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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 marzo 2011

E SONO PASSATA DI EMOZIONE IN EMOZIONE (1)

I tesori

La prima tappa del mio vagabondaggio è stata Milano, dove ho ritrovato visi amici e incontrato visi nuovi. Fra cui il delizioso tassista che mi ha portata a destinazione, con cui ho fatto una lunga e piacevolissima chiacchierata e ci siamo trovati d’accordo su tutto, come ci siamo abituati a sentir dire da Berlusconi alla conclusione dei suoi incontri con Bush e con Blair, con Sharon e con Arafat, con Montecchi e con Capuleti, con Romolo e con Remo, con Caino e con Abele. Io invece ho parlato solo con lui, ed è stato molto piacevole, ma naturalmente non è di questo che voglio parlare, e non è il tassista il tesoro del titolo.
È successo, per puro caso, che mi trovavo a Milano proprio il giorno in cui c’è stata la cerimonia di reinsediamento dei tesori rubati alla sinagoga di via Guastalla, e ho quindi avuto modo di assistervi.



Ho così appreso, tra l’altro, tutto ciò che ai mass media non era potuto arrivare: che provvidenziale è stata l’intuizione di rav Shunnach, scopritore del furto, di avvertire immediatamente i collezionisti, fornendo una dettagliata descrizione degli oggetti rubati. Grazie a questo il collezionista a cui sono stati offerti ha potuto riconoscerli e farli ritrovare. E con la fattiva collaborazione di collezionisti, carabinieri, interpol e polizia israeliana, a poche ore dalla scoperta del furto i gioielli erano già al sicuro nelle mani di quest’ultima. A questo punto il presidente della comunità, Roberto Jarach, ha potuto tirare un respiro di sollievo ma ha dovuto farlo da solo perché, su richiesta della polizia israeliana, non ha potuto comunicare a nessuno la buona notizia per non mettere a repentaglio la ricerca dei responsabili.
La cerimonia è stata molto emozionante, discorsi brevi ma intensi, gli interminabili applausi agli efficientissimi carabinieri, i bambini chiamati a rimettere i rimmonim e le corone sui rotoli della Torah,



portati poi in processione in giro per il Tempio, stretti amorosamente fra le braccia dai rabbini e accarezzati e baciati dai presenti.




Poi - certo, non si può avere tutto nella vita – mi è toccato vedere Gad Lerner dal vivo – e per rispetto alla sacralità dell’evento mi asterrò dalle battute che quel “dal vivo” renderebbe spontanee – con una enorme luccicante berretta, ché chiamarla kippà sarebbe davvero improprio, di un bel verde islam. Talmente brutto, talmente insulso, talmente rozzo, talmente sgraziato che sembra disegnato da Prada. E detto questo è anche necessario aggiungere, rubando la battuta a Vittorio Sgarbi che tanto lo ha già fatto Berlusconi che oltretutto l’ha anche spacciata per sua, che è più bello che intelligente. Ed è più intelligente che simpatico. Ed è più simpatico che onesto. Ma, come detto, non si può avere tutto dalla vita.

barbara


8 maggio 2010

DENUDATA IN PUBBLICO DAI CARABINIERI









Qui la testimonianza in mp3.
È lo stesso posto, per inciso, metro più metro meno, in cui 22 anni fa le forze dell’ordine, la polizia, quella volta, hanno messo le mani su Francesco Badano.



Forse aveva fatto qualcosa, o forse no; la sua versione, comunque, non la conosceremo mai perché dalle mani della polizia non è uscito vivo. Storia vecchia, comunque, quella della questura di Padova: durante il fascismo era noto che chi finiva nelle mani di un certo questurino di cui ora non ricordo il nome, se ne usciva vivo viveva ancora per qualche settimana, sputando sangue dai polmoni frantumati a suon di manganellate, e poi toglieva definitivamente il disturbo. Solo che adesso in teoria non dovremmo essere ai tempi del fascismo. In teoria.

barbara


8 gennaio 2010

SCONTATO

È successo un po’ di anni fa, e non è che ci sia un motivo particolare per raccontarvelo oggi, però non c’è neanche un motivo per non raccontarvelo oggi e quindi ve lo racconto e se a qualcuno non sta bene, vabbè, peggio per lui.
Succede dunque che la padrona di casa ha bisogno di parlarmi; vede però che le persiane sono chiuse, e dato che è il fine settimana pensa: è via. Non le viene in mente di suonare il campanello per verificare se sia effettivamente via o no, semplicemente lo dà per scontato, e aspetta. Il lunedì mattina le persiane sono ancora chiuse, e lei pensa: “O è rientrata stamattina ed è andata direttamente a scuola, o è successo qualcosa”. Un po’ preoccupata, per accertarsi di come stiano le cose, chiama la scuola e chiede se ci sono. La segretaria dice: “No, non è a scuola, è a casa in malattia”. E lei: “No no, a casa non c’è”. La segretaria non provvede a chiederle se lo abbia verificato: dal momento che lo afferma con così assoluta sicurezza dà per scontato che lo abbia fatto, e quindi va dal preside e annuncia: “È scomparsa la Mella”. “Come scomparsa?” “Scomparsa: dovrebbe essere a casa in malattia ma a casa non c’è e non si sa dove sia”. Il preside non le chiede se abbia telefonato per controllare: dà per scontato che lo abbia fatto, e i due cominciano a studiare il da farsi. Per prima cosa chiamano il mio medico per sapere se per caso mi abbia fatta ricoverare. Ora, dovete sapere che il mio preside dell’epoca era un tale losco figuro che appariva falso anche quando casualmente gli accadeva di essere sincero. Così quando comincia a chiedere informazioni su di me, il dottore si mette subito sulle sue; al che quello, per far apparire più accettabile la richiesta di notizie si mette a raccontare tutta una storia di tubi che perdono, di soffitti bagnati, di necessità da parte della padrona di casa di verificare dove fosse la perdita … era tutto vero, ma in bocca sua appariva falso come la strada ferrata, come si dice dalle mie parti, e il dottore, in tono molto secco e molto irritato, ha detto: “Le confermo che la professoressa Mella è malata, e questo è tutto ciò che lei ha il diritto di sapere” e ha sbattuto giù. Fallito il piano A, passano al piano B: forse, dal momento che vivo sola, prima di mettermi a letto ho fatto un ultimo sforzo e sono andata dai miei in modo che mi possano curare. Detto fatto chiamano a casa dai miei, per sentirsi ovviamente rispondere che no, lì non ci sono. E a questo punto è la volta di mia madre, che naturalmente dà per scontato che la scuola prima di chiamare lei abbia verificato che non sono a casa, di cominciare a tormentarsi: essendo malata, sicuramente non sarò andata in giro, e allora, se non rispondo al telefono, come sembrerebbe avere constatato la scuola, cosa diavolo mi potrà essere successo? Nel frattempo il preside, ormai sull’orlo della crisi di nervi, dice: “Chiamiamo i carabinieri”. Con la cornetta del telefono già in mano, la segretaria ha finalmente un barlume di resipiscenza e dice: “No aspetti, facciamo un ultimo tentativo: provo prima a chiamare lei, e se non risponde avvertiamo i carabinieri”. E in quel momento l’illuminazione l’hanno avuta tutti, e tutti in contemporanea: la segretaria, mia madre, la padrona di casa … Dove si dimostra che dare per scontate le cose senza verificarle non è una buona idea, ma proprio proprio per niente.
(Poi, certo capitano anche le eccezioni: lui, per esempio, aveva dimenticato di dare per scontato che i perfidi giudei sono, per l’appunto, perfidi, e guardate un po’ che razza di sorprese si è ritrovato).

barbara

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