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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


9 febbraio 2011

È UN DIESEL

Ha imperversato un bel po’ verso la fine degli anni Ottanta. E faceva impazzire noi reduci di Somalia – che non era al tempo in cui da noi tornavano dall’Africa i battelli dell’impero italiano pieni di malinconia, no, e sicuramente non c’era e non c’è malinconia per via dell’impero malamente perduto dopo averlo malamente acquisito, ma nostalgia di Somalia sì, tanta, nostalgia di quella terra che nessuno di noi potrà rivedere mai più perché più non esiste, messa in ginocchio dall’incondizionato appoggio di Craxi a uno dei più sanguinari dittatori del XX secolo e poi distrutta dai signori della guerra e infine annientata dal trionfo dell’islam wahabita, pazientemente perseguito e meticolosamente fabbricato e metodicamente inoculato dall’Arabia Saudita coi suoi miliardi di dollari giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Nostalgia che non guarisce perché non vi è cura.



Ci faceva impazzire, dicevo, perché ci riportava alle nostre serate alla Casa D’Italia, regolarmente punteggiate dalla voce del segretario che improvvisamente irrompeva dagli altoparlanti: «Il prroprrietario - dell’autovetttura - Fiat centoventiquatttro - bicolore - targata - xyz - è corrrtesemente prregato di spostarla. È URRGENTE». A volte venivano citati anche altri dettagli. Capitava che il proprietario della suddetta autovettura fosse impegnato in una intensa partita a pallavolo e non sentisse l’appello, o addirittura che avesse parcheggiato la macchina lì e se ne fosse poi per cavoli suoi, per cui spesso e volentieri l’appello veniva ripetuto una seconda volta, una terza, una quarta... In tono sempre più esasperato, con le consonanti sempre più rafforzate, coi toni sempre più marcati, col volume di voce sempre più elevato, con l’intonazione sempre più esasperata. E quel «È urgente» assomigliava preciso sputato al «È un diesel» di Francesco Salvi.
L’altra mattina ho parcheggiato da cani. Me ne sono resa conto quando sono scesa che sull’auto di fianco sarebbe potuta salire a malapena un’acciuga, o al massimo Kate Moss, ma sicuramente non un essere umano, ma come al solito ero in ritardo e non potevo rimediare. Sono andata in classe e ho fatto lezione; l’ora dopo per fortuna non avevo supplenze da fare, e ne ho approfittato per sistemarla. Mentre sto per prendere la porta una collega mi dice: «Posso parlarti un attimo?» E io: «Dopo, che ho parcheggiato la macchina come una puttana, devo correre a spostarla». E lei: «È un diesel?» Sicura, nonostante i due decenni abbondanti passati, che avrei immediatamente colto il riferimento. E infatti l’ho colto, e abbiamo riso un bel po’ insieme, che fa sempre un gran bene alla salute.

barbara


1 febbraio 2011

IRAN IERI E OGGI

Frequentazioni
 

Donne in armi
  

Dare una mano
 

Educazione dell'infanzia
 

Regalità femminile
  


All'università


                                                                    

Posizione della donna




Al mare




Cosa succede se si ascolta musica e si balla?



(qui)

Dategli tempo, dicono le anime belle. Dategli il tempo di evolversi, dopotutto sono indietro di mezzo millennio, che questa poi qualcuno dovrà spiegarcela, prima o poi: cosa diavolo vuol dire sono indietro di mezzo millennio? Siccome Maometto è nato mezzo millennio dopo Gesù Cristo i suoi seguaci hanno il diritto di fare qualunque porcata? Se io oggi fondo una religione nuova posso ripartire dai sacrifici umani e voi portate pazienza per duemila anni perché dopotutto poverina sono indietro di due millenni? E, a parte questo, a qualcuno risulta che ci siano stati tempi in cui un cristiano esemplare ritenesse lecito trombarsi una bambina di quattro anni, e il padre della bambina fosse lieto di lasciargliela trombare? Ma torniamo al punto di partenza: evolversi. Basta lasciargli tempo e si evolveranno. Bene, l’Iran abbiamo visto come si è evoluto. E il resto del mondo islamico? Le mie studentesse in Somalia portavano abiti coloratissimi, tutte col viso scoperto, parecchie anche i capelli, molte anche il collo e qualcuna anche qualche centimetro in più. Braccia scoperte, almeno fino al gomito, erano la norma, le caviglie si vedevano quasi sempre, talvolta anche i polpacci. Oggi, nelle foto provenienti dalla Somalia, non vediamo altro che distese di niqab neri, e non di rado l’unica parte che ne rimane scoperta, gli occhi, è sbarrata da occhiali neri. Ci mostravano orgogliosi, a metà anni Ottanta la moschea nuova: la più grande di tutta l’Africa, ci tenevano a precisare. Fatta coi soldi dell’Arabia Saudita. E noi stupivamo: c’è gente che muore per un’infezione che si potrebbe curare con cento lire di antibiotico, ci sono sempre nuovi poliomielitici perché non ci sono vaccini, all’ospedale non si riceve da mangiare, i ragazzi escono dalle elementari e a volte anche dalle medie totalmente analfabeti perché gli insegnanti guadagnano talmente poco che per dar da mangiare ai figli devono andare a lavorare da qualche altra parte e a scuola neanche conoscono la loro faccia, e questi spendono milioni di dollari per il ghiribizzo di fare la moschea più grande di tutta l’Africa?! Stupivamo, noi, perché c’erano molte cose che non sapevamo. Adesso le sappiamo, ed è tutto chiaro, anche se tanti, anche se troppi continuano a fingere di non vederle, come i bambini che si mettono le mani davanti agli occhi e strillano felici: “Non mi vedi più!” Si mettono le mani davanti agli occhi e si illudono che lo tsunami che sta travolgendo il mondo intero gli girerà intorno senza sfiorarli. Di più: accusano chi tenta di lanciare l’allarme di inventarsi, per puro razzismo, pericoli inesistenti. Pazienza, lotteremo da soli, senza il loro aiuto.
Della Somalia ho raccontato, dell’Iran vi ho mostrato qualche immagine, la Turchia sappiamo. L’Egitto, state tranquilli, vedrete presto anche lui su questi schermi, se non succede un miracolo. Nel frattempo potete comunque ammirare lo splendido percorso evolutivo compiuto negli ultimi decenni. E adesso mettiamoci pure tranquilli e aspettiamo: dobbiamo solo dargli tempo, come dicono le anime belle.

barbara


5 agosto 2009

DONI

Quella che state per leggere non sarà una normale recensione. Perché questo non è – non per me, almeno – un normale libro, bensì un tuffo nel passato: nel mio passato. La mia Somalia. La mia Mogadiscio. Con le mie strade, i miei negozi, i miei ristoranti, i miei mercati, LA MIA GENTE. Riprodotti tali e quali, negli anni in cui io percorrevo quelle strade, acquistavo in quei negozi, cenavo in quei ristoranti, mi aggiravo in quei mercati, incontravo QUELLA GENTE. Quelle donne fiere e bellissime, oppresse e tuttavia mai del tutto sottomesse, mutilate e pur così straripanti di vita. E l’aeroporto da cui ho detto addio per sempre a tutto questo. E quella luce, quella luce incandescente che ti abbaglia, che ti abbacina, e non sai più se ciò che stai vedendo è sogno o realtà, o magia; se sia opera di un umano o di qualche jinn malandrino.
Non ho mai incontrato, per le vie di Mogadiscio, nei passaggi sterrati o sui marciapiedi sconnessi, nei negozi ombrosi o nei mercati arroventati, nelle aule dell’università o sotto i portici di Bar?adda Yaasiin una donna di nome Duniya, ma ho incontrato tante, tante sue sorelle, tutte con lo stesso coraggio, la stessa forza, la stessa determinazione, la stessa capacità di piantare i propri occhi fino in fondo ai tuoi occhi e urlare dentro di te il loro muto ma immenso NO alla voragine di ingiustizia cui una cultura abbietta e una religione infame le hanno condannate. Voi che non le avete incontrate, voi che non le avete conosciute, venite a conoscerle qui. E ci troverete anche diverse interessanti osservazioni su varie questioni di politica estera e in particolare sulla politica degli aiuti al Terzo Mondo.
Unico appunto: la traduzione, fatta visibilmente da persona che non ha la minima conoscenza né della Somalia, né della sua cultura. Ma rispetto ai meriti del libro rimane un difetto tutto sommato sopportabile.

Nuruddin Farah, Doni, Frassinelli



barbara


25 novembre 2008

COSÌ VAI VIA

non scherzare no
domani via
per favore no …

Doveva essersene innamorato, il mio vicino: continuava a metterla e rimetterla ancora e ancora e ancora …
Ma ero io che me ne andavo, e mi si strappavano le budella. E ancora mi si strappano.









barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 25/11/2008 alle 23:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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