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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 aprile 2011

QUANDO LIBERTÀ È SINONIMO DI IMMORALITÀ

La libertà di pensiero e di parola, la possibilità di manifestare dissenso, la facoltà di operare le proprie scelte sono, indiscutibilmente, l'essenza della democrazia. E siamo dunque ben lieti che nel democratico e libero stato di Israele tutto ciò sia garantito. Accade tuttavia, a volte, di avere l'impressione che alcune scelte superino decisamente il segno, se non della legalità, quanto meno del senso morale. È accaduto quando un gruppo di rabbini ultraortodossi sono andati ad abbracciare Ahmadinejad in segno di solidarietà per il suo proposito di annientare Israele. Ed è successo di nuovo in questi giorni.
Dopo la strage della famiglia Fogel (ricordiamo, accanto ai genitori Udi e Ruti, i piccoli Yoav, Elad e Hadas di appena 3 mesi), molti sono andati a visitare i “coloni” di Itamar e, soprattutto, a portare un segno di solidarietà ai tre giovanissimi sopravvissuti Tamar, Roi e Yishai. Purtroppo, e lo scrivo con grande dolore, altri hanno fatto una scelta molto diversa: sono andati ad alleviare il dolore delle famiglie che vivono nel villaggio vicino a Itamar, ad Awarta. La ragione è molto semplice: la polizia israeliana, conoscendo il DNA degli assassini, ed intuendo che questi venissero proprio da Awarta, hanno prima esaminato il DNA di tutti i residenti, e, successivamente, hanno avuto l’arroganza di arrestare i colpevoli, Muhammad Awad, il figlio Amjad e il nipote Hakem. A questo punto alcuni membri delle associazioni ebraiche Nashim L’Shalom (Donne per la pace), Gush Shalom (Il blocco per la pace) e Adam Lelo Gvulot (Uomo senza confini), hanno preferito portare la loro solidarietà proprio alla famiglia Awad, facendosi fotografare con la inconsolabile madre (e zia) dei due assassini che, a suo parere, non avrebbero saputo uccidere neppure una gallina (è opportuno ricordare che, dopo la prima strage, accortisi di aver dimenticato Hadas, che si era messa a piangere, sono tornati sui loro passi per compiere meglio la loro opera, e, il giorno successivo, sono andati, come se niente fosse, a scuola).
Dopo questa visita ebbero la sfrontatezza di definire “pogrom” l’azione della polizia israeliana. Pogrom? Sì, proprio pogrom! È ben vero che, quando questi nostri correligionari andarono a Awarta, la polizia  israeliana non aveva ancora ufficializzato le ragioni degli arresti; ma non è forse quanto succede in ogni nazione civile, dove si rispettano le leggi del codice e non quelle del clan?
Credo che davvero noi tutti dobbiamo, indipendentemente dal nostro pensiero politico (di destra o di sinistra, filo o anti sionista che sia), riflettere attentamente: il mondo tutto quanto, e non solo Israele (al momento governato da Netanyahu) sta di fronte a una guerra che uomini senza scrupoli, ma con mezzi economici senza pari, ci hanno dichiarato. Chi non lo capisce non potrà, domani, avere un trattamento diverso da quello riservato agli amici dei nazisti e dei fascisti. Ma a costoro, fin da oggi, deve andare tutto il nostro disprezzo, sperando che riescano a comprendere ed a ravvedersi, prima che sia troppo  tardi.
Emanuel Segre Amar

(Poiché il direttore e unico responsabile di una pubblicazione che preferisco non nominare ma che in parecchi capiranno lo stesso si è rifiutato di pubblicare questo articolo, lo potete leggere solo qui e in alcuni altri blog)

barbara


16 agosto 2008

SUITE FRANCESE

Un’idea grandiosa: una sequenza di cinque libri, un immenso affresco di un evento storico ancora in divenire, ossia la seconda guerra mondiale, l’invasione e l’occupazione tedesca, la miseria morale di parte non piccola della nazione francese – senza troppe differenze fra popolo, borghesia e aristocrazia – e la piaga del più abietto collaborazionismo. Un quadro vivo e spietato, a tratti addirittura epico – ma la storia incalza, il destino incombe, Auschwitz è alle porte, e di libri ha il tempo di scriverne solo due.
Singolare destino, quello di questa donna, intrisa dei peggiori pregiudizi antisemiti (capelli crespi, naso adunco, mano molle, dita e unghie a uncino, colorito scuro, giallo o olivastro, occhi neri, ravvicinati e melliflui, corporatura gracile, guance livide, denti irregolari, narici mobili, sete di guadagno, isteria, atavica abilità nel vendere e comprare paccottiglia, fare traffico di valuta, improvvisarsi commessi viaggiatori, rappresentanti di finti merletti o munizioni di contrabbando, gentaglia ebrea, bisogno quasi selvaggio di ottenere le cose desiderate, disprezzo cieco per ciò che possono pensare gli altri, insolenza ebraica) e che tuttavia, consapevole che ciò le potrà costare la deportazione e la vita, non esita a qualificarsi come persona “di razza ebraica”. E come tale conclude la sua breve vita in una camera a gas.
Singolare anche la sua scrittura, in un francese così ricco, brillante, cristallino – nonostante sia da pochi anni immigrata dalla Bielorussia, in fuga dalla rivoluzione – da indurre i suoi primi editori a sospettare che si tratti di un prestanome per qualche scrittore famoso desideroso di pubblicare qualcosa in incognito. Ed è una scrittura veramente magistrale che, unita a una sublime perfidia, rende la sua opera assolutamente meritevole di essere letta.

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi



barbara


1 agosto 2007

CAINO A ROMA

Sul numero del 28-29 settembre, «Il Lavoro fascista» riportava un testo di un giornale romano sul quale si leggeva: «Senza aver versato neppure una goccia di sangue, in una guerra da essi scatenata – gli ebrei dovrebbero naturalmente essere i soli beneficiari della catastrofe. Molti popoli cominciano già a deplorare di aver rinviata la radicale soluzione del problema ebraico». Il redattore fascista concludeva: «Prima, però, che gli ebrei possano succhiar sangue dai belligeranti esausti c’è tempo per rimediare all’errore».
Il giorno dopo un lettore, tale Marino Pedretti, mandò una lettera al giornale nella quale chiedeva alle autorità misure efficaci contro gli ebrei che «tanto altezzosamente» avevano rialzato la testa dopo il 25 luglio. La redazione rispondeva sinteticamente: «verrà il tempo per tutto e per tutti». (pp. 61-62)


I nazisti sono cattivi: lo sappiamo tutti. Ma, con tutta la buona volontà – o tutta la malafede, a scelta – come immaginare che da soli sarebbero riusciti a sterminare sei milioni di ebrei, andandoli a scovare casa per casa, in città che non conoscevano, in luoghi di cui non parlavano la lingua? Molte sono state, infatti, le complicità di cui ovunque hanno goduto. Complicità rimosse poi dietro l’alibi del “Eravamo tutti vittime”. E se in Germania, in qualche misura, i conti col proprio passato sono stati fatti, ben poco è stato fatto altrove. Per questo è particolarmente meritorio questo libro, che solleva qualche velo su quella pagina oscura della nostra storia. In cui apprendiamo, tra l’altro, che nei processi ai delatori e collaborazionisti celebrati nel dopoguerra, l’avere consegnato gli ebrei ai loro carnefici per motivi di odio razziale era considerato un’attenuante. Leggere per credere.

Amedeo Osti Guerrazzi, Caino a Roma, Cooper



barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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