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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


27 novembre 2010

IL SUO NOME È KHAN E ALTRI ANIMALI

1. È un film appena uscito, pare, di cui sto continuando a vedere e sentire recensioni da tutte le parti. Il protagonista si chiama appunto Khan, ed è un indiano musulmano – perché, per inciso, nell’India induista di musulmani ce ne possono stare quanti se ne vuole, mentre nel Pakistan musulmano, separatosi dalla patria comune all’incirca al momento dell’indipendenza, di induisti non ce ne possono stare (ricorda qualcosa?) – che va in America. La cosa che ritorna come un mantra in tutte le recensioni è “l’intolleranza antiislamica post-11 settembre”, “il razzismo antiislamico post-11 settembre” di cui il pover Khan è vittima. Ora, il suddetto Khan sarà sicuramente una brava persona, per carità, ma a questi signori recensori nessuno ha mai parlato del razzismo islamico – pre, durante e post 11 settembre - contro tutto ciò che non è islamico, dell’intolleranza islamica - pre, durante e post 11 settembre - contro tutto ciò che non è islamico, che hanno portato, per l’appunto, all’11 settembre e a tutte le altre migliaia di atti di terrorismo islamico con decine di migliaia di morti, dopodiché qualcuno – e sempre troppo pochi, ahimè – ha cominciato ad aprire gli occhi e tentare di mettere in atto qualche misura di difesa?
2. Gianna Nannini ha partorito. Una robettina di un chilo e settanta grammi di peso e dodici centimetri di lunghezza meno di me quando sono nata, proprio una robettina da niente. Partorita dopo una gravidanza resa possibile da un bombardamento di ormoni, dato che la signora, vista l’età, era ovviamente impossibilitata a concepire da sola, anche se adesso raccontano che ha partorito con parto naturale, forse perché almeno una cosa naturale, in tutta questa baraccata, ci fosse. Ma non è per questo che sono qui a scrivere di questo evento che sicuramente non cambierà la vita a nessuno di noi, bensì per una frase che ho trovato nell’articolo del Corriere che dava la notizia: “La primogenita della rocker...” No, cioè, voglio dire, che intenzioni avrebbe la signora?
3. Oggi entrando in sala insegnanti ho trovato il collega di tecnica – quello con la signorina discinta nell’armadietto – che imprecava sgangheratamente: sfogliando il giornale locale aveva trovato la notizia della nomina di un santo protettore del calcio. In realtà adesso andando in google per cercare conferma ho trovato che c’era già, tale san Mauronto, morto una dozzina di secoli fa, ma quello del collega era uno nuovo, con un cognome che suonava come lettone o lituano o qualcosa del genere. Ma la cosa sconvolgente era la foto della statua, il santo in atteggiamento tipo Madonna col Bambino, solo che invece del bambino stringeva amorosamente al petto un pallone.
4. Obama si prende una gomitata giocando a basket e si guadagna un’intera pagina di giornale: Napolitano per ottenere altrettando dovrebbe come minimo farsi tirare sotto da un tir, mi sa.
5. Buon compleanno a chi compie gli anni.

barbara


16 agosto 2007

È STATA VIA

“È stata via” è un film di quasi vent’anni fa. “Via” è il manicomio. Lei è la vecchia zia. Ci è stata per più di mezzo secolo, lei, lì dentro, ma adesso lo chiudono e al nipote, che a quanto pare è l’unico parente, chiedono di prendersela in casa. E lui lo fa, ma non è che ne sia granché entusiasta, e meno ancora lo è la moglie, incinta – molto incinta – di un figlio a occhio decisamente poco desiderato. E spacca anche un bel po’ i maroni, la vecchia pazza – e provate voi a cenare con una che per un tempo infinito tira ritmiche sprangate al termosifone. E al supermercato infila nel carrello letteralmente di tutto, compresi i cartelli indicatori. E non parla, mai, tranne una volta che incontra un ex compagno di prigione – pardon, di manicomio. Non è chiaro se sia il regista a farci vedere una serie di flash-back, per farci capire, o se sia la matta a ricordare. Quel che è certo è che quella che vediamo è una giovane capace di amare selvaggiamente, cosa disdicevole assai, a quei tempi. Sta di fatto che ad un certo momento la donna ha l’impressione di cogliere come un barlume, negli occhi della matta, e le si ferma davanti e sibila: io lo so, tu capisci tutto! E che quando, arrivata al limite della sopportazione con un marito che è la perfezione personificata e un figlio che è la fotocopia del padre e a dieci anni è la perfezione in persona anche lui, decide di scappare di casa, se la porta dietro. Poi si perde in un bosco, le rubano l’auto, è costretta a proseguire a piedi, con pancione ormai immenso e matta al seguito e alla fine ha un malore che può costarle la pelle. E nessuno a cui chiedere aiuto se non la matta, che, ricordiamo, non parla. No, non vi dico come va a finire, se lo volete sapere ve lo andate a cercare. Me lo ha fatto ricordare “Ti regalerò una rosa”, ed è una delle cose più belle che abbia mai visto. Soprattutto, mi raccomando, guardate gli occhi della matta. Nell’ultima scena, specialmente: vi garantisco che non li scorderete mai più.
E un anno fa, di questo tempo, si assisteva alla tua straziante agonia. E si cerca di far finta di non pensarci, ma non ci si riesce mica, sai, proprio non ci si riesce.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 16/8/2007 alle 22:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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