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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 gennaio 2012

REGALIAMOCI UN RIPASSINO DI STORIA

Che ogni tanto fa bene: per chi la storia la sa ma gli manca qualche dettaglio; per chi la sapeva ma l’ha un po’ dimenticata; per chi più o meno la sa ma con tutte le menzogne che girano è un po’ frastornato; per chi non la sa ma la vorrebbe sapere; per chi l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva un’altra chimera.

Restituzione e pulizia etnica

Cari amici,
durante una discussione con un lettore di IC, non proprio d'accordo con la nostra linea, è emerso un argomento importante, che mi accorgo di non aver mai trattato a sufficienza. Cerco di esporvelo qui, perché mi sembra che non solo io non ne parli abbastanza, ma sia proprio rimosso.
Il fatto è questo. Durante le trattative, e la propaganda infinitamente ripetuta che praticano secondo la ricetta di Goebbels ("mentite, mentite, alla fine vi crederanno tutti"), i "moderati" dell'Autorità Palestinese ripetono che precondizione delle trattative (che hanno appena abbandonato di nuovo "definitivamente", lo sapevate?
http://www.haaretz.com/print-edition/news/palestinians-peace-negotiations-with-israel-have-ended-1.409229) la "restituzione" dei "territori occupati" da Israele nei "confini" del "67".
Ora, sappiamo tutti che non si tratta di "confini", ma di linee armistiziali, come gli stessi stati arabi vollero precisare esplicitamente negli accordi armistiziali del '49, evidentemente con l'idea di cercare presto la rivincita per cancellarli. E sappiamo anche che non sono del '67, ma del '49, non la premessa di una guerra di conquista di Israele, che non c'è mai stata, ma la conclusione di una durissima e sanguinosissima autodifesa contro la "guerra di sterminio e di massacro" (così definita dal segretario della Lega Araba d'allora, 'Abd al-Rahman 'Azzam Pascià: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele).
Ma vale la pena di concentrarsi sull'altro elemento propagandistico: "restituzione". Si restituisce una cosa a qualcuno che l'aveva. Ma fra il '49 e il '67 chi aveva quei territori era uno stato che si chiamava Transgiordania, ritagliato abusivamente dagli inglesi nel '22 dal mandato che era stato loro affidato dalla conferenza di San Remo allo scopo di realizzarvi "la patria nazionale ebraica" (Jewish National Home). La Transgiordania si annesse la "Cisgiordania" e si fece chiamare da allora Giordania. Ma anche se la maggioranza dei suoi cittadini è più o meno parente o ha origini analoghe a quelle degli arabi che vivono dall'altra parte del Giordano, ha sempre rifiutato, ora come cinquant'anni fa, di dichiararsi "stato palestinese". Sono "hashemiti", dicono, legati a origini arabe (il che è vero per la dinastia regnante) e alla cultura beduina. Hanno anche rinunciato a ogni pretesa sulla "Cisgiordania" e stanno cercando di togliere la cittadinanza ai "palestinesi", stanziati lì da sempre.
E allora perché "restituzione"? Perché sono arabi anche loro, com'erano arabi anche gli egiziani che occuparono Gaza nello stesso periodo, senza però annetterla. Si tratta dunque di "restituire" agli arabi una terra che come arabi non avevano più governato dal tempo delle Crociate (quando era passata di mano dal califfato di Baghdad, arabo benché lontano) ai Mammelucchi e poi agli ottomani, entrambe dinastie turche). La richiesta della "restituzione" getta dunque molte ombre sull'autonomia nazionale "palestinese". Quel che conta è un governo arabo o anche solo islamico - tant'è vero che i "palestinesi" non hanno mai fatto "resistenza" contro giordani ed egiziani, certamente occupanti e con minor titolo degli israeliani, visto che col mandato internazionale di Palestina non avevano a che spartire.
Ma c'è di più, qualcos'altro che la dirigenza "palestinese" rimpiange e cui vuole con tutte le sue forze ritornare. Durante l'occupazione giordana, la situazione era questa: nella "Cisgiordania" non c'erano ebrei, non uno solo, non era loro permesso neanche venire in visita alle tombe, tanto meno pregare nei luoghi sacri. In Israele invece gli arabi c'erano, stavano bene e crescevano. Insomma, la situazione ideale, la stessa che ora vorrebbe Abu Mazen: un territorio "judenrein" (per dirla coi nazisti) in mano agli arabi, se non ai palestinesi, e una Israele che sarebbe stata prima o poi "conquistata dal ventre delle donne", come si espresse Arafat, se non dalle armi. Perché non c'erano ebrei nella "Cisgiordania" occupata dai giordani? Perché erano stati cacciati a suo tempo dai Romani, dai bizantini, dagli Abbassidi, dai Crociati, dai Mammelucchi ecc. ? Tutte queste cacciate erano avvenute, ma gli ebrei non si erano mai del tutto staccati dalla loro terra (che più delle pianure costiere che formano buona parte dello stato di Israele erano state proprio le colline di Giudea e Samaria). Ci erano sempre ostinatamente tornati.
No, c'era stata un'altra cacciata, una vera e propria pulizia etnica, l'ultima (o nelle speranze di Abu Mazen e dei "pacifisti", la penultima). Quella realizzata dai Giordani (e dai loro "consiglieri" britannici che ne inquadravano l'esercito secondo le tipiche modalità colonialiste). Durante la Guerra d'Indipendenza i giordani "ripulirono" sistematicamente tutte le antichissime residenze ebraiche (Gerusalemme, Hebron ecc.) e naturalmente anche i numerosi insediamenti moderni, le fattorie e i villaggi (buona parte dei quali è stata di nuovo popolata dopo il '67 diventando nel gergo arabo e "pacifista" le "colonie"). Si trattò di un'azione molto violenta che comportò per esempio la distruzione di tutte le sinagoghe del quartiere ebraico di Gerusalemme, la devastazione di tutte le case ebraiche ecc. (http://www.zionism-israel.com/his/Hadassah_convoy_Massacre-4.htm)
Fu un caso? Il frutto delle cieche violenze della guerra? Niente affatto. Il colonnello Abdullah el Tell, comandante locale della Legione Araba giordana, ha descritto la distruzione del quartiere ebraico, nelle sue Memorie: "Le operazioni di distruzione calcolati furono messe in moto...  Sapevo che il quartiere ebraico era densamente popolato da ebrei... Ho iniziato, pertanto, il bombardamento del quartiere con mortai, attuando danni e distruzione... Solo quattro giorni dopo il nostro ingresso in Gerusalemme il quartiere ebraico era diventato il loro cimitero. Morte e distruzione regnavano su di esso... All'alba di venerdì 28 Maggio 1948, il quartiere ebraico emerse distrutto in una nera nuvola, una nuvola di morte e agonia..." Il comandante giordano riferì ai suoi superiori: "Per la prima volta in 1.000 anni, non un singolo Ebreo rimane nel quartiere ebraico. Non un singolo edificio rimane intatto. Questo renderà impossibile agli ebrei tornare qui" (http://www.israpundit.com/archives/38787). Insomma fu una vera e propria deliberata pulizia etnica. Guardate qui alcune foto: http://proisraelbaybloggers.blogspot.com/2011/11/ethnic-cleansing-of-jerusalem.html.
"Anche se solo il Pakistan e la Gran Bretagna riconobbero la sovranità di Hussein su quello che i media mondiali continauano a chiamare, secondo l'ottica giordana "West Bank" "Cisgiordania" e "Gerusalemme Est", la parte orientale di Gerusalemme e il resto di Giudea e Samaria fu oggetto di una vera e propria pulizia etnica dei suoi ebrei.
Ebrei vissero in tutte le parti di Gerusalemme da secoli, tutt'intorno al  Monte del Tempio, fino al 1948 quando i soldati di re Hussein ne uccisero molti e costretto il resto fuori. Per 19 anni il re Hussein di Giordania non solo ha reso la parte orientale di Gerusalemme (la sola su cui aveva potere, lo avrebbe fatto dappertutto se avesse potuto) "judenrein", ma ha sradicato i simboli ebraici. I cimiteri furono vandalizzati. Lapidi ebraiche furono utilizzate per strade e servizi igienici. 58 sinagoghe ebraiche nella Città vecchia distrutte o trasformate in stalle per cavalli. Il tentativo giordano di cancellare ogni traccia di presenza ebraica quasi riuscì, ma fu sconfitto dagli israeliani nel giugno del 1967." (http://www.palestinefacts.org/pf_independence_jerusalem.php). Per questo è sbagliato parlare di occupazione israeliana di Gerusalemme e bisogna capire che fu una liberazione.
Il paradosso vuole che i "nuovi storici" israeliani hanno attentamente analizzato ogni traccia di un presunto tentativo israeliano di fare pulizia etnica nel '48-49 dai territori su cui avevano potere (trovando tracce di qualche incidente, ma nulla di più, come provano le centinaia di migliaia di arabi che non accolsero l'appello degli eserciti arabi a fuggire dalle loro case e sono rimasti indisturbati da allora, moltiplicando numeri e ricchezza. E oggi i palestinesi e i loro amici all'Onu e nei giornali di sinistra accusano Israele di voler "giudeizzare" Gerusalemme. Ma la pulizia etnica giordana non è ricordata, né indagata dagli storici. E soprattutto non si parla del progetto "palestinese" di ripeterla sui territori che saranno loro assegnati e possibilmente su tutta Israele.
la questione delle "colonie" è tutta qui, un affare di pulizia etnica, la riproduzione oggi di quel che  avvenne in passato, di quel che progettava instancabilmente Amin Al Husseini, il muftì di Gerusalemme amico di Hitler (http://blogs.jpost.com/content/same-message-different-mufti-rhetoric-1940s-2012). Non dimentichiamolo, la restituzione della terra vuol dire per gli arabi la sua pulizia etnica.

Ugo Volli  (informazione corretta)

Sì, la questione è davvero tutta qui: i nuovi nazisti hanno tentato di portare a termine l’opera dei vecchi nazisti di Hitler, non ci sono riusciti, e allora stanno continuando a chiedere al mondo di aiutarli a farlo. E il mondo sta continuando a cercare il modo di farlo senza farsi notare troppo. Pare che Hitler abbia detto una volta: “Il mondo ci ringrazierà per avergli fatto il lavoro sporco”. Non si sbagliava.

barbara


5 gennaio 2012

GLI HAREDIM E LA SHOAH

Dicono gli ottimisti che da ogni evento si può trarre qualcosa di positivo. Vediamo, dunque: che cosa potrebbe venire di buono dall’oscena carnevalata in cui un gruppo di haredim hanno travestito da deportati i loro pasciuti pargoli – ingrassati a spese dello stato – sbeffeggiando i tutt’altro che pasciuti confratelli sterminati nella Shoah? Potrebbe venirne, per esempio, che il mondo cominci ad aprire gli occhi su quest’immonda gentaglia e la smetta di considerare la loro violenta arroganza come una richiesta di libertà religiosa. Potrebbe venirne – e sarebbe davvero la cosa più bella – che lo stato di Israele la smetta di foraggiare questa feccia capace di trattare a sputi e spintoni una bambina che mostra tre centimetri di braccia più di quanto loro, a proprio unico e insindacabile giudizio, hanno stabilito essere la giusta misura del pudore (e, per inciso, come qualificare un uomo adulto che si lascia turbare da tre centimetri di pelle di una bambina? A casa mia un individuo del genere ha un nome solo: pedofilo. Un lurido, infame, schifoso pedofilo). L’unica cosa sensata che, a mio avviso, il governo d’Israele dovrebbe fare sarebbe di cacciare questi individui a calci in culo: individui che si ritengono in diritto di stabilire su quale marciapiede le persone debbano camminare (ricorda qualcosa?) e quali posti debbano occupare sugli autobus (ricorda qualcosa?) perché non riconoscono allo stato di Israele il diritto di promulgare leggi (nel caso specifico quelle – normali in qualunque democrazia – che garantiscono l’uguaglianza fra i cittadini) e di farle rispettare, che addirittura non riconoscono neppure lo stato che li mantiene e garantisce loro un’infinità di privilegi, non meritano davvero nient’altro che di essere buttati fuori. Se poi consideriamo che questa gente passa la vita intera a studiare la Torah per poi dimostrare, così palesemente, di non averne capito nulla, direi che farebbero decisamente meglio a scegliere qualche attività molto meno intellettuale e molto più alla portata delle loro capacità intellettive.
Certo, c’è chi, non a torto, ricorda che dal mondo haredì viene anche altro, ma questo non può attenuare il severo giudizio che meritano i protagonisti delle vicende in questione (per non rischiare di confondere tra loro i molti volti dell’ebraismo, suggerisco comunque di leggere anche questo).



barbara


25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


8 ottobre 2011

GLI EBREI DELLO STATO, LO STATO DEGLI EBREI

Questo articolo di Ugo Volli è dello scorso gennaio. Poiché i fatti da lui denunciati non solo hanno continuato a sussistere ma si sono anche ulteriormente aggravati, penso possa essere utile riproporlo.

Le liste e la civiltà cattolica

Non occorre forse aspettare il Giorno della Memoria per riflettere sulla notizia dell'ennesima scoperta di liste di ebrei pubblicate in internet da neonazisti. Non basta indignarsi, occorre pensare un po' più a fondo. La storia insegna che queste liste sono solo un passo del meccanismo della persecuzione; non l'ultimo della violenza effettiva (grazie al Cielo non ci sarebbero oggi le condizioni da noi perché lo fosse), ma neanche il primo. Prima della pubblica gogna degli ebrei durante il fascismo (non solo le liste, ma anche l'indicazione dei negozi ebrei, le espulsioni da scuole, lavori, associazioni), vennero infatti le leggi razziali che le giustificavano; le leggi razziali furono introdotte dalla precedente propaganda di riviste come "La difesa della razza" e dal manifesto degli scienziati razzisti (firmato, è bene ricordarlo oltre che da tutta la nomeklatura fascista, anche da "scienziati", politici e personalità della "società civile" che di lì fecero carriera come Almirante, Badoglio, Missiroli, Soffici, Evola, Fanfani, Bocca, Gedda, padre Gemelli, Papini, Gentile, Guareschi: per l'elenco completo vedi http://www.internetsv.info/Manifesto.html).
Tutto questo però ancora non è il vero inizio del processo culturale che portò ai treni per Auschwitz. Prima del razzismo fascista vennero molti decenni di martellante propaganda mirante a decostruire l'idea liberale dell'uguaglianza degli esseri umani e dei cittadini per stabilire un' "eccezione ebraica". Gli ebrei, secondo questa propaganda form[avano] "una nazione straniera nelle nazioni in cui dimorano e nemica giurata del loro benessere", "stranieri in ogni paese, nemici della gente di ogni paese che li sopporta"; "combatte[vano] il cristianesimo e la Chiesa, pratic[avano] l'omicidio rituale dei bambini cristiani, av[evano] nelle loro mani un potere politico capace di condizionare gli stati e soprattutto possiede[vano] grandi ricchezze conquistate con l'usura e quindi avrebbero un fortissimo potere economico". Questa parole vengono da un'analisi del gesuita Giuseppe De Rosa che riassume l'atteggiamento antisemita (lui dice antigiudaico, ma si tratta di una distinzione che non regge l'analisi) della rivista gesuita "Civiltà cattolica". Ne parla a lungo David Kerzner in quel libro importante e assai censurato in Italia che è "I papi contro gli ebrei", tradotto da Rizzoli nel 2002.
"Civiltà cattolica" non fu certo l'unica rivista a tenere questo atteggiamento, né la Chiesa fu la sola agenzia sociale a propagandare l'antisemitismo otto e novecentesco. Ma è bene ricordare che non furono i piccoli falsari come il Simonini raccontato da Eco a compiere questa azione di delegittimazione e demonizzazione, ma grandi istituzioni pubbliche rispettabili e serie, fra cui molte forze politiche esplicitamente cattoliche, com'è il caso per esempio dell'Austria col partito cattolico/antisemita del sindaco di Vienna Karl Lueger ("il maestro di Hitler") e della Francia in cui la campagna contro Deryfus fu guidata da giornali cattolici come "La Croix" e "Le Pélerin", mobilitando gli scrittori cattolici da Daudet a Barrès, da Maurras a Bernanos.
Perché parlare di queste cose oggi? Perché tutti si scandalizzano delle liste di proscrizione o alle lezioni negazioniste all'università che ritornano periodicamente agli onori della cronaca, ma nessuno bada alle condizioni che rendono possibili questi abomini e cioè alla più o meno sottile opera di delegittimazione e demonizzazione che le precede. Perché nei prossimi giorni ricorrono, stranamente e forse giustamente vicine le giornate della memoria e del dialogo ebraico-cristiano, che dovrebbero essere entrambe occasioni di riflettere su questo tema.
E infine perché mi sembra di capire che dopo una pausa di qualche decennio (Kertzner attribuisce a De Rosa la considerazione che "Civiltà cattolica" "mutò la sua linea solo nel 1965") la rivista dei gesuiti abbia ripreso a lavorare sull'immagine degli ebrei, con la variante non secondaria di non occuparsi più della "razza" ebraica, ma dello "stato" ebraico - ma con contenuti non troppo diversi, e di nuovo facendo l'avanguardia della posizione vaticana. E' noto infatti che "le bozze della rivista vengono riviste dalla Segreteria di Stato" e dunque manifestano la posizione ufficiosa della Santa Sede.
E' infatti di qualche giorno fa un'anticipazione pubblicata dall'Ansa di un editoriale firmato da Padre Giovanni Sale in cui sostanzialmente si dice che la nascita dello stato di Israele è stato un crimine contro l'umanità. La conseguenza di questa valutazione è che, secondo il riassunto dell'Ansa, "il problema dei profughi palestinesi, nato nel '48 da una vera e propria «pulizia etnica», «va trattato in sede internazionale», va affrontato «con realismo e risolto nell'interesse innanzitutto, delle parti lese», nella consapevolezza che «non esiste una proposta che accontenti tutti»." Chi ha orecchie per intendere...
Questa lettura, profondamente delegittimante, fa il paio con i risultati del Sinodo dei vescovi mediorientali, tenutosi qualche mese fa (in cui, è bene ricordare, il redattore della risoluzione finale dichiarò nella conferenza stampa conclusiva che Israele non aveva più alcun diritto storico-religioso sulla "Palestina" perché la promessa divina dell'"Antico testamento" era stata abolita dal "Nuovo", sicché l'elezione ebraica era senza fondamento; e nell'occasione fu anche presentato un documento interconfessionale che fra altre amenità definiva "un peccato contro Dio" la fondazione dello Stato di Israele, che per padre Sale è solamente un "crimine contro l'umanità"). E poi la partecipazione alla conferenza Durban 2 contro il parere della maggior parte degli stati occidentali, la bizzarra teoria più volte espressa che le persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico derivano dall'esistenza dello stato di Israele (la "violenta irruzione del sionismo a Gerusalemme" per usare le parole di Vittorio Messori, scandalose perché più esplicite del felpato linguaggio della diplomazia vaticana, ma non sostanzialmente diverse). E cento altri episodi che si ripetono, l'ultimo dei quali è la partecipazione cattolica a un colloquio con i musulmani a Doha per discutere del destino di Gerusalemme, da cui naturalmente gli ebrei sono esclusi. Sono le prove di un "compromesso storico" fra mondo cattolico e islamismo, il cui prezzo sembra essere Israele.
Naturalmente è possibile avere tutte le opinioni diverse su temi concreti come i confini di Israele o la colpevolezza di Dreyfus. Ma si supera la linea che separa la critica politica dall'antisemitismo (e dunque dai passi preparatori delle "liste") quando gli ebrei e il loro stato sono criticati in quanto tali, delegittimando la loro presenza, demonizzando le loro azioni e usando un doppio standard per valutare le loro azioni e quelle degli altri (così per esempio il Papa, che ha elevato le sue proteste contro "l'occupazione" israeliana della Cisgiordania durante la sua visita a Cipro, tacendo dell'occupazione militare turca di metà del territorio dello stato cipriota. Sono le tre D proposte da Sharanski per testare l'antisemitismo contemporaneo. Spiace dover prendere atto che la politica vaticana e buona parte dell'opinione cattolica (non solo gli estremisti alla Pax Christi) oggi rientrano ampiamente in questi criteri.
Ugo Volli

La delegittimazione continua, la demonizzazione continua, la diffuzione di falsi continua, il sostegno, morale e materiale, a chi vede le camere a gas come una luce in fondo al tunnel continua. Dimenticando, gli angelici pacifisti, che “dopo il sabato viene la domenica” non è una banale constatazione di calendario bensì un preciso programma di sterminio continuamente proclamato. Ma noi, che non siamo angeli e non siamo neppure stelle, non staremo a guardare.  

barbara


25 settembre 2011

OGGI SI PARLA DI MIRACOLI

Il grande miracolo

Da quel che si capisce, per ora la forzatura della leadership palestinese non è riuscita e per il momento lo-stato-che-non-c'è non è stato ammesso all'Onu, dove per altro mancano anche il Granducato di Ruritania, il Paese dei Campanelli, la Terra di mezzo, il Regno delle due Sardegne e anche altri territori più seri, come il Kurdistan, il Tibet, lo stato Sarahui occupato dal Marocco.
Dico "per ora", perché dall'Onu ci si può attendere di tutto, anche la revoca ufficiale del Teorema di Pitagora, dato che si tratta di un matematico greco, dunque nemico personale di Erdogan e comunque pagano, non illuminato dalla luce dell'Islam.
Sia lode alla saggia gestione di Netanyahu, alla pressione degli elettori americani, alla forza calma e determinata dell'esercito israeliano, agli elettori israeliani che si sono scelti un buon governo.
Nel momento in cui scrivo, questa minaccia non sembra più vicinissima.
Ammettiamo pure dunque che questa volta lo "tsunami diplomatico di settembre" (così lo chiamò Ehud Barak) sia scongiurato e magari rimandato di un anno (ma fra un anno ci sono le elezioni presidenziali americane, chissà). Voglio solo suggerirvi una riflessione.
E' possibile che uno stato (e i suoi cittadini) debba vivere in questa maniera? Oggi la flottiglia per aiutare i suoi nemici, domani Ahmadinedjad che vuole "cancellarlo dalle mappe" e costruisce attivamente l'atomica per realizzare questo dolce desiderio, ieri i terroristi che tendono agguati alla gente che va al mare; dopodomani Erdogan che minaccia di mandare le navi a impedire l'apertura dello sfruttamento dei gas sottomarini, l'altro ieri la giornata della Nabkà, della Nafshà e di che altro il diavolo si inventa, sempre con l'idea di cancellare i confini...
E poi tutti i giorni qualche razzo sul sud, un arabo che spara, o cerca di ammazzare la gente con il bulldozer che gli hanno dato in mano per i lavori stradali, accoltella una persona che ha la disgrazia di farsi trovare sola sulla strada, o almeno tira sassi sulle macchine di passaggio.
E poi tutti che gli fanno lezione, che spiegano che per il suo bene, naturalmente per il suo bene, deve genuflettersi a Erdogan, non demonizzare Ahmadinedjad, chiedere scusa agli egiziani e soprattutto lasciare che i palestinesi si annettano quel che gli pare - perché poi  tutti i problemi finiranno, dato che l'unico malvagio della regione è proprio lui, Israele.
Fin che si tratta di palesi antisemiti, vabbe', è propaganda avversa.
Ma che la stessa cosa la ripetano, col ditino alzato per aria, persone che si proclamano pomposamente "amiche" e magari anche avanzano la loro origine ebraica a prova - come fare a evitare la crisi di nervi e non mandarli "a stendere", come si dice a Torino?
Eppure Israele è forte, è calma, è allegra, è creativa.
Soprattutto è profondamente libera. La sua innovazione tecnologica rivaleggia con la Silicon Valley, la sua economia è stata appena promossa dalle agenzie che non hanno solo bocciato noi, ma anche le banche francesi e lo stato americano, le sue università sono fra le migliori del mondo, la sua politica è vivace e piena di sani conflitti, la sua arte e letteratura sono apprezzate nel mondo; c'è un sacco di gente che ama divertirsi e la vita di Tel Aviv è fra le più frenetiche e intense, ma anche un sacco di gente che vive una vita religiosa intensa e profonda, e c'è posto per tutti e due, con occasionali tutto sommato fisiologici conflitti.
Questo è il grande risultato, il grande miracolo: che Israele non perde la sua vitalità, che nonostante tutti si affannino a buttargli ostacoli fra i piedi, Israele vive e prospera e non si lascia chiudere nell'angolo dell'emergenza.

In realtà di miracolo ce n’è anche un altro: che esista un Ugo Volli che ragiona come ragiona e scrive come scrive (sì, lo so, adesso mi beccherò di nuovo l’accusa di idolatria nei suoi confronti; e vabbè, pazienza). Per completare il quadro vi invito a leggere e guardare il discorso all’Onu di Netanyahu e... quello del signor Mahmoud Abbas – nom de guerre, tanto per ricordarci che lui è un uomo di pace, Abu Mazen, e poi se vi restano ancora due minuti andate a leggere anche questo, che male non fa di sicuro.
E per concludere, di quel miracolo che è Israele vi regalo il mare fuori



e dentro.




barbara


20 settembre 2011

ANTISEMITISMO OGGI, QUALCHE SPUNTO DI RIFLESSIONE

I motivi dell'odio

Nonostante anni di allenamento, è difficile non lasciarsi abbattere dall'intensità del sentimento antisemita/antisraeliano. Il senso di ferita personale è sempre fortissimo. La domanda sul perché dell'odio, dell'energia emotiva scaricata in questo sentimento distruttivo, va ben al di là dei suoi usi politici e della sua funzionalità sociale. Per esempio è chiaro che per i regimi arabi, prima e dopo questo ciclo di agitazioni (ma anche prima o dopo di quello precedente che quarant'anni fa portò al potere i regimi nazionalisti in Egitto, Siria, Iraq ecc) hanno usato l'antisemitismo, l'hanno trasformato in odio per Israele e hanno suscitato pogrom e violenze di ogni tipo, per distrarre le masse arabe dalla loro miseria, per unificare i loro paesi contro un nemico esterno, in sostanza per mantenere il loro potere. E' chiaro che la Turchia e l'Egitto oggi stanno facendo lo stesso gioco. Ma la questione logicamente precedente è perché, fra i mille obiettivi possibili di odio sia stato scelto quasi sempre l'ebreo, il che equivale a chiedersi perché le masse islamiche siano da decenni (da ben prima dell'"occupazione") particolarmente pronte a odiare piuttosto gli ebrei, nemici immaginari, ancor più che altri soggetti con cui la guerra era reale, i contrasti materiali. La Turchia che è in guerra coi curdi si mobilita in questo momento contro Israele; l'Egitto che viene da una rivolta tutta interna contro la corruzione e ha interessi strategici in conflitto con l'Iran e la Turchia, se la prende con gli unici ebrei che riesce a identificare sul suo territorio, i diplomatici israeliani.
La stessa domanda si può fare ovviamente per l'Europa, dove pure lo sfruttamento statale dell'antisemitismo è da qualche tempo assai meno di moda. Perché in piena crisi economica e sociale un teppista deve prendersi la briga di individuare un cimitero ebraico a Venezia su cui disegnare una svastica? Perché su due muri vicino alla mia università, a Torino, con lo scopo non di denigrare gli ebrei, ma la squadra di calcio del Torino e una nota bevanda gassata si poteva leggere fino a qualche tempo fa e forse ancora oggi "Toro ebreo" (ad uso degli italiani) e "Coca cola yahud" (per i lettori arabofoni)? Perché "ebreo" è un insulto usato da tutte le tifoserie del calcio e del basket? Perché, voglio dire, dovrebbe essere un insulto? Perché Israele continua a suscitare oggettivamente più odio di tutti i regimi più criminali del mondo? Perché in questi giorni di stragi continue in Siria e di prudentissime reazioni israeliane al terrorismo si sono mossi a Londra dei manifestanti a disturbare un concerto della certamente non troppo politicizzata orchestra filarmonica israeliana in quel tempio della cultura che è il Victoria and Alberta Hall, e nessuno in tutto il mondo davanti a un'ambasciata siriana? Certo, gli orchestrali erano ebrei... Perché la Turchia, che spara ai curdi in territorio iracheno e fa comunicati stampa per vantarsi dei numeri dei morti, che occupa uno Stato straniero e vi tiene in esercizio un muro, che nega il genocidio armeno, che è stata sconfessata da una commissione di inchiesta dell'Onu (quindi certo non filoisraeliana), si permette con Israele toni arroganti da politica delle cannoniere, sicura di ottenere la simpatia generale?
La spiegazione di tutti questi episodi, che sono di oggi, non degli anni Trenta, non si può ridurre nei puri dati politici, nel conflitto statale o territoriale che oppone Israele ai palestinesi, nel riflesso meccanico dei vecchi schieramenti per cui la sinistra ha ereditato senza rendersene conto le coordinate geopolitiche di Stalin e prosegue a giudicare buoni i vecchi alleati dell'Urss e cattivi gli alleati dell'America. Non è solo la commissione dei diritti umani dell'Onu, alla cui presidenza fino a un paio di mesi fa sedeva la Libia e che produceva praticamente solo risoluzioni antisraeliane; non sono solo gli ambigui legami nero-rosso-verdi fra neonazisti, neocomunisti, islamisti; ma l'opinione collettiva maggioritaria in Italia, in Europa (per non parlare dei paesi musulmani), che in maggioranza, e nella maggioranza più "illuminata", ha in Israele se non proprio esplicitamente negli ebrei il nemico che gli piace di più odiare.
Le spiegazioni date all'antisemitismo nella storia sono naturalmente moltissime, le abbiamo tutti studiate e molte volte sentite ripetere. Ma a me sembra che oggi ancora ci sia in questo sentimento condiviso un forte nucleo politico-teologico; che non ci troviamo di fronte a un odio laico, interessato, razionale, ma una proiezione ben più potente delle identità collettive, se non proprio delle religioni. E soprattutto credo che noi dobbiamo individuare nelle sue forme attuali una reazione all'emancipazione, alla pretesa intollerabile proprio perché politica, da parte di un popolo teologicamente "inferiore", di essere come gli altri, di vivere la sua identità, soprattutto di avere uno Stato. Nel diritto islamico tradizionale gli ebrei sono considerati dei semischiavi, "dhimmi", che possono sopravvivere in mezzo ai musulmani solo pagando una tassa speciale e accettando uno stato di umiliazione permanente (non portare armi o usare cavalli, non avere case più alte, non avere impiegati islamici, portare certi segni sulle vesti ecc.). Nel mondo cristiano gli ebrei "deicidi" erano stati condannati già da dai primi secoli (per esempio da Agostino di Ippona) a vivere sì, ma in uno stato analogo di umiliazione, per testimoniare insieme con la loro fede della verità dell'"Antico testamento" e con il loro infelice destino della "punizione" per loro "colpa" - ora queste posizioni restano sommerse nelle voci maggioritarie della Chiesa, ma riemergono a tratti, fra i tradizionalisti, i vescovi arabi, i cattolici di sinistra e influenzano in maniera poco consapevole le posizioni di molti.
Che i dhimmi, i deicidi, coloro che si ostinano insieme a non volersi convertire al cristianesimo e neppure all'islamismo, abbiano la pretesa di vivere liberi pacifici e produttivi e addirittura in un loro Stato, è un affronto intollerabile – ancor più dell' "occupazione" di una terra che anche la Chiesa e anche l'Islam rivendicano come sacra per loro. E' la libertà degli ebrei, il loro rifiuto di essere vittime, la loro capacità di realizzare una vita autonoma e uno Stato loro, il loro stesso successo, a infastidire e offendere gli islamici (che se la prendono anche coi cristiani, quando possono) e in Occidente certe parti del mondo cristiano e anche laico, ma di cultura, non solo i reazionari, ma anche molti "progressisti", che travestono nella loro coscienza il sentimento antisemita con l'amore per gli oppressi e la "giustizia" - naturalmente imitati da settori altrettanto "progressisti" del mondo ebraico. Con l'intreccio di questa teologia politica, oltre che con il cinismo di dittatori e altri politici noi ci troviamo a dover fare i conti oggi, in uno dei momenti più difficili e rischiosi della storia recente del popolo ebraico.

Ugo Volli

Alla lucida analisi di Ugo Volli c’è, come sempre, ben poco da aggiungere, quindi mi limito a invitarvi a leggere qualche altro utile dato, qui.


barbara


18 settembre 2011

ONU: SCENARI PROSSIMI VENTURI

L'Onu, i combattenti e i pensionati

di Ugo Volli

Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, la Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga da base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo  i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebbero riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele. 
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha?  Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno né voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e  restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).

Ecco, ormai ci siamo. E io – magari sono troppo pessimista, magari mi sbaglio, e spero tanto che i fatti mi sconfessino e dimostrino che mi sbaglio clamorosamente – sento una gran puzza di carneficina in arrivo. Incrociamo le dita, in attesa di vedere se davvero caleranno le tenebre,



e che D.o ce la mandi buona.


barbara


4 settembre 2011

PER LA GIORNATA DELLA CULTURA EBRAICA

La Giornata, Moni Ovadia e il tutto esaurito

Ho letto con meraviglia mista a delusione l'annuncio della presenza di Moni Ovadia alla manifestazione capofila della Giornata della cultura ebraica di quest'anno, giustificato anche su Pagine ebraiche nella forma inconsueta di una risposta dell'organizzatore David Parenzo alla lettera di protesta di un lettore. Parenzo auspica "ut scandalia eveniant" su questa presenza ed è il caso di accontentarlo. E' vero innanzitutto quel che scrive il lettore: La Giornata si suppone fatta per "comunicare all'opinione pubblica la realtà dell'ebraismo italiano". Benché organizzato a livello europeo, la Giornata da noi è un biglietto da visita, una presentazione pubblica della cultura, dunque anche dei valori dell'ebraismo, come lo si intende in Italia. Capita dunque che alla sua manifestazione principale della Giornata, quella che si svolge a Siena, la comunità organizzatrice di Firenze inviti una persona la quale usa scrivere sui giornali che "in Israele c'è al governo una coalizione sostenuta da razzisti e da fanatici religiosi colonialisti" ("L'unità" 14.10.10) tanto che "ha condannato i palestinesi a diventare cittadini di seconda classe espropriandoli giorno dopo giorno delle loro terre e della loro vita con la violenza dell'occupazione e del colonialismo" (11.12.10) e "uno dei suoi più recenti provvedimenti di legge, approvati per ossequio alle componenti più reazionarie, razziste e fanatiche della sua compagine di governo, è riuscito ad esprimere una sintesi di sprezzo per la democrazia e di stupidità che merita il podio olimpionico". (16.7.11) Certamente la colpa è "del rambo Ehud Barak che nel cervello al posto dei neuroni ha proiettili." (20.8.11). Eccetera eccetera. Tutti ricordano del resto la firma di Ovadia fra quelle che patrocinavano la flottiglia di appoggio a Hamas che si è ridicolmente impantanata in Grecia un paio di mesi fa e molti l'hanno sentito dire cose ancora più esplicite contro lo Stato di Israele, il governo attuale e praticamente tutti quelli precedenti. Dunque, il cittadino che legge e ragiona, con le cui tasse (l'8 per mille) è pagata tale presenza, può essere autorizzato a pensare che questa possa essere la posizione della Comunità ebraica di Firenze che organizza la manifestazione, dell'Ucei che la promuove, in breve degli ebrei italiani; o almeno che questa sia considerata nell'ebraismo italiano una posizione accettabile, una delle tante nella dialettica comunitaria. Io spero e confido che non sia così, so che per molti non lo è; ma mi piacerebbe che ci fossero delle prese di posizioni precise per rassicurare me (e soprattutto il resto degli italiani interessati). L'organizzazione politica degli ebrei italiani appoggia ancora Israele? Considera accettabile definire i suoi ministri "razzisti", "colonialisti", "stupidi", "fanatici" e quant'altro? Pensa che bisogna portare soccorso ad Hamas con flottiglie e altri mezzi rompendo il blocco israeliano o no? Il dubbio è lecito. Lo chiedo ai consiglieri dell'Ucei, ai presidenti delle comunità, in particolare a quella di Firenze. Lo chiedo anche a Haim Baharier, invitato anche lui a Siena, perché è il mio maestro ed è considerato tale anche da Ovadia. Ricordo con sollievo e gratitudine sue espressioni ben diverse su Israele. L'ho sentito dire una volta che tutti gli ebrei sono israeliani in esilio, e da allora ho capito meglio la mia posizione. In realtà questa faccenda è ancora un po' peggiore di così. Perché un dissenso politico, perfino il tradimento del proprio popolo, sono problemi seri, che hanno una dignità storica se non morale. Si può discuterne. Del buon uso del tradimento, ricordo, è un bel libro dello storico Pierre Vidal-Naquet, che cercava di rivalutare la scelta di Giuseppe Flavio di disertare il fronte della guerra contro i Romani. Ma qui, come spiega David Parenzo, che ha curato il programma per la comunità di Firenze, "il mio obbiettivo era ed è fare a Siena il tutto esaurito" o, per uscire dalla logica pura e semplice del botteghino, "diffonde­re la cultura ebraica e far capire quanto sia un patrimonio di tutto il Paese." Se è questo l'obiettivo, certamente ci si può legittimamente chiedere come fa Parenzo "che c'entra Israele e la sua po­litica?". Già che c'entra Israele con la cultura ebraica? O meglio, che c'entra la cultura ebraica, "questa" cultura ebraica con Israele? Ecco il problema vero che pone la presenza di Ovadia a Siena, al di là del suo livore antisionista. C'entra o non c'entra la cultura ebraica, la sua cultura ebraica con Israele e con la sua identità? A me sembra proprio di no; ma proprio per questo ritengo opportuna una riflessione pacata ma un po' più profonda, che cerchi di comprendere che cosa si intenda per "cultura ebraica" oggi, a parte " i nostri monumenti e tesori ... l'immenso patrimo­nio artistico culturale [ebraico, immagino] presente in Italia." Bisogna partire proprio dal caso personale di Moni Ovadia. "apprezzabilissimo divulgatore della cultura ebraica...in grado di raccontare l'ebraismo all'esterno in modo effica­ce e utile per tutti noi," come scrive ancora Parenzo. Non c'è dubbio che Ovadia sia un ottimo uomo di spettacolo ed è chiaro a tutti che egli si è ritagliato una maschera da ebreo che utilizza senza troppe differenze dentro e fuori i suoi spettacoli. Per mestiere Moni Ovadia infatti "fa l'ebreo": quando racconta barzellette e quando interpreta a modo suo la storia di Babel e di Kafka, quando parla del conflitto in Medio Oriente o quando si occupa di Berlusconi. Essendo anche ebreo di nascita, essendosi trovato i giusti maestri e modelli da imitare, risulta molto "efficace"; ma si tratta comunque di una maschera teatrale – tant'è vero che il personaggio che interpreta – a teatro e nella vita  – parla con pesante accento askenazita, mentre chi lo conosce sa che la sua origine è sefardita e il suo modo di parlare normalmente italiano: altri suoni, altri sapori, altri mondi, quelli della persone e quelli della maschera. Il caso della lingua è solo un indizio, ma ce n'è altri: la vistosa kippà vagamente arabeggiante che porta quasi sempre in testa, o le frequenti citazioni e reinvenzioni di pensieri religiosi – veri o falsi che siano, essi sono resi inautentici o piuttosto finzionali dal fatto elementare che egli è per sua stessa pubblica dichiarazione "non credente". Un ebreo non credente (o piuttosto credente solo nella rivoluzione, non nel divino) che porta la kippà e cita il Talmud – un ossimoro, una caricatura, qualcosa che comunque toglie il loro senso sia alla kippà che al Talmud. E' un ebreo, senza dubbio; ma un ebreo sefardita che recita la parte dell'askenazita, un ebreo ateo che recita la parte del religioso, un ebreo che parla continuamente dei suoi – come dire – correligionari, ma che di fatto e apertamente privilegia dei valori politici astratti alla solidarietà con il suo popolo, anzi lo considera in maggioranza "razzista", "fanatico", "colonialista" ecc. Un ebreo, che per l'appunto, non sopporta Israele e appartiene a un mondo askenazita di favola che non c'è e non c'è mai stato. Dunque allo stesso tempo è un ebreo, ma anche la simulazione di un ebreo, lo stereotipo, la caricatura: un ebreo da teatro. Lo dico con tutto il rispetto, da vecchio frequentatore di teatri (e anche dello stesso Ovadia). E' dunque sì un "apprezzabilissimo divulgatore", ma quel che passa per la sua macchina divulgativa ne esce trasformato, teatralizzato, svuotato, trasformato in fantasma o favola. L' ebraismo che comunica non è il banale (o serio) succedersi di funzioni e ricorrenze, preghiere e studio, testi e precetti che da millenni segna la vita degli ebrei normali, anche dei grandi geni. No, il suo ebraismo è qualcosa di assai più romantico, "un capolavoro ineguagliato: una nazione e un popolo dell'esilio, fra i confini, oltre i confini, a cavallo dei confini, una nazione non vincolata a uno specifico territorio, né a vocazioni nazionaliste" ("Il Riformista", 11.12.10) "pura poesia e spiritualità" "cancellata dalla follia umana dalla sera alla mattina", "alcune tra le più alte vette del '900: da Freud a Kafka, da Einstein a Marx, da Mahler a Proust". ("Libero", 25.3.11). Che poi i villaggi ebraici in Ucraina e Bielorussia fossero miserabili, che vi regnasse la fame, che da un secolo prima del nazismo ci fosse una massiccia emigrazione a Ovadia, non interessa. Ripeto, il problema non sono queste idee di Ovadia e la loro approssimazione storica (in particolare la grande rimozione della cancellazione comunista dell'ebraismo orientale, che precedette e poi completò quella nazista). Come uomo di spettacolo, Ovadia ha un diritto istituzionale alla cartapesta che rispettiamo. La barzelletta deve far ridere, la tirata deve far piangere – la verità non c'entra, conta il "tutto esaurito". Il problema è che anche la "cultura ebraica", intesa come "monumenti e tesori" ecc. soffre dello stesso male, diciamo una visione ossificata, stereotipata, nel migliore dei casi museale, nei peggiore consumista e caricaturale dell'ebraismo. L'ebraismo come un oggetto da divulgare, una merce culturale da promuovere, un panda cui procurare simpatia. Una visione un po' distorta, romanticizzata, aiuta – per il "tutto esaurito" e par la simpatia. E anche un certo distacco da Israele, un posto così reale da non poter essere perfetto, dove bisogna anche difendersi dagli attentati e usare le armi, una distinzione che politicamente premia nell'Italia catto-comunista. Che c'entra la leggiadra cultura ebraica "piena di tesori" con un posto dove gli ebrei lottano per non farsi travolgere? Benissimo, il "tutto esaurito" è assicurato. Ma si tratta di una deformazione profonda della cultura ebraica vera, che è stata innanzitutto comunità e fede e pensiero e elaborazione degli ambiti della tradizione (halakhà, kabbalah ecc.). La cultura ebraica non è quella dei singoli ebrei importanti e "creativi" che per lo più hanno rifiutato l'appartenenza dei padri – come tutti quelli citati nell'elenco di Ovadia. Se è viva, è pratica dell'ebraismo e riflessione su di essa – cose che difficilmente si possono mettere in mostra. Salvo casi di sconcertante automuseificazione come quel "vero matrimonio" cui l'anno scorso "si pot[è] assistere nell'ambito delle manifestazioni organizzate per l'Undicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica" – almeno a credere alla cronaca del "Messaggero", 5.9.10. Tutto esaurito anche lì, immagino. Insomma, l'invito di Ovadia annuncia per l'ebraismo italiano qualcosa di anche peggio della rinuncia a prendere le distanze dall'ostilità a Israele: una sorta di auto-spettacolarizzazione dell'agonia che a me ricorda quel racconto di Kafka intitolato Il digiunatore: "Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l'interesse del pubblico, tutti volevano vedere il digiunatore almeno una volta al giorno [...] quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all'aperto e allora erano specialmente i bambini a cui era mostrato il digiunatore." E però, la gloria passa: "Mentre prima meritava mettere su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi, quelli." Questo è il problema della "cultura ebraica", di essersi volontariamente trasformata in uno spettacolo per il momento popolare e dunque probabilmente domani non più. Come scrisse l'anno scorso il rav Riccardo Di Segni, della stessa manifestazione: "Mantova ebraica purtroppo oggi è, con i circa suoi 60 iscritti e un passato glorioso, con le Sinagoghe autodemolite, l’emigrazione, la shoà e tutto il resto, e malgrado gli sforzi dei suoi dirigenti, una comunità al limite dell’estinzione, dove il prodotto culturale rilevante è un volume sui cimiteri. Bisogna comprendere il senso allarmante di questo dato. La Giornata della Cultura rischia di diventare un’elegante passerella su un passato glorioso. Le priorità dell’ebraismo italiano che malgrado tutto è vitale sono altre." L'ebraismo italiano rischia oggi di virtualizzarsi, di trasformarsi in simulazione di se stesso, di non avere più una cultura, sia in senso antropologico (le pratiche ebraiche che riguardano una percentuale sempre molto bassa delle nostre comunità) sia nel senso "alto", di produzione culturale vera e di ebraismo vero. In cambio si rappresenta sempre più come folkloristico, come produttore di barzellette, come innocuamente pittoresco e simpatico, ben lontano dagli israeliani che hanno "proiettili al posto di neuroni" nel cervello. Così ovadizzato, trasformato in cartapesta e barbe finte e vecchie barzellette sempre uguali, otterrà certamente il "tutto esaurito", ma non ci sarà più. Come il digiunatore di Kafka infine abbandonato dalla folla e scoperto dai guardiani "sotto la paglia sporca" "in una gabbia vuota", a "digiunare ancora" scusandosi per farlo, fino alla morte.

Ugo Volli

Entrambi, Ugo Volli e io, abbiamo conosciuto Moni Ovadia molto da vicino, per questo sappiamo, con piena cognizione di causa, che per quanto se ne pensi e parli male si finisce sempre per restare al di sotto della realtà. Quanto al suo essere rappresentante e portavoce dell’ebraismo, posso testimoniare di avere sentito antisemiti a tutto tondo uscire dai suoi spettacoli dicendo con aria trionfante a chi li aveva sempre criticati accusandoli di nutrirsi di pregiudizi: “Visto? Dice le stesse identiche cose che dico io!”
A quanto scritto da Ugo Volli, di cui condivido anche le virgole, mi permetto di apporre solo una correzione: la cosa che Moni Ovadia porta in testa non è “una kippà vagamente arabeggiante”, bensì una berretta da integralista islamico. No, non è la mia ennesima malignità, la mia ennesima personale interpretazione: me lo ha detto lui, una dozzina d’anni fa quando ha preso il vezzo di portare quella cosa, probabilmente per attenuare la sua insopportabile ebraicità.
Poi, en passant, non sarebbe male ricordare che la gente con cui quell’individuo si identifica e solidarizza è questa.


barbara


14 agosto 2011

IL LIBRO DELLE LAMENTAZIONI

Perché le razze esistono, oh sì, eccome se esistono. Ed esistono le razze padrone e le razze serve, e se nasci in una razza serva non puoi illuderti di avere diritto alla libertà, alla dignità, al rispetto, alla giustizia. E se qualche pazzo visionario un giorno decide di fare una legge che ti assicura tutte queste belle cose, farai bene a stare in guardia, perché gli appartenenti alla razza padrona, che hanno il senso della realtà e sanno che la tua razza è molto più vicina alle bestie che agli umani, non permetteranno certo di mettere in atto una simile follia e c’è il rischio che, per impedirlo, di te non restino più neanche le ossa.
Libro bellissimo che narra di un Messico reale che sa di fiabesco, o forse di un Messico di fiaba che sa fin troppo di realtà, con storie che forse sono vere o forse sono fantastiche o forse sono un po’ vere e un po’ fantastiche, narrate da una stupenda autrice dai molteplici talenti (narratrice, poetessa, docente, diplomatica, infaticabile attivista per l’emancipazione femminile – giusto a proposito di donne, vai a vedere anche questo), di cui non possiamo non piangere la precoce scomparsa.
(Resta da capire come un Oficio de Tinieblas si sia trasformato, arrivando in Italia, in un Libro delle lamentazioni, che uno lo va a cercare in google per prendere un’immagine della copertina e si ritrova in mezzo alla Bibbia ma insomma non si può avere tutto dalla vita).

Rosario Castellanos, Il libro delle lamentazioni, Marsilio



barbara


3 luglio 2011

LE NAVI GRIGIE

di Jack Cohen

Ero seduto sulla veranda del ristorante del Mini-Golf a Netanya, ammirando il tramonto sul mar Mediterraneo. Era bellissimo, non una nave in vista, l'ampio orizzonte libero del mare che si estende a perdita d'occhio. Ha portato alla mente due cose.
Mi ricordo un racconto breve di Amos Oz che ho letto una volta, intitolato "Le navi grigie" o qualcosa del genere.
Ogni giorno un vecchio a Tel Aviv si alza presto e va sulla riva del mare a guardare verso l'orizzonte. Qualcuno gli chiede perché fa una cosa del genere e lui risponde: "Sto aspettando l'arrivo delle navi grigie". Naturalmente, le "navi grigie" rappresentano il timore che tutti abbiamo del male lontano dei nazisti tedeschi, o degli Inglesi o di tutti gli altri, che navigano verso il nostro piccolo Stato indipendente cercando di farci fuori.
Stavo pensando che non ci sono imbarcazioni all'orizzonte. Ad eccezione della flottiglia, che sta ora facendo la sua strada dalla Grecia verso le nostre coste. Oh sì, puntano verso Gaza. Ma senza dubbio sono le repliche delle "navi grigie", sono i suoi sostituti, che dal cosiddetto mondo civilizzato piombano su di noi per dirci che cosa fare, che cosa è morale. E noi avremmo bisogno del vostro consiglio, dopo quello che ci avete fatto? È pieno di autocompiaciuti presuntuosi "utili idioti" che cercano di darci una lezione morale. Che cosa ne sanno loro, dei terroristi di Hamas che lanciano razzi sui nostri figli? Che cosa ne sanno loro, dei teppisti di Hamas che lanciano giù dai tetti gli uomini di Fatah? Che cosa ne sanno loro, dell'odio per gli Ebrei inculcato nei loro figli nelle scuole dell'Unrwa?
Così le "navi grigie" stanno cominciando a venire. Quando ho lasciato il ristorante, sono stato attratto un attimo dalla visione del nuovo edificio che s'impenna di fronte al ristorante. È di 30 piani e ha la forma di una scalinata con una torre in cima. Sembra un'enorme nave grigia. Ho avuto l'improvvisa immagine dei due gruppi di imbarcazioni, l'edificio grigio e la flotta, impegnati in battaglia l'uno contro l'altro. Abbiamo piantato radici profonde nella nostra terra, quando i pionieri giunsero qui non c'era nulla. Il villaggio di Uhm Khaled si trovava vicino all'ufficio postale principale che oggi è di fronte al centro commerciale Sharon. Lo sceicco ha venduto la terra ai sionisti dicendo loro "Vi abbiamo aspettati centinaia di anni per restituirvela." Allora c'era solo sabbia, mare e cielo. Ora c'è una metropoli movimentata di circa 200.000 persone. E adesso quegli intrusi hanno pure il coraggio di mettere in discussione il nostro diritto di esistere, noi che abbiamo sviluppato il terreno e costruito le città e quelli di noi che sono seguiti. Così, portate pure avanti le vostre "navi grigie", la vostra flottiglia di odio.

Noi siamo qui! (Traduzione di Fulvio del Deo)

Quel “Noi siamo qui” pare che qualcuno abbia difficoltà a comprenderlo, e da decenni sta tentando di annullarlo. Ci si sono rotti le corna, gli è costato migliaia di morti e decine di miliardi di dollari e ancora non se ne sono fatti una ragione. Ma, lo capiscano o no, se ne facciano una ragione o no, resta comunque il fatto, incancellabile, che NOI SIAMO QUI. (Tu invece vai anche qua)

               

barbara


27 giugno 2011

EPPOI

Eppoi mi sono risfracellata sulle scale e mi sono ritranciata i legamenti a destra e mi sono rimacellata i legamenti a sinistra e mi sono rimartellata tutte le ossa eccetera eccetera (tenerissimi i bambini dei vicini che sentendo tutto quello sfracello sulle scale sono corsi a vedere cosa succedeva e naturalmente si sono resi conto che avevo bisogno di aiuto solo che, piccinini di quattro cinque anni, loro non lo potevano fare, e restavano lì a guardarmi, sgomenti e impotenti). Poi il giorno dopo dovevo andare a Milano e naturalmente, dato che siamo giovani e forti e gagliardi e pimpanti e carini e simpatici eccetera eccetera, ci sono andata, tre piani e mezzo di scale fino al garage con bastone e trolley e poi in macchina fino alla stazione e poi cinque ore di treno con due cambi e sottopassaggi con scale ecc. e altrettanto al ritorno con annessi e connessi ma insomma sono qua, con le zampe fasciate strette stese e coperte di ghiaccio, di tanto in tanto un po’ dolorante ma sempre in posizione di combattimento. Alla faccia di chi mi vuole male: come si suol dire, mi sfracello ma non mi piego. E neanche naufrago, ché non sempre il naufragar è dolce, né in questo né in altri mari.
E non dimentichiamo Gilad. Non dimentichiamo Gilad.

barbara


24 giugno 2011

GILAD SHALIT, CINQUE ANNI

Domani, 25 giugno 2011, si compiranno cinque anni da quando Gilad Shalit è stato rapito.Vi propongo, per ricordarlo, le parole di Ugo Volli.

Cari amici,

vi ricordate dov'eravate cinque anni fa in questi giorni? Cosa facevate nella calda fine di giugno del 2006? Io lo so bene, mi stavo rimettendo da una caduta disastrosa, un femore fratturato, due operazioni e gustavo la libertà condizionale delle stampelle dopo tanta reclusione a letto. Vi ricordate qualcosa della vostra vita d'allora? Forse non nel dettaglio, ma certamente sapete quel che vi è accaduto in questi anni, vittorie e sconfitte, amicizie e solitudini, lavoro e vacanza, gioie e dolori, crescite e perdite. Cinque anni possono passare in fretta nella vita di un adulto, ma  per un ragazzo sono lunghissimi. Possono trascorrere anche nella ripetizione della stessa routine, ma contengono comunque infiniti dettagli, una grande ricchezza di vita.

Be', pensate ora a Gilad Shalit. Cinque anni fa, esattamente il 25 giugno 2006, era un ragazzo, stava a fare il suo dovere di soldato di leva in un posto di guardia in territorio israeliano al confine con Gaza per impedire atti di terrorismo, difendeva la vita dei suoi concittadini che affidano al'esercito la loro sicurezza minacciata ogni giorno dai terroristi. Una brutta notte si aprì accanto al suo avamposto un tunnel scavato segretamente oltre il confine dai terroristi che presero di sorpresa la piccola guarnigione. I suoi compagni furono uccisi, lui sopravvisse e fu rapito, portato chissà in che buco sotterraneo nella Striscia. Da allora sono passati cinque anni, un tempo lunghissimo per un ventenne: della sua vita non è stato più nulla. Ma possiamo immaginarla. Niente vittorie e niente sconfitte, niente amicizie, niente lavoro e niente vacanze, niente gioie, crescite e perdite. Niente vita. Unicamente solitudine, sopravvivenza sempre uguale in un buco nascosto a tutti per evitare che i suoi compagni possano provare a salvarlo.

Ecco l'anniversario che dobbiamo ricordare questa settimana: cinque anni di niente, che si compiranno sabato prossimo. Non possiamo fare nulla per Shalit, purtroppo, se non disprezzare i suoi vigliacchi rapitori, ricordarlo, fare dei gesti per mostrare a tutti che non lo dimentichiamo, che lo vogliamo vivo fra noi. Facciamoli, questi gesti e seppelliamo di schifo non solo i banditi che lo tengono prigioniero, ma anche quelli che li aiutano e li sostengono, quelli che organizzano flottiglie dell'odio in sostegno ad Hamas e quelli che solidarizzano con loro. I turchi e gli italiani, i gruppettari, gli anarchici e gli esimi parlamentari come il presidente di un partito che di nome fa democratico, i guitti che fanno commercio del loro ebraismo condendolo con odio piccante per Israele, quei sindacati non paghi del tentativo di distruggere l'industria italiana per fanatismo ideologico, che solidarizzano con i tagliagola e i banditi, i virtuosi gli antisemiti di ogni sorta e qualità.

Ugo Volli

PS: Ho letto da qualche parte (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=225512) che la moglie di Barghouti, il capo terrorista condannato a cinque ergastoli per aver organizzato e inviato attentatori suicidi ad ammazzare civili israeliani (troppo vigliacco per andarci lui, ma sempre assassino), ha protestato perché nessuno l'aiuta a liberare suo marito "rapito" da Israele. La signora mima evidentemente i tentativi disperati della famiglia Shalit di liberare il figlio. Ma sbaglia, perché Barghouti è stato condannato da un regolare pubblico tribunale dove ha avuto tutte le possibilità di difendersi, mentre Shalit non ha avuto nessun tribunale; a suo marito sono state imputate personalmente diverse decine di omicidi, mentre Shalit non è stato catturato perché gli sia stata attribuita alcuna responsabilità personale, ma solo in quanto israeliano ebreo; perché Barghouti vive in un carcere regolamentare, dove ha la possibilità di vedere parenti e avvocati, ha avuto la possibilità di studiare (e un'università palestinese gli ha dato un dottorato, immagino in scienze patibolari) e perfino quella di rilasciare interviste e fare dichiarazioni politiche, che i detenuti italiani normali hanno qualche difficoltà a ottenere. Perché infine Barghouti è un terrorista e Shalit un soldato di un esercito regolare che dovrebbe essere difeso dalla convenzione di Ginevra ed è stato invece privato di tutta le garanzie previste. Insomma suo marito è un bandito condannato e detenuto, Gilad Shalit invece un innocente rapito.

Nel frattempo capita di dover leggere notizie come questa:

Croce Rossa Internazionale: Hamas provi che Shalit è vivo

"L’assenza totale di informazioni è inaccettabile"

GINEVRA, 23 giu. - Il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) ha chiesto oggi di avere "la prova" che Gilad Shalit, il militare israeliano ostaggio di Hamas dall'estate del 2006, sia ancora "in vita". "Cinque anni dopo la cattura del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di gruppi armati palestinesi, il Cicr è più preoccupato che mai sulla sua sorte", ha indicato l'organizzazione in un comunicato. "In assenza di qualsiasi segno di vita di Shalit da quasi due anni, il Cicr esige oggi che Hamas provi che sia vivo", ha aggiunto il Comitato internazionale della Croce Rossa. "L'assenza totale di informazioni su Shalit è completamente inaccettabile", secondo il direttore generale del Cicr, Yves Daccord. "La famiglia Shalit ha il diritto, sulla base delle leggi umanitarie internazionali, di essere in contatto con suo figlio", ha sottolineato. "Hamas ha l'obbligo, ai sensi del diritto internazionale umanitario, di proteggere la vita di Shalit, trattarlo umanamente e non privarlo del contatto con la sua famiglia".

(TMNews, 23 giugno 2011)

La Croce Rossa, dunque. Quella Croce Rossa che a Teresienstadt ha trovato che gli ebrei non se la passavano poi così male senza che le venisse in mente - anche se fosse stato vero che non se la passavano male - di chiedersi con quale diritto qualcuno aveva tolto quelle persone dalle loro case e le aveva rinchiuse in un campo. Quella Croce Rossa che a guerra finita in collaborazione col Vaticano ha provveduto a portare in salvo settantamila criminali nazisti. Quella Croce Rossa che alla richiesta di aggiungere alla croce e alla mezzaluna anche la stella di David ha sprezzantemente risposto: “ E perché non la svastica, già che ci siamo?” Quella. Oggi quelle brave persone trovano "inaccettabile" che non vengano date notizie su Gilad, ma a quanto pare non hanno molto da dire sul suo rapimento, sulla sua prigionia, e tutto quello che hanno da chiedere a Hamas è che diano notizie e lo trattino umanamente. Chiedere che venga liberato? Ma per carità! Chiedere almeno di poterlo vedere? Ma figuriamoci.

Noi intanto possiamo andare a firmare qui:
http://www.shalit.it/. A che cosa serve? Non lo so. Forse anche a niente, ma questa non è una buona ragione per non farlo. E se un giorno davvero avvenisse il miracolo della liberazione di Gilad, potremo almeno dirgli, a testa alta: NOI NON TI ABBIAMO DIMENTICATO.



barbara


9 giugno 2011

A PROPOSITO DI MILANO (E DINTORNI)

Grazie. E purtroppo, alla prossima

Cari amici,
voglio usare la cartolina di oggi per ringraziare chi ha firmato l'appello perché le minacce e le pressioni politiche degli estremisti non impedissero l'esposizione di Israele in Piazza Duomo a Milano. Abbiamo raggiunto un migliaio di firme e questo è un grande risultato, perché si è trattato di un'iniziativa spontanea, senza nessuna organizzazione alle spalle, nata dall'indignazione di Alessandro Schwed subito raccolta da me e da alcuni altri amici. Devo dire che l'arco delle adesioni è stato molto largo, trasversale rispetto alle appartenenze politiche. Questo fa piacere, mostra che il veleno dell'antisemitismo ha i suoi anticorpi nella società italiana. Ed è stato anche grazie a questo schieramento che non si è realizzato il disegno di quei nazistelli di destra e di sinistra, italiani ed arabi, di ricattare un sindaco neo-eletto anche grazie ai loro voti, che nella circostanza non si è dimostrato certamente particolarmente deciso a contrastarli, ma alla fine ha rispettato gli impegni presi dall'amministrazione. Speriamo (senza crederci troppo) che i nazistelli rispettino la decisione delle autorità legittime. Grazie dunque a tutti. Dato che la libertà è indivisibile, prendere posizione per la libertà di espressione di Israele fa bene alla vita civile di tutti gli italiani, è un buon segnale in questo paese così in difficoltà.
Detto questo, mi sento di aggiungere una riflessione, che propongo agli amici che hanno aderito per impegno civile verso la libertà di espressione e sul Medio Oriente hanno opinioni diverse dalle mie. Chiedo loro di riflettere: quand'è stata l'ultima volta che hanno dovuto difendere la libertà di espressione nella sfera pubblica italiana di qualche soggetto individuale o collettivo? Non capita di frequente. Né capita spesso che i libri pubblicati in uno stato, perché pubblicati in quello stato, siano esclusi dalle biblioteche pubbliche. E successo la settimana scorsa in Scozia. Né che le istituzioni universitarie proibiscano gli scambi con i ricercatori di un paese, perché è quel paese. Capita in tutto il mondo, in particolare in Norvegia, in Gran Bretagna, in certe università americane. Né che si cerchi di impedire la distribuzione di cosmetici, perché di quel paese (in Francia, coi prodotti Ahavà). Né che una sfilata di gay pride, luogo di espressione di minoranze discriminate, discrimini a sua volta gli omosessuali di quel paese, perché di quel paese. E' accaduto a Madrid, nei mesi scorsi. Né che i confini di un paese siano attaccati da masse organizzate di abitanti di un altro paese (la settimana scorsa, al confine con la Siria). Né che i suoi abitanti siano soggetti allo stillicidio quotidiano dei razzi, degli attentati, della necessità di procedure di sicurezza ossessive. Naturalmente gli amici sanno che questo paese continuamente esposto a discriminazione, umiliazione e a molte più serie minacce di distruzione è Israele.
Li prego però infine di passare davanti a qualche istituzione religiosa di questo nostro paese. Se vedranno un servizio di protezione di polizia, notte e giorno, potranno essere sicuri che si tratta di una sinagoga o di una scuola ebraica, non di una chiesa o di una moschea o di un luogo mormone o buddista. Solo le istituzioni ebraiche, perfino le case di riposo per anziani, devono essere presidiate da militari (che qui pubblicamente ringrazio) per l'incolumità di chi le frequenta. Oltre a Israele, con Israele, è in gioco la vita degli ebrei, anche di quelli che non hanno nessuna attività politica. Il mese scorso è stato importunato a Milano su un mezzo pubblico un vecchio rabbino hassidico, di quelli che commuovono tanto nei film e a teatro, che certo non minaccia nessuno
Nel 1934, dopo l'Anschluss, i bravi borghesi austriaci di origine ebraica, religiosi o atei come Freud, furono portati dalle SS a pulire le strade della città coi loro spazzolini da denti. Uno dei tanti procedimenti di umiliazione e di svergognamento che prelusero all'annientamento nei campi. Ecco, vorrei che gli amici che magari dissentono da alcune scelte politiche del legittimo governo di Israele capissero che gli ebrei di tutto il mondo, questa volta in quanto legati a Israele e non in quanto nemici della Germania, deicidi, o savi di Sion, si sentono di nuovo spinti con la violenza a pulire le strade con gli spazzolini da denti – e sono ben decisi a opporsi a questa berlina, avendo almeno appreso questa lezione dalla storia, che compiacere i nazisti non salva la vita. Chiedo loro di pensarci, la prima volta che si troveranno a condannare "gli eccessi" dell'autodifesa israeliana a Gaza o al confine siriano. Cerchino di capire che quel che accade oggi contro Israele e gli ebrei non è un semplice conflitto politico, che si può razionalmente risolvere, ma un tentativo di negazione morale e politico, di sottrazione dei diritti, di disumanizzazione. E' la prosecuzione della Shoà con altri mezzi, un'aggressione alla vita e all'identità, un progetto genocida. Grazie se riuscirete a pensarci seriamente e a comprenderci. Avremo ancora bisogno della vostra generosità e del vostro impegno, temo.
Ugo Volli (informazione corretta)

E bene fa Ugo Volli a non credere troppo alla disponibilità dei nazistelli a rispettare le decisioni, come possiamo leggere qui e qui. Resta comunque la legittima soddisfazione di vedere tante persone ribellarsi all’odio, alla prepotenza, alle prevaricazioni, alle minacce, all’inciviltà di chi sa esprimersi solo con la violenza. Sarà bene non dimenticare che le camere a gas non sono nate dal nulla da un giorno all’altro, ma hanno semplicemente rappresentato l’ultimo gradino di una scala i cui primi gradini erano stati gli insulti per strada e le scritte sui muri, i dispettini ai compagni di scuola e le risposte sgarbate nei negozi: o si spezzano questi gradini, o la scala prosegue perché l’odio antiebraico, se non viene fermato, non si ferma da solo: non è mai successo né, temo, mai succederà. E concludo con questi commenti trovati tempo fa su youtube, in un video di Barbra Streisand:

this woman is amazing. her voice is pure. she shames todays young artists
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insuperable!!!!!!
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she is a godess, but WOW who wrote that song
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She? is the best!
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Que mas se puede decir de ella? Es la mejor cantante de todos los tiempos, y su voz perdurara siempre.
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aly666highway
she's a jewish woman

E quando si ha un simile difetto di fabbricazione, qualunque altra dote si possieda, la condanna è inevitabile.

barbara


7 giugno 2011

RIBELLIAMOCI ALLE MINACCE!

Vi invito a leggere la lettera aperta di Ugo Volli contro le intimidazioni e le minacce intese a impedire la manifestazione di Milano e a firmare la petizione per dire no alla violenza, no alle intimidazioni, no alle minacce, no a una cultura di odio. Io l’ho fatto, fatelo anche voi.

Le minacce filopalestinesi non devono vincere!

Gentili autorità,

come sapete il prossimo 12 giugno è prevista l’inaugurazione a Milano in Piazza Duomo di un padiglione dedicato a illustrare le realizzazioni economiche e le bellezze turistiche di Israele. Essa è corredata da un ricco programma culturale, con conferenze di scrittori, concerti di cantanti, mostre d’arte. La manifestazione, a suo tempo concordata con le autorità competenti, ha ricevuto tutte le autorizzazioni necessarie. Non si tratta affatto di un’”occupazione”, come scrivono i suoi boicottatori, ma di un momento di scambio culturale che arricchisce la vita culturale della città di Milano.

Apprendiamo dalla stampa che la manifestazione è minacciata da estremisti che intendono impedirla per motivi politici, a costo di “mettere a fuoco la città”, cioè di usare la violenza fisica. Queste minacce sono largamente diffuse in Internet, su volantini e manifesti, diffusi in Italia e all’estero.

Comunque si giudichino le vicende del Medio Oriente, è inaccettabile che gruppi di estremisti impediscano la libera manifestazione del pensiero, sfidino l’ospitalità dell’Italia, siano decisi a impedire ogni contatto con Israele secondo logiche di apartheid che ricordano i boicottaggi agli ebrei organizzati dai regimi nazifascisti.

Noi sottoscritti, appartenenti a diversi schieramenti politici e culturali, con opinioni diverse sul conflitto mediorientale, facciamo appello alle autorità centrali e locali della nostra Repubblica perché non sia consentito impedire nel nostro Paese una libera manifestazione del pensiero e di scambio con un altro paese democratico. Vi chiediamo di intervenire per assicurare il regolare corso della rassegna israeliana a Milano.

La petizione qui.

barbara


6 giugno 2011

OGGI VI REGALO UN SERGIO ROMANO D’ANNATA

Ho ripescato dalla cartella dei post dell’altro blog questo pezzo di oltre sei anni fa. Poiché, nonostante la non verdissima età, il Romano continua a imperversare un giorno sì e uno no, e temi e toni sono sempre gli stessi, trovo interessante riproporlo.

EVVIVA IL TERRORISMO!

Riporto una parte della risposta data a un lettore dal nostro Grande Sergio Romano sul Corriere di Oggi, meritevole, a mio avviso, di un commento.

Dove io e lei, caro Pasquino, siamo in disaccordo è sulla vicenda di Sigonella. Come lei ricorda, Craxi, negli anni precedenti, aveva coltivato

“coltivare”! Quale deliziosa e sana attività! Quale profumo di terra e frumento ne emana!
i rapporti con il movimento palestinese
movimento? Ohibò, e che sarà mai questo movimento? Forse quello, un po’ licenzioso, delle anche di qualche signorina non troppo per bene? O forse un movimento intellettuale, come quello dei veristi? O saggio Romano, se solo volesse illuminarci, sì che anche noi potessimo abbeverarci alla Sua infinita sapienza!
e con Arafat.
Grand’uomo! Lasciatemelo dire, che questa proprio mi sgorga dal cuore, grand’uomo!
Quando scoppiò la crisi dell’Achille Lauro,
Crisi? Come quelle della mia mamma, povera donna, ottantenne acciaccata che ogni tanto le vengono di quelle crisi, poveraccia, da farci prendere degli spaventi che non vi dico! Crisi così?
sequestrata da un gruppo di terroristi nelle acque egiziane il 7 ottobre 1985, quei rapporti dettero buoni frutti e il governo a riuscì a ottenere la liberazione della nave.
Scusi, signor Romano, ma se avevamo rapporti tanto buoni con quei signori del “movimento”, perché ci hanno fatto sta porcata di sequestrarci la nave? O che non lo sapevano che era cosa nostra? Forse hanno qualcosa a che fare queste misteriose e fantomatiche “acque egiziane”? Lei sa qualcosa che noi poveri comuni mortali non sappiamo? La prego, carissimo, non ci tenga all’oscuro, non ci lasci penare così!
Ma l’assassinio di un ebreo americano riaprì la crisi
E figuriamoci se non saltava fuori il solito rompicoglioni di ebreo, che pare proprio che lo facciano apposta a ficcarsi sempre in mezzo a rovinare tutto, sti ebrei del cavolo! E notiamo che, giustamente, il Nostro non perde tempo a spendere parole di pietà nei confronti di chi, con la sua improvvida presenza sulla nave, ha mandato all’aria un così idillico rapporto fra noi e quei signori. Né, altrettanto giustamente, di condanna nei confronti di chi, dopotutto, ha solo fatto il suo onesto mestiere di terrorista
e la trasformò in un braccio di ferro tra l’Italia e gli Stati Uniti. Gli americani, che già avevano dato segni d’impazienza,
e perché mai?
decisero di intervenire per impadronirsi dei terroristi.
Ma tu guarda che razza di pretese! Come se i terroristi fossero cosa loro, e non cosa nostra!
Craxi resistette alle loro pressioni e affrontò spavaldamente
figo, il nostro Craxi, eh?
nei giorni seguenti la crisi provocata dal partito repubblicano.
Aahhh!!!! Ecco di chi era la colpa: dei repubblicani fetenti, che gli venisse un accidente!
Abu Abbas, il terrorista che il leader socialista rifiutò di consegnare, era certamente il regista dell’operazione. Ma l’incendiario, nel corso della vicenda, era diventato pompiere e occorreva, a mio avviso, trattarlo come tale.
Giusto! E’ così che si fa! Tipo: io tiro un calcio sui cocomeri al signor Romano – con rispetto parlando – poi gli do una bella pomatina ed è da infermiera che devo essere trattata, eccimancherebbe altro, ci mancherebbe!
Non basta.
Giusto, non deve bastare.
Se Craxi, in quel momento, avesse ceduto alle pressioni degli americani, avrebbe disperso tutto il patrimonio accumulato per sé e per l’Italia nel mondo arabo.
Ma che meraviglia, che meraviglia! Guardi, sono senza parole, Romano, dico sul serio: senza parole, di fronte a tanta acutezza e a tanta profondità. Anzi, per essere sicura che il concetto sia chiaro, glielo ripeto: sono senza parole, ecco.
Che la sua scelta fosse giusta per il Paese venne confermato del resto indirettamente dalla rapidità con cui il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, dimenticò l’incidente.
Ecco, questo è un argomento. Riconosciamolo, signori: questo è un signor argomento.
L’episodio rappresentò per Craxi una doppia vittoria. Dimostrò che la sua politica palestinese aveva dato buoni frutti. E dimostrò che l’Italia poteva, quando erano in gioco i suoi interessi, dire no all’America.

Ecco. Riconoscendo la giustezza delle argomentazioni del Grande ex Diplomatico Sergio Romano, per il bene della Nazione propongo di sbattere in galera tutti quei fessi di giudici che combattono contro la mafia; di sospendere dal servizio tutti i poliziotti, carabinieri, guardie di finanza che tentano di disperdere tutto il patrimonio che abbiamo accumulato nell’Onorata Società (che sia anche lei un movimento?), di liberare immediatamente il signor Salvatore Riina che a me personalmente non ha mai fatto niente di male e dopotutto è un onesto padre di famiglia, e chissà che bravo pompiere diventerebbe se solo gliene dessimo l’opportunità, e infine di nominare senatori a vita tutti i capi riconosciuti di Cosa Nostra. E quanto all’America, mandiamola affanculo. E non parliamone più.

E dopo questo tuffo nel passato torniamo al presente, leggendo questo e questo e poi anche questa notizia che non mi sembra avere campeggiato nelle prime pagine dei nostri giornali.

barbara


23 maggio 2011

DOPO IL DISCORSO DI OBAMA

Giustizia e arrendevolezza

Mi sembra il momento giusto, dopo l’ennesimo tradimento di B. Hussein Obama, dopo l’ennesimo colpo basso, dopo l’ennesimo tentativo di mettere Israele nell’angolo, per rileggere questo articolo scritto da Ugo Volli qualche settimana fa.

Vi è un'antica illusione ebraica, secondo cui il modo per salvarci dall'odio e dalle persecuzioni sta nel "comportarsi bene" e nello stare alle regole dettate dagli altri. E' stata la convinzione di molti ebrei assimilati durante la Shoah: non è possibile che colpiscano chi ha minuziosamente aderito a valori, stili di vita, comportamenti uguali agli altri. Ma è stata forse anche la convinzione dei chassidim russi che ai tempi di Napoleone rifiutarono di accettare la libertà che veniva loro offerta per mantenere il proprio ruolo, inferiore sì, ma garantito nella società dell'Ancién Régime. Molto più indietro, è l'illusione di Ester, che esita a rompere le regole del serraglio reale e Mordechai deve ammonire a non pensare di salvarsi da sola. Oggi è l'illusione di chi pensa che se Israele finalmente si comporterà bene, se accetterà una "legge internazionale" che sul piano giuridico non ha basi, ma politicamente favorisce i palestinesi, poi sarà lasciato stare in pace dentro la "linea verde", per indifendibile che essa sia. Per le ragioni che verranno chiare nel seguito del discorso, si può chiamare quest'illusione "egocentrismo etico".

Quest'illusione ha molti difetti. In primo luogo non è mai realistica, è per l'appunto un'illusione, come hanno mostrato tutte le persecuzioni in cui i "bravi" ebrei conformisti sono stati ammazzati non meno degli straccioni e dei rivoltosi; e di recente i ritiri israeliani dal Libano e da Gaza, che non hanno affatto smorzato, ma hanno al contrario aumentato l'aggressività contro Israele sul terreno e nel resto del mondo.
Il secondo difetto si può chiamare la "tentazione etica". Chi è convinto che "comportandosi bene", rispettando le leggi" ecc. gli ebrei possano evitare o almeno moderare le persecuzioni, crede facilmente anche che il primo segno di questo "buon comportamento" sia l'universalismo, il trascurare gli interessi anche vitali del proprio popolo per assumere per sé il punto di vista dell'assoluto (o del Divino, che a me sembra una forma di idolatria), decidendo in perfetta solitudine, senza sentirsi responsabili per gli altri quel che è giusto e quel che è sbagliato. Gli universalisti usciti dall'ebraismo hanno sempre lasciato una grande scia di guai, che si chiamassero Gesù di Nazareth o Karl Marx.
Gli ebrei antisrealiani e filopalestinesi, che non mancano certo oggi, non sono mossi di solito da un semplice "odio di sé", ma dall'illusione di salvarsi da soli dai pericoli essendo "giusti", aderendo cioè al punto di vista e alle categorie di giudizio dei propri nemici. Un'ulteriore conseguenza di questa sindrome è la pretesa di insegnare a tutti (i propri fratelli ma anche gli altri) la loro giustizia, di porsi come maestri di etica universale, al di là della politica e della religione. Al massimo, come ha fatto il giudice Goldstone l'altro ieri, il solipsista etico, se vede che l'attacco alla vita del proprio popolo non serve, si scusa facilmente: si è sbagliato, dice, non aveva tutte le informazioni, è stato ingannato - ma resta sempre un difensore della giustizia universale e pertanto superiore a tutti gli altri. A questo modo di fare si congiunge una definizione dell'ebraismo in termini di etica, non di popolo o di religione: l'ebraismo non sarebbe una cultura, un'eredità, una popolazione, la continuità storica di una fede e neppure un certo rapporto con il divino, ma "l'etica". Che questo atteggiamento porti simpatia e comprensione, è tutto da dimostrare.
Il terzo difetto è quello capitale. Chi pensa di salvarsi comportandosi bene, naturalmente deve fare i conti con il fatto che non tutti nel popolo ebraico hanno la stessa idea del bene, gli stessi obiettivi e magari osano difendere i suoi diritti al di là dei limiti molto angusti di coloro che non appartengono al gruppo degli illuminati etici. Di conseguenza, il solipsista pensa e afferma che costoro non sono abbastanza etici, che non sono abbastanza buoni, che non si confanno alle leggi come dovrebbero, eccetera. Non sono persone che seguono un progetto politico diverso, o hanno altri ideali: sono peccatori, ingiusti, nemici dell'etica. Magari gli trova un nome spregiativo, o lo accetta dagli altri, per esempio li chiama "coloni".
La divisione del popolo ebraico fra buoni e cattivi è il risultato pressoché inevitabile del solipsismo etico. Per i chassidim erano perduti gli ebrei che cercavano un po' di libertà dalla Rivoluzione Francese; per i bravi borghesi assimilati che si consideravano tedeschi integrali "di religione mosaica", i guastafeste impresentabili erano gli eredi di quelli stessi chassidim. I sionisti sono stati demonizzati dagli uni e dagli altri, e così i combattenti clandestini contro l'occupazione inglese e la violenza araba in Eretz Israel. Oggi per buona parte della sinistra ebraica, a essere colpevoli sono i "coloni", che per loro certamente "rubano la terra ai palestinesi", dunque sono ladri, ribelli e quant'altro. E invece siamo tutti coloni, siamo tutti da sempre legati a una terra in cui continuiamo a immigrare, come ho provato ad argomentare la settimana scorsa. E siamo tutti responsabili gli uni per gli altri (“kol Israel arevim ze-là-zè”)
Io non credo affatto che Sergio Dalla Pergola sia uguale a quegli illusi che vanno a Bilin a tirare pietre contro il "muro", o cercano di espellere i proprietari ebrei dalle case di Sheik Jarrah, per il fatto che sotto il regime giordano erano state occupate da immigrati arabi – e poi si sentano giusti e moralmente superiori; non lo assimilo neppure a quegli scrittori e professori che hanno scoperto quanto sia comodo e redditizio fare la coscienza critica di Israele con i media internazionali, distribuendo condanne e invocando boicottaggi. So che il suo è un pensiero assai più lucido e razionale. E' ovvio che ci sono delle considerazioni strategiche dei rapporti di forza che potranno costringere Israele a evacuare parte degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria – anche se il risultato di simili operazioni in Cisgiordania, nel Libano meridionale e a Gaza non è stato proprio vantaggioso come ci si aspettava. (Prima o poi riusciremo a leggere un'analisi davvero critica degli accordi di Oslo da cui potremo ragionare sui pregi e sui difetti dell'intera strategia della cessione di territori in cambio di una pace che non vuol proprio arrivare.)
Ma il rifiuto del prof. Dalla Pergola di identificarsi con i "coloni", nel suo pezzo di giovedì scorso, è motivato proprio secondo gli stereotipi di cui ho parlato: in sostanza i "coloni" (tutti?) sarebbero disobbedienti alle leggi, avrebbero comportamenti disordinati di fronte alla polizia. Siamo sicuri che il problema sia questo? Non mi sembra che Israele sia un posto molto politicamente disciplinato, non credo che la propensione al reato di un abitante di Ariel sia maggiore di un cittadino di Tel Aviv o Petah Tiqva. Mi piacerebbe leggere delle statistiche.
Il punto è ovviamente politico e non moralistico o criminologico. I "coloni" rappresentano la spinta al ritorno all'"eredità" di Eretz Yisrael che è stata la missione del sionismo: alcuni sono più religiosi della media degli israeliani; ma non tutti. Essi comunque indicano con la loro presenza il precario e appassionato rapporto che tutto il popolo ebraico ha con la sua terra. Fa molto comodo illudersi che la ragione dell'odio arabo sia la loro "occupazione", quella del '67. In realtà "l'occupazione" che gli arabi voglio eliminare è quella del '48, la creazione di Israele, e magari anche più indietro, fino all'Yishuv, alla Prima Guerra Mondiale, alla Seconda Aliah.
L'abitante di Tel Aviv o Haifa che pensa di stare dalla parte del giusto e di scampare il conflitto dicendo di non essere un "colono" si illude, con tutte le conseguenze che ho elencato. Si può dire certamente che non si condivide il progetto degli insediamenti oltre la linea verde, che è meglio cedere quei territori. Ma senza disprezzare chi invece in quel progetto crede, senza trasformarlo in una questione di polizia. Avendo la giusta solidarietà per i "coloni" che sono oggi non le uniche ma le "privilegiate" vittime del terrorismo. E soprattutto assumendosi l'onere della prova di un altro progetto strategico quello del ritiro nelle linee del '49 con qualche scambio che difende Dalla Pergola. Un progetto che ha la sua razionalità, ma dipende pesantemente dall'idea di una volontà araba di trovare un compromesso con Israele e di una capacità del mondo occidentale di garantirlo. Entrambe premesse che oggi appaiono molto dubbie. Anche perché, che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no, agli occhi degli uomini di Hamas come di quelli di Fatah, dei fratelli musulmani che in Egitto hanno vinto e degli uomini di Al Qaida in Libia che stanno perdendo, come di centinaia di milioni di arabi buoni e cattivi, noi effettivamente siamo tutti coloni. Anzi Jahud, ebrei - e già solo per questo esseri inferiori che non possono essere giusti ma solo arrendevoli.

Ugo Volli


Inutile dire che ne condivido anche le virgole, e che ho trovato a dir poco penosa la reazione isterica di chi, in quasi settant’anni di vita, non ha mai imparato ad accettare una critica, o a tollerare che si mettano in discussione le sue Grandi Verità Assolute.

barbara


22 maggio 2011

COME TI SMONTO DARWIN IN DIECI MOSSE

Da un po' di tempo circola una teoria a proposito dell'evoluzione della specie umana, che riscuote un certo successo fra gli atei, i libri di scuola, Marx ed Engels. È di un certo Darwin. Il cognome non me lo ricordo.
Per chi non legge i giornali, è forse il caso di fare un riassunto imparziale e il più possibile obiettivo di questa strampalata dottrina.
Tanto tempo fa la terra era popolata perlopiù da scimmie. Anche da qualche dinosauro e un paio di zanzare giganti, ma perlopiù da scimmie e, quello che è più importante, senza alcuna traccia di vita umana. Già questo è abbastanza fantasioso: come ci si può immaginare un mondo fatto tutto di scimmie? Impiegati scimmia, partite di calcio fra scimmie, cellulari a forma di scimmia... assurdo. Ma la sfrenata fantasia del signor Darwin non si ferma qui.
Ogni tanto, dice la sua teoria, nasce qualche scimmia disabile. Di solito si tratta di creature sfortunate, ridotte su una sedia a rotelle a sperare che qualcuno gli costruisca degli scivoli per salire e scendere dagli alberi. Naturalmente nessuno vuole riprodursi con loro e la cosa finisce lì.
Ma di tanto in tanto succede che una particolare malformazione renda la scimmia più brava a prendere le banane. Che ne so, un giorno una scimmia nasce col pollice opponibile, raccoglie due quintali di banane in mezza giornata e tutti fanno la fila per riprodursi con lei. Il giorno dopo tutte le scimmie hanno il pollice opponibile.
In questo modo, malformazione dopo malformazione, un giorno il pollice, un altro la posizione eretta, un altro ancora gli occhiali infrangibili, alla fine ti ritrovi con la terra piena di esseri umani.
Secondo Darwin, in definitiva, l'uomo non è altro che una scimmia handicappata. Questa in sintesi la teoria.
Mi rendo conto che non è difficile smontare una simile accozzaglia di panzane, ma siccome al giorno d'oggi la gente crede un po' a tutto, mi sembra giusto dedicare qualche riga alla sua confutazione.
1.
L'obiezione più ovvia. Se tutto questo è vero, perché oggi le scimmie non si trasformano più in uomini? Curioso vero? Quando non esisteva la televisione e tutto il resto, le scimmie facevano a gara a trasformarsi in qualcos'altro, ora che gli scienziati le tengono d'occhio giorno e notte se ne restano scimmie e basta. Troppo comodo.
2.
Perché non tutte le scimmie sono diventate esseri umani? Perché qualcuna sì e qualcun'altra no? È come dire che c'erano in giro delle scimmie che si sono dette: "Però! Essere uomini sembra una cosa eccezionale! Beh, sai che ti dico? Io quasi quasi resto scimmia".
3.
Se gli uomini sono solo delle scimmie disabili, come mai l'uomo è palesemente migliore della scimmia? Prendiamo il biliardino, per esempio. In un'ipotetica partita a biliardino chi pensate che vincerebbe? Si è mai visto un handicappato battere uno normale dieci a zero? Va bene che adesso si chiamano "diversamente abili" e forse un giorno si chiameranno "ulteriormente abili", "straordinariamente abili", "ammazza quanto so' abbili", però resta il fatto che a biliardino non vanno fortissimo.
4.
Dove sarebbero finiti tutti i peli?
5.
Ammettendo per assurdo che Darwin abbia ragione, resta un problema: da che cosa si sarebbero evolute le scimmie? Scommetto che ora Darwin avrebbe una risposta anche per questo, magari direbbe che si sono evolute dalle cozze o dai cappelli di paglia. Purtroppo doveva pensarci prima.
6.
Chiunque sia stato allo zoo può confermarlo: nessuna scimmia assomiglia neanche lontanamente a un essere umano. Al massimo lo scimmiottano, ma questo non va certamente a loro merito.
7.
Da questa teoria seguirebbe necessariamente che la Bibbia è un libro di fiction, cosa che farebbe sicuramente comodo a un sacco di gente (tipo quelli che si vogliono sposare con gli omosessuali o che pensano di poter fare quello che gli pare quando sono in bagno), ma che nessuna persona intelligente potrebbe prendere seriamente in considerazione. Nella Bibbia ci sono solo proposizioni vere, e se ogni tanto è un po' incoerente è solo colpa di Gödel.
Ero sicuro di avere altre tre prove. Appena mi vengono in mente le scrivo.


scritto da Smeriglia, qui: http://comablog.splinder.com/post/11603754

Io, sia ben chiaro, non è che sposi in toto le posizioni del signor Smeriglia, ci sono cose che, diciamolo, mi convincono solo fino a un certo punto, ma poiché, come ha scritto recentemente qualcuno su questi schermi, fare informazione significa dare tutte le versioni, ecco, per essere corretti bisogna dire che secondo qualcuno l’11 settembre lo hanno fatto gli americani, oppure gli israeliani o perfidi giudei che dir si voglia, oppure le torri sono collassate perché precedentemente – forse, chissà, addirittura in fase di costruzione in attesa che a qualcuno venisse l’idea di atterrarci senza passare dall’aeroporto – minate all’interno. E che qualcuno ritiene che Arrigoni è morto per colpa degli ebrei, che se non lo hanno fatto fuori di persona sono sicuramente responsabili come mandanti – tanto lo sanno tutti che gli ebrei sono tutti ricchissimi e figurati se non potevano pagare qualcuno invece di mettersi in gioco direttamente. E che è opinione di qualche illustre storico che quelle che noi impropriamente chiamiamo “camere a gas” erano in realtà luoghi adibiti alla disinfezione. E, naturalmente, che un folle di nome Darwin – il cognome non me lo ricordo neanche io – si è messo in testa che noi discenderemmo dalle scimmie. Vabbè, io il mio dovere l’ho fatto, adesso vedete un po’ voi.
Se invece non siete in vena di dedicarvi al cazzeggio con le teorie alternative perché avete problemi molto più seri, tipo la mancanza di un lavoro, allora vi suggerisco di andare qui, dove troverete la più brillante delle soluzioni a tutti i vostri problemi.

barbara


3 maggio 2011

AMMUCCHIATA

Sì, questo vi offro oggi: una gioiosa ammucchiata di emozioni, di reazioni, di riflessioni. Mie e altrui. E per prima cosa dico che oggi mi sento esattamente così (e affanculo gli ipocriti e le anime belle e i complottisti tutti). Poi, giusto per restare in clima verdiano, vi offro, rubati all’amico Enrico, i versi di Otello:

«Esultate! L'orgoglio musulmano
sepolto è in mar; nostra e del ciel è gloria!
Dopo l'armi lo vinse l'uragano.»

E poi voglio condividere l’esultanza del mitico Ugo Volli e poi offrirvi un post piccolo ma molto kattivissimo (e mi raccomando, cliccate tutto quello che c’è là dentro), e infine una riflessione di un giornalista serio.

barbara


24 aprile 2011

RICORDIAMO IL GENOCIDIO ARMENO

iniziato (quello “grande”) il 24 aprile 1915 

             

I convogli si spostavano a piedi per percorsi interminabili lungo territori accidentati, nel corso dei quali la penuria d'acqua, di cibo e di riparo notturno acuiva le sofferenze dei deportati. Per tutto il cammino le schiere di donne e di bambini erano in balia degli stupri, dei furti, della crudeltà dei briganti, dei predoni oppure degli abitanti dei villaggi, a cui si aggiungevano i loro accompagnatori, esclusivamente musulmani. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro. In alcuni casi, le donne potevano sottrarsi alla morte o alla schiavitù insieme ai loro figli mediante la conversione all'islam, ratificata dal matrimonio immediato con un musulmano. Coloro che sopravvivevano alle torture del tragitto - la fame, la sete, lo sfinimento, gli stupri - giungevano a Dayr al-Zur. Informate in anticipo dell'arrivo dei convogli, le tribù arabe e curde, insieme ai contadini musulmani, li aspettavano per arrecare loro gli ultimi oltraggi. I cadaveri venivano abbandonati nel deserto.
Il genocidio degli armeni fu il normale esito di una politica insita nella struttura politico-religiosa della dhimmitudine. Questo processo di annientamento fisico ai danni di una nazione ribelle aveva già fatto la sua comparsa durante le rivolte dei cristiani slavi e greci, che si salvarono dallo sterminio collettivo solo grazie agli interventi europei, interventi effettuati talora a malincuore. Il genocidio degli armeni fu un jihad. Nessun raya, infatti, vi prese parte. Nonostante la disapprovazione di molti turchi e arabi musulmani, e il loro rifiuto a collaborare al crimine, questi massacri furono perpetrati unicamente dai cittadini islamici, ed essi soli beneficiarono del bottino: i beni delle vittime, le loro abitazioni, i loro campi - assegnati ai muhajirun -, le donne e i bambini, spartiti e ridotti in schiavitù. L’eliminazione dei maschi dai dodici anni in su è conforme alle prescrizioni del jihad e all'età regolamentare per il pagamento della jizya. Le quattro tappe dello sterminio - deportazioni, riduzioni in schiavitù, conversioni forzate ed eccidi - riproducono le condizioni storiche del jihad, applicate a partire dal VII secolo in tutto il dar al-harb. Cronache di provenienze diverse, soprattutto di autori islamici, descrivono minuziosamente l'organizzazione del massacro dei vinti e le deportazioni dei prigionieri, le cui marce forzate al seguito degli eserciti infliggevano loro le stesse sofferenze provate dagli armeni nel XX secolo.
Questa politica non era un episodio isolato. Essa rientrava in una strategia difensiva finalizzata a mantenere sotto la giurisdizione islamica un territorio conquistato con la guerra e ad annientare i nazionalismi dhimmi. Perciò la tragedia armena fu accompagnata dallo sterminio dei cristiani giacobiti e nestoriani della valle dell'Eufrate, nel Nord della Siria. Nel mese di settembre del 1915, a Musa Dagh (Jabal Musa, Presso Antiochia), tra i 4000 e i 5000 armeni, accerchiati dai turchi e dagli arabi, furono imbarcati in extremis su alcune navi francesi. Ma le autorità inglesi e francesi, temendo l'ostilità delle popolazioni islamiche, si rifiutarono di lasciarle sbarcare in Egitto, a Rodi, a Cipro, in Marocco e in Tunisia. Alla fine l'Alto Commissario inglese d'Egitto accettò il loro sbarco provvisorio ad Alessandria.
Il concorso di tutte queste circostanze dimostra che il genocidio degli armeni fu un affaire esclusivamente musulmano, nelle finalità come nell'attuazione, e che nessuna fase di tale piano vide coinvolte le comunità raya. Al contrario, i rapporti pervenuti agli Alleati sugli eccidi erano di provenienza cristiana ed ebraico-ottomana. Sul fronte internazionale, poi, l'Austria e la Germania, alleate della Turchia, non furono esenti da responsabilità. In che misura i racconti di coloro che avevano preso parte a quei massacri influenzarono Hitler? Circa vent'anni più tardi, il 22 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il Führer comunicava ai comandanti in capo dei suoi eserciti riuniti a Obersalzberg:

Perciò, per il momento ho inviato a Est solo le mie unità di teste di Morto [Totenkopfverbände], con l'ordine di uccidere senza alcuna pietà né compassione tutti gli uomini, le donne e i bambini di razza o di lingua polacca. Oggigiorno chi parla ancora dello sterminio degli armeni? (Wer redet heute noch der Vernichtung der Armenier?)

(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.266-268)



Come già ricordato, recentemente, qui, il genocidio armeno è stato un’azione di jihad, perpetrata da musulmani contro non musulmani per adempiere all’obbligo coranico di islamizzare tutta la terra. Guerra, quella degli islamici contro gli “infedeli”, che continua indefessa e implacabile, e anche oggi ha mietuto le sue vittime – e a provvedere materialmente alla mietitura sono stati coloro che il mondo intero vorrebbe imporre a Israele come affidabili interlocutori di pace.
Sterminio di cristiani, sterminio di ebrei, sterminio di musulmani che vorrebbero pensare con la propria testa e non con quella di un assassino pedofilo vissuto un millennio e mezzo fa. Stermini regolarmente accompagnati da un indifferente silenzio. Ma io non tacerò. Io non mi stancherò di ricordare e denunciare perché, come dice Elie Wiesel, “Il
silenzio non aiuta mai la vittima, il silenzio aiuta sempre l'aggressore” e io, a differenza dei pacifisti di professione, non starò mai dalla parte dell’aggressore. E non smetterò di ricordare che siamo nati in libertà, e nessuno di noi ha il diritto di arrendersi, senza combattere, a chi questa libertà ce la vuole rubare.


barbara


12 aprile 2011

Giuramento di Ippocrate per i Giornalisti

Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:

  • di esercitare la professione giornalistica avendo sempre a mente sentimenti antiisraeliani e pregiudizi razziali contro gli ebrei;
  • di perseguire come scopi esclusivi della mia attività giornalistica la ricerca della fama, la distorsione dell’informazione, l’inganno dei lettori;
  • di cercare di celare più notizie possibili, in modo da evitare il rischio che il lettore sia portato a giudicare positivamente gli ebrei e il loro paese;
  • di astenermi nella mia attività dai principi etici della solidarietà umana e della umanità, qualora si trattasse di informazioni provenienti dal medio oriente;
  • di accantonare diligenza, obiettività e coscienza quando scriverò sul mondo ebraico;
  • di affidare la mia reputazione alla capacità di occultare la verità e di distorcere la realtà;
  • di evitare di chiamare terroristi coloro che uccidono gli ebrei, o di chiamare vittime i morti israeliani;
  • di sostituire espressioni come “atto terroristico” e “omicidio” con “esplosione” e “incidente” in modo che nessuno possa giudicare obiettivamente l’accaduto in medio oriente;
  • di non dare voce a pensieri in difesa di Israele e degli ebrei;
  • di rimanere fedele all' "accanimento" mediatico e all’occultamento della vera informazione;
  • di non pubblicare fotografie che possano commuovere il lettore portandolo a posizioni favorevoli su Israele;
  • di continuare a celare il mio essere antisemita dietro a giustificazioni di natura politica e territoriale;
  • di usare due pesi e due misure quando Israele subisce attacchi e quando mette in atto una legittima difesa; 
  • di osservare il segreto su tutto ciò che vedo o che ho veduto in Israele e contro gli ebrei, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione giornalistica sul mondo mediatico e l’ancestrale antisemitismo che vi scorre o in ragione del mio stato inteso come colui che crea il giudizio del mondo sull’universo ebraico e la sua terra;
  • Lo giuro.
Gheula Canarutto Nemni

E direi che ci sta molto bene una rispolveratina del nostro video elaborato sugli articoli di Ugo Volli.

barbara


15 marzo 2011

FUORI POSTO

Cari amici,

un lettore (che non nomino, perché questa è una pagina perbene) mi ha scritto un paio di lettere che al centro avevano questo "ragionamento" cinico e aberrante: le "colonie" sono casa d'altri, dunque un posto ovviamente pericoloso, tanto più che i "coloni" "non hanno pagato l'affitto"; i bambini non si portano nei posti pericolosi. Dunque la colpa è di chi li ha portati "in prima linea", vale a dire i genitori, che anche loro peraltro han pagato con la vita la loro scarsa propensione a pagare l'affitto ai "padroni di casa".  Sarebbe meglio sciacquarsi la bocca dopo aver citato parole come queste, ma bisogna invece discuterle perché sono in parecchi, fra i nemici di Israele, a dire più o meno sottovoce cose del genere, e l'atteggiamento della stampa in parte ne deriva.

Cominciamo col dire che tutta Israele è "prima linea", almeno lo era prima della costruzione del "muro della vergogna" che impedisce ai padroni di casa di sgozzare troppo facilmente i loro "affittuari": i supermercati, gli autobus, i ristoranti, la yeshivah di Gerusalemme che fu teatro due anni fa della penultima grande strage, le strade, le campagne dove una donna è stata uccisa il mese scorso. La colpa è sempre loro: sono gli ebrei che si espongono. Ma non basta: quel ragazzo ebreo francese che è stato rapito da una banda di musulmani e torturato a morte perché ebreo... di chi è la colpa? Ma sua, naturalmente, che ci faceva nella banlieu parigina, non sapeva che era prima linea anche lì? E Stefano Gaj Taché di due anni, assassinato da terroristi palestinesi il 9 ottobre 1982 davanti alla Sinagoga maggiore di Roma? Non si sapeva che anche le sinagoghe sono prima linea? Non avevano avvertito i sindacati comunisti qualche giorno prima, sfilando con una bara preventiva da quelle parti? E i morti di Auschwitz, di tutti i campi di sterminio? Che ci facevano in luoghi così insalubri? Perché avevano accettato un passaggio in treno dalla SS, per di più senza pagare il biglietto?

Non vado avanti a fare dei discorsi così strazianti che, senza l'ignobile lettera del lettore che non nomino, non avrei avuto proprio il dolore di farmi venire in mente. Dico solo che da millenni l'esperienza ebraica conosce da vicino a ogni generazione dolori e lutti paragonabili a quelli che hanno colpito la famiglia Fogel (che, sapete, stava lì dopo aver obbedito a un ordine di sgombero da Gaza cinque anni fa...). C'è della gente per cui gli ebrei sono sempre fuori posto, almeno da vivi (ma anche da morti, visto che durante l'occupazione giordana di Gerusalemme, quella che Obama, D'Alema e Prodi vorrebbero restaurare con le brigate Al Aqsa al posto della Legione Araba, le pietre delle tombe dei cimiteri ebraici furono usate per lastricare le strade). Sempre fuori posto, sempre puniti con la morte per questo, sempre incolpati per le sofferenze che gli altri ci infliggono.

Ugo Volli



Quando ho detto al mio medico di Ilan Halimi e del libro su di lui, ha commentato: "Eh, finché non si risolve questa cosa fra Israele e palestinesi..." Ho risposto: "Non c'erano territori occupati al tempo di Auschwitz", e lui è schizzato sulla sedia: "Ecco! Non si può fare la minima critica a Israele che subito parte l'accusa di essere antisemiti! È ora di finirla con questa storia!" Talmente sprofondato nella melma del suo antisemitismo da non accorgersi neppure che i collegamenti - privi di qualunque fondamento e qualunque logica - li aveva fatti tutti lui da solo.
Né a questo, né al sofferto pezzo di Ugo Volli serve aggiungere commenti. L’unica cosa da aggiungere è un kaddish per tutti i martiri innocenti.



barbara


22 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA

Dunque, ricapitoliamo le glorie della rivoluzione araba del 2011. In meno di un mese ci sono stati circa 500 morti, come quelli che si lamentano in tre o quattro anni medi nel conflitto fra Israele e palestinesi – ottima dimostrazione del fatto che questo conflitto è centrale e il progetto israeliano è il genocidio degli arabi. Con la complicità attiva dell'America di Obama che ha imposto loro di non difendersi, sono stati eliminati due regimi filo-occidentali (Tunisia, Egitto), un terzo è in forte pericolo (Bahrein), le dittature più ambigue (Algeria, Libia) si stanno difendendo a colpi di stragi, quelle nemiche dell'occidente come la Siria e l'Iran hanno preventivamente inasprito la repressione abbastanza per isolare i sovversivi. Negli stati dove sono stati abbattuti i dittatori filo-occidentali, regna un caos abbastanza bene organizzato: sono rientrati i predicatori islamisti che hanno immediatamente cominciato a istigare contro ebrei e cristiani e con ottimo successo: in Tunisia è stato sgozzato un prete cattolico, Don Marek Rybinski; è stata bruciata la sinagoga di una città del sud, vi sono state minacciose manifestazioni davanti alla sinagoga centrale di Tunisi, gli ebrei di Djerba sono stati minacciati e danneggiati. In Egitto hanno fatto saltare il gasdotto verso Israele e la Giordania, hanno liberato i dirigenti di Hamas imprigionati, hanno violentato in piazza una giornalista americana al grido "ebrea!", hanno nominato capo della commissione per la riforma costituzionale un amico della Fratellanza, stanno facendo passare per la prima volta due navi da guerra iraniane nel Mediterraneo. Ah, di democrazia, nel senso di elezioni, parlamenti, partiti organizzati, stampa libera ecc., finora non si è visto granché, solo promesse e manifestazioni più o meno violente.
Aggiungeteci che per evitare il contagio il tasso di demagogia dell'Autorità Palestinese è ulteriormente aumentato, hanno preteso contro l'America che l'Onu condannasse Israele per le costruzioni nelle "colonie", inclusa Gerusalemme, rifiutando la mediazione del Brasile oltre che quella degli Usa. Sconfitti, hanno deciso per rappresaglia di "riconsiderare" il negoziato con Israele, che peraltro hanno disertato da due anni e mezzo.
Che bella situazione, eh? Ma la stampa occidentale si rallegra tutta: è l'alba di un mondo nuovo, la democrazia prevale dappertutto, che stupida Israele a non fidarsi, aprirsi, unirsi ai ribelli... Come diceva Mao a giustificare i milioni di morti di cui si rese responsabile, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Eh già; ma anche se fosse un pic-nic, o il maschio consumo di un rancio di guerra, il problema sta tutto, come diceva Amleto, in questo punto: se vi si partecipa fra coloro che mangiano o come ciò che è mangiato.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Perché è bene che qualcuno finalmente le dica, le cose, e non sono in molti ad avere il coraggio di farlo. Poi, per completezza di informazione, chi mastica un po’ di inglese si vada a leggere questo articolo e a rileggere questo e questo.



barbara


15 gennaio 2011

UGO VOLLI

che troppo a lungo è stato trascurato.

Gli antisemiti veri, oggi, quelli pericolosi, sono i nemici di Israele. Contro di loro mi batto

Cari amici, non vi arrabbiate con me, ma devo dirvelo. Non me ne importa niente. Non mi importa niente di quei quattro imbecilli che sul web pubblicano liste di "ebrei influenti" o anche semplicemente di cognomi ebraici. Ci sono anch'io, ma non me ne importa niente. Il problema non sono loro, non è vero che sono loro a far risorgere l'antisemitismo. La mamma degli idioti è sempre incinta, lo sappiamo, e l'antisemitismo volgare ed esplicito di stile nazista è un genere di idiozia criminale endemico. Ma il problema non sono loro. Non è quello l'antisemitismo pericoloso, è troppo facile indignarsi perché qualcuno dice che Levi e Cohen sono cognomi ebraici, che esistono professori ebrei nelle nostre università come Giorgio Israel o me stesso, giornalisti ebrei come Lerner, e anche qualche businessman di origini ebraiche, ma convertito, come l'ingegner De Benedetti, e cerca di produrre odio contro queste persone.
L'antisemitismo vero oggi si esercita contro l'ebreo degli stati, Israele, e coinvolge ben altri dei cretinetti che hanno pubblicato per l'ennesima volta una lista di ebrei sul web. Coinvolge l'Onu e l'Unione Europea, tutti i paesi arabi e i loro amici fra cui la maggior parte del terzo mondo, la grande maggioranza della sinistra politica, in Italia e all'estero, un bel pezzo di Chiesa. Permettetemi di dire che io rifiuto la solidarietà di Vendola e De Magistris, del Manifesto della Cgil e di Rifondazione Comunista, di Pax Christi, dei vescovi mediorientali e di Emergency (ammesso che l'abbiano formulata, non mi risulta). Non mi importa niente di quel che possono dire. Di più, non ci credo. Non credo che dispiaccia loro che qualcuno parli contro gli ebrei. Gli antisemiti veri, oggi, quelli pericolosi, sono i nemici di Israele, quelli che stanno lavorando, lo sappiano o meno, lo capiscono o no, perché la Shoà si ripeta. Di loro mi importa. Contro di loro mi batto.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

E poi recuperiamo anche un po’ di arretrati: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto.


barbara


24 dicembre 2010

TRANQUILLI

Che a fare buona guardia in Libano ci pensano i caschi blu dell’Onu.



E poi, alquanto in tema, vai a leggere questo e questo.

barbara


19 dicembre 2010

CONSIGLI PER IL NATALE IN ARRIVO

"Kauf nicht bei Juden", non comprare dagli ebrei. Goebbels ? No, palestinesi cristiani

Nel periodo delle feste si diffondono spesso messaggi che invitano a fare doni altruistici, un po' per mimetizzare qualche opera buona nell'orgia consumistica del regalo universale, un po' per sfruttare l'idea che questo è il periodo in cui tutti sarebbero chiamati ad essere buoni.
Queste comunicazioni sono naturalmente molto diffuse e rimbalzano fra i vari mezzi di comunicazione, tanto che ne arrivano spesso anche a chi con le feste cristiane non c'entra. A me personalmente ne sono arrivati un paio molto interessanti, che voglio riferirvi qui.
Queste comunicazioni invitano i "Christmas shoppers" cioè i consumatori natalizi (mirabili creature generate dal matrimonio del marketing con la religione, peccato essere doppiamente fuori target), a realizzare un grande desiderio del buon cristiano; scrive: "All I Want for Christmas is an End to Apartheid". (Tutto quel che voglio per Natale è la fine dell'Apartheid"). Cioè – rendendo trasparente la fraseologia propagandistica – la distruzione di Israele come soggetto autonomo e diverso dalla "Palestina".
È il messaggio diffuso dalla "Voice of the Palestinian Christians", in un due formati diversi: uno più secco con l'elenco di dieci marche israeliane (da Ahava a Sabra) e non (dall'Oreal, a Motorola a Intel) da boicottare (qui
). E uno più religiosamente untuoso con abbondanti citazioni di Isaia, che predica contro un governo israeliano che "divora la terra palestinese" (qui) e "non cammina sulla strada della pace – la quale secondo il messaggio richiede sacrifici dalla due parti, ma i palestinesi li hanno già fatti e dunque ora bisogna "premere" su Israele. A queste voci si è unita quella del sindaco di Betlemme, cristiano-palestinese anche lui, che chiede come regalo di Natale "sanzioni commerciali, sanzioni sportive, sanzioni educative, sanzioni culturali" contro Israele, perché "le sanzioni sono la sola strada, negoziare è una perdita di tempo". (qui).
Naturalmente tutte queste sanzioni non riguardano tanto gli israeliani intesi come cittadini di uno stato, quanto gli ebrei, come componente maligna di quello stato o suoi sostenitori.
Per dirne una, Wikileaks ha appena rivelato che ci fu addirittura una decisione della Lega araba per boicottare i film di Spielberg. Come il mondo "progressista" e antimperialista si trovi a imitare gli slogan nazisti ("Kauf nicht bei Juden", non comprare dagli ebrei, ripetevano i propagandisti di Goebbels), meriterebbe una certa attenzione.
Ma dato che siamo sotto Natale, concentriamoci invece sull'aspetto religioso. Che un atto di guerra a Israele (guerra "con altri mezzi", non direttamente violenti, ma sempre guerra) possa essere un regalo di Natale, che fra l'altro è la festa di compleanno di un ebreo patriottico com'era evidentemente Gesù, come si concili con la religione dell'amore, è una questione interessante, che lascio alla riflessione di chi crede in Lui.
Resta il fatto che le cose stanno proprio così, che quella contro Israele (anzi contro gli ebrei) è una guerra di religione non solo da parte islamica, dove questo è del tutto evidente; ma anche da parte di settori minoritari ma consistenti del mondo cristiano. È quel che è emerso dal recente sinodo dei vescovi cattolici in Medio Oriente, quel che risulta evidentissimo dalle pubblicazioni di un'entità ufficiale della Chiesa cattolica come Pax Christi, ma anche dalle recenti decisioni di boicottaggio dei presbiteriani americani, una denominazione cristiana piccola ma influente eccetera. Anche qui, lascio alla loro coscienza la riflessione su perché si impegnino proprio contro Israele e non su Cipro (dove i Turchi hanno invaso e opprimono dei Cristiani), la Cecenia, il Sahara occidentale, il Sudan e altri mille posti: non sarà per un "odio antico" e tutto teologico contro gli ebrei?
C'è un altro punto che voglio sottolineare: le guerre politiche finiscono facilmente prima o poi con un compromesso, dato che si tratta di dissidi mondani e secolari, che ammettono mediazioni. Ma una guerra religiosa, per esempio quella contro un "peccato contro Dio", come la dichiarazione "Kairos-Palestina" letta al Sinodo definisce Israele, può finire solo con la distruzione totale del nemico: cioè in questo caso con una nuova Auschwitz.
Questo è quello che cercano, al di là delle dichiarazioni fintamente ecumeniche, gli amici dei cristiani palestinesi, i pacifisti di Pax Christi, i compilatori di Kairos Palestina. Lo stesso che cercava Hitler con l'accordo del Muftì di Gerusalemme. Io posso augurar loro solo, nella ricorrenza del loro Natale: che Dio li perdoni. Io non ne sono capace.

Ugo Volli (informazione corretta)

Nel frattempo apprendiamo da
http://www.nuitdorient.com/ N° 25 che d’ora in poi in Turchia non sarà più consentito a israeliani e graci di acquistare terre nel Paese. Gli altri stranieri possono acquistare fino a dieci ettari, tranne Iran, Siria, Arabia e stati del Golfo, per i quali non vi sono limiti di superficie acquistabile. (P.S.: non solo tu, Ugo)

barbara


16 dicembre 2010

MAQQUANTO CI PIACCIONO I COLLOQUI!

Che amanti della pace, questi palestinesi

Cari amici, siete angosciati, lo so. Lasciatemi dire che vi sono vicino in questo difficile momento. So che vi sentite soli, che fate fatica, che vi mancano. Qualcuno, che evidentemente non è fra i più consapevoli, mi chiede chi manca, di che cosa portiamo il lutto. Poverini, non lo sanno. Voi (e io con voi) sentiamo la mancanza dei colloqui. Che colloqui? Ma come, dei colloqui mirati a stabilire la possibilità di incontri. Che incontri? Quelli preliminari alle trattative. Che trattative? Quelle per stabilire l'agenda. L'agenda di che cosa? Delle discussioni sui vari capitoli. Di una futura pace, è chiaro.
Ricapitoliamo. Nessuno – a parte voi, naturalmente, e qualche giornalista particolarmente illuminato - sembra aver capito la gravità del fatto che gli americani abbiano rinunciato a parlare con Israele e i palestinesi per vedere se era possibile indurli a concordare le condizioni, anzi il grado esatto di refrigerazione delle costruzioni, per parlarsi su come arrivare a trattative dirette intorno all'ordine in cui discutere in futuro per arrivare a un trattato di pace. In molti hanno capito la sconfitta americana, ma non la terribile solitudine dei negoziatori. Non sentono la mancanza dei colloqui. Che insensibilità.
E però c'è chi butta il cuore oltre la barricata. Pensate che l'avventurosa Clinton ha deciso, con mossa certamente avventata, ma coraggiosa, che invece di parlare intorno alle condizioni per iniziare a discutere direttamente di come fare le trattative, si può entrare direttamente "nel cuore dei problemi". Chirurgia cardiaca innovativa, senza dubbio, made in Houston, la capitale dei trapianti. Ma siamo poi sicuri che i problemi abbiano un cuore? E se avessero un fegato grosso così per la rabbia?
Lasciamo stare. Ma vi devo dire un'ultima cosa, che ho saputo in confidenza da quelle "perdite condivise" (Wikileaks, per chi non conoscesse il significato medico è una specie di logorrea contagiosa). La Clinton è un po' disperata. Ha incominciato a prendere gli appuntamenti per questa sua chirurgia cardiaca e naturalmente ha chiamato i palestinesi. Ma il telefono di Abbas squilla a vuoto, quello di Erekat è sempre occupato, e tutti gli altri hanno solo una segreteria telefonica con la musica delle bombe e dei Kalashnikov. Insomma, non rispondono. Della chirurgia cardiaca non vogliono sentire parlare.
Hanno fatto sapere invece in via informale a degli amici degli amici che è meglio fare delle consultazioni naturalmente indirette per verificare le condizioni in seguito alle quali potrebbero accettare di discutere come aumentare i requisiti che sono necessari per arrivare a colloqui preliminari per stabilire il calendario degli incontri in cui si potrebbe stabilire l'agenda di eventuali prediscussioni a proposito dell'eventualità di un negoziato sul prezzo di riunioni per il negoziato che dovrà forse portare a discutere di come iniziare le trattative preliminari. Nel frattempo hanno deciso di proclamare lo stato palestinese, dato che sono colti "dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno", ovvero sulla linea armistiziale dell'832 (battaglia di Poitiers, per chi non lo sapesse). Che amanti della pace, questi palestinesi.

Ugo Volli

Ecco, questa volta Ugo Volli ha veramente superato se stesso, il che non è facile, lo so, solo lui ci può riuscire. E, a proposito di Clinton e dintorni, leggi anche qui.

barbara


9 dicembre 2010

DEFORMAZIONE E DINTORNI

Vedere scritto “benzoin” e leggere “benzion”... (sì, sono un po’ legastenica e mi capita spesso di leggere , a prima vista, cose lontanissime da quelle scritte, come quando l’amica Astrid ha titolato “Somatizzare la domenica sera” e io ho letto “Sodomizzare la domenica sera”, ma chissà se il contrario sarebbe potuto succedere... E dunque sì, mi sa che è proprio deformazione).

E poi un banco, grande, con frutta secca di ogni sorta presentata in tutti i modi: noci nocciole mandorle, col guscio, sgusciate, tostate, ricoperte, sfuse, confezionate, singole, miste... E una cassetta di melagrane. Non vado matta per le melagrane, devo dire. E neanche per i pompelmi. Quando li compro, è solo per un motivo ben preciso. Lì non ci sono indicazioni, e quindi aspetto pazientemente il mio turno e quando arriva chiedo: “Da dove vengono quelle melagrane?” Lei prende fiato prima di rispondere. Prende fiato perché sa benissimo, naturalmente, che nessuno fa quella domanda per qualunque prodotto. E nessuno la fa per pura curiosità. E sa benissimo che dalla risposta non dipende solo la mia decisione di comprare o non comprare, ma chissà cos’altro ancora: quando si tocca quel tema, specialmente se non sai con chi hai a che fare, può succedere letteralmente di tutto. Prende fiato e poi spara: “Da Israele”. Un po’ con ansia (e adesso cosa succederà?), un po’ in tono di sfida (sì, tengo roba da Israele: qualcosa da ridire?) Io tuffo le mani nella cassetta, ne prendo due e gliele porgo. Lei capisce cosa c’è dietro lo slancio di quel tuffo e, forse sarà deformazione anche questa, ma ho l’impressione che sia quasi commossa. Mi guarda dritto negli occhi, sorride, e sussurra: “Sono dolcissime”. La guardo dritto negli occhi, sorrido e sussurro: “Lo so”. E stavolta, sia deformazione o no, ho proprio l’impressione che siamo commosse in due.
(E poi leggi qui)



barbara


6 dicembre 2010

QUALCHE AGGIORNAMENTO SUL FRONTE DEL FUOCO

"Solidarietà umana e religione dell'amore"

Cari amici, sapete chi ha appiccato il terribile incendio che ancora devasta il Carmelo e ha ucciso decine di persone? E' stato Allah, naturalmente, per punire "l'occupazione". Ne sono convinti i media arabi (gli stessi, probabilmente, che al tempo del terremoto in Abruzzo esultarono alla punizione dei peccati degli infedeli italiani). Ecco qualche citazione:

"O Allah, distruggili e distruggi tutti i nemici dell'Islam"
"Grazie a Dio per il nuovo Olocausto e vergogna sull'Egitto che è accorso in aiuto"
"Il fuoco è il risultato delle preghiere dei nostri prigionieri tenuti nei carceri dell'occupazione. Il fuoco dell'inferno sarà più forte. Possano bruciare nell'inferno con gli ebrei quegli arabi che li aiutano."
"Allahu akbar! Ecco un'arma efficace. Chiamiamo i nostri fratelli palestinesi a bruciare tutte le foreste."
"O Allah, distruggili e distruggi tutti i nostri nemici."
"Possa Allah punire gli arabi che hanno aiutato a contenere l'incendio".
"Questo è il momento giusto per l'Iran. Se un incendio ha causato il panico nell'entità sionista, dove sono Ahamadinedjad e Nasrallah? Dov'è la Siria? Un razzo può appiccare migliaia di incendi."

Non vi annoio ancora con queste splendide dichiarazioni di solidarietà umana, potete trovarne una collezione qui
. Se avete lo stomaco per resistere a immagini tremende, guardate che cosa ha pubblicato il blog di Al Jazeera (già, la buona televisione antimperialista che piace ai terzomondisti e ai progressisti). E leggete qui, in basso, la traduzione delle frasi in arabo contenute nei post di Al Jazeera: sono espressioni RELIGIOSE di compiacimento, lodi a Dio per l'incendio e la morte orribile di chi vi è stato coinvolto. Vi invito solo a riflettere sul tipo di psicologia (e di religione) che sta dietro a pensieri come questi.

Ugo Volli (informazione corretta)

Qualcuno, nel post sottostante dedicato all’incendio, ha avuto lo stomaco di venire a scrivere nei commenti che da Gaza hanno mandato aiuti, il che dimostra che gli arabi sono buoni. Non aggiungo altro.

barbara


21 novembre 2010

DIALOGO DIALOGO DIALOGO

Perché la pace – lo sappiamo perfettamente, visto che il mondo intero continua a ricordarcelo – si fa con i nemici, e quindi giustamente il mondo intero mette in atto tutte le proprie risorse per indurre Israele a dialogare con questi soggetti, ad accordarsi con questi soggetti, ad offrire tutto l’offibile, compreso il proprio deretano e quello dei propri figli, per arrivare alla pace con questi soggetti che sono, per l’appunto, i nemici ossia coloro con cui, per definizione, bisogna fare la pace (scusate, ma repetita iuvant, così mi hanno insegnato).

Un documento fondamentale che dimostra come l'Islam sia religione di pace e la pace possibile subito

Cari amici, questa è una cartolina per stomaci forti. Non a causa di ciò che vi scriverò io, ma per quel che vi inviterò a vedere: l'illustrazione della cartolina, diciamo così, che in realtà è un video, anche lunghino, perché dura una ventina di minuti. E però val proprio la pena di guardarlo tutto, perché ci troverete la summa del pensiero islamico sugli ebrei. Lo trovate qui:
http://vimeo.com/16779150. Vedrete un bel gruppetto di clerici musulmani, con barbone, palandrane e tutti gli accessori del caso, spiegare che "gli ebrei soffrono di disordini mentali, perché sono ladri e aggressori, un ladro o un aggressore che prende una proprietà o una terra sviluppa disordini psicologici e spasimi di coscienza, perché ha preso qualcosa che non è suo. Loro (gli Ebrei) vogliono presentarsi al mondo come se avessero dei diritti, ma di fatto sono batteri estranei, microbi senza uguali nel mondo. Non sono io che dico questo, è il Corano stesso che dice che non hanno uguali nel mondo" (così Abdallah Jarbù, ministro di Hamas per gli affari religiosi alla tv Al-Aqsa (Gaza) il 28/02/10). Ovvero che "i più grandi nemici dei mussulmani – dopo Satana – sono gli Ebrei. Chi ha detto questo? Allah lo ha fatto" (Dr. Hassan Hanizzadeh, commentatore iraniano, Jaam-E Jam2 tv (Iran) il 20/12/05)
Li sentirete dichiarare che anche "Se gli Ebrei ci restituissero la Palestina cominceremmo ad amarli? Certamente no. Non li ameremo mai. Assolutamente no. Le vostre convinzioni sugli Ebrei devono essere che essi sono infedeli e essi sono nemici. Sono nemici non perché hanno occupato la Palestina. Sarebbero nostri nemici anche se non avessero occupato niente", o più succintamente che "noi tratteremmo gli Ebrei come nostri nemici anche se ci restituissero la Palestina perché essi sono infedeli" Wael Al- Zarrad, clerico palestinese alla tv Al-Aqsa il 28/02/08.
Potrete gustarvi il modo in cui insegnano ai bambini cose pacifiche e gentili come queste: "Il nostro sangue chiede vendetta contro di loro e si placherà solo con la loro distruzione, Allah lo vuole, perché essi hanno cercato di uccidere il nostro Profeta diverse volte" (Masoud Anwar, clerico egiziano alla tv Al-Rahma (Egitto) il 09/01/09) (tutte queste citazioni vengono da
qui, riprese poi da Emanuel Baroz)
Li vedrete rilanciare la calunnia del sangue, anzi potrete gustarvi un brano di un filmato in cui si vede proprio un gruppo di ebrei che taglia la gola a un bambino gentile per fare azzime col suo sangue. Li sentirete discutere sul fatto se i morti della Shoà siano 3 milioni come pretendono gli ebrei (e inutilmente qualcuno dice che no, gli ebrei dicono siano stati 6 milioni, la conduttrice tv dice che le sue ricerche mostrano che per gli ebrei i morti sono 3 milioni...), oppure più probabilmente 150 mila o piuttosto certamente appena 30 mila, il resto è propaganda. Soprattutto vedrete la scena indimenticabile di un fanatico imam o ulema o quel che è sbavare letteralmente per la gioia ed esaltarsi, producendo una sorta di telecronaca mentre scorrono le scene dei cadaveri di Auschwitz, dei deportati che stanno morendo di fame, delle uccisioni e delle umiliazioni, facendo un gran tifo per i tedeschi e promettendo che presto anche il bravo popolo arabo potrà fare come hanno fatto loro: una scena davvero indimenticabile.
Dovete assolutamente vedere queste sequenze, tutte tratte da pubbliche televisioni del mondo islamico, e vi prego: fatele girare. Solo così vi potrete perfettamente convincere – voi e i vostri amici - di quanto l'Islam sia una religione di pace, quanto lo stato di guerra in Medio Oriente sia colpa solo dell'entità sionista, come tutti dobbiamo assolutamente fidarci delle buone intenzioni dei bravi fedeli islamici. Solo così potrete capire quanto infondati siano i pregiudizi e le paranoie di chi pensa che l'Islam sia pericoloso non solo per Israele e gli ebrei, ma per l'Europa e il mondo. Guardate qui:
http://vimeo.com/16779150. E buona visione, con l'augurio di non vomitare.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Una sola parola, da parte mia, di commento: meditate.

barbara

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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