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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


6 ottobre 2011

SPIGOLATURE 1

Il ragazzo che era in fila con me al check in, alla partenza: giovane, caruccio, dalla morbida parlata emiliana. Dopo mezz’ora che ci parlavo, a causa di qualcosa che ha detto mi è venuto il sospetto che potesse non essere italiano. Infatti era arabo israeliano, di Nazaret. Poi in aereo era dietro di me e l’ho sentito parlare molto disinvoltamente in ebraico coi suoi vicini. Ad ogni buon conto, una volta diventato di pubblico dominio che era arabo, ha provveduto a tenere bene in vista sopra la maglietta la croce che portava al collo.

Polizia e carabinieri. Una mezza dozzina, col mitra spianato, a proteggere la nostra fila, quella del volo per Tel Aviv: penso, in quell’ora notturna, almeno la metà di quelli che erano in servizio nel piccolo aeroporto di Verona. E solo per quel volo. Poi vengono a dire che Israele deve essere trattato come qualunque altro stato; e a dirlo, beninteso, sono proprio quelli che rendono necessario tutto quell’eccezionale apparato di sicurezza.

I colori. Non li ho potuti fotografare perché quando apparivano ero sempre in movimento, però bisogna che ne parli. Nelle città come in mezzo al deserto, lungo una strada o in mezzo al nulla improvvisamente compare un cespuglio pieno di fiori, un’esplosione di colori che riempiono gli occhi e l’anima, un’orgia di rossi e di gialli e di blu e di arancione e di rosa e di viola col verde delle foglie, un verde smeraldo intenso, quasi abbacinante. E ogni volta mi protendevo a guardare, col fiato sospeso, ammutolita da tanta bellezza, da tanta proprompente vitalità creata dalla dura cervice di coloro che hanno fatto fiorire persino il deserto. E quando l’esplosione di colore era passata mi riadagiavo contro lo schienale e dicevo, convinta: “Ah, come sono contenta di essere in Israele!”

E i colori dei pesci. C’era una grande vasca rotonda all’aperto, nel grande spazio dell’acquario di Eilat, con i pesci rossi. Proprio mentre ero lì vicino una bambina si è messa a buttare in acqua del cibo, e i pesci naturalmente sono accorsi tutti lì, così me ne sono trovata a disposizione una bella ammucchiata e anche loro facevano una gran bella macchia di colore, anche se, certo, non proprio come i fiori.



La bandiera giordana. Quando siamo arrivate in spiaggia e l’ho vista, ho detto: la fotografo e la metto nel blog col titolo “A un tiro di schioppo”. Un’ora dopo sono arrivate le prime notizie sugli attentati. Non dalla Giordania, d’accordo, ma rimane ugualmente valido il fatto che i nemici, quelli che vogliono la distruzione di Israele e la morte degli ebrei tutti, sono sempre a un tiro di schioppo. (L’immagine è parecchio sfocata perché poi la foto l’ho fatta che era quasi sera)



barbara


26 settembre 2011

LES LIAISONS DANGEREUSES

Le relazioni pericolose, per quei quattro gatti che, oltre a non masticare il francese, non conoscessero neppure il famoso libro. Sapete qual è la caratteristica delle relazioni pericolose? No? Allora ve lo dico io: sono pericolose. Dite che ho scoperto l’acqua calda? Vero, però con l’acqua calda, se non sai che è calda e non prendi le tue precauzioni, ti scotti, e poi vieni ancora a dirmi che sono banale e dico cose banali.
Prendete Burhanuddin Rabbani, per esempio: trattava coi talebani, perché i talebani sono parte del tessuto sociale, perché si tratta con chi c’è, perché se si vuole arrivare alla pace non si possono operare esclusioni aprioristiche e dunque ci sono i talebani? Bene, si tratta coi talebani. Com’è andata a finire? Che i talebani lo hanno fatto fuori.
O Vittorio Arrigoni: si era messo a servizio a tempo pieno dei terroristi di Hamas, perché quelli di Hamas hanno il grande merito di combattere per l’annientamento di quei topi di fogna che sono gli ebrei, perché la storia è un optional, e i fatti non contano, e “occupazione” riempie la bocca molto meglio che democrazia e diritti umani, e dunque si sta dalla parte di Hamas, ci si mette al servizio di Hamas, si odia per conto di Hamas, si mente per conto di Hamas, si inganna per conto di Hamas. Com’è andata a finire? Che gli eroi di Hamas lo hanno fatto fuori, e neanche in maniera troppo misericordiosa, sembra.
E Giuliana Sgrena? È andata a Baghdad per servire la jihad islamica, “denunciando” tutti gli abusi perpetrati dagli occupanti americani e guardandosi bene dal dire mezza parola su quanto operato dalla controparte (tutte le donne stuprate, per dirne una, sono state stuprate unicamente da americani). Com’è andata a finire? Stando alla sua versione, sembrerebbe che sia stata rapita da quelli della jihad islamica al cui servizio a 90° si era volenterosamente posta (anche se va detto che quelli sono stati cortesissimi e le davano frutta e dolci e le hanno anche regalato un collier che poi i perfidi yankee le hanno rubato, ma questa è un’altra storia. O no? Poi un onesto servitore dello stato, per andare a liberare la gallinella, ci ha rimesso la pelle, e quella no, non è un’altra storia).
E stendiamo un velo pietoso sulle due Simone.
Eccetera.
Cioè, quello che voglio dire è: ma la gente ha occhi e orecchie? Ha qualche quarto di neurone sparso in giro per la scatola cranica? È capace di imparare? No, eh? No. Si sbaglia e si continua a risbagliare, sempre allo stesso modo, all’infinito, come ci ricorda Barry Rubin. E mentre all’Onu si discute, in Israele si muore.


Asher Palmer e il figlio Yehonatan, vittime dell'ultimo attentato

barbara


14 maggio 2011

LORO SÌ CHE SONO UOMINI VERI

Avevano promesso che avrebbero vendicato la morte dell’amatissimo e veneratissimo Osama Bin Laden vigliaccamente assassinato dagli odiatissimi americani, e sono immediatamente passati dalle parole ai fatti. E che cosa hanno fatto? Hanno fatto fuori una carrettata di americani? Beh, no, non proprio. Hanno fatto fuori una carrettata di cani infedeli occidentali? Beh, no, non proprio. Loro, gli uomini veri pachistani, amanti dell’eroico combattente per la guerra santa, il Venerando Santo Martire Osama Bin Laden, hanno fatto fuori una carrettata di ragazzi pachistani. E adesso sì che – sia lode ad Allah - giustizia è fatta.



barbara


25 marzo 2011

UN PO’ DI TIZIO DELLA SERA

di cui sono rimasta vergognosamente in arretrato, per cui adesso vi scodello un po’ di roba recuperata.


L'ingorgo

Il fatto è, pensa il Tizio alla finestra mangiando i taralli salati di zia Marghitta, che la Storia sta ancora facendo le sue domande e noi vorremmo già avere le nostre risposte. E' quasi sera e dal davanzale guarda il serpeggiare del viale. Col crepuscolo, sfuggono i pini e le macchine incolonnate che vanno avanti a sussulti. Mastica i taralli. Da giorni e giorni ci sono parole incolonnate e brividi surriscaldati. Se poi Gheddafi vince, se il popolo perde la libertà o se finalmente  la conquista; se la loro libertà e quella conquistata al Cairo non fossero quello che intendiamo noi, lo vedi che hanno riammazzato i cristiani; pensa proprio  "la loro libertà" e un poco si vergogna, perché la libertà è di tutti e gli dispiace essere così guardingo.
Giù per l'esofago un altro tarallo dal pacco di quelli piccanti: se sia giusto pensare che la libertà, sgranocchia il Tizio, percorra solo le strade che dice il telegiornale; e se dietro la gigantesca turbolenza che non cessa, ci sia davvero Al Quaeda e il Manigoldo dice la verità; e come sia, si domanda il Tizio bevendo dal bicchiere appannato un sorso di struggente coca ghiacciata, e come sia  la verità eventualmente detta dal Manigoldo, e come sia bere la coca deliziosa mentre a poche centinaia di chilometri i mig vecchi ma efficaci bombardano le città; se sia possibile che un tiranno sia meno carogna di altre carogne e in che strettoia siamo finiti. E se la libertà di un popolo possa avere colore, o l'esigenza di pensare senza essere frenati sia da considerare superiore a qualsiasi ideologia ed è giusto proteggere questa esigenza dei popoli, e se a proteggerla ci sia il rischio che un giorno questa tolleranza si ritorca contro l'Occidente, gli Ebrei, i Cristiani, l'Europa, l'Italia solitaria davanti all'Africa e contro il Tizio alla finestra che mangia i taralli - e così i taralli vengono proibiti per sempre. O potrebbe succedere che l'ondata della libertà araba cambi il nostro tempo in un tempo nuovo, di inesplorate possibilità.
E' buio. Nel viale, gli autobus e le auto hanno le luci accese. Ah, sapere già tutto.  

Il Tizio della Sera


Questioni di stile

Lo stilista John Galliano, celebre per le creazioni con Dior, e ora per l'antisemitismo che ha creato in un bar sotto Dior, è divenuto altresì celebre per il suo immediato licenziamento avvenuto qualche piano sopra il bar, negli uffici di Dior, e per la rapidità estrema delle sue scuse agli ebrei, e probabilmente a Dior, forse nell'ascensore di Dior.
Dopo avere negato di avere mai detto le frasi antisemite nel bar sotto Dior che frequenta tutti giorni, litro dopo litro, ha chiesto subito scusa per le frasi antisemite dette nel bar sotto Dior. Ci si domanda come faccia uno stilista a mancare così tanto di stile. Forse è il suo stile. In ogni caso, gli rivolgiamo l'estremo saluto. Addior.

Il Tizio della Sera



Cinema 

Il tempo si riavvolge come una vecchia pellicola e riparte il film. La fermata degli autobus, barelle che passano, Gerusalemme. Lo sguardo si appunta su chi è vivo: un hassid è uguale ad altri hassidim; un giovane con la barba incolta urla a un poliziotto, il poliziotto non fa niente; un infermiere si muove con calma tra le lamiere contorte, come in un familiare spazio domestico: al posto dei mobili, macerie.    
La vita è bella?   

Il Tizio della Sera

Non aggiungo commenti. Non posso farne, non ho parole per farli quando c’è chi massacra per il gusto di massacrare,



quando vedo, come troppe volte ho visto, ripartire l’inarrestabile escalation di violenza, di missili lanciati, di innocenti assassinati, di attacchi terroristici,che lasciano sul terreno morti



e feriti,  e al di là della linea di confine freneticamente festeggiare, come documenta questa foto presa dal Palestine Time



(e se andate qui potete trovare l’articolo in arabo, che in google translate vi spiegherà quanta ragione hanno di festeggiare, visto che da così tanto tempo i poverini erano digiuni di un bell’attentato su un autobus). No, non farò commenti. Mi limito a invitarvi, se ve la cavate con l’inglese, a leggere questo e a dedicare alle vittime, rubandola al dolcissimo Giulio Meotti, questa musica sublime.


barbara


13 dicembre 2010

E LA CHIAMANO XENOFOBIA

Alla luce di quanto appena accaduto in Svezia, credo che questo sia il momento migliore per rileggere questo articolo.

Difendere i valori dell’Occidente costituisce “INCITAMENTO ALL’ODIO”?

di Bat Yeor
tradotto e illustrato da Paolo Mantellini

L’Inghilterra ha appena assistito allo spettacolo di un Parlamentare di un altro paese dell’Unione Europea, regolarmente eletto, Geert Wilders, a cui è stato negato l’ingresso nel paese in quanto costituisce “un pericolo pubblico”. Wilders, dopo essere stato brevemente arrestato all’aeroporto di Heathrow, è stato espulso e rimandato in Olanda – dove dovrà affrontare ulteriori problemi legali. Tre settimane prima, infatti, un tribunale Olandese aveva ordinato alla pubblica accusa di iniziare un procedimento penale contro di lui per il reato di “incitamento all’odio e alla discriminazione” e di “vilipendio alla fede islamica” a causa delle sue affermazioni pubbliche e del suo film del 2008, Fitna. L’ordine di iniziare il procedimento penale fu emanato per le pressioni esercitate sugli stati Europei e sul Consiglio per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite dalla Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC). Lo scopo dell’OIC è di punire ed eliminare ogni espressione di così detta “islamofobia” nel mondo, ma specialmente in Europa, ed è stata la prima artefice delle condizioni che hanno reso possibile la messa al bando di Wilders dal Regno Unito.
L’OIC è una delle maggiori Organizzazioni intergovernative al mondo. Comprende 56 stati musulmani più l’Autorità Palestinese. Diffusa su quattro continenti, pretende di parlare a nome della Ummah (la comunità universale musulmana), che ammonta a circa un miliardo e trecento milioni di persone. La “missione” dell’OIC è di unire tutti i musulmani del mondo radicandoli nei princìpi del Corano e della Sunnah – il nocciolo della civiltà e dei valori dell’islam. Mira al rafforzamento della solidarietà e della cooperazione tra tutti i suoi membri, per proteggere gli interessi musulmani dappertutto e spronare la ummah ad unirsi in un unico corpo.
L’OIC è una organizzazione unica – un’organizzazione che non ha equivalenti al mondo. Unisce la potenza religiosa, economica, militare e politica di 56 stati. L’Unione Europea, invece, rappresenta un numero di stati pari a meno della metà ed è un blocco unicamente laico mentre il Vaticano, che parla a nome di circa un miliardo e cento milioni di Cattolici, è privo di ogni potere politico. Molti musulmani, in Occidente respingono la tutela dell’OIC e si oppongono ai suoi tentativi di sostituire la legge Occidentale con la shariah. Ma le risorse a disposizione dell’OIC sono enormi.
L’Organizzazione possiede numerose Istituzioni sussidiarie, specializzate e affiliate, oltre a molti comitati permanenti, che collaborano ai più alti livelli con altre Organizzazioni internazionali per realizzare in tutto il mondo i suoi obbiettivi politici. I suoi principali e più attivi Organismi sono l’Organizzazione Islamica per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (ISESCO), che si propone di imporre all’Occidente la visione della storia e della civiltà dal punto di vista islamico; l’Osservatorio sull’Islamofobia, che preme sui governi occidentali e gli organismi internazionali per promulgare leggi che puniscano l’islamofobia e la bestemmia; infine è stata recentemente istituita una Corte Internazionale Islamica di Giustizia. Come affermato nella sua Dichiarazione del Cairo sui Diritti dell’Uomo nell’Islam, nel 1990, l’OIC è strettamente legato ai princìpi del Corano, della Sunnah e della shariah. In una parola, l’OIC tenta di costituirsi come il Califfato rinato.
L’OIC rinnova regolarmente il suo impegno nel proteggere i diritti politici, storici, religiosi ed umani dei musulmani residenti negli stati che non fanno parte dell’OIC, con particolare attenzione ai musulmani che costituiscono maggioranze in particolari zone di stati non musulmani – come ad esempio nel Sud delle Filippine, nel Sud della Tailandia e in Grecia, nella Tracia occidentale – e come per i musulmani residenti in posti come i Balcani, il Caucaso, Myanmar (Birmania), India e Cina. L’OIC sostiene Hamas e i Palestinesi nella loro lotta per distruggere Israele, come pure la lotta islamica per la “legittima autodeterminazione” nel “Jammu-e-Kashmir occupato dall’India”. Ha condannato la “continua aggressione dell’Armenia contro l’Azerbaijan,” ed esprime la sua totale solidarietà per la “giusta causa del popolo musulmano Turco di Cipro” e per il Presidente Sudanese, Omar Hassan Al-Bashir, che molti ritengono responsabile di aver incoraggiato i massacri nel Darfur. La sede dell’OIC è a Jedda, ma l’Organizzazione la considera una sede provvisoria: il suo quartier generale sarà trasferito ad al-Quds (la Gerusalemme islamizzata) quando la città sarà stata “liberata” dal controllo israeliano.
Nel suo sforzo di difendere la “vera immagine” dell’islàm e di combattere la sua diffamazione, l’Organizzazione ha richiesto alle Nazioni Unite e ai paesi occidentali di punire l’Islamofobia” e la bestemmia. Tra le manifestazioni di Islamofobia, nella visione dell’OIC, sono incluse l’opposizione dell’Europa all’immigrazione illegale, le misure contro il terrorismo, la critica del multiculturalismo e ogni sforzo di difendere le identità culturali e nazionali dell’Occidente. L’OIC dispone di massicci finanziamenti derivati dal petrolio, che spende larghissimamente nei mezzi di comunicazione di massa occidentali, nelle Università e in innumerevoli “dialoghi”. Influenza le politiche, le leggi e addirittura i libri di testo occidentali mediante le pressioni esercitate dagli immigrati musulmani e dagli stessi partiti occidentali di sinistra. Ecco perché abbiamo assistito a manifestazioni di incitamento all’odio e all’omicidio, simili alla “notte dei cristalli”, contro Ebrei Europei e contro Israele, svoltesi impunemente nelle città Europee – dove si suppone che il rispetto dei diritti umani sia uno dei valori più alti.
Geert Wilders è l’ultima vittima di questo enorme marchingegno mondiale. Il suo crimine è di sostenere che la civiltà dell’Europa è radicata nei valori di Gerusalemme, Atene, Roma e nell’Illuminismo – e non alla Mecca, Bagdad, Andalusia e al-Quds. Combatte per l’indipendenza dell’Europa dal Califfato e per le sue libertà a rischio di estinzione. Ha ricevuto gravi minacce di morte addirittura prima che uscisse il suo film Fitna.
Anche molti musulmani in Occidente lo appoggiano, comunque, le principali armi di Geert Wilders sono il suo coraggio e la sua determinazione di opporsi perfino al suo stesso Governo che sta gradualmente sottomettendosi alle pressioni dell’OIC. I nemici di Wilders millantano che sia una persona insignificante che fa dichiarazioni “provocatorie” solo alla ricerca di notorietà. In realtà, se la sua motivazione fosse solo il proprio tornaconto, potrebbe avere molto più successo ricercando i favori dell’OIC – come molti Europei stanno facendo, consciamente o inconsciamente – piuttosto che rischiare la sua libertà e anche la sua vita.

Bat Ye’or è autrice di studi sulla condizione di Ebrei e Cristiani nell’ambito dell’ideologia del jihad e della legge islamica, la shariah. I suoi libri più recenti includono Il declino della cristianità sotto l’Islam” dalla jihad alla dhimmitudine (2009), Eurabia. Come l'Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita (2007) e Verso il califfato universale. Come l'Europa è diventata complice dell'espansionismo musulmano (2009), tutti pubblicati da Lindau. (qui)

Poi leggi sul Corriere un’intervista a uno scrittore svedese il quale dice che c’era da aspettarselo che prima o poi ci sarebbe stato un attentato, perché c’è un partito xenofobo al governo. Vale a dire che fa benissimo la mafia a far fuori giudici come Falcone e Borsellino e tutti gli altri che hanno l’assurda mania di mettere in galera i mafiosi, i quali mai e poi mai si sognerebbero di far fuori i giudici se quegli sconsiderati non cercassero di impedirgli di far fuori chi gli pare. E pensare che c’è ancora qualcuno che si illude che fatti eclatanti come questo abbiano il potere di aprire gli occhi a chi di aprirli non ha proprio nessunissima intenzione.


barbara


28 giugno 2010

DUE VITTIME DI ATTENTATI – DUE STORIE DI SPERANZA

Perché Israele è anche questo. Israele è soprattutto questo: colpito da ogni parte si ferma un momento a leccarsi le ferite e poi stringe i denti e riparte. Con forza. Con determinazione. Con quella meravigliosa “dura cervice” che fin dai tempi della Bibbia è caratteristica peculiare del suo meraviglioso popolo.

La vittoria di Orly

Orly Virani è stata gravemente ferita nell'attentato del 2002 contro il ristorante Matza di Haifa. Oggi è in attesa del suo primogenito e sta pensando di partorire nello stesso ospedale dove ha lottato per la sua vita.

di Eitan Glickman

I dottori hanno lottato per cinque giorni per salvare la vita di Orly Virani, che era stata ferita gravemente nell'attentato suicida del marzo 2002 contro il ristorante Matza di Haifa. Temevano che non ce l'avrebbe fatta. Oggi Orly ha 27 anni, è felicemente sposata e aspetta il suo primogenito.
Il 31 marzo 2002 Orly doveva incontrare per pranzo Daniel Menchel, un suo caro amico. Un terrorista è entrato nel ristorante e si è fatto esplodere, uccidendo Daniel e altre 14 persone. Orly è rimasta ferita gravemente. Non è stato facile per Orly guarire dalle sue ferite sia fisiche che emotive, e sei mesi dopo lo scoppio della bomba è emigrata in Germania. "Sentivo che non ce la facevo più a vivere in Israele", ha spiegato. "Ero completamente sopraffatta dalle mie paure, e ho deciso di trasferirmi da mia zia a Monaco di Baviera".
In Germania Orly ha incontrato e sposato Sven. Oggi è incinta di sette mesi e la coppia sta aspettando il suo primogenito. La settimana scorsa Orly ha visitato l'ospedale Rambam per un controllo e ha deciso di cogliere l'occasione per chiudere il cerchio tornando nel luogo dove la sua vita è cambiata in modo così drammatico.
"Ero ferita molto gravemente", ricorda. "Il mio corpo era pieno di schegge e mi hanno detto che la probabilità che una persona con quel tipo di ferite riesca a sopravvivere è inferiore al 20%. Nessuno allora parlava delle probabilità di rimanere incinta e di avere un bambino, ma io sapevo che sarei sopravvissuta. Sono forte. Lo sapevo che sarei sopravvissuta e ora, da un momento all'altro, diventerò mamma. Chi lo avrebbe mai detto! Per me venire a un controllo di gravidanza al Rambam, dove ho lottato per la mia vita, è una grande vittoria".

* * *

Asael cammina di nuovo

Sei anni dopo aver perso una gamba in un attentato terroristico Asael Shabo, 15 anni, torna in Israele con una sofisticata protesi sportiva.

di Avi Zinger

Sei anni fa, nel giugno del 2002, un terrorista entrò nella casa della famiglia Shabo a Itamar nel Shomron, sparò a raffica e uccise Rachel Shabo e tre dei suoi figli: Neria (15 anni), Zvika (12) e Avishai (5). Asael Shabo aveva allora 9 anni e venne colpito da una scarica di proiettili che gli amputò la gamba.
Domani, sei anni dopo quel terribile attentato terroristico, Asael tornerà in Israele sulle sue due gambe, una delle quali è una sofisticata protesi che è stata messa a punto negli Stati Uniti e che costa 70.000 dollari. "Papà, posso correre con due gambe", ha detto al padre un emozionato Asael prima di tornare in Israele.
Dal giorno in cui è stato ferito nell'attentato terroristico, Asael, che oggi ha 15 anni, aveva sempre rifiutato di indossare una protesi, preferendo usare le grucce o saltellare su una gamba sola. Prima dell'attentato giocava a calcio, ma dopo ha deciso di dedicarsi alla corsa e si era convinto che una protesi avrebbe ostacolato i suoi sforzi di primeggiare.
L'atteggiamento di Asael è cambiato quando ha incontrato Shlomo Nimrod, un uomo d'affari americano, veterano dello Tsahal e invalido di guerra, che indossa una protesi appositamente progettata per correre e fare sport (simile a quella che usa il campione olimpico sud africano Oscar Pistorius). Nimrod ha convinto Asael a farsi preparare una protesi simile alla sua e ha persino preso accordi con l'Istituto negli Stati Uniti che mette a punto questo tipo di protesi.
Asael è partito per gli Stati Uniti poco prima del Giorno dell'Indipendenza e un paio di giorni dopo già correva e saltava su due gambe. "Tutti erano senza parole; non potevano credere ai loro occhi", ricorda Guy Solomon, un rappresentante dell'organizzazione Etgarim che ha accompagnato Asael in America. "Tutti sono rimasti sorpresi dalla velocità con cui si è adattato alla protesi. Asael è un ragazzo incredibile, con una gran voglia di vivere. È un adolescente molto coraggioso, che ha subito un terribile trauma e dopo tutto quello che ha passato sono felice che siamo riusciti a restituirgli alcune delle gioie della vita. Il sorriso stampato sul suo volto quando ha visto che stava in piedi su due gambe ci ripaga di tutto".
"Volevamo che fosse in grado di fare quello che fa ogni altro ragazzo della sua età, di giocare a calcio e di correre come chiunque altro", ha aggiunto Guy. "Non appena torna in Israele cominceremo ad allenarci per le sfide sportive che lo aspettano".
Boaz, il padre di Asael, era accanto a lui nella gioia e nell'emozione di ieri. "Dopo tutto quello che ha passato non vedo l'ora di vederlo su due gambe", ha detto. "Lo so che riuscirà in qualunque cosa che deciderà di fare. È un lottatore testardo, un vincitore!"
(Yediot Ha'haronot, 19 maggio 2008, da Keren Hayesod)

Vale la pena di ripescare, di tanto in tanto, qualche vecchio articolo. Soprattutto in certi momenti. Vale la pena di ricordarci, nei momenti più bui, che “loro” non potranno mai essere sopraffatti, perché “loro”, come comanda il loro Libro, a differenza di altri, hanno scelto la vita.


barbara


13 gennaio 2010

UNA COSA MI CHIEDO

Noi che, giustamente, ci indigniamo per l’abitudine delle autorità palestinesi, sia di hamas che di al-Fatah, di intitolare scuole e stadi e vie e piazze a terroristi assassini, noi ci accingiamo a celebrare e onorare un ladro latitante, amico e complice (complice attivo, molto attivo) dei suddetti terroristi assassini, che ha mandato allo sbaraglio – ossia servito alla mafia su un piatto d’argento - un giudice reo di avere trovato il suo nome indagando sui traffici di armi e di droga dei terroristi palestinesi, e si propone addirittura di intitolargli una strada, siamo sicuri di essere migliori di loro? (Poi magari quelli che si indignano e quelli che vogliono onorare la benedetta memoria del ladro latitante amico e complice dei terroristi eccetera eccetera non sono le stesse persone, vabbè, però rimane un’indecenza lo stesso, no?).

(Poi altre indecenze e altre indignazioni le trovi, come al solito, qui)

barbara

AGGIORNAMENTO: un piccolo promemoria qui, grazie a lei.


15 ottobre 2009

INCUBO

Da sempre i miei scarsi e brevi sonni sono densamente popolati di incubi, alcuni ricorrenti, altri variabili. Recentemente avevo avuto un periodo di tregua ma adesso hanno ricominciato ad infestare le mie notti, più virulenti che mai.
Questa notte ho sognato che rimanevo vittima di un attentato terroristico: un improvviso e immenso lampo rosso e poi il nulla, non esistevo più, il mio corpo disintegrato, e contemporaneamente, con una sorta di surrogato di coscienza, mi vedevo, vedevo il mio corpo polverizzato e sapevo che ero morta, che il mio tempo era finito, che tutto ciò che ancora avevo da fare non sarebbe stato fatto mai più.

 
era una cosa più o meno a metà fra queste due

Poi mi sono svegliata. Tanti altri invece no, la possibilità di svegliarsi dopo il lampo rosso non ce l’hanno.
Abbastanza – oggi sono in vena di eufemismi – da incubo è lo scenario che aspetta tutti noi ora che i buoni non si accontentano più di non far niente per far trionfare il male, ma si danno attivamente da fare per spingerlo più in alto possibile, come ci mostra, con la consueta spumeggiante genialità, la cartolina odierna.
Infine ricordiamo la scomparsa di Maria Angiolillo, vedova dell’editore Renato Angiolillo: l’unico che 27 anni fa osò pubblicare l’accorato grido di dolore di Bruno Zevi (postato più sotto) dopo l’attentato alla sinagoga di Roma, cui la campagna di odio scatenata dalle sinistre e dai sindacati aveva creato un clima più che favorevole.

barbara


16 marzo 2009

OCCUPAZIONE, TERRITORI OCCUPATI E BLABLABLA

March 16 1954: Palestinian Terrorists from Egyptian-held Gaza strip stop an Israeli bus travelling from Tel Aviv to Eilat at Scorpions Pass in the Negev desert and murder eleven passengers


Quella che segue è una lettera inviata – e mai pubblicata – a un quotidiano progressista italiano.


Egr direttore
Non pensavo mai di tirare fuori la mia storia personale, ma dopo aver letto l'articolo - demonizzazione- di Sandro Viola del 20/1/2002 ho deciso di rinunciare alla mia privacy per sbugiardare quel moderno antisemita.
Sono nato nel settembre 1953 in Israele.
I miei genitori, scampati dai lager nazisti, si sono stabiliti in Israele in un villaggio chiamato Even Yehudah, vicino alla città di Netanyah dove facevano i contadini.
(È il punto dove la larghezza massima di Israele era 12KM fino al 67- quindi, tutta frontiera)
Due mesi prima della mia nascita, parlo del Luglio 1953, i miei hanno sentito uno strano rumore e mio padre è uscito per controllare e non è mai più rientrato.
Non c'erano allora telefoni. Mia mamma, con una bimba di 4 anni, e incinta al settimo mese, si è barricata in casa- pregando.
Al mattino lo ha trovato.
Lo avevano torturato prima di decapitarlo.
Gli avevano cavato gli occhi e poi hanno impilato la sua testa su un palo di fronte a casa.
Non c'erano "territori occupati" nel 1953.
Allora si chiamavano Fedayn, mentre oggi la sinistra antisemita li chiama "combattenti della resistenza".
Fa poca differenza, quello che li distingueva, allora come oggi è la "cultura" assassina, il fanatismo che non ha bisogno delle scuse dell' "umiliazione" e/o della "occupazione" che i buonisti antisemiti di sinistra come Viola gli forniscono come alibi per perpetuare l'opera che in Europa vi è quasi riuscita il secolo scorso.
Scommetto che non troverà spazio per pubblicare la mia lettera- nel suo giornale "politicamente corretto", al servizio di quelli che si adoperano per completare l'opera che i vostri - compagni- camerati non sono riusciti a completare.
Nahman Finaro Singer

Già. Non c’erano “territori occupati” nel luglio del ’53. E non c’erano il 16 marzo del ’54. Così come non c’erano il 2 giugno 1964 quando Ahmed Shukeiry - che otto anni prima aveva dichiarato
al Consiglio per la Sicurezza delle Nazioni Unite: "È comunemente noto che la Palestina non sia altro che il Sud della Siria" – fondò l’Olp, Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma non ci avevano raccontato che il problema era l’okkupazione? Sì, ce l’avevano raccontato. E continuano a raccontarcelo. Insieme a tante tante altre storie che a qualcuno fa tanto tanto piacere credere. Una volta c’erano quelle sull’avvelenamento dei pozzi, poi sono arrivate quelle sulla Germania messa in ginocchio dalla famelica finanza ebraica, adesso ci sono queste: quando si tratta di far fuori gli ebrei, di storie da raccontare se ne trovano sempre.

barbara


2 agosto 2008

CHE COSA VOGLIONO VERAMENTE I PALESTINESI?

Un articolo di un mese fa, utile per uno spunto di riflessione.

Naturale come il terrorismo palestinese

da un articolo di Bradley Burston

Ma cosa dovrebbe pensare una persona decente?
In una chiara e tranquilla mattina di Gerusalemme una donna sta guidando verso il cuore della città con accanto la sua piccola di 5 mesi. Non c'è nulla di cui aver paura. Non è una zona militare, non è un'area dell'occupazione, non è un insediamento. Ebrei vivono e lavorano in questa zona della città da più di cento anni (da quando l'hanno edificata, a ovest delle mura). Qui medici e infermieri ebrei si prendono cura di bambini e donne, anziani e infermi arabi sin dal 1902, quando sull'altro lato di questa strada venne aperto l'ospedale Shaare Tzedek.
Non c'è nulla di cui avere paura. Salvo per quell'uomo al volante di un bulldozer che ha deciso di uccidere degli ebrei. Non membri della sicurezza israeliana, non truppe d'occupazione, non uomini dei servizi segreti. Ebrei. Donne e bambini, anziani e infermi. Ebrei che potrebbero essere a favore di uno stato palestinese indipendente. Ebrei che non hanno nulla contro gli arabi. Ebrei che potrebbero essere attivamente impegnati contro l'occupazione. Semplicemente ebrei.
Quando inizia la mattanza, la donna al volante della propria auto fa ciò che gli ebrei hanno imparato a fare dalla Shoà, e da duemila anni prima della Shoà: mettere in salvo i propri bambini. A qualunque costo. Riesce a buttare la piccola fuori dall'auto attraverso il finestrino appena prima che l'Eroe di Palestina diriga la sua scavatrice da 10 tonnellate dritta sulla sua auto, schiacciandola completamente.
Non c'è voluto molto tempo – dopo che l'Eroe di Palestina aveva finito di ribaltare autobus pieni di ebrei, nonché di arabi, e di passare sopra ad altre auto, persino tornando indietro a schiacciarne una per la seconda volta – perché il dipartimento marketing e pubbliche relazioni di Hamas formulasse il suo elogio dell'attentato. "Lo consideriamo una reazione naturale alla quotidiana aggressione e ai crimini commessi contro il nostro popolo in Cisgiordania e in tutte le terre occupate", ha dichiarato alla stampa il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri. Naturale.
Semplicemente naturale.
L'attentato è giunto appena dopo l'ultima serie di tentativi, ad opera di vari gruppi laici, islamici ed ebraici, di fare pressione su chiese protestanti e stimate università affinché disinvestano dalla Caterpillar per via del fatto che le Forze di Difesa israeliane usano talvolta i suoi bulldozer per demolire delle case palestinesi. Vorrei sentirli ora. Almeno una volta.
Vorrei che disinvestissero dal terrorismo, anziché giustificarlo come un "naturale" prodotto dell'occupazione. Per una volta, vorrei che i miei fratelli e sorelle pacifisti fossero duri con i loro compagni palestinesi per aver preso un bulldozer e aver schiacciato degli ebrei, almeno quanto lo sono con Israele per la demolizione di edifici. Scrivete lettere a Ismail Haniyeh, a Mahmoud Zahar, a Sami Anu Zuhri. Protestate nelle vostre comunità, definendo per una volta il terrorismo per quello che è: intenzionale, spietato, premeditato, immorale. Assassino.
Cosa dovrebbe pensare una persona decente? Che va bene lanciare razzi su zone abitate durante un cessate il fuoco perché l'occupazione non è ancora finita? Che va bene schiacciare con un bulldozer civili ebrei perché l'occupazione non è stata ancora fermata e i coloni continuano a costruire delle case?
Cosa dovrebbe pensare una persona decente quando gruppi palestinesi fanno a gara nel rivendicare l'attentato col bulldozer? E quando uno di questi gruppi sono le Brigate Martiri di Al-Aqsa, che fa capo a Fatah?
Cosa dovrebbe pensare una persona decente quando l'uomo che guidava il bulldozer, lui stesso padre di due figli, un operaio edile di Gerusalemme est, era animato da un desiderio talmente grande di uccidere ebrei – per inciso, danneggiando e infangando la causa e il nome della Palestina – da superare i suoi sentimenti verso quella madre costretta a gettare il bambino dal finestrino pur di salvarlo?
Per quanto mi riguarda, vorrei chiedere una prova di che cosa i palestinesi vogliono veramente. Non credo più che si tratti semplicemente di uno stato indipendente. Ecco cosa ancora non mi va di ammettere: che per tutti questi anni, nel 2008 non meno che nel 1902, ciò che una massa critica di palestinesi brama sopra ogni altra, forse anche più di uno stato indipendente, potrebbe essere il semplice e vile brivido della vendetta: niente di più chiaro e netto che vedere ebrei morti e sepolti. (Ha'aretz, 2 luglio 2008 - da israele.net)

Non che ci si illuda che certuni davvero rifletteranno ma, come l’uccellino che porta nel becco la sua gocciolina d’acqua da andare a buttare sull’incendio, anch’io faccio la mia parte.



barbara


14 maggio 2008

ULTIMISSIME DA ISRAELE

Attentato ad Ashkelon, colpito grande centro commerciale: il missile è entrato al terzo piano; 96 feriti, tra cui 4 in coma. Fra i feriti gravi anche alcuni bambini.

http://ws.collactive.com/points/point?id=IBJlqDcgAN8b

barbara


9 marzo 2008

MESSAGGIO

Mi è arrivato questo messaggio, e voglio farvelo leggere.

Questa mattina ho ricevuta una telefonata da Israele, mi ha chiamato mio fratello, ma non mi voleva dire né Shabat Shalom né Hodesh Tov, mi ha avvertito che il figlio di una persona a me cara è morto ieri sera a Yerushalaim ucciso insieme ad altri sette ragazzi, sono scoppiato a piangere e mi chiedo che fare, ho chiamato in Israele mi hanno raccontato del dolore di un padre che cerca il figlio e non lo trova, chiama gli ospedali ma nessuno gli risponde, il suo cuore sa cosa è successo ma la sua mente si rifiuta di accettare quello che teme, finché alle due di notte deve arrendersi alla realtà.

Cosa posso dire? Vorrei andare in Israele a consolare il mio amico ma si può consolare un uomo che ha perso un figlio di diciotto anni?
Ora sono su internet guardo le foto e filmati, riconosco posti e persone, riconosco la Yeshivà, ricordo la strada dove sono passato pochi mesi fa e ora raccoglie i corpi di otto ragazzi che si avviano ad essere sepolti, vedo Yerushalaim, la mia città che piange e piango con Lei.
Guardo ora quello che è il filmato più atroce, la gente che festeggia a gaza, ballano e cantano gioiscono del nostro lutto, sono questi i civili di cui dovremmo avere pena? è questa la popolazione innocente che va salvaguardata? il mondo ci accusa di non avere misura, ma forse la nostra misura è colma! a me sembrano solo terroristi e che per quello che sono andrebbero trattati, abbiamo visto questa mattina cosa possiamo aspettarci dall’onu.
Domani è uno Shabat speciale, avremo tre Sefarim, vi chiedo di aggiungere ancora qualcosa, decidete voi cosa, fate più zedakà, leggete tehilim, o accendete dei lumi, ma vi chiedo di dedicare ciò che farete al ricordo dei ragazzi morti per il Kidush Hashem e a consolazione delle loro famiglie.
Che Kadosh Baruhu, possa accogliere i nostri morti nel Gan-Eden, vendichi il loro sangue e consoli le famiglie.

Shabat shalom a tutti
Miky Steindler

Non aggiungo niente. Non c’è niente da aggiungere.

barbara


8 marzo 2008

ECCOLI QUA

Eccoli qua i palestinesi che festeggiano perché qualcuno di loro è riuscito a far fuori una carrettata di ragazzini ebrei. Guardateli, guardateli bene. E adesso venitemi ancora a raccontare che si tratta di disperazione. Venitemi ancora a raccontare che i terroristi sono una sparutissima minoranza e gli altri sono tutti brave persone. E, dopo aver guardato le loro facce rubiconde e i loro corpi ben pasciuti, venitemi ancora a raccontare la storiella della catastrofe umanitaria in atto a causa del feroce embargo messo in atto dall’infame occupante sionista. E dopo aver visto il corteo di auto degno di una vittoria ai mondiali di calcio venitemi ancora a raccontare la storiella degli ospedali che non possono funzionare sempre a causa del suddetto feroce embargo messo in atto dal suddetto infame occupante sionista. E venitemi ancora a chiedere comprensione per queste luride belve assetate solo di sangue giudeo (d’altra parte, si sa, una faccia sola abbiamo, e ognuno mostra quella che ha).



barbara


4 ottobre 2007

A ROMA

 A 25 anni dall’attentato del 9 ottobre 1982 dove ha perso la vita il piccolo Stefano Gaj Tachè, il Comune di Roma ha deciso di inaugurare in sua memoria

"Largo Stefano Gaj Tachè"

Domenica 7 ottobre

Ore 16.30
Scopertura della targa “Largo Stefano Gaj Tachè”

(Via del Tempio angolo Via Catalana)

Intervengono:

Walter Veltroni - Sindaco di Roma

Rav Riccardo Di Segni- Rabbino capo di Roma
Leone Paserman - Presidente Comunità ebraica di Roma

Ore 17.00
Proiezione Filmati dell’epoca riguardanti l'attentato al Tempio

Maggiore del 9 ottobre 1982

Aula Magna Liceo Renzo Levi

Partecipano:
Rabbino Capo Emerito prof. Elio Toaff
On. Maria Coscia - Assessore alle Politiche Educative e Scolastiche del Comune di Roma
Rav Riccardo di Segni - Rabbino Capo di Roma
Leone Paserman – Presidente della Comunità Ebraica di Roma
Alan Naccache - Presidente Benè Berith "Stefano Gaj Tachè"
Raffaele Pace – Ebraismo e dintorni

Sarà presente la famiglia

Giovedì 4 Ottobre alle 17.15 al Tempio Maggiore si terrà un Limud in
ricordo di Stefano Gaj Tachè, un'ora prima dell'inizio delle celebrazioni
di Simchàt Torà

Credo non sia necessario essere ebrei per provare sentimenti di solidarietà. E magari decidere di partecipare.

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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