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Diario


23 ottobre 2010

LA PROVA DEL NOVE

Prima è arrivata la camorra, per via delle coraggiose denunce contenute in quell’autentico capolavoro letterario che è Gomorra. Poi sono arrivate le sinistre, per via delle prese di posizione a favore di Israele, ma non è da escludere che crimine ancora più orrendo sia quello di essere ebreo – non dimentichiamo che le persecuzioni antiebraiche di Stalin non hanno avuto molto da invidiare a quelle di Hitler, non dimentichiamo le vere e proprie decimazioni da lui operate, non dimentichiamo l’eccezionalmente alta percentuale di ebrei fra i deportati in Siberia, non dimentichiamo che del mezzo milione di ebrei polacchi rifugiatisi in Unione Sovietica all’inizio della guerra, solo la metà sono sopravvissuti all’accoglienza loro riservata, non dimentichiamo quella sorta di soluzione finale che aveva programmato e che solo la morte gli ha impedito di portare a termine: la sinistra è, da sempre, naturaliter antisemita. E infine è arrivata la destra, per via che boh, in effetti non è che mi sia molto chiaro, forse perché è andato da Santoro, forse perché la destra, almeno certa destra, è istituzionalmente portata a detestare le persone per bene, insomma qualche scusa, se ancora non l’hanno, prima o poi se la inventeranno. E a questo punto abbiamo, come dicevo nel titolo, la prova del nove: Roberto Saviano merita tutta la stima, tutto il sostegno, tutta la simpatia di chi non si lascia condizionare da schieramenti e ideologie.

P.S.: ma non sarà che oltre all’orrendissima tara di essere uno sporco ebreo, avrà anche quella di essere uno sporco terrone?



barbara


27 novembre 2009

27 NOVEMBRE 1951: IL COMPLOTTO DEI MEDICI EBREI

Il «complotto dei medici»: l'ultima vendetta di Stalin

Avvicinandosi alla fine della sua vita, l'antisemitismo di Stalin aveva assunto una forma ancora più virulenta e il dittatore viveva ormai ossessionato dall'idea di una cospirazione da parte degli ebrei. Sebbene fin dal 1949 si fossero verificati arresti di alcune im­portanti personalità ebraiche, il primo segno che la cosa poteva svi­lupparsi in un'epurazione a largo raggio si ebbe il 27 novembre del 1951 con l'arresto di Rudolf Slànsky, segretario generale del partito comunista cecoslovacco, e del suo vice Bedrich Geminder, entrambi ebrei e legati a Beria e all'MGB. Infatti, con l'approvazione di que­st'ultimo, avevano creato in Cecoslovacchia un centro per l'invio di aiuti e armi a Israele durante il conflitto con gli arabi scoppiato alla fine della guerra. Essendo ormai del tutto mutato l'atteggiamento, un tempo favorevole, di Stalin nei confronti di Israele, Slànsky e Ge­minder vennero accusati, tra l'altro, di «cosmopolitismo», «sioni­smo» e di perseguire una politica antiaraba.
Il procedimento di incriminazione era stato allestito da Abakumov che, nel 1949, aveva inviato due suoi funzionati dell'MGB, V.I. Kornarov e M.T. Lihacev, a Praga per sovrintendere a un'indagine relativa a un'accusa di cospirazione internazionale nell'ambito dei circoli governativi cecoslovacchi. Presto i funzionari vennero richia­mati e, dopo la destituzione di Abakumov, arrestati. Furono rim­piazzati da un altro dei consiglieri dell'MGB, VA. Bojarskij, ma nel­l'autunno del 1951 (subito dopo il cambio al vertice dell'MGB) anche a lui vennero mosse critiche per aver ostacolato un'indagine su Slànsky e fu richiamato in patria. Suo sostituto venne nominato Aleksej Bescastnov, un funzionario dell'MGB che durante la guerra aveva lavorato con il protetto di Kruscev, Leonid Breznev. Bescast­nov, che avrebbe fatto con Kruscev prima e Breznev poi una splen­dida carriera nell'organizzazione della polizia per la sicurezza dello stato, si occupò del procedimento contro Slànsky con grande ener­gia. Fu necessario più di un anno per la preparazione del processo, che ebbe luogo tra il 20 e il 27 novembre del 1952; vi comparvero quattordici imputati, undici dei quali ebrei. Slànsky, Geminder e nove altri, presentati come «praticanti del sionismo», furono con­dannati a morte con l'accusa di alto tradimento e spionaggio. Più tardi, alla caduta di Beria, si disse che Slànsky fosse stato un suo uo­mo e fu accusato di aver introdotto in Cecoslovacchia i metodi del suo mentore.
Il processo di Praga può essere considerato come un'anticipazio­ne del successivo dibattimento relativo al «complotto dei medici» che si sarebbe svolto a Mosca. Infatti, l'accusa formulata durante il processo praghese, di assassinio politico per opera di alcuni dottori, e quella di sionismo sarebbero divenute il tema centrale anche di quel procedimento. Esistono persino prove che in questo secondo processo venissero usate alcune deposizioni e vari testimoni del «caso Slànsky». Nel frattempo, in Unione Sovietica si era intensificata la campagna contro il sionismo e il «cosmopolitismo». Durante il maggio-giugno del 1952 il tribunale militare della corte suprema dell'URSS prese in esame il procedimento contro quindici persone collegate al comitato ebraico antifascista. Il 3 aprile Ignat'ev aveva inviato a Stalin le prove scoperte dal procuratore con una lettera di accompagnamento in cui si suggeriva che venissero condannati a morte tutti gli imputati eccetto uno, L. Stern. Il principale elemento di colpevolezza consisteva in una proposta fatta dalla leadership del comitato a Stalin, nel febbraio del 1944, perché venisse istituita in Crimea una Repubblica ebrea. Il tribunale militare condannò a mor­te, nel luglio del 1952, tredici imputati. Alla fine di novembre la stampa ucraina dava l'annuncio che a Kiev molti ebrei erano stati a loro volta condannati a morte da un tribunale militare per «ostruzio­nismo controrivoluzionario». A questo seguì, ai primi di gennaio del 1953, un minaccioso articolo apparso sull'autorevole organo del partito «Kommunist», scritto dal secondo segretario del comitato di partito di Leningrado, Frol Kozlov. Kozlov ricordava i capi di par­tito dell'Europa orientale, tra cui Slànsky, che erano stati smaschera­ti come cospiratori. Sollecitava che si attivasse la massima vigilanza contro simili nemici dell'Unione Sovietica, e allo stesso tempo face­va un mirato riferimento a un ebreo comunista che era stato denun­ciato anni prima come «provocatore».
Il 13 gennaio del 1953 sulla stampa sovietica apparve l'annuncio ufficiale dell'esistenza di un «complotto dei medici», che più tardi si scoprì essere stato architettato in realtà da Ignat'ev e dal suo vice, Rjumin. Vi si sosteneva che un gruppo terroristico composto da medici, «che avevano il fine di troncare la vita di personaggi pubbli­ci attivi sulla scena dell'Unione Sovietica sabotando le terapie a cui erano sottoposti», era stato scoperto «qualche tempo prima». Secon­do questo proclama, tra le vittime del complotto andavano enume­rati i capi partito Zdanov e Scerbakov, ai quali si diceva fossero state prescritte droghe controindicate per i gravi malanni da cui erano af­flitti. Si riteneva che i medici avessero anche cercato di minare la sa­lute di molti tra i più importanti ufficiali dell'esercito, ma che l'arre­sto aveva mandato a monte i loro piani. Sebbene non si specificasse che sei dei nove dottori accusati erano ebrei, la presenza di questi ul­timi veniva messa in particolare risalto sottolineando che avevano collegamenti di carattere cospiratorio con il comitato antifascista ebraico, bollato come organizzazione nazionalista borghese ebraica impiantata dai servizi di spionaggio americani. Questo annuncio, che fu seguito da ulteriori arresti di medici ebrei, scatenò un parossi­smo di antisemitismo in tutta l'Unione Sovietica. A quanto pare, lar­ghi strati della popolazione sovietica erano disposti a credere alla favola dei medici assassini e di una cospirazione capeggiata dagli ebrei. (Amy Knight, Beria, Mondadori, pp. 202-205)

Il 24 marzo [1953, Beria] sottopose al presidium un documento nel quale avan­zava una richiesta di amnistia per un ampio numero di prigionieri: secondo questo documento, dei circa 2.526.402 internati nei campi di lavoro solo 221.435 erano effettivamente «criminali di stato di parti­colare pericolosità», confinati nei campi speciali dell'MVD; la mag­gior parte degli altri non rappresentava un serio pericolo né per lo stato né per la società. Il 27 marzo il presidium approvò con un decreto la liberazione di quanti erano stati condannati a pene inferiori ai cinque anni, delle madri con figli al di sotto dei dieci anni, delle donne incinte e dei giovani con meno dì diciotto anni: in totale circa un milione di prigionieri. Anche prima dell'amnistia, nei campi si era verificato un certo rilassamento delle misure restrittive; secondo un giovane austriaco internato in Siberia, subito dopo la morte di Stalin i regolamenti di prigionia vennero notevolmente allentati an­che per i detenuti politici. All'improvviso venne concesso ai prigio­nieri di avere il necessario per scrivere, ricevere pacchi da casa e vi­site dei parenti.
Ma la novità più sensazionale, resa pubblica dalla «Pravda» il 4 aprile, fu il formale ripudio dell'esistenza di un «complotto dei me­dici» e la riabilitazione degli imputati arrestati. È significativo che l'annuncio apparisse sotto forma di un comunicato dell'MVD, ren­dendo così palese che era opera di Beria. Vi si legge:

È stato stabilito che le testimonianze degli arrestati, che in apparenza con­fermavano le accuse contro di loro, siano state ottenute da funzionari del di­partimento di investigazione dell'allora ministero per la Sicurezza dello stato con metodi di indagine del tutto illegali, assolutamente vietati dalla legge sovietica [...]. Le persone accusate di aver tenuto un comportamento scorretto nello svolgimento delle indagini sono state arrestate e incriminate. (ivi, pp. 222-223)

Come già detto in altra occasione su questi schermi, quella particolare psicopatia che va sotto il nome di antisemitismo provoca terrificanti deliri. E come l’affetto da delirium tremens vede arrampicarsi sul suo corpo orride e schifosissime bestiacce che in realtà esistono solo nella sua mente malata, così accade all’antisemita.
E poi, naturalmente, tanto per non perdere le buone abitudini, altro giro altro antisemitismo, qui.


barbara


12 ottobre 2009

ANTISEMITISMO STALINIANO

Primi segnali di antisemitismo

Queste interferenze nelle sfere di influenza di Beria potevano di per sé sembrare poco rilevanti e tutto sommato controllabili, ma nel­l'autunno del 1946 andò delineandosi un'altra situazione che per Beria avrebbe avuto conseguenze più profonde e durature: si tratta­va dell'elusiva ma inequivocabile campagna contro gli ebrei. Duran­te la guerra, la dirigenza sovietica aveva tollerato moderate espres­sioni di sentimenti nazionalisti allo scopo di mantenere unito il popolo sovietico nella lotta contro i tedeschi. Una volta sconfitta la Germania, tuttavia, l'implacabile battaglia contro tutte le forme di «deviazione nazionalista» riprese con forza, e Zdanov ne fu il prin­cipale sostenitore. Sebbene la campagna non fosse esplicitamente di­retta contro gli ebrei, le implicazioni antisemite erano evidenti. Ver­so la metà del 1946, sulla stampa sovietica cominciarono ad apparire diversi articoli che attaccavano scrittori, poeti e drammaturghi ebrei, che venivano accusati di essere apolitici e di esaltare la storia e lo stile di vita ebraici. Una simultanea campagna contro il «cosmopoliti­smo», ovvero l'influenza dell'Occidente in vari campi della lettera­tura e della ricerca, veniva anch'essa implicitamente diretta contro gli ebrei in quanto numericamente assai ben rappresentati tra gli in­tellettuali e gli studiosi; molti di loro furono personalmente fatti og­getto di critica.
Venne inoltre attivato un processo di epurazione del comitato an­tifascista ebraico dell'Unione Sovietica (AEKSS), struttura ufficial­mente organizzata durante la guerra con lo scopo di raccogliere il sostegno della comunità ebraica allo sforzo bellico. Il 12 ottobre del 1946, non molto tempo dopo la nomina di Abakumov a capo dell'mgb, questa organizzazione presentò alla dirigenza del partito e al consiglio dei ministri una nota «Sulle manifestazioni nazionalistiche di alcuni lavoratori del comitato antifascista ebraico». Poche setti­mane più tardi da parte della segreteria del comitato centrale venne presentata a Stalin una proposta nella quale si raccomandava lo scioglimento dell'AEKSS. Sotto la direzione di Abakumov, l'MGB co­minciò a raccogliere prove incriminanti contro i membri del AEKSS, che vennero accuratamente trasmesse alla segreteria. Il segretario del cc, Zdanov, ebbe un ruolo chiave, almeno inizialmente, in questa campagna: poiché Malenkov, che si trovava in Asia centrale, era in discredito, la maggior parte delle informazioni raccolte tra il 1946 e l'inizio del 1948 sull' AEKSS furono indirizzate a Zdanov.
Le tendenze antisemite dell'apparato dirigente del Cremlino di­vennero minacciosamente chiare nel gennaio del 1948 con l'assassi­nio di Solomon Mihoels, direttore del teatro yiddish di Mosca e pre­sidente del comitato. Più di qualsiasi altro Mihoels simboleggiava, in Unione Sovietica, la causa ebraica. Si era recato a Minsk, in Bielo­russia, insieme al critico teatrale ebreo V.I. Golubov-Potapov; secon­do il rapporto ufficiale i due erano stati fatti uscire dall'albergo per partecipare a una riunione urgente ed erano stati uccisi in strada da un camion, che si era poi eclissato. Dopo la morte di Stalin, tutta­via, Beria riuscì a scoprire la verità e la riferì in una lettera a Malenkov. Durante l'interrogatorio di Abakumov, che nel 1951 era stato arrestato, Beria aveva appreso che era stato proprio Stalin a or­dinare di uccidere Mihoels: l'incarico era stato condotto a termine dal viceministro per la sicurezza dello stato, S.I. Ogol'cev, e dal capo dell'MGB locale, Canava. Mihoels e il suo compagno erano stati cari­cati su un'automobile e condotti alla dacia di Canava fuori Minsk dove erano stati assassinati; i loro corpi erano stati poi gettati sul bordo di una strada. Quando Beria venne a sapere della complicità di Canava, ordinò che quest'ultimo venisse tratto in arresto insieme a Ogol'cev.
Molti ritennero Beria responsabile dell'omicidio in quanto capo dell'apparato di polizia, ma la sua lettera dimostra che il complotto era stato portato avanti a sua insaputa. Di fatto aveva ben poco da guadagnare da quell'azione; nel 1942 aveva appoggiato l'idea di isti­tuire il comitato antifascista ebraico con lo scopo di controllare i con­tributi per lo sforzo bellico che provenivano dagli ebrei sovietici an­cora in patria e da quelli all'estero e, anche in seguito, aveva mantenuto contatti diretti con l'AEKSS. In realtà sembra che fosse addirittura favorevole alla loro causa; nel maggio del 1944 Mihoels aveva scritto a Molotov una lettera lamentando discriminazioni con­tro gli ebrei nell'Ucraina liberata. Ricevutane una copia, Beria inviò al capo del partito ucraino Kruscev istruzioni perché «prendesse le misure necessarie per migliorare le condizioni di vita e di lavoro de­gli ebrei nelle zone liberate di recente».
Le descrizioni dell'aspetto fisico di Beria concordano spesso sul fatto che egli presentasse caratteristiche somatiche ebraiche e corse anche voce che egli fosse effettivamente ebreo. Benché tali dicerie sembrino prive di fondamento, il fatto stesso che circolassero può indicare che nella mentalità popolare Beria fosse in qualche modo associato agli ebrei. Vi è anche motivo di credere che aiutasse gli ebrei georgiani. Il giornalista americano Harrison Salisbury, che aveva visitato la Georgia dopo la guerra, aveva scoperto che Beria, come capo del partito locale, aveva suggerito un programma di ria­bilitazione per gli ebrei georgiani; il programma comprendeva la creazione a Tiflis di una società di assistenza e di un museo etnologico ebraici. Possiamo aggiungere inoltre che il marito di sua sorella era ebreo e che Beria aveva avuto nelle sue file vari rappre­sentanti di quel popolo: Mil'stejn, Rajhman, Mamulov, Sumbatov-Topuridze e N.I. Ejtingon, per citarne soltanto alcuni. Alla fine degli anni Quaranta, come conseguenza della campagna antisemita, mol­ti ebrei persero il proprio lavoro, mentre questi uomini riuscirono a cavarsela.
Questo non significa che Beria si sia sempre dato molto da fare in difesa degli ebrei: dopotutto, in ottemperanza agli ordini di Stalin aveva fatto deportare diecimila ebrei polacchi e ucraini in Siberia tra il 1940 e il 1941. Non evitava neppure commenti di carattere antisemita nei confronti dei colleghi ebrei. Secondo Molotov, Beria defini­va Kaganovic a sua insaputa: «Quell'israelita di Lazar'». Tuttavia, forse per motivi di calcolato opportunismo, aveva mantenuto una politica nei confronti degli ebrei che, rispetto a quella di Zdanov, poteva essere considerata moderata. (Da “Beria”, di Amy Knight, pp. 174-177)

Affinché serva da promemoria a tutti coloro che continuano a propagare la leggenda che solo il fascismo sarebbe antisemita. Affinché serva da promemoria a tutti coloro che continuano a propagare la leggenda di una sinistra naturaliter antirazzista, antidiscriminatoria, anti-antisemita. Affinché serva da promemoria a tutti coloro che favoleggiano di una sinistra immacolata, monda di ogni peccato. Oggi è il 12 ottobre, il giorno giusto per ricordare l’inizio di una campagna che avrebbe travolto l’intero ebraismo sovietico e si sarebbe attenuata (attenuata, non spenta) solo con la morte di Stalin.


Lapide commemorativa di Solomon Mihoels nella casa in cui era nato il 16 marzo 1890, a Daugavpils

Sempre in tema di antisemitismo, più o meno esplicito o più o meno mascherato, c’è da leggere come sempre lui e poi

MEMENTO: +42.

barbara


18 agosto 2008

E LA LEGGENDA CONTINUA

Il nome non me lo ricordo, e spero mi perdonerete, ma tutto il resto sì. Era un poeta, di discreta notorietà. Un giorno, non so se per fede sincera o se per crearsi benemerenze, scrisse un’entusiastica poesia in onore di Stalin cantando, ad un certo punto, “il tuo possente petto di osseta”. Ventiquattr’ore dopo era già sul treno diretto in Siberia. Perché quello delle origini di Stalin è – e rimane – uno dei segreti meglio custoditi di tutta la sua vita, più ancora della trapunta rosa che si era portato in Siberia perché il bimbo era delicato e freddoloso – e chissà se anche alle centinaia di migliaia – o milioni? – di persone fatte poi deportare da lui saranno stati concessi analoghi privilegi, ma questa è un’altra storia. Delle sue origini ossete si era sempre vergognato, il compagno Josif Vissarionovic, perché gli osseti sono considerati dai georgiani come dei montanari rozzi, ignoranti, buzzurri, più o meno quello che i romani definiscono come burini, e le ha accuratamente nascoste, a cominciare dal cognome, trasformando quello originario nel più georgianamente corretto Džugašvili. E impedendo poi, materialmente, a chiunque di parlare.
Nell’ultimo numero dell’Espresso, nell’articolo dedicato alla guerra – ancora per poco, si spera – in corso si parla di Gori, in Georgia, come della città natale di Stalin: la leggenda continua, dunque, oltre la morte di chi l’ha creata. Ma non è meschino vergognarsi delle proprie origini?
(Sulla situazione attuale invece no, non troverete qui commenti, perché ne so troppo poco per essere in grado di distinguere tra fatti reali e propaganda)



barbara


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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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