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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 gennaio 2010

LETTERA APERTA AL SINDACO DI MALMÖ

Gentile signor Reepalu,
lei ha appena dichiarato al quotidiano Skanska Dagbladet, nella giornata della Memoria (pura coincidenza?), che, con l'aiuto della polizia municipale, lei è impegnato nella lotta contro il razzismo in qualunque forma si presenti. Sembrerebbe un modo corretto per celebrare il 27 gennaio. Ma ha poi aggiunto, a spiegazione del suo pensiero, "di non accettare né il sionismo, né l'antisemitismo ... in quanto estremismi che si vanno a situare sopra le altre forme di pensiero, che vengono pertanto considerate come inferiori".
Egregio signor Reepalu, è vero, dopo Durban 1 alcuni sciagurati hanno cominciato a ripetere che il sionismo è una forma di razzismo, ma è altrettanto vero che tanti altri, e particolarmente nella nostra Europa che, più di qualsiasi altra regione, ha conosciuto sulla propria carne il razzismo antisemita, si sono ribellati a simile affermazione.
Mi permetta di ricordarle, da italiano, quanto ha solennemente dichiarato il nostro Presidente Napolitano: “no all’antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo”.
Mi rendo conto che lei, essendo il sindaco di una città dalla storia antica, e con una popolazione islamica sempre più numerosa e anche, mi permetta di aggiungere, sempre più prepotente (pensi, per esempio, a quanto è successo quando, proprio nella sua Malmö, si incontrarono le squadre di tennis di Svezia e di Israele), cerchi di venire incontro alle richieste dei suoi cittadini. Ma non pensa di dover selezionare, in quanto primo cittadino, queste loro richieste? Non ritiene che sia insensato accettarle indiscriminatamente tutte?
Inoltre lei ha anche chiesto ai suoi concittadini di religione ebraica di "prendere le distanze" pubblicamente dalla politica israeliana. Egregio signor Reepalu, nella civile Svezia esiste ancora la libertà di pensiero? Lei che cosa ne pensa? O forse lei vuole, in tal modo, anticipare i programmi dei suoi concittadini islamici che, come dichiarano apertamente, quando avranno raggiunto la maggioranza (e quel giorno è sempre più vicino; molti dicono entro il 2049) sostituiranno le leggi della democrazia con quelle della sharia? In realtà già considerano la Svezia “il migliore stato islamico”, come ha recentemente dichiarato l’imam svedese Adly Abu Hajar. Vede, egregio signor Reepalu, quando verrà quel giorno anche lei sarà messo di fronte alla scelta tra abbandonare la sua attuale fede (non ricordo bene se lei è protestante o ateo; mi scusi, ma di persone come lei ne incontro sempre troppe in giro per l'Europa) per abbracciare l'Islam, o diventare un cittadino "inferiore" (oh, che combinazione: proprio la stessa parola che lei usa a proposito delle "forme di pensiero", come le ricordavo più sopra). Mi dica: ci ha già pensato? È pronto a questo passo?
Comunque, mi permetta un piccolo consiglio, signor Reepalu: in Spagna, tanti anni fa, alcuni ebrei, di fronte ad un dilemma analogo, scelsero di convertirsi mantenendo l'antica fede di nascosto. Erano i marrani. Ne ho conosciuto uno, tuttora marrano a distanza di 5 secoli. Se desidera glielo presento. Potrà farsi spiegare come si vivono simili situazioni e ricevere utili suggerimenti su come sopravvivere da minoranza dominata da una maggioranza ostile e malvagia.
Infine, non si stupisca, come fa lei, se i suoi concittadini ebrei si sentono così minacciati da non poter più vivere a Malmö. Prenda un bel libro di storia del 900; vi troverà la spiegazione di tutto.
Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

P.S. Mi permetta una domanda: che effetto le fanno quei saluti nazisti che si vedono durante i disordini nelle vie di Malmö, provocati sempre più frequentemente dagli islamici svedesi? Sa, a me, sinceramente provocano qualche crampo allo stomaco.



Del tutto casualmente è accaduto che anche la cartolina odierna abbia trattato lo stesso tema e, in gran parte, con gli stessi argomenti, ma poiché è anch’essa il solito piccolo capolavoro, vale la pena di leggerla. E poi andate anche a guardare questo. Se poi qualcuno ha voglia di dirci che siamo fissati, islamofobi, razzisti, si accomodi pure: è da tanto di quel tempo che siamo abituati ad essere circondati da branchi di cretini, che ormai ce ne siamo fatti una ragione.

barbara


4 dicembre 2009

OBSESSION

Credo valga la pena di dedicare un po’ di tempo alla visione di questo documento, e poi digerirlo, e poi assimilarlo, e poi farlo diventare parte di noi: forse non è ancora troppo tardi per far sì che quel famoso “mai più” non resti solo una voce nell’aria. Forse non è ancora troppo tardi per sperare che esista ancora una possibilità di salvezza. Solo, un’importante avvertenza: le anime delicate e gli stomaci deboli si tengano pronti a chiudere, di quando in quando, rapidamente gli occhi: alcune scene presenti nel video non sono per loro.

http://www.radicalislam.org/obsession.php?utm_source=Haaretz&utm_medium=300x250&utm_term=OBS&utm_campaign=OBS_Haaretz_300x250

E poi, non del tutto fuori tema, questo.

barbara


30 settembre 2009

29-30 SETTEMBRE 1938: CONFERENZA DI MONACO

Alla fine di settembre del 1938, quando ormai l'Europa si stava preparando a una guerra che sembrava inevitabile, Hitler accettò la proposta di un incontro fra i capi di governo delle grandi potenze europee (Russia esclusa), lanciata in extremis da Mussolini su suggerimento dello stesso Chamberlain. Nell'incontro, che si svolse a Monaco di Baviera il 29-30 settembre, Chamberlain e il primo ministro francese Daladier accettarono un progetto presentato dall'Italia che in realtà accoglieva quasi alla lettera le richieste tedesche e prevedeva l'annessione al Reich dell'intero territorio dei Sudeti (ossia gli oltre tre milioni di tedeschi che vivevano entro i confini della Cecoslovacchia, ndr). Ai cecoslovacchi, che non erano stati ammessi alla conferenza e nemmeno consultati, non restò che accettare un accordo che li lasciava alla mercé della Germania e apriva la strada al dissolvimento della loro Repubblica. (...)
Chamberlain, Daladier e lo stesso Mussolini furono accolti, al rientro in patria, da imponenti manifestazioni di entusiasmo popolare e acclamati come salvatori della pace. Ma quella salvata a Monaco era una pace fragile e precaria, pagata per giunta a caro prezzo. Accordandosi con Hitler sulla testa della Cecoslovacchia, le potenze democratiche avevano distrutto, assieme alle ultime tracce del principio di sicurezza collettiva, la loro stessa credibilità e avevano aperto la strada a nuove aggressioni. Il commento più appropriato agli accordi di Monaco fu quello di Winston Churchill: "Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra". (qui)

La Conferenza di Monaco, finalizzata alla risoluzione pacifica della crisi cecoslovacca, produce un accordo su otto punti, che prevedono:
1) L'evacuazione cecoslovacca dai Sudeti, a partire dal 1° ottobre;
2) Il completamento dell'evacuazione entro il 10 ottobre;
3) La creazione di una commissione, della quale, oltre ai quattro di Monaco (Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania), farà parte un cecoslovacco per stabilire le condizioni di evacuazione;
4) L'occupazione dei territori a prevalente popolazione tedesca da parte di truppe naziste a partire dallo stesso 1° ottobre;
5) La definizione dei territori nei quali si dovrà tenere il plebiscito;
6) L'affidamento del compito di fissare la frontiera definitiva alla commissione di cui al punto 3;
7) La concessione del diritto di opzione entro 6 mesi;
8) L'impegno del governo cecoslovacco a consentire che militari provenienti dai Sudeti tedeschi siano congedati entro 4 settimane. (qui)



La conclusione della storia la conosco io e la conoscete voi, quindi è inutile che stia a ripeterla qui. Peccato solo che sembrino non conoscerla coloro che reggono le sorti del mondo, che ci stanno precipitando esattamente nello stesso baratro di settant’anni fa: la guerra, accompagnata dal disonore. E adesso andate qui ad ascoltare questo eccezionale documento sonoro: la registrazione dell’annuncio del magnifico risultato della conferenza da parte di Chamberlain.
E poi lui e poi

MEMENTO: +30.

barbara


20 settembre 2009

RACCONTO DI ROSH HASHANÀ

Mia zia era una donna semplice. Non era istruita. Sapeva lo Shemà, eppure cantava Mismor LeDavid senza avere idea del significato. Per lei era normale. A un Rosh haShanà del 1971, eravamo al tempio e alla fine le feci gli auguri: “Buon 5732”! Ci abbracciammo, poi lei disse: “5732?... Forse volevi dire buon 1971”! “No zia, volevo dire buon 5732”. “Che cosa? - esclamò - ma lo sa tuo padre che leggi tutta questa fantascienza”? Per fortuna, vicino a noi c’era lo shamash e le spiegò che il 1971 era secondo l’Era Volgare. “Ha ragione - ammise - anche secondo me il 1971 era volgare. Speriamo che il prossimo anno sia meglio. Auguri”! (Il Tizio della Sera)



Ecco, a me è piaciuto un casino, perciò lo regalo anche a voi, rinnovando l’augurio di Shanà tovà. Poi però, pur consapevole che l’atmosfera di festa andrà a farsi benedire, bisogna anche andare a leggere la cartolina di oggi. Sperando ardentemente che il buon Ugo abbia torto, ma temendo fortemente che non l’abbia affatto.

                               

barbara


11 agosto 2009

L’EURABIA È DENTRO DI NOI

di Giulio Meotti

William Underhill di Newsweek avrebbe potuto leggersi le statistiche dei delitti d'onore in Germania e discuterne con Seyran Ates, l'avvocatessa di Berlino che ha chiuso lo studio legale dopo l'ultima aggressione subita a una fermata del metrò. Seyran era con una cliente musulmana che voleva divorziare dal marito. Lui le pesta entrambe, gridando "hure!", puttana. A pochi chilometri da lì avrebbe potuto visitare la Deutsche Oper, che ha cancellato dalla stagione lirica l'Idomeneo di Mozart per timore di rappresaglie islamiste. Sempre a Berlino avrebbe potuto parlare con il direttore del quotidiano tedesco Die Welt, Roger Köppel, che stava per essere pugnalato a morte da un giovane ingegnere di origine pakistana entrato nel suo ufficio armato di coltello. Avrebbe potuto studiarsi i numeri delle "ragazze scomparse" in Inghilterra, vittime dimenticate delle centinaia di matrimoni forzati che Benjamin Whitaker, in un rapporto per le Nazioni Unite, ha inserito tra le nuove schiavitù.
Avrebbe potuto andare a Stoccolma e prendere tra le mani una t-shirt di gran moda fra i giovani musulmani: "2030 - Poi prendiamo il controllo". Avrebbe potuto vedere come nella penisola scandinava, austera e lontana, dove durante la guerra si ebbero straordinari gesti di protezione degli ebrei, a Stoccolma, Göteborg e Malmö, prima città europea a maggioranza islamica, le comunità ebraiche sono costrette a spendere un quarto del budget in misure di sicurezza. Lì avrebbe scoperto anche il cadavere di Samira Munir, la politica norvegese di origine pakistana minacciata di morte dagli islamisti per la sua difesa dei diritti delle donne. Il suo corpo è stato trovato non lontano dal centro di Oslo.
A Copenaghen avrebbe potuto far visita a Kurt Westergaard, il vignettista che disegnò Maometto col turbante-bomba e che oggi deve vivere con un sistema di protezione che allerta la polizia in caso di pericolo. Avrebbe potuto recarsi a Bruxelles e apprendere che il primo nome dei nuovi nati non è più da molto tempo François, ma Mohammed.
Avrebbe potuto fare un salto in Italia, dove ci sono circa trentamila donne musulmane che hanno subìto la mutilazione genitale. Qui, in mezzo a noi, ora. Avrebbe potuto vedere con i propri occhi come la croce rossa di San Giorgio sia scomparsa da aeroporti, taxi e pompieri in Gran Bretagna su pressione islamica. La stessa Gran Bretagna che oggi vede triplicare il numero delle corti islamiche. Avrebbe potuto andare nella moschea El Mouchidine di Osdorp, in Olanda, dove l'imam ha gridato "cani infedeli" ad alcuni studenti appena arrivati in gita scolastica davanti alla locale moschea. Da lì avrebbe potuto passare per Rotterdam, con i suoi quartieri segregati come monoliti e con i minareti dai quali si incita all'uccisione degli omosessuali. Già che c'era avrebbe potuto intervistare quell'insegnante di scuola elementare a Mozaiek che ha raccontato come i suoi studenti musulmani, in visita al museo Anna Frank di Amsterdam, le abbiano detto che "i nazisti avrebbero dovuto uccidere più ebrei". Nella stessa città dove, oltre a Galileo, arrivarono gli ebrei spagnoli in fuga dall'Inquisizione e oggi invece regna la paura più glaciale. Avrebbe potuto sfogliare la fitta black list di scrittori, artisti, professori, giornalisti e politici minacciati di morte dal fondamentalismo. Pochi mesi fa, all'uscita da un supermercato, un islamista ha aggredito Robert Redeker, il filosofo francese costretto a nascondersi nel proprio paese per un articolo scritto tre anni fa: "Sei Redeker, hai insultato l'islam. Sei un mascalzone. Sei protetto, altrimenti finiresti male".
William Underhill di Newsweek non ha fatto nulla di tutto questo. Perché, in piena legittimità, ha preferito esercitare una potenza rassicurante e dissuasiva su milioni di lettori del grande settimanale americano. Il giornalista americano ha cercato di spiegare che "Eurabia" è un mito, uno spauracchio,"una speculazione basata sulla speculazione", una finzione costruita ad arte, la proiezione allarmista di una manciata di studiosi e politici della "far right". La destra nasty, cattivissima, sporca, intollerante e xenofoba in cui secondo il cronista di Newsweek tutto si equivale, dal filoisraeliano e atlantista Geert Wilders all'antisemita, negazionista dell'Olocausto e suprematista bianco Nick Griffin del British National Party.
Dell'Eurabia il Foglio è andato a parlarne con la grande studiosa che ha coniato quel termine, ripreso e reso incandescente da Oriana Fallaci qualche anno dopo. Si tratta di Bat Ye'or, resa famosa in tutto il mondo da "Eurabia" (Lindau), ormai un modo di dire per indicare il rischio che l'occidente corre. Nel dicembre del 2002 apparve su Internet un suo articolo, tradotto in diverse lingue, dal titolo "Le dialogue Euro-Arabe et la naissance d'Eurabia". Oriana Fallaci ne rimase folgorata e rese celebre questa storica durissima. In molti altri ripresero la tesi di Bat Ye'or, a cominciare da Niall Ferguson e Bernard Lewis. Nata in Egitto, cittadina britannica, residente in Svizzera, Bat Ye'or l'Eurabia la chiama anche "dhimmitude", da dhimmi, cioè sottomessi, come venivano definiti i cristiani e gli ebrei che dall'ottavo secolo sono stati obbligati alla tassa sulle minoranze.
La dottoressa Rachel Ehrenfeld, una delle autorità mondiali in materia di finanziamento occulto al terrorismo e direttrice dell'American Center for Democracy di New York, nel suo libro "Funding Evil" ha seguito le tracce lasciate dalle varie organizzazioni non governative che servono da facciata per l'incanalamento dei fondi occulti verso l'islamismo in Europa. Il suo libro venne pubblicato negli Stati Uniti dalla casa editrice Bonus Books. Dopodiché Ehrenfeld riceve una email spedita dagli avvocati inglesi di un milionario saudita da lei citato, in cui le intimano, fra l'altro, di togliere dalla circolazione e distruggere tutte le copie invendute del libro, scrivere un pubblica lettera di scuse e fare una donazione a un ente di carità indicato dai sauditi. Per intentare la causa di diffamazione contro Rachel Ehrenfeld, ai sauditi basta acquistare una ventina di copie del libro "Funding Evil" su Internet e farsele recapitare in territorio inglese. La battaglia legale, durata due anni, è terminata il 20 dicembre 2007 alla Corte d'Appello dello stato di New York. Ehrenfeld è stata condannata.
Il caso Ehrenfeld è pura Eurabia. "Se William Underhill cercava di contestare la crescente influenza islamica in Europa e la sua ostilità ai valori occidentali, ha fallito", dice al Foglio Rachel. "Sostiene che le proiezioni demografiche sui musulmani come maggioranza in Europa nel 2025 sono false. Ma quali studi porta a suo favore?". E comunque "il vero problema non è la demografia, ma l'imposizione di norme basate sulla sharia e che contraddicono la società libera, democratica e capitalista". Come nel suo caso. "Il reporter di Newsweek ignora l'influenza politica, finanziaria, sociale e culturale, la rapida espansione della sharia basata su istituzioni finanziarie in Europa. I leader islamici in Europa non propongono integrazione, ma cinque volte al giorno incitano alla distruzione degli ‘infedeli' che hanno aperto loro la porta. E distruzione non significa necessariamente violenza, ci sono molti modi per indebolire ed eliminare la cultura e i valori occidentali. Fondi sauditi o provenienti da Golfo, filantropia islamica e fondi finanziari di Hezbollah e Hamas, Hizb ut-Tahrir e Al Muhajiroun, per citare soltanto alcune organizzazioni terroristiche internazionali, stanno esportando la sharia nella vita di tutti i giorni in Europa. La politica stessa degli europei riflette l'influenza islamica. I discorsi dell'odio contro gli ebrei sono in crescita, così come ogni critica dell'islam e dei musulmani è proibita. Questa non è l'Europa liberale di dieci anni fa".
Ciò che non emerge dall'analisi di Newsweek è la sottomissione delle donne musulmane europee. Psicologa alla City University di New York, Phyllis Chesler è una madrina del movimento femminista (il suo "Le donne e la pazzia", è stato un libro di culto alla fine degli anni Settanta). "Bat Ye'or ha ragione quando descrive Eurabia", dice Chesler al Foglio. "Perché mentre molti immigrati musulmani amano l'occidente, ce ne sono altrettanti ostili alla modernità, alla democrazia, agli ‘infedeli'. Non vogliono assimilarsi o integrarsi. Hanno il compito di convertire i dhimmi e governare lo stato secondo la sharia. Vivono in Europa, ma è come se non avessero mai lasciato il Pakistan, la Turchia, l'Afghanistan, l'Algeria. Hanno creato un universo parallelo, pericoloso per l'Europa. In questo senso l'islam è il più grande esecutore al mondo di un apartheid di genere e religioso. Donne in burqa, niqab, hijab, sono ovunque nelle strade europee. I delitti d'onore infestano l'Europa e, come ho sempre cercato di dimostrare, sono omicidi ben diversi dalla violenza domestica dell'occidente. L'Europa ha accolto il flusso di immigrati ostili per dimostrare che non era ‘razzista', che non erano stati gli europei a uccidere sei milioni di ebrei. Oggi si ritrovano così a giustificare l'olocausto di Israele predicato dai musulmani".
Arriviamo a lei, la teorica di Eurabia, Bat Ye'or. "La copertina di Newsweek e l'articolo di William Underhill pretendono di spiegare che l'emergenza dell'Eurabia è una speculazione. Ma Eurabia esiste, viviamo nell'Eurabia, non è il domani, ma oggi, qui. Eurabia rappresenta un'ideologia che, per raggiungere i suoi obiettivi, fa leva su numerosi strumenti strategici, politici e culturali. È un nuovo ‘spazio della dhimmitudine' creato dai politici, dagli intellettuali e dai media europei, Eurabia è un'entità culturalmente ibrida, fondata sull'antioccidentalismo e sulla giudeofobia. Quando le sinagoghe e i cimiteri ebraici devono essere sorvegliati come nei paesi islamici dove i mausolei cristiani ed ebraici sono distrutti perché la libertà di espressione e di fede non è un diritto costituzionale, questa è Eurabia. Il dialogo euro-arabo ha importato in Europa la tradizione anticristiana e antiebraica dell'islam inscritta nell'ideologia jihadista da tredici secoli. Quando in Europa critici dell'islam, musulmani e non musulmani, devono nascondersi o vivere sotto la protezione delle guardie del corpo, come Geert Wilders e molti altri, questa è Eurabia. Le celebri caricature di Flemming Rose, riprese anche da altri giornali, a cui hanno fatto seguito le minacce di morte al filosofo francese Robert Redeker, autore di un articolo, ritenuto blasfemo, apparso su Le Figaro il 19 settembre 2006, hanno esasperato l'opinione pubblica. Quando l'insegnamento nelle università, nella cultura, nell'editoria viene controllato in gran parte dalla Anna Lindh Foundation o dalla Alleanza delle civilizzazioni (strumento dell'Organizzazione della conferenza islamica, ndr), questa è Eurabia. Quando i bambini ebrei non possono frequentare una scuola pubblica senza essere aggrediti e i ragazzi ebrei sono minacciati per strada, o rapiti e uccisi come il francese Ilan Halimi, questa è Eurabia. Quando dimostrazioni islamiche di massa nelle città europee invocano la distruzione di Israele, questa è Eurabia. I nostri multiculturalisti non ci danno le chiavi per conciliare i valori della sharia con quelli della laicità europea, i contenuti della Carta islamica dei diritti umani con quelli della Dichiarazione universale, l'espandersi dell'imperialismo islamico e i principi di libertà e uguaglianza tra i popoli e tra i sessi".
Nell'analisi di Bat Ye'or, Eurabia è un continente in balia della paura, del silenzio, della dissimulazione e della diffamazione, che non ha ormai più niente a che vedere con l'Europa che conoscevamo. "Eurabia è un coacervo di società lacerate tra la xenofobia, il desiderio di riscatto, l'autodifesa e la disperazione, nel graduale sfaldarsi dei loro leader politici, disperatamente aggrappati ai cliché che hanno costruito in trent'anni. Eurabia esiste laddove ci sono donne velate e le leggi della sharia sono applicate, quando l'ideologia islamica e antisionista fiorisce, dove le istituzioni democratiche non sono che il ricordo scarnificato del proprio passato".
Da alcuni anni la morsa dell'apartheid politico, economico, culturale, artistico e scientifico di Eurabia si è stretta intorno a Israele. Di questo Newsweek non parla affatto. "E' stata la questione palestinese lo strumento utilizzato dal jihad per disgregare l'Europa: essa ha costituito infatti il fondamento e l'impianto organico su cui è sorta Eurabia, il cuore dell'alleanza e della fusione euroarabe, germogliate sul terreno dell'antisionismo. Ora, i rapporti tra Europa e Israele, cristianesimo ed ebraismo, non investono soltanto l'ambito geostrategico, ma rappresentano il vincolo ontologico e la linfa vitale di tutta la spiritualità dell'Europa cristiana. Israele, infatti, si è costruito sulla liberazione dell'uomo, mentre la dhimmitudine lo imprigiona nella schiavitù. Eurabia è figlia del ‘palestinismo' e non mi meraviglierei se un giorno, sotto la bandiera dell'Eurabia palestinizzata, i soldati eurabici corressero a sterminare in Israele i discendenti della Shoah. Il secondo Olocausto sarà chiamato: ‘Pace, amore e giustizia per la Palestina' e ‘Liberazione dall'apartheid'".
Leggendo Newsweek e gli altri campioni del giornalismo liberal si capisce quanto l'America sia ben lontana per capire Eurabia, che è un'idea e un destino più che una geografia o un flusso migratorio. L'oceano separa le certezze ireniche di William Underhill dalla paura che striscia nelle nostre città. Sebbene proprio in Eurabia sia nato l'11 settembre 2001. In un quartiere di vecchie case d'anteguerra in mattoni rossi, in una larga e squallida strada che fronteggia una ringhiera di sbarre. È a Wilhelmsburg, il quartiere industriale di Amburgo, in tre locali al terzo piano, che abitava e pregava Mohammed Atta, il capo degli attentatori delle Twin Towers. Furono pianificate in Eurabia quel milione di tonnellate di detriti e tremila esseri umani trasformati in un mucchio di rovine fumanti.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO, 2009-08-01, http://www.icn-news.com/?do=news&id=7396

Chi non vuole vedere continuerà a non vedere, chi non vuole sentire continuerà a non sentire, chi non vuole capire continuerà a non capire, ma io non mi stancherò mai di far sentire la mia voce.

barbara


3 agosto 2009

L’OSSESSIONE DELLE CONCESSIONI

di Albert Soued, http://symbole.chez.com per www.nuitdorient.com

26/07/09

Dal suo arrivo alla presidenza degli Stati Uniti, Hussein Obama si è allineato all’Europa per ciò che riguarda il conflitto arabo-israeliano, ossia, al di fuori della soluzione di due stati proposta da G. W. Bush nel 2002, promuovere una pace a qualunque costo ed esercitare pressioni sull’unico stato valido, Israele, per rendere valido un progetto che non lo è e … fargli pagare il prezzo di questo progetto e di questa pace.
L’ossessione di ottenere concessioni da una sola parte, Israele, allo scopo di rendere possibile un progetto zoppo e poco realistico, rischia di sfociare su un conflitto maggiore in Medio Oriente.
Il progetto è zoppo e non valido perché i palestinesi non lo accettano e contano su Hussein Obama per condurre “una jihad politica” in favore degli arabi in Terra Santa. Incapaci di costituire uno stato per diverse ragioni, tra le quali le divisioni tribali e ideologiche, i palestinesi cercano di destabilizzare lo stato d’Israele con mezzi politici e, per il tempo della presidenza Obama, pacifici, con l’obiettivo di creare, alla fine, un’entità che si sostituisca a Israele e inglobi vari stati della regione.
Per convincersene basta leggere le diverse recenti dichiarazioni dei loro dirigenti e, meglio ancora, di dirigenti arabi a loro favorevoli.
- Azmi Bishara è un ex deputato arabo della Knesset che è fuggito da Israele per non essere perseguito per “intesa con il nemico”, avendo comunicato informazioni sensibili a Hezbollah. Questo è ciò che ha detto in un’intervista riportata dal giornalista Yaron London: “Io non penso che esista una nazione palestinese. Ma esiste una nazione araba. Non penso che esista una nazione palestinese perché questa è un’invenzione coloniale. Da quando in qua ci sono stati dei palestinesi qui? Io penso che non c’è che un’unica nazione araba. Fino alla fine del XIX secolo la Palestina era la parte meridionale della Grande Siria.
- Kifah Radaydeh, un attivista del Fatah, ha affermato alla televisione pubblica dell’Autorità Palestinese (AP) che “La pace è un mezzo e non un fine. Il nostro obiettivo è tutta la Palestina … La lotta armata è sempre un’opzione disponibile, dipende dalla nostra capacità e dalle circostanze”.
- Il deputato del parlamento del Fatah, Najat Abou Baqr, ha precisato alla stessa televisione che l’obiettivo del Fatah restava sempre la distruzione di Israele, ma che la tattica del momento era di focalizzarsi su Cisgiordania e Gaza, “… ma questo non significa che noi non vogliamo tornare ai confini del 1948 (inglobare tutto Israele), ma l’agenda del momento è di dire che vogliamo le frontiere del 1967”.
- Mohamed Dahlan, membro eminente dell'AP, ha precisato che il Fatah non riconoscerà mai lo stato di Israele e che se l’AP ha finto di riconoscerlo è unicamente per il suo prestigio internazionale e per ricevere aiuti esterni.
- In un’intervista al quotidiano giordano Al Doustour il 25/06/09, Saeb Erekat, capo negoziatore palestinese, riferisce che Olmert aveva già offerto all’AP un territorio equivalente al 100% della superficie conquistata nel 1967, mediante uno scambio territoriale. Erekat spiega che l’AP non può accettare se prima non viene riconosciuta la sua sovranità su tutti i territori conquistati nel 1967! In più, data la costante erosione della posizione israeliana da Madrid in poi, qualsiasi proposta venisse formulata, era inutile precipitarsi ad accettarla. Ha inoltre precisato che il diritto al ritorno dei rifugiati in Israele era inalienabile, senza che siano escluse, in parallelo, delle compensazioni finanziarie: diritto al ritorno e compensazioni vanno di pari passo!
- Parimenti Saeb Erekat ha recentemente ricordato a Benyamin Netanyahu che i tempi sono cambiati e che ora deve tener conto del fatto che il nuovo ospite della Casa Bianca è Hussein Obama, e che l’epoca d’oro delle costruzioni in Giudea-Samaria è terminata, persino per la crescita naturale degli insediamenti.
In effetti tutti i fatti e le azioni degli israeliani a Gerusalemme e negli insediamenti vengono riportati direttamente al Dipartimento di Stato, persino quelli per i quali Israele aveva delle garanzie da un precedente governo americano. Che cosa valgono oggi, con Hussein Obama, le garanzie americane? (1)
Altra questione. Con quale diritto le nazioni occidentali si immischiano negli affari locali e privati di un altro stato? L’intervento di Washington e Parigi nell’affare privato dell’hotel Shepherd del quartiere Shimon Hatsadiq (Sheikh Jarrah), è una cosa scandalosa e idiota. Nel 1891 degli ebrei sionisti hanno creato un nuovo quartiere a Gerusalemme, acquistando dei terreni a 1400 m. a nord della Città Vecchia, terreni che hanno dovuto abbandonare all’epoca dei moti arabi degli anni Venti. Successivamente, negli anni Trenta, il mufti filonazista Haji Amin al Husseini, se ne impadronì per costruire un edificio che divenne l’hotel Shepherd. Dopo il 1967 i giordani, sconfitti, abbandonarono Gerusalemme est e la Giudea-Samaria che occupavano e questi terreni divennero, sul piano giuridico, “proprietà abbandonate”.
Un uomo d’affari americano, Irving Moskowitz, li ha riacquistati nel 1985 e ha affittato l’edificio alla polizia di frontiera fino al 2002. Due settimane fa ha ottenuto l’autorizzazione a ristrutturare l’albergo. Allora Mahmoud Abbas si è lamentato con gli americani che la creazione di 20 appartamenti e di un garage andava a modificare l’equilibrio demografico della città! Il seguito lo conosciamo: l’ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren è stato convocato al Dipartimento di Stato e ugualmente quello di Parigi è stato convocato al Quai d’Orsay da Bernard Kouchner, ed è stato intimato loro di porre termine al progetto di trasformazione. (2)
Da quando è al potere, Obama non ha smesso di corteggiare gli arabi al fine di modificare l’immagine degli Stati Uniti presso di loro. A questo scopo continua a indirizzare loro discorsi televisivi. Ma poiché non ha ottenuto i risultati che si aspettava, per convincerli non ha trovato altro mezzo che di prendere partito per “i poveri palestinesi” e di attaccare Israele perché qualche roulotte occupa qualche arpento di terra in Giudea-Samaria, o perché a Gerusalemme si sono fatte evacuare delle case arabe insalubri, o perché si è modificato un edificio privato legalmente acquistato due volte nello spazio di un secolo per alloggiarvi degli ebrei.
Ora, con questa politica, Obama non fa che incoraggiare l’atteggiamento intransigente degli arabi nei confronti di Israele, mettendo quest’ultimo in pericolo. Con l’appoggio della maggioranza dell’opinione mondiale e di una precaria maggioranza americana, rischia di cadere in un’impasse e di scatenare un conflitto maggiore nella regione (3). Perché l’opinione israeliana è esacerbata per la questione dell’hotel Shepherd, e una gran parte della sinistra israeliana ha reagito negativamente ai comportamenti umilianti e ingiusti di Obama.
Dal 1967 Israele non ha mai smesso di fare concessioni: concessioni che non hanno portato a una vera pace ma solo a delle semplici tregue, che hanno obbligato questo stato a dedicare una parte molto importante delle sue risorse ad armarsi, a scapito della qualità della vita.
Se oggi il paese vota a destra, è perché sa che cedere ancora e ancora non gli porterà una vera pace e, come ha mostrato la lezione di Gaza, ciò rischia addirittura di condurlo verso l’irreparabile e irreversibile. Israele non farà più concessioni, poiché ha già raggiunto limiti che non si possono e non si devono superare. Col rischio di ritrovarsi da solo a difendere la propria causa, ma questa non è una novità …

Note

(1) In una lettera ad Ariel Sharon datata 14/04/04, G. W. Bush gli conferma che per tutti gli accordi riguardanti il conflitto arabo-israeliano occorrerà tenere conto delle realtà sul terreno, in particolare i blocchi di popolazione ebraica in Giudea e Samaria, che non è realistico tornare ai confini dell’armistizio del 1949 e che i confini fra Israele e la futura Palestina dovranno essere ridefiniti mediante negoziati. Per 5 anni le costruzioni effettuate in considerazione della crescita naturale della popolazione non hanno posto alcun problema agli americani, né ai palestinesi. I problemi sono cominciati con Obama, che vuole cambiare le carte in tavola. Hillary Clinton non vuole tenere conto della lettera di Bush. È stata contestata dal generale Elliott Abrams, negoziatore in Medio Oriente sotto Bush, in un articolo del Wall Street Journal in cui precisa che si trattava di un accordo bilaterale fra il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro di Israele, l’evacuazione di Gaza contro l’invio di una lettera di impegno. A meno che gli Stati Uniti non siano diventati una repubblica delle banane.

(2) Questo atteggiamento ha sollevato indignazione in Israele e nel mondo ebraico e filosemita.

(3) Si è appena appreso che Hussein Obama avrebbe deciso di rinunciare alla sua politica di pressioni su Israele per ciò che riguarda gli insediamenti. Il “pappagallo del Quai d’Orsay” farebbe bene a imitarlo. (Traduzione mia)

È di qualche conforto constatare che c’è ancora qualcuno che ha conservato la capacità di vedere ciò che ha davanti agli occhi, e il coraggio di dirlo. Casualmente proprio oggi anche L’INEFFABILE SEMPRELUI ha scritto sullo stesso argomento, e naturalmente vi ordino tassativamente di andarlo a leggere.


barbara


29 giugno 2009

OBAMA DICE AGLI EBREI DOVE POSSONO VIVERE

Domenica, 28 giugno, 2009

di Joseph Farah

Barack Obama sta portando avanti ciò che la sua amministrazione chiama “un approccio più equilibrato alla politica mediorientale”.
Lascatemi spiegare che cosa questo, alla lettera, significhi in termini reali.
Significa che il governo USA sta usando il suo peso con Israele per insistere che agli ebrei, non agli israeliani, badate bene, ma agli ebrei sia negato il permesso di vivere a Gerusalemme est e nelle terre storicamente ebraiche di Giudea e Samaria, usualmente chiamate West Bank.
Provate a immaginare l’indignazione, l’orrore, le proteste, il clamore, lo stridore di denti che esploderebbero se agli arabi o ai musulmani venisse detto che non possono più vivere in certe parti di Israele – per non parlare del loro proprio paese.
Questo, naturalmente, non accadrebbe mai con “un approccio più equilibrato al Medio Oriente”.
Siamo tornati agli anni Trenta. Questa volta sono le illuminate voci liberali di Hillary Clinton e di Barack Obama a dire agli ebrei dove possono vivere, come possono vivere e quanto si devono piegare se vogliono, semplicemente, continuare a vivere.
So che non l’avete mai sentita mettere in questi termini prima d’ora. E io veramente non so perché. Semplicemente non c’è un altro modo preciso per spiegare le macchinazioni che stanno dietro le ultime richieste dell’Occidente e del resto del mondo a Israele.
Si sta riducendo Israele ai “confini di Auschwitz”. Agli ebrei è già stato detto che non possono più vivere nella striscia di Gaza. Ora gli si dice che non possono più scegliere di vivere in nessuna delle zone che le elite internazionali hanno selezionato per un futuro stato di Palestina.
Di nuovo, domando: “Perché gli internazionalisti cercano di creare uno stato che sarà, per definizione, razzista, antiebraico, che non tollera neppure la mera presenza di ebrei?
Qualcuno mi sa rispondere?
Obama e Clinton – e dunque, per definizione, voi e io, contribuenti degli Stati Uniti – hanno deciso di cedere alla razzista, fanatica, antisemita pretesa dell’Autorità Palestinese che a nessun ebreo sia consentito di vivere nel loro nuovo stato.
Credo che in qualunque altra parte del mondo un simile tentativo di pulizia etnica di una regione sarebbe fermamente condannato da tutta la gente civile. E tuttavia, poiché la maggior parte della gente semplicemente non capisce il chiaro e ufficiale piano dei leader arabi di espellere tutti gli ebrei dal nuovo stato di Palestina, le politiche di capitolazione conservano un certo grado di simpatia, addirittura di sostegno politico, da buona parte del mondo.
Fate attenzione a ciò che sto dicendo: la politica ufficiale dell’Autorità Palestinese è che tutti gli ebrei siano espulsi dalla regione! Perché gli Stati Uniti sostengono la creazione di un nuovo stato razzista, antisemita, contrassegnato dall’odio? Perché il mondo civile considera ciò come una ricetta per la pace nella regione?
Perché questa è considerata un’idea accettabile?
Esiste un’altra parte del mondo in cui questo tipo di politica ufficiale di razzismo e pulizia etnica sia tollerato – o addirittura scusato?
Perché in Medio Oriente le regole sono diverse? Perché per gli arabi le regole sono diverse? Perché per i musulmani le regole sono diverse?
Perché i dollari delle tasse americane mantengono la razzista, antisemita entità conosciuta come Autorità Palestinese?
È questo che facciamo quando vietiamo “costruzione di insediamenti”, riparazioni, crescita naturale, aggiunte alle comunità esistenti.
È “equilibrio” questo? C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano più trasferirsi in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano comperare case in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano riparare le case che già hanno in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano costruire insediamenti dovunque vogliano? No.
Ora, tenete presente, ci sono già un bel po’ di stati arabi e musulmani in Medio Oriente. Molti di questi già vietano agli ebrei di vivere in essi. Alcuni lo vietano anche ai cristiani. Ma ora, all’unico stato ebraico al mondo, e i cui diritti su quella terra risalgono ai tempi di Abramo Isacco e Giacobbe, viene detto che gli ebrei devono restare fuori da territori che sono attualmente sotto il loro controllo ma che sono destinati ad essere trasferiti a gente che li odia, che li disprezza, che vuole vederli morti e non è neppure disposta ad accettare di vivere in pace con loro come vicini.
Nel frattempo Israele continua a tendere la sua ingenua mano di amicizia agli arabi e ai musulmani – accogliendoli nella propria minuscola nazione circondata da vicini pieni di odio. Ad arabi e musulmani sono offerti pieni diritti civili – e prestano anche servizio in cariche elettive. Pubblicano giornali e trasmettono liberamente alla radio e alla televisione.
Gli ebrei, per contro, sono a un passo dall’essere sfrattati da case che a volte hanno occupato per generazioni. Ciò che è accaduto a Gaza, sta per ripetersi ovunque.
Spero che i miei amici ebrei si ricordino di questo. Molti di loro hanno votato per Barack Obama. Molti di loro hanno votato per Hillary Clinton. Questi non sono vostri amici. Questi sono della stessa specie di coloro che hanno respinto le navi di ebrei in fuga dalla Germania negli anni Quaranta. Questi sono della stessa specie di coloro che si sono accordati con Adolf Hitler a Monaco. Questi sono della stessa specie di coloro che hanno reso così difficile la rinascita del moderno stato di Israele.
Io dico: “Basta con la pulizia etnica. Basta con l’antisemitismo ufficiale. Basta colpire gli ebrei. Si smetta di dire agli ebrei dove possono vivere, come possono vivere – e se possono vivere”.
(traduzione mia, qui l’originale)

Ciò che dice Joseph Farah dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, e il riuscire a vederlo e a capirlo dovrebbe essere una questione di puro e semplice buonsenso. E invece, chissà perché, sono così pochi ad accorgersene, e il dirlo appare ai più come pura follia.


Prossimamente su questo schermo

barbara

AGGIORNAMENTO: e poi, come al solito, vai a leggere qui, che sui giornali hai voglia di trovarle, queste cose qua!


26 giugno 2009

PUNTO DI VISTA TEDESCO SULL’ISLAM

Di Emanuel Tanay, psichiatra noto e rispettato

05/06/09 www.nuitdorient.com

Un amico tedesco appartiene a una famiglia aristocratica, che prima della seconda guerra mondiale possedeva numerose fabbriche e grandi proprietà. Quando gli si chiedeva quanti tedeschi fossero dei veri nazisti, rispondeva: “Pochi erano dei veri nazisti, ma molti erano felici che la Germania avesse riacquistato l’antico orgoglio, e molti di più erano troppo occupati per darsene cura. Io ero tra coloro che pensavano che i nazisti fossero una manica di pazzi. Così la maggioranza si è semplicemente seduta e ha lasciato che le cose accadessero. Così, prima che ce ne rendessimo conto, si sono impadroniti di noi, e abbiamo perso il controllo, ed è arrivata la fine del mondo. La mia famiglia ha perso tutto, io sono finito in un campo di concentramento e gli alleati hanno distrutto le nostre fabbriche”.
“Esperti” e “specialisti” continuano a ripeterci che l’islam è una religione di pace, che la grande maggioranza dei musulmani non vuole altro che vivere in pace. Sebbene questa affermazione possa indubbiamente essere vera, è del tutto irrilevante. È fuffa insensata, intesa a farci sentire meglio e a ridimensionare lo spettro dei fanatici scatenati in tutto il globo in nome dell’islam.
Il fatto è che sono i fanatici a dominare l’islam in questo momento.
Sono i fanatici che marciano.
Sono i fanatici i responsabili di ognuna delle 50 guerre che si combattono in tutto il mondo.
Sono i fanatici che assassinano sistematicamente i cristiani o i gruppi tribali attraverso tutta l’Africa e stanno gradualmente invadendo l’intero continente con la loro onda islamica.
Sono i fanatici che bombardano, decapitano, assassinano, compiono i delitti d’onore.
Sono i fanatici che si impadroniscono delle moschee, una dopo l’altra.
Sono i fanatici che zelantemente diffondono l’uso di lapidare e impiccare donne stuprate e omosessuali.
Sono i fanatici che insegnano ai loro figli a uccidere e a diventare terroristi suicidi.
La dura realtà che possiamo verificare è che la maggioranza pacifica, la “maggioranza silenziosa”, è intimidita ed emarginata.
La Russia comunista era composta di russi che volevano solo vivere in pace, e tuttavia i comunisti russi furono responsabili dell’uccisione di circa 20 milioni di persone. La maggioranza pacifica era irrilevante.
L’enorme popolazione della Cina era altrettanto pacifica, ma i comunisti cinesi sono riusciti a uccidere l’incredibile numero di 70 milioni di persone.
Prima della seconda guerra mondiale il giapponese medio non era un sadico guerrafondaio. E tuttavia il Giappone nel suo percorso attraverso il Sudest asiatico ha ucciso e massacrato in un’orgia di assassinio che ha incluso l’uccisione sistematica di 12 milioni di civili cinesi, la maggior parte uccisi con spade, pale e baionette.
E chi può dimenticare il Ruanda, finito in un mattatoio. Non si potrebbe dire che la maggioranza dei ruandesi erano “amanti della pace”?
Le lezioni della storia sono spesso incredibilmente semplici e dirette. Ciononostante ai nostri “ragionatori” manchiamo spesso di opporre il punto più semplice e basilare: i musulmani amanti della pace, col loro silenzio si sono resi irrilevanti. I musulmani amanti della pace diventeranno i nostri nemici se non si decideranno a farsi sentire, perché come il mio amico tedesco, un giorno si sveglieranno e troveranno che i fanatici avranno preso possesso di loro, e la fine del mondo sarà cominciata.
Gli amanti della pace tedeschi, giapponesi, cinesi, russi, ruandesi, serbi, afghani, iracheni, palestinesi, somali, nigeriani, algerini e tanti altri sono morti perché la maggioranza pacifica non si è fatta sentire fino a quando non è stato troppo tardi.
Quanto a noi che stiamo a guardare ciò che succede, dobbiamo prestare attenzione all’unico gruppo che conta: i fanatici che minacciano il nostro stile di vita.
Infine, chiunque dubiti della serietà della faccenda e cancelli questo messaggio senza inoltrarlo, sta contribuendo a quella passività che permette al problema di espandersi. E dunque, fate un piccolo sforzo e mandatelo avanti e avanti e avanti! Speriamo che migliaia di persone, in tutto il mondo, lo leggano e riflettano e a loro volta lo mandino avanti – prima che sia troppo tardi. (traduzione mia)

Che la storia non appresa è destinata a ripetersi lo sappiamo tutti, vero? E tuttavia continuiamo a fare finta di non saperlo. O a fare finta che non sia vero. O a fare finta di essere più furbi di quelli che ci hanno preceduti e che noi no, noi non finiremo inchiappettati come loro. E invece sì che ci inchiappetteranno, eccome se lo faranno, se continueremo a restare a novanta gradi ad aspettare l’onda.
Di argomento se non identico almeno affine si occupa anche oggi Ugo Volli nell’odierna cartolina.


barbara


29 maggio 2008

NEVER AGAIN?



barbara


10 dicembre 2007

EVVIVA! CI ARRENDIAMO

Per un pelo non diventavo un terrorista anch'io. Le premesse c'erano tutte. I miei genitori, sopravvissuti entrambi alla guerra grazie a una serie di circostanze avventurose, caddero l'uno nelle braccia dell'altra e mi misero al mondo dopo la Liberazione. Traumatizzati com'erano, io rappresentavo ai loro occhi la prova che poteva ancora esserci una vita, dopo. Fin da piccolo, di conseguenza, fui caricato di aspettative che non potevo soddisfare. Quando non volevo mangiare gli spinaci mi rimproveravano ripetendo: «Cosa avremmo dato nel lager per poter avere della verdura!». Se mi rifiutavo di lasciarmi tagliare i capelli mi raccontavano di come nel lager l'igiene fosse importante e che anche per un solo pidocchio si poteva morire. Quando rincasavo dopo mezzanotte mi toccava la storia del coprifuoco nel ghetto. Se poi uscivo con la ragazza sbagliata - e di giuste non ce n'erano, dal momento che tutti i padri tedeschi avevano prestato servizio nelle SS - mi urlavano: «È forse per questo che siamo sopravvissuti?».
Ma la vergogna e le umiliazioni non cessarono neanche quando i miei genitori incominciarono a lasciarmi relativamente in pace. A palla prigioniera non riuscivo mai a liberarmi e la squadra che mi catturava finiva sempre per stravincere. Ai Giochi della Gioventù non ricevetti neanche un premio di consolazione, e le prime esperienze con le ragazze furono così catastrofiche che divennero imbarazzanti persino i sedili ribaltabili della mia Opel Kadett.
Crescendo, crebbe anche la mia rabbia: rabbia verso i miei isterici genitori, quegli stupidi sgobboni, e rabbia verso i miei amici, che mi chiedevano in prestito i dischi di Armstrong e si portavano a casa le ragazze che arrivavano alla festa con me. Mi arrabbiavo così tanto da provocarmi gastriti che passavano soltanto quando al loro posto subentrava l'asma. E mentre gli altri imparavano a cavarsela con i preservativi, io conoscevo già fin troppo bene i disturbi psicosomatici.
Malgrado tutto, è difficile spiegare a posteriori perché non mi sia mai venuto in mente di diventare terrorista. Lessi I dannati della terra di Frantz Fanon e Psicologia di massa del fascismo di Wilhelm Reich, ma per fortuna non ebbi modo di conoscere gli scritti di Horst Eberhard Richter e di Margarete Mitscherlich.
Sarei stato il tipico folle che se ne va in giro uccidendo a caso: figlio di genitori squilibrati, solo, disperato, frustrato e carico di tensione come una botte piena di dinamite sul Bounty. Avrei fatto la felicità di ogni assistente sociale e nel mio caso esemplare gli psicoterapeuti avrebbero trovato pane per i loro denti. La «M» del mio nome non stava per Modesto», bensì per mildernde Umstände [circostanze attenuanti, N.d.T.]. Ciò che mi mancava, però, era l'impulso a vendicarmi sul mondo. Non esistevano ancora né Internet né videocamere, e io non sarei sicuramente stato in grado di tagliare la testa a qualcuno, se non altro perché durante la lezione di biologia mi era bastato sezionare un lombrico per sentirmi male.
Non potendo diventare terrorista, non mi rimase altra scelta che fare il giornalista. Un'attività per nulla apprezzata, probabilmente ancora meno di quella del terrorista: quest'ultimo può contare infatti sulla comprensione della società, sul fatto che al momento dell'arresto gli vengano letti i suoi diritti e soprattutto sulla tendenza dell'opinione pubblica a interrogarsi per prima cosa sulle sue presunte motivazioni, chiedendosi se un terrorista avrebbe potuto davvero agire altrimenti e se la responsabilità delle sue azioni non sia forse imputabile più alla società che a lui.
Lo ammetto, sono un po' invidioso dei terroristi. Non tanto per l'attenzione che attirano su di sé, quanto per le pulsioni idealistiche che vengono attribuite o meglio ancora conferite loro. Chi ruba un'auto e a un incrocio provoca un incidente mortale è un delinquente. Chi con una bomba nello zaino fa saltare in aria un bus compreso di passeggeri è un martire, un uomo esasperato, umiliato e disperato a cui non rimanevano alternative. Ciò che più di ogni altra cosa invidio ai terroristi è il rispetto che viene tributato loro. Non appena ne emerge la totale mancanza di scrupoli, scendono in campo fior di esperti pronti a spiegare che si dovrebbe smettere di provocarli, mostrandosi piuttosto aperti al dialogo, disposti a negoziare, a cercare un compromesso e ad aiutarli a salvare la faccia. Perché solo così li si potrebbe riportare alla ragione prima che accada di peggio.
A un simile atteggiamento si dà il nome di appeasement, e proprio di questo mi accingo a parlare.

Dove si dimostra che per parlare seriamente di cose serissime non è affatto necessario scrivere dei mattoni. Io l’ho letto e l’ho goduto, e dunque, poiché vi voglio bene, vi offro l’opportunità di godere anche voi – castamente, così non fate neanche piangere il papa e la Binetti – leggendovi questo serissimo e gioiosissimo libro.

Henryk M. Broder, Evviva! Ci arrendiamo, Lindau



barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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