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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


15 gennaio 2011

UGO VOLLI

che troppo a lungo è stato trascurato.

Gli antisemiti veri, oggi, quelli pericolosi, sono i nemici di Israele. Contro di loro mi batto

Cari amici, non vi arrabbiate con me, ma devo dirvelo. Non me ne importa niente. Non mi importa niente di quei quattro imbecilli che sul web pubblicano liste di "ebrei influenti" o anche semplicemente di cognomi ebraici. Ci sono anch'io, ma non me ne importa niente. Il problema non sono loro, non è vero che sono loro a far risorgere l'antisemitismo. La mamma degli idioti è sempre incinta, lo sappiamo, e l'antisemitismo volgare ed esplicito di stile nazista è un genere di idiozia criminale endemico. Ma il problema non sono loro. Non è quello l'antisemitismo pericoloso, è troppo facile indignarsi perché qualcuno dice che Levi e Cohen sono cognomi ebraici, che esistono professori ebrei nelle nostre università come Giorgio Israel o me stesso, giornalisti ebrei come Lerner, e anche qualche businessman di origini ebraiche, ma convertito, come l'ingegner De Benedetti, e cerca di produrre odio contro queste persone.
L'antisemitismo vero oggi si esercita contro l'ebreo degli stati, Israele, e coinvolge ben altri dei cretinetti che hanno pubblicato per l'ennesima volta una lista di ebrei sul web. Coinvolge l'Onu e l'Unione Europea, tutti i paesi arabi e i loro amici fra cui la maggior parte del terzo mondo, la grande maggioranza della sinistra politica, in Italia e all'estero, un bel pezzo di Chiesa. Permettetemi di dire che io rifiuto la solidarietà di Vendola e De Magistris, del Manifesto della Cgil e di Rifondazione Comunista, di Pax Christi, dei vescovi mediorientali e di Emergency (ammesso che l'abbiano formulata, non mi risulta). Non mi importa niente di quel che possono dire. Di più, non ci credo. Non credo che dispiaccia loro che qualcuno parli contro gli ebrei. Gli antisemiti veri, oggi, quelli pericolosi, sono i nemici di Israele, quelli che stanno lavorando, lo sappiano o meno, lo capiscono o no, perché la Shoà si ripeta. Di loro mi importa. Contro di loro mi batto.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

E poi recuperiamo anche un po’ di arretrati: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto.


barbara


1 luglio 2010

BENE RAGAZZI, IO VADO A METTERMI A MOLLO



e ci vediamo a fine mese. Nel frattempo, mi raccomando, non trascurate di andare ogni giorno a leggervi le meravigliose cartoline dell'immenso Ugo Volli e di informarvi regolarmente qui. E se dovesse capitarvi un momento di depressione, non dovete fare altro che cliccare qui, e vedrete che tornerete a sorridere all'istante.
Arrivederci.

barbara


15 maggio 2010

E MENO MALE CHE C’È UGO VOLLI

che ci racconta un po’ di quelle belle cose che succedono in giro per il mondo e che i nostri mass media tanto tanto tanto politicamente corretti – e magari anche un tantino timorosi di finire con la gola tagliata dai seguaci della religione di pace – si guardano bene dal dare.

Due lezioni da Eurabia: la birra e il sangue

Cari amici, vi racconto oggi ancora un paio di piccole storie vere da Eurabia così com'è oggi, per la vostra edificazione. Ognuna di esse, infatti, contiene una lezione morale da studiare bene, se vogliamo essere cittadini consapevoli del nostro continente prossimo venturo.

La prima viene dalla Gran Bretagna. Una donna chiama al telefono un taxi per farsi portare a casa dal supermercato dove aveva fatto la spesa. La macchina arriva regolarmente, il conducente smonta, fa per aiutare la cliente a mettere in macchina il suo carico, poi si rialza e dice "Non posso portarla, la mia religione me lo vieta." (http://www.newenglishreview.org/blog_display.cfm/blog_id/27535). Sapete che cosa rendeva impura la donna (cattolica) al taxista (islamico, naturalmente), tanto da impedirgli di fare il suo lavoro? Che questa avesse nella spesa un paio di lattine di birra. L'alcool è tabù nel Corano. Ma per i musulmani, non per gli altri. Sennonché non potete pensare che una religione seria come l'Islam abbia il ritegno di limitare le proprie norme ai propri fedeli, la sua naturale ambizione è regolare tutto il mondo, anche se magari qualche momentaneo compromesso è possibile per quelli più scafati del nostro ingenuo tassista. Un episodio da meditare per quelli che sul burqa pensano che ciascuno si vesta come vuole e se loro si divertono ad abbigliare le donne come tavole sotto la tovaglia sono fatti loro. Be', non è così, primo a poi saranno anche fatti nostri.

Il secondo episodio è accaduto a Colonia, Germania. Sulla piazza davanti al famoso duomo, il comune ha dato il permesso di allestire un'esposizione intitolata "Wailing Wall" (o il suo equivalente in tedesco, cioè "Muro del pianto"). Immagini dedicate alla famosa Muraglia Occidentale, l'ultimo ricordo del Secondo Tempio a Gerusalemme, che gli israeliani chiamano per antonomasia Kotel e gli europei per l'appunto "Muro del pianto"? No, figuratevi. Il "Wailing Wall" sarebbe la barriera di sicurezza che impedisce ai poveri terroristi palestinesi di fare il loro mestiere di ammazzaebrei. Nessuna meraviglia, di mostre sui muri è piena Eurabia, ne ho vista io stesso una poche settimane fa a Ginevra, con desolate fotografie di quella costruzione così antipatica agli europei di sinistra e agli impresari di pompe funebri. Ma a Colonia c'era una cosa diversa: erano vignette, fra cui spiccava una figura con una bandiera israeliana che mangiava un bambino palestinese e beveva il suo sangue. Vi ricorda qualcosa l'idea che gli ebrei mangino e bevano i bambini gentili? Ma sì, le azzime impastate nel sangue, san Simonino da Trento, tutto quell'armamentario lì, che poi è finito nella Shoah. Un direttore di teatro non ebreo, Gerd Burmann, ha sporto denuncia per incitamento all'odio razziale, un reato che in Germania è grave. Ma la Procura locale ha respinto la denuncia, sostenendo che la vignetta "non rappresenta una tendenza ostile contro gli ebrei, ma una critica della situazione a Gaza". (http://www.jpost.com/JewishWorld/JewishNews/Article.aspx?id=173381). Figuriamoci. Anche la propaganda più sfrenata non è arrivata a questo punto. Ma si parlava del conflitto arabo-israeliano e si sa chi ha ragione in Eurabia. E chi da duemila anni bisogna incolpare di reati misteriosi e terribili. E questa è una lezione per chi pensa che il ricordo della Shoah possa frenare nel nostro continente un nuovo antisemitismo.

Ugo Volli

Una cosa, da sempre, mi chiedo: il giorno in cui la questione israelo-palestinese (che fino al giugno 1967, data di fabbricazione del “popolo palestinese”, si chiamava arabo-israeliana) dovesse trovare una soluzione, che cosa si inventeranno gli odiatori di ebrei per poter continuare a odiarli in maniera politicamente corretta?
E un’altra cosa mi chiedo da quando l’evidenza mi ha costretta ad aprire gli occhi: quanti soprusi, quante prevaricazioni, quante violenze, quante pulizie etniche, quanti assassini privati e quanti massacri pubblici occorreranno ancora perché anche chi si ostina a tenerli ben serrati, si decida finalmente ad aprirli?



barbara


7 maggio 2010

INTERAMENTE DEDICATO AL TIZIO DELLA SERA

La sensibilità

Da un certo numero di anni la Germania sta facendo i conti con il suo passato nazista. Vi sono musei e importanti segni nella nuova architettura urbana, esistono dipartimenti universitari che si occupano della fenomenologia della catastrofe ebraica. C'è una pubblicistica che va dalla narrativa, alla saggistica, all'indagine giornalistica. Infine ci sono atti di amicizia verso Israele da parte del governo nazionale. Ma a ben guardare, esiste una sottile linea di silenzio su come fossero i tedeschi in quegli anni. Una barriera invisibile impedisce l'accesso al loro interno umano. Non sappiamo cosa in quegli anni orridi la gente avesse dentro. Ed esiste un silenzio ancora maggiore su cosa sentano oggi i tedeschi di questo passato genocida. Ad uno scrittore che si informava con operatori culturali tedeschi circa la possibilità di realizzare una fiction satirica sul nazismo, è stato spiegato che questo potrebbe avvenire solo con una piccola produzione e con personale artistico prettamente ebraico: attori e regista, ad esempio. I canali generalisti tedeschi, è stato spiegato educatamente a bassa voce, non si impegnerebbero mai in una satira televisiva sul nazismo. La motivazione risiede nel fatto che la nazione si offenderebbe. A riguardo, c'è molta sensibilità. E questo, commuove.

Il Tizio della Sera


La grande nuvola

I colloqui indiretti tra Israele e Palestina sono già una noia. Se ne presagisce l'amara inutilità. L'ossequio al loro svolgimento è legato al fatto di soddisfare il gusto etico-estetico di Obama, la sua idea tenue, quasi fanciullesca, di una democrazia planetaria poggiata sul carattere tenace degli uomini di buona volontà. E' questa la politica estera della più grande potenza mondiale. Noia nella noia, la stampa rovescia su Israele le solite accuse precostituite. La struttura ricorda quella dei tormentoni del varietà, che sono in pratica i ritornelli comici di uno spettacolo, quelli che danno il segnale quasi meccanico della risata: il pubblico ride e vuol dire che, come un buon motore, il tormentone funziona. Qui il tormentone sono i titoli dei giornali. Le parole proclamano didascalicamente che gli ebrei hanno torto; allora il pubblico dello spettacolo crede di avere delle idee, e dice compiaciuto: Israele ha torto, e porca miseria, io penso. Perché i giornali vellicano la vanità umana, inseguendola nei suoi atroci scantinati. Prendiamo il caso del quartiere di Gerusalemme est di cui parlano tutti i media perché Israele vuole costruirvi e perché alla stampa serve sempre un buon tormentone su Israele. Nessuno, come abbiamo detto in altre occasioni, conosce l'antica storia ebraica del quartiere, ma tutti sono pronti a riconoscere la lesione procurata al diritto palestinese. Attraverso il fantastico tormentone del quartiere est tutti possono capire con facilità che Israele ha torto. Negli uffici, molti giocano al ministro degli esteri e spiegano il M.O. ai colleghi. Ci sono aziende in cui all'ora di pranzo l'80 per cento degli impiegati aprono il pacchetto con il panino al tonno e maionese, e il 50 per cento di loro sono ministri degli esteri con delega su Israele e il tonno e capperi. Poi il tormentone svanirà, qualcuno farà notare che l'argomentazione del quartiere est di Gerusalemme era inconsistente. Poco importa, i media faranno spalluccia. Diranno: è inutile riparlarne. C'è invece un più grande tormento. L'immensa nuvola nera che non se ne va dai cieli della Storia. L'antisemitismo.

Il Tizio della Sera


Dichiarazione ufficiale

Tizio della Sera, ti amo.
Per quella sofferenza che non sempre l'ironia riesce a velare.
Per quell'ironia che spesso riesce a sdrammatizzare una sofferenza antica di millenni.
Per il sorriso che, in mezzo a tanta sofferenza, quasi sempre riesci a strappare.
Per la passione che traspare da ogni tua parola.
Per l'intelligenza che accompagna la passione.
Per le stupende perle, che ormai sono collana lunghissima, che continuamente ci regali.
Per il mistero che ti avvolge.
Per quella nostra Fiorentina che ho cominciato ad amare mezzo secolo fa e, anche se il tifo non lo faccio più da un pezzo, non ho mai smesso del tutto.

barbara

Poi, se c’è ancora qualche pellegrino vagabondo sperduto che non sia venuto a conoscenza dell’appello di Fiamma Nirenstein in risposta all’oscenità di jcall, è caldamente invitato (che in realtà è un eufemismo, perché se non lo fate vi meno) ad andare a leggerlo e firmarlo qui. Per leggere l’ultima meravigliosa cartolina dovete invece cliccare qui.

                          

barbara


6 aprile 2010

UNA STORIA ALTERNATIVA - MA NON TROPPO

Cari amici,

la storia è questione di combinazioni, a volte di alchimie personali. Chi avrebbe immaginato negli anni scorsi un presidente personalmente ostile ad Israele, serenamente convinto che il suo compito principale in politica estera fosse rappacificarsi il mondo islamico, e ben deciso a regolarsi di conseguenza, a usare cioè Israele come moneta di scambio con gli arabi, sia pure fra oscillazioni, incertezze e confusioni - e soprattutto di ipocrisie e falsità? Nessuno forse. Eppure la situazione è questa.
Il 3 giugno 2008, in piena campagna elettorale davanti all´assemblea dell´Aipac, l´associazione ombrello filo-ebraica americana, aveva dichiarato: "any agreement with the Palestinian people must preserve Israel's identity as a Jewish state, with secure, recognized and defensible borders.
Jerusalem will remain the capital of Israel, and it must remain undivided." [ogni accordo con il popolo palestinese deve preservare l´identità di Israele come Stato ebraico, con confini sicuri, riconosciuti e difendibili. Gerusalemme resterà la capitale di Israele e non deve essere divisa] (trovate qui il testo del discorso: http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=91150432). Del resto da quindici anni c´è in America una legge che stabilisce esattamente questo (per un riassunto vedi qui: http://www.justice.gov/olc/s770.16.htm) Quella di Obama era però n realtà pura ipocrisia, menzogna consapevole o adulazione per ottenere qualche voto ebraico, come in effetti accadde. Poi, una volta eletto, Obama ha cambiato idea come sappiamo, o meglio ha tirato fuori le sue vere idee e ha detto e fatto ben altre cose. Vi prego davvero di perdere cinque minuti su questo link per vedere il comportamento di Obama, al di là delle esaltazioni giornalistiche: http://www.youtube.com/watch_popup?v=tCAffMSWSzY#t=28 .

Certo, non è la prima volta che un presidente americano è ostile agli ebrei e a Israele. Lo era Jimmy Carter, a modo suo lo era anche Eisenhower. Ma che sarebbe successo se al posto di Roosvelt a fronteggiare Hitler ci fosse stato un Obama, con la capacità di muovere la stampa e la società americana che ogni amministrazione americana ha? Molti di voi si ricorderanno di un romanzo di Philip Roth , intitolato "Il complotto contro l´America", uscito in italiano da Einaudi qualche anno fa, in cui presidente degli Stati Uniti diventa Charles Lindbergh, fanatico antisemita e ammiratore di Hitler, come in effetti l´aviatore era. Le conseguenze sono quelle che potete immaginare: la fine della democrazia e una persecuzione antiebraica estesa anche sull´America. Obama non è questo, naturalmente, non è un razzista antisemita dello stile hitleriano; ma chiaramente pensa che l´interesse americano sia di non farsi coinvolgere nelle storie di Israele e degli ebrei e che sia meglio allearsi con gli arabi che sono molto di più, hanno il petrolio e si presentano anche come vittime del colonialismo.
Ma, ripeto la domanda, che sarebbe accaduto se ci fosse stato un Obama a guidare l´America durante la seconda guerra mondiale, con tutta l´approvazione dei media autorevoli e degli opinion leader di cui gode ancora oggi, dopo un anno e passa di fallimenti internazionali? Grazie a un miracolo di internet, ho ricevuto una copia del New York Times proveniente da questo corso storico alternativo (sapete che c´è una seria teoria fisica per cui tutti i mondi possibili coesistono come universi paralleli...), e ve lo faccio leggere qui a fianco. Con molta angoscia, perché mostra com´è sottile il filo che ci porta a essere dove siamo. Ma anche con fiducia. Perché nella storia vi sono delle forze capaci di controbilanciare anche un presidente come Obama.

Ugo Volli



Ecco, questa è l’impareggiabile cartolina di ieri del come sempre impareggiabile Ugo Volli. E per pareggiare i conti con ciò che ho lasciato in sospeso, vi mando a leggere anche la cartolina dell’altro ieri e quella di oggi, che parla di miracoli in Terra Santa, che si chiama Santa appunto perché là ne succedono uno sfracello, di miracoli, come quello del salesiano ucciso dai perfidi giudei il 2 aprile 2002, notizia rimbalzata da tutte le agenzie di stampa, ripresa da tutti i giornali, talvolta anche con dovizia di particolari, cosa aveva fatto prima di morire eccetera eccetera e poi niente, è resuscitato, più bello e più vispo che pria. Per non parlare del miracoloso miracolo di Cana, molto più miracolosissimo di tutti gli altri miracoli in quanto avvenuto proprio sotto la lente del fotografo, no, non sto parlando dell’acqua mutata in vino, no, sto parlando del morto-alzati-e-cammina della guerra in Libano di tre anni e mezzo fa, resuscitato proprio proprio nel momento preciso in cui lo stavano fotografando, quindi un miracolo vero, un miracolo documentato, alla faccia degli scettici che dicono se non lo vedo non ci credo, ecco, guardate un po’ qua e portate a casa, tiè!

barbara


2 aprile 2010

LIBIDINE

Ero entrata il libreria per comprare un libro, che poi non ho trovato. Poi, mentre stavo uscendo, mi sono sentita chiamare. Era un libro su uno scaffale, che era lì che invocava Prendimi! Prendimi! Erano anni che, causa miseria galoppante, non compravo un libro. Non che mi mancasse da leggere: ne ho ancora centinaia, acquistati in anni di vacche grasse e non ancora smaltiti, e poi qualcuno mi è stato regalato, ma la libidine suprema, il godimento sublime del mettere le mani su un libro in libreria, sfiorarlo, accarezzarlo, afferrarlo, portarmelo via, ecco, di quella stavo patendo un’astinenza dolentissima. E quel libro lì che mi chiamava e chiamava. Beh, l’ho preso. E poi ne ho preso un secondo. E poi un terzo. E un quarto, un quinto, un sesto ... Ne ho presi dieci. Praticamente un’orgia, un’ammucchiata, un delirio di libidine all’ennesima potenza.
Poi, visto che mi ero ormai data alla libidine più spinta e sfrenata, ho preso un sapone di Aleppo, quello fatto a mano esattamente con gli stessi ingredienti e le stesse tecniche di quattromila anni fa, e altri quattro saponi agli oli essenziali, e una goduriosissima gelatina da doccia bluissima che quando te la passi sul corpo ti sguscia via da tutte le parti, dall’inebriante profumo di agrumi e di oceano e insomma un’altra libidine al quadrato.

E per completare l’opera ho preso anche due paia di sandali, bellissimi e luccicanti. Libidinosi, fanculo alla miseria.
E adesso, se volete godere anche voi, filate di corsa a farvi le due ultime cartoline dell’ineffabile Ugo Volli, una e due.

barbara


16 febbraio 2010

VADO E POI TORNO

E quando torno spero di avere di nuovo tempo per postare regolarmente come prima. Nel frattempo vi do l'opportunità di recuperare un po' di arretrati andando a leggere

Ugo Volli 1
Ugo Volli 2
Ugo Volli 3
Ugo Volli 4
Ugo Volli 5
Ugo Volli 6



Mi raccomando, fate i bravi, non picchiatevi, non infilatevi le dita nel naso, non mangiate troppe caramelle che vi si rovinano i denti, e soprattutto non smettete di venire qui, che vi controllo, sappiatelo!

barbara


7 febbraio 2010

PANE E DINTORNI

La notizia ha fatto scalpore, un paio di settimane fa: ogni giorno, si è scoperto, vengono buttate via spropositate quantità di pane. Cosa di cui davvero non riesco a capacitarmi, per il semplice motivo che non riesco a immaginare una sola ragione per cui il pane vecchio debba essere buttato via. Mi capita, sia pur molto raramente, di dover buttare via il pan carrè, perché quando resta lì troppo tempo fa la muffa. Ma il pane normale? Che cos’ha che non va quando è vecchio? Si può tagliare a dadini e metterlo in una zuppa, si può grattugiare e usarlo per impanare, si può sgranocchiare così com’è, con o senza una spolveratina di sale, quando arriva una improvvisa botta di fame. Io ho un cestino apposta per accogliere il pane avanzato; mi è capitato di mangiarlo anche vecchio di un anno, ed era buonissimo. Poi, in reazione a questa notizia, ho letto delle lettere al giornale. Una diceva, mi ricordo quando, in altri tempi, si teneva l’olio rimasto in fondo al piatto dell’insalata per condirci l’insalata successiva. Beh, io lo faccio sempre, sia perché non sono abbastanza ricca da potermi permettere di buttare via mezzo cucchiaio-un cucchiaio di olio al giorno, sia perché buttare via cibo e affini è cosa che davvero ripugna alla coscienza. Io conservo e riutilizzo l’olio dei vasetti dei sottoli, conservo il fondo di cottura di un arrosto per condirci la pastasciutta, riciclo assolutamente tutto: non divento più ricca, ma ho almeno la coscienza di non prendere a schiaffi la miseria.

                                      

Poi, dato che anche un Ugo Volli, fresco e fragrante di giornata o amorosamente conservato dal giorno prima, esattamente come il pane non va mai buttato, leggetevi l’Ugo Volli dell’altro ieri, quello di ieri e quello di oggi: non ve ne pentirete, ve lo dico io.

                                                

barbara


4 febbraio 2010

UMORISMO

Se per caso qualcuno si immagina che dell’umorismo abbiamo l’esclusiva gli ebrei, beh, si sbaglia …

"Dal paese dove se non ti piace il Corano ti processano"

Cari amici, sappiamo tutti per esperienza che la mamma dei cretini è sempre incinta. E anche quella degli antisemiti, ammettendo che si tratti di due mamme diverse. Quel che non sapevamo, forse, è che queste mamme partoriscono spesso dei grandi umoristi involontari. Vi ho raccontato l'altro giorno della bella battuta del sindaco di Malmoe per cui in sostanza il sionismo è una forma di antisemitismo (e viceversa?). Infatti "sono tutt'e due estremismi". E allora, se Goering e le SS erano autentici sionisti, come la mettiamo con gli antisemiti "moderati", quelli che non farebbero mai il lavoro sporco ad Auschwitz, perché sono signori educati, ma insomma "questi ebrei hanno davvero troppe pretese, e poi comandano loro in finanza, sui giornali, dappertutto, bisognerebbe che la smettessero"? Mah, chissà, un comico non è obbligato alla coerenza intellettuale, specialmente se di mestiere fa il politico.
E però ho trovato qualcuno ancora più (involontariamente) spiritoso del sindaco Ilmar Reepalu. Lui, anzi lei, perché si tratta di una signora, una vera signora, si chiama Gretta Duisenberg, abita nella fertile contrada eurabica d'Olanda, dove se non ti piace il Corano ti processano (a proposito, com'è finito il giudizio di Geert Wilders?). Di mestiere fa la vedova del primo presidente della banca europea, l'amica della regina d'Olanda e la protettrice degli islamisti nell'alta società olandese. È abituata a ripetere le solite cose connesse a quest'ultimo mestiere, per esempio queste citate da http://www.haaretz.com/hasen/spages/1146333.html: "la potente lobby ebraica gioca sul senso di colpa del paese per l'Olocausto" ... "è molto forte e potente e ancora specula sui nostri sentimenti anche se sono passati 63 anni dall'Olocausto" (magari con qualche errore di aritmetica che getta forse qualche luce sui problemi venuti fuori quando l'Euro fu istituito con la supervisione del marito: 2010 meno 63 a casa mia fa 1947, il nazismo secondo tutti i libri di storia cadde nel '45, ci sono due anni che ballano, o la signora vive una storia tutta sua o non sa far di conto... fate un po' voi). Ma poi nell'articolo aggiunge una piccola frase, anch'essa citata da Haaretz che le meriterebbe l'ingresso in un'edizione europea delle "formiche nel loro piccolo". Dice dunque la signora Duisberg che non se ne può più, "ogni volta che ce l'avete con gli ebrei, in Olanda vi chiamano antisemita" ("whenever you have something against the Jewish people in Holland they call you an anti-Semite."). Geniale, signora, ecceziunale veramente. Mi saluti la sua mamma e se se la sente, le regali la pillola del giorno dopo.

Ugo Volli



Effettivamente non si capisce perché ci sia gente che abbia la strana abitudine di chiamare antisemiti quelli che odiano gli ebrei, ma si sa che la gente è strana. E mentre ci sforziamo di abituarci a tutti queste stranezze, andiamo a leggerci l’ennesima perla del grande, sempre più grande, Gian Antonio Stella.



barbara


16 gennaio 2010

COME FU CHE IL MONDO ARABO DIVENNE IL MONDO ARABO

e che qualcuno ebbe modo di inventare la leggenda di una Palestina da sempre araba, musulmana e, soprattutto “palestinese”.

L'espansione terrestre


Verso il 633 le armate arabe, composte da tribù nomadi origi­narie dello Yemen, del Hijaz e di altre regioni dell'Arabia, inva­sero la Babilonia e la Siria. La conquista, scaglionata lungo circa un decennio, comportò alcuni decisivi scontri armati, ma soprat­tutto una serie di razzie e saccheggi a danno dei villaggi e delle campagne. La vittoria finale fu facilitata dall'intervento a fianco dei conquistatori delle tribù arabe che da circa due secoli si erano infiltrate, e talora stabilmente insediate, presso i confini mesopotamici e siro-palestinesi dell'Arabia. Queste tribù, alcune delle quali si erano convertite al cristianesimo, optando o per il nestorianesimo o per il monofisismo a seconda che fossero stanziate in territorio persiano o bizantino, in qualità di vassalle di questi Im­peri si assumevano il compito di difenderne le frontiere e di pro­teggerne le città e i villaggi dai saccheggi dei beduini, che condu­cevano un'esistenza nomadica nei deserti limitrofi.
Recentemente, l'analisi di questa migrazione delle tribù arabe e del loro insediamento nei territori persiano e bizantino ha in­dotto alcuni storici a sostituire la teoria di una conquista islamica fulminea con quella di un processo graduale spalmato su due se­coli: la costante penetrazione del mondo arabo nomade nei paesi caratterizzati da una civiltà stanziale. La disgregazione degli Im­peri persiano e bizantino e il crollo delle loro strutture difensive permisero alle tribù nomadi, unificate dall'islam, di invaderne le campagne e di reclutare per i loro raid, tra gli arabi insediati ai margini della Mesopotamia e della Siria, preziosi aiutanti che ben conoscevano la topografia di quelle regioni.
Alla morte del Profeta, il califfo Abu Bakr organizzò l'invasio­ne della Siria, un progetto che era già stato elaborato da Mao­metto. Radunò le tribù nomadi del Hijaz, del Najd e dello Yemen, e raccomandò ad Abu 'Ubayda, responsabile delle operazioni nel Golan (Palestina), di razziare le campagne ma di astenersi dall'assalire le città, non disponendo di adeguati armamenti.
Così, nella spedizione del 634 l'intera regione di Gaza sino a Ce­sarea fu saccheggiata e devastata. Quattromila contadini - cristiani, ebrei e samaritani -, che avevano difeso le loro terre, furono massacrati. I villaggi del Negev furono depredati da 'Amr ibn al-'As, mentre gli arabi si riversavano nelle campagne, tagliavano le co­municazioni e rendevano pericolosi gli spostamenti. Le città, tra cui Gerusalemme, Gaza, Giaffa, Cesarea, Nablus e Beit She'an, rimaste isolate, chiusero le loro porte. Nella sua omelia natalizia del 634 il patriarca di Gerusalemme Sofronio deplorava l'impossibilità di re­carsi a Betlemme come di consueto poiché i cristiani erano tratte­nuti con la forza a Gerusalemme, «trattenuti non da legami fisici, ma incatenati e paralizzati dal terrore dei saraceni», la cui «spada fe­roce, barbara e grondante sangue» li teneva prigionieri in città.
In Siria i ghassanidi, tribù araba monofisita, si schierarono con i musulmani. Sofronio, nell'omelia pronunciata in occasione dell'E­pifania del 636, si lamentava delle chiese e dei monasteri distrutti, delle città saccheggiate, dei villaggi dati alle fiamme dai nomadi che percorrevano in lungo e in largo il paese, e in una lettera del 636 a Sergio, patriarca di Costantinopoli, menzionava le devastazioni compiute dagli arabi. Nel 639 morirono migliaia di persone, vittime della carestia e della peste conseguenti alle distruzioni. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.48-51)

[…] Le fonti, in particolare quelle siriache e armene, ma anche quelle arabe, ci forniscono preziose informazioni sul processo di degrado delle regioni rurali dell'Impero arabo. Ne emerge che il calo demogra­fico dei popoli dhimmi, il regresso dell'agricoltura, l'abbandono delle campagne e dei villaggi e la progressiva desertificazione di province che, nel periodo preislamico, erano densamente popola­te e fertili, sono tutti fenomeni legati all'immigrazione delle tribù nomadi arabe, berbere (Spagna) e, più tardi, turkmene.
L'avanzata dei nomadi generò insicurezza, spopolamento e ca­restie. Nel 750, nella parte nord-occidentale della Spagna, le razzie dei berberi, l'incendio delle colture e la riduzione in schiavitù de­gli abitanti causarono una carestia tale che i conquistatori dovet­tero tornare nel Maghreb. Nello stesso periodo Palestina e Siria, soggette a una forte colonizzazione araba essendo Damasco sede del califfato omayyade, erano impoverite dalle epidemie conse­guenti alle carestie. Già intorno al 700 i villaggi un tempo fiorenti del Negev erano scomparsi, e alla fine dell'VIII secolo la popola­zione aveva abbandonato la maggior parte delle regioni comprese tra il Sud di Gaza e Hebron per rifugiarsi a Nord, lasciando die­tro di sé chiese e sinagoghe distrutte. Le stesse piaghe - brigan­taggio, guerre tribali, epidemie e carestie - afflissero la Mesopotamia sotto l'ultimo califfo omayyade Marwan II (744-750).

Ecco la spada degli arabi <rivolta> contro di loro; ecco una furia predatoria tale che è impossibile uscire senza essere saccheggiati e spogliati dei propri beni; ecco la carestia che infuria all'interno e al­l'esterno. Se qualcuno entra in casa, vi incontra la fame e la peste; se esce fuori, gli corrono incontro la spada e la prigionia. Ovunque non vi sono che crudele oppressione, dolore straziante, sofferenza e turbamento. (Ivi, p. 140)

Ecco, un po’ di Storia (rigorosamente documentata: andate a leggere il libro e troverete tutte le fonti) che dovrebbe aiutare a sfatare un po’ di leggende: non per i soliti noti imbottiti di propaganda filo terrorista della lobby del petrolio, ma per qualche disinformato in buona fede, se ancora ne esistono, potrà essere di qualche utilità. E anche lui proprio oggi tratta lo stesso tema, quindi correte a leggerlo.

barbara


15 gennaio 2010

UGO VOLLI DÀ I NUMERI

E siccome mi sembrano numeri decisamente interessanti, li faccio leggere anche a voi.

Quanti ex terroristi una volta usciti dalla prigione ricascano nel vizietto di ammazzare quelli che capitano a tiro ?

Cari amici, cosa pensate delle statistiche? Appartenete anche voi alla scuola di pensiero del Papa che di recente ha condannato insieme, senza darci troppo peso, come se fosse un'ovvietà, astrologi ed economisti come venditori di fumo? Sono perfettamente d'accordo sull'infondatezza dell'astrologia, parecchi anni fa ho anche scritto un libro per argomentarla, ma perché prendersela con gli economisti? La loro è una scienza basata sulla matematica, le cui fonti empiriche sono statistiche e quindi per definizione soggette a incertezza.
Dico questo non perché ambisca a consigliarvi su cosa fare coi vostri soldi: se ne avessi sarei praticamente sicuro di perderli, qualunque investimento facessi. Ma perché vorrei sottoporvi una strana statistica. La questione non è economica ma politica, o anzi giuridico-militare: quanti ex terroristi una volta usciti dalla prigione ricascano nel vizietto di ammazzare quelli che capitano loro a tiro, così, per esprimere la loro fede? Non fate scommesse, la risposta è complicata e incerta, ma importante. L'Associated Press ha diffuso dati per quelli che sono usciti da Guantanamo. E la risposta non è univoca. Anzi, di risposte ne abbiamo non una ma tre. Verso gennaio dell'anno scorso, prima che il buon Obama iniziasse la sua premiatissima e confusissima presidenza, gli ex detenuti del campo cubano che fossero stati individuati di nuovo dai servizi segreti americani come terroristi attivi erano valutati intorno all'11 per cento sul totale. Badate, non è poco, considerate le difficoltà logistiche per raggiungere il fronte, quelli che sono passati ad altre forme di confino o di prigione, i feriti e malati; considerate infine che Guantanamo non dev'essere stata un'esperienza proprio piacevole, che una persona non motivata potrebbe voler rischiare di ripetere. Il 10 per cento che ha ricominciato è proprio ostinato.
Be' ad aprile, secondo quel che racconta l'Associated Press, gli irriducibili erano già saliti al 14 per cento. E a dicembre questo che mi permetto di chiamare Effetto Obama era già decollato fino al doppio, il 20 per cento di ricadute complessive. Aspettiamo altri dati per vedere se cresce ancora, ma la tendenza è chiara. Essa può significare due cose: o che le ricadute accadono dopo un periodo diciamo così, di riposo o di latenza o ancora che la capacità dei servizi di individuare i terroristi bis cresce col tempo; oppure che gli ultimi terroristi sono più irriducibili dei primi (le ricadute devono essere più del doppio, valutiamo a spanne intorno al 30% almeno, per pareggiare i conti al 20% compensando i tassi più bassi dei primi); il che non sorprende, considerato che i primi rilasciati sono stati quelli meno pericolosi e poi, evidentemente a malincuore, chi ha amministrato questo aspetto della politica di sicurezza americana ha ceduto alle pressioni ideologiche dell'amministrazione e ha dovuto rilasciare anche i tipi più tosti. Col risultato di avere rimesso in circolazione alcune centinaia di sperimentati quadri terroristi, con il prestigio di chi ha resistito alla prigione e la capacità di diffondere il contagio.
Certamente questo fatto va accostato alla considerazione che anche gli assassini palestinesi che hanno ammazzato un rabbino un paio di settimane fa erano ex internati in una carcere israeliana, rilasciati in uno dei periodici "atti di buona volontà" verso l'Autorità Palestinese, che in realtà non servono affatto a migliorare la situazione sul terreno in Eretz Israel, ma solo a dare un piacevole, ma purtroppo transitorio senso di onnipotenza a politici e burocrati di Washington. Fatto sta che se il governo israeliano rilasciasse il migliaio di terroristi richiesto da Hamas, si troverebbe probabilmente di fronte lo stesso effetto: chissà quante decine e centinaia di assassini provetti in attività dal giorno dopo. Il che spiega la prudenza israeliana su questo scambio e soprattutto la resistenza a lasciarli tornare in Cisgiordania, dove potrebbero facilmente fare danni da subito. Sono statistiche, ma forse è meglio fidarsene ed essere prudenti che affidarsi ad astrologi e professionisti dei diritti umani (intesi come diritti degli assassini e non delle vittime). Voleva dire questo il papa? Probabilmente no. Ma oltre all'astrologia esiste anche un'economia del terrorismo. Che non è certo quella piuttosto complottista di Loretta Napoleoni - ma questo è un altro discorso.

Ugo Volli

Altri numeri interessanti li trovate qui e qui. Non che con questo ci si illuda che i duri e puri si decidano ad aprire gli occhi su Obama e sulla catastrofe planetaria che quest’uomo rappresenta, per carità, qui è da un pezzo che si è smesso di credere a Babbo Natale, ma insomma, ognuno fa la sua parte, ognuno porta il suo sassolino, si fa quello che si può. Con la certezza che, se non altro, nessuno può invocare l’attenuante dell’ignoranza in buona fede.

barbara


13 gennaio 2010

UNA COSA MI CHIEDO

Noi che, giustamente, ci indigniamo per l’abitudine delle autorità palestinesi, sia di hamas che di al-Fatah, di intitolare scuole e stadi e vie e piazze a terroristi assassini, noi ci accingiamo a celebrare e onorare un ladro latitante, amico e complice (complice attivo, molto attivo) dei suddetti terroristi assassini, che ha mandato allo sbaraglio – ossia servito alla mafia su un piatto d’argento - un giudice reo di avere trovato il suo nome indagando sui traffici di armi e di droga dei terroristi palestinesi, e si propone addirittura di intitolargli una strada, siamo sicuri di essere migliori di loro? (Poi magari quelli che si indignano e quelli che vogliono onorare la benedetta memoria del ladro latitante amico e complice dei terroristi eccetera eccetera non sono le stesse persone, vabbè, però rimane un’indecenza lo stesso, no?).

(Poi altre indecenze e altre indignazioni le trovi, come al solito, qui)

barbara

AGGIORNAMENTO: un piccolo promemoria qui, grazie a lei.


12 gennaio 2010

IL MIDRASH DIMENTICATO

 "Sorse un nuovo re in Egitto che non aveva conosciuto Giuseppe", così inizia il libro di Shemot. Dovrebbe essere un nuovo re nel senso letterale ma il midrash suppone anche che possa essere stato lo stesso re che si era dimenticato del bene fatto da Giuseppe. Sembra strano ma non lo è affatto. Nel Tempio Maggiore di Roma all'entrata a destra c'è una solenne lapide che ricorda la visita alla Sinagoga di Vittorio Emanuele III, lo stesso che qualche anno dopo avrebbe firmato le leggi razziste. Quando decisero di mettere la lapide forse furono i nostri che si dimenticarono il midrash del re d'Egitto. Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma



Brutto affare, quando la memoria fa difetto ... Meno male che abbiamo sempre fra di noi qualcuno che non perde mai né la memoria, né la grinta (grazie, grande Ugo!), uno e due.

barbara


11 gennaio 2010

DANIEL IL MATTO OVVERO I PANNELLI DEL PAPA

No, non è mai successo. Ma se fosse successo possiamo essere certi che è esattamente così che sarebbero andate le cose ...

Roma, Marzo del 1776

di Mario Pacifici

Josef Sacerdoti camminava per via della Fiumara in preda ad una crescente apprensione. Avrebbe pagato di tasca propria pur di evitare l'incontro che lo attendeva, ma non c'era nulla da fare. Toccava a lui quel discutibile privilegio, in forza dell'esperienza e dei capelli bianchi che ne facevano il decano dei fattori.
Già dialogare con quell'individuo era sempre sgradevole, rimuginava fra sé Sacerdoti, figurarsi quando si era nella necessità di chiedergli qualcosa che solo lui era in grado di offrire. Qualcosa di indispensabile per il ghetto.
Camminando si prefigurava nella mente i diversi modi di affrontare l'argomento, ma sapeva bene che quello non gli avrebbe dato modo di svolgere compiutamente i propri pensieri: lo avrebbe interrotto, irriso, dileggiato. Era quello il suo modo di rapportarsi col mondo e di certo non avrebbe fatto eccezioni per lui, considerate le vecchie ruggini che li dividevano.
Fece ancora pochi passi e finalmente lo scorse, seduto al banchetto di fronte alla sua bottega, intento a lavorare ad una pergamena.
Daniel Fornari era senza dubbio il migliore scriba che si fosse mai visto a Roma. I suoi Sefarim, sapientemente vergati per conto degli Ascarelli, dei Piperno o degli Almagià erano decantati come straordinari esempi di eleganza e di perfezione. E le sue Ketuboth, i contratti matrimoniali dipinti e miniati, erano il vanto delle famiglie più agiate del ghetto.
Era un artista ed un erudito. Se solo lo avesse voluto avrebbe potuto fregiarsi del titolo di rabbino, ma per farlo avrebbe dovuto accettare una disciplina cui era per natura refrattario. Ed in effetti le sue dispute con i rabbini e con i fattori erano così frequenti e così accese, da lasciarsi dietro una scia di rancori e di insanabili inimicizie. Perfino i pochi discepoli che frequentavano la sua bottega non duravano a lungo: a volte perché cacciati in un accesso d'ira, più spesso perché incapaci di sopportare i suoi modi aspri e collerici.
La gente faceva la fila per una sua Ketubah, riconoscendo il suo innegabile talento. Ciò nonostante tutto il ghetto lo chiamava senza alcun imbarazzo Daniel il Matto, sintetizzando in quel graffiante soprannome le sue esuberanze caratteriali.
Josef Sacerdoti si avvicinò al banchetto, dandosi un piglio disinvolto e fingendo dimenticate le asprezze intercorse.
"Sempre al lavoro, Daniel! Cosa preparate di bello, oggi?"
Lo scriba sollevò appena lo sguardo. Non degnò il fattore di una risposta ma per lui parlò l'espressione di ostentata sufficienza con cui tornò ad occuparsi della sua pergamena.
Josef si pose alle spalle del banchetto e rimase per qualche istante ad ammirare le miniature che lo scriba stava tracciando con mano sicura.
Con quell'individuo non aveva senso menare il can per l'aia, pensò. Tanto valeva rompere gli indugi ed affrontare la questione.
"Avete sentito della Cerimonia per la Presa di Possesso di Pio VI?"
Il sofer posò lo stilo sul banchetto e strofinò le mani sullo straccio che gli pendeva dalla cintura.
"I preti fanno festa. C'è qualche motivo per cui me ne debba rallegrare? Ditemelo, perché francamente io non ne vedo alcuno. Ed anzi, a dire il vero, mi domando perché voi pezzi grossi siate così eccitati per questa festa di goym. Come se la storia non vi avesse insegnato nulla. Come se ci si potesse aspettare qualcosa di buono da un nuovo Papa."
Il fattore prese uno sgabello e lo trascinò vicino a quello dello scriba, prendendo posto accanto a lui.
"Non siamo eccitati, Daniel, siamo preoccupati. Il Papa attraverserà Roma per recarsi alla Basilica Lateranense e tutti i rioni sono chiamati ad addobbare il suo tragitto con allegorie, festoni e scenografie. La Curia considera l'evento un momento di grande importanza per avvicinare il popolo al nuovo Pontefice e..."
"Cosa c'entriamo noi con tutto questo? Siamo un rione noi? No, siamo solo un ghetto. Gente angariata e reclusa più avvezza al bastone che alla carota. Gente che non ha niente a che vedere con il popolo, perché non è suddita, è schiava!"
"Non venite a raccontarle a me queste cose! Cosa credete, che io non sappia con chi abbiamo a che fare? Ma è proprio perché lo so che sono preoccupato. Il Vicariato ci ha assegnato un tratto del percorso del corteo pontificio e la nostra Università deve curarne le scenografie. Lo capite che non possiamo esimercene? E lo capite soprattutto che saremo giudicati per quel che saremo in grado di fare? Non credo che sia nel nostro interesse inaugurare il pontificato di Pio VI con un gesto di offensiva noncuranza."
Lo scriba rimase in silenzio per qualche istante, assumendo una provocatoria espressione di incredulo stupore.
"Mi fate pena Sacerdoti. Voi scodinzolate dietro alle loro sottane sperando che questo vi metta al riparo dal loro bastone. Beh, non è così! Fate pure le vostre scenografie! Festeggiate questo Pio VI che di certo non sarà migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto! Questo non farà crollare le mura della Casa dei Catecumeni e non aprirà i cancelli del ghetto. I nostri figli continueranno ad essere rapiti dalle guardie pontificie e la nostra gente sarà obbligata di shabat a sorbirsi il veleno delle loro prediche. Continueremo a portare i nostri segni gialli sui cappelli ed a patire il freddo di shabat solo perché ai goym è proibito di accendere i nostri focolari. Fate, fate Sacerdoti, ma non tentate di coinvolgere me in queste umilianti genuflessioni. Io sono un sofer, non un fattore."
"Ed è proprio di un sofer che abbiamo bisogno. E del migliore, per giunta, se non vogliamo sfigurare. Ci serve qualcuno che sappia coordinare i nostri sforzi e realizzare le nostre scenografie."
"Beh, non pensate a me. Io non sono disponibile. Non lo sarei nemmeno per un compenso principesco, figuriamoci per i pochi soldi che l'Università vuole pagare!"
Sacerdoti sembrò cogliere in quell'accenno al compenso una breccia in cui insinuarsi.
"I soldi non sono un problema. Ne ho già parlato con gli altri fattori e..."
"Figuriamoci. Lo so come paga l'Università: poco, male e tardi. In ogni caso non è questo ciò che conta. La mia risposta è no, perché non ho alcuna intenzione di confondermi con voialtri! Genuflettersi di fronte al Papa è un atto di idolatria, una profanazione del Nome. Io faccio mia la lezione di Rabbì Akivah, voi fate quel che volete!"
Sacerdoti trasse un profondo sospiro e si impedì di replicare come avrebbe voluto. Le cose dopotutto stavano prendendo la piega che aveva previsto. Si agitò per qualche istante sul suo sgabello e finalmente decise di giocare l'ultima carta che gli restava. Una carta sottile, pericolosa e ultimativa, tutta basata sulla presuntuosa prosopopea dello scriba.
"Beh, sono contento che la cosa non vi interessi. Il mio in fondo era solo uno scrupolo. Mi sarebbe sembrato scortese affidare ad altri l'incarico, senza avervi prima interpellato."
Daniel il Matto riprese in mano lo stilo e lo accostò titubante alla pergamena.
Passò qualche istante prima che sibilasse con studiata indifferenza: "Ad altri...?"
Sacerdoti si alzò rassettandosi le vesti, come a voler prendere congedo.
"Beh, a qualcuno lo dobbiamo pur dare questo incarico. Il tempo stringe e..."
Il sofer alzò le mani condiscendente.
"Certo, certo. Se proprio intendete assecondare i vostri preti... Ma giusto per curiosità, a chi intendereste affidarlo questo impegno?"
L'anziano fattore represse a stento un sorriso. Alla fine il sorcio si stava infilando fra le zampe del gatto.
"È un ragazzo promettente. Non che abbia fatto molto fino ad oggi, ma dicono che se avesse un'occasione potrebbe mostrare tutto il suo talento."
Daniel il Matto si sfilò i mezzi guanti e si strofinò con vigore le mani infreddolite.
"E chi sarebbe questo bamboccio inesperto?"
"Dovreste conoscerlo. A quel che dicono ha frequentato la vostra bottega. È Moisè Efrati."
Lo scriba si portò le mani ai capelli con una risata sarcastica.
"Oh shemagn Israel! Ditemi che non è vero. Ditemi che non è quello il Moisè Efrati che intendete!"
Il fattore allargò le braccia senza replicare.
"Quello, amico mio, non sa tenere in mano uno stilo. L'ho cacciato di bottega a calci dopo che mi aveva rovinato non so più quante pergamene. Un incapace... Un vero incapace, e voi gli andate ad affidare un lavoro così delicato! Così importante!"
"Non è che abbia molte scelte. E poi ne è passato di tempo da quando voi lo avete cacciato."
Daniel il Matto scrollò le spalle disgustato.
"Quello può fare lo scalpellino, non l'artista. Non è con lui che vi ingrazierete quei cialtroni della Curia. Tutt'al più darete loro una buona ragione per mandare qualcuno a bruciare il ghetto."
"Non tutti la pensano come voi. E del resto io non ne conosco di migliori di lui... A parte voi naturalmente."
Il sofer arricciò il naso con fare pensoso.
"Cosa dicevate del compenso...?"

Mancavano tre settimane alla Presa di Possesso e Daniel il Matto lavorò senza tregua. Le tele ed i pannelli che aveva richiesto ai fattori sotto le sue mani si colmavano di luci, di colori, di figure. Dipingeva in preda ad un furore estatico finché la luce glie lo permetteva e poi, nascosti i suoi pannelli, si lasciava cadere in un letargo esausto, per cominciare di nuovo all'alba del giorno successivo.
Quando finalmente arrivò il momento della Cerimonia, l'addobbo degli ebrei lasciò i romani senza fiato. Dodici grandi pannelli erano dedicati alle tribù di Israele ed ognuno aveva i suoi colori, i suoi simboli, le sue allegorie. Di fronte ad essi, sul lato opposto della strada, altri dodici pannelli raffiguravano i momenti salienti della storia biblica. Il sacrificio di Isacco, il sogno di Giacobbe, l'incontro di Giuseppe con i suoi fratelli e poi via via l'esodo dall'Egitto, le piaghe, la traversata del Mar Rosso. L'ultimo dei pannelli raffigurava Mosè che in un turbine di lampi e di luci annunciava al popolo le tavole dei comandamenti. Un lungo striscione sostenuto da pertiche bianche attraversava infine la via del corteo pontificio e in una fantasmagoria di colori su cui le lettere dorate sembravano galleggiare, una scritta emergeva potente: Fratres Sumus In Nomine Dei.
Perfino gli ebrei del ghetto si recarono nei giorni successivi sul luogo dell'addobbo ad ammirare con malcelato orgoglio l'opera di Daniel il Matto. Ed il successo del sofer non rimase confinato tra le mura del ghetto.
Qualche settimana più tardi Josef Sacerdoti ricevette un'inattesa comunicazione da un forbito Monsignore e si recò perplesso alla bottega di Daniel il Matto.
Già da lontano quello sfoderò la sua usuale indisponente tracotanza.
"Alleluiah! Vi siete finalmente deciso a portarmi i miei soldi?"
L'anziano fattore si impedì di replicare con lo stesso garbo.
Sedette invece accanto allo scriba e si guardò intorno per accertarsi di poter parlare in modo riservato.
"Vi porto qualcosa di meglio dei soldi. Il Papa vuole incontrarvi in udienza privata. Pare voglia affidarvi un lavoro."
Contrariamente ai timori del fattore, Daniel il Matto non dette in escandescenze. Si mostrò anzi lusingato dall'invito e soddisfatto che nessuno del ghetto fosse chiamato ad assistere all'incontro.
"Lo so io come si tratta con quella gente" disse spavaldo, e con questo sprofondò nuovamente Sacerdoti nell'angoscia.
Il giorno dell'udienza il sofer fu introdotto di mattina presto negli appartamenti pontifici e lasciato solo in attesa in una spoglia anticamera.
Molte ore più tardi, nessuno si era ancora affacciato sulla soglia per dargli notizia dell'incontro. Aveva fame, sete e bisogno di urinare. Continuava a camminare avanti e indietro per la stanza chiedendosi se i prelati si fossero dimenticati della sua presenza.
Cominciava già ad imbrunire quando un religioso si fece finalmente vivo per accompagnarlo dal Papa.
Il Pontefice sedeva ad un tavolo imbandito, al centro di un vasto salone.
"Fatti avanti" gli disse, indicandogli benignamente la sedia di fronte a lui, "e mangia con me."
Daniel il Matto prese posto al tavolo tenendo fra le mani il berretto con il segno giallo dei giudei.
"Prendi pure quello che vuoi, non fare complimenti."
Lo scriba fissò con disgusto il porcellino da latte che troneggiava al centro del tavolo.
"Non ho fame, vi ringrazio."
"Peccato" disse il Papa, "dovresti assaggiare questa trippa col pecorino. È fantastica!"
"Non ho fame."
"Quand'è così non ti dispiacerà se termino il mio pranzo."
Quando finalmente il Pontefice si alzò, Daniel il Matto era esasperato e il bisogno di urinare lo opprimeva.
"Sai cosa mi è piaciuto più di tutto del tuo addobbo?" chiese benevolmente il Papa. "Lo striscione. Fratres Sumus In Nomine Dei. Non c'era modo migliore per affermare questa verità."
Il sofer scrollò le spalle sforzandosi di celare il proprio malanimo per quella che considerava un'ipocrita provocazione.
"Il Signore ci ha creati a Sua immagine. Cristiani od Ebrei siamo tutti Suoi figli e la fratellanza è frutto del Suo amore. Dovremmo ricordarcelo sempre."
"È vero" disse il Papa. "Purtroppo voi ebrei lo dimenticate troppo spesso, ma siamo tutti fratelli, tutti figli di Abramo."
"Se lo dimentichiamo è perché i nostri amati fratelli ci chiudono nei loro recinti e ci impongono regole insopportabili. Anche fra fratelli bisognerebbe rammentare che 'amor fa amor e crudeltà fa sdegno'."
Il Papa lo squadrò con uno sguardo risentito.
"Stai abusando della mia pazienza, scriba. Ringrazia Dio che amo l'arte più di quanto detesti l'insolenza. Ora seguimi!"
Si avviò per i corridoi del palazzo fino a raggiungere una stanza spoglia e disadorna.
"Voglio fare di questa stanza il mio studio privato. Affrescala a tuo giudizio, perché da quel che ho visto sei in grado di farne qualcosa di straordinario."
Daniel il Matto ruotò lo sguardo sulle pareti della stanza e sulle grandi finestre che si affacciavano sulla città.
"Sono ebreo" disse titubante, "non dipingo i vostri soggetti sacri."
"Qualcuno te l'ha chiesto? " chiese il Papa. "Rifiutando il Cristo avete perso la vostra primogenitura, ma siete pur sempre i nostri fratelli. Dipingi dunque un'allegoria della fraternità. Fai quello che vuoi, non ti pongo limiti. Ma voglio un lavoro memorabile. Il dono di un fratello al suo amato fratello maggiore."
Daniel il Matto si mise al lavoro e non smise finché non fu consapevole di avere dato vita ad una sublime allegoria della fratellanza biblica.
La stanza disadorna che gli era stata affidata ora risplendeva di colori e figure di impareggiabile violenza espressiva.
"Eccoti la tua stanza, fratello maggiore," mormorò fra sé rimirando le pareti affrescate.
Appena avvertito del completamento dei lavori il Papa arrivò accompagnato da uno stuolo di prelati. Daniel il Matto lo attendeva lungo il corridoio e il Pontefice lo salutò con insolita cordialità.
"Ecco il mio fratello minore" disse forte, provocando l'ilarità del suo seguito "che si accinge a consegnarmi il suo superbo dono fraterno. Fammi strada, scriba."
Entrarono nella stanza per essere istantaneamente sopraffatti dalla ricchezza degli affreschi, dalla luce che ne emanava, dalle emozioni cui davano vita.
Dipingi la fraternità aveva detto il Papa e Daniel il Matto si era scrupolosamente attenuto all'incarico.
Sulla parete di sinistra era raffigurato Caino, il volto trasfigurato dalla furia omicida, nell'atto di avventarsi contro Abele. La scena emanava odio e violenza ma il volto di Abele era illuminato da una composta consapevolezza. Nessuna paura nei suoi occhi, nessun terrore nella sua espressione. Solo pietà per un fratello incapace di amare.
Sulla parete di destra era invece raffigurato l'allontanamento di Agar ed Ismaele dal campo di Abramo. Qui i sentimenti dei protagonisti emergevano dall'affresco con una sbalorditiva forza espressiva. Se Abramo era combattuto fra l'amore filiale e l'amore muliebre, sul volto di Sara si leggeva una sofferta soddisfazione ma anche una pena profonda per la colpa di cui si faceva carico. Sullo sfondo, la figura sofferta di Agar era dominata dal dolore per il tradimento di Abramo e dall'angoscia per la sorte di Ismaele. Ma era nei volti di Ismaele ed Isacco che Daniel il Matto aveva superato se stesso. Il primo era una maschera di rabbia. Il suo odio non si dirigeva contro il padre che lo cacciava ma contro il giovane fratello che della sciagurata decisione paterna era l'inconsapevole ragione. Nel suo sguardo c'era una luce di implacabile ferocia. Isacco emergeva invece dall'affresco come un grumo di sofferenza. La tragedia di Ismaele era anche la sua tragedia. Non l'aveva cercata, non l'aveva voluta. La subiva con dolore e rivolgeva al fratello una richiesta di comprensione e di perdono.
La parete centrale raffigurava infine l'incontro fra Giacobbe ed Esaù.
Sullo sfondo la gente di Giacobbe posseduta dalla paura per l'ostile violenza di Esaù e rincuorata tuttavia dalla promessa pacificazione. In primo piano invece le figure dei fratelli serrati in un abbraccio senza amore, che si baciavano promettendosi pace. Ma era un bacio poi quello che si scambiavano? O non era piuttosto un morso quello che Esaù tentava di portare al collo di Giacobbe? Il volto di Esaù era quello della violenza e della doppiezza, quello di Giacobbe rifletteva timore e prudenza.
Il Papa si ritirò sulla parete di fondo e lasciò spaziare lo sguardo sugli affreschi.
"Straordinario" mormorò, subito seguito dai sussurri di approvazione dei suoi prelati. "Ma aprite quelle finestre che entri la luce."
Dopo lo sguardo di insieme, ora voleva godere dei particolari.
Si avvicinò al primo affresco ed osservò con attenzione il volto di Abele.
Se ne allontanò corrugando la fronte.
Si avvicinò al volto di Caino e balzò all'indietro, spalancando la bocca.
"Non capisco" mormorò indeciso.
Volse lo sguardo verso i volti di Ismaele e di Esaù e rimase impietrito dall'orrore.
"Che cos'è questa infamia?" gridò in preda ad una furia incontenibile.
I volti dei tre fratelli maggiori dietro le sembianze giovanili ed i capelli fluenti raffiguravano i tratti del Sommo Pontefice. Quelli dei fratelli minori ritraevano invece Daniel il Matto.
"Non siete forse voi il nostro fratello maggiore?" gridò il sofer mentre già le guardie pontificie lo portavano via.
Il giorno dopo tutto il ghetto era al corrente dell'impresa di Daniel il Matto.
A raccontarla era lui, serrato nella gogna in via della Rue. Gli ebrei gli avevano aggiustato cuscini sotto le ginocchia e si curavano di alleviargli il tormento per quel che potevano. Ma soprattutto si beavano delle sue parole quanto lui, a dispetto dei ceppi, si beava di narrare lo sconcerto e la rabbia del Papa, l'imbarazzo e l'indignazione di prelati.
Daniel il Matto aveva sepolto sotto le risate del ghetto l'ipocrisia dei suoi fratelli maggiori.

mario.pacifici@gmail.com



E poi come al solito andate a leggere lui, un altro che castigat ridendo mores et mures.

barbara


10 gennaio 2010

OGGI ANDIAMO PER CARTOLINE

La strage dei copti testimonia il modo con cui l'islam affronta la dhimmitudine

Cari amici, vorrei organizzare un viaggio a Nag Hamadi. Sapete che cos'è? No? Eppure è un posto a soli 450 kilometri dal Cairo, molto importante per la cristianità, per due ragioni molto diverse. Wikipedia spiega che è "è una cittadina situata nel Governatorato di Qina (Egitto centrorientale), con una popolazione di circa 30.000 abitanti. È importante centro agricolo per la produzione di zucchero, a cui si affianca l'industria dell'alluminio e del cemento", la quale "fu nota anticamente con il nome di Chenoboskion, "recinto per oche". Ma le ragioni importanti sono altre. Una risale a sessantacinque anni fa, quando in una giara di terracotta, accanto a un monastero copto, vi furono trovati tredici papiri risalenti al III o al IV secolo, i cosiddetti "vangeli gnostici": testi di straordinario interesse su cui archeologi e teologi non si sono stancati di discutere.
La seconda ragione risale a un paio di giorni fa, alla vigilia di quella che in Europa è l'Epifania e nel calendario giuliano che i copti adottano ancora (come gli Armeni ecc.) è Natale. Come certamente avete letto, all'uscita della messa di Natale di quel paesone, c'è stato un assalto a sangue freddo da parte di un terzetto di persone su una macchina che hanno sparato sulla folla dei fedeli con armi automatiche, facendo sette morti e almeno nove feriti (http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_07/egitto-massacro-copti_45292ad8-fb7b-11de-a955-00144f02aabe.shtml). È un evento importante, così importante che io vorrei aprire una sottoscrizione per mandare in gita a Nag Hamadi quei preti dei presepi con le moschee di cui vi ho scritto l'altro giorno, i loro vescovi, l'intera Caritas, i religiosi della Consolata, insomma tutta quella brava gente cattolica che pensa di avere la missione di convincerci ad accogliere con gioia l'invasione, pardon, l'immigrazione islamica (e anche la loro controparte laica, protestante, valdese ecc., naturalmente). Una gita di massa, per una volta utile, invece delle vacanze a Gaza e in Cisgiordania. Utile come potrebbe essere spedire i gruppettari in Iran, perché si rendano conto di cos'è la repressione.
Perché è importante l'"incidente" di Nag Hamadi (dove la polizia naturalmente si è messa subito a imbrogliare le carte, parlando di faida, della vendetta per uno stupro e altre bizzarre giustificazioni)? Forse perché è un caso unico, eccezionale, uno straordinario "martirio" da testimoniare coi propri occhi? No, tutto il contrario, utile perché è la regola, quel che accade sempre, il modo standard con cui l'Islam affronta la diversità religiosa. Per dirne una sola, pochi giorni fa, a un centinaio di chilometri da lì, hanno bruciato un edificio, perché volevano aprirci una chiesa. E per soprammercato se la sono presa con le case della comunità copta (che, vi ricordo, sono i Cristiani convertiti nei primi secoli, eredi dell'Egitto antico ed ellenistico, conquistati dall'Islam con la forza nell'ottavo secolo).
Il fatto è che le cose vanno avanti così da dodici secoli, dalla conquista islamica dell'Egitto: violenze, intimidazioni, minacce, omicidi, pogrom, dissacrazioni... e di conseguenza conversioni di quelli che non ne possono più. E non è che questo accada specialmente contro i copti: contro gli ebrei, i cristiani di altre confessioni, contro tutti i non musulmani. Il modo standard di trattare le religioni "protette" (per i politeisti il Corano prescrive la morte immediata). E non solo in Egitto: in Arabia, nei territori palestinesi, nella "democratica" Turchia, dappertutto, in tutto quel delizioso "territorio della pace" che gli islamisti considerano loro per sempre e di cui non sono disposti a cedere neanche un millimetro, come in Israele. Quelli che ci invitano ad accogliere con favore i fratelli musulmani, preparano esattamente questo avvenire per i nostri nipoti. Speriamo che ci ripensino, per questo vorrei offrire loro un bel viaggio a Nag Hammadi, perché capiscano e meditino.
Non siete convinti? Guardate, ci sono classifiche per tutto. E per caso proprio ieri è uscita in rete la classifica dei paesi che opprimono di più i cristiani, aggiornata a tutto il 2009. La compila un'organizzazione che si chiama "Open doors"; il suo sito è questo: http://members.opendoorsusa.org/site/DocServer/WWL2010_test.pdf?docID=5801. Ma per risparmiarvi la fatica vi ho ricopiato nell'ordine l'elenco, anzi la classifica dei peggiori, cioè dei primi 50. Eccola: Korea North; Iran; Saudi Arabia; Somalia; Maldives; Afghanistan; Yemen; Mauritania; Laos; Uzbekistan; Eritrea; Bhutan; China; Pakistan; Turkmenistan; Comoros; Iraq; Qatar; Chechnya; Egypt; Vietnam; Libya; Burma/Myanmar; Azerbaijan; Algeria; India; Nigeria; Oman; Brunei; Sudan; Kuwait; Tajkistan; United Arab Emirates; Zanzibar Islands; Turkey; Djibouti; Morocco; Cuba; Jordan; Sri Lanka; Syria; Belarus; Tunisia; Ethiopia; Bangladesh; Palestinian Territory; Bahrain; Indonesia; Kyrgyzstan; Kenya (North East). Dei primi cinquanta, 39 sono paesi islamici, membri dell'OCI (organizzazione della conferenza islamica, il nuovo califfato, come la chiama Bat Ye'or. Altri sette sono paesi comunisti o ex da poco, gli altri sono dittature militari o fanatici induisti. Paesi occidentali non ce n'è, Israele naturalmente non figura, anzi praticamente nessuno fra i paesi citati ne riconosce l'esistenza; fra tutti solo l'India si può ragionevolmente definire una democrazia.
Insomma, chi perseguita i cristiani sono essenzialmente dittatori, islamisti e comunisti. Soprattutto, di gran lunga soprattutto gli islamisti. Quand'è che i bravi cattolici democratici capiranno che il nemico mortale non è l'Occidente, il consumismo, il laicismo, l'indifferenza religiosa, ma la violenza organizzata del fanatismo politico e religioso anti-occidentale? Quando si renderanno conto che eventi come Nag hammadi non sono occasionali, ma conseguenze di un metodo millenario? Quando smetteranno di pensare che il dialogo e l'accoglienza risolvono ogni cosa? Chiedeteglielo. E aiutatemi, anzi aiutateli, mandate un po' di questi preti e cattolici "di base" a parlare con i copti (o con chi condivide lo stesso destino in Siria o in Turchia). Forse capiranno che non si può servire la Croce e la Mezzaluna (o la Falce e Martello) allo stesso tempo.

Ugo Volli

In effetti lo ha detto anche Gesù che non si può servire Dio e Mammona, e bene fa Ugo Volli a condividere, parafrasandolo, il pensiero del suo antico correligionario. E dopo questa cartolina dell’altro ieri che non potevo, per il suo contenuto e per la carica di indignazione che contiene, relegare a un link, vi invito a leggere anche quella di ieri. Riporto invece interamente – e poi capirete perché – quella di oggi.

Voglio i danni per l'incendio di Gerusalemme nel '70 e.v.

La sapete l'ultima? Eccola, l'Iraq chiede a Israele i danni per aver distrutto nel 1981 il reattore nucleare di Osirak dove Saddam cercava di produrre le armi atomiche. Sembra una barzelletta, no? Ma è vero, lo ha detto un parlamentare iracheno, Muhammad Naji Muhammad, al giornale altrettanto iracheno al-Sabah. E sapete da chi sta cercano aiuto il governo iracheno per ricevere la giusta compensazione per non essere lasciato in pace a completare il compito lasciato interrotto dalla buonanima dello zio Adolf? Ma dall'Onu, naturalmente. Sembra una barzelletta, lo stato che ha gasato i curdi, che ha invaso il Kuwait, che ha attaccato l'Iran eccetera eccetera, che durante la prima guerra del golfo ha spedito i suoi missili con gas velenosi sulle città di Israele che in quella guerra non combatteva, be' quel paese vuole i danni per non aver potuto fare la Bomba.
Ma è qualcosa di più di una barzelletta, è una moda. La guerra legale contro Israele ("lawfare") si è estesa dai tribunali penali a quelli civili. Senza parlarne coi giornali, ma evidentemente con metodi efficaci, l'Onu ha raggiunto un accordo con Israele per farsi compensare con qualche milione di dollari i danni subiti dalle sue istallazioni durante l'Operazione piombo fuso. Di lì sparavano i cecchini di hamas, ma evidentemente questo non conta.
Il ministro degli esteri israeliano ha inoltre avvertito che oltre ai soliti mandati di arresto inglesi contro ufficiali e governanti israeliani, sono da mettere in conto cause civili nei tribunali americani contro i comandanti militari israeliani per i danni prodotti alle proprietà private nella stessa guerra.
Ultimo, come sempre, ma più fracassone di tutti è venuto fuori Ahamadinedjad, che ha dichiarato alla televisione di volere dall'America e dalla Russia i danni per l'invasione subita dalla Persia durante la seconda guerra mondiale. "Altro che sanzioni, ha detto in sostanza il presidentucolo, quelli ci devono dei soldi."
Insomma, la politica internazionale si fa sempre di più con l'arma della legge. Che questa mescolanza rovini la politica e anche la legge (e pure la storia, dati i tempi di cui si parla) non importa niente a nessuno (in particolare non agli avvocati, figuratevi le parcelle). Del resto gli stati del Terzo mondo non vogliono compensazioni per i crimini dell'imperialismo e dello schiavismo, avvenuti per lo più un paio di secoli fa? Io spero solo che il sindaco di Roma Alemanno faccia una bella causa alla Spagna per il sacco di Roma, deciso da Carlo V. Col ricavato, potrebbe forse pagare i danni dell'incendio di Gerusalemme del 70 dC, ad opera dell’imperatore Tito. Sperando che l'Egitto non cerchi di rivalersi per le 10 piaghe (ma forse per loro il Destinatario è sconosciuto...)

Ugo Volli



Carina la battuta sull’Egitto, vero? Solo che, ecco, Ugo Volli non lo sapeva, ma non è affatto una battuta … Leggete un po’ qua:

Un processo contro il popolo ebraico 25-08-03

Non sappiamo come dare ai nostri lettori questa notizia. È talmente assurda da sembrare falsa, ma una volta accertata la sua autenticità rimane da chiedersi come reagire, se scuotendo con disappunto la testa, se prendendosela con la eterna e sempre sorprendente stupidità umana, o se semplicemente sorridendo amaramente.
Nel numero del 9 agosto scorso il settimanale egiziano Al-Ahram Al-Arabi ha dato spazio ad una intervista con il dott. Nabil Hilmi, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Al-Zaqaziq.
L'illustre ed illuminato docente, coadiuvato da altri suoi colleghi, sta preparando una causa civile contro il popolo ebraico nella sua totalità. Ecco quanto egli afferma:
"Poiché gli ebrei fanno svariate richieste agli arabi ed al mondo, e pretendono il riconoscimento di diritti basati su fonti storiche e religiose, un gruppo di egiziani che vivono in Svizzera ha aperto il caso del cosiddetto "grande esodo degli ebrei dall'Egitto dei Faraoni". A quel tempo, essi rubarono all'Egitto dei Faraoni oro, gioielli, utensili di cucina, ornamenti d'argento, abiti ed altro, lasciando il paese a notte fonda con questo oggi inestimabile patrimonio".
Il capo degli egiziani emigrati in Svizzera, Gamil Yaken, ha fatto ricerche storiche ed ha nominato una squadra di giuristi per ottenere dal tribunale la restituzione di quanto gli ebrei rubarono allora. Questo furto non può essere vanificato appellandosi al tempo trascorso, ed è comprovato dai testi sacri degli ebrei.
Il Faraone era rimasto esterrefatto, continua Hilmi, al vedere le donne egiziane che piangevano per quanto era stato loro rubato nel corso della più colossale rapina che la storia ricordi.
Questo furto, secondo Hilmi, è in perfetta armonia con "la moralità ed il carattere degli ebrei", ed egli cita alla lettera dialoghi fra il Faraone e le donne del tempo, che descrivevano nei dettagli al loro sovrano gli oggetti rubati.
Una indagine di polizia ordinata dal Faraone svelò che Mosè ed Aronne, a causa "della natura perversa degli ebrei", avevano ordito questo crimine con la complicità dei rabbini, e malgrado il desiderio del popolo egiziano di essere loro amico.
Secondo il calcolo molto minuzioso di Hilmi e dei suoi esperti, considerando anche gli interessi maturati e la svalutazione, sulla base del peso dei preziosi rubati, egli valuta che si debbano moltiplicare 300 tonnellate d'oro per 5.758 anni, con il risultato di 1.125 trilioni di tonnellate d'oro al valore attuale. Per non parlare del valore degli altri beni.
Ma, bontà sua, egli proporrà al tribunale un compromesso onorevole: che agli ebrei, cioè, sia concesso di restituire questi beni frazionandoli in mille anni.

Federico Steinhaus



Sì, lo so che è banale dire che la realtà supera la fantasia, ma che altro dire di fronte a questa cosa? Caro Ugo Volli, rassegnati: gli arabi, in fatto di fantasia – soprattutto quando si tratta di estorcere e rapinare prendendo per i fondelli l’intero pianeta - ti mangiano la pappa in testa!

barbara


8 gennaio 2010

SCONTATO

È successo un po’ di anni fa, e non è che ci sia un motivo particolare per raccontarvelo oggi, però non c’è neanche un motivo per non raccontarvelo oggi e quindi ve lo racconto e se a qualcuno non sta bene, vabbè, peggio per lui.
Succede dunque che la padrona di casa ha bisogno di parlarmi; vede però che le persiane sono chiuse, e dato che è il fine settimana pensa: è via. Non le viene in mente di suonare il campanello per verificare se sia effettivamente via o no, semplicemente lo dà per scontato, e aspetta. Il lunedì mattina le persiane sono ancora chiuse, e lei pensa: “O è rientrata stamattina ed è andata direttamente a scuola, o è successo qualcosa”. Un po’ preoccupata, per accertarsi di come stiano le cose, chiama la scuola e chiede se ci sono. La segretaria dice: “No, non è a scuola, è a casa in malattia”. E lei: “No no, a casa non c’è”. La segretaria non provvede a chiederle se lo abbia verificato: dal momento che lo afferma con così assoluta sicurezza dà per scontato che lo abbia fatto, e quindi va dal preside e annuncia: “È scomparsa la Mella”. “Come scomparsa?” “Scomparsa: dovrebbe essere a casa in malattia ma a casa non c’è e non si sa dove sia”. Il preside non le chiede se abbia telefonato per controllare: dà per scontato che lo abbia fatto, e i due cominciano a studiare il da farsi. Per prima cosa chiamano il mio medico per sapere se per caso mi abbia fatta ricoverare. Ora, dovete sapere che il mio preside dell’epoca era un tale losco figuro che appariva falso anche quando casualmente gli accadeva di essere sincero. Così quando comincia a chiedere informazioni su di me, il dottore si mette subito sulle sue; al che quello, per far apparire più accettabile la richiesta di notizie si mette a raccontare tutta una storia di tubi che perdono, di soffitti bagnati, di necessità da parte della padrona di casa di verificare dove fosse la perdita … era tutto vero, ma in bocca sua appariva falso come la strada ferrata, come si dice dalle mie parti, e il dottore, in tono molto secco e molto irritato, ha detto: “Le confermo che la professoressa Mella è malata, e questo è tutto ciò che lei ha il diritto di sapere” e ha sbattuto giù. Fallito il piano A, passano al piano B: forse, dal momento che vivo sola, prima di mettermi a letto ho fatto un ultimo sforzo e sono andata dai miei in modo che mi possano curare. Detto fatto chiamano a casa dai miei, per sentirsi ovviamente rispondere che no, lì non ci sono. E a questo punto è la volta di mia madre, che naturalmente dà per scontato che la scuola prima di chiamare lei abbia verificato che non sono a casa, di cominciare a tormentarsi: essendo malata, sicuramente non sarò andata in giro, e allora, se non rispondo al telefono, come sembrerebbe avere constatato la scuola, cosa diavolo mi potrà essere successo? Nel frattempo il preside, ormai sull’orlo della crisi di nervi, dice: “Chiamiamo i carabinieri”. Con la cornetta del telefono già in mano, la segretaria ha finalmente un barlume di resipiscenza e dice: “No aspetti, facciamo un ultimo tentativo: provo prima a chiamare lei, e se non risponde avvertiamo i carabinieri”. E in quel momento l’illuminazione l’hanno avuta tutti, e tutti in contemporanea: la segretaria, mia madre, la padrona di casa … Dove si dimostra che dare per scontate le cose senza verificarle non è una buona idea, ma proprio proprio per niente.
(Poi, certo capitano anche le eccezioni: lui, per esempio, aveva dimenticato di dare per scontato che i perfidi giudei sono, per l’appunto, perfidi, e guardate un po’ che razza di sorprese si è ritrovato).

barbara


5 gennaio 2010

PER VEDER FINIRE L’ERA DEI RAPPORTI GOLDSTONE

Prendere il toro per le corna

di Noah Pollak

Dal 1948 al 1973 i nemici di Israele hanno combattuto conflitti che per lo più si attenevano alle dottrine di guerra tradizionali. Le guerre avevano una data di inizio e di fine, i soldati indossavano uniformi, gli eserciti combattevano per conto di stati sovrani. Ogni volta, tuttavia, risultarono sconfitti, spesso in modo umiliante.
Dopo la guerra di Yom Kippur del 1973, gli Stati Uniti cercarono di interrompere l'incessante conflitto stringendo un'alleanza che garantiva a Israele un consistente vantaggio militare rispetto a qualunque aggressione regionale. Gli arabi capirono l'antifona: Egitto e Giordania finirono col chiedere la pace, e gli altri nemici di Israele da allora non hanno più lanciato una guerra convenzionale.
Ma non per questo quei nemici hanno cessato di guerreggiare. Oggi Siria e Iran - il cosiddetto "blocco della resistenza" - persegue una diversa strategia che consiste nell’incrementare le risorse delle milizie terroristiche che attaccano Israele al posto loro. Nonostante le sconfitte tattiche subite sul campo di battaglia da gruppi come Hamas e Hezbollah, la strategia nel suo complesso funziona. Essa permette a Siria e Iran di prendersi il "merito", in Medio Oriente, come quelli che osteggiano Israele senza rischiare ritorsioni sul loro suolo; separa la conflittualità continua da ogni possibile rischio per i loro regimi, diminuendo in questo modo il deterrente a continuare la guerra; costringe in combattimenti in aree densamente abitate da popolazione civile, compromettendo la superiorità militare delle Forze di Difesa israeliane e assicurandosi una cospicua dose di danni civili di cui mass-media e Ong - due soggetti che oggi tendono sempre più a coincidere - danno tutta la colpa a Israele, e non ai gruppi terroristi che scatenano le guerre.
E poi, cosa forse più importante, la strategia della "resistenza" crea un'inversione morale: sia nella guerra in Libano che in quella nella striscia di Gaza, agli occhi dei mass-media e dell'opinione pubblica Israele è stato tramutato da aggredito che combatte per difendersi in aggressore che commette atrocità. Se il massimo obiettivo, in guerra, è sconfiggere le forze armate nemiche, bisogna dare atto a Siria e Iran d'aver messo in campo una strategia in grado di trasformare spesso la superiorità militare d'Israele in un handicap.
Oggi, molto tempo dopo che i combattimenti sono cessati, Israele è ancora fatto oggetto di una cinica campagna di vituperio internazionale per le ultime guerre combattute. Lamentarsi dei due pesi e due misure non serve: lo stato ebraico sarà sempre il bersaglio privilegiato di attivisti che sanno bene quanto sia più facile dare addosso a una società piccola, libera e autocritica - specie se abitata da cittadini che bramano l'approvazione del resto del mondo - piuttosto che battersi contro stati più forti o superpotenze. Il che è ancora più vero quando si può costringere Israele a combattere una guerra ogni pochi anni garantendo in questo modo ai suoi denigratori un costante rifornimento di "prove" della sua criminale cattiveria.
La nuova strategia di combattere per interposti gruppi terroristi, dotati della forza e del perfezionamento di eserciti regolari senza però i limiti e le responsabilità di quelli, sta dando frutti. L'obiettivo non è quello di sconfiggere Israele sul campo di battaglia, ma di condurre una guerra di usura che eroda la sua fiducia in se stesso, che ne metta in discussione la limpidezza morale, che lo trasformi in un paria tra i popoli democratici.
E tuttavia il successo di questo modello di guerra dipende da un fattore importante: dal fatto che Israele accetti di combattere sul terreno imposto da Siria e Iran. Molti sostengono che Israele ha ristabilito la sua deterrenza rispetto a Hamas e Hezbollah. Può darsi, ma è solo temporanea: lo testimoniano i missili, le granate e le munizioni da mortaio sulla nave Francop. Di più, Israele esercita la sua deterrenza solo sui quadri inferiori della gerarchia dei gruppi terroristi, che sono in grado di rinnovare i loro ranghi e le loro risorse molto più facilmente di quanto non faccia un regime statale. È difficile credere che negli anni a venire non vi sarà un altro conflitto con Hezbollah, che innescherà il solito ciclo di eventi perfettamente prevedibile: vittime civili in Libano, condanna di Israele, indagini farsa di Onu e Ong, peggioramento del senso di isolamento d'Israele, che renderà ancora più difficile arrivare alla pace.
Ma la situazione potrebbe essere ribaltata spostando l'obiettivo della controffensiva sugli stati che sponsorizzano Hamas e Hezbollah. Carl Von Clausewitz sosteneva che "una delle valutazioni più importanti" consiste nell'individuare "il centro di gravità delle forze nemiche", per attaccare lì dove l'attacco avrà più effetto. Combattendo a Gaza e in Libano, Israele attacca la periferia del nemico, non il suo centro di gravità, e le sue vittorie saranno sempre temporanee. Private, invece, di stato-padrino, Hamas e Hezbollah sarebbero ridotti all'ombra di se stessi: perderebbero gran parte delle loro armi, dei soldi, dell'addestramento, del supporto ideologico che li rende attori tanto potenti.
I modi per esercitare pressione contro il centro di gravità non devono necessariamente conformarsi ai metodi tradizionali: nulla esclude di contrastare l'asimmetria con l'asimmetria, o di perseguire nuove iniziative economiche e diplomatiche. Ma una cosa è certa: se Israele vuole veder finire l'era dei rapporti Goldstone e delle navi cariche di missili, deve spostare il mirino sulla sorgente del problema. La deterrenza non funzionerà mai se non includerà l'intero spettro dei nemici. (Jerusalem Post, 23 novembre 2009 - da israele.net).

Non per darmi arie, ma io questa cosa è da una vita che glielo dico, a Israele; il guaio è che Israele non mi ascolta. Ma se un giorno si decidesse ad ascoltarmi ...
Nel frattempo vediamo di recuperare qualche cartolina arretrata: uno, due, tre, quattro, cinque, sei.


barbara


23 dicembre 2009

TROVA LA DIFFERENZA



Splendido manifesto trovato in un blog iraniano (grazie alla sua segnalazione), perché il governo è una cosa e la gente un'altra, spesso molto ma molto ma molto diversa. E poi, abbastanza in tema, la solita cartolina.

barbara


13 dicembre 2009

UN MUSULMANO IN UN PAESE EBRAICO

Per capire le accuse mosse agli israeliani

di Tashbih Sayyed

Il dott. Tashbih Sayyed era quello che si può tranquillamente definire un musulmano liberale. Nato in Pakistan nel 1941 (e morto nel 2007), membro del Jihad Watch Board., redattore capo di Pakistan Today e Islam World Today, tra il 1967 e il 1980 ha lavorato per la Pakistan Television Corporation, battendosi sempre per la democrazia e contro il terrorismo.
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e l'ondata filofondamentalista che inneggiava alla jihad, invece di accodarsi alla massa per dichiarare guerra agli infedeli, Sayyed ammise apertamente e a gran voce che esisteva un problema all'interno dell'Islam che andava risolto. Una volta disse ad un suo amico: "La mia vita intera è dedicata ad un solo scopo: far capire ai Musulmani che la loro teologia ha bisogno di essere riformata e reinterpretata. Chiunque pensa che non ci sia nulla di sbagliato è o cieco o un apologeta.
Ci sono molte cose nelle Scritture che hanno bisogno di essere riformate e contestualizzate, in modo che esse non possano essere usate dai terroristi per giustificare omicidi, attentati e delitti d'onore". Nonostante questo non abbandonò mai la religione musulmana, perché credeva in una riforma dall'interno.
Nel 2005 compì il suo primo viaggio in Israele, al termine del quale scrisse il seguente articolo dal titolo: "Un musulmano in un Paese ebraico" che è tuttora di stretta attualità. Elena Lattes

Quando sono atterrato a Tel Aviv con il volo LY 0008 dell'El Al il 14 Novembre 2005, con mia moglie Kiran, la mia mente era impegnata nell'organizzare e nel riorganizzare la lista di cose che avevo intenzione di compiere. Volevo usare la mia prima visita in Israele per sentire la forza dello spirito ebraico che rifiuta di cedere alle forze del male, nonostante migliaia di anni di antisemitismo. Non volevo indagare sugli episodi di coloro che si immolano, ma i motivi della determinazione degli israeliani a vivere in pace.
Ci sono molte cose di cui volevo parlare, soprattutto della loro riluttanza a fare qualcosa contro la scorretta informazione che continua a dipingerli come cattivi.
Sebbene capisca perché i media, che coprono ragionevolmente la maggior parte degli eventi in modo accurato, scelgono di ignorare le regole etiche del giornalismo quando si tratta di Israele, non potevo comprendere la profondità della riluttanza israeliana a sfidare la stampa negativa in maniera efficace.
Il biasimo mediatico mi ricordava l'era nazista, quando i giornali tedeschi erano tutti sotto il Ministro hitleriano per la Propaganda, Joseph Goebbels, che raccoglieva ogni parola di odio contro gli ebrei.
Proprio come i giornali tedeschi che rifiutavano di stampare la verità sulle terribili atrocità commesse nei campi di sterminio in Europa, o che affermavano che era tutta un'esagerazione, i media oggigiorno ignorano il terrorismo arabo. Volevo vedere se c'era qualche verità nelle accuse secondo le quali Israele sarebbe uno Stato di apartheid, discriminatorio e non democratico.
Sapevo che un vero Stato Ebraico non poteva non essere democratico, poiché il concetto di democrazia ha sempre fatto parte del pensiero ebraico e deriva direttamente dalla Torah (Pentateuco N.d.T.). Per esempio quando nel Preambolo della Dichiarazione di Indipendenza, Jefferson scrisse che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà e il raggiungimento della Felicità, egli si stava riferendo al Pentateuco secondo il quale tutti gli uomini sono creati ad immagine divina. Ero sicuro che Israele non poteva essere razzista o discriminatorio, poiché si basa sull'idea del patto tra Dio e gli ebrei, nel quale entrambe le parti hanno accettato su di sé doveri e obblighi, sottolineando il fatto che il potere è stabilito attraverso il consenso di entrambe le parti piuttosto che attraverso la tirannia del più forte.
La mia concezione dello Stato ebraico trovò conferma quando dovetti compilare il questionario di ingresso, prima di atterrare a Tel Aviv: non chiedeva la mia religione come invece prevedeva la legge in Pakistan e al contrario dell'Arabia Saudita nessuno mi chiese un certificato attestante la religione.
Mentre il volo si avvicinava alla Terra Promessa, continuai a rimuginare sulla lista delle accuse mosse abitualmente ad Israele dai suoi nemici:
gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore;
Israele non è democratico;
I cittadini arabi musulmani non hanno pari diritti.

Gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore
Da Tel Aviv a Tiberiade, da Gerusalemme a Izreel, dalle alture del Golan al confine con Gaza, non riuscii a trovare nessun segno di paura. In effetti la gente si sentiva così sicura che nessun negozio, nessun benzinaio, nessun mercato o nessun residence dove andammo e dove sapevano che eravamo musulmani ritenne necessario perquisirci o interrogarci. Specialmente quando Kiran e io andammo una sera in via Ben Yehuda a Gerusalemme, la trovammo brulicante di gente di tutte le età. Il terreno era tremolante per la musica e i giovani, ragazzi e ragazze, erano così intenti a divertirsi che non si curavano affatto di guardarsi intorno. I turisti erano impegnati negli acquisti e l'intera folla sembrava muoversi al ritmo della musica.
Non potevo non paragonare il senso di sicurezza in Israele con l'atmosfera di insicurezza che esiste nel Paesi musulmani. Dall'Indonesia all'Iran, dall'Afghanistan all'Arabia Saudita, la gente non è sicura di niente. Nella capitale pakistana, Islamabad, e nel porto di Karachi, mi veniva costantemente consigliato di non fare grandi acquisti pubblicamente per non incoraggiare i ladri a seguirmi. Non sentii nessuna notizia di violenza, di orribile assassinio o di rapina in Israele.

Israele non è democratico
Come musulmano sono molto più sensibile all'assenza di libertà democratiche in qualunque società e non credo che qualcuno, se non gli antisemiti, potrà negare che Israele è una democrazia.
La democrazia in Israele è proporzionale e rappresentativa, ma le coalizioni democratiche per rendere effettiva ogni decisione hanno necessariamente i loro problemi.
Si presentò a noi il primo giorno a Cesarea. L'aria era piena di dibattiti e discussioni politici. La decisione di Ariel Sharon di lasciare il Likud e formare un nuovo partito politico dominava la hall dell'albergo e sottolineava i problemi causati dalla necessità di avere una coalizione democratica.
"L'obiettivo di una società libera e democratica israeliana è di raggiungere un compromesso soddisfacente, ma spesso le conclusioni sono meno soddisfacenti, specialmente per la maggioranza. Essa richiede coalizioni e unità, ma anche controlli e bilanci su ogni potenziale abuso dei diritti della minoranza. Questo è migliore del sistema americano repubblicano rappresentativo che è veramente una rappresentanza di potere e di interessi specifici. Negli Usa hai una democrazia per pochi, in Israele hai una democrazia per tutti".
Ho tentato faticosamente di trovare uno Stato musulmano che ha una vera democrazia e dove alle minoranze religiose sono concessi uguali diritti, ma ho fallito. La mappa del mondo musulmano è troppo affollata di re, despoti, dittatori, falsi democratici e autocrati teocratici e la persecuzione delle minoranze è una parte essenziale del comportamento sociale islamico. Ma qui, protetto dai princìpi democratici di Israele, ai cittadini arabi musulmani sono riconosciuti tutti i diritti e privilegi della cittadinanza israeliana. Quando si tennero le prime elezioni per la Kneset, nel 1949, agli arabi israeliani fu riconosciuto il diritto di voto e la possibilità di essere eletti al pari degli ebrei israeliani. Oggigiorno gli arabi israeliani hanno pieni diritti civili e politici necessari per una completa partecipazione nella società israeliana. Essi sono attivi nella vita sociale, politica e civile del Paese e sono rappresentati nel Parlamento, agli Affari Esteri e nel sistema giudiziario.
La fede israeliana nella democrazia spiega anche il loro rifiuto a rispondere al terrorismo islamista in modo violento. Nonostante fossi consapevole della debolezza umana che permette alla rabbia di opprimere le migliori intenzioni, non riuscii a trovare israeliani che agivano per vendetta contro i loro compatrioti arabi. La mia esperienza come musulmano mi portava ad aspettarmi il peggio dal comportamento umano; i musulmani sotto l'influenza dell'Islam radicale si sono scatenati nel terrore contro i non-musulmani perfino quando fu appurato che le accuse di offese antiislamiche erano false.
Ho pensato che ci volesse uno sforzo sovrumano per ignorare le atrocità subite e rimanere liberi dalle emozioni di vendetta. Nella mia esperienza delle società musulmane, alle minoranze non è mai stato concesso il beneficio del dubbio. L'odio per i non musulmani e lo scoppio della violenza contro le minoranze religiose tra i radicali musulmani sono rimasti una norma piuttosto che un'eccezione. Come musulmano non-wahabita ho personalmente affrontato le loro barbarie e ho visto Cristiani, Induisti e altre minoranze perseguitate in base a falsi pretesti. Ho pensato che se gli wahabiti in Arabia Saudita possono condannare un insegnante a 40 mesi di prigione e 750 frustate per aver lodato Gesù, non sarebbe irragionevole da parte israeliana punire i palestinesi per gettare pietre ai fedeli al Muro Occidentale e bruciare la tomba di Giuseppe.
Ma perfino in questo campo gli israeliani hanno rivelato il mondo sbagliato. Nonostante le quotidiane provocazioni, hanno tentato con successo di non scendere allo stesso livello di depravazione dei loro nemici Arabi.
Il mondo è abituato alla violenza quotidiana che viene perpetrata contro le minoranze religiose nel mondo Musulmano. Solo un paio di giorni fa, i fedeli musulmani in Pakistan hanno irrotto attraverso le mura di una chiesa, incendiandola e scardinandone le porte. Stavano reagendo a delle voci secondo le quali un cristiano aveva dissacrato il libro santo, il Corano. Hanno fracassato l'altare di marmo della Chiesa del Santo Spirito e infranto le finestre di vetro. Hanno anche incendiato un'abitazione cristiana e la vicina scuola femminile di Sant'Antonio. In un momento le fiamme hanno lambito i muri e il fumo nero ha riempito il cielo. Per giorni i clericali wahabiti hanno continuato ad incitare i seguaci musulmani ad uscire dalle loro case e difendere la loro fede scatenando il terrore.
Mi chiedo se un giorno un israeliano potrà trovare giustificabile copiare quel che gli Wahabiti stanno facendo in Iraq e in altri posti - sequestrando, uccidendo e decapitando gli infedeli. Più recentemente il corpo di un autista indù, Maniappan Raman Kutty, è stato trovato con la gola tagliata nel sud dell'Afghanistan per nessuna ragione evidente, se non quella della sua fede.
Ma non c'è niente nella storia che potrà sostenere i miei timori: gli Ebrei nonostante siano soggetti agli atti più barbari di terrorismo, non hanno ancora reagito per vendetta contro i loro persecutori. E concludo che la mia prima visita in Israele mi aiuterà a sciogliere l'enigma sull'insistenza israeliana nel continuare a rimanere un obiettivo del terrore islamico.

I cittadini arabi musulmani di Israele non hanno pari diritti
Quando il nostro autobus con aria condizionata percorse le curve della strada montagnosa che porta nel cuore della Galilea, non potevo non vedere l'ergersi dei minareti che identificavano una quantità di cittadine arabo palestinesi che punteggiavano i lati delle colline. Le imponenti cupole delle moschee sottolineavano la libertà di cui i Musulmani godono nello Stato ebraico. Grandi abitazioni arabe, intensa attività edilizia e grandi automobili delineavano la prosperità e l'agiatezza della vita palestinese all'ombra della Stella di David.
Sulla strada dalla città di David all'albergo Royal Prima a Gerusalemme, chiesi al mio tassista palestinese come si sentiva nell'andare nei territori sotto l'Autorità Palestinese. Mi disse che non aveva mai potuto pensare di vivere fuori di Israele. La sua risposta sfatò il mito diffuso dagli antisemiti secondo il quale i cittadini arabi israeliani non sono felici qui.
Un altro palestinese mi informò che gli arabi in Israele hanno pieni diritti elettorali. Infatti Israele è uno dei pochi Paesi nel Medio Oriente dove le donne arabe possono votare. In contrasto con il mondo arabo non israeliano, esse godono dello stesso status degli uomini. Le donne musulmane hanno il diritto di votare e di essere elette nei pubblici uffici. Esse, infatti, sono più libere in Israele che in qualunque altro Paese musulmano. La legge israeliana proibisce la poligamia, il matrimonio con bambine e la barbarie delle mutilazioni genitali femminili.
Inoltre ho scoperto che non ci sono casi di delitti d'onore. Lo status delle donne musulmane in Israele è di gran lunga superiore a quello di qualunque Paese nella regione, gli standard di salute sono tra i più alti nel Medio Oriente e le istituzioni sanitarie israeliane sono aperte a tutti gli arabi al pari degli ebrei.
L'arabo, come l'ebraico, è lingua ufficiale e sottolinea la natura tollerante dello Stato ebraico. Su tutti i cartelli stradali i nomi in arabo campeggiano accanto a quelli in ebraico. E' la politica ufficiale del governo israeliano favorire la lingua, la cultura e le tradizioni della minoranza araba nel sistema educativo e nella vita quotidiana.
La stampa araba israeliana è la più vibrante e indipendente di qualunque altro Paese nella regione. Ci sono più di 20 periodici che pubblicano ciò che più loro aggrada e sono soggetti soltanto alla stessa censura militare delle pubblicazioni ebraiche. Ci sono programmi quotidiani in arabo in televisione e alla radio.
L'arabo è insegnato nelle scuole secondarie ebraiche. Più di 350mila bambini arabi frequentano le scuole israeliane. Quando Israele fu fondata c'era una sola scuola superiore araba. Oggi ce ne sono centinaia, le università israeliane sono rinomati centri di studio per la storia e la letteratura araba nel Medio Oriente.
Consapevole delle restrizioni che i non-wahabiti sono costretti a subire durante i rituali religiosi condotti in Arabia Saudita, Kiran (mia moglie) non poteva nascondere la sua sorpresa di fronte alle libertà e alla facilità con cui le persone di tutte le religioni e fedi adempiono ai loro doveri religiosi alla Chiesa del Santo Sepolcro, alla Tomba del Giardino, presso il Mare di Galilea, nei tunnels recentemente scoperti del Muro Occidentale, il Muro Occidentale stesso, la tomba del Re David e tutti gli altri luoghi sacri che abbiamo visitato.
Tutte le comunità religiose in Israele godono della piena protezione dello Stato. Gli arabi musulmani, come molti cristiani di diverse confessioni, sono liberi di esercitare le loro fedi, di osservare il loro giorno settimanale di riposo e di festa e di amministrare i loro stessi affari interni.
Circa 80mila Drusi vivono in 22 villaggi nel nord di Israele. La loro religione non è accessibile dall'esterno ed essi costituiscono una comunità arabofona separata culturalmente, socialmente e religiosamente. Il concetto druso di taqiyya richiede ai suoi fedeli la completa lealtà al governo del Paese nel quale risiedono. In base a questo, oltre che per altri motivi, i drusi svolgono il loro servizio militare. Ogni comunità religiosa in Israele ha i suoi consigli e le sue corti e piena giurisdizione sugli affari religiosi, inclusi lo status personale, come matrimonio e divorzio. I luoghi santi di tutte le religioni sono amministrati dalle loro autorità e protetti dal governo.
Un giornalista indù che venne a visitarmi mi parlò dell'apertura che la società ebraica rappresenta. Mi disse che più del 20% della popolazione non è ebrea e di questa, circa un milione e duecentomila sono musulmani, 140mila sono cristiani e 100mila drusi. Un altro israeliano non ebreo mi disse che i cristiani e i drusi sono liberi di arruolarsi nelle forze di difesa dello Stato ebraico. I beduini hanno prestato la loro opera nelle unità di paracadutisti e altri arabi si sono presentati volontariamente per assolvere il servizio militare.
Le grandi case possedute dagli arabi israeliani e la quantità di edifici in costruzione nelle città arabe dimostrano la falsità della propaganda secondo la quale Israele discriminerebbe gli arabi israeliani dal comprare la terra. Ho scoperto che all'inizio del secolo, il Fondo Nazionale ebraico fu fondato dal Congresso mondiale sionista per comprare terra in Palestina per gli insediamenti ebraici.
Dell'area totale di Israele, il 92 percento appartiene allo Stato ed è gestito dal Land Management Authority. Non è in vendita per nessuno, né per gli ebrei né per gli arabi.
Il Waqf (la fondazione islamica addetta alla protezione dei beni religiosi N.d.T.) possiede terra che è per uso e beneficio espressamente per gli arabi musulmani. La terra governativa può essere presa in affitto da chiunque, senza distinzione di razza, religione o sesso. Tutti gli arabi cittadini di Israele hanno la possibilità di prenderla in locazione.
Ho chiesto a tre arabi israeliani se erano costretti a subire discriminazioni sul lavoro. Tutti e tre mi hanno detto la stessa cosa: normalmente non c'è discriminazione, ma ogni qualvolta un bombarolo suicida si fa esplodere, uccidendo gli israeliani, alcuni si sentono a disagio con noi. Ma questo sgradevole sentimento è anche del tutto temporaneo e non dura a lungo.
La mia prima visita in Israele non ha soltanto consolidato le mie opinioni che Israele è vitale per la stabilità della regione, ma mi ha anche convinto che la sua esistenza convincerà un giorno i musulmani della necessità di riformare la loro teologia e la loro sociologia.

Un viaggio attraverso il deserto israeliano mi ha mostrato un altro importante aspetto della vita: i Profeti non sono solo coloro che compiono miracoli, la gente che crede in se stessa può anche compiere atti incredibili.
Ettari ed ettari di dune di sabbia sono state trasformate nella terra più fertile possibile: grano, cotone, girasoli, piselli, arachidi, mango, avocado, limoni, papaya, banani e ogni altro tipo di frutta e verdura che gli israeliani vogliono consumare, è cresciuta all'interno del Paese. Infatti gli israeliani hanno provato oltre ogni dubbio perché Dio promise a loro questa terra, soltanto loro possono mantenerla verde.
La terra è ripetutamente descritta nella Torah (Pentateuco, N.d.T.), come una buona terra "una terra dove scorrono latte e miele". Questa descrizione può anche non sembrare consona alle immagini del deserto che vediamo nelle notizie della sera, ma ricordiamoci che la terra è stata ripetutamente abusata dai conquistatori [che erano] determinati a farne un posto inabitabile per gli Ebrei.
In poche decadi questi ultimi hanno ripreso il controllo della terra e l'enorme miglioramento nella loro agricoltura è ben testimoniato. L'agricoltura israeliana oggi ha una produzione altissima. È efficace ed è in grado di soddisfare il 75% dei bisogni interni, nonostante la scarsità di terra disponibile.
Guardando allo sviluppo e alla trasformazione che la terra ha attraversato grazie allo spirito innovativo ebraico, al duro lavoro e impegno, alla libertà per tutti i tempi a venire, sono convinto che è vero che Dio ha creato questa terra, ma è anche un fatto che solo un Israele può impedire che la terra muoia. (Agenzia Radicale, 30 novembre 2009)

Perché è dimostrato, documentato, provato al di là di ogni possibile dubbio che non esiste un islam moderato, ma i musulmani per bene esistono. E resta da chiedersi come mai i nostri politici non vadano a incontrare questi musulmani, come mai sedicenti pacifisti e missioni sedicenti umanitarie non vadano a parlare con questi musulmani, come mai sia così raro che i giornalisti intervistino questi musulmani. Ma forse, se solo ci pensiamo un momento, la cosa non è poi così strana vero?
E poi, decisamente in tema, vai a vedere questo. E naturalmente questo.


Donna palestinese riceve cure da personale sanitario israeliano, Archive Photo: IDF Spokesperson

barbara


12 dicembre 2009

A PROPOSITO DI PACE E DI COMPROMESSI E DI PASSI AVANTI E DI PASSI INDIETRO ECC. ECC.

"Speriamo che San Klausewitz aiuti gli sceicchi d'Eurabia!"

Riassunto delle ultime puntate della trattativa fra israeliani e palestinesi (ma proprio delle ultimissime, perché se no vi scrivo un romanzo, altro che cartolina).
Un anno fa Olmert propone a Abu Mazen i confini del '67 con solo qualche scambio alla pari di pochi territori, per comprendere in Israele i blocchi più importantI degli insediamenti. Abu Mazen dice di no, arriva Obama, c'è la guerra a Gaza, cambia il governo israeliano.
Abu Mazen rifiuta di ricominciare le trattative con un governo "estremista", che ha la colpa di non sostenere i "due stati". Netanyahu dopo un po', col discorso di Bar Ilan, conferma l'accettazione israeliana della soluzione del conflitto basata sui due stati.
Allora i Palestinesi, sull'onda di una stupidissima imbeccata di Obama, si inventano una precondizione alle trattative che non avevano mai sollevato prima: il blocco totale dell'edilizia negli insediamenti (attenzione, non della costruzione autorizzata di nuovi villaggi, che non avviene da cinque anni, ma di quella di case appartamenti o servizi dentro gli insediamenti che ci sono, senza impegnare nuovo territorio, insomma la vita normale di questi posti).
Dopo qualche tempo, il governo israeliano proclama una moratoria di dieci mesi nelle costruzioni nei Territori, pagando un prezzo pesante di scontentezza nel paese.
Ma già subito i palestinesi dicono: non basta, ci vuole anche Gerusalemme, contando sul fatto che sia difficile bloccare del tutto una grande città. Insomma, fuori dai denti, hanno voglia di tutto fuorché trattare. Aspettano che qualcuno (Obama?) gli porti su un vassoio la resa di Israele.
I governanti di Eurabia, gli sceicchi del continente, naturalmente, fanno eco. Abu Mazen diceva "due stati" e loro subito si sono messi a ripetere "due stati, due stati! non si fa niente senza i due stati!".
Abu Mazen esige il "blocco delle costruzioni". E loro "blocco, blocco, neanche un pollaio nuovo!".
Adesso il problema dell' AP sembra Gerusalemme e loro dicono, obbedienti, in una dichiarazione dell'altro ieri, di cui vi ho già parlato "Gerusalemme: Gerusalemme capitale di due stati, non pregiudicare lo status quo, non costruite neanche una panchina nuova!".
Vedremo se Netanyahu cercherà di dare soddisfazione alle pressioni internazionali anche su questo punto.
Nel frattempo avete visto voi qualche passo dalla parte araba? Non dico i palestinesi, che con tutta evidenza si occupano ormai solo di farsi pubblicità e hanno perso ogni volontà o capacità di muoversi per la pace, avvolti nella loro spirale propagandistica.
Ma l'Egitto? L'Arabia saudita? La Giordania? I "moderati"? Dove sono? Cosa fanno? Voglio dire che cosa fanno di costruttivo, oltre a rilanciare la propaganda palestinese?
Ecco. Per esempio il reuccio di Giordania, che un mese fa era così spaventato perché gli israeliani stavano per dare l'assalto alla moschea di Al Aqsa, adesso che non è successo, cosa fa?
E gli egiziani, dopo 30 anni di "pace", al di là di proibire ogni "normalizzazione" nei contatti fra giornalisti e medici delle due parti, hanno forse qualcosa da dire?
E l'Arabia saudita, si è decisa a fare la grande concessione di non proibire agli aerei civili israeliani il loro spazio aereo, costringendoli a un giro di migliaia di kilometri nelle rotte verso l'est? Naturalmente no.
Non che siano grandi cose, ma neanche un gesto di buona volontà, che gli americani implorano da mesi... poi si parla delle liti di Netanyahu con Obama, ma questi arabi "buoni" che hanno fatto per dargli una mano?
Ma la colpa della pace che non si fa è naturalmente dell'"intransigenza" israeliana, almeno secondo i megafoni di Eurabia.
Un passo in più, un altro passo in più, predicano gli iman degli esteri europei. E poi?
Ma si rendono conto che appoggiando in questo modo l'impotenza araba allontanano e non avvicinano la pace?
Chissà, magari prima o poi a qualche genio strategico verrà in mente che se si vuole davvero arrivare a un accordo di pace bisogna costringere a trattare chi non vuole, non fare sempre nuove richieste a chi si è detto disponibile, perché in questo modo si rende conveniente l'astensione, non la partecipazione al negoziato...
Speriamo che san Clausewitz aiuti gli sceicchi d'Eurabia e faccia il miracolo di chiarir loro le menti.

Ugo Volli

E non aggiungo niente perché, come sempre, ha già detto tutto lui come meglio non si potrebbe.
E poi vatti a leggere questo splendido articolo, gentilmente tradotto da Emanuel Segre Amar: non che si conti troppo sulla possibilità che qualcuno si decida ad aprire gli occhi, ma insomma, la speranza è sempre l’ultima a morire, come si suol dire.
E poi felice hanukkà a tutti con questo delizioso disegno del grande Lele Luzzati (e poi basta, torno a letto che mi sono ribeccata un’altra volta l’influenza).



barbara


10 dicembre 2009

CHILOMETRI ZERO

È il must del momento, l’imperativo categorico che si porta nelle ultime stagioni, la raccomandazione in cui ci imbattiamo a ogni angolo di strada: chilometri zero! Che cosa significa? Che dobbiamo comperare non solo frutta e verdura rigorosamente di stagione, ma di ogni sorta di cibi dobbiamo scegliere di acquistare quelli prodotti più vicino a casa nostra, in modo da ridurre il più possibile l’impatto ambientale, riducendo se non addirittura eliminando il trasporto e quindi l’inquinamento eccetera eccetera. Bello. Però il fatto è che il latte prodotto nella centrale che sta a due chilometri da casa mia, con il latte che gli portano i contadini della zona, costa un euro e venticinque al litro. Quello che arriva dall’Austria costa settantaquattro centesimi. Quello che arriva dalla Germania ne costa 65. E la mia domanda è: ma a me chi li rimborsa quei sessanta centesimi di differenza? Perché diavolo dovrei spendere il doppio invece che la metà? Perché dovrei fare gli interessi di tutti meno che i miei? Poi oltretutto uno va a leggere questo, dove ritrova tutto quello che da una vita ha sempre pensato … (E poi, visto che c’è almeno un elemento in comune può sempre andarsi a leggere anche questo)

barbara


9 dicembre 2009

GERUSALEMME: IL MURO CHE VUOLE EURABIA

C'era una volta una città storica e nobile, che per le circostanze della storia fu divisa fra eserciti nemici. Un muro fu eretto fra il centro storico e i quartieri residenziali. Chi cercava di passarlo era ucciso. Un assedio isolò la città o qualche suo quartiere, le vecchie case che davano fastidio ai nuovi padroni furono abbattute. Si sparava quasi tutti i giorni Poi venne un evento storico, un grande rovesciamento delle forze, e la città fu riunificata. Grandi lavori furono compiuti per riportarla all'antico splendore. Ma c'è ancora qualcuno che mormora e che vorrebbe tornare all'antica divisione.

Una favola? No, una storia vera. Qual è la città? Mah, fate voi. Potrebbe essere Berlino, col muro caduto vent'anni fa. Potrebbe essere (un po' più impropriamente) perfino Gorizia, divisa nel 45 e finalmente liberata dal confine che la divideva due anni fa con l'adesione della Slovenia a Schengen. E invece no, è Gerusalemme, la capitale storica del popolo ebraico, da cui gli ebrei non si sono mai del tutto allontanati nonostante le violenze egiziane, babilonesi, persiane, romane, arabe, crociate, turche; che aveva di nuovo una maggioranza ebraica già dalla metà dell'Ottocento, sparsa nella città vecchia e in tutti i quartieri periferici, a Est come a Ovest del centro. Nel 1948, nonostante l'eroica avanzata dei volontari ebrei lungo la stretta valle che unisce la città alla costa, il cuore antico della città fu occupato dalle truppe giordane inquadrate e armate dall'Inghilterra. I giordani distrussero fisicamente il quartiere ebraico della città vecchia, sistemarono latrine lungo il "Muro del pianto", assediarono a lungo l'università ebraica del Monte Scopus, commisero stragi (particolarmente efferata una di medici e infermieri su un autobus diretto all'ospedale), infine eressero usarono le mura di Solimano come fortificazione per sparare sul centro moderno della città e lo prolungarono per tagliare tutta la periferia. Dove oggi corre Jafo Street, Ha Tzamaim, dove ci sono i giardini Bonei Yerushalaim e Mitchell, per esempio, c'era una pericolosa terra di nessuno, su cui i giordani sparavano dall'alto. Agli ebrei, cacciati con violenza e stragi dal resto della città, restarono i quartieri moderni verso il mare.
Tutto questo è finito nel '67, quando la città è stata liberata dalle truppe di Moshé Dayan e finalmente riunificata. Gradualmente la ferita urbanistica è stata suturata, gli ebrei sono tornati alle loro case, il muro è stato abbattuto, dove si sparava sono sorti giardini, strade, e ora una metropolitana leggera che congiungerà tutta la città. Gli arabi non sono stati cacciati dai loro quartieri, come invece lo erano stati gli ebrei; i luoghi sacri musulmani non sono stati toccati come lo erano stati quelli ebraici. Tutti hanno diritto di frequentare i loro spazi religioso, al solo patto di non creare disordini. Tutti possono votare, gli arabi come gli ebrei. Alcuni quartieri periferici sono stati aggiunti alla città, che si trattasse di nuove urbanizzazioni ebraiche o di vecchi villaggi arabi. La tensione c'è, ovviamente, c'è stato tanto terrorismo, ma oggi, non cinquant'anni fa sotto il dominio giordano, Gerusalemme è un tentativo di convivenza, un luogo libero dove tutti possono esprimersi e organizzarsi politicamente in maniera pacifica. Vi sono musei, teatri, spazi turistici, e anche gli estremisti ultrareligiosi, la cui intolleranza è tenuta a freno con fatica.
Tutto bene, allora? Ma no, lo sapete. Gli islamici, un giorno sì e l'altro pure, lamentano la "giudeizzazione" di Gerusalemme, che non è altro se non la sua modernizzazione e organizzazione civile; si inventano complotti per abbattere la moschea di Al Aqsa, prendono ogni costruzione di un appartamento o ogni disputa sulla proprietà di una casa come pretesto di scontro.
Ma questo è normale. La cosa più strana è che oggi, quarant'anni dopo la caduta del Muro di Gerusalemme, buona parte del mondo (l'America di Obama, Eurabia anche nella dichiarazione approvata ieri) voglia dividere di nuovo la città, erigere un altro muro, provocare nuove sparatorie di confine, affidare i luoghi santi a quegli islamici che hanno dato tanta buona prova della propria tolleranza nel passato e che per esempio trattano tanto bene i cristiani nei territori palestinesi, in Iraq, in Turchia. Insomma vogliono un altro muro a Gerusalemme. Israele farebbe bene a rispondere: senz'altro faremo come consigliate. Benissimo: voi costruite un nuovo muro a Berlino e ingaggiate nuovi Vopos per ammazzare chi tenta di passare. Restaurate la DDR e la Stasi e magari anche l'Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Invadete di nuovo l'Ungheria e Praga. Se voi fate questo, noi riedifichiamo subito quel muro di Gerusalemme che vi piace tanto.

Ugo Volli

È strano il mondo, in effetti. Dicono che le regole devono valere per tutti ma poi per Israele fabbricano regole diverse. Dicono che ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione ma gli ebrei no, questo diritto non ce l’hanno. Ogni stato e ogni religione riconosce il diritto alla legittima difesa ma gli ebrei, e specialmente quelli che stanno in Israele, loro no, questo diritto non lo hanno. Dicono che ognuno deve stare a casa sua ma gli ebrei no, nella loro casa che se scavate ci trovate le loro tombe vecchie di tremila anni loro no, a casa loro non ci devono stare – e neanche in casa degli altri, perché là sono degli intrusi e non devono stare neanche là. E muri e separazioni sono brutti, bruttissimi, orrendissimi, creano odio, sono una vergogna, producono apartheid, fomentano guerra e terrorismo … a meno che non servano a spaccare in due la città più sacra del mondo e allora sì, anche i muri diventano cosa buona e giusta. Ma finché avremo forza per lottare e fiato per gridare, Gerusalemme resterà UNA, come è stata per tremila anni, tranne per i diciannove anni di illegale occupazione giordana. Nel frattempo godetevi queste indimenticabili immagini della Gerusalemme liberata.


Il muro che divideva Gerusalemme prima della liberazione nel 1967



E poi MEMENTO: +100!

barbara


7 dicembre 2009

OGGI CHI PUÒ PARLARE DI SHOÀ: GLI EREDI DELLE VITTIME O QUELLI DEI CARNEFICI?

Se qualche decina di anni fa vi avessero messo in un campo, avessero gasato i vostri parenti, vi avessero tatuato un numero sul braccio, sareste un testimone giusto degli eventi? Non sareste per caso "troppo emotivo" in merito? Strana domanda, eh? Be' ho trovato sui giornali una piccola vicenda che induce a pensare. Anche perché si svolge in Germania, il paese in cui settant'anni fa fiorirono i "volonterosi carnefici" del nazismo.
Dovete sapere che in occasione dei settant'anni della notte dei cristalli il governo tedesco ha nominato un comitato per la lotta all'antisemitismo. Tutto bene? Un'iniziativa da imitare? No, non tanto. Perché dentro la commissione è esplosa una specie di faida, con email nascoste e pubblicate clandestinamente, dichiarazioni infuocate, polemiche, minacce di esclusione. Non sappiamo cosa sia successo davvero, quale sia stato l'oggetto della lite. Due dichiarazioni sono però emerse da questa discussione e fanno capire qualcosa. Una è di Juliane Wetzel, una storica del gruppo, che avrebbe dichiarato di "non essere disposta a farsi ricattare da lobbies". L'altrA è di Elke Gryglewski, della "House of the Wannsee Conference" (La casa della conferenza di Wansee, dove fu decisa la Shoà, trasformata in museo e centro per lo studio dell'antisemitismo) che avrebbe dichiarato che "i sopravvissuti all'Olocausto sono troppo emotivi e non obiettivi" su questi problemi e dunque non bisogna troppo tener conto di quel che dicono. Se ho capito bene, sembra che c'entri il fatto che fra i seminari di questo centro non si parli dell'odio per Israele, la più ovvia forma di antisemitismo contemporaneo. Gli onesti studiosi delle università tedesche pensano, se capisco bene, che quel che è accaduto settant'anni fa vada studiato scientificamente, senza interferenze emotive e senza riferimenti al presente; magari solo come una pedagogia del più generico e buonista senso di solidarietà umana. Il resto è "troppo emotivo".
Ma il problema che si pone è più vasto: a partire dal nome stesso "Olocausto", che il mondo ebraico non ha mai accettato per la sua risonanza di sacrificio religioso, si pone il problema di chi può oggi parlare di antisemitismo e Shoà: gli ebrei, sopravissuti o meno ma comunque "troppo emotivi" e "non obiettivi" naturalmente organizzati in "lobby", manco a dire legate a Israele o dei posati professori universitari, pastori protestanti, funzionari dello stato tedesco – naturalmente bene intenzionati e altamente morali? Insomma, gli eredi delle vittime o quelli dei carnefici? Si tratta di farne un monumento universale al rifiuto della cattiveria umana, o il ricordo di una persecuzione specifica, rivolta contro un popolo specifico? Questo è oggi il problema del ricordo della Shoà, non solo in Germania, ma anche in Italia e nel resto del mondo

Ugo Volli

Chiudere la bocca agli ebrei: questo sembra essere, ovunque ormai, l’imperativo categorico. A un terzo di quelli esistenti all’epoca la bocca è stata chiusa definitivamente coi mezzi che sappiamo; ai sopravvissuti e ai loro eredi in parte si continua a chiuderla col vecchio sistema, come continua a succedere in ogni parte del mondo, anche se soprattutto in Israele, in parte con mezzi apparentemente più soft: col rifiuto materiale di lasciarli parlare, come nell’episodio di cui riferisce Ugo Volli, con il boicottaggio di giornalisti studiosi traduttori scienziati medici storici diplomatici e perfino sportivi, con la sistematica opera di disinformazione (uno e due). L’importante è che gli ebrei tacciano. Come se fossero morti. Se poi sono proprio morti davvero, abbiamo raggiunto la perfezione. (E già che ci sei vai a leggerti anche quella di ieri, e non dimenticarti di guardare i filmati).



barbara


5 dicembre 2009

QUESTA ANCORA MI MANCAVA

Il cane che scivola sul ghiaccio e cade per terra a muso in avanti …
Quest’altra invece non deve assolutamente mancare a voi.

barbara


4 dicembre 2009

OBSESSION

Credo valga la pena di dedicare un po’ di tempo alla visione di questo documento, e poi digerirlo, e poi assimilarlo, e poi farlo diventare parte di noi: forse non è ancora troppo tardi per far sì che quel famoso “mai più” non resti solo una voce nell’aria. Forse non è ancora troppo tardi per sperare che esista ancora una possibilità di salvezza. Solo, un’importante avvertenza: le anime delicate e gli stomaci deboli si tengano pronti a chiudere, di quando in quando, rapidamente gli occhi: alcune scene presenti nel video non sono per loro.

http://www.radicalislam.org/obsession.php?utm_source=Haaretz&utm_medium=300x250&utm_term=OBS&utm_campaign=OBS_Haaretz_300x250

E poi, non del tutto fuori tema, questo.

barbara


3 dicembre 2009

LA STORIA DELLA CAPRA TURCA E DELLA GAZZELLA TIBETANA

Dai tempi più remoti si narra la leggenda della principessa Sheherazade, che narrando storie per mille e una notte si guadagnò dal suo crudele marito il diritto a vivere. Ma la storia non era andata così. O meglio, questa è solo una parte della storia. Ora vi racconto la vera storia che ha dato origine a quella leggenda.
Giunse dunque alla principessa Sheherazade la notizia che il sultano l’aveva scelta come sua sposa. Grande fu la disperazione della giovane e bellissima principessa: era infatti noto a tutti come il crudele sultano, terrorizzato dall’idea che le sue spose potessero essergli infedeli, fosse solito farle uccidere dopo la prima notte di nozze. Che fare? Rifiutarsi di sposare il sultano? Impensabile! E che altro dunque? Sheherazade chiese consiglio alla vecchia madre, donna saggia e prudente, che le suggerì di consultare la maga che viveva nella grotta sulle soglie della grande foresta. Quella maga era molto vecchia, chi diceva avesse mille anni, chi diecimila, chi ancora di più, nessuno sapeva quanti anni veramente avesse, si sapeva solo che anche i più vecchi del regno l’avevano sempre vista vecchia, e che questi narravano di aver sentito dire dai loro nonni che anche loro l’avevano sempre vista vecchia. Decise dunque Sheherazade di seguire il consiglio della sua saggia madre e durante la notte, coperta da un grande mantello nero, si recò alla grotta della maga.
“Maga, saggia e sapiente maga – disse – io …”
“Lo so, figliola – rispose la maga – so tutto. So quale tormento ti porta da me. Siediti e vediamo cosa si può fare. Dunque, tu vuoi sopravvivere alla prima notte di nozze, e anche alle altre finché la tua natura ti concederà di vivere. Ebbene, è molto semplice: la sera, quando tu e il sultano vi troverete nell’alcova, dovrai cominciare a raccontargli una bellissima, meravigliosa storia, e quando la storia sarà giunta al suo punto culminante, fingerai di cedere al sonno e di addormentarti. Il sultano allora ti lascerà vivere fino al giorno dopo per poter sentire la fine della storia. La sera seguente tu finirai la storia del giorno prima e poi ne comincerai subito un’altra, che al punto culminante si interromperà perché tu ti addormenterai e così via, sera dopo sera, per cento volte, per mille volte, continuerai finché il sultano non deciderà di concederti di vivere. Semplice, no?”
“Maga! – gridò atterrita Sheherazade – ma dove troverò cento e mille storie da raccontare? E come farò a sapere quale sarà il punto culminante in cui interrompermi? Racconterò una storia brutta e stupida e noiosa, e il sultano mi farà uccidere prima ancora che la notte sia finita!”
“Non ti agitare – disse la maga – metterò al tuo fianco qualcuno che ti aiuterà e ti consiglierà”.
Aprì la piccola gabbia del suo furetto preferito e gli sussurrò all’orecchio un misterioso incarico. Il furetto sparì, rapido come il lampo, e dopo qualche tempo riapparve, seguito da due personaggi: un giovane turco e una bellissima fanciulla tibetana. Erano due persone molto speciali, come la maga raccontò a Sheherazade: avevano vissuto molte vite, sempre sfiorandosi, qualche volta incontrandosi, ma senza mai poter fermare le loro vite, le loro vicende, l’uno accanto all’altra. Ora, finalmente, per la prima volta, si erano riuniti, e speravano che fosse per sempre.
“Ecco – disse la maga – questa donna è stata dotata dal fato di una fantasia sconfinata; inoltre nelle sue numerose vite ha visto accadere tante vicende quante ne può contenere la volta celeste: lei ti suggerirà le storie da raccontare. E quest’uomo è il più saggio che la terra abbia mai ospitato: lui ti consiglierà le cose giuste da fare per salvare la tua giovane vita dalla crudeltà del sultano”.
“Ma maga – obiettò Sheherazade – come potrei mai introdurre due estranei alla corte del sultano? E un uomo per giunta!”
“A questo si può porre rimedio. – disse il turco – Basterà che la maga ci trasformi in due animali. Al sultano racconterai che te li donò tuo padre prima di morire, raccomandandoti di non separartene mai, affinché mai tu ti possa separare dal ricordo di lui. Neppure il sultano oserà disobbedire alla volontà di un padre morente”.
La maga si grattò perplessa il mento rugoso.
“Tu sai, amico mio – disse – che i miei poteri sono grandi, ma non illimitati. Così ha stabilito la divinità, affinché troppo non montasse la mia superbia credendomi onnipotente. Io posso dunque trasformarvi in animali, ma non posso poi ritrasformarvi in esseri umani: se diventerete animali, animali dovrete restare per sempre”.
L’uomo e la donna si guardarono negli occhi per un istante: non avevano bisogno di parole per comprendersi.
“Va bene – disse la donna – accettiamo di restare animali per sempre. In cambio chiediamo di poter vivere per sempre, e per sempre insieme”.
“Sì, questo posso farlo” rispose la maga, e procedette subito alla trasformazione. L’uomo fu trasformato in una capra turca e la donna in una gazzella tibetana: la maga aveva scelto di incarnarli in due specie molto simili, affinché una troppo grande diversità non impedisse le loro unioni. Per consolare la donna della perdita dei suoi meravigliosi capelli, le donò un sofficissimo vello, che nessun altro animale al mondo possedeva.
“Bada – disse all’uomo-capra – un giorno uomini malvagi cercheranno di ucciderla per rubarle il suo vello: dovrai proteggerla, non allontanandoti mai dal suo fianco.”
Sheherazade tornò a casa accompagnata dai suoi due protettori e consiglieri. Nei giorni che mancavano alle nozze imparò la loro lingua, affinché solo lei, e non il sultano, potesse comprendere i loro suggerimenti, e dopo le nozze, come la maga aveva previsto, le storie meravigliose raccontate dalla donna-gazzella e riferite da Sheherazade, interrompendole nel momento in cui l’uomo-capra suggeriva di farlo, finirono per indurre il sultano a fare grazia della vita alla sua ultima sposa.
Finito il loro compito, la capra e la gazzella se ne andarono. Presero congedo prima da Sheherazade, che pianse molte lacrime al momento della separazione, e poi dalla maga. Se ne andarono lontano, dove nessuno poteva conoscerli, dove nessuno poteva cercarli. Se ne andarono sulle alte cime del Tibet, e da allora è possibile vederli pascolare su quei verdi prati, sempre insieme. I monaci, perplessi, si domandano: ma cosa avranno mai da dirsi quella capra turca e quella gazzella tibetana? Se potessero comprendere la loro lingua, li sentirebbero dire: “ … e ti ricordi quella volta al mercato degli schiavi?”, “ … e ti ricordi quella volta nel ghetto?”, “ … e ti ricordi quella volta sul lago Tana?”, “ … e ti ricordi quella volta sulla terrazza?” Forse, tendendo bene le orecchie, tra una rievocazione e l’altra, potrebbero cogliere anche qualche sommessa risatina …

Naturalmente anche queste altre storie, quella del mercato degli schiavi, e quella del ghetto, e quella del lago Tana, e quella della terrazza, e quella alle porte dell’India e ai confini col Messico e sugli altipiani del Kenia e sul mare di sabbia e quella dello sciamano e quella dell’ostrica e dei dervisci e del tricheco … tutte sono state narrate. Ma non le ritroverete qui.

(Qui e qui invece potete trovare delle storie vere che sembrano favole in quanto parlano di favole che sembrano storie vere …)


barbara


1 dicembre 2009

NOTA A MARGINE

Da quando è iniziata la cosiddetta emergenza per la cosiddetta micidialissima influenza maiala destinata a far concorrenza alla Spagnola che ha fatto venti milioni di morti, continua a incalzare la raccomandazione: ai primi sintomi restate a casa. Appena cominciate a non sentirvi bene restate a casa. Se avete il sospetto di star covando un’influenza restate a casa, non andate al lavoro, non andate a scuola, cercate di limitare il più possibile la diffusione del virus …
Il fatto è che grazie al decreto antifancazzisti, ogni giorno di assenza per malattia mi costa cinquanta euro di trattenuta per i primi dieci giorni – e dieci giorni coprono l’intera durata di almeno il 90% delle assenze per malattia. E io, con 500 euro in meno nello stipendio, a mangiare tutti i giorni non ci arrivo. Il risultato di tutto questo è che già da una settimana stavo malissimo, ma non avendo la certezza che si trattasse di un inizio di malattia e non invece di un, sia pure forte ed estremamente fastidioso, banale raffreddore accompagnato da mal di gola e aggravato da un’estrema stanchezza, per un’intera settimana ho continuato a trascinarmi a scuola. E a sparpagliare in giro schifezze di ogni sorta. Che sono, sì, di influenza accostumata e morigerata, ma pur sempre di microbi e bestie varie portatrici di malattie si tratta. E come me, per ovvie ragioni, si stanno comportando la quasi totalità dei miei colleghi.
Quindi se alla fine della stagione dovesse risultare che quest’anno è stato effettivamente battuto ogni record precedente nel numero delle persone che si sono ammalate, sappiamo chi dobbiamo ringraziare.

Qui, a parziale consolazione, si parla invece di una buona notizia per l’umanità intera.

barbara


30 novembre 2009

AVVISO AGLI AMICI CHE PASSANO DI QUI

Mi è arrivata una catena di sant’Antonio. Una di quelle classiche, non cambiare neanche una virgola, mandalo a 20 persone entro quattro giorni, uno ci ha riso sopra e suo figlio si è ammalato allora ha cambiato idea e ha fatto l’inoltro e suo figlio è guarito, un altro non l’ha inoltrata e ha perso il lavoro e allora l’ha inoltrata e ha trovato un nuovo lavoro. Eccetera eccetera. Non deve essere tanto brava con la matematica, questa gente, dal momento che dicono che la cosa è iniziata nel 1953 e ha fatto 8 volte il giro del mondo. Perché, facendo la media fra la popolazione iniziale e quella di adesso, diciamo, giusto per semplificare i calcoli, 5 miliardi di persone, otto volte tanto significa che la catena ha colpito 40 miliardi di volte. Ora, facciamoci un momento due conti. Mettiamo che dei 20 riceventi solo 10 facciano l’inoltro - sia per semplificare i conti che per spiegare come mai sulla terra ci siano tante disgrazie – e mettiamo che tutti aspettino l’ultimo momento di quei quattro giorni concessi. Ebbene, dopo quattro giorni dal primo invio il messaggio è arrivato a 10 persone. Dopo 8 giorni a 100. 12 giorni: 1000. 16 giorni: 10.000. 20 giorni: 100.000. 24 giorni: 1.000.000. 28 giorni: 10.000.000. 32 giorni: 100.000.000. 36 giorni: 1 miliardo. 40 giorni: 10 miliardi. 44 giorni: 100 miliardi. 48 giorni: 1000 miliardi. 52 giorni: 10.000 miliardi. 56 giorni: 100.000 miliardi. Alla fine del secondo mese c’erano un milione di miliardi di esseri umani che ricevevano l’ultimo invio (per avere invece il totale delle persone che hanno ricevuto il messaggio, dovete aggiungere al milione di miliardi la somma di tutte le cifre sopra riportate). O, a scelta, ognuno dei circa 5 miliardi di abitanti del pianeta terra in quel momento era intento a ricevere duecentomila messaggi e a reinviarne quattro milioni. Neonati compresi. Persone in coma comprese. Ospiti del cottolengo compresi. Aborigeni dell’Amazzonia compresi. Eccetera eccetera. Passati 56 anni, dubito che tutte le foreste della terra basterebbero a produrre la carta necessaria per scrivere il numero di persone che lo hanno ricevuto. Poi volendo ci sarebbe un’altra cosa che mi lascia un pelino perplessa, e cioè: dice che non si deve minimamente modificare il testo, il che fa supporre che sia rimasto invariato dal 1953 a oggi. E dice anche che la fortuna arriverà per email o via internet, e io mi chiedo: ma nel 1953 c’erano l’email e internet? Ma lasciamo perdere. No, il motivo per cui sto scrivendo questa cosa è che io non l’ho inoltrata, e immediatamente mi sono esplose influenza e bronchite. L’influenza, a dire la verità, non sembra avere caratteristiche porcellesche, ma dato che un sant’Antonio scatenato è capace di provocare mutazioni anche a giochi già iniziati, voglio mettere le mani avanti. Se la situazione dovesse peggiorare e io dovessi scomparire da questi schermi, sapete che cosa dovete fare: UCCIDETE SANT’ANTONIO!

                                               

Nel frattempo, in attesa di decidere se uccidere o no sant’Antonio, andate a leggere l’istruttivissima cartolina di ieri e la saggia cartolina di oggi.

barbara


28 novembre 2009

E DOPO VERONICA, ECCO A VOI LEA





E dopo Lea, naturalmente, lui, visto che oltretutto anche lui si occupa oggi di buoni sentimenti.

barbara


27 novembre 2009

27 NOVEMBRE 1951: IL COMPLOTTO DEI MEDICI EBREI

Il «complotto dei medici»: l'ultima vendetta di Stalin

Avvicinandosi alla fine della sua vita, l'antisemitismo di Stalin aveva assunto una forma ancora più virulenta e il dittatore viveva ormai ossessionato dall'idea di una cospirazione da parte degli ebrei. Sebbene fin dal 1949 si fossero verificati arresti di alcune im­portanti personalità ebraiche, il primo segno che la cosa poteva svi­lupparsi in un'epurazione a largo raggio si ebbe il 27 novembre del 1951 con l'arresto di Rudolf Slànsky, segretario generale del partito comunista cecoslovacco, e del suo vice Bedrich Geminder, entrambi ebrei e legati a Beria e all'MGB. Infatti, con l'approvazione di que­st'ultimo, avevano creato in Cecoslovacchia un centro per l'invio di aiuti e armi a Israele durante il conflitto con gli arabi scoppiato alla fine della guerra. Essendo ormai del tutto mutato l'atteggiamento, un tempo favorevole, di Stalin nei confronti di Israele, Slànsky e Ge­minder vennero accusati, tra l'altro, di «cosmopolitismo», «sioni­smo» e di perseguire una politica antiaraba.
Il procedimento di incriminazione era stato allestito da Abakumov che, nel 1949, aveva inviato due suoi funzionati dell'MGB, V.I. Kornarov e M.T. Lihacev, a Praga per sovrintendere a un'indagine relativa a un'accusa di cospirazione internazionale nell'ambito dei circoli governativi cecoslovacchi. Presto i funzionari vennero richia­mati e, dopo la destituzione di Abakumov, arrestati. Furono rim­piazzati da un altro dei consiglieri dell'MGB, VA. Bojarskij, ma nel­l'autunno del 1951 (subito dopo il cambio al vertice dell'MGB) anche a lui vennero mosse critiche per aver ostacolato un'indagine su Slànsky e fu richiamato in patria. Suo sostituto venne nominato Aleksej Bescastnov, un funzionario dell'MGB che durante la guerra aveva lavorato con il protetto di Kruscev, Leonid Breznev. Bescast­nov, che avrebbe fatto con Kruscev prima e Breznev poi una splen­dida carriera nell'organizzazione della polizia per la sicurezza dello stato, si occupò del procedimento contro Slànsky con grande ener­gia. Fu necessario più di un anno per la preparazione del processo, che ebbe luogo tra il 20 e il 27 novembre del 1952; vi comparvero quattordici imputati, undici dei quali ebrei. Slànsky, Geminder e nove altri, presentati come «praticanti del sionismo», furono con­dannati a morte con l'accusa di alto tradimento e spionaggio. Più tardi, alla caduta di Beria, si disse che Slànsky fosse stato un suo uo­mo e fu accusato di aver introdotto in Cecoslovacchia i metodi del suo mentore.
Il processo di Praga può essere considerato come un'anticipazio­ne del successivo dibattimento relativo al «complotto dei medici» che si sarebbe svolto a Mosca. Infatti, l'accusa formulata durante il processo praghese, di assassinio politico per opera di alcuni dottori, e quella di sionismo sarebbero divenute il tema centrale anche di quel procedimento. Esistono persino prove che in questo secondo processo venissero usate alcune deposizioni e vari testimoni del «caso Slànsky». Nel frattempo, in Unione Sovietica si era intensificata la campagna contro il sionismo e il «cosmopolitismo». Durante il maggio-giugno del 1952 il tribunale militare della corte suprema dell'URSS prese in esame il procedimento contro quindici persone collegate al comitato ebraico antifascista. Il 3 aprile Ignat'ev aveva inviato a Stalin le prove scoperte dal procuratore con una lettera di accompagnamento in cui si suggeriva che venissero condannati a morte tutti gli imputati eccetto uno, L. Stern. Il principale elemento di colpevolezza consisteva in una proposta fatta dalla leadership del comitato a Stalin, nel febbraio del 1944, perché venisse istituita in Crimea una Repubblica ebrea. Il tribunale militare condannò a mor­te, nel luglio del 1952, tredici imputati. Alla fine di novembre la stampa ucraina dava l'annuncio che a Kiev molti ebrei erano stati a loro volta condannati a morte da un tribunale militare per «ostruzio­nismo controrivoluzionario». A questo seguì, ai primi di gennaio del 1953, un minaccioso articolo apparso sull'autorevole organo del partito «Kommunist», scritto dal secondo segretario del comitato di partito di Leningrado, Frol Kozlov. Kozlov ricordava i capi di par­tito dell'Europa orientale, tra cui Slànsky, che erano stati smaschera­ti come cospiratori. Sollecitava che si attivasse la massima vigilanza contro simili nemici dell'Unione Sovietica, e allo stesso tempo face­va un mirato riferimento a un ebreo comunista che era stato denun­ciato anni prima come «provocatore».
Il 13 gennaio del 1953 sulla stampa sovietica apparve l'annuncio ufficiale dell'esistenza di un «complotto dei medici», che più tardi si scoprì essere stato architettato in realtà da Ignat'ev e dal suo vice, Rjumin. Vi si sosteneva che un gruppo terroristico composto da medici, «che avevano il fine di troncare la vita di personaggi pubbli­ci attivi sulla scena dell'Unione Sovietica sabotando le terapie a cui erano sottoposti», era stato scoperto «qualche tempo prima». Secon­do questo proclama, tra le vittime del complotto andavano enume­rati i capi partito Zdanov e Scerbakov, ai quali si diceva fossero state prescritte droghe controindicate per i gravi malanni da cui erano af­flitti. Si riteneva che i medici avessero anche cercato di minare la sa­lute di molti tra i più importanti ufficiali dell'esercito, ma che l'arre­sto aveva mandato a monte i loro piani. Sebbene non si specificasse che sei dei nove dottori accusati erano ebrei, la presenza di questi ul­timi veniva messa in particolare risalto sottolineando che avevano collegamenti di carattere cospiratorio con il comitato antifascista ebraico, bollato come organizzazione nazionalista borghese ebraica impiantata dai servizi di spionaggio americani. Questo annuncio, che fu seguito da ulteriori arresti di medici ebrei, scatenò un parossi­smo di antisemitismo in tutta l'Unione Sovietica. A quanto pare, lar­ghi strati della popolazione sovietica erano disposti a credere alla favola dei medici assassini e di una cospirazione capeggiata dagli ebrei. (Amy Knight, Beria, Mondadori, pp. 202-205)

Il 24 marzo [1953, Beria] sottopose al presidium un documento nel quale avan­zava una richiesta di amnistia per un ampio numero di prigionieri: secondo questo documento, dei circa 2.526.402 internati nei campi di lavoro solo 221.435 erano effettivamente «criminali di stato di parti­colare pericolosità», confinati nei campi speciali dell'MVD; la mag­gior parte degli altri non rappresentava un serio pericolo né per lo stato né per la società. Il 27 marzo il presidium approvò con un decreto la liberazione di quanti erano stati condannati a pene inferiori ai cinque anni, delle madri con figli al di sotto dei dieci anni, delle donne incinte e dei giovani con meno dì diciotto anni: in totale circa un milione di prigionieri. Anche prima dell'amnistia, nei campi si era verificato un certo rilassamento delle misure restrittive; secondo un giovane austriaco internato in Siberia, subito dopo la morte di Stalin i regolamenti di prigionia vennero notevolmente allentati an­che per i detenuti politici. All'improvviso venne concesso ai prigio­nieri di avere il necessario per scrivere, ricevere pacchi da casa e vi­site dei parenti.
Ma la novità più sensazionale, resa pubblica dalla «Pravda» il 4 aprile, fu il formale ripudio dell'esistenza di un «complotto dei me­dici» e la riabilitazione degli imputati arrestati. È significativo che l'annuncio apparisse sotto forma di un comunicato dell'MVD, ren­dendo così palese che era opera di Beria. Vi si legge:

È stato stabilito che le testimonianze degli arrestati, che in apparenza con­fermavano le accuse contro di loro, siano state ottenute da funzionari del di­partimento di investigazione dell'allora ministero per la Sicurezza dello stato con metodi di indagine del tutto illegali, assolutamente vietati dalla legge sovietica [...]. Le persone accusate di aver tenuto un comportamento scorretto nello svolgimento delle indagini sono state arrestate e incriminate. (ivi, pp. 222-223)

Come già detto in altra occasione su questi schermi, quella particolare psicopatia che va sotto il nome di antisemitismo provoca terrificanti deliri. E come l’affetto da delirium tremens vede arrampicarsi sul suo corpo orride e schifosissime bestiacce che in realtà esistono solo nella sua mente malata, così accade all’antisemita.
E poi, naturalmente, tanto per non perdere le buone abitudini, altro giro altro antisemitismo, qui.


barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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