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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 giugno 2010

IL PREGIUDIZIO ANTISEMITA

Un bell’articolo di Emanuele Ottolenghi di due anni fa. Che naturalmente non farà intendere chi non vuole intendere, ma che sicuramente aiuterà chi intende ad argomentare meglio le proprie posizioni.

Le Cinque Bugie su Israele

Come si stravolge la storia per demonizzare l'unica democrazia in Medioriente.

di Emanuele Ottolenghi

Il pregiudizio antisemita si è nutrito per secoli di menzogne che nella letteratura e nella credenza popolare erano considerate verità inappellabili. La propaganda antisraeliana si nutre similmente di bugie che, stravolgendo la storia e insinuando nefandezze, mirano a delegittimare e demonizzare Israele come un tempo si demonizzavano gli ebrei. Delle tante bugie dette e ridette fino a renderle incontestabili assiomi, se ne riportano di seguito cinque, con la necessaria rettifica storica a buon uso del lettore.

1) Il sionismo è un movimento razzista.
Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, e come tutti i movimenti di liberazione nazionale, è stato storicamente caratterizzato da una grande diversità di opinioni sulle modalità, i tempi e persino il luogo d'attuazione del suo programma, oltre che sulla natura e il carattere della futura società e Stato che aspirava a creare. Col tempo, la maggioranza dei sionisti sostenne il ritorno del popolo ebraico nell'antica terra d'Israele come la rivendicazione essenziale del movimento, ma fino al 1903 esistevano tra i sionisti anche coloro che sostenevano la necessità di creare uno Stato ebraico ovunque si rendesse disponibile un territorio e tra i luoghi considerati c'erano l'Africa Orientale (la cosiddetta Opzione Uganda), un'area costiera del Sinai nell'odierno Egitto, una provincia argentina e persino un territorio nel Nord-Est dell'Australia. La terra d'Israele prevalse per il profondo legame storico ed emotivo con il popolo ebraico. Ma in nessun caso il sionismo postulò che l'affermazione del proprio progetto nazionale dovesse avvenire a spese dei diritti degli arabi che vivevano in Palestina, proclamando invece la necessità di trovare una soluzione pacifica e forme di convivenza tra ebrei e arabi. Fino all'ultimo, la leadership sionista cercò un compromesso con la controparte araba, ma senza successo, e a ogni occasione furono i sionisti, piuttosto che gli arabi, ad accettare le soluzioni di compromesso territoriale e politico ripetutamente proposte dalla comunità internazionale: la spartizione della Palestina in due stati fu proposta dalla Commissione Peel nel 1937 e dall'Onu nel 1947, ma fu rifiutata dagli arabi (i sionisti accettarono entrambe le proposte), mentre l'idea di uno Stato binazionale fu proposta da due movimenti sionisti negli Anni Trenta e respinta dalla leadership araba.

2) La Palestina, come suggerisce il nome, è la terra dei palestinesi, che gli ebrei hanno usurpato.
In realtà il termine Palestina si riferiva, nell'antichità, solo a una stretta striscia litoranea di territorio che corrisponde circa con l'attuale Striscia di Gaza e che era così chiamata perchè abitata un tempo dai Filistei. Il nome del territorio su cui oggi sorge lo stato d'Israele e parte dei territori era la Giudea – tant'è vero che nelle monete commemorative della vittoria di Tito e Vespasiano sui rivoltosi ebrei nel 70 dC si legge "Iudaea capta est". Il termine Palestina segue l'occupazione romana e il tentativo di estirpare ogni focolaio di rivolta ebraico dopo la distruzione del Secondo Tempio, ma non assume mai un carattere politico fino alla creazione del mandato britannico sulla Palestina nel 1922, Mandato che ha come obbiettivo l'attuazione della Dichiarazione Balfour, ovvero la promessa del governo inglese di creare un territorio autonomo per gli ebrei. I confini attuali della terra contesa sono stati tracciati tra il 1918 e il 1922 e non riflettono una precedente realtà politica. In quanto ai palestinesi, non è mai esistito uno Stato, o un regno, o una provincia, o un califfato palestinese. Dalla conquista romana il territorio è passato ai bizantini, agli arabi, ai crociati, ai mammalucchi, ai turchi e agli inglesi. I confini sono cambiati mille volte e non esisteva, all'arrivo dei primi sionisti nella seconda metà dell'Ottocento, un'identità nazionale o una rivendicazione nazionale palestinese.

3) Il controllo israeliano di Gerusalemme minaccia la libertà religiosa e l'accesso ai luoghi sacri.
Pur costituendo la maggioranza dei residenti, gli ebrei – e gli israeliani dal 1948 al 1967 – non hanno avuto la sovranità dei luoghi santi fino al 1967, quando Israele conquistò la Città Vecchia di Gerusalemme, oltre che i luoghi santi cristiani e mussulmani in Cisgiordania. Solo a partire dal 1967 l'accesso pieno ai luoghi santi avviene in piena libertà e con la tutela dell'autonomia religiosa delle varie comunità, mentre prima del 1967, durante tutta la dominazione musulmana, importanti restrizioni avvenivano nei confronti dei non musulmani e per quasi vent'anni gli ebrei non ebbero alcun accesso a due delle quattro città sante dell'ebraismo.

4) Se Israele ponesse fine all'occupazione dei territori
palestinesi ci sarebbe la pace in Medio Oriente. Sarebbe bello fosse così semplice! Ma a parte il fatto che i problemi del Medio Oriente sono molteplici e nella maggior parte dei casi non hanno nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese: si pensi al genocidio in Darfur, all'oppressione di donne e omosessuali in Arabia Saudita, alla persecuzione contro i cristiani da parte del fondamentalismo islamico, al conflitto tra sciiti e sunniti, alle tensioni tra Iran e mondo arabo sunnita, alla povertà endemica della regione nonostante le ricchezze energetiche, al diniego di diritti nazionali da parte araba per curdi e berberi, e alla mancanza di libertà religiosa in tutta la regione salvo Israele. Il problema è il rifiuto dell'esistenza d'Israele da parte di una significativa parte del mondo arabo e dei palestinesi. In fondo, i territori oggetto del contendere Israele li ha conquistati nel 1967, ma dal 1948 al 1967 erano sotto dominio arabo eppure i palestinesi non li rivendicavano per loro e i regnanti arabi non si sognavano neanche di farne uno Stato per i palestinesi. Israele ha dimostrato più volte di volere la pace e di essere pronto a rinunce, sacrifici e compromessi. Non altrettanto si può dire da parte palestinese: se Hamas oggi rappresenta veramente la maggioranza dei palestinesi, con la sua retorica antisemita, la sua alleanza con l'Iran e il suo ricorso a terrorismo contro civili dentro Israele, dimostra come non si tratta solo di una disputa territoriale ma di un conflitto esistenziale.

5) L'unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di uno stato binazionale dove i due popoli condividono la stessa terra.
Ci sono quattro motivi per cui questo modello politico è un'utopia. Primo, perché le due nazioni difficilmente accetterebbero di vivere insieme in armonia condividendo potere e interessi. Costringere i due contendenti a una convivenza così difficile porterebbe a nuovi conflitti – si guardi alla ex-Yugoslavia – specie se si pensa al secondo motivo: le grandi differenze socioeconomiche e culturali. Gli israeliani guardano a occidente, sono integrati nell'economia occidentale e nella globalizzazione; sono una società laica e moderna, dinamica ed economicamente avanzata; dove le donne sono emancipate e la libertà sessuale, la mobilità sociale e la meritocrazia hanno preso piede fermamente; i palestinesi per contro sono ancora una società religiosa e tradizionale che vive principalmente di agricoltura e di manifattura, dove la cultura e i valori sociali sono tradizionali e tradizionalisti, e difficilmente tollererebbero le influenze del settore ebraico; mentre le strutture familiari e tribali sono ancora dominanti rispetto al merito e alla mobilità fondata sulle risorse economiche del singolo. Insomma, difficilmente le due società andrebbero d'accordo, e queste differenze portano al terzo motivo per cui lo stato binazionale è una cattiva idea: l'orientamento politico e culturale palestinese spingerebbe un futuro Stato in comune verso alleanze con il mondo arabo, in pieno contrasto con gli interessi del settore ebraico che sarebbero orientati verso l'America, l'Europa, l'India e l'estremo oriente. Ma la ragione che più di ogni altra rende l'idea improbabile è che uno Stato binazionale sarebbe antidemocratico perché la stragrande maggioranza di israeliani e palestinesi vuole – com'era vero settant'anni fa – uno Stato nazionale. Imporre una soluzione diversa violerebbe il diritto d'autodeterminazione dei popoli.

(Liberal, 14 maggio 2008 - da Informazione Corretta)

Lo sappiamo: l’odio continuerà a stravolgere i fatti. L’odio continuerà a stravolgere la storia. L’odio continuerà a stravolgere la realtà. Ma noi non ci arrenderemo. Noi non ci stancheremo di lottare. Noi non smetteremo, finché avremo vita, di gridare la verità.


barbara


6 giugno 2009

CHE COS’È UN PALESTINESE?

di Joseph Farah

Da quando, lo scorso ottobre, ho scritto un articolo intitolato “Miti del Medio Oriente”, lettori da tutto il mondo mi hanno chiesto che cosa si intende con il termine “palestinese”.
La semplice risposta è che significa tutto ciò che Yasser Arafat vuole che significhi.
Lo stesso Arafat è nato in Egitto. Più tardi si è trasferito a Gerusalemme. In effetti la maggior parte degli arabi che vivono all’interno dei confini di Israele oggi sono venuti da qualche altro Paese arabo in un qualche momento della loro vita.
Per esempio, proprio dall’inizio degli accordi di Oslo più di 400.000 arabi sono entrati in Cisgiordania o a Gaza. Sono venuti dalla Giordania, dall’Egitto e, indirettamente, da qualunque altro Paese arabo possiate nominare.
Dal 1967 gli arabi hanno costruito 261 insediamenti in Cisgiordania. Non sentiamo molto su questi insediamenti. Sentiamo invece parlare del numero di insediamenti ebraici creati lì. Sentiamo quanto sono destabilizzanti – quanto provocatori. Ora, per fare un confronto, dal 1967 sono stati costruiti solo 144 insediamenti ebraici, fra dintorni di Gerusalemme, Gaza e Cisgiordania.
Il numero dei coloni arabi è calcolato su statistiche raccolte al ponte Allenby e altri punti di raccolta tra Israele e la Giordania. È basato sul numero di lavoratori giornalieri arabi che entrano in Israele e non ne escono. I numeri sono stati pubblicati dall’Ufficio centrale di statistiche di Israele durante l’amministrazione di Binyamin Netanyahu e successivamente negati come “errori di registrazione” dall’amministrazione di Ehud Barak.
Naturalmente l’amministrazione Barak aveva buone ragioni per negare l’alto tasso di immigrazione illegale, data la sua forte dipendenza dai votanti arabi.
Si tratta di un fenomeno nuovo? Assolutamente no. È sempre stato così. Sono sempre arrivati arabi in Israele fin da quando è stato creato e anche prima, in coincidenza con l’ondata di immigrazione ebraica in Palestina prima del 1948.
Winston Churchill disse nel 1939: “Lungi dall’essere perseguitati, gli arabi si sono affollati nel Paese e si sono moltiplicati tanto che la loro popolazione ha raggiunto livelli che neppure l’intero ebraismo mondiale potrebbe raggiungere.”
E questo solleva una domanda che non ho mai sentito porre da nessuno: se le politiche di Israele rendono la vita così intollerabile agli arabi, perché questi continuano ad entrare così massicciamente nello stato ebraico?
È una domanda importante, visto lo spostamento, a cui stiamo assistendo, della discussione sulla questione del “diritto al ritorno”.
Stando alle rivendicazioni più liberali da parte delle fonti arabe, fra i 600.000 e i 700.000 arabi lasciarono Israele intorno al 1948, quando lo stato ebraico fu creato. La maggior parte non furono espulsi dagli ebrei, ma piuttosto spinti dai leaders arabi che avevano dichiarato guerra a Israele.
Ora, ci sono molti più arabi che vivono in questi territori oggi di quanti ve ne siano mai stati in precedenza. E molti di coloro che se ne andarono nel 1948 e negli anni successivi avevano in realtà radici in altre nazioni arabe.
È per questo che è così difficile definire il termine “palestinese”.
Lo è sempre stato. Che cosa significa? Chi è un palestinese? È qualcuno che è venuto a lavorare in Palestina a causa di un’economia vivace e opportunità di lavoro? È qualcuno che è vissuto nella regione per due anni? Cinque anni? Dieci anni? È qualcuno che ha visitato una volta l’area? È qualunque arabo voglia vivere nell’area?
Il numero degli arabi nel Medio Oriente sopravanza quello degli ebrei di 100 a uno. Ma quanti, di queste centinaia di milioni di arabi, sono effettivamente palestinesi? Non proprio tanti.
La popolazione araba della Palestina è sempre stata estremamente bassa, prima del rinnovato interesse ebraico per l’area agli inizi del Novecento.
Una guida turistica per la Palestina e la Siria pubblicata da Karl Baedecker nel 1906, per esempio, illustra il fatto che anche quando la regione era governata dall’impero islamico ottomano, la popolazione musulmana di Gerusalemme era minima.
Il libro stima la popolazione totale della città in 60.000 abitanti, di cui 7000 erano musulmani, 13.000 cristiani e 40.000 ebrei.
“Il numero degli ebrei è fortemente aumentato negli ultimi decenni, nonostante sia loro proibito immigrare o possedere proprietà fondiarie”, constata il libro.
Nonostante fossero perseguitati, gli ebrei andavano a Gerusalemme e rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione già nel 1906.
Perché la popolazione musulmana era così scarsa? Dopotutto ci viene raccontato che Gerusalemme è la terza città santa dell’islam. Sicuramente, se questa fosse stata una credenza diffusa nel 1906, un numero maggiore di fedeli si sarebbero stabiliti lì.
La verità è che la presenza ebraica a Gerusalemme e in tutta la Terra Santa è stata costante in tutta la sua sanguinosa storia, come è documentato nel libro di Joan Peter “From Time Immemorial”, pietra miliare del conflitto arabo-ebraico nella regione.
È altresì vero che la popolazione araba è aumentata in seguito all’immigrazione ebraica nella regione. E, ci crediate o no, ci sono venuti perché in Israele c’erano più libertà e più opportunità che nelle loro nazioni.
Che cos’è un palestinese? Se ci sono arabi legittimati a rivendicare proprietà in Israele, devono essere coloro che sono stati illegalmente privati della loro terra e delle loro case dopo il 1948. Arafat non lo è. E ben pochi di coloro che sparano, bombardano e terrorizzano Israele lo sono. Se non addirittura nessuno.
25 aprile 2001, qui, traduzione mia.

Joseph Farah è un giornalista, editore e scrittore arabo-americano. Le sue lucidissime analisi andrebbero imparate a memoria. O almeno lette con molta molta attenzione.



barbara


16 febbraio 2009

CHI SA FA, CHI NON SA INSEGNA

La sapete tutti, vero? E probabilmente molti sapranno anche la continuazione: chi non sa insegnare fa il professore di ginnastica, chi non sa neanche insegnare ginnastica fa il preside, e se uno non è capace neppure di fare il preside fa il ministro della pubblica istruzione. Bene, fin qui siamo a posto. Ma quando capita che uno sia peggio di uno che è peggio di uno che è peggio di uno che è peggio di un professore, che cosa si fa? Elementare Watson: lo si manda a fare lo psicologo – o psichiatra psicanalista psicoterapeuta variamente intercambiabili, come insegna quella saggia donna di Magdalena. E fa infatti questo tristo mestiere il figlio di un pittoresco e delizioso personaggio da me recentemente incontrato, di cui non posso fare il nome perché sarebbe una grave violazione della privacy. E quando ha visto nel mio blog foto e nome di suo padre, è rimasto tramortito, il poveruomo: lo riconosceranno tutti, si è detto, e il nome, il nome, lo identificheranno tutti con me! Perché è ovvio che i settantacinque abitanti di quel borgo – aspetta, com’è che si chiama, ah sì, Roma mi pare, o qualcosa del genere – si conoscono tutti, e tutti e settantacinque, neonati compresi, sono assiduissimi frequentatori del mio blog, e dunque nel vedere la foto avranno detto tutti e settantacinque in coro cazzarola, guarda se questo non è quel vecchietto che incontriamo ogni giorno nell’unico panificio, dall’unico fruttivendolo, dall’unico macellaio, nell’unico bar, dall’unico giornalaio del nostro borghettino! Che fare dunque per arrestare lo scempio? Elementare Watson anche qui: il Nostro chiama una persona che sa per certo avere i miei recapiti, le racconta una squallida bugia per indurla a dargli il mio numero di cellulare subito subito senza neanche perdere tempo a chiedere il mio consenso, e mi chiama. Mi dice che ha letto nel mio blog il pezzo su suo padre, mi ricorda che suo padre è vecchio, mi chiede scusa a nome di suo padre se i suoi atteggiamenti e comportamenti possono avermi offesa – perché è moooooooooolto sveglio, il pupo, e quando legge una cosa capisce subito quello che c’è scritto! – mi spiega che lui ha un’attività particolare (eh sì, ragazzi, mooolto particolare …) e mi chiede di togliere la foto. E io la tolgo. Ma al bimbo non basta, no: mi ricontatta per chiedermi di togliere anche il cognome – e adesso ditemi: non è un caso da manuale questo figlio che sta facendo tutto quanto in suo potere per annientare il padre? Cancellarne l’immagine, cancellarne il nome, cancellarne le azioni chiedendo per esse ridicole e grottesche scuse non richieste da chicchessia: non è molto interessante? E non è molto tipico degli psicologi psichiatri psicanalisti psicoterapeuti variamente intercambiabili questo essere un intero campionario dei disturbi che pretenderebbero di curare negli altri?
Vabbè, quello che volevo dire è che col mestiere che faccio di psicologi ne ho incontrati purtroppo a carrettate, e non è che avessi bisogno di conferme, ma le conferme arrivano sempre comunque.
Post scriptum: egregio DOTTORE, come si firma negli SMS e come si firmano solo i PALLONI GONFIATI, poiché, a differenza del Suo meraviglioso padre, conoscerla NON è stato un piacere, spero di non dovere sentire mai più la sua voce e non avere più a che fare con lei in alcun altro modo. E visto che io ho eliminato foto e nome di suo padre, sarebbe buona cosa se ricambiasse la cortesia eliminando il mio numero dalla memoria del suo cellulare.

barbara


1 novembre 2008

ALTRI DUE BEGLI ARTICOLI

Entrambi di Luca Ricolfi

Il mito della scuola elementare
25-09-2008

Ci sono, nelle politiche governative in materia di istruzione, parecchie cose che mi lasciano perplesso. Ad esempio la mancanza di una diagnosi convincente dei mali della nostra scuola e della nostra università. Il vuoto di iniziative forti per aumentare il numero di asili nido, specialmente nel Mezzogiorno (uno dei cosiddetti obiettivi di Lisbona: portare la copertura al 33% entro il 2010, contro l’11% attuale). Soprattutto non mi piace per niente il fatto che all’Università (dove lavoro) i tagli della manovra finanziaria 2009-2011 siano uguali per tutti gli Atenei, quando da anni - grazie ad una serie di ottime ricerche - si sa con precisione quali sono gli atenei che spendono (relativamente) bene i loro fondi e quali li dilapidano in una corsa senza senso all’aumento del personale e agli avanzamenti di carriera.
E tuttavia, nonostante queste riserve, stento a capire l’incredibile pioggia di critiche, insulti, manifestazioni, sceneggiate, lezioni di pedagogia (e talora di democrazia) che sono state riversate sul neo-ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini non appena ha cominciato a occuparsi di scuola, e in particolare di quella elementare (per una rassegna consiglio di vistare il sito del Partito democratico e quello della Cgil-scuola, ora ridenominata Flc).
Il mio stupore nasce da due ragioni distinte. La prima è che, andando a controllare le cifre (DL 112, art. 64, comma 6), si scopre che la maggior parte dei numeri spaventa-famiglie che sono stati agitati sono semplicemente falsi. Non è vero che il bilancio della scuola subirà tagli per 8 miliardi: il taglio del prossimo anno sarà inferiore a 0,5 miliardi (1% del budget), i tagli netti previsti per il triennio 2009-2011 sono pari a 3,6 miliardi spalmati su tre anni. Non è vero che saranno licenziati 87 mila insegnanti: la riduzione del numero di cattedre avverrà limitando le nuove assunzioni, la cifra di 87 mila insegnati in meno si raggiungerà nel 2012 e include nel calcolo le riduzioni già pianificate da Prodi (circa 20 mila unità, a suo tempo giudicate insufficienti nel Quaderno bianco sulla scuola pubblicato giusto un anno fa dal precedente governo). Non è vero che, nelle scuole elementari, sparirà il tempo pieno e tutti i bambini dovranno tornare a casa alle 12,30: l’introduzione del maestro unico, con conseguente soppressione delle ore di compresenza, libererà un numero di ore più che sufficiente ad aumentare le ore di tempo pieno eventualmente richieste dalle famiglie. Né si vede su quali basi l’opposizione agiti lo spettro di una riduzione degli insegnanti di sostegno, o della chiusura delle scuole di montagna (nessuna norma della Finanziaria lo prevede, e il ministro ha esplicitamente escluso tale eventualità).
Ma c’è un secondo motivo per cui mi è incomprensibile lo tsunami anti-Gelmini di queste settimane: i critici danno per scontato che la scuola elementare così com’è vada bene, e che l’introduzione del maestro unico sia una scelta didatticamente sbagliata. Può darsi, ma non ne sarei così sicuro, e vorrei spiegare perché. Se la scuola elementare italiana fosse così ben congegnata come ripetono i suoi paladini, forse non osserveremmo quotidianamente quel che invece osserviamo. E cioè che sia nelle scuole medie sia (incredibilmente) all’università tantissimi ragazzi, oltre a fare errori di grammatica e ortografia con cui un tempo nessuno avrebbe preso la licenza elementare, non sanno organizzare un discorso né a voce né per iscritto, non sono in grado di progettare una tesi o una tesina, non conoscono il significato esatto delle parole, fanno sistematicamente errori logici, non sanno spiegare un concetto né costruire un’argomentazione, insomma non capiscono e non riescono a farsi capire se non in situazioni ultra-semplici (in una parola sono «ignoranti», secondo la bella definizione del libro di Floris uscito in questi giorni: La fabbrica degli ignoranti, Rizzoli). In breve i ragazzi spesso sono debolissimi proprio nell’organizzazione del pensiero e nella padronanza del linguaggio, ossia precisamente in ciò che avrebbero dovuto acquisire nei cinque anni di scuola elementare. Il sospetto è che la scuola elementare di oggi, pur essendo perfetta come luogo di socializzazione e di ricreazione, sia ben poco capace di trasmettere conoscenze e formare capacità, ivi compresa la capacità di concentrarsi, di ordinare le idee, di autovalutarsi, di mettere impegno in attività non immediatamente gratificanti.
A questa osservazione si potrebbe obiettare, e certamente qualcuno obietterà, che sia i test nazionali (Invalsi) sia i test internazionali (Pirls, Timss, Pisa) ci restituiscono un’immagine ben più ottimistica della scuola elementare italiana. Ma questo è vero solo in parte. I test internazionali condotti sui bambini in quarta elementare danno risultati opposti a seconda degli ambiti considerati (l’Italia è ai primi posti nei test di lettura, ma precipita agli ultimi sia in quelli di matematica sia in quelli di scienze). Quanto ai test nazionali essi indicano che il declino dei livelli di apprendimento fra i 7 e i 16 anni è costante e inizia già nelle elementari (in quarta i bambini vanno sensibilmente peggio che in seconda). Forse la cattiva fama della scuola media inferiore e dei suoi insegnanti è in parte immeritata: è vero, i risultati dei ragazzi delle medie sono pessimi, ma forse lo sono proprio perché la scuola elementare - con la sua impostazione ludica - non li prepara alle prove che dovranno affrontare quando entreranno in un mondo vero, meno protetto, in cui ci sono anche frustrazioni e si deve essere capaci di studiare da soli (cosa che molti bambini non imparano mai a fare: un effetto perverso del tempo pieno?).

Conclusione? Nessuna, solo una preghiera: anziché fare dello spirito sul grembiulino e del terrorismo sul tempo pieno, proviamo a riflettere seriamente - ossia senza preconcetti ideologici - sui vizi e le virtù della nostra scuola elementare.

Due patti scellerati
30/10/2008

Il decreto Gelmini è stato convertito in legge, scuola e università sono in agitazione. Il mondo della scuola scenderà in piazza oggi (chissà perché dopo e non prima dell’approvazione del decreto?), mentre l’Università si mobiliterà il 14 novembre, per combattere tagli che furono decisi fra giugno e agosto, quando il Partito democratico riteneva inopportuno scendere in piazza («Noi manifesteremo il 25 ottobre»). Misteri della politica italiana.
Ma parliamo della sostanza. Che cosa sta succedendo nella scuola e nell’università? Perché studenti, docenti e genitori paiono trovarsi dalla medesima parte della barricata?
Quel che sta succedendo è relativamente chiaro, almeno per chi conosce i dati di fondo dell’istruzione in Italia e riesce a non farsi accecare dalle proprie credenze politiche. Sia la scuola sia l’università dissipano una quota di risorse pubbliche considerevole, nel senso che spendono più soldi di quanti, con un’organizzazione più efficiente, basterebbero a garantire i medesimi servizi. Su questo, quando si trovano al governo, destra e sinistra la pensano allo stesso modo.
Chi avesse dei dubbi può consultare due documenti del governo Prodi (il «Quaderno bianco sulla scuola» e il «Libro verde sulla spesa pubblica»). Credo non si sia lontani dal vero dicendo che, con una migliore allocazione delle risorse, sia la spesa della scuola sia la spesa dell’università potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento a parità di output.
La novità di questi mesi non sta nella diagnosi, ma nella determinazione con cui si sta passando dalle parole ai fatti: la destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (fra queste cose c’è, ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo di allievi per scuola, varate dal centro-sinistra ben 10 anni fa). Del resto fu lo stesso Padoa-Schioppa, all’inizio della scorsa legislatura, ad avvertirci che certi sprechi non possiamo più permetterceli e a ricordarci che il problema di eliminarli dovremmo porcelo comunque, persino se avessimo i conti perfettamente in ordine: ogni spesa, infatti, ha un «costo opportunità», ossia è sottratta ad impieghi alternativi (se buttiamo al vento 8 miliardi per false pensioni di invalidità, automaticamente rinunciamo a una cifra equivalente in asili nido, sussidi di disoccupazione, aiuti ai poveri, sostegno ai non autosufficienti ecc.).
Su questo il governo ha ragioni da vendere, anche se non si può non rilevare che molte misure - pur condivisibili negli obiettivi - diventano criticabili per il modo in cui sono messe in pratica. È il caso, per fare l’esempio più importante, dei tagli all’università, che sarebbero ben più accettabili se punissero ancora più duramente gli atenei in dissesto, ma premiassero con più e non meno soldi gli atenei virtuosi.
Ma quella degli sprechi è solo una delle due facce del problema dell’istruzione in Italia. L’altra faccia è il tragico declino dei livelli di apprendimento, la scarsissima preparazione dei nostri diplomati e laureati, specialmente nelle regioni meridionali. Di questo sono corresponsabili ministri e docenti, ma anche gli studenti e soprattutto le loro famiglie. Il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati: nella scuola, il patto fra insegnanti e famiglie, nell’università il patto fra docenti e studenti. Il cardine del primo patto è: l’importante è che il ragazzo sia sereno, vada avanti senza soffrire troppo, prenda il diploma; che poi impari molto o poco conta di meno. Il cardine del secondo patto è: l’importante è arrivare alla laurea, non importa in quanto tempo e imparando che cosa; noi professori pretendiamo sempre di meno da voi studenti, voi studenti non ci importunate e vi accontentate di quel poco che riusciamo a trasmettervi. Naturalmente ci sono anche - nella scuola come nell’università - isole felici e importanti eccezioni, ma il quadro generale è purtroppo diventato questo.
Sono precisamente i due patti non scritti che spiegano l’inconsueta alleanza fra una parte dei docenti, una parte degli studenti e una parte dei genitori. I docenti difendono i posti di lavoro (nella scuola) e le carriere (nell’università). I genitori difendono una scuola che insegna poco e male, ma in compenso non stressa i ragazzi e risolve non pochi problemi reali delle famiglie, specie quando la madre lavora. I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro.
E hanno perfettamente ragione. Solo che indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione. La precarietà dei giovani e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato non voluto e non previsto di una lunga e colpevole disattenzione per la qualità dell’istruzione. Il governo non è certo innocente, perché non c’è quasi nulla nei provvedimenti di cui da mesi si discute che lasci prefigurare un innalzamento apprezzabile del livello degli studi, e c’è persino qualcosa che fa temere un ulteriore declino. Ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la contano giusta: se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi. Perché lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione sono genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.

Per quanto riguarda il disastro della scuola elementare posso, come già ho detto altrove, confermare tutto per esperienza personale. Il resto lo confermo perché possiedo due occhi, due orecchie, e perfino un paio di neuroni residui (Grazie a Pitti che mi ha inviato gli articoli e a Nick che aveva lanciato l’input).

barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

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Anna Politkovskaja: non perdoniamo
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Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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