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Diario


3 marzo 2011

C’ERA UNA VOLTA L’IMPERO OTTOMANO

Molti giornalisti, sia inviati che opinionisti, scrivono in qualità di "esperti di Medio Oriente", e come tali stilano diagnosi e formulano prognosi. Ma come non dico un luminare della medicina, ma anche un'infermiera principiante neodiplomata sa perfettamente, nessuna diagnosi, né tanto meno prognosi sono possibili se prima non si è proceduto ad una accurata anamnesi del paziente. Nel caso specifico: studio della storia. Ed è proprio in questo campo che le lacune dei nostri "esperti" si manifestano in tutta la loro sconsolata e sconsolante dimensione. Ed è per tentare di riempire tali lacune che ci accingiamo a scrivere questo breve articolo, cominciando dal principio.

E dunque...

C'era una volta l'impero ottomano. Che non era il paradiso in terra, no, nessuno oserebbe sostenere una simile assurdità: era un regime autocratico, ampiamente corrotto, in cui i non musulmani vivevano come dhimmi, cittadini di serie B con notevoli limitazioni nei propri diritti e nelle proprie libertà. Ma che nel corso dei secoli aveva raggiunto un suo equilibrio, in cui le sue diverse componenti, le sue diverse etnie, le sue diverse culture, avevano raggiunto un modus vivendi più o meno accettabile.
Poi scoppiò la I guerra mondiale, e il mondo cambiò faccia. In particolare, cadde il millenario impero asburgico e cadde l'impero ottomano: si sbriciolarono, entrambi, dando vita a una miriade di nuove realtà. Dalla dissoluzione dell'impero asburgico nacquero vari stati nazionali, perlopiù sostanzialmente omogenei (con l'eccezione della Jugoslavia, accozzaglia di popoli appiccicati a forza e immediatamente tornati a separarsi, in alcuni casi in modo sanguinoso, non appena venne meno la morsa di ferro comunista, e della Cecoslovacchia, che si divise invece pacificamente), che conservano ancora oggi l'assetto di allora.
Non così andarono le cose per l'impero ottomano: sulle sue spoglie si gettarono immediatamente le mani fameliche di Francia e Gran Bretagna prima ancora che la guerra fosse conclusa (accordi Sykes-Picot, 1916), che si spartirono la torta facendo nascere dal nulla realtà nazionali senza alcuna base storica (Giordania, Iraq, Kuwait), dividendo etnie che stavano insieme dalla notte dei tempi, costringendone altre, dalla notte dei tempi diverse e ostili, alla convivenza forzata in uno stato tracciato sulla carta con matita e righello. Stati artificiali, regimi del tutto estranei alla storia e alla cultura delle popolazioni cui venivano imposti, a volte addirittura governanti stranieri, come nel caso dell'hashemita Abdallah detronizzato dall'Arabia, per il quale la Gran Bretagna ritagliò un pezzo di Palestina, ne fece uno stato nuovo di zecca, la Giordania - per la quale si dovette addirittura inventare un nome prendendolo dal fiume che ne segnava il confine, tanto era inesistente da ogni punto di vista - e glielo regalò (e, per inciso, tale stato divenne istantaneamente il primo stato completamente judenrein della storia moderna).
Le conseguenze? Le abbiamo sotto gli occhi. Difficile immaginare che qualcuno possa sentire come "patria" un'entità disegnata sulla carta. Difficile immaginare che qualcuno possa provare devozione per un governo imposto. Il grande califfato, certo, si è dissolto a causa della propria fragilità strutturale, è imploso perché era marcio fino al midollo, non per colpa dei nemici esterni, ma questo, i suoi orfani, non hanno avuto modo di comprenderlo: a causa dell'ingordigia dissennata di Francia e Inghilterra (si può essere ingordi assennati? Forse, o forse no; in ogni caso non lo sono state le due potenze in questione), gli orfani dell'impero ottomano non hanno avuto la possibilità di elaborare il lutto, e l'unico loro desiderio è di ridare vita a ciò che hanno perso: un impero potentissimo che godeva della considerazione e del rispetto del mondo intero.
Questa è la realtà che dovrebbero prendere in considerazione i tanti che cercano di capire dove sta andando il Medio Oriente: qui è dove vuole arrivare il progetto delle menti islamiche più "raffinate": un nuovo califfato, dove l'islam possa finalmente regnare sovrano, portando ovunque la "sua" pace (ed eliminando tutti i nemici dell'islam, quelli del sabato e quelli della domenica, oltre a quelli di un venerdì troppo tiepido - piccolo particolare da tenere sempre ben presente). Qualcuno lo dice chiaramente (Bin Laden, Hamas, Hezbollah e, anche se in modo apparentemente più sfumato, la dirigenza dei Fratelli Musulmani), altri non lo dicono, ma agiscono per arrivare allo stesso risultato (gli imam iraniani), altri ci pensano ma non lasciano trasparire il loro pensiero (Erdogan). Il disegno sembra essere oggi comune a tutti loro, e si intrecciano perfino accordi di vario genere per arrivare alla meta che comunque sarà, sì, comune, ma non poi sotto il controllo di tutti loro. Vogliono fare il cammino insieme per un momento, come il corano insegna loro, finché domineranno tutte le terre, finché avranno spazzato via quegli stati artificiali che la storia ha dimostrato non avere alcun senso logico, e poi si combatteranno tra di loro per essere LA potenza dominante. Prima o poi si dovrà decidere se sarà l'Iran sciita o Al Qaeda o il novello imperatore ottomano a dover dominare il mondo. E saranno nuove, spaventose guerre. Se vogliamo non arrivare a questo, dobbiamo capire, fin da oggi, che questo potrebbe essere il disegno di alcune potenze e, di conseguenza, preparare un piano che preveda un nuovo ordine che sostituisca quello che non ha più ragione di esistere, ma che possa essere a vantaggio di tutti i popoli.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


31 gennaio 2011

Obama & Co.

Raramente le cose succedono per caso; buona norma sarebbe perciò tenere accuratamente conto di quello che è stato.
Quando divenne presidente, Obama volle al proprio fianco l’ex presidente Carter, che pure è stato l’unico, tra quelli ancora in vita, a subire l’onta di non essere rieletto. E Carter, non va dimenticato, fu proprio il presidente che lasciò cadere l’«amico» scià Reza Pahlavi che, sia pure con metodi poco democratici, cercava tuttavia di traghettare una laica Persia verso l’occidente. L’occidente applaudì il cambiamento «popolare e democratico» che vide il breve passaggio di Bani Sadr al potere della neonata repubblica, ma non comprese il significato del ritorno in patria di Khomeini. Nel 1981 Bani Sadr partì per l’esilio, e della neonata repubblica tutti conosciamo le tragiche vicende successive.
Le parole pronunciate da Obama al Cairo il 4 giugno 2009 non sono, in fondo, molto dissimili da quelle pronunciate da Carter 30 anni prima, ed è ragionevole prevedere che avranno, per il mondo intero, conseguenze analoghe: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane, ma diritti umani, e per questo li sosteniamo ovunque». A parte quella parola «ovunque», sulla quale ci sarebbe da discutere, nessuna persona ragionevole potrebbe criticare simili concetti, ma quando l’uomo più potente della terra parla, dovrebbe in primo luogo considerare in che modo le sue parole verranno recepite, e quali conseguenze avranno. Purtroppo Obama ha ripetutamente dimostrato che tali considerazioni gli sono del tutto estranee.
Ricordiamo la famosa gaffe diplomatica (e non solo) di quando piantò in asso Netanyahu e se ne andò a pranzare con la propria famiglia, dando così ai nemici di Israele l’esatta misura dell’irrilevanza, per la nuova amministrazione USA, di Israele e del suo rappresentante. È un caso se da quel momento essi hanno cominciato a osare quanto mai avrebbero osato prima? Il ritiro rapido, anche se preannunciato in campagna elettorale (ma tante altre promesse sono rimaste lettera morta) da un Iraq in cui gli americani stavano vincendo, ma la cui situazione non era ancora stabile, ha vanificato i risultati ottenuti fino a quel momento (e le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere).
Dichiarare l’aumento delle truppe combattenti in un Afghanistan sempre più a rischio, e contemporaneamente preannunciare con largo, insensato anticipo, il loro successivo ritiro è un errore tattico e strategico che non poteva avere altra conseguenza che scoraggiare i propri soldati ed esaltare i nemici: esattamente il contrario di quanto un comandante in capo ha sempre cercato di ottenere sul campo di battaglia.
In un quadro di politica internazionale macchiato da simili errori, è apparso chiaro agli alleati strategici, i sauditi in primis, che gli USA non erano oramai più quel gendarme del mondo su cui in passato si poteva contare, e che quindi gli equilibri erano da studiare ex novo; non poteva certo essere il famoso inchino di Obama di fronte al re saudita un gesto sufficiente per rassicurare il re e gli altri alleati storici.
Se dunque gli USA non sono più quella potenza capace di garantire la stabilità di quei regimi, ecco che nasce, tra gli oppressi, la speranza di abbatterli, la voglia di rivoltarsi per cambiare lo status quo. Ancora martedì 25 gennaio Hillary Clinton dichiarava che il regime egiziano era stabile: viene da chiedersi a che cosa servano diplomazia ufficiale e intelligence dietro le quinte se neppure si rendono conto dei profondi cambiamenti in atto in Egitto negli ultimi tempi.
Oggi, come 30 anni fa con Carter, il mondo assiste ad uno di quegli stravolgimenti che segnano tutta un’epoca; oggi come allora gli USA lasciano cadere uno dei loro alleati fidati, strategici; un voltafaccia che, per quanto criticabile sia, oggettivamente, l’alleato in questione, rischia di costare caro all’America e all’Occidente tutto.
Mahmoud Abbas, altro caro amico di Obama, telefona a Mubarak per esprimere la propria solidarietà ed il proprio impegno per la sua stabilità, apprendiamo da fonti ufficiali (come giudicare questa solidarietà ad un uomo ormai privo di potere da parte di un uomo che il potere non l’ha mai avuto?). E lo stesso Ben Alì, come Abbas e come Mubarak, era considerato sostanzialmente democratico, in un paese additato al mondo come la prova tangibile che la democrazia è possibile anche nel mondo islamico. Ma ambasciatori e consiglieri che si recavano in Tunisia che cosa vedevano, che cosa riferivano?
Stia tranquillo il mondo, ci dicono le teste pensanti di Washington, perché i Fratelli musulmani non sono ancora riusciti a riprendersi dall’ultima sconfitta elettorale, e non sono infatti presenti nelle strade del Cairo (come in quelle di Tunisi). Anche con simili affermazioni dimostrano di non aver capito nulla né della realtà sul terreno, né della tattica strategica dei loro avversari, né della più sottile arte della psicologia.
Suleiman, ora vice presidente di un regime moribondo, non avrà storia in un Medio Oriente squassato da dure violenze che sono troppo numerose e diffuse per non essere frutto di un piano ben preciso. El Baradei, brevemente messo agli arresti domiciliari degni di un’opera buffa, sarà probabilmente l’uomo che riporterà l’ordine in Egitto, ma, in realtà, sembra avviato a fare la fine di Bani Sadr in un Egitto sempre più preda di un fondamentalismo che è solo da individuare tra i pochi dominanti la scena mondiale. E se anche il regno wahabita, afflitto dagli stessi mali della repubblica egiziana, dovesse crollare, chi rimarrebbe, oltre a Khamenei e Bin Laden, per prendersi tutto? Solo la Turchia di Erdogan, altro caro amico di Obama, che ha capito che il Medio Oriente è pronto a ricreare quel califfato che, fino alla I guerra mondiale, aveva saputo amministrare tutte quelle terre molto meglio di quanto non abbiano fatto Inghilterra, Francia ed America insieme da allora. Ma attenzione, questo è esattamente quanto vuole anche lo statuto di Hamas. Se ne sono accorti alla Casa Bianca?
Tutto è conseguenza di quello che è stato, dicevamo all’inizio, ma tutto si ripete nel tempo, se le cause scatenanti sono le stesse. Peccato che Obama, con la sua politica della mano tesa e il suo smagliante sorriso, non abbia saputo – o voluto – rendersi conto di questa elementare realtà, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio e la pace dell’intero pianeta.

Emanuel Segre Amar
Barbara Mella


3 novembre 2009

ARIA

“Chi sei?”
“Io sono l’aria. L’aria che ti fu insufflata quando per primo abitasti la terra, e da golem di terra ti trasformò in essere umano. L’aria che nutre i tuoi polmoni e mantiene viva in te la vita. L’aria che accarezza il tuo viso e sfiora il tuo corpo, e scompiglia malandrina i tuoi capelli. L’aria che solleva le gonne alle ragazze, donandoti una fuggitiva visione di fresca pelle. Posso spingere la tua barca e farti arrivare in porto sano e salvo, ma non mi devi sfidare, o affogherai miseramente senza il tempo di dire amen. Porto le nubi e la pioggia a dissetare i campi, ma non mi si deve fare arrabbiare, o scatenerò tempeste e uragani, cicloni e tornado e distruggerò ogni cosa sul mio cammino. Posso far stormire le fronde e scoperchiare le case, far fremere le ali delle farfalle o sradicare alberi secolari, perché il mio umore è bizzarro: bisogna conoscermi bene, e non prendermi alla leggera, se non si vogliono avere guai. Io so far piangere i tuoi occhi, e so asciugare le lacrime sul tuo viso, perché molti e vari sono i miei sentimenti. Potrai nutrirti di me quanto vorrai, perché grande è la mia generosità, potrai chiamarmi se vorrai fare il gioco della camicia, perché grande è la mia allegria, potrai cercarmi ovunque e ovunque mi troverai, perché grande è la mia anima, potrai interrogarmi, e sempre avrai risposta, perché grande è la mia fantasia. Solo una cosa non potrai fare mai: dimenticarmi, perché immediatamente ne morirai. E tu chi sei?”
“No, io, io sono uno che con l’aria non va tanto d’accordo. Anzi, mi sono anche fatto venire l’asma per non rischiare di respirarne troppa”.

Qui, invece, cose serie e drammatiche.

barbara

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Israele e il mondo arabo


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Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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