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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 dicembre 2011

SEFARAD

È un libro che racconta di viaggi, Sefarad. E di persone incontrate durante i viaggi. E di racconti ascoltati durante i viaggi dalle persone incontrate durante i viaggi. E di libri letti durante i viaggi e dei racconti che vi si sono letti e dei ricordi di altri viaggi che tali racconti hanno evocato, e questi racconti di racconti sono talmente forti che te li senti scivolare sotto la pelle, penetrare nella carne, scorrere nelle vene, pizzicare i nervi uno per uno. E poi ancora altri viaggi, quei treni che attraversavano la notte dell’Europa, e anche quelle auto, corvi le chiamavano, che attraversavano le notti di Mosca. E nomi noti: Kafka, Milena... E nomi sconosciuti, perché sono milioni, quei nomi, e chi mai li potrebbe conoscere tutti. E poi ancora volti e occhi e tragedie e lettere e storie e incontri e una malattia che non si può pronunciare e una conchiglia bianca e la vita e la morte e l’orrore e le attese, di un bussare alla porta o di stivali chiodati o di una diagnosi o di un’alba che non arriva mai; e un libro pubblicato a Londra, rivenduto a Oslo, comprato in Virginia e letto a Madrid per conoscere la storia di un tedesco condannato a morte in Russia e assassinato in Francia. E la vertigine che ti coglie a tratti, e la tua mano si allunga ad afferrare la sponda del letto, o la gamba della sedia, o, se altro non c’è, la stoffa del vestito, e serrarla forte per non precipitare.
E man mano che leggevo mi segnavo pagine, questa la metto, e anche questa... e questa... Alla fine mi sono accorta che per mettere qui tutte le pagine degne di nota, tutte quelle che tolgono il respiro, tutte quelle che rileggi quattro volte di fila per assaporarne ogni sillaba, avrei dovuto tirare giù almeno tre quarti di libro. E allora le ho tolte tutte e ne ho lasciata una sola. Questa.

La città più bella del mondo, mi creda, il fiume più maestoso, né il Tamigi né il Tevere né la Senna gli si possono paragonare, il Duna, non ho mai imparato a chiamarlo Danubio. Un esempio di civiltà, così credevamo, finché non si scatenarono quelle belve, no, non solo i tedeschi, mi riferisco agli ungheresi, che non avevano bisogno di essere aizzati per agire con una ferocia inaudita, le Croci Frecciate, i segugi di Eichmann e Himmler, persone che abitavano vicino a noi, gente che parlava la nostra lingua, quella che io ho quasi dimenticato, soprattutto perché mio padre non voleva che la usassimo nemmeno fra noi, gli unici sopravvissuti della nostra famiglia, soli qui a Tangeri, con il nostro passaporto spagnolo, la nuova identità che ci aveva permesso di uscire dall'Europa dove mio padre non volle più tornare, l'Europa che amava e di cui andava fiero, Brahms, Schubert, Rilke e tutto quel ciarpame da snob che poi ripudiò per diventare ciò che comunque non era, un ebreo custode della Legge, scostante con i gentili, proprio lui, che non ci portava mai alla sinagoga e non osservava le festività, lui che parlava francese, inglese, italiano e tedesco ma di ebraico conosceva appena qualche parola e un paio di ninnenanne in ebraico spagnolo - e in effetti gli piaceva sottolineare questa nostra origine quando vivevamo a Budapest. Sefarad era il nome della nostra patria, benché ne fossimo stati scacciati da più di quattro secoli. Mi raccontava che la famiglia aveva custodito per generazioni la chiave della dimora dei nostri avi di Toledo, e mi parlava dei loro spostamenti come se si trattasse di una sola vita durata quasi cinquecento anni. Eravamo emigrati nel nord dell'Africa, poi alcuni di noi si erano stabiliti a Salonicco, altri a Istanbul, dove avevamo portato le prime tipografie, e nell'Ottocento eravamo arrivati in Bulgaria, finché, all’inizio del Novecento, mio nonno paterno, che si dedicava al commercio del grano nei porti sul Danubio, si stabilì a Budapest e sposò una ragazza di buona famiglia, perché all'epoca i sefarditi si consideravano superiori agli ebrei orientali, askenaziti poveri dei villaggi polacchi e ucraini, le vittime dei pogrom russi. Noi eravamo spagnoli, diceva mio padre nel suo plurale orgoglioso. Lei sapeva che un decreto del 1924 ha restituito la nazionalità spagnola ai sefarditi?

(Sì, io lo sapevo. È stato giocando su quel decreto che Sanz Briz prima e Perlasca poi hanno emesso migliaia di documenti che hanno salvato la vita ad altrettanti ebrei ungheresi).

Antonio Muñoz Molina, Sefarad, Mondadori

 

barbara


28 novembre 2009

E DOPO VERONICA, ECCO A VOI LEA





E dopo Lea, naturalmente, lui, visto che oltretutto anche lui si occupa oggi di buoni sentimenti.

barbara


31 gennaio 2009

E SFATIAMO ANCHE UN ALTRO MITO

Il mito della tollerante Andalus

Anche questo articolo, come il precedente, è dichiaratamente di parte. Il che non significa che i fatti che denuncia non siano autentici. E oltre che autentici sono anche stati ripetutamente resi noti, ma siccome il mondo è popolato da miriadi di terzetti di scimmiette, noi continuiamo a riproporre questi fatti, chissà mai che ogni tanto a qualcuna delle scimmiette non capiti di distrarsi un attimo e abbassare per un momento le mani …

Radici Cristiane, n. 39, novembre 2008
di Guglielmo Piombini

Sfatiamo un altro dei più divulgati miti storiografici e religiosi in voga oggi: quello della tolleranza dei musulmani in Andalusia nei confronti dei cristiani e degli ebrei

Nel suo fondamentale studio Eurabia (clicca), Bat Ye’or ha rivelato al pubblico l’esistenza di un progetto di graduale trasformazione del vecchio continente in un’appendice del mondo arabo-musulmano, perseguito attraverso le strutture del cosiddetto Dialogo Euro-Arabo, un ombrello di organizzazioni controllato dalle élite politiche dell’Unione Europea e del mondo arabo.

Eurabia

L’Eurabia è essenzialmente un progetto politico che mira alla simbiosi tra Europa e mondo musulmano per ricreare, come ai tempi dell’impero romano, un nuova entità politica che abbracci tutto il Mediterraneo. Gli strumenti che le élite politiche stanno mettendo in atto per realizzare questo obiettivo sono: la promozione dell’immigrazione di massa di musulmani in Europa, la presentazione benevola della storia e della religione musulmana nelle università e nei mezzi d’informazione, la lotta al Cristianesimo e alle identità nazionali, la promozione del multiculturalismo, l’introduzione di reati d’opinione come l’islamofobia per colpire giudiziariamente le critiche all’islamismo.

Il mito andaluso

Un progetto del genere, che sarà verosimilmente osteggiato dalla popolazione europea autoctona, necessita di miti ideologici per essere portato avanti. Il più diffuso è senza dubbio il “mito andaluso”, secondo cui la Spagna medievale prima della Reconquista cristiana rappresentava un bellissimo esempio di tolleranza e pacifica convivenza tra musulmani, cristiani ed ebrei.
Quel modello dimostrerebbe che un islam illuminato esiste ed è esistito, e che una società multiculturale a prevalenza islamica, cioè il futuro che le élite eurabiche stanno preparando per il vecchio continente, non deve far paura a nessuno.
Peccato che le ricerche storiche più approfondite abbiano dimostrato che quello della tolleranza andalusa, a dispetto della sua continua diffusione nei media politicamente corretti, non sia altro che un vero e proprio capovolgimento della realtà.
La conquista e l’occupazione islamica della Spagna furono caratterizzate infatti da un continuo uso della violenza. La Spagna venne invasa nel 710-716 d.C. da tribù arabe originarie della penisola arabica, che compirono immense razzie, schiavizzazioni, deportazioni e uccisioni delle popolazioni conquistate. La maggior parte delle chiese vennero convertite in moschee. Dopo la conquista seguì la colonizzazione della penisola iberica attraverso una massiccia immigrazione berbera e araba.
Nelle regioni iberiche che si vennero a trovare sotto uno stabile controllo islamico i cristiani e gli ebrei vennero relegati, come in tutto il resto del mondo islamico, nella condizione di dhimmi, vera e propria forma di apartheid su base religiosa che si manifesta attraverso il pagamento di una tassa, la jizya, e molte altre forme umilianti di sottomissione dei popoli “infedeli” ai padroni musulmani.
La società andalusa venne infatti divisa per caste, con al vertice i conquistatori arabi, seguiti dai colonizzatori berberi, dagli iberici convertiti all’islam (chiamati Muwalladun) e infine dai dhimmi cristiani (detti mozarabi) ed ebrei. In quanto cittadini di infima classe, i dhimmi non potevano costruire nuove chiese o sinagoghe né restaurare quelle vecchie; erano segregati in speciali quartieri, dovevano portare abiti che li rendessero riconoscibili ed erano soggetti ad una pesante tassazione speciale; nelle campagne i contadini cristiani diventarono una classe servile al servizio dei padroni islamici; feroci rappresaglie mediante mutilazioni e crocifissioni punivano implacabilmente i mozarabi che chiedevano aiuto ai re cristiani.

Esempi di convivenza islamica...

L’umiliante status imposto ai cristiani e la confisca delle loro terre provocarono continue rivolte, punite con massacri, a Toledo (761, 784-86), Saragozza (dal 781 al 881), Cordoba (805), Merida (805-813, 828) e di nuovo a Toledo (811-819).
Talvolta gli insorgenti vennero crocifissi, come prescrive il Corano alla sura 5, 33 («La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba dai lati opposti o che siano esiliati sulla terra»). La rivolta di Cordoba dell’818 venne repressa con tre giorni di massacri e saccheggi, al termine dei quali trecento notabili cristiani vennero crocifissi e ventimila famiglie espulse.
Al-Andalus rappresentava la terra del jihad per eccellenza. Ogni anno, talvolta anche due volte all’anno, dalle regioni meridionali della penisola iberica partivano i raid dei musulmani per la conquista di bottino e schiavi nei regni cristiani del nord della Spagna, nelle regioni basche, nella Francia e nella valle del Rodano. I corsari andalusi attaccavano e invadevano le coste dell’Italia, della Sicilia e delle isole egee, saccheggiando e bruciando tutto quello che incontravano. Migliaia di persone vennero deportate come schiavi in Andalusia, dove il califfo manteneva una milizia composta da decine di migliaia di schiavi cristiani catturati in ogni parte d’Europa, e un harem di donne cristiane catturate.
Uno dei più importanti giuristi arabo-andalusi dell’epoca, Ibn Hazm di Cordoba (morto nel 1064) scriveva che Allah aveva stabilito la proprietà degli infedeli al solo scopo di fornire bottino ai musulmani. Anche la dinastia berbera degli almohadi, che regnò in Spagna e Nord Africa dal 1130 al 1232, arrecò enormi distruzioni alla popolazione cristiana ed ebrea.
Questa devastazione, realizzata mediante massacri, prigionie e conversioni forzate, è stata raccontata da alcuni scrittori ebrei, come il cronista Abraham Ibn Daud e il poeta Abraham Ibn Ezra. Quando non erano convinti della sincerità delle conversioni degli ebrei all’islam, gli inquisitori musulmani (che precedettero di tre secoli quelli cristiani!) sequestravano i bambini di quelle famiglie per affidarli ad educatori musulmani. Nel suo libro Moorisch Spain lo storico Richard Fletcher conclude quindi che «la Spagna dei Mori non fu una società tollerante e illuminata nemmeno nella sua epoca più raffinata».

Un piano di scristianizzazione

Questa terribile eredità della dominazione musulmana nella penisola iberica è rimasta impressa fino ad oggi nella memoria degli spagnoli. Ogni anno, in una tradizione che risale al sedicesimo secolo, i villaggi spagnoli festeggiano la liberazione dai Mori durante i festival “Moros y Cristianos”, nei quali viene distrutta e bruciata l’effigie di Maometto (chiamata “la Mahoma”).
Solo dopo l’attentato dell’11 marzo 2004 alla stazione di Madrid, che ha fatto 192 vittime, alcuni villaggi, come quello di Boicarent vicino a Valencia, hanno deciso di interrompere la plurisecolare tradizione per paura di ritorsioni.
Da parte sua il governo socialista di Zapatero, salito al potere solo grazie all’effetto dell’attentato, ha approvato un piano che limita l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e che prevede finanziamenti per l’insegnamento della religione islamica e per la costruzione di moschee a favore del milione di musulmani che già vivono nel paese iberico. Il cardinale Antonio Maria Rouco Varela ha denunciato la politica filo-islamica dei socialisti come un tentativo di cancellare secoli di storia spagnola per riportare il paese alla situazione precedente alla Reconquista.
È prevedibile che questo progetto di sradicamento forzato dell’identità cristiana della Spagna, se mai andrà in porto, non riporterà in auge una nuova Andalusia “tollerante e multiculturale”, che non è mai esistita se non nelle menzogne di chi falsifica la storia per professione, ma riporterà in vita i secoli più tragici della storia spagnola.

Un altro mito di questi ultimo tempi è quello del laicismo di Zapatero, ed è una balla colossale: Zapatero ha semplicemente scelto una politica anticristiana per leccare il culo ai musulmani (vedi keffiya orgogliosamente ostentata, vedi partecipazione alla cena di fine ramadan …), che è cosa molto ma molto ma molto lontana dal laicismo. Ma le solite tre scimmiette preferiscono fingere di non accorgersene. Magari qualcuno potrebbe ricordare al signor Zapatero che nutrire il coccodrillo può servire, forse, a farsi mangiare per ultimi. Non a farsi risparmiare.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.


20 ottobre 2008

L’OMBRA DEL VENTO

C’è una sola espressione per definire uno così: scrittore di razza. Uno che ti tiene incollato alla poltrona dalla sera alla mattina e poi dalla mattina alla sera fino a quando non arrivi all’ultima pagina di questa storia in cui la vita sconfina con la morte e la morte ritorna alla vita e la vita sopravvive alla morte, in cui una banale ricerca di notizie su uno scrittore poco noto finisce per diventare una lotta implacabile per la sopravvivenza, per sé e per molti altri, e quando, dopo avere rischiato la vita tua e altrui, riesci finalmente ad avere in mano tutte le carte e credi di avere capito tutto, ecco che una folata di vento te le scombina tutte e ti accorgi che non avevi capito niente. E tutto intorno, una Barcellona devastata dalla guerra civile capace di tirare fuori il meglio e il peggio di ognuno – ma soprattutto il peggio, come il gusto di torturare con la fiamma ossidrica, per esempio, e se vuoi trovare qualche residua briciola di umana pietà non ti resta che andarla a cercare tra puttane finocchi e accattoni. E qualche libraio. E tu procedi, di pagina in pagina, tra infamia e coraggio, verità e menzogna, amore e odio, ricchezza e miseria, e un inconfondibile odore di carta bruciata.
Da leggere rigorosamente in un fine settimana privo di impegni, con sufficienti scorte di viveri e bevande accanto e, se possibile, un capiente pitale vicino alla poltrona.
Ah, dimenticavo: “L’ombra del vento” non è la storia narrata qui, bensì il titolo del libro di cui si narra la storia – perché anche lui ha una storia, e neanche ve lo potete immaginare, che razza di storia sia.

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Mondadori



barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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