.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 gennaio 2012

BESTIE A QUATTRO ZAMPE VERSUS BESTIE A DUE ZAMPE


 

Una femmina di leopardo uccide una femmina di babuino, per nutrirsi, ma nel momento stesso in cui termina di ucciderla e sta per cominciare a mangiarla, si accorge che attaccato al suo corpo c’è un piccolo appena partorito. E di colpo la belva a quattro zampe dimentica la preda, dimentica la fame, dimentica ogni cosa, perché una priorità assoluta si impone: un piccolo indifeso, da lei reso orfano, da accudire, da proteggere dai nemici, da scaldare nel freddo della notte.
Due maschi di umani entrano in una casa e uccidono, con efferata ferocia, due genitori, per il gusto di uccidere. Ne uccidono anche, con efferata ferocia, due cuccioli, per il gusto di uccidere. Terminata la mattanza stanno per andarsene, quando l’ultima nata, una bambina di tre mesi, comincia a piangere, e di colpo le belve a due zampe dimenticano il pericolo di essere sorpresi, dimenticano la necessità di allontanarsi il più in fretta possibile, dimenticano ogni cosa, perché una priorità assoluta si impone: una neonata, da loro resa orfana, da sgozzare.

E poi c’è qualcuno che festeggia il lieto evento dello sgozzamento, e qualcuno che chiama queste belve a due zampe eroi di cui essere fieri. E poi c’è qualcun altro che saggiamente e pacatamente ci spiega che con loro si deve fare la pace. E sicuramente ci sarà qualcun altro ancora che ci racconterà che questa, però, è un’altra storia.

barbara


26 settembre 2010

VOGLIAMO RIPASSARE UN PO’ DI STORIA?

Abbiamo tutti tanti problemi, lo so, e non possiamo porre mente a tutto, avere presente tutto, ricordare tutto. Per questo vi voglio aiutare riproponendovi questo articolo di otto anni e mezzo fa che ci ricorda alcune cose che, pur essendo state scritte su tutti i giornali (vero che lo sono state?) avete forse dimenticato.

"Arafat rischiava di essere cacciato dalla sua gente"


West Bank e Gaza sono state sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito al tragico sfacelo economico e politico. Prima della nuova Intifada il leader dell'Anp era stato accusato del tracollo della Cisgiordania

di Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02

"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimenticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe. Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politico. Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito procapite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenedo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari(15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto poi alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di ramallah o sul mare di Gaza city. O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader, tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice dell'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia.

Decisamente troppo ottimista il nostro Francesco Ruggeri, visto che al terrorista assassino, depredatore – oltre a tutto il resto – dei palestinesi (non dico del “suo” popolo, dal momento che Arafat era egiziano e non palestinese) vengono invece intestate vie e targhe commemorative. Ma noi, uomini e donne di buona volontà, non smetteremo di batterci, finché avremo fiato, infischiandocene di minacce e intimidazioni, contro ogni tentativo di mistificazione e depistaggio, per fare emergere la verità.


Villa di Abu Mazen

        
    Villa di Suha Arafat, vista da due diverse angolazioni

barbara


23 agosto 2010

INTERLOCUTORI PER LA PACE

Gerusalemme

Questa è la storia di Gerusalemme pubblicata nel sito dell’Autorità Palestinese (quella buona, non i cattivi estremisti fanatici di Hamas), con cui Israele deve fare la pace.

E
' una delle piu' antiche citta' del mondo ed i monumenti ivi lasciati dagli originali abitatori, i Gebusiti, appartenenti alla tribu' dei Cananei, stanziatisi in Palestina dalla penisola arabica, testimoniano che la citta' fu fondata intorno al 3000 avanti Cristo. Il suo nome risale a Salem, insieme a Sahar il dio cui gli abitanti della citta' rendevano culto. Fu durante il primo periodo della sua storia che, attorno a Gerusalemme, furono erette mura fortificate per proteggere la citta' dall'attacco dei popoli invasori. Il nucleo della vecchia citta' fortificata rappresenta oggi il cuore di Gerusalemme est, la citta' della pace. La storia ci testimonia che lo stanziamento dei Gebusiti nell'area dell'attuale Gerusalemme e' precedente di almeno un millennio e mezzo l'avvento del re Davide e del cosiddetto "regno d'Israele", se c'e' mai stato.
La storia di Gerusalemme e' continuata in epoca greca, romana e bizantina, per raggiungere il massimo splendore in epoca islamica. Intorno alla meta' del 1900, diverse equipes di archeologi, studiosi, scolari biblici e ricercatori hanno cominciato ad effettuare scavi archeologici attorno alla citta' e al di sotto di essa, in particolare nella zona di Haram esh-Sharif (la spianata delle moschee) portando alla luce resti di molte civilizzazioni e culture, particolarmente di quella islamica. Molte di queste ricerche sono state finanziate dagli stessi governi israeliani succedutisi negli ultimi trent'anni: la ricerca dei resti del Tempio di Salomone non ha dato risultati. Il 7 giugno 1967, l'esercito d'Israele occupa la spianata delle moschee di Al Aqsa e della Cupola della Roccia - che gli ebrei chiamano monte del Tempio - nonche' tutta Gerusalemme est.
L'8 ottobre 1990, fu compiuto uno dei peggiori massacri della storia di Gerusalemme; qualche giorno prima della strage un gruppo di fanatici ebrei ortodossi progettarono una marcia sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme per sistemare la pietra miliare del "Terzo Tempio" che di li' a poco avrebbero costruito. Alla marcia parteciparono circa 200.000 israeliani scortati dall'esercito, mentre le forze d'occupazione sbarravano le vie d'accesso alla citta'. Inoltre chiusero le porte d'ingresso della moschea, in cui migliaia di palestinesi erano giunte per resistere alla prepotenza degli occupanti. Allorche' I fedeli musulmani si opposero e tentarono d'impedire la sistemazione della pietra nella spianata delle Moschee, le forze d'occupazione iniziarono il massacro, usando tutte le armi che avevano a disposizione, compreso il micidiale gas nervino. I coloni ebrei che partecipavano alla marcia parteciparono al massacro, che vide la morte di 23 palestinesi e il ferimento di altri 850.

Non aggiungo commenti.

barbara


22 giugno 2007

ALTALENA, 22 GIUGNO 1948

A un mese dalla dichiarazione d’indipendenza e nel mezzo della prima fase della guerra del 1948 – un momento cruciale e disperato nella lotta per la sua sopravvivenza – il neonato Israele si trovò a fronteggiare una crisi drammatica, che portò lo Stato ebraico sull’orlo della guerra civile. L’episodio passò alla storia col nome di Altalena, il nom de guerre del fondatore del movimento sionista revisionista Vladimir Jabotinsky che fu dato a una nave dell’Irgun nel giugno 1948. L’arrivo della nave con un carico d’armi, d’immigrati e di combattenti dell’Irgun nel mezzo della prima tregua Onu imposta durante la guerra del ’48 rischiò di sfociare in guerra civile. Quell’evento offre oggi una lezione per i palestinesi. Anch’essi si trovano di fronte a un dilemma esistenziale nel mezzo della loro guerra d’indipendenza che può sfociare in un tragico ma forse inevitabile momento fratricida. I palestinesi possono ironicamente imparare da quella lontana esperienza israeliana non per evitarla, ma per ripeterla, e ripetendola trasformarsi, come fece Israele allora, da movimento rivoluzionario e di liberazione nazionale a Stato sovrano indipendente e responsabile, membro pieno della comunità delle nazioni.
Salpata da un porto francese l’11 giugno ’48, la nave Altalena – un vecchio mezzo da sbarco residuato della Seconda guerra mondiale – giunse a Nord di Tel Aviv il 20 giugno ’48 con un carico di armi francesi, acquistate in segreto dall’Irgun – l’organizzazione sionista revisionista di destra guidata da Menachem Begin – per sostenere lo sforzo bellico in corso in Israele contro l’invasione araba. L’episodio dell’Altalena avvenne durante la tregua Onu proclamata l’11 giugno, tregua che vietava l’introduzione di nuovi armamenti e combattenti da ambo le parti. Non che la tregua fungesse da ostacolo – entrambi i belligeranti cercarono di aggirarla – ma occorreva agire con discrezione. L’Irgun non voleva imbarazzare le autorità francesi che avevano fornito un carico del valore di 5 milioni di dollari di allora e il supporto logistico del porto da cui la nave poi salpò. Inoltre, l’Irgun aveva negoziato un accordo con l’Hagana – la forza di difesa ebraica prima dell’indipendenza che era ai diretti ordini del governo a maggioranza laburista – per l’integrazione delle sue forze paramilitari all’interno dell’esercito nascente. L’accordo prevedeva che qualsiasi invio di armi fosse effettuato sotto l’autorità del governo, le armi consegnate all’esercito e distribuite tra le forze regolari, non da organizzazioni politiche indipendenti dall’autorità politica dello Stato. L’accordo era però fragile, a causa della lunga storia di ostilità politica tra i due gruppi. Quell’ostilità era culminata alla fine del ’44 in un periodo di cinque mesi durante i quali l’Hagana aveva collaborato con gli inglesi contro l’Irgun, causando l’arresto di migliaia di attivisti e lo smantellamento pressoché totale dell’organizzazione di Begin. Con la guerra in Europa ormai vinta e la mancata abolizione del Libro Bianco del ’39 da parte del governo di Londra, l’Irgun aveva, a differenza dell’Hagana, deciso di riaprire le ostilità contro gli inglesi in Palestina. L’assassinio di un ministro inglese al Cairo il 6 novembre a opera di sicari ebrei del gruppo estremista Lehi – capeggiato tra gli altri da Shamir – era stata la proverbiale goccia. Per non alienare ulteriormente un governo inglese favorevole alla causa sionista l’Hagana non aveva esitato a cooperare col potere coloniale contro gli avversari dell’Irgun in nome del salvataggio di più alti scopi politici, cioè l’auspicata riaffermazione dell’impegno inglese nei confronti della Dichiarazione Balfour che il precedente governo Chamberlain aveva ripudiato nel ’39. Quei cinque mesi si conclusero quando divenne evidente che gli inglesi non avevano nessuna intenzione di fare quanto i sionisti speravano. Ma la “stagione”, così quel periodo passò alla storia, formò un precedente per lo Stato in fieri e per le due forze politiche che si confrontavano. Il capo dell’esecutivo sionista David Ben Gurion non lasciò spazio a dubbi di sorta sulla sua disponibilità a dare la caccia a coloro che avrebbero ostacolato gli scopi del movimento sionista, anche se ciò avrebbe forse comportato una guerra fratricida.

Dopo la fine della “stagione”

Nonostante quindi la fine della “stagione” e il raggiunto accordo d’integrazione dell’Irgun nell’esercito regolare alla vigilia dell’indipendenza, le tensioni tra i due gruppi erano forti. Esistevano sfiducia e ostilità ideologica, mancava un patto sul cruciale teatro di operazioni di Gerusalemme, allora sotto assedio, in certi casi l’integrazione aveva significato semplicemente l’assorbimento d’interi battaglioni dell’Irgun, comandanti compresi, nell’esercito, e i combattenti dell’Irgun si trovavano in molti casi privi dell’equipaggiamento e degli armamenti necessari per partecipare attivamente e con efficacia ai combattimenti. La catena di comando era tenue, non solo per mancanze organizzative, ma anche per divisioni politiche. Tuttavia, la differenza tra la “stagione” e l’Altalena è sostanziale: nel ’44, privo di sovranità, l’esecutivo sionista aveva dovuto accettare i propri limiti e negoziare sia col potere coloniale sia con l’Irgun. Ma nel giugno ’48 la situazione era diversa. Il governo era ora sovrano, e la situazione offriva un’opportunità di sancire quella sovranità mandando un messaggio al paese anche per il futuro. Nessuno avrebbe potuto sfidare quella sovranità impunemente. Uscita dal porto all’insaputa di tutti – Begin compreso – l’Altalena impose al leader dell’Irgun e al governo un fatto compiuto. La notizia era trapelata ed era stata diffusa dalla Bbc fin dalla mattina del 12 giugno. Begin, per evitare lo violazione degli accordi d’integrazione e la tregua dell’Onu, negoziò un accordo con il governo: la nave doveva approdare su una spiaggia isolata a Nord di Tel Aviv per essere scaricata lontana da sguardi indiscreti. Tuttavia non esisteva consenso sulla destinazione degli armamenti. Ben Gurion insistette che fosse l’esercito a coordinare l’operazione e che le armi andassero ai depositi centrali dell’esercito. Begin invece voleva che l’Irgun avesse un ruolo attivo, ancorché simbolico, nel trasferimento del carico a terra, e che il 20 per cento delle armi fosse destinato ai campi dell’Irgun nella zona di Gerusalemme. Il 19 giugno i negoziati s’interruppero con un nulla di fatto.
La nave arrivò presso Kfar Vitkin il giorno successivo, il 20 giugno, cinquantacinque anni fa ieri. Lo sbarco degli immigranti avvenne senza problemi, quello delle armi invece scatenò quel che tutti ormai temevano: uno scontro armato tra Irgun ed esercito regolare, cui era stato ordinato dal governo di circondare la spiaggia per assumere il controllo delle operazioni di sbarco. La scaramuccia localizzata sulla spiaggia dilagò rapidamente. Interi battaglioni lasciarono le loro consegne per unirsi all’Irgun. Soldati dell’Irgun, ora integrati in reparti dell’esercito, disertarono. Conscio dei rischi della situazione, Begin decise d’imbarcarsi e dirigere la nave verso Tel Aviv. Una volta arrivata a Tel Aviv, la nave non avrebbe offerto un facile bersaglio. Di fronte a migliaia di testimoni, alla luce del giorno, il governo non avrebbe cercato lo scontro frontale ma avrebbe forse negoziato, questa la logica della decisione. Invece fu la tragedia: l’odissea dell’Altalena si concluse alle cinque di pomeriggio del 22 giugno, affondata da un colpo di cannone sparato dall’unica unità di artiglieria pesante del giovane esercito, e operata da un immigrante sudafricano che non parlava quasi l’ebraico. Il governo non cedette su nulla e si disse pronto ad accettare soltanto la resa incondizionata della nave. Lo scontro lasciò sul terreno diciannove morti e dozzine di feriti. Centinaia di soldati collegati all’Irgun furono arrestati. Tutti i centri culturali, gli uffici, persino la sede operativa dell’Irgun – oggi sede del Likud a Tel Aviv – furono presi d’assalto e chiusi dalle truppe fedeli al governo. Begin, sfuggito all’arresto sulla spiaggia, trasmise da una stazione radio segreta a Tel Aviv un appello di due ore, intercalato da singhiozzi e momenti di grande emozione: oltre a dare la sua versione dei fatti, lanciava un appello ai sostenitori e agli attivisti revisionisti: non ci dovrà essere una guerra civile, i fratelli non si uccideranno tra loro, Caino non si ergerà a sgozzare Abele. Ben Gurion aveva imposto l’autorità del governo, Begin aveva richiamato i suoi all’ordine, la guerra civile fu scongiurata, ma lo scontro ci fu, ed era stato in larga parte inevitabile.
Il 20 giugno 1948 Israele si trovò, solo un mese dopo la dichiarazione d’indipendenza e nel corso di una guerra di sopravvivenza contro i vicini arabi, sull’orlo di una guerra civile. Lo spettro di uno scontro fratricida fu scongiurato non dalla ricerca di un compromesso negoziato; non dalla rinuncia del neonato governo degli attributi di sovranità, quali il monopolio della forza e l’applicazione uniforme delle leggi; non dalla ricerca di una tregua tra i gruppi paramilitari e il governo; ma dall’imposizione, a prezzo di sangue, dell’autorità unica e insindacabile di un unico potere, lo Stato. Ben Gurion rifiutò la richiesta di Begin di distribuire parte delle armi alle unità dell’Irgun dislocate intorno a Gerusalemme. Rifiutò di negoziare un compromesso con Begin e di cedere su qualsiché elemento, simbolico o sostanziale, della contesa. Per Ben Gurion, era preferibile la guerra civile. Cedere avrebbe significato riconoscere che lo Stato non aveva autorità d’imporre la sua volontà, con la forza se necessario. Il tributo di sangue pagato e la perdita di un carico d’armi indispensabile per il paese nel momento drammatico in cui si trovava nel giugno 1948 – con l’esercito egiziano alle porte di Gerusalemme e in controllo di tutte le arterie del deserto del Negev nel Sud, con Tel Aviv sotto tiro dell’artiglieria pesante egiziana, con già più di 1.200 caduti nelle file del giovane esercito (su una popolazione di 600 mila persone) e un bisogno disperato di rinforzi e rifornimenti – furono nonostante tutto preferibili all’alternativa. La consegna del 20 per cento del carico all’Irgun, come richiesto da Begin, avrebbe permesso la creazione di una milizia indipendente con obiettivi militari diversi perché in disaccordo politico con il governo e dotata di armi a sufficienza da sfidare, se necessario, l’esecutivo e l’esercito del paese. La scelta di affondare l’Altalena dunque non fu tra la guerra civile e un modus vivendi tra governo e revisionisti, tra esercito e paramilitari, ma tra uno scontro ora e un inevitabile scontro successivo dove il costo umano, i rischi politici, e le potenziali conseguenze interne e per il paese nel suo conflitto con gli Stati arabi sarebbero stati molto più devastanti.

Che cosa dice oggi l’artigliere sudafricano

Ben Gurion fece una scelta nel 1948 e la seguì fino in fondo, senza preoccuparsi del rischio d’immagine o dei possibili contraccolpi politici. Gli storici sono concordi nell’esprimere un giudizio duro su di lui per i dettagli della gestione dell’intera crisi, inclusa la presentazione della crisi stessa ai suoi ministri come un possibile colpo di Stato dell’Irgun, cosa che diede il via libera all’azione armata comandata dal governo. Ma il giudizio d’insieme rimane positivo. Ben Gurion diede un messaggio di forza nel momento di più grande debolezza e vulnerabilità del neonato Stato ebraico: Israele sarebbe stato guidato da un governo, difeso da un esercito, governato da una legge o non ci sarebbe stato Israele.
Fast Forward di cinquantacinque anni, e oggi tocca ai palestinesi. Da quando Yasser Arafat si è insediato a Gaza nel luglio del 1994, l’Autorità palestinese ha rimandato lo scontro con Hamas. Invece che smantellarne la rete di strutture sociali che ne garantiscono il sostegno politico, la raccolta di fondi e l’indottrinamento ideologico, Arafat ha sempre preferito trattare con Hamas. All’inizio dell’Intifada nell’ottobre 2000, invece che imporre con le cattive l’Autorità palestinese come unica autorità e unico governo dello Stato in fieri, Arafat ha fatto il contrario: ha permesso, per commissione od omissione non ha importanza, la formazione di gruppi paramilitari largamente indipendenti. Ha tollerato che essi si armassero, si organizzassero, e conducessero una politica indipendente e contraria agli impegni internazionali presi dall’Anp, oltre che agli scopi politici dichiarati del movimento di liberazione palestinese. Li ha incoraggiati a operare, ammiccando o semplicemente tacendo, e non intervenendo. La rinuncia del monopolio alla forza – attributo principe della sovranità statale e strumento chiave di ogni governo che desideri affermare la sua autorità – ha finora evitato ai palestinesi l’appuntamento con la loro Altalena. Ma la decisione di decentrare, invece che accentrare, la forza e l’autorità che ne legittima l’uso ha fatto scendere la Palestina nell’anarchia. Invece che scontrarsi tra loro, i gruppi palestinesi hanno per tre anni fatto a gara a chi massacra più israeliani per soppiantare i rivali nella corsa alla legittimità interna. Hamas sta vincendo questa macabra competizione. Ora dovrebbe essere giunto il momento della verità. Dovrebbe essere giunto il momento di scegliere tra gli obiettivi di Hamas – uno Stato islamico nella Grande Palestina che segua la distruzione politica e fisica di Israele – o la realtà: uno staterello palestinese demilitarizzato e laico, accanto a Israele. Questa scelta non può avvenire attraverso una tregua. Solo uno scontro risolverà le sorti del futuro movimento di liberazione nazionale palestinese e dello Stato che eventualmente andrà a creare.
Se i palestinesi avessero fatto come Israele e avessero subito avuto la loro Altalena, il tributo di sangue, sempre troppo alto in uno scontro tra fratelli, sarebbe stato simile a quello pagato da Israele. Oggi, dopo quasi dieci anni di ritardi e pericolosi ammiccamenti con il nemico, ai palestinesi tocca accettare la realtà e affrontarla prima che la lotta intestina distrugga anche l’ultima speranza per i palestinesi di avere un futuro indipendente. L’artigliere sudafricano che centrò l’Altalena, oggi professore a Gerusalemme, è stato recentemente intervistato per un documentario sugli avvenimenti di quei giorni. Con le lacrime agli occhi ha affermato che se gli venisse dato di cambiare qualcosa nella sua vita, cambierebbe quel giorno. Sparare sui propri fratelli fu un momento straziante per tutti, compreso lui. Eppure lo fece, e facendolo garantì il futuro del paese. (Emanuele Ottolenghi, Il foglio, 21 giugno 2003, qui)

Per rievocare la vicenda dell’Altalena ho scelto, tra tutti gli articoli presenti in rete, questo di Ottolenghi, per l’accuratezza della ricostruzione. Mi trovo tuttavia in parziale disaccordo sulla “morale della favola”, in quanto non ritengo del tutto sovrapponibili le due situazioni, quella israeliana nel ’48 e quella palestinese al momento dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il movimento sionista, infatti, aveva diverse componenti, fra le quali trovavano posto un gruppo combattente non troppo disposto alla disciplina e all’obbedienza, diciamo così, ossia l’Irgun, e un gruppuscolo apertamente terrorista, ossia la banda Stern. Al momento della nascita dello stato di Israele, l’autorità centrale, avendo un preciso progetto politico, ha deciso di fare piazza pulita di tutto questo, e così ha fatto. L’Autorità Nazionale Palestinese invece, come è chiaramente visibile nel suo sito ufficiale, come risulta dalla Costituzione di al-Fatah, come appare evidente dalle dichiarazioni di Arafat e di altri prima e dopo la firma degli accordi di Oslo, non ha mai avuto come obiettivo la costituzione di un proprio stato, ma unicamente la distruzione di Israele. Quindi, proprio per ragioni di principio, non aveva alcuna ragione per voler fermare Hamas. Resta invece tragicamente valida la (fin troppo facile) profezia di Ottolenghi sulla sanguinosa resa dei conti a cui Olp e Hamas dovevano inevitabilmente arrivare, e sono infatti arrivati. Ancora più luminosa appare dunque questa pur tragica pagina della storia di Israele con la coraggiosa scelta che, come scrive Ottolenghi, “garantì il futuro del paese”.

barbara

sfoglia     dicembre        febbraio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA