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Diario


25 novembre 2009

A PROPOSITO DI CHIESA E ODIO ANTIEBRAICO

E' esagerato credere che l'odio teologico antico della Chiesa per gli ebrei non sia affatto spento?

«Israele non doveva permettersi di costruire un muro su territori altrui, nei Territori palestinesi. I muri ognuno se li costruisce sulla sua proprietà». «Il muro è umiliante e doloroso, separa famiglie e anche contadini dalla propria terra coltivata da generazioni». «Secondo me, il muro crea irritazione, dà grande disagio, è una grande umiliazione per i palestinesi; e non è un bene neanche per Israele, poiché introduce il seme brutto del risentimento, del rancore dentro i cuori di chi ne è umiliato». Sapete chi ha scritto questa parole, rilanciando la questione della barriera di separazione appena un paio di giorni fa? Rossana Rossanda? Edgar Morin? Gianni Vattimo? Il presidente brasiliano Lula, amico di Ahamadinejad? No, è il cardinale di origine statunitense John Patrick Foley, Gran Maestro dell'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme in un'intervista al mensile Consulente Re. Non commenterò le sue affermazioni, in cui il West Bank è considerato già come "territori palestinesi" e non si tiene conto che Israele ha sempre spiegato che la barriera serviva a fermare i terroristi, com'è successo, e non a stabilire confini. Mi interessa un problema più generale.
La posizione della Chiesa su Israele è oggetto di una certa autocensura anche da parte degli amici di Israele più laici. Sarà che i papi hanno rinunciato, con l'avvento del regno d'Italia, a far correre gli ebrei nudi in via del Corso per il divertimento della plebe, o anche solo a prendere a calci il Rabbino capo a rapire i loro figli per convertirli o a costringerli a sentire prediche per la conversione ogni sabato. Sarà che andando in visita nello stato di Israele a partire da Giovanni Paolo II hanno incominciato a citare l'esistenza dello Stato ebraico (Paolo VI non lo aveva fatto) e perfino a riconoscerlo formalmente (un po' tardi, nel 1993, quarantacinque anni dopo la sua fondazione). Sarà che lo Stesso Giovanni Paolo II si è avventurato nel 1986 a visitare il Tempio ebraico di Roma (e Benedetto XVI rifarà la stessa visita dopo soli 23 anni). Insomma, della Chiesa non si può proprio parlar male. E se c'è qualche antisemita e negazionista, stile vescovo Williams, questo si spiega solo con la sua pervicace incomprensione della giusta linea. Ma allora come la mettiamo con l'eminenza Foley? E con quell'altra eminenza, il cardinal Martino che un anno fa paragonò Gaza ad Auschwitz? E con gli articoli sul Medio Oriente dell'Osservatore Romano, in grandissima maggioranza rigorosamente filopalestinesi? Certo, il dialogo ebraico-cristiano è oggetto di attenzioni ed elogi, ma su Israele la Chiesa rimane per lo più ostile. Gli ebrei vanno bene, ma l'ebreo degli Stati no, se non abusivo è prepotente, se non deicida è ingiusto e violento, sarebbe meglio non fosse mai nato.
Questa, mi direte voi, è l'atteggiamento della Curia, che per forza è un po' conservatrice e preoccupata per i cristiani in terre arabe (senza molto costrutto, visto che sono regolarmente perseguitati dagli islamici). Ma la base è diversa. Certamente, la Chiesa è grande e certamente molto complicata. Vi sono molti che la pensano diversamente, amici generosi o persone lucide che capiscono che i pericoli veri oggi arrivano dall'aggressività islamica e non dall'autodifesa israeliana.
Ma non tutti sono così, anzi. Spesso si nota nei cattolici di base un'aggressività scoperta e violenta contro Israele, una condanna unilaterale ed emotiva, un appoggio entusiasta e acritico alla propaganda palestinese.. Vi invito per esempio a leggere, se non lo avete fatto, i brani dei missionari della Consolata già pubblicati su IC di una decina di giorni fa (http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=262&sez=110&id=32020), oppure una newsletter pubblicata dall'ufficiale ma di base "pax Christi, movimento internazionale cattolico per la pace" presieduta dal vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici. La newsletter si chiama "Bocche scucite" (http://www.peacelink.it/mosaico/a/30113.html), riprendendo il titolo di un volume di Nandino Capovilla e Betta Tusset, edito naturalmente dalle Paoline. Il sottotitolo di questo libro è “Voci dai territori occupati”, ed è stato scritto allo scopo, spiega la presentazione editoriale, di "far aprire le bocche e sentire il pensiero degli “occupati”, i "palestinesi sotto il tallone israeliano". Sotto il tallone, già. La newsletter, poi, è una vera e propria agenzia di propaganda di Hamas. Vi cito qui qualche riga dalla presentazione del numero di ottobre, a firma dello stesso Capovilla:
"Solo le immagini impresse nelle nostre macchine fotografiche, che presto vi proporremo, potranno farvi immaginare un orizzonte di totale DISTRUZIONE, cumuli di MACERIE e FERITE aperte che gridano a Dio come il biblico disperato urlare del popolo schiavo in Egitto, in attesa di giustizia. Solo i volti dei bambini che continuano a studiare nelle aule bombardate della scuola di Jabalia, “per il 60% seriamente malati psicologicamente”, vi convinceranno di quanto criminale sia stato il piano di strangolamento attuato per anni e anche stamattina 15 ottobre 2009 orrendamente spalancato di fronte ai nostri sguardi. Solo le immagini delle moschee rase al suolo insieme ad interi quartieri, vi darà la consistenza delle macerie concrete e di tutte le altre -psicologiche, morali e spirituali- accumulate nei corpi, nelle menti e nei cuori di milioni di persone. Solo la testimonianza di un gran numero di feriti, bambini, giovani, adulti e vecchi, potrà rafforzare il nostro comune impegno di controinformazione per scucire le bocche e gridare più forte.”
E questa invece è un resoconto, dalla retorica altrettanto gonfia e infiammata della conferenza stampa del "viaggio della pace" organizzata dalla marcia Perugia-Assisi un mese fa:
"BoccheScucite, seguendo i “lavori” della Marcia, ha apprezzato soprattutto questa immersione nella scandalosa voragine di una terra che viene di ora in ora stravolta da un elaborato sistema di “distruzione di massa” che non poteva non riempire di punti esclamativi gli appunti dei convegnisti. E' accaduto fin dalle prime battute, quando in un teatro di Betlemme, le centinaia di italiani che avevano appena cominciato a respirare la straordinaria atmosfera della Terra santa, i suoi sapori e la sua dolcezza, sono stati letteralmente paralizzati dai dati sul massacro di Gaza, a pochi chilometri da qui. [...] davvero non si può più tacere! Non è più il tempo delle giustificazioni concesse all'oppressore offrendo il fianco ad un massacro in atto. Non sopportiamo più queste inguardabili figure della diplomazia che paghiamo per lavorare in mezzo a questo inferno e che astutamente fingono che non esista un'occupazione militare, un apartheid, delle precise responsabilità da richiamare. [...] Più volte lo scrosciare di applausi ha firmato questo disappunto: dobbiamo alzare la voce e denunciare l'informazione da vomito (scegliamo un'espressione volutamente disgustosa perché la misura è ormai colma da tempo...) che i nostri media ci obbligano a vedere [...] Sarà perché la misura della nostra indignazione verso i media è al limite dell'insurrezione, che una suora presente in sala all’apertura della Marcia, mentre il gelo calava su tutti di fronte alla descrizione delle armi di distruzione di massa usate contro i civili da Israele a Gaza, e’ saltata sulla poltrona sbottando" eccetera eccetera.
Insomma, non c'è differenza fra alto e basso: "Auschwitz" dal cardinale, "armi di distruzione di massa" dal vescovo, "umiliante" dell'altro cardinale, "indignazione" e "vomito" del pacifista. Alla faccia della mansuetudine. Perché dei buonoi cattolici, della gente che immagino perbene e mediamente gentile, ce l'ha così tanto con Israele? Perché non discute pacatamente le ragioni di tutti? Perché non si sforza affatto di capire ma vuol solo gridare e se potesse combatterebbe? Perché con Israele e non col Durfur, la Cecenia, il Tibet, il Sahara spagnolo, Il Congo e il Ruanda e i cento altri luoghi dove si fanno davvero dei genocidi, magari con la complicità di sacerdoti cattolici com'è accaduto in Ruanda? Sbaglio proprio a pensare che le cerimonie di umiliazione che i vecchi Papi riservavano agli ebrei romani, per punirli di esistere, oggi si sono trasformati nei tentativi di demonizzare Israele, sempre per rimproverargli di esistere? E' esagerato credere che l'odio teologico antico non sia affatto spento, nonostante alcuni uomini di buona volontà? Non pensano, questi eredi dei Romani, che Gesù fosse palestinese, come ha recentemente affermato quel brav'uomo di Sansonetti, e che gli israeliani siano i suoi carnefici, meritando dunque di ereditare tutte le persecuzioni del popolo ebraico? Giudicate voi.

Ugo Volli



Ugo Volli è grande sempre, e questo è cosa nota. Ma quando si indigna e lascia traboccare la sua indignazione, è grande anche di più. E a questo suo splendido pezzo non ho davvero niente da aggiungere.

barbara


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12 gennaio 2009

La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere

(Seconda parte)

Di PIERO DELL’OLIVO e BARBARA MELLA

Nel primo articolo abbiamo esposto, con l’ausilio di numerose citazioni, alcune qualificate prese di posizione antiebraiche della Chiesa Cattolica, affidate alla rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, nei cinquant’anni che hanno preceduto le leggi razziali del 1938. Lo spunto di attualità che ci ha mosso è la recente polemica che ha visto opposti il Vaticano e Gianfranco Fini, nella quale la Santa Sede ha negato di avere mostrato, a suo tempo, un atteggiamento morbido e di sostanziale connivenza nei confronti delle leggi razziali del Fascismo, sostenendo al contrario di esservisi opposta.

Nel primo articolo si è documentato un organico corpus di scritti, apparsi su La Civiltà Cattolica nel 1889, improntati a un antisemitismo estremamente virulento. Successivamente, e fino al 1937, queste posizioni sono state ribadite, salvo una presa di distanza dall’emergente razzismo nazista. La Chiesa concordava sulla pericolosità degli ebrei, ma non sul razzismo “biologico”, e propendeva per soluzioni non violente del “problema”. Nel presente articolo daremo più spazio alle repliche del Regime, senza le quali si perderebbe il senso degli scritti di parte cattolica.

Siamo così arrivati al 1938. Entra in campo Mussolini in persona, che, senza firmarlo, produce (Informazione diplomatica del 17 febbraio) un testo poi passato ai giornali: «il governo fascista [non pensava] di adottare misure politiche, economiche e morali contrarie agli ebrei, in quanto tali»; ma di «far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risultasse sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità».
E, puntuale (marzo 1938) La Civiltà Cattolica riprendeva, avallandola, la tesi di Mussolini della sproporzione tra posizioni di potere detenute da ebrei e la loro incidenza percentuale sulla popolazione italiana. «La fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo era la vera e profonda causa che rendeva il giudaismo un fomite di disordini e un pericolo permanente per il mondo». Il rimedio era il solito: «la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o di distinzione conveniente ai nostri tempi».
Con l’estate del 1938, la situazione inizia a precipitare. E’ del luglio il “Manifesto della razza”, redatto da 10 professori universitari di discipline medico-sociali (alcuni dei quali dopo la guerra riapparvero sull’opposto versante politico). I dieci punti, che avevano pretese di contenuto scientifico, terminavano con la conclusione che «il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Il documento, avallato da Achille Starace, non faceva che “italianizzare” il razzismo nazista.
E’ a questo punto che anche il Papa entra in gioco personalmente, parlando prima di “una forma di vera apostasia”, e, qualche giorno dopo, nominando espressamente il razzismo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, separatistico». Il termine “separatismo”, che ricorre spesso nei testi cattolici di quei giorni, significa qualcosa di contrapposto a “ricongiungimento”. In pratica, si condanna una ideologia che nega la condizione di pecorelle smarrite degli ebrei, ossia la possibilità di conversione degli ebrei stessi. Non a caso, Pio XI attribuisce queste tesi a un appiattimento dei fascisti sulle tesi naziste: «ci si poteva chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia avesse bisogno di andare ad imitare la Germania ».
Mussolini rispose con le parole e i fatti. Le parole furono: «Sappiate, e ognun sappia, che anche sulla questione della razza, noi tireremo diritto. Dire che il Fascismo ha imitato qualcosa o qualcuno è semplicemente assurdo». I fatti: il 4 agosto venne emesso il primo provvedimento limitativo dell’ammissione degli ebrei alle scuole italiane. Sempre in agosto, la palla passava al “Regime Fascista”, il quotidiano di Farinacci, che pubblicò una lunga serie di citazioni da fonti cattoliche, tesa a dimostrare che il nascente razzismo fascista era allineato ai dettami della Chiesa. Il Regime Fascista pubblicò, fra l’altro, ampi stralci dagli articoli de “La Civiltà Cattolica” del 1889 [vedi articolo precedente] contrapponendoli alle recenti parole di Pio XI: «Noi ci accorgiamo, alla fine di questo studio vigoroso [quello della Civiltà Cattolica, ndr], che gli Stati e le società moderne, e persino le più sane e coraggiose nazioni d’Europa, l’Italia e la Germania, hanno molto da imparare dai padri della Compagnia di Gesù. E confessiamo che il fascismo è molto inferiore, sia nei propositi, sia nell’esecuzione, al rigore della Civiltà cattolica. Ma confessiamo anche lo stupore doloroso e lo sdegno che ci assalgono quando ci poniamo a considerare questa leale e generosa battaglia dei sapienti e irreprensibili gesuiti, di fronte all’atteggiamento di altri cattolici». E “gli altri cattolici” erano… nientemeno che il Papa: «Se non fossimo cattolici, oggi avremmo accettate con entusiasmo le parole del Santo Padre, così come le hanno accettate e comunisti e massoni e socialisti e giudei e protestanti, che sono i nemici conclamati della Chiesa. »
Il Vaticano si era così messo nella difficile situazione di farsi dare lezioni di dottrina da Farinacci, notissimo ateo, massone e mangiapreti, a meno di smentire la Compagnia di Gesù. Cosa che non fece mai. Anzi, la prima difesa fu affidata alla stessa Civiltà cattolica del 9 settembre, che difese la campagna del 1889, «ispirata dallo spettacolo dell’invadenza e prepotenza giudaica». Vista la scarsa efficacia di questa difesa, intervenne l’ Osservatore romano rimarcando che le frasi rievocate «non sapeva con quale efficacia ed opportunità, all’indomani della caritatevole parola del Santo Padre », non avevano più il valore del momento in cui erano state scritte, perché «risalivano a tempi in cui costumi ed istituzioni non potevano costituire base di confronto alcuno con la vita privata e pubblica dei giorni nostri. (…) Non in nome del principio razzista, così come si dichiara di intenderlo ed applicarlo nel 1938, ma di un principio puramente spirituale contro ogni pericolo per la fede e la civiltà che ad esso si ispirava: cioè contro l’ebraismo, come contro il maomettanesimo, il protestantesimo, il settarismo e contro il comunismo». Mentre l’Osservatore Romano così si divincolava, la rivista dei gesuiti cercava di marcare le distanze: l’antigiudaismo dei nazisti e dei bolscevichi non discendeva da alcuna considerazione religiosa, «anzi era agevolato dall’odio o avversione generale di tali partiti contro ogni religione positiva, anche l’ebraica ». E, difendendo gli articoli del 1889, non ne smentiva una virgola: «Non negheremo però che la forma e lo stile, più che la sostanza del pensiero, possano, dopo quasi cinquant’anni, apparire di qualche acerbità».
Mentre la Chiesa era ridotta a difendersi, il governo agiva. Il Consiglio dei ministri del 2 settembre approvò un decreto «per la difesa della razza nella scuola fascista», col quale tutti gli ebrei, allievi ed insegnanti, furono espulsi dalle scuole pubbliche e private. L’art. 6 stabiliva anche che doveva considerarsi di razza ebraica colui che era nato da geni¬tori entrambi di razza ebraica, «anche se professasse religione diversa da quella ebraica».
Pio XI, ovviamente, non era contento. Ecco le sue dichiarazioni di risposta: «no, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo» « l’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti». Queste dichiarazioni, che sono portate spesso da ambienti cattolici a prova della avversione del Papa alle leggi razziali, sono però da leggersi unitamente a quest’altra frase, contenuta nello stesso discorso: «Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi». Chi aveva “diritto di difendersi” era, beninteso, il regime fascista, non gli ebrei.
Il Duce, comunque, non la prese bene: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio a suggestioni - dichiarò - sono dei poveri deficienti». Il Papa fece finta di niente, e Mussolini tirò effettivamente diritto, facendo approvare al Gran Consiglio del 6 ottobre la “Carta della Razza”. E, un mese dopo, i famigerati decreti-legge.
Dopo l’approvazione delle leggi razziste, il governo fascista si attendeva una forte reazione dal Vaticano. Per questo, principalmente, aveva messo in atto il precedente fuoco di sbarramento. La reazione fu, invece, straordinariamente morbida, e focalizzata su un unico punto, che in chiave di diritti umani può apparire marginale: l’articolo 6, che proibiva anche ai ministri del culto, sotto pena di ammenda, di celebrare i matrimoni misti. L’Osservatore romano del 14 novembre 1938 lamentò che, con le disposizioni riguardanti i matrimoni misti, si fosse violato unilateralmente il Concordato: «Il vulnus inflitto al Concordato è innegabile. Ed è tanto più doloroso in quanto la Santa Sede non solo si è creduta in dovere di far pervenire tempestivamente le sue osservazioni, ma, da parte sua, ha fatto il possibile per evitare la cosa. La stessa Augusta Persona del Santo Padre è direttamente intervenuta con due paterni Autografi: uno diretto al Capo del Governo, l’altro al Re e Imperatore. Ciò nonostante le nuove disposizioni legislative sono state emanate senza intesa con la Santa Sede: la quale si è sentita, con suo vivo rammarico, in dovere di presentare le sue rimostranze, come sappiamo che ha già fatto».
Di fronte a proteste così deboli e circoscritte, non può stupire che il decreto fosse promulgato senza modifiche (19 novembre). La questione non fu più sollevata dal Vaticano in forma pubblica, se non il 24 dicembre, quando, rivolgendosi al Sacro Collegio, Pio XI ricordò che era la vigilia del decennale della Conciliazione. «Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone -diciamo il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo».
Queste parole non aspre verso l’«incomparabile ministro» indeboliscono molto la successiva protesta, incorporata nello stesso discorso, per «l’offesa e la ferita inferta al Suo Concordato, e proprio in ciò che andava a toccare il Santo Matrimonio, che per ogni cattolico è tutto dire». E, dopo quell’occasione, non ne parlò più, né lo fece il suo successore. (Papa Ratti sarebbe morto il 10 febbraio successivo).
A conferma dell’ottima metabolizzazione dei decreti da parte del mondo cattolico, già il 9 gennaio, Padre Agostino Gemelli, francescano e rettore magnifico dell’Università Cattolica, così si esprimeva in un pubblico discorso riportato dalla stampa: «Superato il dissidio fra la Chiesa e lo Stato per merito dell’immortale Pio XI e del Duce d’Italia, che un’alta e augusta voce aveva chiamato impareggiabile, messi da parte gli idoli che rappresentavano la importazione di dottrine non conformi alla tradizione italiana», il popolo italiano era finalmente divenuto di nuovo uno: «uno di schiatta, di ideali. Il merito, lo si deve riconoscere, va a Benito Mussolini, che dopo aver superato e vinto in sé i dissidi dovuti a quelle ideologie, condusse gli italiani a fare altrettanto». Gli strali di Padre Gemelli erano evidentemente rivolti al marxismo. Tuttavia, ce n’era anche per gli ebrei: «Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo ». Se la sono voluta, diceva in sostanza il caritatevole frate. E, con questa frase di un sacerdote particolarmente vicino a Papa Pio XI, si chiude la questione. Le leggi razziali c’erano, e mai più la Chiesa avrebbe trovato a ridire.
Anche il boccone indigesto dei matrimoni misti era velocemente digerito. Il 15 gennaio 1939, l’Osservatore Romano ospitava l’omelia dell’allora vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che così disinvoltamente si esprimeva: «Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici ». Una specie di pietra tombale sulla questione.
Negli anni successivi, le leggi razziali sembrarono piacere sempre di più alla Chiesa e alle sue rinnovate gerarchie. Tanto che, dopo il 25 luglio 1943, il Vaticano, per mezzo del gesuita Tacchi Venturi (uno degli artefici del Concordato) si adoperò perché il governo Badoglio, intento alla delegificazione post-fascista, non abrogasse in toto i famigerati decreti, ma solo quelle parti che erano sgradite alla Santa Sede: tre punti che riguardavano i matrimoni misti e gli ebrei convertiti. Il 29 agosto 1943, Padre Tacchi Venturi riferì al Segretario di Stato di essere stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve, chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma aveva respinto le loro suppliche: preparando la petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni –scrive Tacchi Venturi- «mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto […]guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali ndr] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma ».
Le leggi razziali sarebbero poi state abrogate dopo l’8 settembre 1943, in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani. Protestanti, come ognun sa.

barbara


10 ottobre 2007

QUANDO AVETE SAPUTO DEI “VOLI”?

Hebe



Abbiamo cominciato a sospettare abbastanza presto. Fu un'idea della Marina militare. Gli aerei partivano da Punta Indio, un luogo a sessanta chilometri da La Plata e buttava­no i corpi nel fiume o in mare, ma i corpi ricomparivano rapidamente, sulle sponde del fiume, sulle spiagge del sud, a San Clemente, a Santa Teresita. Una volta ci avvisarono che c'erano dei corpi sulla spiaggia, e quando arrivammo c'era un camion che raccoglieva i cadaveri, chiusi in una busta di plastica. Fu allora, da quelle persone che ci avevano avvisato, che sapemmo dei voli. Chiaro, i corpi riaffioravano, riap­parivano sulle sponde dei fiumi, in riva al mare, li raccoglievano i pescatori nelle reti, e così cominciarono a gettarli giù dagli aerei ancora vivi, con i piedi in un blocco di cemento a presa rapida. Per farli salire sull’aereo con le proprie gambe, cominciarono a fargli delle iniezioni con cui li addormenta­vano durante il volo; buttavano i prigionieri in mare, non ancora morti, addormentati da un'iniezione che quegli as­sassini della Marina si divertivano a chiamare pentonaval. Tutti erano vivi, quando li buttavano in mare. È terribile parlarne, ma questo mostra la preparazione e la formazione della Marina, dell'esercito, della Polizia. Senza dimenticare che ci fu tutta una categoria di preti pronti a dare l’assoluzione e a incoraggiare i militari che tornavano un po' troppo inquieti da quei voli; gli dicevano che dovevano farlo per la patria, per liberare l'Argentina dai terroristi.

Stai dicendo che i cappellani non assistevano i prigionieri ma i militari?

Tutti i cappellani militari dell’Esercito, della Marina, della
Polizia, usavano armi, erano sacerdoti armati, anche se ci furono preti che assistevano i prigionieri, così come ci furono preti che condivisero le scelte e il destino dei nostri figli. Tutta l'altra parte della chiesa, tutti quelli che facevano parte della chiesa del Terzo mondo, furono perseguitati perché erano insieme ai nostri figli. Ci sono stati centoventicinque sacerdoti desaparecidos, e due vescovi, monsignor Angelelli e Ponce de León, assassinati perché lottavano per difendere i poveri, le terre, ma la chiesa non li ha mai rivendicati. La chiesa è stata l'unica madre che ha abbandonato i propri figli. Le alte gerarchie ecclesiastiche ebbero una grande responsabilità in quello che avvenne. Il nunzio apostolico in­viato dal Vaticano in Argentina all'epoca della dittatura, monsignor Pio Laghi, fu un grande amico dei militari. Ave­va l’abitudine di giocare a tennis con l'ammiraglio piduista Massera, il peggior criminale della giunta; ci sono le fotografie. Celebrava matrimoni, teneva a battesimo i figli dei militati golpisti.
Le gerarchie ecclesiastiche furono in gran parte parteci­pi dirette della decisione di come si torturava cristianamen
te, di come si assassinava cristianamente. Furono partecipi diretti delle decisioni della dittatura. Noi Madri abbiamo presentato una denuncia mollo dura in Italia, contro Pio Laghi, ancora senza risposta. Sappiamo che non avremo mai giustizia col potere, ma vogliamo che la gente capisca che la chiesa non può essere partecipe dell'orrore, della dittatura e del genocidio, perché così diventa una chiesa genocida. Questo deve essere chiaro, le persone che credono in Gesù Cristo non possono credere in questi satrapi. E ce ne furono molti in Argentina. Tra questi, monsignor Emilio Teodoro Grasselli, segretario particolare del cardinale Antonio Caggiano, uno dei massimi esponenti della gerarchia dei cap­pellani militari, e monsignor Plaza, monsignor Bonamìn, monsignor Tòrtolo, von Wernich... La chiesa non ha mai ammesso la responsabilità di questi suoi rappresentanti, proprio come non ha riconosciuto i suoi martiri. In Argentina e in tutta l’America latina esistono due chiese: quella che lotta insieme al popolo e ai più poveri, e quella aristocratica, diretta dall’Opus Dei, che stabilisce rapporti criminali con i dittatori di turno. La denuncia contro di loro è un dovere morale non solo delle Madri, ma di tutti i cattolici.
E non bisogna pensare che si trattasse solo dei vescovi: no, la complicità fu molto diffusa anche tra i sacerdoti, tra le suore… Nel dicembre 1977, proprio di fronte al Com
missariato V° di La Plata, come un'ironia, c’era un grande albero di Natale, anche se lì dentro torturavano e violava­no i nostri figli. Nei giorni di Natale e di capodanno i po­liziotti avevano il permesso di starsene nelle loro case a ce­lebrare le feste, e il cibo - o per meglio dire, la spazzatura - che davano ai nostri figli, si incaricarono di distribuirla i sacerdoti del seminario lì vicino. Erano loro che davano da mangiare ai sequestrati. Una scelta caritatevole, hanno detto. Una scelta complice, dico io, perché non hanno mai fatto parola di quello che vedevano li dentro; non hanno mai fatto una denuncia, non hanno mai avvisato un fami­liare. Non furono solo i vescovi, furono molti quelli che si comportarono con cinismo, trasformandosi in complici della dittatura.
Soffrimmo tante disillusioni, e anche quello fu un per­corso dapprima individuale e poi collettivo. Quando co­minciammo a essere più madri, una volta andammo da una monaca che si chiamava sorella Assunta e che poteva en­trare nel carcere di La Plata ad assistere i prigionieri. Le demmo una foto dei nostri figli, nel caso le capitasse di incontrarli, le demmo delle cose da portargli, ma ogni volta questa suora ci diceva di non averli visti. Poi, un giorno, ci invitò a un battesimo. Andammo e ci rendemmo conto che si trattava di una specie di esorcismo, con una bambina ve­stita di viola, alla quale il prete tolse il vestitino per farglie­ne indossare uno bianco... una cerimonia lunghissima, che non capivamo, ma che ci pareva avesse un cattivo sapore. Quando tutto fu terminato, la monaca ci avvisò che il pre­te voleva parlarci. Andammo e quello ci disse che avrem­mo dovuto stare più attente a quello che facevano i nostri figli. Lo guardai e mi resi conto che, dalla tonaca, gli spun­tavano gli stivali dell'aeronautica, che aveva i pantaloni de­l colore dell'aeronautica. Allora noi Madri ce ne andammo e discutemmo a lungo. Più tardi tornammo da suor Assun­ta e le chiedemmo chi fosse quel prete. Lei rispose, sì, è un sacerdote mandato dall'Aeronautica. Col passare del tem­po, scoprimmo che questo tipo era proprio il sacerdote che dava la sua benedizione mentre gettavano i cadaveri dei nostri figli dagli aerei. Figurati dove eravamo finite. Questa era sorella Assunta. Ma non è stata l’unica. C’era una monaca che si chiamava Castana e che lavorava all'o­spedale psichiatrico di Romero, dove avevano internato dei ragazzi come malati mentali, ci avevano detto che qual­che desaparecido si trovava anche nel Borda, il manicomio di Buenos Aires, perché a forza di torture era impazzito. Non sapeva chi fossimo e le dicemmo che volevamo porta­re delle caramelle agli internati, così lei ci fece entrare. Ci rendemmo conto che tutti avevano la stessa faccia, senza volto, senza espressione, pareva che non guardassero. Un giorno suor Castana ci chiese di portarle delle cose che non riusciva ad avere dall’Esercito; fu così che ci rendemmo conto che anche lei aveva a che fare con i militari e, quando cominciammo a investigare, scoprimmo che aveva denuncialo una quantità di psichiatri e di psicologi che la­voravano lì, a Romero, e che dopo la denuncia quei medi­ci erano scomparsi.
Fu terribile renderci conto che tutto era così perverso, ma ciò che ci diede forza era che potevamo vederlo e pro­varlo, anche per le altre: perché le madri che non lo vede­vano con i propri occhi, non lo potevano credere. C'era una madre - si chiamava Marìa, è morta da poco - che era cosi credente che quando il parroco che andava ad aiutare, un grande amico di Videla, denunciò sua figlia, lei disse di no, che l'amicizia di quel parroco con Videla non aveva niente a che faro con il sequestro della figlia. Lo giustificò fino all'ultimo momento, perché semplicemente non voleva am­mettere che potesse aver fatto una cosa tanto terribile. C'e­rano molte madri come lei, che non vedevano, che non cre­devano. Per questo è stato giusto uscire di casa, scoprire tante cose, rompersi la testa contro i muri, e alla fine trovare le prove per poter raccontare, per poter dire la verità, an­che quando era così dolorosa. La gente dice che ho molta memoria, ma non è così, è che quando partecipi a tutto, quando vai da tutte le parti, e apprendi, poi come fai a di­menticare? La faccia di quella monaca, io non me la scor­derò per il resto della vita; se la incontrassi, la riconoscerei
ancora adesso, dopo quasi trent'anni. (Le pazze, pp. 134-137)

Oggi è un grande giorno: oggi finalmente uno di loro – almeno uno! – è stato chiamato a rispondere della propria complicità negli orrendi crimini commessi dalla dittatura fascista argentina, una delle più efferate del secondo dopoguerra. Non ne risponderà Pio Laghi – fraterno amico e grande ammiratore, tra l’altro, di Arafat -, non ne risponderanno molti altri, ma almeno un barlume di giustizia sembra profilarsi. (v. anche qui e qui)



barbara

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