.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


29 gennaio 2012

SOLIDARIETÀ A PEPPINO CALDAROLA

Ciò che gli è accaduto, credo, lo sapete tutti: si è permesso di criticare una vignetta di Sua Altezza Serenissima il signor Vauro – quella vignetta, per la precisione, di cui mi ero occupata qui. E che cosa ha fatto quel campione dell’umorismo, quel campione della libertà di pensiero di parola e di stampa, quel campione della libertà di critica del signor Vauro? Lo ha denunciato. E il giudice ha dato ragione al campione ecc. ecc. signor Vauro: ha deciso che sì, Caldarola gli aveva fatto la bua e lo ha condannato a un risarcimento danni di 25.000 euro (e, per inciso, anche il post in cui Caldarola, nel suo blog, informa sull’accaduto, è servito da spunto alla ben nota feccia antisemita per scatenarsi una volta di più vomitando tutto il proprio consueto becerume).
Nell’esprimere dunque a Peppino Caldarola tutta la mia stima e tutta la mia solidarietà, faccio mia la proposta di Silvana De Mari: se la condanna dovesse essere confermata in appello, tassiamoci tutti per dieci euro a testa per pagare il risarcimento. Perché la libertà di critica non è qualcosa che riguarda il Tizio o il Caio di turno: riguarda tutti noi.

          

barbara


8 novembre 2010

ODORE DI POLVERE

Vapore che si leva dai corpi nudi. Mani che si agitano con rapidi movimenti ritmici. I raggi di sole penetrano attra­verso due aperture sul soffitto conferendo a sederi, seni e cosce una luminosità pittorica. Nella stanza calda i corpi si intravedono appena, fino a che l'occhio non si abitua a questa magica luce. I volti hanno un'espressione di gran­de concentrazione. Questo non è divertimento, ma duro lavoro.
In due grandi sale, donne sdraiate, sedute o in piedi, stro­finano. Strofinano se stesse, le altre o i loro bambini. Alcu­ne sembrano uscite da un quadro di Rubens, altre sono tan­to scheletriche da avere le costole sporgenti. Con grandi guanti di canapa fatti a mano si sfregano a vicenda schiena, braccia e gambe. Grattano via dai piedi la pelle dura con la pietra pomice. Le madri strofinano le fìglie in età da marito osservandone attentamente il corpo. Non passerà molto tempo prima che queste ragazzine con un accenno di seno si trasformino in madri che allattano. Ci sono esili adole­scenti con profondi segni sulla pelle per aver messo al mon­do dei figli quando il corpo non era ancora maturo per far­lo. Quasi tutte le donne presentano ampie smagliature sul­l'addome dovute ai parti precoci e frequenti.
I bambini gridano e strillano, per la paura o per la gioia. Quelli che sono già stati strigliati e sciacquati giocano con i catini per l'acqua, altri urlano dal dolore e sgambettano come pesci che guizzano nella rete. Qui a nessuno viene messo un panno sugli occhi per evitare che il sapone, colando, li faccia bruciare. Col guanto di canapa le mam­me sfregano i sudici corpi color marrone scuro dei loro bambini fino a farli diventare di un rosso chiaro. Fare il bagno e lavarsi è una battaglia che i piccoli, nelle mani salde delle madri, hanno perso già in partenza.
Leila si strofina via rotolini di sporco e pelle morta. A forza di fregare, si toglie striscioline nere che rimangono nel guanto o cadono sul pavimento. Sono passate molte settimane dall'ultima volta che si è lavata a dovere e parecchi mesi da quando è andata allo hammam. A casa l'acqua c'è raramente e lei non vede il motivo di doversi lavare troppo spesso, tanto ci si sporca subito di nuovo.
Ma oggi è andata allo hammam con la mamma e le cugi­ne. Leila e le sue cugine, come tutte le giovani non ancora sposate, sono particolarmente vergognose e dunque sono rimaste in mutande e reggiseno. Il guanto di canapa evita queste zone, ma braccia, cosce, polpacci, schiena e collo subiscono un duro trattamento. Gocce di acqua e di sudore si mescolano sui loro volti, mentre strofinano, sfregano e grattano: tanto più forte, tanto più pulito.
[...]

Mentre si striglia e cicala con le cugine, Leila lancia a trat­ti rapide occhiate alla madre per assicurarsi che vada tut­to bene. Questa giovane di diciannove anni ha un corpo da adolescente, una via di mezzo tra quello di una ragaz­zina e quello di una donna fatta. Tutti nella famiglia Khan sono sul rotondetto, come vogliono i canoni afgani. Il grasso e l'olio che versano generosamente sulle pietanze influiscono sulla corporatura: frittelle, patate a pezzi che gocciolano grasso, carne ovina in salsa d'olio speziato. La carnagione di lei è pallida e priva di difetti, morbida come il culetto di un bambino. Il colorito del volto sfuma dal bianco al giallognolo al nero-grigio. Il tipo di vita che conduce si riflette in questa pelle da bambina, che non prende mai il sole, e nelle mani ruvide e consunte da vec­chia. Per molto tempo Leila si era sentita debole e mala­ticcia, poi si era finalmente decisa ad andare dal medico. Le aveva detto che necessitava di sole, vitamina D.
Alquanto paradossalmente, Kabul è una delle città più
soleggiate al mondo. Posta a 1800 metri di altezza sul livello del mare, quasi tutti i giorni dell'anno vi splende il sole: spacca la brulla terra, desertifica quelli che un tem­po erano stati fertili giardini e brucia la pelle dei bambini. Ma Leila il sole non lo vede. Là sotto, nell'appartamento a piano terra di Mikrorayan, non splende mai, e nemme­no dietro al burka. Non un solo, piccolo raggio salutare riesce a penetrare attraverso le maglie della griglia. Sola­mente quando va a trovare la sorella maggiore Mariam, che ha un cortile sul retro della sua casa in campagna, lascia che il sole le scaldi la pelle. Di rado, però, le capita di avere tempo per andarci.
Leila è quella che in famiglia si alza per prima e si corica per ultima. Con sottili rametti accende il fuoco nel for­no del soggiorno, mentre quelli che ci dormono russano ancora, poi accende quello del bagno e fa bollire l'acqua per cucinare, fare il bucato e lavare le stoviglie. È ancora buio quando riempie di acqua bottiglie, paioli e vasi. La corrente elettrica non c'è mai a quest'ora, così Leila si è dovuta abituare a muoversi nell'oscurità andando a tasto­ni. Di tanto in tanto si porta dietro una piccola lampada. Poi prepara il tè: dev'essere tassativamente pronto alle sei e mezzo, l'ora in cui gli uomini della casa si svegliano, altrimenti sono guai. Quando usa l'acqua di una brocca, Leila torna subito a riempirla. Fino a che ne arriva, è meglio approfittarne: non si può mai sapere quando ne interromperanno l'erogazione, a volte capita dopo un'o­ra, a volte dopo due.
[...]
Sbattere di porte e colpi sulle pareti. È come se nelle poche camere, nel corridoio e nella stanza da bagno fosse in corso una guerra. I figli di Sultan litigano, strillano e piangono. Sultan se ne sta quasi sempre per conto proprio, a bere il tè e fare colazione in compagnia della seconda moglie. Sonya si occupa di lui, Leila di tutto il resto. Riempie di acqua i catini, tira fuori i vestiti, versa il tè, frigge le uova, va a prendere il pane, pulisce le scarpe. I cinque uomini di casa devono andare al lavoro.
Con grande riluttanza, aiuta i suoi tre nipoti - Mansur, Eqbal e Aimal - a prepararsi per uscire. Da loro non ci si deve aspettare mai un grazie, mai un piccolo aiuto. "Ragazzacci maleducati", sibila Leila tra sé quando i tre, di pochi anni più giovani di lei, le ordinano di fare questo e quello.
"Non c'è latte? Ti avevo detto di comprarlo!" inveisce Mansur aggiungendo: "Parassita che non sei altro!" E se lei brontola, lui ha sempre pronta la stessa micidiale risposta: "Sta' zitta, donna!" Non si fa scrupoli ad alzare le mani e colpirla sullo stomaco o sulla schiena. "Questa non è casa tua, è casa mia! " le dice con voce dura. Nem­meno Leila la sente come la propria casa, ma come quella di Sultan, dei suoi figli e della sua seconda moglie. Lei, Bulbula, Bibi Gul e Yunus sentono tutti di non essere i benvenuti nella famiglia. Ma andarsene non è certo un'al­ternativa possibile: dividere una famiglia è uno scandalo. Oltretutto sono dei buoni servitori, Leila almeno lo è di sicuro.
[...]
Dopo il caos mattutino, quando Sultan e i suoi figli sono usciti, la ragazza può finalmente tirare un sospiro di sollievo, bere il tè e fare colazione. Poi ci sono da pulire le camere, la prima volta nell'arco della giornata. La ragazza procede china, con uno scopettino di paglia in mano, e spazza, spazza, spazza spostandosi di stanza in stanza. La maggior parte della polvere si solleva, svolazza qua e là e si posa di nuovo sul pavimento alle sue spalle. L'odore di polvere non lascia mai l'appartamento. Della polvere Leila non si libererà mai, si è posata sui suoi movimenti, sul suo corpo, sui suoi pensieri. Ma briciole di pane, residui di carta e rifiuti riesce a raccoglierli. Spaz­za le stanze diverse volte al giorno: dato che tutto lì si svolge sul pavimento, si sporca rapidamente.
È questa polvere di sporcizia che ora sta cercando di strofinare via dal suo corpo, è questa che si toglie di dos­so fregando e formando spessi rotolini. È la polvere che si incolla alla sua vita.
"Pensate se avessi una casa da spazzare solo una volta al giorno, una casa che si mantiene pulita per un'intera giornata, in modo da non essere costretta a scopare di nuovo prima della mattina successiva", dice Leila sospi­rando alle sue cugine. Loro annuiscono: in quanto ragaz­ze più giovani della famiglia, vivono anche loro la sua stessa vita.
Leila ha portato con sé alcuni capi di biancheria intima che vuole lavare nello hammam. Di solito il bucato lo fa su una panchetta accanto alla latrina del bagno, nella stanza semibuia. Si prepara diversi catini: uno con il sapo­ne, uno senza, uno per i capi colorati, uno per quelli chia­ri. In queste bacinelle lava lenzuola, tappeti, asciugamani e vestiti di tutti i membri della famiglia. Li strofina e li torce, poi li mette ad asciugare, compito arduo, soprat­tutto in inverno. Sono state tese delle corde davanti alle palazzine, ma capita spesso che qualcuno rubi i panni stesi, perciò Leila lì non ce li vuole lasciare, a meno che qual­cuno dei bambini non sia disposto a tenerli d'occhio fino a che non sono asciutti. In alternativa li appende stretti uno all'altro sui fili tesi sul piccolo balcone. Su questo ter­razzino di appena un paio di metri quadrati ci sono gene­ri alimentari e cianfrusaglie, una cassa di patate, un cesto di cipolle, uno di aglio, un grosso sacco di riso, cartoni, scarpe vecchie, alcuni stracci e altri oggetti che nessuno ha il coraggio di buttare via perché forse un giorno potrebbero servire a qualcuno.
A casa Leila indossa vecchi maglioni pelosi e con le frange, camicie tutte macchiate e gonne che strisciano per terra e raccolgono lo sporco che lei non è riuscita a spaz­zare via. Ai piedi porta logori sandali in plastica e sul capo un piccolo foulard. L'unica cosa che dà un po' di luce sono i grandi orecchini dorati e i lucidi braccialetti.
[...]
L'acqua inizia a raffreddarsi. I bambini che ancora non sono stati completamente lavati strillano più forte che mai. Presto non rimarrà che acqua fredda nello hammam fino a poco prima pieno di vapore. Le donne lasciano il bagno e a mano a mano che se ne vanno lo sporco diven­ta visibile. Negli angoli ci sono gusci d'uovo e mele mar­ce. Sul pavimento sono rimaste strisce di sporcizia: nello hammam le donne portano gli stessi sandali di plastica che usano sui sentieri di campagna, nei bagni all'aperto e nei cortili sul retro delle loro abitazioni.
Bibi Gul si trascina fuori, con Leila e le sue cugine al seguito. È il momento di rivestirsi. Nessuna ha portato un cambio, si rimettono tutte addosso gli stessi abiti con cui sono arrivate. Alla fine si adagiano il burka sui capelli appena lavati. Il burka con il suo inconfondibile odore: ognuno ne possiede uno proprio e caratteristico, dato che poca aria riesce a penetrare attraverso la stoffa. Il burka di Bibi Gul ha lo stesso lezzo che esala da lei: alito di vec­chia frammisto a fiori dolciastri e una punta di acidulo. Leila sa di sudore giovane e puzzo di cibo. A dire il vero tutti i burka della famiglia Khan sono impregnati di puz­zo di cibo, perché li tengono appesi a un chiodo davanti alla cucina. Sotto il burka e gli altri vestiti, adesso, le don­ne sono linde e profumate, ma perché il sapone verde e lo shampoo rosa abbiano la meglio si prospetta una dura battaglia. Tra breve riacquisteranno il loro odore, il burka glielo ricaccia addosso, odore di vecchia schiava, odore di giovane schiava.
Bibi Gul procede davanti a tutte, per una volta tanto sono le tre ragazze a rimanere indietro. Camminano una accanto all'altra, ridacchiando sommessamente. In una strada quasi deserta si alzano il burka sopra la testa: tanto lì in giro ci sono solo bambini e cani. Il vento fresco fa bene alla pelle ancora madida di sudore, ma non è certo aria buona. Le strade secondarie e i vicoli di Kabul puzzano di immondizia e di fogna. Un sudicio canaletto di scolo costeggia la strada di terra battuta tra le casupole in argilla. Ma le ragazze non si accorgono nemmeno del tanfo che ne fuoriesce, né della polvere che, a poco a poco, si appiccica alla pelle otturandone i pori. Si godono i raggi del sole e ridono. All'improvviso sbuca fuori un uomo in bicicletta.
"Copritevi, ragazze! Sono tutto un ardore! " grida supe­randole. Le tre si guardano e scoppiano in una risata per la sua divertente mimica facciale, ma quando pedalando ritorna verso di loro, si abbassano il burka.
"Quando il re farà ritorno, non indosserò più il burka, mai più", afferma Leila fattasi di colpo seria. "Perché allora vivremo in un Paese in pace."
"Non tornerà mai", replica la cugina, velata anche lei.
"Si dice che ritornerà questa primavera", ribatte Leila.
Fino a quel momento, comunque, è meglio andare in giro coperte, tanto più adesso che le tre ragazze sono da sole.
Completamente da sola Leila non va da nessuna parte. Non sta bene che una giovane esca senza essere accompa­gnata. Chi può sapere con certezza dove è diretta? Maga­ri ha intenzione di incontrarsi con qualcuno, magari sta andando a peccare. Nemmeno al mercato della verdura, che dista solo alcuni minuti a piedi da casa, Leila ci va da sola. Come minimo si porta dietro un bambino del vici­nato. Oppure chiede a uno di loro di svolgere per lei la commissione. "Da sola" è un concetto che non esiste per lei. Mai e in nessun posto le è capitato di stare da sola. Non è mai stata da sola nell'appartamento, non è mai andata da sola da nessuna parte, non è mai rimasta da sola in nessun posto, non ha mai dormito da sola. Ogni singola notte l'ha trascorsa sulla stuoia accanto alla madre, Leila non sa cosa significhi essere da sola, ma non le manca neanche. L'unica cosa che potrebbe desiderare è un po' più di tranquillità e un po' meno da fare.
[...]
Leila deve andare in cucina a preparare la cena. [...]
Sbuccia le cipolle e questo le fa scendere lacrime amare lungo le guance. Di lacrime vere ne piange poche: ha rimosso desideri, nostalgie e delusioni. Il profumo fresco del sapone dello hammam è svanito già da un pezzo. L'olio della padella le schizza sui capelli diffondendo un odore acre. Le ruvide mani sof­frono quando il succo di peperoncino penetra attraverso la pelle screpolata.
[...]
Verso mezzanot­
te sono tutti sdraiati sulle loro stuoie. Tutti tranne una. Leila è in cucina alla luce di una candela. Domani Sultan vuole avere cibo fatto in casa da portarsi al lavoro. Frigge un pollo nell'olio, cuoce il riso, prepara una salsa di verdure. Nel frattempo lava le stoviglie. La fiamma del­la candela le illumina il volto. Ha grandi occhiaie scure. Quando le pietanze sono cotte, toglie le pentole dai for­nelli, le avvolge in grandi panni annodandoli saldamente di modo che i coperchi non cadano quando Sultan e i suoi figli le prenderanno l'indomani. Si lava via l'olio dal­le dita e va a coricarsi con indosso gli stessi vestiti che ha portato tutto il giorno. Srotola la sua stuoia, si distende sopra una coperta e dorme fino a che, poche ore dopo, il mullah non la sveglia e inizia così una nuova giornata al suono di "Allahu akbar - Dio è grande".
Ancora una giornata con lo stesso odore e lo stesso sapore di tutte le altre. Polvere. (Il libraio di Kabul, pp.189-207)

Non aggiungo parole di commento a questa stupenda pagina. L’unica cosa che aggiungo è l’invito a leggere la cartolina di oggi dell’imprescindibile Ugo Volli notevolmente in tema (e magari, se vi avanza qualche minuto, anche l’ulteriore scambio con la sua severa bacchettatrice), e poi, imperativo categorico, vedere questo video, che in Francia è stato censurato, motivo per cui invito chiunque passi di qui a diffonderlo il più possibile.


barbara


3 novembre 2010

E I DURI HANNO GIOCATO

E si sono abbondantemente rotti le corna contro il muro, perché era un muro di quelli proprio brutti, di cemento armato, con spuntoni di ferro piantati dappertutto e cocci di vetro sopra nel caso fosse loro venuto in mente di provare a superare l’ostacolo scavalcandolo. Ma si sono battuti bene, con determinazione, come è loro caratteristica e consuetudine, e qualche graffio sono riusciti a lasciarlo.

Si è tenuto a Francoforte, nella serata di sabato 30 e nella giornata di domenica 31 ottobre, il primo congresso in Germania di tutte le organizzazioni pro Israele. Le premesse le conoscete già. Adesso conoscerete lo spettacolo.
Nel corso del pre-congresso di sabato sera, riservato ai partecipanti che dovevano parlare, oltre a ribadire il divieto di parlare di islam, è stato anche fortemente affermato che non si doveva parlare contro i mass media, cosa bizzarra assai in un congresso che dovrebbe avere la funzione di offrire sostegno a Israele contro i programmi di annientamento da parte del mondo islamico e contro la campagna di disinformazione messa in atto dei mass media, ma non c’è stato modo di far intendere ragione a chi aveva deciso che così dovesse essere. D’altra parte anche l’ambasciatore israeliano la domenica mattina ci ha detto – a quattr’occhi, non nel discorso ufficiale, e quindi senza obblighi istituzionali – che i mass media in Germania sono assolutamente corretti, dicono le cose esattamente come stanno, non aggiungono commenti e opinioni personali eccetera eccetera, è solo l’opinione pubblica che è fortemente contraria a Israele. Al che uno potrebbe riflettere che se ci viene raccontato che i mass media dicono che Israele non fa altro che difendersi dagli attacchi di chi ne vuole l’annientamento e l’opinione pubblica è convinta che Israele sia il male assoluto, forse c’è qualche conto che non torna, ma a un ambasciatore che ha avuto la cortesia di accettare di parlare con dei perfetti sconosciuti non si può controbattere in questo modo, e quindi amen: il suo mestiere, dopotutto, non è quello di essere coerente.
Nel corso della giornata abbiamo sentito tante parole. Parole. Parole. Parole. Pa... Se ne è lamentato anche uno del pubblico in uno dei brevi spazi in cui sono stati consentiti alcuni interventi: state dicendo tante belle parole, ha protestato, ma poi concretamente cosa ne viene fuori? Voi, politici, parlamento, che cosa fate? Noi, comuni cittadini, cosa possiamo fare? In certi momenti la retorica delle parole vuote è persino quasi arrivata a sfiorare il livello di quella dei politici di Roma alla manifestazione per Gilad Shalit. Quasi, perché il nauseante becerume di quella gente quella sera a Roma è davvero impossibile da eguagliare, però si sono dati da fare anche loro. Parecchio.
Ci sono state anche cose positive, naturalmente, e ci sono stati alcuni momenti toccanti, come quando è intervenuto il rabbino capo, che con voce bellissima ha cantato una preghiera, poi ha recitato una preghiera per Gilad e infine ha suonato lo shofar concludendo con un intenso e sentito “am Israel chai” (il popolo di Israele vive). Un parlamentare ha denunciato l’assurdità della politica del parlamento europeo, che chiede a Israele il “gesto di buona volontà” di liberare prigionieri palestinesi allo scopo di “creare un clima favorevole” alla liberazione di Glilad, quando la sola cosa giusta da fare è di esigerne la liberazione incondizionata, e si è impegnato a combattere per indurre il parlamento tedesco a muoversi in questa direzione. Ha parlato Aviva Raz Schechter, del ministero degli esteri israeliano, che ha detto almeno la metà delle cose che a noi erano state vietate, ma a lei non si potevano vietare, per cui Sacha Stawski, Grande Capo di tutta la baracca, è stato costretto a starla a sentire, sudando copiosamente, agitandosi sulla sedia, con la faccia sofferente. Altri hanno parlato della questione dell’islam, e di quella dei mass media, e sempre le reazioni del Grande Capo erano uno spettacolo da contemplare, soprattutto quando uno ha concluso il suo intervento gridando con voce stentorea: “Svegliati, Europa!”. Un altro degli intervenuti, parlando di Ahmadinejad, ha detto che lo scandalo non è che quello neghi la Shoah: di negazionisti che ne sono tanti, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Lo scandalo è che il mondo intero, di fronte a tutto questo, taccia.
Nel frattempo il nostro intervento dalle tre e un quarto in cui era previsto è stato spostato alle cinque, poi alle sei. E in tutto questo tempo c’era un povero disgraziato che dalla mattina si aggirava fra il quasi migliaio di persone presenti con l’aria smarrita: era il tizio che aveva tradotto il nostro discorso in tedesco. Gli era stato detto di venire, per parlare con Emanuel, per vedere, confrontare, eventualmente rettificare, mettere a punto. Scusate, aveva obiettato, ma io come diavolo lo trovo questo qui? Non lo conosco, non l’ho mai visto, non so chi sia... Arrangiati, gli è stato risposto. Siamo arrivati a incontrarci, per l’incrociarsi di tutta una serie di casualità, a metà pomeriggio.
Arrivano dunque le sei del pomeriggio. Dalla mattina avevamo continuato a lavorare, Emanuel, io e Claudia, un’altra amica arrivata insieme a noi per questo congresso, per selezionare e inserire nella chiavetta le foto da mostrare, visto che non c’era tempo per far vedere tutto ciò che era stato programmato, e tirare fuori dal discorso i pochi estratti da presentare nel tempo ridotto che ci sarebbe stato concesso, e cercare di scoprire a chi rivolgersi per il computer, cercare il computer, rimettere a punto per l’ennesima volta le cose da dire...
Arrivano le sei e sale sul palco un tipo allegro e rubicondo. Emanuel va a chiedere spiegazioni, gli dicono che parlerà dopo quello. Sacha ha detto che il concerto che chiuderà la serata comincerà alle sette. Prima ci sarà ancora l’annuncio dei vincitori della lotteria organizzata per raccogliere fondi, ma sicuramente ci sarà tempo per il nostro intervento. Il tipo rubicondo racconta una barzelletta, vecchiotta assai, e nel frattempo dei tizi salgono a loro volta sul palco e iniziano a togliere addobbi, fiori, bandierine, festoni, microfoni e infine i tavoli a cui erano stati seduti i vari oratori. E fanno scivolare dentro un pianoforte a coda. Mentre dall’altra parte del palco c’è l’orchestrina klezmer che ha rallegrato alcuni intervalli. Il tipo rubicondo, si chiarisce, è il capo della delegazione dei cristiani per Israele, che invita a salire tutti quanti sul palco. Salgono: sono una ventina, o giù di lì. Parleranno tutti, ci viene detto. Un minuto-minuto e mezzo a testa. Emanuel e io ci guardiamo, perplessi. Claudia invece è dietro le quinte col computer, perché le hanno detto di prepararsi perché appena quello finisce tocca a noi. I tizi cominciano a parlare, qualcuno effettivamente si attiene al minuto-minuto e mezzo fissato, qualcuno deborda, ogni due o tre il tipo rubicondo racconta una barzelletta, tutte vecchiotte assai come la prima. Emanuel è molto più bravo di me a controllarsi, e ha un’aria quasi impassibile, ma sono sicura che se in quel momento gli si dovesse fare un’iniezione, per piantargli l’ago nella carne bisognerebbe usare il martello. Ad un certo momento comincia a parlare una tizia, e non finisce più. Dopo due tre minuti il contrabassista, dall’occhio di finto pesce lesso, allunga un mezzo occhio verso il clarinettista, il quale comincia a sfiorare i tasti del clarinetto, il finto pesce lesso sfiora le corde del contrabbasso, il batterista sfiora i piatti, il fisarmonicista comincia ad allargare impercettibilmente il mantice della fisarmonica, note lievi aleggiano nell’aria, si fanno più forti, il pubblico stanco che è lì dalla mattina accoglie entusiasta il suggerimento, e comincia a battere il tempo coi piedi. L’oratrice capisce, e chiude velocemente il suo intervento. Il rubicondo invita l’oratore successivo ad essere breve, e lui lo è. Non dello stesso parere è invece la bionda che arriva dopo di lui; i musicisti ci riprovano ma lei resiste strenuamente, resiste imperterrita anche a un secondo tentativo di indurla a chiudere e porta fieramente a termine il suo interminabile discorso. E poi finalmente hanno finito di parlare tutti e poi Sacha Stawski è salito sul palco a premiare i vincitori della lotteria e poi (a dire la verità sulla sequenza di queste ultime cose non sono del tutto sicura perché ero talmente tesa – oltre che stanchissima – da non essere più del tutto lucida) è salita sul palco la vicegrandecapa per annunciare che d’ora in poi niente più politica, niente più parole, niente più discorsi ma solo musica e divertimento e poi è salita sul palco una fascinosissima ed elegantissima signora dai bellissimi capelli di varie sfumature di grigio, anche lei dei cristiani per Israele, che ha detto che lei non sa raccontare barzellette ma per fortuna c’è sempre la musica per chiudere in bellezza e il gruppo klezmer ha attaccato Osè Shalom e Sacha aveva sempre più l’aria di un bambino che sta tentando di nascondere i cocci del vaso frantumato e poi non so, ho avuto l’impressione di un qualche movimento, di un qualcosa che non ho capito bene e insomma Sacha è andato al microfono e ha detto che doveva parlare ancora qualcuno, arrivato apposta dall’Italia, e nel frattempo del pubblico presente otto ore prima ne era rimasto sì e no un terzo, e Sacha poi non si ricordava più il nome e poi lo ha detto sbagliato e insomma Emanuel, con la compostezza del gentiluomo piemontese vecchio stampo che quasi sempre lo caratterizza, è salito sul palco e ha cominciato a parlare mentre Claudia da dietro le quinte faceva gesti disperati perché il computer era tedesco ed era tutto scritto in tedesco nonostante prima le fosse stato assicurato che non lo era e lei il tedesco non lo sa e non riusciva a venirne fuori e insomma poi finalmente sono arrivati i soccorsi e la cosa è partita. Poche cose, molto concrete: immagini a confronto per mostrare come vengono fabbricate le “notizie”, qualche citazione di falsificazioni “d’autore” (come le infami menzogne propagandate dal neo Nobel Mario Vargas Llosa). Il pubblico (chi, come Emanuel, è abituato a parlare in pubblico e chi, come me, insegna da una vita, queste cose è perfettamente in grado di percepirle e valutarle), nonostante la stanchezza era attento e concentrato, interamente catturato dal tema e dal modo di esposizione. Non so quanto tempo Emanuel abbia parlato – quando si è personalmente coinvolti in un evento è impossibile avere del tempo una percezione oggettiva – ma sicuramente non a lungo. Ma per Sacha Stawski, che gli stava appiccicato guardandolo in cagnesco facendogli, credo quasi materialmente, sentire “il fiato sul collo”, evidentemente anche quella manciatina di minuti era troppo, e ad un certo momento ha cominciato ad ammiccare verso i musicisti, per indurli a rifare lo stesso giochino che poco prima, di propria iniziativa, avevano messo in atto con gli oratori eccessivamente e inutilmente verbosi. I musicisti per un brevissimo istante si sono guardati, poi hanno rivolto gli sguardi nel vuoto, senza toccare gli strumenti. Una volta, due volte, tre volte, sempre sordi e ciechi agli ammiccamenti del Grande Capo, fino a quando Emanuel ha spontaneamente chiuso il suo-nostro castratissimo discorso (e io ti guardavo e ti ascoltavo ed ero fiera di te, Emanuel. Te l’ho già detto, me lo voglio ripetere anche coram populo: ero davvero straordinariamente fiera di te!). Erano rimasti in pochi, ad applaudire, non più di due o tre centinaia, ma si sono impegnati a far sentire che era un applauso di valore, sulla faccia scornata di Sacha Stawski.

barbara


27 ottobre 2010

AVETE PRESENTE LA PECORINA?

Leggete questo, attentamente; poi dopo vi spiego.

Signore e signori, grazie, innanzitutto, per avermi concesso l’opportunità di parlare qui, oggi, in questo importante congresso che chiude un mese di ottobre già ricco di notevoli eventi: il convegno di Roma, voluto e organizzato da Fiamma Nirenstein in nome della verità su Israele, che ha visto l’intervento di personalità sia di destra che di sinistra, e la manifestazione di Berlino, con lo storico discorso di Geert Wilders. Israele sta combattendo non una, ma due guerre, che non sono solo di Israele.
Oltre alla guerra che combatte con le armi e che la oppone al mondo islamico (e sottolineo al mondo islamico, e non ai palestinesi, perché questa è la realtà che troppi fingono di non vedere), vi è anche una implacabile guerra mediatica, per contrastare la quale ci troviamo oggi qui. Per molto tempo Israele è sembrato prestare scarsa attenzione a questa seconda guerra, lasciando che i suoi nemici prendessero un enorme vantaggio. Oggi, con molto ritardo, si sta tentando di correre ai ripari, ma lo svantaggio da colmare rimane immenso.
Da molti anni in Italia alcune persone combattono attivamente le menzogne diffuse dalla propaganda antiisraeliana, attraverso siti e blog che con documenti di prima mano cercano di far conoscere quella realtà dei fatti che noi qui oggi riuniti conosciamo, ma che viene sistematicamente tenuta nascosta o deformata al grande pubblico, inducendolo a sviluppare sentimenti di ostilità nei confronti di Israele e anche dell’Occidente tutto.
Israele viene dipinto come uno stato ricco, forte, lontano, e soprattutto non si manca di sottolineare che Israele è solo “lo stato degli ebrei”: perché ce ne dobbiamo occupare, pensano in molti, lasciando così libero spazio a chi invece di quel che succede in Medio Oriente si occupa attivamente per sue ragioni politiche preconcette, per fedeltà a ideologie sconfitte dalla storia ma ancora strenuamente coltivate da qualcuno, ed anche per quell’antisemitismo che non solo non è mai morto, ma sembra oggi più vivo che mai, lo si chiami antisemitismo o antisionismo. E questa ostilità a Israele, è bene ricordarlo, rimane inalterata qualunque sia la parte politica – di destra o di sinistra – dei vari governi in carica.
Anche in Italia, come ovunque nel mondo, si disinforma innanzitutto per mezzo delle immagini: inquadrature “strategiche”, dettagli aggiunti (scarpetta da bambino, ciuccio, bambola), scene appositamente costruite, con attori che l’occhio allenato riconosce essere sempre gli stessi, ma che riescono facilmente, visti in situazioni e momenti diversi, a ingannare lo spettatore comune. (fotografi - berretto verde).
In secondo luogo si disinforma con i titoli degli articoli, spesso estranei, almeno in parte, al contenuto degli articoli stessi ma di forte impatto emotivo.
Sappiamo inoltre che molti giornalisti non solo non fanno il minimo sforzo per ascoltare e riportare tutte le fonti disponibili – cosa che, a differenza che nelle dittature, nel democratico e aperto stato di Israele sarebbe tutt’altro che difficile – ma spesso ricevono e pubblicano le veline che ricevono direttamente dai loro contatti in loco, come si può verificare osservando, non di rado, articoli identici fin nei minimi dettagli nelle diverse testate.
Per questi motivi, o per pura ideologia, si finisce col leggere bugie colossali. (Sabahi – Varga Llosa)
Va infine tenuto presente che per potersi muovere nei territori palestinesi i giornalisti sono obbligati a impegnarsi a non pubblicare alcuna notizia che possa danneggiare l’immagine della Palestina e della sua dirigenza, e non sono molti coloro che possono – o vogliono – sottrarsi a questo pesante condizionamento. (Cristiano).
In Italia, nel sito Informazione Corretta che viene aggiornato ogni giorno dell’anno, abbiamo modo di verificare questa realtà grazie alla sezione “international” che offre una selezione di articoli pubblicati all’estero. Scopo di Informazione Corretta, oltre che di informare, mettendo a confronto le varie versioni delle notizie e segnalando per i lettori meno preparati le inesattezze contenute negli articoli, è quello di invitare i lettori a scrivere ai giornalisti o ai direttori delle varie testate per protestare contro la sistematica manipolazione delle notizie. Nel giro di alcuni anni questo sito è diventato essenziale per i suoi molti lettori, ma è anche seguito, e forse temuto, dai giornalisti tutti, amici o nemici che siano.
Di denaro parlavo prima. Certamente tanto è il denaro disponibile nel mondo islamico da quando il prezzo del petrolio, nei primi anni 70, è schizzato verso l’alto. Arafat, quando è morto, era diventato uno degli uomini più ricchi della terra, e miliardi di dollari continuano ad affluire nelle tasche dei dirigenti palestinesi; allora, vi chiedo, perché mai dovrebbero desiderare di cambiare una situazione tanto comoda per loro?
Ma, come accennavo all’inizio, non si tratta di un problema solo israeliano, bensì dell’Occidente tutto, per il quale la resa dei conti è solo leggermente procrastinata. Quando la basilica della Natività di Betlemme, nel 2002, venne liberata dai terroristi che l’avevano occupata per 39 giorni, si poteva leggere sui muri la scritta: “oggi quelli del sabato, domani quelli della domenica”: qualcuno lo ha letto nei nostri quotidiani? Eppure si tratta di un avvertimento che non dovrebbe essere preso alla leggera. I segnali dell’avvicinarsi della “domenica”, per chi li voglia vedere, sono numerosi e sono evidenti, e dovrebbero farci capire che l’Occidente e quell’Israele che per qualcuno è ricco, forte e soprattutto lontano, e “diverso” in quanto ebraico, devono in realtà fronteggiare lo stesso nemico e combattere la stessa battaglia.
Per fortuna oggi ci sono persone come Geert Wilders che ce lo dicono chiaramente; e noi dobbiamo ascoltarle. Ritengo opportuno soffermarmi un momento su Geert Wilders, abitualmente etichettato come xenofobo, razzista, campione dell'estrema destra, sotto processo in patria per questi suoi presunti crimini e dichiarato persona non grata dalla Gran Bretagna. L'unica sua colpa, in realtà, è quella di voler difendere quella civiltà, quella libertà, quella democrazia che noi abbiamo conquistato in secoli di lotte civili dall'aggressione della barbarie. A lui e alla sua coraggiosa battaglia dobbiamo tutta la nostra riconoscenza.
La madre del bimbo di Gaza che, intervistata nell’ospedale in cui i medici ebrei avevano appena salvato la vita della sua creatura ammalata di una gravissima malattia, dice che vuole per lui, un giorno, il martirio per il suo popolo uccidendo ebrei, è esattamente come quel padre e quel figlio pachistani che il mese scorso, in Italia, hanno massacrato la rispettiva moglie e madre, e quasi ucciso sua figlia, colpevoli quest’ultima di voler vivere come si vive a casa nostra, l’altra di difendere i diritti della figlia: sono, gli uni come l’altra, portatori di una cultura di morte che vorrebbero imporre a noi tutti.
Ed è da questa “cultura” e da questa imposizione che ci dobbiamo difendere. Difendiamoci, secondo i principi profondi della nostra civiltà. Difendiamoci prima che sia troppo tardi.
Difendiamoci insieme, quelli del sabato e quelli della domenica.

Emanuel Segre Amar, Barbara Mella


Questo testo è stato pensato, scritto, corretto, rivisto, discusso, soppesato, calibrato, limato. Qualcuno ha generosamente dato una mano a tradurlo in inglese. Poi una prima e provvisoria bozza della traduzione è stata inviata là dove avremmo dovuto leggerlo. J., il nostro referente in loco, ha risposto, anche a nome di S. - che se ho ben capito dovrebbe essere il capo di tutta la baracca e organizzatore del congresso – traboccante di entusiasmo: bellissimo discorso, forte, incisivo, perfettamente adeguato alla circostanza. Un unico appunto, ci ha fatto: bisognerebbe spendere qualche parola in più per Wilders, ha detto, ingiustamente rappresentato come un razzista di estrema destra, mentre in realtà – come ben sa chiunque abbia avuto modo di ascoltarlo – lui è tutt’altro. Ci è sembrata una richiesta ragionevole, e abbiamo aggiunto le righe che trovate verso la fine. Tanto ci è stato concesso un quarto d’ora, tempo sufficiente per leggere tutto e per mostrare anche qualche foto e, tradotta, la lettera di Riccardo Cristiano.
Ieri sera è arrivata una mail, durissima, da S., per informarci che: a) il discorso è assolutamente inaccettabile; b) è il discorso sbagliato nel posto sbagliato nel momento sbagliato; c) non siamo qui per criticare l’islam; d) l’islam non deve essere nominato; e) non deve essere nominato neppure Wilders perché tutti i mass media lì da loro lo detestano e lo considerano un populista razzista fascista; f) avremo a disposizione da due a tre minuti per leggere velocemente la parte centrale del testo, quella che spiega come funziona Informazione Corretta.
Pecorina, dicevo nel titolo. Se si tratta di prendere in considerazione qualche variazione sul tema nei momenti di svago, ne possiamo discutere; se qualcuno che di fronte all’islam si caga addosso si immagina di mettere politicamente noi a pecorina, beh, ha sbagliato indirizzo. Abbiamo ancora due giorni: li impiegheremo, Emanuel e io, a mettere a punto le contromosse. Perché, come si suol dire, quando il gioco si fa duro...

barbara


9 ottobre 2010

SE PERFINO AI FILOPALESTINESI QUALCOSA COMINCIA A PUZZARE

‘Viva Palestina’ e gli umanitari embedded

Autore: barbera. Data: venerdì, 8 ottobre 2010 (qui)



Il nostro giornale cessa di pubblicare il diario di viaggio di uno dei partecipanti a ‘Viva Palestina’. L’autore ci ha chiesto di ritirare anche gli articoli pubblicati: “Se non lo fate ci mandano via dal convoglio”.
InviatoSpeciale ha pubblicato alcuni articoli su una missione ‘umanitaria’ in viaggio per Gaza. I pezzi arrivavano da uno dei partecipanti e raccontavano la cronaca quotidiana della presunta azione di aiuto ai cittadini della Striscia.
Poi, improvvisamente, nella sera di mercoledì scorso è successo un fatto strano. Il nostro collaboratore che seguiva la vicenda ha ricevuto una telefonata dall’autore del reportage. Il ragazzo lo pregava di non mettere in pagina l’ultima delle corrispondenze e gli chiedeva di ‘cancellare’ dalla memoria del giornale le puntate già andate on line.
“Se non togliete i pezzi ci mandano via, secondo alcuni degli organizzatori abbiamo violato il ‘codice etico’ firmato prima di partire. Rischiamo di essere espulsi dalla carovana”, aveva detto Stefano D’Angelo.
Insomma, dal lontano Medio Oriente, in una tiepida serata italiana, arrivava una richiesta di censura su un reportage.
I motivi che avrebbero indotto gli organizzatori ad imporre ‘il silenzio’ potrebbero essere ricercati in alcune affermazioni contenute in uno degli articoli.
Non siamo in grado di conoscere con precisione il perchè durante una missione di pace alcuni degli aderenti siano minacciati ‘di ritorsioni’, ‘richiamati all’ordine’ ed invitati a ‘tacere’. Possiamo però fare delle ipotesi.
Aveva scritto Stefano D’Angelo: “Facciamo una sosta per rifornire che sono oramai le 23, saltano i nervi: un equipaggio neozelandese avvicina il capo-convoglio per avere informazioni che ci vengono fornite troppo raramente. Forse per una risposta non soddisfacente partono grida e spintoni. Il malumore serpeggia: molti sono intimoriti dal dover guidare di notte, altri semplicemente stanchi, i rischi chiaramente aumentano. Poco dopo la mezzanotte in un’area di sosta, il piccolo gruppo si riunisce. Inizia un dibattito sul fatto se restare a dormire o continuare a guidare per altri 180 chilometri. I capi ci convincono a muoverci con la promessa di un albergo a una cinquantina di chilometri. Dopo averne percorsi quasi settanta ci sentiamo presi in giro e stavolta è l’equipaggio italiano a bloccare il furgone alla testa del convoglio. Nasce una nuova accesa discussione: ci fermiamo, vogliamo almeno otto ore di sonno e un incontro con tutti i leader non appena ricongiunti. Veniamo accontentati”.
Secondo quello che siamo stati in grado di capire, questo resoconto, a parere degli organizzatori, presentava una immagine non positiva di ‘Viva Palestina’. Da informazioni non verificate sembrerebbe che nei giorni scorsi altri tre partecipanti, non di nazionalità italiana, siano stati allontanati dalla ‘missione’ per motivi analoghi.
In una breve conversazione telefonica Francesca Antinucci, una delle responsabili italiane della raccolta fondi, ci ha dichiarato che la violazione del già citato ‘codice etico’ permette l’allontanamento dei trasgressori. Ovvero, e questo lo affermiamo noi, chi si macchia della terribile colpa di ‘raccontare’ deve essere cacciato.
La questione dei ‘codici’ è vecchia e riguarda principalmente alcuni reporter al seguito delle truppe durante i conflitti. Questi presunti giornalisti, detti embedded (in italiano ‘incorporati’), sono stati i responsabili della diffusione di informazioni quasi sempre inesatte durante i recenti conflitti in Afghanistan ed Iraq. Ai militari ed ai governi non piace che le guerre siano descritte e tanto meno gli orrori e le contraddizioni che provocano.
Dopo l’esperienza del Vietnam gli Stati Uniti hanno inventato la ‘sovranità limitata dell’informazione’. In quella guerra, nonostante gli sforzi governativi per nascondere la realtà, decine di inviati descrissero senza alcuna reticenza gli avvenimenti permettendo al popolo americano di capire per davvero quello che accadeva.
Da allora i belligeranti hanno applicato norme sempre più restrittive, limitando e spesso impedendo l’attività della stampa.
In questa attività di ‘silenziamento’ il governo di Tel Aviv e Tsahal, l’esercito israeliano, sono molto efficaci, ma neppure si deve dimenticare il cannoneggiamento statunitense sull’hotel Palestine a Baghdad, il luogo di residenza di numerosi giornalisti durante i terribili giorni dell’invasione dell’Iraq. Non sono da meno, per rimanere in Medio Oriente, sia Hamas che l’Autorità nazionale palestinese.
Adesso è la volta degli ‘umanitari embedded’. Tuttavia, è impensabile anche supporre che chi sostiene di voler ‘aiutare’ le popolazioni civili colpite da conflitti, embarghi o dittature ritenga di applicare durante le proprie azioni umanitarie ‘codici etici’ limitativi della libertà di espressione dei partecipanti e che ricordano quelli imposti dagli eserciti.
Nella mattinata di ieri abbiamo ricevuto una nuova telefonata dal Medio Oriente nella quale ci veniva chiesto per la seconda volta di ritirare gli articoli pubblicati.
Poi ci è arrivata dal giovane partecipante ‘loquace’ della carovana una mail contenente questo testo agghiacciante:

“Io sottoscritto Stefano D’Angelo, dichiaro di aver firmato, prima della partenza del convoglio VivaPalestina5, il codice di condotta al quale devono attenersi tutti i partecipanti. Ho accettato, in particolare, anche i punti seguenti:
- Accetto che ci saranno un certo numero di portavoce per il VP5, incaricati ufficialmente, ai quali durante convoglio andranno indirizzate le richieste di informazioni da parte della stampa.
- Non dirò nulla alla stampa o ai mezzi di comunicazione sociale che screditi VP5.
- Sono cosciente del fatto che le dichiarazioni pubbliche rese alla stampa o ai mezzi di comunicazione sociale possono essere raccolte da chi intende minare gli sforzi per porre fine all’assedio di Gaza.
Riconosco di aver violato questi punti del codice di condotta pubblicando miei articoli su un sito italiano (InviatoSpeciale,
ndr) e, quindi, l’invito che mi è stato rivolto dal leader del convoglio italiano, Alfredo Tradardi, di rispettare il codice di condotta non ha alcun carattere censorio.
In fede, D’Angelo Stefano.
Lattakia, 7 ottobre 2010?

Pochi minuti dopo, una nuova mail del giovane:

“Spett.le direttore, chiedo che tutto il materiale scritto da me sul suo sito sia ritirato, per motivi che ora non sto qui a spiegarle”.

I toni di questo ‘pentimento’ ricordano, in scala per fortuna, le ‘ammissioni’ di Artur London alla polizia segreta comunista cecoslovacca raccontata nel film ‘La Confessione’ di Costa-Gavras, così come evidentemente gli organizzatori della Carovana mancano del tutto del senso della realtà. Per il “leader” Alfredo Tradardi, sembra rappresentante di Ism-Italia, ‘selezionare’ le informazioni e limitare la libertà di espressione di un individuo non hanno un ‘carattere censorio’.
Il mondo della cooperazione non è sempre ‘trasparente’ o ‘politicamente corretto’. Il pacifismo non di rado è ‘schierato’ e facilmente ignora come nelle guerre i morti, i feriti, tutte le vittime civili e militari non hanno passaporto o divisa. Sono solo ed esclusivamente ‘vittime’. Nulla distingue aggressori o aggrediti quando qualcuno è ferito, ucciso o rimane mutilato per il resto della vita. Nulla giustifica la violenza, mai ed in ogni caso.
Nel caso di ‘Viva Palestina’ ci chiediamo a cosa serva portare cibo, medicinali, aiuti se nello stesso tempo chi lo fa è costretto a subire ‘codici’ che ne limitano la libertà personale, è messo da presunti ‘leader’ nella terribile condizione di subire la minaccia di ‘espulsione’ o gli è imposto di ‘pentirsi’ pubblicamente.
La democrazia non prevede la condivisione obbligatoria del pensiero di capi veri o di capetti presunti. Anzi impone la possibilità per chiunque di valutare, criticare, anche opporsi. Il giovane che mandava ad InviatoSpeciale le sue corrispondenze aveva ed ha il diritto di godere del suo diritto più importante: quello di parola. A prescindere dalle informazioni contenute nei suoi articoli.
Se nei pezzi di D’Angelo gli organizzatori hanno rilevato elementi ‘non veritieri’ o financo ‘mistificanti’ della realtà avrebbero potuto spedire al nostro giornale delle precisazioni o delle rettifiche. Non solo la nostra coscienza, ma la legge sulla stampa ci avrebbero imposto di pubblicare smentite o approfondimenti.
Invece hanno preferito le ‘vie gerarchiche’, spaventando il nostro ‘corrispondente’, che abbiamo sentito al telefono avvilito, stanco, preoccupato ed anche triste.
Se ‘Viva Palestina’, o meglio chi la dirige, suppone di fare qualcosa di utile per i cittadini di Gaza è in errore. In gravissimo errore. Perchè medicinali, cibo, attrezzature, carburante o cemento non servono a nulla se non sono accompagnati dalla libertà.
E, quali che siano ‘i rimproveri’ fatti dagli organizzatori a Stefano D’Angelo, costoro non possono mai ed in ogni caso imporre ‘pubbliche ammende’ o minacciare presunti ‘rei” di espulsione dal convoglio come ritorsione per quello che è stato visto, pensato o scritto.
Infine una domanda: “Chi ha donato soldi per finanziare la ‘spedizione’ è al corrente di come si comportano gli organizzatori di ‘Viva Palestina’?”.
Da oggi le corrispondenze dal convoglio cessano. Ai lettori il giudizio su iniziative del genere. A noi la constatazione che il berlusconismo non è solo un patrimonio del centro destra e che in Italia il fascismo o lo stalinismo dovrebbero essere studiati ancora e con maggior cura di quanto non si faccia oggi. Per il bene di tutti.

Roberto Bàrbera

Vabbè, una rondine non fa primavera, ma è comunque confortante vedere una rondine che vola. O almeno ci prova.

barbara


13 maggio 2009

GIANNI MINÀ SERVO DEL POTERE

Quello che segue è un articolo pubblicato sul Corriere di oggi che, se pure non ci rivela niente di nuovo, aggiunge tuttavia un ulteriore tassello all’infamia del personaggio.

Certo, non si poteva chiedere a
Gianni Minà di intercedere presso le (sue) amatissime autorità cuba­ne perché attenuassero la persecuzione della blogger cubana e dissidente Yoani Sánchez. Ma addirittura attaccarla, deni­grarla, screditarla: non è un inglorioso ec­cesso di zelo, quello di Minà? E come giu­dicare l'amico italiano del tiranno di Cu­ba, che a casa sua gode di ogni libertà e invece usa la penna per se­gnalare agli oppressori l'autri­ce di «Cuba libre» (tradotto da Rizzoli) che non potrà ne­anche venire a Torino per presentare il suo libro?
Lei, Yoani Sánchez, ha ri­sposto a Minà, universalmen
te noto come l'intervistatore ufficiale e compiacente del dittatore, con una semplicità ammirevole: «Ecco le domande che non hai fatto a Fidel Castro che ora vuol to­glierci anche Internet». Ma la blogger dis­sidente resterà delusa: quelle domande inevase l'intervistatore ufficiale non le fa­rà mai. Non ha mai parlato degli scrittori cubani in galera e in esilio. Non ha mai parlato dei rapporti di Amnesty Interna­tional che documentano l'assenza di ogni parvenza di libertà civile nell'isola della dinastia Castro. Non ha mai parlato del regime a partito unico, a giornale uni­co, a sindacato unico, a satrapia castrista unica. Ha descritto (come l'amico Michael Moore) le meraviglie della sanità cuba­na, con gli stessi toni con cui gli apologe­ti del fascismo lodavano i treni in orario e quelli dell’Urss l'efficienza del sistema scolastico sovietico. Si è visto dopo, co­me tutto fosse di cartapesta: pura, ingan­nevole propaganda di regime. Gianni Minà non parlerà per chiedere all'Avana la con­cessione del visto che consen­ta alla blogger di essere presente tra qualche giorno alla Fiera del libro di Torino e di raccontare (c'è scritto nel suo libro) come funzionano vera­mente le cose nella sanità cu­bana. Non lo farà, visto che ha già approfittato dell'occasione per basto­nare la debole e fare un piacere ai forti, per mettere in difficoltà la donna in liber­tà limitata e favorire i suoi aguzzini. Sap­pia almeno, Yoani Sánchez, che in Italia non tutti si comportano come Minà. Quando a Torino interverrà telefonica­mente potrà accorgersene: un applauso di solidarietà attenderà solo lei. (Pierluigi Battista)

E pensare che avevano fatto una rivoluzione, da quelle parti, per abbattere la dittatura …
Di Cuba avevo parlato anche qui. Quest’altra cosa che aggiungo a completamento e commento di questo articolo, è invece un documento di quattro anni fa, che avevo messo nell’altro blog.


Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani

Cuba: D’Elia, per certi difensori dei diritti umani è un’isola felice

Roma, 16 marzo 2005

Alla lettera-petizione in difesa del regime cubano sottoscritta da 200 intellettuali di fama mondiale Nessuno tocchi Caino risponde con una nota in cui sono riportati alcuni fatti che provano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Castro.
I firmatari della lettera, tra cui figurano i premi nobel Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer e gli italiani Claudio Abbado, Luciana Castellina e Gianni Minà, affermano tra l’altro che a Cuba “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria” e che la rivoluzione ha consentito il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente.”
Secondo il Segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D’Elia, “la lettera non tiene conto minimamente della realtà cubana e dei misfatti compiuti dal dittatore di più lungo corso al mondo”. “Cuba ha due facce, una sotto i riflettori, l’altra nascosta. Per certi difensori dei diritti umani, esiste solo la prima: quella della base americana di Guantanamo dove sono detenuti i talebani.” “Ma Cuba non è solo Guantanamo ­ prosegue D’Elia -, è anche Combinado del Este, Canaleta, La Pendiente, Ceramica Roja, Kilo 8...” “La Perla dei Caraibi non è tutta sole, mare e sabbia. E’ anche galera e centri di “rieducazione”.
Quanto all’isola felice dove “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria,” Nessuno tocchi Caino invita i firmatari della petizione pro-Castro a riflettere su quanto accaduto nel 2003 e che tutti hanno potuto leggere sui giornali di tutto il mondo e a quanto denunciato da importanti organizzazioni umanitarie.


NOTA (che se non ricordo male dovrebbe essere mia):

A) L’11 aprile 2003, Fidel Castro ha fatto giustiziare tre componenti un gruppo di cubani che una settimana prima si era impadronito di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida. Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac sono stati fucilati all’alba. Quattro loro compagni sono stati condannati all’ergastolo, uno a 30 anni di prigione e altri tre a pene detentive comprese fra 2 e 5 anni. L’imbarcazione, rimasta a secco a 45 chilometri dalle coste cubane, era andata alla deriva per 24 ore e i sequestratori si erano arresi alle autorità cubane, senza che ai 50 ostaggi fosse stato torto un capello. I dirottatori erano stati processati per direttissima e condannati per atti di terrorismo l’8 aprile. Nel giro di tre giorni, gli appelli sono stati respinti sia dalla Corte Suprema che dal Consiglio di Stato, il più alto organo esecutivo di Cuba presieduto da Fidel Castro, quindi giustiziati. La Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) ha condannato il carattere sommario del processo celebrato in spregio delle regole minime di giustizia internazionalmente riconosciute e ha stabilito essere il fatto “una privazione arbitraria della vita.”

B) Quanto alla rivoluzione cubana che ha permesso il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente,” basta leggere i rapporti sui diritti umani, sulle condizioni nelle prigioni cubane e il trattamento dei detenuti politici.
Sia la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) che l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani hanno denunciato nel 2004 la presenza nelle carceri di casi diffusi di scabbia, tubercolosi, epatite, infezioni varie e malnutrizione. Una ventina di detenuti sarebbero morti nel corso dell’anno a causa di mancata assistenza medica. Detenuti per ragioni politiche o di coscienza sono stati rinchiusi in celle di isolamento umidissime, infestate dai topi, con un buco come gabinetto e un letto di cemento, senza acqua e senza il conforto della Bibbia che gli era stata sequestrata. Quelli non in isolamento sono stati costretti a indossare le uniformi del carcere, a mettersi sull’attenti all’entrata delle guardie nelle celle, messi insieme a detenuti comuni, violenti, intimiditi pesantemente e picchiati dalle guardie e sessualmente aggrediti da altri detenuti.

Nel 2004, il regime ha messo agli arresti domiciliari 14 dei 75 dissidenti arrestati nella primavera del 2003, per lo più anziani e ammalati. Il numero è stato ampiamente compensato da altri trenta dissidenti incarcerati nel corso dell’anno, ha denunciato la Fondazione Cubana dei Diritti Umani.

C) D’altro canto va anche detto che chi fornisce informazioni sulla situazione di diritti umani a Cuba rischia pene severissime. Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino e già portavoce e segretario della Commissione diritti umani e riconciliazione nazionale, è stato condannato nel 2003 a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese. Marcelo è stato condannato anche per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.

(Nei prossimi giorni ripescherò anche altri post dello stesso periodo, ché una rinfrescatina alla memoria non fa mai male)

                        

barbara


11 aprile 2009

CENSURA

La preside del Beccaria di Milano ha ritirato il giornalino redatto dagli studenti a causa di questa vignetta



che ritengo doveroso pubblicare.

barbara


16 gennaio 2008

TANTO PER PRECISARE

Ho trovato vergognoso quando, in alcune università italiane, è stato impedito di parlare a rappresentanti dello stato di Israele. Trovo altrettanto vergognoso che si impedisca di parlare a un rappresentante dello stato del Vaticano.

barbara

sfoglia     dicembre        febbraio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA