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Diario


31 maggio 2008

IL DOPPIO GIOCO DELLE FORZE DI SICUREZZA PALESTINESI

Da quando esistono una Autorità Nazionale Palestinese e delle forze di sicurezza palestinesi è sempre stato così. E dunque, anche se l’articolo è di un po’ più di un anno fa, rimane sempre interamente valido e attuale.

A colloquio con il portavoce della "resistenza" palestinese

«Fra poco faremo vedere agli israeliani come useremo contro Israele i fucili mitragliatori che abbiamo ricevuto dall'Egitto, con il permesso di Israele, per la guardia palestinese del Presidente e per le forze di sicurezza», ha detto il portavoce del Comitato palestinese di
resistenza, Mohammed Abed el A'al, in un colloquio telefonico con "israel heute". Si riferiva alle 2000 armi che l'Egitto ha fornito ai palestinesi della Striscia di Gaza pochi giorni dopo l'incontro al vertice avvenuto in Gerusalemme tra Olmert e Abbas.

«Almeno un terzo dell'apparato delle forze di sicurezza palestinesi appartiene ai diversi gruppi di resistenza palestinesi», ha ammesso Abed el A'Al, che appartiene al governo di Hamas. «Israele rimarrà sorpreso: i nuovi fucili mitragliatori naturalmente non li useremo contro i nostri uomini. Le armi prenderanno invece la strada dei vari gruppi di resistenza e saranno dirette contro i nemici sionisti.» Il portavoce della resistenza dunque non ha fatto mistero su come verranno usate le armi nelle mani dei suoi uomini.

israel heute: In quali organizzazioni di sicurezza militano i cosiddetti combattenti della resistenza?
Abed el A'Alab: Abbiamo nostri membri in tutte le forze di sicurezza palestinesi, incluse quelle dalla guarda del presidente Mahmud Abbas. Tutti sono fedelmente sottoposti a Hamas o ad altri gruppi di resistenza. Noi veniamo continuamente informati su questioni di sicurezza segrete. Le armi ci vengono rilasciate gratuitamente o ci vengono vendute da ufficiali della sicurezza. Inoltre, i nostri membri sono tutto il giorno al servizio delle truppe di sicurezza palestinesi, e quindi tutte le volte che ne abbiamo bisogno, loro sono lì.

israel heute: Quanto è grande, secondo lei, il numero dei membri della resistenza nelle truppe palestinesi dell'Autonomia, a cui appartiene anche la polizia?
Abed el A'Alab: Almeno un terzo degli appartenenti agli organi di sicurezza palestinesi è membro della resistenza palestinese. In una di queste truppe si arriva perfino a più della metà. In quale truppa, non glielo dirò!

israel heute: Mantiene contatti personali con ufficiali di alto rango negli apparati di sicurezza che dovrebbero operare per mantenere ordine e sicurezza?
Abed el A'Alab: Un ufficiale delle guardia palestinese del Presidente è venuto da me e mi ha detto chiaramente che lui e i suoi uomini non vogliono avere niente a che fare con scontri sanguinosi con membri di Hamas. Al contrario, anche lui è contrario a una guerra civile, nonostante che sia membro di Fatah. Recentemente ci è arrivata l'informazione che Abbas avrebbe intenzione di eliminare dalla sua guardia presidenziale tutti i membri di Hamas. Noi siamo in grado di vanificare per tempo questa intenzione. Abbiamo convinto i nostri uomini nella guardia a mentire su questa faccenda, nel caso Mahmud Abbas dovesse richiedere un giuramento di fedeltà. L'importante è che restino nelle file.

israel heute: Il fine dunque giustifica i mezzi? Se si inganna Israele, si possono ingannare anche i membri del proprio popolo.
Abed el A'Alab: Sì! I nemici dei palestinesi non riusciranno a spingerci in una guerra civile, anche se potrebbe sembrare così. Siamo nella stessa barca e abbiamo un comune nemico: i sionisti! E qui vorrei ringraziare Israele che continua a concederci delle armi che alla fine noi useremo contro Israele. Come si può pensare che i fucili mitragliatori vengano usati per mantenere ordine e sicurezza a beneficio di Israele! Che sciocchezza! Noi combatteremo fino a che tutta la Palestina sarà liberata dai sionisti e Gerusalemme diventerà la capitale della
Palestina. (israel heute, febbraio 2007 - trad. www.ilvangelo.org)

Domanda: quelli che ci vengono a dire che con questa gente bisogna dialogare, le sanno queste cose? Risposta: sì, le sanno. Domanda: e gli è chiaro che dialogare con loro significa approvare e sostenere la distruzione di Israele? Risposta: sì, certo che gli è chiaro. Domanda: ma allora perché lo fanno? Risposta: mah, tu cosa dici? (E a proposito di dialogare, da’ un po’ un’occhiata qui)


barbara


22 giugno 2007

ALTALENA, 22 GIUGNO 1948

A un mese dalla dichiarazione d’indipendenza e nel mezzo della prima fase della guerra del 1948 – un momento cruciale e disperato nella lotta per la sua sopravvivenza – il neonato Israele si trovò a fronteggiare una crisi drammatica, che portò lo Stato ebraico sull’orlo della guerra civile. L’episodio passò alla storia col nome di Altalena, il nom de guerre del fondatore del movimento sionista revisionista Vladimir Jabotinsky che fu dato a una nave dell’Irgun nel giugno 1948. L’arrivo della nave con un carico d’armi, d’immigrati e di combattenti dell’Irgun nel mezzo della prima tregua Onu imposta durante la guerra del ’48 rischiò di sfociare in guerra civile. Quell’evento offre oggi una lezione per i palestinesi. Anch’essi si trovano di fronte a un dilemma esistenziale nel mezzo della loro guerra d’indipendenza che può sfociare in un tragico ma forse inevitabile momento fratricida. I palestinesi possono ironicamente imparare da quella lontana esperienza israeliana non per evitarla, ma per ripeterla, e ripetendola trasformarsi, come fece Israele allora, da movimento rivoluzionario e di liberazione nazionale a Stato sovrano indipendente e responsabile, membro pieno della comunità delle nazioni.
Salpata da un porto francese l’11 giugno ’48, la nave Altalena – un vecchio mezzo da sbarco residuato della Seconda guerra mondiale – giunse a Nord di Tel Aviv il 20 giugno ’48 con un carico di armi francesi, acquistate in segreto dall’Irgun – l’organizzazione sionista revisionista di destra guidata da Menachem Begin – per sostenere lo sforzo bellico in corso in Israele contro l’invasione araba. L’episodio dell’Altalena avvenne durante la tregua Onu proclamata l’11 giugno, tregua che vietava l’introduzione di nuovi armamenti e combattenti da ambo le parti. Non che la tregua fungesse da ostacolo – entrambi i belligeranti cercarono di aggirarla – ma occorreva agire con discrezione. L’Irgun non voleva imbarazzare le autorità francesi che avevano fornito un carico del valore di 5 milioni di dollari di allora e il supporto logistico del porto da cui la nave poi salpò. Inoltre, l’Irgun aveva negoziato un accordo con l’Hagana – la forza di difesa ebraica prima dell’indipendenza che era ai diretti ordini del governo a maggioranza laburista – per l’integrazione delle sue forze paramilitari all’interno dell’esercito nascente. L’accordo prevedeva che qualsiasi invio di armi fosse effettuato sotto l’autorità del governo, le armi consegnate all’esercito e distribuite tra le forze regolari, non da organizzazioni politiche indipendenti dall’autorità politica dello Stato. L’accordo era però fragile, a causa della lunga storia di ostilità politica tra i due gruppi. Quell’ostilità era culminata alla fine del ’44 in un periodo di cinque mesi durante i quali l’Hagana aveva collaborato con gli inglesi contro l’Irgun, causando l’arresto di migliaia di attivisti e lo smantellamento pressoché totale dell’organizzazione di Begin. Con la guerra in Europa ormai vinta e la mancata abolizione del Libro Bianco del ’39 da parte del governo di Londra, l’Irgun aveva, a differenza dell’Hagana, deciso di riaprire le ostilità contro gli inglesi in Palestina. L’assassinio di un ministro inglese al Cairo il 6 novembre a opera di sicari ebrei del gruppo estremista Lehi – capeggiato tra gli altri da Shamir – era stata la proverbiale goccia. Per non alienare ulteriormente un governo inglese favorevole alla causa sionista l’Hagana non aveva esitato a cooperare col potere coloniale contro gli avversari dell’Irgun in nome del salvataggio di più alti scopi politici, cioè l’auspicata riaffermazione dell’impegno inglese nei confronti della Dichiarazione Balfour che il precedente governo Chamberlain aveva ripudiato nel ’39. Quei cinque mesi si conclusero quando divenne evidente che gli inglesi non avevano nessuna intenzione di fare quanto i sionisti speravano. Ma la “stagione”, così quel periodo passò alla storia, formò un precedente per lo Stato in fieri e per le due forze politiche che si confrontavano. Il capo dell’esecutivo sionista David Ben Gurion non lasciò spazio a dubbi di sorta sulla sua disponibilità a dare la caccia a coloro che avrebbero ostacolato gli scopi del movimento sionista, anche se ciò avrebbe forse comportato una guerra fratricida.

Dopo la fine della “stagione”

Nonostante quindi la fine della “stagione” e il raggiunto accordo d’integrazione dell’Irgun nell’esercito regolare alla vigilia dell’indipendenza, le tensioni tra i due gruppi erano forti. Esistevano sfiducia e ostilità ideologica, mancava un patto sul cruciale teatro di operazioni di Gerusalemme, allora sotto assedio, in certi casi l’integrazione aveva significato semplicemente l’assorbimento d’interi battaglioni dell’Irgun, comandanti compresi, nell’esercito, e i combattenti dell’Irgun si trovavano in molti casi privi dell’equipaggiamento e degli armamenti necessari per partecipare attivamente e con efficacia ai combattimenti. La catena di comando era tenue, non solo per mancanze organizzative, ma anche per divisioni politiche. Tuttavia, la differenza tra la “stagione” e l’Altalena è sostanziale: nel ’44, privo di sovranità, l’esecutivo sionista aveva dovuto accettare i propri limiti e negoziare sia col potere coloniale sia con l’Irgun. Ma nel giugno ’48 la situazione era diversa. Il governo era ora sovrano, e la situazione offriva un’opportunità di sancire quella sovranità mandando un messaggio al paese anche per il futuro. Nessuno avrebbe potuto sfidare quella sovranità impunemente. Uscita dal porto all’insaputa di tutti – Begin compreso – l’Altalena impose al leader dell’Irgun e al governo un fatto compiuto. La notizia era trapelata ed era stata diffusa dalla Bbc fin dalla mattina del 12 giugno. Begin, per evitare lo violazione degli accordi d’integrazione e la tregua dell’Onu, negoziò un accordo con il governo: la nave doveva approdare su una spiaggia isolata a Nord di Tel Aviv per essere scaricata lontana da sguardi indiscreti. Tuttavia non esisteva consenso sulla destinazione degli armamenti. Ben Gurion insistette che fosse l’esercito a coordinare l’operazione e che le armi andassero ai depositi centrali dell’esercito. Begin invece voleva che l’Irgun avesse un ruolo attivo, ancorché simbolico, nel trasferimento del carico a terra, e che il 20 per cento delle armi fosse destinato ai campi dell’Irgun nella zona di Gerusalemme. Il 19 giugno i negoziati s’interruppero con un nulla di fatto.
La nave arrivò presso Kfar Vitkin il giorno successivo, il 20 giugno, cinquantacinque anni fa ieri. Lo sbarco degli immigranti avvenne senza problemi, quello delle armi invece scatenò quel che tutti ormai temevano: uno scontro armato tra Irgun ed esercito regolare, cui era stato ordinato dal governo di circondare la spiaggia per assumere il controllo delle operazioni di sbarco. La scaramuccia localizzata sulla spiaggia dilagò rapidamente. Interi battaglioni lasciarono le loro consegne per unirsi all’Irgun. Soldati dell’Irgun, ora integrati in reparti dell’esercito, disertarono. Conscio dei rischi della situazione, Begin decise d’imbarcarsi e dirigere la nave verso Tel Aviv. Una volta arrivata a Tel Aviv, la nave non avrebbe offerto un facile bersaglio. Di fronte a migliaia di testimoni, alla luce del giorno, il governo non avrebbe cercato lo scontro frontale ma avrebbe forse negoziato, questa la logica della decisione. Invece fu la tragedia: l’odissea dell’Altalena si concluse alle cinque di pomeriggio del 22 giugno, affondata da un colpo di cannone sparato dall’unica unità di artiglieria pesante del giovane esercito, e operata da un immigrante sudafricano che non parlava quasi l’ebraico. Il governo non cedette su nulla e si disse pronto ad accettare soltanto la resa incondizionata della nave. Lo scontro lasciò sul terreno diciannove morti e dozzine di feriti. Centinaia di soldati collegati all’Irgun furono arrestati. Tutti i centri culturali, gli uffici, persino la sede operativa dell’Irgun – oggi sede del Likud a Tel Aviv – furono presi d’assalto e chiusi dalle truppe fedeli al governo. Begin, sfuggito all’arresto sulla spiaggia, trasmise da una stazione radio segreta a Tel Aviv un appello di due ore, intercalato da singhiozzi e momenti di grande emozione: oltre a dare la sua versione dei fatti, lanciava un appello ai sostenitori e agli attivisti revisionisti: non ci dovrà essere una guerra civile, i fratelli non si uccideranno tra loro, Caino non si ergerà a sgozzare Abele. Ben Gurion aveva imposto l’autorità del governo, Begin aveva richiamato i suoi all’ordine, la guerra civile fu scongiurata, ma lo scontro ci fu, ed era stato in larga parte inevitabile.
Il 20 giugno 1948 Israele si trovò, solo un mese dopo la dichiarazione d’indipendenza e nel corso di una guerra di sopravvivenza contro i vicini arabi, sull’orlo di una guerra civile. Lo spettro di uno scontro fratricida fu scongiurato non dalla ricerca di un compromesso negoziato; non dalla rinuncia del neonato governo degli attributi di sovranità, quali il monopolio della forza e l’applicazione uniforme delle leggi; non dalla ricerca di una tregua tra i gruppi paramilitari e il governo; ma dall’imposizione, a prezzo di sangue, dell’autorità unica e insindacabile di un unico potere, lo Stato. Ben Gurion rifiutò la richiesta di Begin di distribuire parte delle armi alle unità dell’Irgun dislocate intorno a Gerusalemme. Rifiutò di negoziare un compromesso con Begin e di cedere su qualsiché elemento, simbolico o sostanziale, della contesa. Per Ben Gurion, era preferibile la guerra civile. Cedere avrebbe significato riconoscere che lo Stato non aveva autorità d’imporre la sua volontà, con la forza se necessario. Il tributo di sangue pagato e la perdita di un carico d’armi indispensabile per il paese nel momento drammatico in cui si trovava nel giugno 1948 – con l’esercito egiziano alle porte di Gerusalemme e in controllo di tutte le arterie del deserto del Negev nel Sud, con Tel Aviv sotto tiro dell’artiglieria pesante egiziana, con già più di 1.200 caduti nelle file del giovane esercito (su una popolazione di 600 mila persone) e un bisogno disperato di rinforzi e rifornimenti – furono nonostante tutto preferibili all’alternativa. La consegna del 20 per cento del carico all’Irgun, come richiesto da Begin, avrebbe permesso la creazione di una milizia indipendente con obiettivi militari diversi perché in disaccordo politico con il governo e dotata di armi a sufficienza da sfidare, se necessario, l’esecutivo e l’esercito del paese. La scelta di affondare l’Altalena dunque non fu tra la guerra civile e un modus vivendi tra governo e revisionisti, tra esercito e paramilitari, ma tra uno scontro ora e un inevitabile scontro successivo dove il costo umano, i rischi politici, e le potenziali conseguenze interne e per il paese nel suo conflitto con gli Stati arabi sarebbero stati molto più devastanti.

Che cosa dice oggi l’artigliere sudafricano

Ben Gurion fece una scelta nel 1948 e la seguì fino in fondo, senza preoccuparsi del rischio d’immagine o dei possibili contraccolpi politici. Gli storici sono concordi nell’esprimere un giudizio duro su di lui per i dettagli della gestione dell’intera crisi, inclusa la presentazione della crisi stessa ai suoi ministri come un possibile colpo di Stato dell’Irgun, cosa che diede il via libera all’azione armata comandata dal governo. Ma il giudizio d’insieme rimane positivo. Ben Gurion diede un messaggio di forza nel momento di più grande debolezza e vulnerabilità del neonato Stato ebraico: Israele sarebbe stato guidato da un governo, difeso da un esercito, governato da una legge o non ci sarebbe stato Israele.
Fast Forward di cinquantacinque anni, e oggi tocca ai palestinesi. Da quando Yasser Arafat si è insediato a Gaza nel luglio del 1994, l’Autorità palestinese ha rimandato lo scontro con Hamas. Invece che smantellarne la rete di strutture sociali che ne garantiscono il sostegno politico, la raccolta di fondi e l’indottrinamento ideologico, Arafat ha sempre preferito trattare con Hamas. All’inizio dell’Intifada nell’ottobre 2000, invece che imporre con le cattive l’Autorità palestinese come unica autorità e unico governo dello Stato in fieri, Arafat ha fatto il contrario: ha permesso, per commissione od omissione non ha importanza, la formazione di gruppi paramilitari largamente indipendenti. Ha tollerato che essi si armassero, si organizzassero, e conducessero una politica indipendente e contraria agli impegni internazionali presi dall’Anp, oltre che agli scopi politici dichiarati del movimento di liberazione palestinese. Li ha incoraggiati a operare, ammiccando o semplicemente tacendo, e non intervenendo. La rinuncia del monopolio alla forza – attributo principe della sovranità statale e strumento chiave di ogni governo che desideri affermare la sua autorità – ha finora evitato ai palestinesi l’appuntamento con la loro Altalena. Ma la decisione di decentrare, invece che accentrare, la forza e l’autorità che ne legittima l’uso ha fatto scendere la Palestina nell’anarchia. Invece che scontrarsi tra loro, i gruppi palestinesi hanno per tre anni fatto a gara a chi massacra più israeliani per soppiantare i rivali nella corsa alla legittimità interna. Hamas sta vincendo questa macabra competizione. Ora dovrebbe essere giunto il momento della verità. Dovrebbe essere giunto il momento di scegliere tra gli obiettivi di Hamas – uno Stato islamico nella Grande Palestina che segua la distruzione politica e fisica di Israele – o la realtà: uno staterello palestinese demilitarizzato e laico, accanto a Israele. Questa scelta non può avvenire attraverso una tregua. Solo uno scontro risolverà le sorti del futuro movimento di liberazione nazionale palestinese e dello Stato che eventualmente andrà a creare.
Se i palestinesi avessero fatto come Israele e avessero subito avuto la loro Altalena, il tributo di sangue, sempre troppo alto in uno scontro tra fratelli, sarebbe stato simile a quello pagato da Israele. Oggi, dopo quasi dieci anni di ritardi e pericolosi ammiccamenti con il nemico, ai palestinesi tocca accettare la realtà e affrontarla prima che la lotta intestina distrugga anche l’ultima speranza per i palestinesi di avere un futuro indipendente. L’artigliere sudafricano che centrò l’Altalena, oggi professore a Gerusalemme, è stato recentemente intervistato per un documentario sugli avvenimenti di quei giorni. Con le lacrime agli occhi ha affermato che se gli venisse dato di cambiare qualcosa nella sua vita, cambierebbe quel giorno. Sparare sui propri fratelli fu un momento straziante per tutti, compreso lui. Eppure lo fece, e facendolo garantì il futuro del paese. (Emanuele Ottolenghi, Il foglio, 21 giugno 2003, qui)

Per rievocare la vicenda dell’Altalena ho scelto, tra tutti gli articoli presenti in rete, questo di Ottolenghi, per l’accuratezza della ricostruzione. Mi trovo tuttavia in parziale disaccordo sulla “morale della favola”, in quanto non ritengo del tutto sovrapponibili le due situazioni, quella israeliana nel ’48 e quella palestinese al momento dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il movimento sionista, infatti, aveva diverse componenti, fra le quali trovavano posto un gruppo combattente non troppo disposto alla disciplina e all’obbedienza, diciamo così, ossia l’Irgun, e un gruppuscolo apertamente terrorista, ossia la banda Stern. Al momento della nascita dello stato di Israele, l’autorità centrale, avendo un preciso progetto politico, ha deciso di fare piazza pulita di tutto questo, e così ha fatto. L’Autorità Nazionale Palestinese invece, come è chiaramente visibile nel suo sito ufficiale, come risulta dalla Costituzione di al-Fatah, come appare evidente dalle dichiarazioni di Arafat e di altri prima e dopo la firma degli accordi di Oslo, non ha mai avuto come obiettivo la costituzione di un proprio stato, ma unicamente la distruzione di Israele. Quindi, proprio per ragioni di principio, non aveva alcuna ragione per voler fermare Hamas. Resta invece tragicamente valida la (fin troppo facile) profezia di Ottolenghi sulla sanguinosa resa dei conti a cui Olp e Hamas dovevano inevitabilmente arrivare, e sono infatti arrivati. Ancora più luminosa appare dunque questa pur tragica pagina della storia di Israele con la coraggiosa scelta che, come scrive Ottolenghi, “garantì il futuro del paese”.

barbara

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