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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 aprile 2011

RICORDIAMO IL GENOCIDIO ARMENO

iniziato (quello “grande”) il 24 aprile 1915 

             

I convogli si spostavano a piedi per percorsi interminabili lungo territori accidentati, nel corso dei quali la penuria d'acqua, di cibo e di riparo notturno acuiva le sofferenze dei deportati. Per tutto il cammino le schiere di donne e di bambini erano in balia degli stupri, dei furti, della crudeltà dei briganti, dei predoni oppure degli abitanti dei villaggi, a cui si aggiungevano i loro accompagnatori, esclusivamente musulmani. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro. In alcuni casi, le donne potevano sottrarsi alla morte o alla schiavitù insieme ai loro figli mediante la conversione all'islam, ratificata dal matrimonio immediato con un musulmano. Coloro che sopravvivevano alle torture del tragitto - la fame, la sete, lo sfinimento, gli stupri - giungevano a Dayr al-Zur. Informate in anticipo dell'arrivo dei convogli, le tribù arabe e curde, insieme ai contadini musulmani, li aspettavano per arrecare loro gli ultimi oltraggi. I cadaveri venivano abbandonati nel deserto.
Il genocidio degli armeni fu il normale esito di una politica insita nella struttura politico-religiosa della dhimmitudine. Questo processo di annientamento fisico ai danni di una nazione ribelle aveva già fatto la sua comparsa durante le rivolte dei cristiani slavi e greci, che si salvarono dallo sterminio collettivo solo grazie agli interventi europei, interventi effettuati talora a malincuore. Il genocidio degli armeni fu un jihad. Nessun raya, infatti, vi prese parte. Nonostante la disapprovazione di molti turchi e arabi musulmani, e il loro rifiuto a collaborare al crimine, questi massacri furono perpetrati unicamente dai cittadini islamici, ed essi soli beneficiarono del bottino: i beni delle vittime, le loro abitazioni, i loro campi - assegnati ai muhajirun -, le donne e i bambini, spartiti e ridotti in schiavitù. L’eliminazione dei maschi dai dodici anni in su è conforme alle prescrizioni del jihad e all'età regolamentare per il pagamento della jizya. Le quattro tappe dello sterminio - deportazioni, riduzioni in schiavitù, conversioni forzate ed eccidi - riproducono le condizioni storiche del jihad, applicate a partire dal VII secolo in tutto il dar al-harb. Cronache di provenienze diverse, soprattutto di autori islamici, descrivono minuziosamente l'organizzazione del massacro dei vinti e le deportazioni dei prigionieri, le cui marce forzate al seguito degli eserciti infliggevano loro le stesse sofferenze provate dagli armeni nel XX secolo.
Questa politica non era un episodio isolato. Essa rientrava in una strategia difensiva finalizzata a mantenere sotto la giurisdizione islamica un territorio conquistato con la guerra e ad annientare i nazionalismi dhimmi. Perciò la tragedia armena fu accompagnata dallo sterminio dei cristiani giacobiti e nestoriani della valle dell'Eufrate, nel Nord della Siria. Nel mese di settembre del 1915, a Musa Dagh (Jabal Musa, Presso Antiochia), tra i 4000 e i 5000 armeni, accerchiati dai turchi e dagli arabi, furono imbarcati in extremis su alcune navi francesi. Ma le autorità inglesi e francesi, temendo l'ostilità delle popolazioni islamiche, si rifiutarono di lasciarle sbarcare in Egitto, a Rodi, a Cipro, in Marocco e in Tunisia. Alla fine l'Alto Commissario inglese d'Egitto accettò il loro sbarco provvisorio ad Alessandria.
Il concorso di tutte queste circostanze dimostra che il genocidio degli armeni fu un affaire esclusivamente musulmano, nelle finalità come nell'attuazione, e che nessuna fase di tale piano vide coinvolte le comunità raya. Al contrario, i rapporti pervenuti agli Alleati sugli eccidi erano di provenienza cristiana ed ebraico-ottomana. Sul fronte internazionale, poi, l'Austria e la Germania, alleate della Turchia, non furono esenti da responsabilità. In che misura i racconti di coloro che avevano preso parte a quei massacri influenzarono Hitler? Circa vent'anni più tardi, il 22 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il Führer comunicava ai comandanti in capo dei suoi eserciti riuniti a Obersalzberg:

Perciò, per il momento ho inviato a Est solo le mie unità di teste di Morto [Totenkopfverbände], con l'ordine di uccidere senza alcuna pietà né compassione tutti gli uomini, le donne e i bambini di razza o di lingua polacca. Oggigiorno chi parla ancora dello sterminio degli armeni? (Wer redet heute noch der Vernichtung der Armenier?)

(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.266-268)



Come già ricordato, recentemente, qui, il genocidio armeno è stato un’azione di jihad, perpetrata da musulmani contro non musulmani per adempiere all’obbligo coranico di islamizzare tutta la terra. Guerra, quella degli islamici contro gli “infedeli”, che continua indefessa e implacabile, e anche oggi ha mietuto le sue vittime – e a provvedere materialmente alla mietitura sono stati coloro che il mondo intero vorrebbe imporre a Israele come affidabili interlocutori di pace.
Sterminio di cristiani, sterminio di ebrei, sterminio di musulmani che vorrebbero pensare con la propria testa e non con quella di un assassino pedofilo vissuto un millennio e mezzo fa. Stermini regolarmente accompagnati da un indifferente silenzio. Ma io non tacerò. Io non mi stancherò di ricordare e denunciare perché, come dice Elie Wiesel, “Il
silenzio non aiuta mai la vittima, il silenzio aiuta sempre l'aggressore” e io, a differenza dei pacifisti di professione, non starò mai dalla parte dell’aggressore. E non smetterò di ricordare che siamo nati in libertà, e nessuno di noi ha il diritto di arrendersi, senza combattere, a chi questa libertà ce la vuole rubare.


barbara


10 aprile 2011

IL PROGRAMMA

L'islamismo però non si limita allo stadio del rifiuto: esso accoglie in sé le sofferenze e le speranze dei popoli. Perciò si autoproclama la via della redenzione di una umma corrotta dall'Occidente. I popoli musulmani - esso insegna - conosceranno di nuovo la gloria se ripristineranno nel nostro tempo le istituzioni che furono elaborate nel VII secolo e che li condussero al potere. Un potere che si fondava sul jihad, l'annessione di terre, il bottino derivante dalle vittorie, il saccheggio a danno delle civiltà vinte e lo sfruttamento delle enormi riserve di schiavi e manodopera provenienti dalle Indie, dall'Africa, dall'Oriente e dall'Europa. E così il rigetto dell'Occidente e la nostalgia di una potenza edificata sulla guerra e sulle conquiste contribuiscono a fare dell’islamismo il veicolo e il pilastro del jihad.
Il programma politico della corrente integralista è ben noto. Essa predica il ritorno alla shari'a in tutti gli Stati musulmani. Questo primo stadio permetterà l'accorpamento delle leadership politica e militare e il ripristino della mentalità ghazi. Solo allora potrà essere intrapreso lo stadio successivo nonché finale, articolato nelle seguenti fasi: conquista del mondo e instaurazione della supremazia universale della legge islamica, distruzione delle civiltà dell'epoca preislamica (jahiliyya) non musulmane e imposizione della dhimma ai popoli del dar al-harb, riconquistato e quindi ridivenuto dar al-islam. La corrente islamista legittima la sua ideologia sulla base del passato: in effetti le epoche gloriose dell'islam furono proprio quelle legate alle due ondate (araba e turca) di conquiste. Non fu certo nella sua culla - l'Arabia, popolata esclusivamente da arabi musulmani - né a La Mecca o a Me
dina, che rifulse in tutto il suo splendore la civiltà islamica. Essa brillò soltanto nelle terre della dhimmitudine, nei periodi in cui i dhimmi costituivano ancora delle maggioranze soggette a conquistatori musulmani numericamente inferiori. Sotto gli arabi, infatti, essa raggiunse il suo apogeo nell'Oriente cristiano e in Spagna, ma lo stesso fenomeno si verificò sotto i turchi: non fu nell'Asia centrale che i selgiuchidi e gli ottomani fondarono un impero prestigioso, ma in Anatolia e nei Balcani, dove assoggettarono le popolazioni ortodosse. Oggi i popoli musulmani, i quali – tranne che nei paesi petroliferi - sono tra i più poveri del pianeta, sono affascinati dalle ricchezze dell'Europa e dell'America tanto quanto un tempo i nomadi dell'Arabia e del Turkestan erano attratti dalle fiorenti e raffinate città dell'Oriente prearabo e di Bisanzio. In effetti il movimento integralista non nasconde affatto la sua intenzione di islamizzare l'Occidente. La sua propaganda, contenuta negli opuscoli in vendita nei centri islamici europei, ne chiarisce gli scopi e i mezzi, che includono il proselitismo, le conversioni, i matrimoni con donne indigene e soprattutto l’immigrazione. Ricordando che i musulmani partirono sempre minoritari nei paesi conquistati (o, per usare il loro termine, «liberati») prima di divenire la maggioranza, gli ideologi del movimento considerano l'insediamento islamico in Europa e negli Stati Uniti come la grande occasione dell’islam.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 299-300)

Funziona così. Funzionava così un millennio e mezzo fa e funziona così oggi. L’unica differenza è che oggi hanno armi molto più potenti.







barbara


8 aprile 2011

COME FU CHE LA “PALESTINA” SI POPOLÒ

Se il sionismo fu percepito come un movimento esclusivamente europeo, ciò è dovuto al fatto che la specificità della condizione dhimmi, con le sue componenti di insicurezza e di tragica vulnerabilità, fu occultata. Il sultano ottomano aveva dichiarato che non avrebbe fatto della Palestina una seconda Armenia. Ovviamente, le velleità nazionalistiche degli ebrei nelle piccole comunità isolate e sporadiche del suo immenso Impero sarebbero state stroncate con maggior ferocia di quanto non fosse accaduto con il nazionalismo armeno, che pure era ben organizzato e armato dalla vicina Russia. Il massacro dei nazionalisti cristiani nei Balcani e il genocidio armeno mostravano agli ebrei del dar al-islam, privi di qualsiasi protezione, il prezzo di sangue da pagare per la libertà. Prigionieri di questa realtà, essi evitarono di schierarsi apertamente per il sionismo, poiché perfino nell'epoca di transizione rappresentata dalla colonizzazione europea essi rischiavano la vita. Del resto, di ciò si ebbe un’ulteriore conferma quando i paesi arabi decretarono il sionismo un crimine passibile della pena capitale.
Tuttavia furono elaborate altre forme di partecipazione clandestina o camuffata, anche se in Oriente non emersero certi tratti specifici del sionismo occidentale, come il fallimento dell’assimilazione, esemplificato alla fine del XIX secolo dall’affaire Dreyfus. È evidente che un «affaire Dreyfus» non avrebbe mai potuto verificarsi in oriente, dove nessun ebreo o cristiano aveva accesso a cariche importanti in uno stato maggiore musulmano. A maggior ragione, mai un paese islamico sarebbe stato così turbato, come lo fu la Francia, dall’ingiusta condanna inflitta a un ebreo o a un cristiano, e perfino a un musulmano. Lo studio del sionismo in Oriente progredirebbe certamente se smettesse di riferirsi in modo esclusivo agli schemi occidentali, estranei al fenomeno, per esaminare invece gli elementi storici e politici del rapporto dar al-islam-dhimmi e le sue modalità di sviluppo. Da questi aspetti emerge che la liberazione di una «terra di dhimmitudine», la Palestina, soggetta alle regole di conquista del jihad, non poteva essere innescata che dall’esterno del dar al-islam – com’era accaduto per altri popoli, in particolare per gli armeni - e che tale ruolo spettava all’ebraismo occidentale.
Secondo Volney, alla fine del XVIII secolo la popolazione della Palestina ammontava a circa 300.000 abitanti, cifra che, nel secolo seguente, aumentò in seguito all’arrivo dei musulmani in fuga dall'Europa. Nel 1878, infatti, una legge ottomana aveva decretato l'assegnazione di terre palestinesi ai coloni islamici, insieme a dodici anni di esenzione dalle tasse e dal servizio militare. Così, nella zona del monte Carmelo, in Galilea, nella piana di Sharon e a Cesarea furono assegnati appezzamenti di terra ai musulmani slavi dell’Erzegovina e della Bosnia; i georgiani furono insediati nella regione di Qunaytra, sulle alture del Golan e i marocchini in bassa Galilea. In Transgiordania e in Galilea i turkmeni, i circassi e i cerkessi, che fuggivano la russificazione della Crimea, della Caucasia e del Turkestan, si ricongiunsero alle tribù che li avevano preceduti nel XVIII secolo stabilendosi ad Abu Ghush, presso Gerusalemme. Inoltre, intorno agli anni ‘30, circa 18.000 fellah egiziani erano emigrati a Gerico, Giaffa e Gaza, e nel 1830, in seguito all’occupazione francese, migliaia di algerini, guidati dall’emiro ’Abd al-Qadir, avevano scelto l’esilio insediandosi in Siria, sulle alture del Golan, in Galilea e a Gerusalemme.
Sempre in Terra Santa, le popolazioni cristiane indigene o immigrate dal Levante e dalla Grecia potevano contare sulla protezione europea o russa, che invece mancava agli ebrei palestinesi. Dopo la guerra di Crimea, infatti, furono decretate consistenti concessioni territoriali alla Francia in favore dei cattolici, all’Inghilterra per i protestanti, all’Austria per i luterani, alla Russia per gli ortodossi e gli armeni.
Nel 1887 il divieto di emigrare in Palestina, di risiedervi, di acquistarvi terreni e di vivere a Gerusalemme fu applicato soltanto agli ebrei, sia stranieri che raya, ma non ai cristiani né ai musulmani. Tuttavia, gli sforzi del sultano per fermare il ritorno degli ebrei in Palestina furono in parte inefficaci. Infatti la proibizione ai soli ebrei europei - e non ai cristiani - di visitare la Palestina, di insediarvisi e di acquistarvi terre era il frutto di una discriminazione religiosa assente dalle capitolazioni siglate tra la Porta e gli stati europei. Fu in virtù di tali trattati, stipulati tra i sultani ottomani e i paesi occidentali sulla base della reciprocità, che gli ebrei europei poterono intraprendere questa prima e cruciale fase della lotta sionista, mentre quelli residenti nei paesi islamici - sudditi ottomani e non - essendo privi di tale requisito, furono respinti. Grazie ad alcuni filantropi europei, la comunità ebraica palestinese poté dotarsi di dispensari e ospedali e acquisire dei terreni.
Di fatto la marginalizzazione dei raya e alcuni elementi specifici dell’ebraismo europeo concorsero a limitare la prima fase dell’immigrazione sionista in Palestina a popolazioni provenienti in maggioranza dall’Europa. Questi fatti vengono citati qui solo per mettere in rilievo la totale ignoranza del contesto della dhimmitudine.
La dispersione del popolo ebraico costituiva il principale ostacolo alla realizzazione della sua indipendenza. A differenza dei cristiani del Levante, miseri resti di nazioni ostili tra loro, gli ebrei, malgrado la loro frammentazione, presentavano una relativa omogeneità e potevano contare su un consistente sviluppo demografico. Ma al contrario dei cristiani balcanici, ancora assai numerosi nelle loro patrie, gli ebrei palestinesi, che uscivano da oltre un millennio di dhimmitudine, costituivano una comunità esangue, tanto più umile e vulnerabile in quanto attirava molte persone anziane e devote che si recavano a morire in Terra santa.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.279-281).

Ecco, dopo che la regione - ribattezzata col nome di Palestina dai conquistatori romani per cancellare persino il ricordo del suo legame col popolo ebraico - in seguito alla nascita dell’islam era stata islamizzata e arabizzata a suon di massacri e di conseguenza devastata e spopolata (come vi ho fatto leggere qui), in epoche più recenti è stata ripopolata nel modo che abbiamo visto. Ma per qualcuno, si sa, le leggende sono molto più affascinanti della realtà, e quindi continueranno a chiudere occhi e orecchie sui fatti per poter continuare a inseguire la loro leggenda nera dei perfidi giudei che invadono terre altrui e se ne impadroniscono a suon di pulizie etniche (e magari vi scannano i poveri bimbi per impastare le azzime col loro sangue). E, soprattutto, continueranno a costruire muri di menzogne.


barbara


16 marzo 2011

IL MASSACRO NEL DNA

Sebbene distinti – il nazionalismo mirava a liberare un territorio, mentre l’emancipazione lottava per abolire una discriminazione giuridica – questi due movimenti erano tuttavia organicamente collegati. Infatti ogni gruppo dhimmi, a causa della sua dispersione nella umma, partecipava di entrambi. Se i cristiani e gli ebrei rivendicavano uguali diritti sui luoghi in cui la storia li aveva dispersi, tali rivendicazioni si trasformavano tuttavia in movimenti nazionalistici nelle province che erano state culla della loro storia specifica: la Grecia, i Balcani, l’Armenia, la Terra Santa. Ecco perché persecuzioni e massacri colpirono indistintamente i dhimmi ovunque si trovassero, in quanto la umma accomuna in un identico rifiuto sia l’Europa – per giunta colonizzatrice – che patrocinava i movimenti di liberazione e di emancipazione, sia i suoi protetti.
È possibile seguire l’arretramento della umma grazie alla traccia di sangue che lasciò nelle comunità dhimmi. La guerra di Crimea (1853-1856) suscitò rappresaglie contro gli armeni, espropriati a vantaggio dei rifugiati musulmani di etnia circassa. Massacri in Grecia e «orrori bosniaci» nei Balcani accompagnarono le guerre di liberazione greca e balcanica. L’emancipazione provocò lo sterminio di 20.000 cristiani in Siria e in Libano (1860). I pogrom in cui perirono tra il 1895 e il 1896, nell’Armenia turca, dai 100.000 ai 200.000 armeni, si estesero anche ai cristiani di Siria, i cui villaggi vennero incendiati e saccheggiati, mentre gli uomini furono uccisi e le donne rapite. All’inizio del XX secolo il nazionalismo armeno fu schiacciato da un genocidio che, tra il 1915 e il 1917, travolse indistintamente giacobiti, caldei, siriaci, cattolici e protestanti. Nella sola città di Mardin (Mesopotamia) furono massacrati 86.000 giacobiti.
In meno di un secolo, le guerre di liberazione e i movimenti di emancipazione, oppure l’ascesa economica dei raya, provocarono l’estinzione di questi popoli e la loro pressoché totale scomparsa dal dar al-islam. Eccettuato l’Egitto, che in questo periodo cruciale era controllato dall’Inghilterra, la disintegrazione dei popoli indigeni non musulmani della Turchia e del Levante fu il risultato sia dell’abolizione della dhimma che dell’alleanza – tanto temuta e ostinatamente rifiutata in passato – tra i cristiani orientali e un Occidente indubbiamente seduttivo, ma che, sotto la vernice dell’umanitarismo, mascherava i suoi calcoli politici.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 244-245)

Un millennio e mezzo di storia sono qui a testimoniarlo: nella buona e nella cattiva sorte, nella ricchezza e nella povertà, in guerra e in pace, con o senza motivi, con o senza provocazioni, con o senza pretesti, un’occasione per fare un bel massacro questa gente non se l’è mai lasciata scappare. E, per inciso, ebrei e cristiani nel Nord Africa e in Medio Oriente non erano “in casa d’altri”: erano in casa propria da sempre. Erano gli altri, gli arabi musulmani, ad essere entrati abusivamente in casa loro. E non sono molto sicura che massacri, deportazioni, stupri etnici, conversioni forzate e annientamento di antichissime lingue e culture si possano considerare un modo di “pagare l’affitto”.

     

         

    

  

 



         

  (qui)

barbara


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11 settembre 2010

ALTRE DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

Nell'a­gosto del 931, nel corso della campagna estiva contro Amorium:

I musulmani entrarono nella piazza e vi trovarono grandi quantità di mercanzie e di viveri, di cui si impadronirono. Essi incendiaro­no tutti gli edifici costruiti dai nemici, poi penetrarono più in profondità nel territorio bizantino, abbandonandosi ai saccheggi, agli eccidi e alle devastazioni, e giunsero ad Ancyra, città oggi no­ta come Ankuriya [Ankara]. Tornarono indietro tranquillamente e senza aver incontrato la minima ostilità. Il valore dei prigionieri ammontava a 136.000 dinari.

Nel 1064 il sultano selgiuchide Alp Arslan (1063-1072) ricoprì di rovine la Georgia e l'Armenia, si diede ai massacri, «seminò ovunque morte e schiavitù», sterminò interi popoli e catturò in­numerevoli prigionieri. Tutta la popolazione maschile di Ani fu trucidata, e le donne e i bambini furono deportati. Nel XIII seco­lo i mamelucchi d'Egitto misero a ferro e fuoco il regno d'Armenia-Cilicia. Nella spedizione condotta nel 1266 dal sultano Bay-bars, a Sis furono sterminate 22.000 persone. Gli egiziani incen­diarono la città e saccheggiarono i dintorni, trascinando via come prigionieri gli abitanti di Adana, Ayas e Tarso:

I vincitori, essendo penetrati nella città di Sis, la distrussero da ci­ma a fondo. Rimasero in quel territorio per alcuni giorni, portando dappertutto carneficine e incendi, e rapendo un gran numero di prigionieri. Quindi l'emiro Ugan [Igan] si diresse verso il paese di Rum [Bisanzio], e l'emiro Kelaun [Qala'un] verso Masisah, Adnah, Aias e Tarsus [Masis, Adana, Ayas e Tarso]. Entrambi sgozzarono gli abitanti, catturarono molti prigionieri, distrussero numerose piazzeforti e diedero alle fiamme ogni cosa.

Durante la spedizione del 1268, i mamelucchi passarono a fil di spada tutti gli uomini di Antiochia, e catturarono tutte le don­ne e i ragazzi. La città divenne un cumulo di macerie e un deser­to. Nel corso della campagna del 1275, Baybars e le sue truppe si diedero ai massacri ovunque, e raccolsero un considerevole bottino. Mopsuestia fu incendiata e la sua popolazione stermina­ta; Sis venne di nuovo saccheggiata. Secondo il cronista siriaco Bar Hebraeus, 60.000 persone furono uccise e il numero di donne, ragazzi e bambini deportati come schiavi fu incalcolabile.
Nel contesto geografico oggetto di questo studio, i popoli ri­dotti in schiavitù erano per lo più cristiani, ma anche ebrei sia bi­zantini che europei. Intere famiglie, smembrate e dilaniate dalla lotteria della spartizione dei premi tra i soldati o della vendita di schiavi, venivano deportate in paesi lontani e ignoti. Quest'uma­nità prigioniera, costantemente incrementata dal jihad, si perdeva nella totalità indistinta del bottino, il fay’ musulmano. Individui atomizzati dal venir meno dei vincoli di solidarietà familiare, re­ligiosa e sociale provocato dalla schiavitù e dalla deportazione, i prigionieri andavano a ingrossare le file dei mawali (schiavi af­francati), che gremivano gli accampamenti militari arabi all'inizio della conquista. Questo aumento demografico, frutto dei bottini di guerra, diede il via al processo di urbanizzazione manifestato­si a partire dall'VIII secolo. I cronisti parlano di province e di intere città del dar al-islam svuotate dei loro abitanti.
Tuttavia non sarebbe giusto sottovalutare il ruolo storico di queste moltitudini rastrellate dal dar al-harb a opera degli eserciti islamici vincitori. Infatti sia i cristiani che gli ebrei, di provenienza rurale o urbana, prelevati dai paesi mediterranei e dall'Armenia - letterati, medici, architetti, artigiani, contadini, vescovi, monaci o rabbini - appartenevano tutti a civiltà superiori rispetto a quelle delle tribù arabe o turche. Fu grazie allo sfruttamento di questa «manodopera» servile che venne edificata la potenza militare ed economica dei califfi e si compì il processo di islamizzazione. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 148-149)

E stanno continuando. Credo che oggi sia il giorno più adatto per ricordare con chi abbiamo a che fare. Poi, per qualche informazione in più, vai a leggere anche uno e due e tre e quattro.


barbara


AGGIORNAMENTO: leggi oppure ascolta.


31 gennaio 2009

E SFATIAMO ANCHE UN ALTRO MITO

Il mito della tollerante Andalus

Anche questo articolo, come il precedente, è dichiaratamente di parte. Il che non significa che i fatti che denuncia non siano autentici. E oltre che autentici sono anche stati ripetutamente resi noti, ma siccome il mondo è popolato da miriadi di terzetti di scimmiette, noi continuiamo a riproporre questi fatti, chissà mai che ogni tanto a qualcuna delle scimmiette non capiti di distrarsi un attimo e abbassare per un momento le mani …

Radici Cristiane, n. 39, novembre 2008
di Guglielmo Piombini

Sfatiamo un altro dei più divulgati miti storiografici e religiosi in voga oggi: quello della tolleranza dei musulmani in Andalusia nei confronti dei cristiani e degli ebrei

Nel suo fondamentale studio Eurabia (clicca), Bat Ye’or ha rivelato al pubblico l’esistenza di un progetto di graduale trasformazione del vecchio continente in un’appendice del mondo arabo-musulmano, perseguito attraverso le strutture del cosiddetto Dialogo Euro-Arabo, un ombrello di organizzazioni controllato dalle élite politiche dell’Unione Europea e del mondo arabo.

Eurabia

L’Eurabia è essenzialmente un progetto politico che mira alla simbiosi tra Europa e mondo musulmano per ricreare, come ai tempi dell’impero romano, un nuova entità politica che abbracci tutto il Mediterraneo. Gli strumenti che le élite politiche stanno mettendo in atto per realizzare questo obiettivo sono: la promozione dell’immigrazione di massa di musulmani in Europa, la presentazione benevola della storia e della religione musulmana nelle università e nei mezzi d’informazione, la lotta al Cristianesimo e alle identità nazionali, la promozione del multiculturalismo, l’introduzione di reati d’opinione come l’islamofobia per colpire giudiziariamente le critiche all’islamismo.

Il mito andaluso

Un progetto del genere, che sarà verosimilmente osteggiato dalla popolazione europea autoctona, necessita di miti ideologici per essere portato avanti. Il più diffuso è senza dubbio il “mito andaluso”, secondo cui la Spagna medievale prima della Reconquista cristiana rappresentava un bellissimo esempio di tolleranza e pacifica convivenza tra musulmani, cristiani ed ebrei.
Quel modello dimostrerebbe che un islam illuminato esiste ed è esistito, e che una società multiculturale a prevalenza islamica, cioè il futuro che le élite eurabiche stanno preparando per il vecchio continente, non deve far paura a nessuno.
Peccato che le ricerche storiche più approfondite abbiano dimostrato che quello della tolleranza andalusa, a dispetto della sua continua diffusione nei media politicamente corretti, non sia altro che un vero e proprio capovolgimento della realtà.
La conquista e l’occupazione islamica della Spagna furono caratterizzate infatti da un continuo uso della violenza. La Spagna venne invasa nel 710-716 d.C. da tribù arabe originarie della penisola arabica, che compirono immense razzie, schiavizzazioni, deportazioni e uccisioni delle popolazioni conquistate. La maggior parte delle chiese vennero convertite in moschee. Dopo la conquista seguì la colonizzazione della penisola iberica attraverso una massiccia immigrazione berbera e araba.
Nelle regioni iberiche che si vennero a trovare sotto uno stabile controllo islamico i cristiani e gli ebrei vennero relegati, come in tutto il resto del mondo islamico, nella condizione di dhimmi, vera e propria forma di apartheid su base religiosa che si manifesta attraverso il pagamento di una tassa, la jizya, e molte altre forme umilianti di sottomissione dei popoli “infedeli” ai padroni musulmani.
La società andalusa venne infatti divisa per caste, con al vertice i conquistatori arabi, seguiti dai colonizzatori berberi, dagli iberici convertiti all’islam (chiamati Muwalladun) e infine dai dhimmi cristiani (detti mozarabi) ed ebrei. In quanto cittadini di infima classe, i dhimmi non potevano costruire nuove chiese o sinagoghe né restaurare quelle vecchie; erano segregati in speciali quartieri, dovevano portare abiti che li rendessero riconoscibili ed erano soggetti ad una pesante tassazione speciale; nelle campagne i contadini cristiani diventarono una classe servile al servizio dei padroni islamici; feroci rappresaglie mediante mutilazioni e crocifissioni punivano implacabilmente i mozarabi che chiedevano aiuto ai re cristiani.

Esempi di convivenza islamica...

L’umiliante status imposto ai cristiani e la confisca delle loro terre provocarono continue rivolte, punite con massacri, a Toledo (761, 784-86), Saragozza (dal 781 al 881), Cordoba (805), Merida (805-813, 828) e di nuovo a Toledo (811-819).
Talvolta gli insorgenti vennero crocifissi, come prescrive il Corano alla sura 5, 33 («La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba dai lati opposti o che siano esiliati sulla terra»). La rivolta di Cordoba dell’818 venne repressa con tre giorni di massacri e saccheggi, al termine dei quali trecento notabili cristiani vennero crocifissi e ventimila famiglie espulse.
Al-Andalus rappresentava la terra del jihad per eccellenza. Ogni anno, talvolta anche due volte all’anno, dalle regioni meridionali della penisola iberica partivano i raid dei musulmani per la conquista di bottino e schiavi nei regni cristiani del nord della Spagna, nelle regioni basche, nella Francia e nella valle del Rodano. I corsari andalusi attaccavano e invadevano le coste dell’Italia, della Sicilia e delle isole egee, saccheggiando e bruciando tutto quello che incontravano. Migliaia di persone vennero deportate come schiavi in Andalusia, dove il califfo manteneva una milizia composta da decine di migliaia di schiavi cristiani catturati in ogni parte d’Europa, e un harem di donne cristiane catturate.
Uno dei più importanti giuristi arabo-andalusi dell’epoca, Ibn Hazm di Cordoba (morto nel 1064) scriveva che Allah aveva stabilito la proprietà degli infedeli al solo scopo di fornire bottino ai musulmani. Anche la dinastia berbera degli almohadi, che regnò in Spagna e Nord Africa dal 1130 al 1232, arrecò enormi distruzioni alla popolazione cristiana ed ebrea.
Questa devastazione, realizzata mediante massacri, prigionie e conversioni forzate, è stata raccontata da alcuni scrittori ebrei, come il cronista Abraham Ibn Daud e il poeta Abraham Ibn Ezra. Quando non erano convinti della sincerità delle conversioni degli ebrei all’islam, gli inquisitori musulmani (che precedettero di tre secoli quelli cristiani!) sequestravano i bambini di quelle famiglie per affidarli ad educatori musulmani. Nel suo libro Moorisch Spain lo storico Richard Fletcher conclude quindi che «la Spagna dei Mori non fu una società tollerante e illuminata nemmeno nella sua epoca più raffinata».

Un piano di scristianizzazione

Questa terribile eredità della dominazione musulmana nella penisola iberica è rimasta impressa fino ad oggi nella memoria degli spagnoli. Ogni anno, in una tradizione che risale al sedicesimo secolo, i villaggi spagnoli festeggiano la liberazione dai Mori durante i festival “Moros y Cristianos”, nei quali viene distrutta e bruciata l’effigie di Maometto (chiamata “la Mahoma”).
Solo dopo l’attentato dell’11 marzo 2004 alla stazione di Madrid, che ha fatto 192 vittime, alcuni villaggi, come quello di Boicarent vicino a Valencia, hanno deciso di interrompere la plurisecolare tradizione per paura di ritorsioni.
Da parte sua il governo socialista di Zapatero, salito al potere solo grazie all’effetto dell’attentato, ha approvato un piano che limita l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e che prevede finanziamenti per l’insegnamento della religione islamica e per la costruzione di moschee a favore del milione di musulmani che già vivono nel paese iberico. Il cardinale Antonio Maria Rouco Varela ha denunciato la politica filo-islamica dei socialisti come un tentativo di cancellare secoli di storia spagnola per riportare il paese alla situazione precedente alla Reconquista.
È prevedibile che questo progetto di sradicamento forzato dell’identità cristiana della Spagna, se mai andrà in porto, non riporterà in auge una nuova Andalusia “tollerante e multiculturale”, che non è mai esistita se non nelle menzogne di chi falsifica la storia per professione, ma riporterà in vita i secoli più tragici della storia spagnola.

Un altro mito di questi ultimo tempi è quello del laicismo di Zapatero, ed è una balla colossale: Zapatero ha semplicemente scelto una politica anticristiana per leccare il culo ai musulmani (vedi keffiya orgogliosamente ostentata, vedi partecipazione alla cena di fine ramadan …), che è cosa molto ma molto ma molto lontana dal laicismo. Ma le solite tre scimmiette preferiscono fingere di non accorgersene. Magari qualcuno potrebbe ricordare al signor Zapatero che nutrire il coccodrillo può servire, forse, a farsi mangiare per ultimi. Non a farsi risparmiare.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.


1 luglio 2007

EURABIA

                                              

(Nota: post lungo. Ma tanto adesso vado in vacanza, quindi potete anche leggerlo a rate)

Gli accordi economici tra la CEE e il mondo arabo, di fatto, andavano ben oltre i trattati commerciali: conducevano l'Europa a una progressiva soggezione agli obiettivi politici arabi, spesso accolti con interesse ed entusiasmo. I membri del DEA (dialogo euro-arabo, ndb) - in particolare la Francia - richiedevano la presenza di una diplomazia congiunta euroaraba nei forum internazionali in cui la CEE si allineava alle posizioni antisioniste della Lega araba. Nel 1968 l’OLP aveva riunito vari gruppi terroristici sotto la leadership del movimento al-Fatah di Yasser Arafat, il quale nel febbraio 1969, fu eletto presidente del suo comitato esecutivo e comandante in capo dell'OLP. Il Dialogo divenne il principale veicolo della sua legittimazione e preparò la strada al suo riconoscimento ufficiale e diplomatico. Per la prima volta l’OLP ottenne il rispetto e la stima internazionale che occultarono la sua reputazione di gruppo terroristico, conquistata fin dal ‘65 con azioni di sabotaggio, omicidi, rapimenti di ostaggi e gesti terroristici.
Gli sforzi del DEA per legittimare l’OLP produssero effetti immediati ed elevarono Arafat al rango di statista. Il vertice arabo di Rabat (1974), che riconosceva l’OLP come unico rappresentante legittimo dei palestinesi, gli spianò la strada del successo: il 14 ottobre 1974 Arafat parlò all'assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. In Europa, intanto, i gruppi neonazisti e fascisti gli garantivano il loro appoggio, mentre i paesi comunisti dell’area sovietica offrivano campi di addestramento alle sue milizie.
Sul piano diplomatico la Francia, che sosteneva la causa palestinese, espresse per bocca del suo rappresentante permanente al Consiglio di Sicurezza Louis de Guiringaud, gli argomenti che avrebbero costituito l’ossatura ideologica del DEA. Nel suo discorso, Guiringaud citò il presidente francese Giscard d’Estaing, che ormai attribuiva le cause del conflitto non al rifiuto arabo di riconoscere Israele, ma alla questione palestinese:
«Il nocciolo del problema è riconoscere che non può esservi una pace durevole in Medio Oriente fino a che non si troverà una soluzione equa alla questione palestinese. Ora, dal momento che la comunità internazionale ha riconosciuto l’esistenza di un popolo palestinese, qual è la naturale aspirazione di un popolo? Quella di avere una patria».
L’espressione soluzione equa, che per molti implicava la scomparsa di Israele o il suo relegamento all’interno di confini indifendibili, unita a «diritti legittimi dei palestinesi», costituiva ormai la piattaforma politica della CEE. Nella sua dichiarazione, Guiringaud riprendeva formule abituali nei testi arabi, quali la necessità per i palestinesi, che ormai avevano fatto capire al mondo di essere un popolo, di esprimersi senza intermediari. Egli teorizzava il ruolo chiave della realtà palestinese, questo «elemento nuovo» che, da solo, avrebbe deciso della pace, e celebrava le qualità di statista di Yasser Arafat. Chiedeva, infine, una soluzione complessiva anziché una pace separata e, con uno straordinario cortocircuito storico, collocava Israele e i palestinesi in una fantomatica simmetria: «Ciò che colpisce nella storia di questi due popoli è la comunanza nella sventura. Entrambi hanno conosciuto la sofferenza e l’esilio. Nati in una delle culle della civiltà occidentale, hanno sperimentato entrambi le peggiori vicissitudini. Nulla è stato loro risparmiato».
In questo discorso non c’era niente di vero. Gli arabi di Palestina, discendenti di diverse tribù di immigrati coloniali musulmani, imposero agli ebrei nativi della Terra Santa uno dei peggiori sistemi di oppressione ed espropriazione, la dhimmitudine, che li obbligò a sopravvivere per 13 secoli in esilio. Inoltre, la patria dell’islam e degli arabi è l'Arabia, che non è affatto una delle culle della civiltà occidentale. Nonostante l’incredibile falsità di questo discorso, nei tre decenni successivi la politica europea in Medio Oriente si sarebbe sviluppata alla luce del quadro politico e ideologico da esso delineato.
L'influsso degli arabi sulle ambizioni economiche europee si fece ben presto sentire, imponendo al Consiglio Europeo dei ministri le loro direttive riguardo a Israele. L'incontro del DEA sulla cooperazione euroaraba, tenutosi ad Amsterdam nel 1975, vide riunito un gran numero di ambasciatori, diplomatici, universitari ed esponenti del mondo dei media europei e arabi. Nel corso del dibattito Ibrahim ’Al-’Ubaid, direttore generale del ministero delle risorse petrolifere e Minerarie dell'Arabia Saudita, espresse perfettamente lo spirito del Dialogo: «Insieme e su un piano di parità, europei e arabi possono, mediante “una strategia di interdipendenza”, pianificare in primo luogo l’eliminazione della spina nel loro fianco - il problema israeliano – e dedicarsi all’erculea fatica che li attende». (pp. 88-90)

Capita, a volte, che anche persone che come me hanno letto decine di libri e migliaia di documenti su un determinato argomento e pensano perciò di sapere più o meno tutto, scoprano improvvisamente che in realtà le proprie lacune in materia sono a dir poco abissali. A me è capitato con Eurabia: nessun teorema, nessuna interpretazione, ma unicamente dati e fatti, nudi e rigorosamente documentati. E la scoperta, tanto per cominciare, che il termine Eurabia non è stato inventato né da Bat Ye’or, né da Oriana Fallaci, bensì – sorpresa sorpresa! – dagli arabi che ne hanno fabbricato il concetto e imposto l’attuazione, molto prima che queste due donne cominciassero a denunciarlo, come possiamo vedere qui:

A poco a poco, però, la CEE/UE ha uniformato e rafforzato i suoi legami con i paesi arabi grazie all'aumento della popolazione musulmana immigrata in Europa, alle sinergie culturali e alle reti istituzionali che diffondevano la propaganda europalestinese. La CEE si è allineata alle direttive della Conferenza dell'XI vertice arabo (Amman, 25-27 novembre 1980), che aveva conferito legittimità e rispettabilità ad Arafat, padrino del terrorismo internazionale ed eroe del jihad arabo contro gli infedeli.
La CEE ha fatto propria la patologica ossessione araba, che attribuisce a Israele una centralità malefica, in grado di eclissare tutti gli eventi del pianeta, e l'ha trasformata in una chiave di interpretazione e di politica internazionale, facendo del conflitto arabo-israeliano la sua priorità assoluta, senza accorgersi dei pericoli che minacciavano la sua sicurezza e il suo avvenire. Grazie al suo implicito coinvolgimento nel jihad arabo-musulmano contro Israele, sotto lo slogan «pace e giustizia per i palestinesi», ha rinnegato tutti i suoi valori e i fondamenti stessi della sua, civiltà. È così che ha abbandonato i cristiani del Libano ai massacri palestinesi (1975-1983), quelli sudanesi al genocidio del jihad e alla schiavitù, e i cristiani del mondo islamico alle persecuzioni della dhimmitudine.
L’APCEA costituisce il veicolo che trasmette le richieste del blocco arabo all'UE. Questo gruppo di parlamentari rappresenta tutti i principali partiti europei, è sostenuto dalla Commissione Europea e mantiene i contatti con la Presidenza dell'UE. Tutti i vertici parlamentari euroarabi si svolgono secondo un identico schema. I parlamentari europei hanno il compito, sul piano internazionale, di promuovere in Europa la politica araba all'insegna dello slogan «pace e giustizia», e sul piano interno, di rafforzare l'influenza islamica nell’UE, attuando le politiche sull'immigrazione previste dal Partenariato.
Nel 1996 (29 novembre-1 dicembre) si è svolta, all'Assemblea nazionale di Amman, la conferenza annuale del Dialogo Parlamentare Euroarabo, organizzata congiuntamente dall'UIPA e dall'APCEA. Essa ha visto riuniti membri di 12 Parlamenti nazionali arabi, di 14 Parlamenti nazionali europei e del Parlamento europeo, più il rappresentante della Lega Araba e quello dell'UNRWA in veste di osservatori. L'Unione Inter-Parlamentare Araba (UIPA) è un'organizzazione ufficiale in cui siedono parlamentari arabi designati dalle rispettive Assemblee. Istituita nel 1974, all’indomani della guerra dell'ottobre 1973 e qualche mese dopo la fondazione dell’Associazione Parlamentare per la Cooperazione Euro-Araba, essa permette ai rappresentanti dei vari Parlamenti membri di riunirsi e coordinare le loro attività. Si tratta di un organismo ufficiale, a differenza dell' APCEA, che comprende parlamentari scelti su base volontaria e individuale. La presidenza dell’UIPA è esercitata a turno dai vari paesi, e include 21 sezioni nazionali: Algeria, Arabia Saudita, Bahrein, Comore, Gibuti, Egitto, Giordania, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Qatar, Mauritania, Marocco, Palestina, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Il segretariato generale ha sede a Damasco. (pp. 152-153)

E qual è lo scopo di tutto questo? Bat Ye’or lo spiega e poi, nelle pagine successive lo dimostra e lo documenta:

Si potrebbe pensare che questo jihad non miri solo alla distruzione di Israele. E invece è stata proprio la questione palestinese lo strumento utilizzato dal jihad per disgregare l'Europa: essa ha costituito infatti il fondamento e l’impianto organico su cui è sorta Eurabia, il cuore dell'alleanza e della fusione euroarabe, germogliate sul terreno dell'antisionismo. Ora, i rapporti tra Europa e Israele, cristianesimo ed ebraismo, non investono soltanto l'ambito geostrategico, ma rappresentano il vincolo ontologico e la linfa vitale di tutta la spiritualità dell'Europa cristiana. Sono questo collante, questa spiritualità che oggi si disfano e si disintegrano in Eurabia, dove il culto della fine di Israele, alimentato dalla «palestinità», assicura il trionfo dell'ideologia dell'odio propria del jihad. Il palestinismo, nuovo culto europeo che ha preso il posto della Bibbia, sta dando forma, all'interno di Eurabia, ai miti fondanti del jihad: la supremazia morale e politica dell'islam.
Il binomio Israele-Palestina rappresenta quindi il nucleo fondante della genesi e della costruzione di Eurabia: un progetto - come vedremo in queste pagine – imposto dalle pressioni terroristiche del blocco arabo a un’Europa i cui leader politici non chiedevano altro che farsi convincere. Perciò il mio lavoro, sebbene concepito in origine come uno studio sull'avanzata della «dhimmitudine» in Europa, non può prescindere da Israele, elemento chiave dell’identità e della spiritualità eurocristiana, come la Palestina lo è di Eurabia. Israele infatti si è costruito sulla liberazione dell'uomo, mentre la dhimmitudine lo imprigiona nella schiavitù. Il processo di rovesciamento e stravolgimento dei valori insito in Eurabia dà luogo a opzioni ideologiche e scelte di vita conseguenti. (p. 8)

Fin dagli anni '70, una sorta di tabù aveva circondato l'argomento in Europa, anzi, lo aveva addirittura estromesso dalla storia. È stato necessario attendere l’attacco jihadista agli USA
dell'11 settembre 2001 perché il muro di silenzio si rompesse. Infatti la guerra dichiarata dal presidente Bush al terrorismo islamico ha sconvolto i leader politici europei, mentre al tempo stesso le inchieste giudiziarie rivelavano che la maggior parte degli attentati terroristici contro gli Stati Uniti e gli altri paesi era stata istigata da cellule islamiche sparse per l'Europa.
Così, le onde d'urto dell'11 settembre hanno raggiunto l'Europa: nelle sue periferie, tra gli immigrati, si sono rivelate chiaramente la popolarità di Bin Laden e la fierezza per gli attacchi terroristici sferrati all'America, simbolo di un Occidente odiato. Stupefatti e costretti a uscire dal loro torpore, gli europei hanno iniziato allora a scoprire il nuovo volto di Eurabia: un continente in balia della paura, del silenzio, della dissimulazione e della diffamazione, che non aveva ormai più niente a che vedere con l'Europa. Fin dal VII secolo e per oltre un millennio, l'Europa aveva resistito alle armate jihadiste che, dai territori islamici, muovevano all'assalto delle sue isole e delle sue coste. Ma a partire dal 1968, sotto la pressione del terrorismo palestinese, dell'attrattiva esercitata dall'oro nero e di uno strisciante antisemitismo, la CEE ha inaugurato una linea del tutto diversa, optando deliberatamente per una politica di integrazione con il mondo arabo, secondo una dottrina che prevedeva l'unificazione delle due sponde del Mediterraneo. L'Europa doveva riconciliarsi con un mondo che avrebbe poi incorporato, e che l'avrebbe portata a espandersi in Africa e in Asia. I tre sintomi più evidenti di questa politica? L’antiamericanismo, l'antisemitismo/antisionismo e il culto per la causa palestinese, tre orientamenti imposti e diffusi dai vertici dell’Unione Europea in ogni stato membro, dagli strati più alti a quelli più bassi della scala sociale, tramite un potente apparato e una fitta rete organizzativa.
Nella confusione generata dall’improvvisa comparsa del terrorismo islamico sul suolo americano, dalla guerra contro i talebani in Afghanistan e dalla politica del caos e delle bombe umane inaugurata da Arafat in Israele, i governi europei, legati a doppio filo ai paesi arabi, hanno adottato la politica dello struzzo, facendo a gara a dichiarare che il terrorismo islamico non esisteva. Quello che impropriamente veniva definito «terrorismo», altro non era che l'esito della follia, la stupidità, e l'arroganza della la politica americana, della sua «ingiustizia» nei confronti dei palestinesi, della sua strategia dei «due pesi e due misure». La vera fonte del terrorismo, la causa principale della guerra era Israele, genericamente designato come «l'ingiustizia» e responsabile, con la sua sola esistenza, della frustrazione e umiliazione dell’intero mondo islamico, della miseria, della disperazione e di tutti gli altri innumerevoli mali che affliggono 22 paesi arabi, nonché delle guerre che insanguinano il pianeta. Bastava eliminare «l’ingiustizia» per portare a compimento l'armoniosa intesa euroaraba, la purificazione del mondo e la pace. (pp. 16-17)

Vi sembra esagerato? Vi capisco: anche a me è sembrato esagerato. E continuerei a trovarlo esagerato se non fosse che ogni parola è puntualmente documentata.

Durante tutto il periodo del mandato inglese, e fino all’inizio degli anni '70, gli arabi di Palestina non si erano mai considerati un’entità separata e differenziata dagli altri arabi. Il termine «palestinese» allora designava gli ebrei. Prima del 1967, quando, l'Egitto occupava Gaza e la Transgiordania controllava tutta la riva occidentale del Giordano, nessun popolo palestinese ne aveva mai rivendicato l’indipendenza. Anche all’inizio degli anni 70, l'idea di un popolo palestinese distinto dalla «nazione araba», era inconcepibile. Infatti l'articolo 1 della Carta Nazionale Palestinese, nella versione emendata del 1968, afferma: «La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese; è una parte indivisibile della patria araba, e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba». Analogamente la dichiarazione della Conferenza di Algeri del 1973 – come peraltro le dichiarazioni seguenti - parla di una «nazione araba» determinata a recuperare le sue terre. Il territorio israeliano era ritenuto appartenere non a un'entità arabo-palestinese a se stante, ma a una nazione araba globale, i cui membri sostenevano i loro fratelli in Palestina. Questa concezione corrisponde peraltro alla visione islamica del mondo.
Era quindi consuetudine riferirsi non – come fece per la prima volta la Dichiarazione di Bruxelles – a un «popolo palestinese», ma semplicemente agli arabi di Palestina. Essi non erano affatto diversi dai loro fratelli giordani che vivevano sul 78% del territorio palestinese, smembrato dai colonizzatori britannici nel 1922 per costituire, nella stessa Palestina, l’emirato ashemita di Transgiordania, divenuto Regno di Giordania nel 1949. Il sorgere ex nihilo di un popolo palestinese, dopo l’embargo arabo sul petrolio del 1973, si accompagnò a una politica europea tesa a consolidare la legittimità e la superiorità dei diritti palestinesi rispetto a quelli israeliani. Questa politica non era altro che una ripresa della teologia cristiana della sostituzione, la quale giustificava, tramite una propaganda basata su calunnie, la distruzione di Israele. Essa coinvolgeva la CEE in una collusione attiva con il mondo arabo volta a smantellare lo stato ebraico, secondo il programma inserito nella XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese, svoltasi a Il Cairo il 9 giugno 1974. (pp. 58-59)

Queste cose qui invece le sapete benissimo perché le avete lette nel mio blog alcuni miliardi di volte, SEMPRE accompagnate da inoppugnabile documentazione.

Dopo aver passato in rassegna le diverse sfere del mondo islamico - pensiero, cultura, economia, finanze, investimenti, centri e università islamiche a livello mondiale, il settore della predicazione e l’agenzia islamica di informazione internazionale – ‘Al-Tuhami fece una sintesi del suo intervento, di cui proponiamo qui i seguenti punti:

1. Creazione e attivazione di un’agenzia internazionale di informazione islamica.
5. Convocazione urgente di esperti per diffondere l’islam a livello mondiale, e creazione di un fondo per il jihad come tappa preliminare per definire i compiti da affidare a tale fondo in conformità alle precedenti risoluzioni, e metterli in atto ovunque sia possibile. L’adesione a questo fondo è aperta a tutti, senza alcuna restrizione, e va coordinata con i progressi del piano d'azione del jihad in tutti i settori, secondo quanto già menzionato.
7. Incoraggiare le attività dei centri culturali e delle organizzazioni in Europa, e creare due centri culturali nel continente […] Inoltre, occorre sostenere i centri già esistenti e promuovere le loro iniziative anche in America e in Africa.

Mi permetto di attirare l’attenzione sul fatto che le frasi sopra riportate non sono deliri di Bat Ye’or, bensì dichiarazioni del signor Muhammad Hasan ’al-Tuhami, segretario generale della Conferenza Islamica, nel corso della II Conferenza Islamica a Lahore.

Come
vedremo nei prossimi capitoli, nei decenni successivi il DEA sarebbe diventato lo strumento decisivo del successo di questo progetto. Infatti i programmi, educativi e culturali dei centri islamici europei, introdotti dal DEA nelle scuole del continente, rispecchiano le idee dei sottoscrittori del fondo per il jihad enunciate da ’Al-Tuhami. Questi programmi sono stati entusiasticamente accolti, applicati e recepiti da leader, intellettuali e attivisti europei.
A partire da quegli anni, in tutta Europa, con la benedizione dei suoi governi, si sono sviluppati centri culturali islamici. Sotto l’egida spirituale dei Fratelli Musulmani, tali centri hanno creato reti e organizzazioni che educano e addestrano militanti contrari all’integrazione degli immigrati nella società degli infedeli, preparando l’avvento del futuro islam europeo, radicalmente ostile alla civiltà in cui vive. Il DEA ha permesso ai Fratelli Musulmani, sostenuti da cospicui finanziamenti, di tessere le loro ramificazioni in tutta l'Europa occidentale. Da Ginevra, Sa’id Ramadan (1926-1995), genero di Hasan ’al-Bannah, fondatore dei Fratelli Musulmani, creò centri islamici in Svizzera, a Monaco, in Gran Bretagna e Austria. I Fratelli istituirono banche islamiche in Lussemburgo (1977), Danimarca (Copenhagen), a Londra e negli USA, per finanziare le attività della
da’wah.
A livello internazionale, la diplomazia congiunta auspicata da DEA impegnava la CEE a difendere le cause musulmane, in particolare quella palestinese, in ogni circostanza. Le cospicue somme di denaro elargite ai paesi arabi, soprattutto ai palestinesi, garantivano alla CEE la precaria sicurezza del dar al-suhl, la terra del trattato, che dura finché nessun ostacolo si frappone alla da'wah. L’Europa ha tentato di sventare la minaccia del jihad che incombe su dar al-harb optando per una politica di conciliazione/collusione con il terrorismo internazionale e incolpando Israele e gli Stati Uniti delle tensioni jihadiste. Questa situazione le ha permesso di conservare il suo statuto di dar al-suhl, vale a dire terra della collaborazione sottomessa, se non della resa agli islamici radicali. (pp. 74-75)

Dunque la mancata integrazione degli immigrati islamici non è una disgrazia che ci è capitata sulle spalle, bensì il frutto di una scelta politica ben precisa, che stiamo pesantemente pagando – attentati di Madrid e di Londra, più gli altri sventati, stato di insicurezza per tutti noi – e che molto più ancora pagheremo in futuro. Forse come singoli non possiamo fare molto per allontanare il temporale che sempre più si sta addensando sulle nostre teste, ma possiamo, se non altro, non farci cogliere impreparati. Per esempio leggendo quell’autentica miniera di notizie che è “Eurabia”.

Bat Ye’or, Eurabia, Lindau



barbara

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