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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 dicembre 2010

MAQQUANTO CI PIACCIONO I COLLOQUI!

Che amanti della pace, questi palestinesi

Cari amici, siete angosciati, lo so. Lasciatemi dire che vi sono vicino in questo difficile momento. So che vi sentite soli, che fate fatica, che vi mancano. Qualcuno, che evidentemente non è fra i più consapevoli, mi chiede chi manca, di che cosa portiamo il lutto. Poverini, non lo sanno. Voi (e io con voi) sentiamo la mancanza dei colloqui. Che colloqui? Ma come, dei colloqui mirati a stabilire la possibilità di incontri. Che incontri? Quelli preliminari alle trattative. Che trattative? Quelle per stabilire l'agenda. L'agenda di che cosa? Delle discussioni sui vari capitoli. Di una futura pace, è chiaro.
Ricapitoliamo. Nessuno – a parte voi, naturalmente, e qualche giornalista particolarmente illuminato - sembra aver capito la gravità del fatto che gli americani abbiano rinunciato a parlare con Israele e i palestinesi per vedere se era possibile indurli a concordare le condizioni, anzi il grado esatto di refrigerazione delle costruzioni, per parlarsi su come arrivare a trattative dirette intorno all'ordine in cui discutere in futuro per arrivare a un trattato di pace. In molti hanno capito la sconfitta americana, ma non la terribile solitudine dei negoziatori. Non sentono la mancanza dei colloqui. Che insensibilità.
E però c'è chi butta il cuore oltre la barricata. Pensate che l'avventurosa Clinton ha deciso, con mossa certamente avventata, ma coraggiosa, che invece di parlare intorno alle condizioni per iniziare a discutere direttamente di come fare le trattative, si può entrare direttamente "nel cuore dei problemi". Chirurgia cardiaca innovativa, senza dubbio, made in Houston, la capitale dei trapianti. Ma siamo poi sicuri che i problemi abbiano un cuore? E se avessero un fegato grosso così per la rabbia?
Lasciamo stare. Ma vi devo dire un'ultima cosa, che ho saputo in confidenza da quelle "perdite condivise" (Wikileaks, per chi non conoscesse il significato medico è una specie di logorrea contagiosa). La Clinton è un po' disperata. Ha incominciato a prendere gli appuntamenti per questa sua chirurgia cardiaca e naturalmente ha chiamato i palestinesi. Ma il telefono di Abbas squilla a vuoto, quello di Erekat è sempre occupato, e tutti gli altri hanno solo una segreteria telefonica con la musica delle bombe e dei Kalashnikov. Insomma, non rispondono. Della chirurgia cardiaca non vogliono sentire parlare.
Hanno fatto sapere invece in via informale a degli amici degli amici che è meglio fare delle consultazioni naturalmente indirette per verificare le condizioni in seguito alle quali potrebbero accettare di discutere come aumentare i requisiti che sono necessari per arrivare a colloqui preliminari per stabilire il calendario degli incontri in cui si potrebbe stabilire l'agenda di eventuali prediscussioni a proposito dell'eventualità di un negoziato sul prezzo di riunioni per il negoziato che dovrà forse portare a discutere di come iniziare le trattative preliminari. Nel frattempo hanno deciso di proclamare lo stato palestinese, dato che sono colti "dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno", ovvero sulla linea armistiziale dell'832 (battaglia di Poitiers, per chi non lo sapesse). Che amanti della pace, questi palestinesi.

Ugo Volli

Ecco, questa volta Ugo Volli ha veramente superato se stesso, il che non è facile, lo so, solo lui ci può riuscire. E, a proposito di Clinton e dintorni, leggi anche qui.

barbara


7 ottobre 2010

MA COSA GUADAGNA ISRAELE DAL CONGELAMENTO DEGLI INSEDIAMENTI?

Da un editoriale del Jerusalem Post

Un articolo di dieci mesi fa che è molto opportuno rileggere oggi, alla luce dei cosiddetti “colloqui di pace” attualmente (ancora?) in corso.

Facciamo un rapido calcolo dei vantaggi diplomatici maturati da Israele da quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato, lo scorso 25 novembre, la moratoria per dieci mesi di tutte le nuove attività edilizie negli insediamenti, una dichiarazione che ha fatto seguito, con ritardo, al discorso che tenne all’Università Bar-Ilan il 14 giugno col quale Netanyahu accettava formalmente la creazione di una “Palestina” smilitarizzata come obiettivo finale dei negoziati.
Da quando il congelamento è stato annunciato, l’inviato speciale americano George Mitchell non si è certo abbandonato all’entusiasmo. Pur riconoscendo che Netanyahu si era spinto più avanti di qualunque precedente leader israeliano, tutto quello che Mitchell è riuscito ad aggiungere è che desidera vedere “quanto prima possibile” la ripresa dei negoziati sullo status definitivo. Al che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha risposto in sostanza: “Non penso proprio”.
Parlando a un centro studi di Washington, Mitchell si è per lo meno sforzato di ripetere quello che aveva poco prima affermato il segretario di stato Hillary Clinton, e cioè che i negoziati dovrebbero “basarsi sulle linee del 1967 con scambi concordati”. Affermazione significativa, giacché finora l’amministrazione Obama sembrava tirarsi indietro rispetto alla famosa lettera ad Ariel Sharon dell’aprile 2004 con cui l’allora presidente americano George W. Bush dichiarava che il risultato del negoziato avrebbe dovuto basarsi sulla formula “1967-più” (alcuni cambiamenti). Purtroppo lo stesso Netanyahu, prendendo una straordinaria cantonata diplomatica, ha accettato che venissero inclusi nel congelamento delle costruzioni anche quei blocchi di insediamenti che, per generale consenso in Israele, si considerano destinati a restare israeliani (nel quadro dello scambio territoriale di cui sopra).
Di fronte alla reazione minimalista dell’amministrazione Usa ai due storici annunci di Netanyahu, e alla luce della comprovata incapacità di Washington di persuadere i governi arabi a fare il minimo passo verso la normalizzazione dei rapporti con Israele per dimostrare che la decantata “iniziativa di pace araba” non è solo una manovra propagandistica, non si può far altro che domandarsi dove stia portando questo congelamento.
Se significa così poco per la Casa Bianca e niente del tutto per i palestinesi – e se oltretutto non rientra in una più ampia e coerente strategia con la quale Netanyahu enunci quali dovrebbero essere i confini di Israele – e se il lacerante impatto della moratoria sul piano interno è tutto dolori e nessun progresso, allora dove sono i vantaggi?
Poi c’è stata l’iniziativa della presidenza svedese dell’Unione Europea che, “prendendo atto” del congelamento di Netanyahu, proponeva di consacrare la posizione palestinese su Gerusalemme come politica ufficiale della UE. È già abbastanza negativo che l’Europa respinga la sovranità di Israele su Gerusalemme ovest sostenendo di non voler pregiudicare i risultati del negoziato. Ma vedere la Svezia che premeva con tanta forza perché venisse riconosciuta Gerusalemme est come capitale della “Palestina” mentre Abu Mazen si rifiuta di sedersi al tavolo dei negoziati è qualcosa di profondamente sconfortante per quella grande maggioranza di israeliani che vorrebbe genuinamente perseguire una composizione del conflitto coi palestinesi. Evidentemente per certi europei è politicamente più facile scimmiottare le rivendicazioni dell’Olp anziché sostenere una soluzione equa, che tenga conto anche delle sensibilità e delle esigenze degli ebrei.
Con tutta evidenza la richiesta di Abu Mazen di congelare gli insediamenti è, prima di ogni altra cosa, fasulla. Il possibile accordo di pace risolverebbe in modo permanente la questione di dove gli ebrei possano esercitare i loro diritti e di quali insediamenti debbano essere sgomberati. Dunque, perché stare a discutere di un congelamento quando si potrebbe negoziare sui confini definitivi?
La vera ragione per cui Abu Mazen non vuole trattare è perché spera che, tenendo duro, l’esasperata amministrazione americana finirà con l’imporre a Israele la posizione di Fatah. E per giunta non vuole apparire conciliante mentre fra i palestinesi sono in crescita le fortune di Hamas. Non aiuta il fatto che Netanyahu lo metta in una posizione insostenibile. L’Olp, che ufficialmente si astiene dalla lotta armata, è dal 1993 che chiede la scarcerazione in massa di detenuti palestinesi, richiesta cui Israele ha risposto in a pizzichi e smozzichi, sotto la voce “aiutare Abu Mazen”. Hamas invece, prendendo in ostaggio un solo soldato israeliano e attenendosi al suo ricatto originario per più di tre anni, sta per ottenere la scarcerazione di mille terroristi detenuti nelle carceri israeliane, compresi alcuni dei più infami. La popolarità dei fondamentalisti islamisti schizzerà alle stelle, quella di Fatah andrà a picco.
Per aggiungere il danno alla beffa, Netanyahu sembra che accarezzi l’idea di rimettere in libertà Marwan Barghouti, il cui arrivo a Ramallah procurerebbe un grande mal di pancia ad Abu Mazen, e affretterebbe un riavvicinamento fra Fatah e Hamas a spese sia di Israele che di Abu Mazen. Nessuna meraviglia che il rais palestinese tenga il broncio.
Sicché il congelamento di Netanyahu, fortemente spinto degli americani, ha messo i coloni contro i soldati e non ha smosso né Abu Mazen né la Lega Araba; Hamas è incerta e l’Europa è ben poco impressionata. L’amministrazione Obama, che finora ha solo offerto qualche stiracchiato encomio, dovrebbe fare molto di più, e di meglio.

(Da: Jerusalem Post, 8.12.09)

I buoni articoli li tengo sempre da parte, certa che, come il vino di qualità, si apprezzeranno meglio dopo averli lasciati invecchiare per un po’. Ebbene, ora il momento è arrivato. Abbiamo visto, dopo la stesura di questo articolo, la dirigenza palestinese lasciar colare, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, tutto il tempo previsto per la moratoria rifiutando pervicacemente ogni ipotesi di incontro. L’abbiamo vista fingere di accettarlo giusto alla vigilia della scadenza della moratoria – salutata con immenso giubilo, più ancora che dai cosiddetti coloni, dai muratori palestinesi (ebbene sì, non ci sono solo palestinesi terroristi che reggono il moccolo ai propri dirigenti, non ci sono solo palestinesi corrotti che si arricchiscono sulla pelle della propria gente: ci sono anche palestinesi onesti, che lavorano per guadagnarsi il pane), che vedono finalmente finire il lungo incubo dei mesi senza lavoro e possono ricominciare a sfamare decentemente le proprie famiglie – all’unico scopo di poter dire di lì a tre giorni, ossia prima ancora di aver cominciato a discutere davvero, ecco, adesso per colpa vostra non possiamo discutere più. Abbiamo visto che questa ridicola moratoria ha pesantemente danneggiato Israele e i palestinesi onesti senza avvicinare di un solo millimetro le possibilità di pace – se non addirittura allontanandole. Abbiamo visto il bluff esplodere nelle mani di chi lo aveva fabbricato – ma tanto si sa che la colpa viene sistematicamente scaricata su Israele. E stiamo continuando ad assistere alla solita, eterna, invereconda sceneggiata di chi, dopo avere costretto Israele a indietreggiare fino a trovarsi con le spalle al muro, constatato che ciò non ha portato la pace, insiste per farlo indietreggiare ancora di più.
Molto appropriato, in questo contesto, andare a leggere anche lui, oltre a un – come sempre - meraviglioso Tizio della Sera fresco di giornata, finalmente tornato dopo lunga assenza.



Qualcuno avverta in quale tubazione stiamo scorrendo

Da settimane, gli ebrei d'Europa sono invisibili, illogici fantasmi di gente viva. Come da prassi, ogni giorno si ricordano gli ebrei scomparsi nella Shoah, che però a questo punto del XXI secolo nessuno ha conosciuto, e per una fatalità reale quanto onirica contano più i morti dei vivi - a questo servono i figli di Giacobbe, a procurare emozioni. Gli ebrei: rabbia o lacrime. Malinconia, o disprezzo. Odio o ammirazione. Altrimenti, niente. Curioso fenomeno: esserci e non esserci. Come spiegare, se non così, il nulla di notizie sulle bombe al fosforo cadute su Israele, o il silenzio cannibale che sta ingurgitando il soldato Shalit. Chissà dove siamo in questo momento. In un postmoderno dramma senza dramma, un classico dramma anestetico, la recente vita ebraica è inghiottita in una stanza senza ubicazione che esiste ovunque e farà male al risveglio.

Il Tizio della Sera

E ci possiamo scommettere la testa che se fra un anno, fra cinque anni, fra dieci anni, ci capiterà di rileggere questo post, dovremo guardare la data per capire che non è di giornata. Sempre che non vincano la battaglia gli “amici” nonché “sionisti” di jstreet e jcall, nel qual caso si capirà che si tratta di cose vecchie dal fatto che vi si parla di un Israele ancora esistente.

AGGIORNAMENTO: assolutamente da leggere.

                           

barbara


15 settembre 2010

E INTANTO UGO VOLLI COLPISCE ANCORA...

Stanno bene invece di temere i palestinesi. Che criminali questi israeliani!



Abbiamo impastato il pane azzimo col sangue dei bambini, avvelenato i pozzi e naturalmente abbiamo anche ucciso dio. Siamo avari, puzziamo, abbiamo il naso troppo grande. Per non dire che dominiamo il mondo coi nostri loschi piani. Ma tutto questo è niente. Sapete qual è la nostra nuova colpa? L'ha stabilita con una storia di copertina il settimanale "Time" (che è una specie di "Espresso" americano, absit iniuria verbis).
Eccola: ce ne freghiamo. Non ce ne importa niente. Pensiamo ad altro. Altro rispetto a che cosa? Ma, perbacco, rispetto alla pace e ai palestinesi: Why Israel Doesn't Care About Peace? si chiede pensoso il settimanale (http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2015602,00.html). Perché gli Israeliani non si preoccupano della pace? Già, perché? Guardate un po' "nella settimana in cui tre presidenti, un re e il loro stesso primo ministro si incontrano alla Casa Bianca per iniziare un nuovo ciclo di negoziati di pace, la verità è che agli israeliani non importa niente. Sono occupati in altre cose, fanno soldi, si godono i raggi del sole della tarda estate." E' grave, eh, fare soldi e stare in spiaggia invece che preoccuparsi dei palestinesi e fare piani per la pace. Pura pigrizia, materialismo, disincanto. Che ci sia un governo che se ne occupa, e pure bene, non importa. Il signor Jakob di Netania, la signora Miriam di Ber Sheva, per non parlare di Shlomo che abita in Galil, secondo il giornale popolare americano forse un tantino antisemita (http://www.jpost.com/JewishWorld/JewishNews/Article.aspx?id=187886) dovrebbero tutti essere angosciati, fare il tifo per la pace, preoccuparsi di spiegare a Netanyahu cosa fare con le pretese dei palestinesi. E invece niente: fanno il bagno e si godono il sole.
E sapete perché sono così pigri? Ma perbacco, "dopo due anni e mezzo senza un singolo attentato suicida che sia arrivato sul loro territorio, con l'economia in pieno boom [...] il pubblico israeliano preferisce cercare le soddisfazioni che può ottenere dalla sfera privata, anche se stanno in una terra che era stata immaginata all'inizio come un'utopia." Come dire, si stava meglio quando loro stavano peggio, avevano l'angoscia di prendere un autobus, l'economia stagnava. Allora sì che si preoccupavano. Che villanzoni, eh, non li ammazzi per un po' e subito fanno il bagno, lavorano e guadagnano bene, si fanno i fatti loro, non vanno ad ammazzare i vicini.
Altro che quegli utopisti di Hamas, che non si occupano dei soldi (mah, chissà?) e non badano al sole, e sono solertissimi ad accumulare razzi e cercare di rapire ragazzi. Così devono pensarla anche Morgantini e Vattimo, immagino. Niente più socialismo, niente più utopia, niente più attentati, solo sole e lavoro, che vergogna. Ma chissà magari qualcuno riuscirà ad abbattere "il muro della vergogna" e a riportare i terroristi sulla spiaggia di Tel Aviv, ridando agli ebrei la faccia che devono avere, quella del lutto. E bravo "Time" e con lui le testate italiane che lo hanno ripreso (per fare un solo esempio:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/settembre/03/Israele_pace_non_interessa__co_8_100903024.shtml). Che sia ben chiaro di chi è sempre la colpa. Di quelli che lavorano, vanno al mare e non si preoccupano dei poveri bombaroli disoccupati.

Ugo Volli (qui)

Si noti, per inciso, l’accento sull’assenza di attentati suicidi: il fatto che di attentati non suicidi, con morti e feriti e mutilati ce ne siano stati un bel po’, evidentemente non conta; gli attentati noi sinceri amanti della pace li prendiamo in considerazione solo se insieme ai perfidi giudei perde la vita anche qualche bravo e onesto terrorista – pardon, militante – palestinese. E si noti anche l’identificazione fatta degli illustri signori dell’autorevole Time fra “colloqui di pace” e “pace”, per cui il disinteresse nei confronti di una patetica pagliacciata messa in scena per gli interessi di terze persone, in cui qualcuno fa finta di voler parlare di pace e qualcun altro fa finta di crederci, viene spacciato per disinteresse nei confronti della pace: una patacca degna di quegli squallidi pataccari che hanno anche la spudoratezza di definirsi giornalisti.

barbara


30 agosto 2010

Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”

Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…

La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm.
Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più?
Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione.
Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli.
Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire.
In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre).
A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell.
E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa.
Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati.
Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace.
Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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