il tipo esagitato che dribblando il servizio di sicurezza è piombato in sala urlando che non siamo una democrazia perché non permettiamo contraddittorio.
Le sorridenti suorine con le cuffiette candide tipo olandesina in processione a portare all’ambasciatore una scatola di mele e fiori e poi attentissime ascoltatrici dall’inizio alla fine.



Il giovane strafighissimo presidente – e appassionato oratore – del Makkabi di Francoforte.


(ma dal vivo è molto più migliore assai)

L’ambasciatore, uomo dotato di discreto fascino, di squisita cortesia, di ottimo inglese e di pessimo tedesco (da mal di pancia, a voler essere proprio precisi).



Il tipo accartocciato sulla sedia a rotelle (assomigliava a Hawking, ma lui per fortuna le mani le muoveva), che quando gli sono passata accanto mi ha energicamente strattonata per la giacca per segnalarmi che avevo dimenticato per terra, di fianco alla sua sedia a rotelle, la borsa, con dentro soldi, documenti, carta di credito, bancomat, specchio e rossetto.
L’incredibile quantità di gente venuta ad ascoltare.



Il finto occhio da pesce lesso del contrabassista e la quantità spaventosa di messaggi che, con quel suo occhio da finto pesce lesso, riusciva a mandare.



La disorganizzazione. Spaventosa. Caos totale. Chi conosce la “mitica organizzazione tedesca” solo per sentito dire, potrà forse essere stupito; io che, avendo studiato per un intero mese in Germania, la conosco per visto fare, non me ne sono stupita per niente. A Napoli, giusto per restare nei luoghi comuni, dubito fortemente che avrebbero potuto fare di peggio.
I “capi”. Qualcuno, fra i frequentatori di questo blog, ha un po’ di anni sulle spalle, e ricorda certamente le assemblee studentesche del cosiddetto sessantotto. E ricorderà anche quei microleaderini che cercavano di fabbricarsi un futuro da leader-di-un-livello-superiore, usando le assemblee del liceo o dell’università e le rivendicazioni degli studenti come palestra di addestramento. Alcuni poi ci sono riusciti, altri sono precipitati nel gorgo del terrorismo del decennio successivo. Gli uni e gli altri, come direbbe mia madre, dee gran figure porche. Mi ci hanno fatto pensare, si parva licet, quei capetti che si agitavano sulla scena del congresso di Francoforte.
La gentilissima – e molto bella – giovane signora dall’inglese impeccabile che ci ha aiutati a districarci fra i centomila treni che percorrono incessantemente le viscere di Francoforte, senza la quale non so se e quando saremmo riusciti a raggiungere l’aeroporto (che poi abbiamo comunque rischiato di mancare perché quando ci siamo arrivati, nonostante la gigantesca tabella FLUGHAFEN – AIRPORT, Emanuel si è per un tempo infinito ostinato a negare che quella fosse la stazione dell’aeroporto e non voleva saperne di scendere).

barbara


3 novembre 2010

E I DURI HANNO GIOCATO

E si sono abbondantemente rotti le corna contro il muro, perché era un muro di quelli proprio brutti, di cemento armato, con spuntoni di ferro piantati dappertutto e cocci di vetro sopra nel caso fosse loro venuto in mente di provare a superare l’ostacolo scavalcandolo. Ma si sono battuti bene, con determinazione, come è loro caratteristica e consuetudine, e qualche graffio sono riusciti a lasciarlo.

Si è tenuto a Francoforte, nella serata di sabato 30 e nella giornata di domenica 31 ottobre, il primo congresso in Germania di tutte le organizzazioni pro Israele. Le premesse le conoscete già. Adesso conoscerete lo spettacolo.
Nel corso del pre-congresso di sabato sera, riservato ai partecipanti che dovevano parlare, oltre a ribadire il divieto di parlare di islam, è stato anche fortemente affermato che non si doveva parlare contro i mass media, cosa bizzarra assai in un congresso che dovrebbe avere la funzione di offrire sostegno a Israele contro i programmi di annientamento da parte del mondo islamico e contro la campagna di disinformazione messa in atto dei mass media, ma non c’è stato modo di far intendere ragione a chi aveva deciso che così dovesse essere. D’altra parte anche l’ambasciatore israeliano la domenica mattina ci ha detto – a quattr’occhi, non nel discorso ufficiale, e quindi senza obblighi istituzionali – che i mass media in Germania sono assolutamente corretti, dicono le cose esattamente come stanno, non aggiungono commenti e opinioni personali eccetera eccetera, è solo l’opinione pubblica che è fortemente contraria a Israele. Al che uno potrebbe riflettere che se ci viene raccontato che i mass media dicono che Israele non fa altro che difendersi dagli attacchi di chi ne vuole l’annientamento e l’opinione pubblica è convinta che Israele sia il male assoluto, forse c’è qualche conto che non torna, ma a un ambasciatore che ha avuto la cortesia di accettare di parlare con dei perfetti sconosciuti non si può controbattere in questo modo, e quindi amen: il suo mestiere, dopotutto, non è quello di essere coerente.
Nel corso della giornata abbiamo sentito tante parole. Parole. Parole. Parole. Pa... Se ne è lamentato anche uno del pubblico in uno dei brevi spazi in cui sono stati consentiti alcuni interventi: state dicendo tante belle parole, ha protestato, ma poi concretamente cosa ne viene fuori? Voi, politici, parlamento, che cosa fate? Noi, comuni cittadini, cosa possiamo fare? In certi momenti la retorica delle parole vuote è persino quasi arrivata a sfiorare il livello di quella dei politici di Roma alla manifestazione per Gilad Shalit. Quasi, perché il nauseante becerume di quella gente quella sera a Roma è davvero impossibile da eguagliare, però si sono dati da fare anche loro. Parecchio.
Ci sono state anche cose positive, naturalmente, e ci sono stati alcuni momenti toccanti, come quando è intervenuto il rabbino capo, che con voce bellissima ha cantato una preghiera, poi ha recitato una preghiera per Gilad e infine ha suonato lo shofar concludendo con un intenso e sentito “am Israel chai” (il popolo di Israele vive). Un parlamentare ha denunciato l’assurdità della politica del parlamento europeo, che chiede a Israele il “gesto di buona volontà” di liberare prigionieri palestinesi allo scopo di “creare un clima favorevole” alla liberazione di Glilad, quando la sola cosa giusta da fare è di esigerne la liberazione incondizionata, e si è impegnato a combattere per indurre il parlamento tedesco a muoversi in questa direzione. Ha parlato Aviva Raz Schechter, del ministero degli esteri israeliano, che ha detto almeno la metà delle cose che a noi erano state vietate, ma a lei non si potevano vietare, per cui Sacha Stawski, Grande Capo di tutta la baracca, è stato costretto a starla a sentire, sudando copiosamente, agitandosi sulla sedia, con la faccia sofferente. Altri hanno parlato della questione dell’islam, e di quella dei mass media, e sempre le reazioni del Grande Capo erano uno spettacolo da contemplare, soprattutto quando uno ha concluso il suo intervento gridando con voce stentorea: “Svegliati, Europa!”. Un altro degli intervenuti, parlando di Ahmadinejad, ha detto che lo scandalo non è che quello neghi la Shoah: di negazionisti che ne sono tanti, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Lo scandalo è che il mondo intero, di fronte a tutto questo, taccia.
Nel frattempo il nostro intervento dalle tre e un quarto in cui era previsto è stato spostato alle cinque, poi alle sei. E in tutto questo tempo c’era un povero disgraziato che dalla mattina si aggirava fra il quasi migliaio di persone presenti con l’aria smarrita: era il tizio che aveva tradotto il nostro discorso in tedesco. Gli era stato detto di venire, per parlare con Emanuel, per vedere, confrontare, eventualmente rettificare, mettere a punto. Scusate, aveva obiettato, ma io come diavolo lo trovo questo qui? Non lo conosco, non l’ho mai visto, non so chi sia... Arrangiati, gli è stato risposto. Siamo arrivati a incontrarci, per l’incrociarsi di tutta una serie di casualità, a metà pomeriggio.
Arrivano dunque le sei del pomeriggio. Dalla mattina avevamo continuato a lavorare, Emanuel, io e Claudia, un’altra amica arrivata insieme a noi per questo congresso, per selezionare e inserire nella chiavetta le foto da mostrare, visto che non c’era tempo per far vedere tutto ciò che era stato programmato, e tirare fuori dal discorso i pochi estratti da presentare nel tempo ridotto che ci sarebbe stato concesso, e cercare di scoprire a chi rivolgersi per il computer, cercare il computer, rimettere a punto per l’ennesima volta le cose da dire...
Arrivano le sei e sale sul palco un tipo allegro e rubicondo. Emanuel va a chiedere spiegazioni, gli dicono che parlerà dopo quello. Sacha ha detto che il concerto che chiuderà la serata comincerà alle sette. Prima ci sarà ancora l’annuncio dei vincitori della lotteria organizzata per raccogliere fondi, ma sicuramente ci sarà tempo per il nostro intervento. Il tipo rubicondo racconta una barzelletta, vecchiotta assai, e nel frattempo dei tizi salgono a loro volta sul palco e iniziano a togliere addobbi, fiori, bandierine, festoni, microfoni e infine i tavoli a cui erano stati seduti i vari oratori. E fanno scivolare dentro un pianoforte a coda. Mentre dall’altra parte del palco c’è l’orchestrina klezmer che ha rallegrato alcuni intervalli. Il tipo rubicondo, si chiarisce, è il capo della delegazione dei cristiani per Israele, che invita a salire tutti quanti sul palco. Salgono: sono una ventina, o giù di lì. Parleranno tutti, ci viene detto. Un minuto-minuto e mezzo a testa. Emanuel e io ci guardiamo, perplessi. Claudia invece è dietro le quinte col computer, perché le hanno detto di prepararsi perché appena quello finisce tocca a noi. I tizi cominciano a parlare, qualcuno effettivamente si attiene al minuto-minuto e mezzo fissato, qualcuno deborda, ogni due o tre il tipo rubicondo racconta una barzelletta, tutte vecchiotte assai come la prima. Emanuel è molto più bravo di me a controllarsi, e ha un’aria quasi impassibile, ma sono sicura che se in quel momento gli si dovesse fare un’iniezione, per piantargli l’ago nella carne bisognerebbe usare il martello. Ad un certo momento comincia a parlare una tizia, e non finisce più. Dopo due tre minuti il contrabassista, dall’occhio di finto pesce lesso, allunga un mezzo occhio verso il clarinettista, il quale comincia a sfiorare i tasti del clarinetto, il finto pesce lesso sfiora le corde del contrabbasso, il batterista sfiora i piatti, il fisarmonicista comincia ad allargare impercettibilmente il mantice della fisarmonica, note lievi aleggiano nell’aria, si fanno più forti, il pubblico stanco che è lì dalla mattina accoglie entusiasta il suggerimento, e comincia a battere il tempo coi piedi. L’oratrice capisce, e chiude velocemente il suo intervento. Il rubicondo invita l’oratore successivo ad essere breve, e lui lo è. Non dello stesso parere è invece la bionda che arriva dopo di lui; i musicisti ci riprovano ma lei resiste strenuamente, resiste imperterrita anche a un secondo tentativo di indurla a chiudere e porta fieramente a termine il suo interminabile discorso. E poi finalmente hanno finito di parlare tutti e poi Sacha Stawski è salito sul palco a premiare i vincitori della lotteria e poi (a dire la verità sulla sequenza di queste ultime cose non sono del tutto sicura perché ero talmente tesa – oltre che stanchissima – da non essere più del tutto lucida) è salita sul palco la vicegrandecapa per annunciare che d’ora in poi niente più politica, niente più parole, niente più discorsi ma solo musica e divertimento e poi è salita sul palco una fascinosissima ed elegantissima signora dai bellissimi capelli di varie sfumature di grigio, anche lei dei cristiani per Israele, che ha detto che lei non sa raccontare barzellette ma per fortuna c’è sempre la musica per chiudere in bellezza e il gruppo klezmer ha attaccato Osè Shalom e Sacha aveva sempre più l’aria di un bambino che sta tentando di nascondere i cocci del vaso frantumato e poi non so, ho avuto l’impressione di un qualche movimento, di un qualcosa che non ho capito bene e insomma Sacha è andato al microfono e ha detto che doveva parlare ancora qualcuno, arrivato apposta dall’Italia, e nel frattempo del pubblico presente otto ore prima ne era rimasto sì e no un terzo, e Sacha poi non si ricordava più il nome e poi lo ha detto sbagliato e insomma Emanuel, con la compostezza del gentiluomo piemontese vecchio stampo che quasi sempre lo caratterizza, è salito sul palco e ha cominciato a parlare mentre Claudia da dietro le quinte faceva gesti disperati perché il computer era tedesco ed era tutto scritto in tedesco nonostante prima le fosse stato assicurato che non lo era e lei il tedesco non lo sa e non riusciva a venirne fuori e insomma poi finalmente sono arrivati i soccorsi e la cosa è partita. Poche cose, molto concrete: immagini a confronto per mostrare come vengono fabbricate le “notizie”, qualche citazione di falsificazioni “d’autore” (come le infami menzogne propagandate dal neo Nobel Mario Vargas Llosa). Il pubblico (chi, come Emanuel, è abituato a parlare in pubblico e chi, come me, insegna da una vita, queste cose è perfettamente in grado di percepirle e valutarle), nonostante la stanchezza era attento e concentrato, interamente catturato dal tema e dal modo di esposizione. Non so quanto tempo Emanuel abbia parlato – quando si è personalmente coinvolti in un evento è impossibile avere del tempo una percezione oggettiva – ma sicuramente non a lungo. Ma per Sacha Stawski, che gli stava appiccicato guardandolo in cagnesco facendogli, credo quasi materialmente, sentire “il fiato sul collo”, evidentemente anche quella manciatina di minuti era troppo, e ad un certo momento ha cominciato ad ammiccare verso i musicisti, per indurli a rifare lo stesso giochino che poco prima, di propria iniziativa, avevano messo in atto con gli oratori eccessivamente e inutilmente verbosi. I musicisti per un brevissimo istante si sono guardati, poi hanno rivolto gli sguardi nel vuoto, senza toccare gli strumenti. Una volta, due volte, tre volte, sempre sordi e ciechi agli ammiccamenti del Grande Capo, fino a quando Emanuel ha spontaneamente chiuso il suo-nostro castratissimo discorso (e io ti guardavo e ti ascoltavo ed ero fiera di te, Emanuel. Te l’ho già detto, me lo voglio ripetere anche coram populo: ero davvero straordinariamente fiera di te!). Erano rimasti in pochi, ad applaudire, non più di due o tre centinaia, ma si sono impegnati a far sentire che era un applauso di valore, sulla faccia scornata di Sacha Stawski.

barbara


27 ottobre 2010

AVETE PRESENTE LA PECORINA?

Leggete questo, attentamente; poi dopo vi spiego.

Signore e signori, grazie, innanzitutto, per avermi concesso l’opportunità di parlare qui, oggi, in questo importante congresso che chiude un mese di ottobre già ricco di notevoli eventi: il convegno di Roma, voluto e organizzato da Fiamma Nirenstein in nome della verità su Israele, che ha visto l’intervento di personalità sia di destra che di sinistra, e la manifestazione di Berlino, con lo storico discorso di Geert Wilders. Israele sta combattendo non una, ma due guerre, che non sono solo di Israele.
Oltre alla guerra che combatte con le armi e che la oppone al mondo islamico (e sottolineo al mondo islamico, e non ai palestinesi, perché questa è la realtà che troppi fingono di non vedere), vi è anche una implacabile guerra mediatica, per contrastare la quale ci troviamo oggi qui. Per molto tempo Israele è sembrato prestare scarsa attenzione a questa seconda guerra, lasciando che i suoi nemici prendessero un enorme vantaggio. Oggi, con molto ritardo, si sta tentando di correre ai ripari, ma lo svantaggio da colmare rimane immenso.
Da molti anni in Italia alcune persone combattono attivamente le menzogne diffuse dalla propaganda antiisraeliana, attraverso siti e blog che con documenti di prima mano cercano di far conoscere quella realtà dei fatti che noi qui oggi riuniti conosciamo, ma che viene sistematicamente tenuta nascosta o deformata al grande pubblico, inducendolo a sviluppare sentimenti di ostilità nei confronti di Israele e anche dell’Occidente tutto.
Israele viene dipinto come uno stato ricco, forte, lontano, e soprattutto non si manca di sottolineare che Israele è solo “lo stato degli ebrei”: perché ce ne dobbiamo occupare, pensano in molti, lasciando così libero spazio a chi invece di quel che succede in Medio Oriente si occupa attivamente per sue ragioni politiche preconcette, per fedeltà a ideologie sconfitte dalla storia ma ancora strenuamente coltivate da qualcuno, ed anche per quell’antisemitismo che non solo non è mai morto, ma sembra oggi più vivo che mai, lo si chiami antisemitismo o antisionismo. E questa ostilità a Israele, è bene ricordarlo, rimane inalterata qualunque sia la parte politica – di destra o di sinistra – dei vari governi in carica.
Anche in Italia, come ovunque nel mondo, si disinforma innanzitutto per mezzo delle immagini: inquadrature “strategiche”, dettagli aggiunti (scarpetta da bambino, ciuccio, bambola), scene appositamente costruite, con attori che l’occhio allenato riconosce essere sempre gli stessi, ma che riescono facilmente, visti in situazioni e momenti diversi, a ingannare lo spettatore comune. (fotografi - berretto verde).
In secondo luogo si disinforma con i titoli degli articoli, spesso estranei, almeno in parte, al contenuto degli articoli stessi ma di forte impatto emotivo.
Sappiamo inoltre che molti giornalisti non solo non fanno il minimo sforzo per ascoltare e riportare tutte le fonti disponibili – cosa che, a differenza che nelle dittature, nel democratico e aperto stato di Israele sarebbe tutt’altro che difficile – ma spesso ricevono e pubblicano le veline che ricevono direttamente dai loro contatti in loco, come si può verificare osservando, non di rado, articoli identici fin nei minimi dettagli nelle diverse testate.
Per questi motivi, o per pura ideologia, si finisce col leggere bugie colossali. (Sabahi – Varga Llosa)
Va infine tenuto presente che per potersi muovere nei territori palestinesi i giornalisti sono obbligati a impegnarsi a non pubblicare alcuna notizia che possa danneggiare l’immagine della Palestina e della sua dirigenza, e non sono molti coloro che possono – o vogliono – sottrarsi a questo pesante condizionamento. (Cristiano).
In Italia, nel sito Informazione Corretta che viene aggiornato ogni giorno dell’anno, abbiamo modo di verificare questa realtà grazie alla sezione “international” che offre una selezione di articoli pubblicati all’estero. Scopo di Informazione Corretta, oltre che di informare, mettendo a confronto le varie versioni delle notizie e segnalando per i lettori meno preparati le inesattezze contenute negli articoli, è quello di invitare i lettori a scrivere ai giornalisti o ai direttori delle varie testate per protestare contro la sistematica manipolazione delle notizie. Nel giro di alcuni anni questo sito è diventato essenziale per i suoi molti lettori, ma è anche seguito, e forse temuto, dai giornalisti tutti, amici o nemici che siano.
Di denaro parlavo prima. Certamente tanto è il denaro disponibile nel mondo islamico da quando il prezzo del petrolio, nei primi anni 70, è schizzato verso l’alto. Arafat, quando è morto, era diventato uno degli uomini più ricchi della terra, e miliardi di dollari continuano ad affluire nelle tasche dei dirigenti palestinesi; allora, vi chiedo, perché mai dovrebbero desiderare di cambiare una situazione tanto comoda per loro?
Ma, come accennavo all’inizio, non si tratta di un problema solo israeliano, bensì dell’Occidente tutto, per il quale la resa dei conti è solo leggermente procrastinata. Quando la basilica della Natività di Betlemme, nel 2002, venne liberata dai terroristi che l’avevano occupata per 39 giorni, si poteva leggere sui muri la scritta: “oggi quelli del sabato, domani quelli della domenica”: qualcuno lo ha letto nei nostri quotidiani? Eppure si tratta di un avvertimento che non dovrebbe essere preso alla leggera. I segnali dell’avvicinarsi della “domenica”, per chi li voglia vedere, sono numerosi e sono evidenti, e dovrebbero farci capire che l’Occidente e quell’Israele che per qualcuno è ricco, forte e soprattutto lontano, e “diverso” in quanto ebraico, devono in realtà fronteggiare lo stesso nemico e combattere la stessa battaglia.
Per fortuna oggi ci sono persone come Geert Wilders che ce lo dicono chiaramente; e noi dobbiamo ascoltarle. Ritengo opportuno soffermarmi un momento su Geert Wilders, abitualmente etichettato come xenofobo, razzista, campione dell'estrema destra, sotto processo in patria per questi suoi presunti crimini e dichiarato persona non grata dalla Gran Bretagna. L'unica sua colpa, in realtà, è quella di voler difendere quella civiltà, quella libertà, quella democrazia che noi abbiamo conquistato in secoli di lotte civili dall'aggressione della barbarie. A lui e alla sua coraggiosa battaglia dobbiamo tutta la nostra riconoscenza.
La madre del bimbo di Gaza che, intervistata nell’ospedale in cui i medici ebrei avevano appena salvato la vita della sua creatura ammalata di una gravissima malattia, dice che vuole per lui, un giorno, il martirio per il suo popolo uccidendo ebrei, è esattamente come quel padre e quel figlio pachistani che il mese scorso, in Italia, hanno massacrato la rispettiva moglie e madre, e quasi ucciso sua figlia, colpevoli quest’ultima di voler vivere come si vive a casa nostra, l’altra di difendere i diritti della figlia: sono, gli uni come l’altra, portatori di una cultura di morte che vorrebbero imporre a noi tutti.
Ed è da questa “cultura” e da questa imposizione che ci dobbiamo difendere. Difendiamoci, secondo i principi profondi della nostra civiltà. Difendiamoci prima che sia troppo tardi.
Difendiamoci insieme, quelli del sabato e quelli della domenica.

Emanuel Segre Amar, Barbara Mella


Questo testo è stato pensato, scritto, corretto, rivisto, discusso, soppesato, calibrato, limato. Qualcuno ha generosamente dato una mano a tradurlo in inglese. Poi una prima e provvisoria bozza della traduzione è stata inviata là dove avremmo dovuto leggerlo. J., il nostro referente in loco, ha risposto, anche a nome di S. - che se ho ben capito dovrebbe essere il capo di tutta la baracca e organizzatore del congresso – traboccante di entusiasmo: bellissimo discorso, forte, incisivo, perfettamente adeguato alla circostanza. Un unico appunto, ci ha fatto: bisognerebbe spendere qualche parola in più per Wilders, ha detto, ingiustamente rappresentato come un razzista di estrema destra, mentre in realtà – come ben sa chiunque abbia avuto modo di ascoltarlo – lui è tutt’altro. Ci è sembrata una richiesta ragionevole, e abbiamo aggiunto le righe che trovate verso la fine. Tanto ci è stato concesso un quarto d’ora, tempo sufficiente per leggere tutto e per mostrare anche qualche foto e, tradotta, la lettera di Riccardo Cristiano.
Ieri sera è arrivata una mail, durissima, da S., per informarci che: a) il discorso è assolutamente inaccettabile; b) è il discorso sbagliato nel posto sbagliato nel momento sbagliato; c) non siamo qui per criticare l’islam; d) l’islam non deve essere nominato; e) non deve essere nominato neppure Wilders perché tutti i mass media lì da loro lo detestano e lo considerano un populista razzista fascista; f) avremo a disposizione da due a tre minuti per leggere velocemente la parte centrale del testo, quella che spiega come funziona Informazione Corretta.
Pecorina, dicevo nel titolo. Se si tratta di prendere in considerazione qualche variazione sul tema nei momenti di svago, ne possiamo discutere; se qualcuno che di fronte all’islam si caga addosso si immagina di mettere politicamente noi a pecorina, beh, ha sbagliato indirizzo. Abbiamo ancora due giorni: li impiegheremo, Emanuel e io, a mettere a punto le contromosse. Perché, come si suol dire, quando il gioco si fa duro...

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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