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Diario


5 novembre 2011

I FIGLI DI OSLO

Grazie Rabin. Grazie Peres. Grazie a tutti voi, gentili colombe, che avete venduto il sangue dei vostri figli in cambio di un premio Nobel o di un titolo sui giornali.



barbara


26 settembre 2010

VOGLIAMO RIPASSARE UN PO’ DI STORIA?

Abbiamo tutti tanti problemi, lo so, e non possiamo porre mente a tutto, avere presente tutto, ricordare tutto. Per questo vi voglio aiutare riproponendovi questo articolo di otto anni e mezzo fa che ci ricorda alcune cose che, pur essendo state scritte su tutti i giornali (vero che lo sono state?) avete forse dimenticato.

"Arafat rischiava di essere cacciato dalla sua gente"


West Bank e Gaza sono state sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito al tragico sfacelo economico e politico. Prima della nuova Intifada il leader dell'Anp era stato accusato del tracollo della Cisgiordania

di Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02

"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimenticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe. Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politico. Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito procapite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenedo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari(15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto poi alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di ramallah o sul mare di Gaza city. O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader, tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice dell'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia.

Decisamente troppo ottimista il nostro Francesco Ruggeri, visto che al terrorista assassino, depredatore – oltre a tutto il resto – dei palestinesi (non dico del “suo” popolo, dal momento che Arafat era egiziano e non palestinese) vengono invece intestate vie e targhe commemorative. Ma noi, uomini e donne di buona volontà, non smetteremo di batterci, finché avremo fiato, infischiandocene di minacce e intimidazioni, contro ogni tentativo di mistificazione e depistaggio, per fare emergere la verità.


Villa di Abu Mazen

        
    Villa di Suha Arafat, vista da due diverse angolazioni

barbara


21 marzo 2010

I BEI TEMPI PRIMA DELLA PACE

È il titolo di un curioso articolo del giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh, apparso sul Jerusalem Post a gennaio del 2010.
Ne diamo una traduzione riassuntiva, perché è sicuramente un punto di vista ‘diverso’ del processo di pace. Buona lettura!

Molti Ebrei e Arabi da queste parti rimpiangono i bei tempi quando non era ancora iniziato il processo di pace in Medio Oriente – prima che Yasser Arafat e l’OLP ritornassero in Cisgiordania e nella striscia di Gaza dopo aver firmato gli accordi di Oslo. È giunta l’ora di gridare a gran voce che questo processo di pace è stato disastroso per entrambi i popoli. Non vi siete mai accorti che sono stati uccisi molti più Ebrei ed Arabi dopo gli accordi di Oslo che nel periodo compreso fra il 1967 e il 1993? Il processo di pace, che qualcuno definisce sarcasticamente “processo di guerra”, è fallito - e bisogna prenderne atto.
Non è possibile firmare la pace fra Palestinesi ed Ebrei, non nell’immediato futuro.
Il divario fra le due parti non si è ridotto, e nessuno dei due si fida dell’altro.
Quindi invece di parlare di “risoluzione del conflitto”, dovremmo parlare di “gestione del conflitto”, e tentare di spingere entrambe le parti a gesti di buona volontà.
Israele ad esempio potrebbe allentare le restrizioni, bloccare l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e migliorare le condizioni di vita dei Palestinesi. I Palestinesi dal canto loro potrebbero fermare le violenze e la propaganda contro Israele e dedicarsi alla costruzione di istituzioni governative e di un’infrastruttura forte per il futuro stato palestinese. In ogni caso si dovrebbe mantenere bassa l’intensità del conflitto nella speranza che possa avere effetti benefici su entrambe le parti.
Prima che il processo di pace iniziasse, chi viveva in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza poteva alzarsi la mattina, prendere la macchina e andare in qualunque parte all’interno di Israele. Solo di rado si sentivano notizie di terroristi suicidi e autobombe. Non venivano sparati missili su Israele né dalla Cisgiordania né dalla Striscia di Gaza, e circa 200.000 Palestinesi venivano a lavorare tutti i giorni in Israele. Non esisteva una barriera di sicurezza (né tantomeno un muro) fra Cisgiordania e Israele. Non c’erano milizie armate come le Brigate dei Martiri di al-Aqsa o il Battaglione al-Quds per le strade delle comunità palestinesi. I Palestinesi avevano accesso alle loro terre e alle loro fattorie in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Migliaia di mercanti palestinesi dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza ogni giorno raggiungevano Tel Aviv o altre città israeliane per le loro attività. […] A quell’epoca infatti non c’erano posti di blocco permanenti fra la Cisgiordania e la striscia di Gaza, dato che sono stati creati soltanto quando erano ormai strettamente necessari.
Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania poi c’era una sola forza di polizia, i Palestinesi sapevano a chi rivolgersi e non dovevano districarsi fra dozzine di forze di sicurezza create dall’OLP dopo gli accordi di Oslo. Migliaia di Ebrei erano soliti recarsi nelle città e nei villaggi palestinesi, specialmente nei fine settimana, per comprare verdura a basso costo o assaggiare le specialità locali come il kebab o l’hummus. Gli Ebrei spesso si facevano riparare le macchine a Gaza o in Cisgiordania, e andavano dal dentista a Qalqilya, Betlemme e Jenin.
I Palestinesi non avevano bisogno di un permesso speciale per entrare in Israele. Gerusalemme era aperta a tutti i Palestinesi e l’OLP aveva molti uffici in città. I Palestinesi potevano muoversi in lungo e in largo per Israele e anche ottenere la cittadinanza se si sposavano con un cittadino israeliano.
Abbiamo quindi raggiunto il punto in cui molti Arabi ed Ebrei affermano - con sarcasmo - di rimpiangere i “bei vecchi tempi prima della pace”. Traduzione di Davide Meinero

Ecco, fra tanti che, vicini o lontani dalla scena degli eventi, si dilettano a raccontare balle stratosferiche, abbiamo la fortuna di trovare ogni tanto perle come questa: un arabo onesto, che vive in loco, che vede quello che c’è da vedere, e capace di calcolare che due più due fa quattro. E con il coraggio di dirlo.


barbara

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