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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 settembre 2011

STRUMENTO SCIENTIFICO

Non ricordo dove l’ho letto (la sezione di “giudaica” nel mio studio occupa interamente una parete di oltre cinque metri, dal pavimento al soffitto), però vi garantisco che l’ho letto, e non solo l’ho letto, ma ho anche visto la foto.
Si tratta di questo. In base alle leggi razziali cominciate a emanare nel settembre del 1938, oltre che dalle scuole gli ebrei venivano allontanati anche da tutti i posti “sensibili”. Come si riconoscevano gli ebrei? Dal cognome, naturalmente. Però. Però succede che con tutti gli ebrei che i buoni cristiani nel corso dei secoli si sono affaticati a condurre sulla retta via, ci sono in giro per il mondo un sacco di persone che hanno cognomi ebraici ma che ebrei non sono affatto, da generazioni ormai, addirittura da secoli. Come fare allora, per questi poveri diavoli, per dimostrare di non essere ebrei? Semplice: si presenta un certificato di battesimo. Però. Però succede che a un certo momento scoppia la seconda guerra mondiale. Succede che dopo nove mesi e qualcosa di neutralità il signor Mussolini decide che un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria l’ora delle decisioni irrevocabili (urla acclamazioni vivissime guerra guerra), succede che tra attacchi all’insegna dell’improvvisazione e alleanze e disalleanze il suddetto signor Mussolini combina un bel po’ di pasticci – non parlo qui dei crimini che quelli sono tutt’altro, e decisamente poco adatti al tono di cazzeggio che sto qui usando – e insomma ad un certo momento inizia l’occupazione tedesca e iniziano i bombardamenti alleati. E allora succede che ogni tanto spunta fuori uno con un cognome ebraico che dice no guardate io sono cristianissimo cattolicissimo battezzatissimo solo che il certificato di battesimo non ve lo posso mostrare perché la chiesa in cui sono stato battezzato è stata bombardata e i documenti sono andati tutti distrutti. Che fare allora? Rischiare di discriminare ingiustamente una persona onesta come se fosse ebreo? Rischiare di lasciare al suo posto un ebreo come se fosse una persona onesta? Mai non fia! È stato a questo punto che quei geni – perché lo sanno tutti che la razza ebraica è una razza inferiore mentre la razza italica –- che esiste, sì signori, altroché se esiste! –- è una razza superiorissima e dunque lì germogliano geni ogni due per tre – mettono a punto lo strumento scientifico che determinerà inequivocabilmente se uno è ebreo o no: il misuratore del naso. Che sarebbe una roba più o meno tipo morsetto da falegname, che misura con precisione assoluta la lunghezza del naso e zac! il perfido giudeo è smascherato e le sue menzogne non se le beve più nessuno.
Mi è tornato in mente guardando le foto del matrimonio e pensando, per associazione, a buona parte degli ebrei che conosco: con uno strumento così scientificamente preciso e infallibile, ho idea, in mezzo a tutte quelle carrettate di ebrei l’unica a finire in trappola sarei io.

barbara


4 marzo 2011

PER NON DIMENTICARE IL DARFUR

Lettera aperta sul Darfur

Raccontando il Sudan, per non dimenticare e per continuare...


Cari amici,
il mio ultimo viaggio in Sudan, in occasione del referendum per l'indipendenza del Sud Sudan, è stato più duro e, in certi momenti, pericoloso rispetto ai precedenti. Ho passato dei giorni con un gruppo di ribelli che mi ha anche fornito delle foto (ne allego una per farvi capire di che parlo...) che testimoniano i crimini in Darfur.
Ho avuto la possibilità di parlare con i sopravvissuti degli ultimi attacchi delle forze militari del governo e ho capito, ancora una volta, che per quello che ha subito e continua a subire, questa gente - donne violentate e mutilate priMa di essere uccise, ragazzini bruciati vivi nelle scuole, interi villaggi distrutti - non sarà mai pronta alla pace se prima non verrà loro garantita giustizia.

Le sensazioni che mi ha lasciato questo viaggio sono contrastanti.

Come avevo scritto nel novembre del 2009, quando con l'intergruppo Italia Darfur andammo a Zam Zam camp, non ho trovato volti scavati dalla fame, - come nel 2005 e nel 2007 - persone disperate che non avevano neanche la forza di chiedere aiuto. Stavolta non sono state le migliaia di persone che pelle e ossa vagavano per i campi profughi con gli occhi sbarrati dal panico o le testimonianze delle ragazze violentate che mi hanno raccontato il terrore degli stupri subiti a segnarmi profondamente. Questa volta è bastato il ‘contesto’... Il degrado umano dilagante, l'assenza di ogni barlume di speranza negli sguardi, la delusione trasformata in rassegnazione di non poter cambiare uno ‘status’ incancrenito, che ti porta a perdere dignità e futuro.
La situazione alimentare è migliorata ma la distribuzione del cibo e l’assistenza umanitaria sono sempre a rischio. E la gente non ce la fa più. Questa esistenza ai limiti della sopravvivenza e del decoro, hanno ‘inciso’ un marchio indelebile sulla loro pelle.

Quando bambini di quattro – cinque anni si azzuffano e calpestano i fratellini di pochi mesi pur di strappare dalle mani di chi li porge quaderni e matite che probabilmente non useranno mai, comprendi che per loro il presente e il futuro sono segnati da abbandono, disinteresse e violenza.
E allora ti chiedi... ha senso andare avanti? Forse chi mi chiede che senso ha continuare a occuparsi del Darfur, un posto così lontano e senza speranza, e mi consiglia di usare meglio le mie energie - a cominciare dai miei colleghi giornalisti mai così numerosi in Sudan - ha ragione? Poi mi torna in mente una vecchia massima che dice: non interessa al mondo chi del mondo non si interessa... E allora ogni mio dubbio svanisce: fino a quando io continuerò a occuparmi di Darfur, qualcuno a cui interesserà quello che ho da dire ci sarà sempre. Se anche la mia voce si zittisse, allora sarebbe più 'facile' ignorare questa tragedia. E così smetto di pormi domande, la risposta è dentro di me ed è una convinzione ferma.

Ignorare quella gente per me non è possibile, perché il loro dramma è il mio dramma, la loro battaglia è la mia battaglia, la loro speranza e la mia speranza!

Spero sia anche la vostra...

Con affetto,

Antonella Napoli
Presidente di Italians for Darfur


scuola bombardata

Certo, sapendo in che mani sono l’Onu e le varie commissioni per i diritti umani e altre simili amenità, non c’è da essere granché ottimisti. Noi, comunque, come dice Antonella Napoli, non ci arrendiamo, e se l’unica cosa che possiamo fare è combattere il silenzio dei media e della politica con quel poco di informazione che è nelle nostre mani, quello faremo.


barbara


14 maggio 2009

SESSANTATRE

Sessantatre. Sono le parole impiegate dal Corriere della Sera per raccontarci di due bombardamenti su un ospedale nello Sri Lanka, ieri e l’altro ieri, che hanno provocato rispettivamente almeno cinquanta e quarantasette morti, tutti civili. Sessantatre parole per un centinaio di morti civili. In un trafiletto. A pagina diciannove. E non essendo stato specificato dalle fonti se i bombardamenti siano opera dei tamil o dei governativi, l’anonimo autore del trafiletto dice onestamente che non si sa chi abbia bombardato l’ospedale.
I commenti li lascio a voi.

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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