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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


1 dicembre 2011

SENATORI E NO

Spumante nel trolley, ma passa lo stesso
Rusconi mostra la tessera: sono senatore
Il parlamentare del Pd glissa il blocco al check in di Fiumicino. Poi si giustifica: «Quella bottiglia aveva un valore affettivo»

ROMA - È successo al transito per Linate, quello più trafficato dall'aereoporto romano di Fiumicino, soprattutto nelle ore di punta, che per questa tratta sono la mattina presto, oppure la sera. Per via dei pendolari del business. Ma anche dei politici. Come Antonio Rusconi, senatore lombardo del Pd.
Era ieri sera quando, lasciato di gran carriera Palazzo Madama, il senatore Rusconi si è presentato al controllo del transito per Linate, al seguito una borsa da lavoro e un trolley che lui avrebbe voluto portare a bordo dell'aereo, e che alla fine è riuscito a portare, a dispetto di una bottiglia di spumante che chiunque di noi avrebbe dovuto lasciare al controllo. O, altrimenti, imbarcare insieme al bagaglio. Chiunque di noi. Non il senatore Rusconi. Che al nastro del controllo fa un sorrisetto e dichiara: «Ho una bottiglia nel bagaglio a mano», in mano, ben visibile, il suo tesserino del Senato. A chiunque, vista l'ora, avrebbero lasciato soltanto due alternative: perdere l'aereo e tornare all'imbarco. O perdere la bottiglia e lasciarla al controllo di sicurezza.
Al parlamentare invece no. Il senatore Rusconi entra nel salottino con i carabinieri del controllo, il tesserino di Palazzo Madama sempre ostentato, molte moine, una fretta dichiarata di perdere il volo e poi quella frase, buttata lì come una garanzia: «Beh, questa bottiglia di spumante è impacchettata come quelle del duty free shop, no?». Senza tesserini parlamentari, i comuni cittadini hanno dovuto rinunciare a ben di più: bottigliette di profumi che eccedevano il liquido concesso di cinquanta millilitri, ma anche creme troppo grandi, forbicette anche piccole, coltellini.
Il senatore Antonio Rusconi mette le mani avanti e cerca di spiegarsi: «Quella bottiglia non soltanto era sigillata, sopra c'era persino un bigliettino con il mio nome. Perché era una bottiglia particolare, un omaggio che la senatrice Donaggio, del nostro partito, aveva voluto farci perché guarita da una brutta malattia. Un valore affettivo. Io non le porto mai le bottiglie, quella però mi sembrava brutto non portarla dietro». Difficile far capire il concetto: il problema non è portare o non portare una bottiglia in aereo. Il punto è: come si trasporta una bottiglia in aereo. Il senatore Rusconi si ripete: «Non le ho mai portate le bottiglie in aereo. E non avrei avuto difficoltà a lasciare anche quella bottiglia, valeva due euro, il punto era il valore affettivo. Accidenti magari ho fatto una stupidaggine, una superficialità. Sì, diciamo pure che sono un superficiale, ma privilegiato no».

Alessandra Arachi 1 dicembre 2011 | 8:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA (qui)

Infatti io a Tel Aviv mi sono vista portare via una limetta per le unghie, a Verona (era un viaggio di due giorni, e avevo solo bagaglio a mano) una crema che avevo distrattamente messo in borsa senza badare che la confezione era da 125 ml, a Fiumicino un resto di acqua minerale... Anch’io con la limetta e con la crema sono stata distratta e superficiale e non privilegiata, e crema e limetta non sono passate. Poi da qualche parte del mondo invece capitano cose così:


   

barbara

AGGIORNAMENTO notevolmente OT ma decisamente opportuno: dato che fra i visitatori di questo blog abbondano i soliti minchiocefali convinti che siccome a barenboim fa schifo Israele mentre i terroristi lo mandano in sollucchero allora deve per forza essere un genio, invito tutti i passanti a leggere, oltre agli incensamenti prezzolati dei pennivendoli, anche l'opinione di un vero esperto. Buona lettura.


2 giugno 2011

VERGOGNA

Sulla scia del post precedente, sono andata a ripescare questo vecchio post che avevo messo, sei anni fa, nell’altro blog.

Sono arrivati alla fermata, dove anch’io aspettavo l’autobus. Hanno cominciato a parlare: una lingua slava, credo, non so quale, lei in tono lamentoso, lui in tono duro. Poi lei in ginocchio, in tono ancora più lamentoso, lui ancora più duro. Arriva l’autobus, lui con uno strattone la rimette in piedi, saliamo, io davanti, loro dietro. Alla fermata dell’aeroporto l’autista, a quanto pare, vede qualcosa dallo specchietto. Schizza in piedi, corre dietro gridando: «Lasciala stare! Lasciala stare! Lasciala qui se non vuole venire!» Poi si rivolge a lei: «Non andare se non vuoi, non andare! Vieni davanti con me». Lei lo guarda, due occhi di gazzella terrorizzata. Sa che quell’uomo dal cuore grande e generoso non può salvarla. Sa che qualunque cosa faccia, ovunque la porti, l’altro la troverà. Conosce, sicuramente, il castigo riservato a chi tenta di sfuggire al proprio destino: per averne avuto la dettagliata descrizione, o per averlo già provato nella propria carne. Scuote la testa, sconsolata, e scende. L’autista ritorna al suo posto, lentamente, la testa bassa, i pugni serrati, l’espressione sconfitta, le labbra strette per la rabbia impotente, mentre i due si allontanano, lui sicuro, lei col suo passo un po’ sgangherato da ragazza di campagna montata su tacchi troppo alti. Da bambina, forse, non aveva sognato di andare a raccattare clienti in un piccolo aeroporto di provincia. I passeggeri dell’autobus, nel frattempo, ridacchiano divertiti.


barbara


13 febbraio 2011

E QUATTRO (18)

Ritagli rimasugli frattaglie 1

Il giallo dei bagagli in transito, tanto per cominciare. A Bolzano la tipa del check-in guarda il biglietto e chiede: “Tel Aviv?” Rispondo: “Vado a Tel Aviv ma la valigia la devo ritirare a Roma, perché questa notte mi fermo lì.” Riguarda il biglietto e dice: “Ah già, il proseguimento è domani” e manda la valigia a Roma. Al ritorno, al Ben Gurion, al momento di presentare il biglietto dico subito che la valigia deve essere mandata a Roma. La tipa controlla il biglietto e dice: “Bolzano”. Dico sì, ma per Bolzano proseguo domani, questa notte mi fermo a Roma e quindi devo ritirare la valigia lì perché mi serve. Impossibile, dice, la valigia deve andare direttamente alla destinazione finale. Impossibile, dico, la valigia stasera deve venire con me in albergo perché ne ho bisogno. Si attacca al telefono, ci parla per un tempo biblico (embè, certo, siamo in Israele, che altri tempi ci dovrebbero essere?) e alla fine dice va bene, può ritirarla a Roma. Infatti la ritiro a Roma, vado in albergo, la mattina dopo torno in aeroporto, vado al check-in, il tipo digita il mio numero sul computer, guarda lo schermo e dice: “Lei ha un bagaglio in transito”.  No, dico, l’ho ritirato ieri sera qui perché eccetera eccetera. Ah, dice, allora aspetti che glielo cancello. Digita, clicca, smanetta, alla fine annuncia: “Non si cancella”. Prova a rifare l’operazione su un altro computer. Non si cancella. In conclusione ho tenuto la fila bloccata per oltre un quarto d’ora perché in tre riuscissero a risolvere il problema ed eliminare la registrazione di un bagaglio in transito sul mio conto. Ma il mistero no, quello non c’è stato modo di spiegarlo.
Prima del check-in al Ben Gurion, ma quando già eravamo in fila per il controllo della valigia e il nastro in fondo era stato chiuso, è arrivato David, venuto a salutarmi. Si è rivolto al tizio della sicurezza che controllava l’accesso – uno di quegli orribilissimi nonché sadici e perfidi mostri che tanto hanno fatto stizzire il povero Vittorio Sgarbi da trasformarlo da amicissimo di Israele in uno che non ci metterà mai più piede – gli ha spiegato che doveva entrare per salutare un’amica che stava partendo, io ho alzato un braccio per farmi individuare e il mostro ha aperto il nastro e lo ha fatto entrare. Ed è stato mentre eravamo lì a scambiare due chiacchiere che nella fila di fianco c’è stata la scena da Achille e la tartaruga: la ragazza della sicurezza, dopo aver fatto al passeggero di turno le domande di rito, appiccica l’etichetta sulla valigia, si china per appiccicarne un’altra sulla borsa da viaggio che sta per terra ma il ragazzo non se ne accorge e con un calcio la spinge avanti. La ragazza, sbilanciata in avanti, quasi perde l’equilibrio, lo recupera, si rialza solo a metà, con l’etichetta in mano e sempre chinata in avanti fa due passi, e nel momento in cui la sua mano sta per raggiungere la borsa la coda avanza, il ragazzo ha un buon mezzo metro libero davanti a sé e con un altro calcio spinge ulteriormente in avanti la borsa, e così per tre volte di fila, ed è stato a questo punto che siamo tutti scoppiati a ridere per questa scena da ridolini, compresa la ragazza della sicurezza (quegli orribilissimi nonché sadici e perfidi mostri, you know), sempre piegata e sbilanciata in avanti, sempre con la sua etichetta in mano, e il ragazzo che fino a quel momento non si era accorto di niente che si ritrova con tutti intorno che si scompisciano dalle risate e la ragazza della sicurezza che quasi gli casca addosso.
E poi niente, controllo quasi inesistente, come al solito, per via che il Mossad mi conosce e mi ama e mi vizia e mi coccola e comunque non ho la faccia da galera che si ritrova Sgarbi, e poi partenza, col tramonto mozzafiato che vi ho mostrato all’inizio. Oggi invece, per chiudere questo post, vi regalo qualche immagine di Gerusalemme com’era.









barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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