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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


15 febbraio 2012

PARLIAMO DI VELI

Senza reazioni di pancia, unicamente da un punto di vista medico-scientifico.

La razza umana si è evoluta al sole. La luce solare è il più importante integratore, la più straordinaria medicina che la natura abbia messo a disposizione dell'uomo. L'efficienza e la vitalità di un essere umano dipendono da quanto è stato esposto al sole. Se noi non forniamo al nostro corpo il necessario per funzionare bene, lui continua a funzionare lo stesso, in qualche maniera: gli effetti negativi sono sottili, all'inizio poco evidenti, la capacità di adattamento fa che si manifestino dopo anni, quando non si è più in grado di stabilirne la causa. Come per gli alimenti, ci sono regole anche per la luce del sole, che diventa nociva quando, dopo essere stati all'ombra o al chiuso per stagioni, con la pelle bianca, ci si esponga per ore, così che si possano avere intossicazioni e ustioni. Le persone di pelle scura, provenienti da zone dove il sole è molto forte, hanno più melanina, e quando sono spostate alle nostre latitudini, necessitano di più sole.
Non disponiamo di studi che riguardino persone vissute all'ombra o velate, ma abbiamo innumerevoli studi su persone che vivono alla luce del sole e persone che vivono poco alla luce del sole e molto lontano dalla luce del sole e in luce artificiale, e possiamo estrapolare i dati di questi studi.
Dalla luce del sole e solo dalla luce del sole dipendono il metabolismo della Vitamina D e quello della serotonina. La luce del sole influenza il metabolismo del cortisolo e quello di tutti gli altri ormoni e neurotrasmettitori che seguono un ritmo circadiano, cioè che sono fabbricati in maniera diversa a seconda che ci sia luce o buio.
Le azioni del sole sulla pelle fino ad ora dimostrate sono:

Senza sole si ha un peggioramento dello stato emotivo (per mancata produzione di serotonina, la cui la mancanza causa depressione) della memoria e dell'apprendimento.
Aumento dei comportamenti aggressivi.

Perdita di forza del sistema immunitario, della forza fisica.
Peggiore tolleranza allo stress.
Aumento del livello di colesterolo nel sangue.
Senza sole non si ha una corretta produzione di vitamina D, senza la quale si hanno rachitismo, osteoporosi e carie.
Il sole dà un incremento del testosterone negli uomini e progesterone nelle donne.
Ha un effetto germicida, particolarmente brillante contro la tubercolosi.
È efficace contro affezioni cutanee (comedoni, psoriasi).
Diminuisce del rischio di sviluppare tumori, soprattutto del polmone e della mammella.
Maggiore statura.
Regolazione del ritmo sonno veglia.
Aumento della libido e della capacità riproduttiva.

La luce solare attiva la sintesi della vitamina D3, requisito indispensabile per il corretto assorbimento di calcio ed altri minerali. Questo significa che senza la luce del sole si hanno rachitismo, osteoporosi e carie.
Gli studi sulla correlazione tra mancanza di sole e rachitismo e osteoporosi appartengono alla prima metà del secolo scorso, perché da allora, l'esposizione sistematica al sole, le gonne si sono accorciate e andiamo al mare d'estate, hanno fatto sparire il rachitismo e ridotto enormemente l'osteoporosi. Fino al 1950 la vecchietta tipica, che era una persona che aveva portato per tutta la vita le sottane lunghe, le maniche lunghe e il fazzoletto sulla testa, era piegata ad angolo retto e guardava da sotto in su. Da quando abbiamo accorciato le gonne, non pieghiamo più la schiena. La vitamina D serve per la salute delle ossa e quella dei denti. Abbiamo però studi attuali sulla corrispondenza tra esposizione al sole e carie, assenze per malattie e rendimento scolastico. Ancora più gravi e meno risolvibili sono i danni da scarsità di serotonina e sono danni che influenzano tutto l'organismo.
Oramai si sta sempre più diffondendo una nuova scienza, la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI). I neurotrasmettitori (per esempio la serotonina è un neurotrasmettitore e senza esposizione del sole sulla pelle è carente) influenzano anche il sistema endocrino e quello immunitario e viceversa. Un organismo dove ci sono delle carenze, e la mancanza di sole è una carenza, diventa globalmente deficitario.

La mancanza di sole è una malattia.
Ogni essere umano è la somma di natura e cultura. Dove la natura è calpestata, la cultura è arbitrio. Il velo islamico era cultura, certo, fino agli anni sessanta. Chiunque conosca i paesi dell'islam in quegli anni se lo ricorda. Il velo era scomparso dalle città, ma resisteva nelle campagne ed era qualcosa di talmente leggero da essere tradotto con la parola velo.
Il velo si portava sulle spalle, come uno scialle, e solo se la donna passava vicino alla moschea, o al gruppo degli uomini, se lo posava sulla testa. Si creava un gioco di seduzione, mi nascondo perché tu mi guardi, che non era solo con lo sguardo degli uomini, era con il mondo.
Il velo era bello. Sempre. Era la bandiera di una donna: lei lo aveva scelto con i colori che amava, quelli che le stavano meglio. Il velo era estetica, e decoro: sul vestito sdrucito e macchiato dai lavori, si metteva il velo, bello e colorato e si usciva in ordine. Il velo aveva anche, sempre, la funzione con cui era nato: nelle zone dell'islam del deserto era l'indispensabile protezione che salvava il viso, il respiro e ancora di più i capelli nelle tempeste di sabbia.
Quel velo non faceva ammalare nessuno. Non impediva nulla. Le ragazzine se lo toglievano, lo piegavano accuratamente su una panchina, e andavano a giocare a calcio con i maschi. Il velo era lieve e bello come un sogno. Un sogno cancellato dalla crudeltà di Khomeini, degli integralisti, un sogno scomparso, sotto questi orrendi teli spessi e neri, sotto le maniche sempre lunghe, le caviglie sempre coperte, i guanti, i burka.

Silvana De Mari

Ecco, questa è l’unica realtà: la cancellazione islamica del viso e del corpo della donna è contro natura, e distrugge ciò che la natura, con un paziente lavoro durato milioni di anni, aveva creato.

 
 
 



barbara
 


9 febbraio 2012

PARLIAMO DI MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Per quei frequentatori del mio blog che non sono nella mia mailing list e non hanno quindi già avuto modo di leggerlo, propongo questo prezioso articolo di Silvana De Mari, medico, sulle mutilazioni genitali femminili. Ci sono cose che anche le persone più informate spesso ignorano. Non tutti, forse, sanno, che mutilazioni genitali non significa solo assenza di piacere sessuale: significa, sempre, pesantissime limitazioni alla conduzione di una vita normale e significa, non di rado morte. E molti, forse, ignorano che le mutilazioni genitali femminili, lungi dal regredire nel mondo, sono anzi in espansione, imposte con la forza anche là dove la tradizione non le aveva mai conosciute. In nome dell’islam. Per favore, leggete e diffondete questo articolo.

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La verità vi renderà liberi. Giovanni 8:31,32
Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. George Orwell.


Questo articolo è molto crudo e contiene immagini che un bambino non dovrebbe vedere, ma ancora di più contiene immagini che un bambino non dovrebbe subire. Ci sono migliaia, milioni di uomini e donne nati nell'islam che sono contrari a qualsiasi tipo di mutilazione sessuale, che ne sono desolati, che ne sono nauseati. Stiamo dalla loro parte.


La verità ci renderà liberi, non il politicamente corretto, qualcosa dove prima si decide cosa “è giusto”, poi si lima e si aggiusta, fino a che la realtà da raccontare riesce a entrare nel contenitore. Perché se è vero che la verità ci renderà liberi, è valido anche che la menzogna ci inchioderà alla schiavitù, quindi facciamoci un pensierino quando sacrifichiamo la verità al politicamente corretto. Potremmo pagarne il conto. E potrebbe essere un conto atroce.
Questo articolo è un approccio politicamente scorretto sulle Mutilazioni Genitali Femminili. E possiamo usare l’acronimo mgf, quando ne parliamo, così risparmiamo qualche sillaba, io a scrivere e voi a leggere, e con queste tre lettere ingentiliamo, il suono diventa emmegieffe potrebbe essere la marca di qualche cosa, un qualche apparecchietto elettronico per ascoltare musica, è un suono dove le urla e la vergogna non risuonano, dove gli avvoltoi scompaiono nel candore asettico della carta stampata.
Questo articolo tratta di mgf. E della necessità etica di fermarle. Non esiste relativismo che possa giustificare la tortura di un bambino.

Sono un chirurgo e ho lavorato anche un Etiopia. Ho visto per la prima volta un’infibulazione all’ospedale di Bushulo, in Etiopia. Le sale operatorie erano sale operatorie african style, vale a dire un unico stanzone con quattro lettini e grandi finestre chiuse da zanzariere. A causa della infibulazione rifatta dopo il parto, una giovane donna non riusciva più ad espellere il sangue mestruale. Era stato lasciato un orifizio, ma la suppurazione che era seguita aveva causato un edema, in altre parole un gonfiore ai tessuti, e l’edema aveva chiuso l’orifizio. Il sangue mestruale non potendo defluire era rimasto a stagnare trasformando la vagina in una sacca piena di sangue, che a causa della presenza di batteri era “marcito”, la vagina era diventata una boccia che premendo sulla vescica le impediva di svuotarsi e la vescica era diventata enorme. La pressione nella vescica era aumentata, perciò i reni non riuscivano a lavorare e si stavano distruggendo. La vescica diventata, a sua volta, una boccia enorme, premendo sull’intestino aveva causato un blocco intestinale. Io dovevo svuotare la vagina e la vescica. La cosa più urgente era mettere un catetere che drenasse l’urina, ma in quel disastro di tessuti cicatriziali martoriati e suppuranti era impossibile capire dove fosse l’uretra quindi avevo svuotato la vescica passando per via addominale: si infila un grosso ago attaccato a un tubicino nella vescica attraverso la parete addominale. Una volta svuotata la vescica, reni e intestino avrebbero ricominciato a funzionare. A quel punto avevo svuotato la vagina riaprendo per l’ennesima volta la vulva di quella povera donna. Era uscito il sangue, nerastro, infetto, con un odore nauseabondo e a quel punto gli avvoltoi attirati dall’odore di morte erano venuti a sbattere contro le zanzariere. La donna sarebbe morta da lì a poco per infezioni urinarie ricorrenti e insufficienza renale. Aveva dieci anni meno di me ed era stata condannata a morte, non da un cancro, non da nemici che l’avevano aggredita, ma dalla “sua civiltà”. Mentre cercavo di evacuare il più possibile di quella roba nerastra, gli avvoltoi alle mie spalle si avventavano contro le zanzariere, pazzi per quell’odore di morto, di putrefatto, che invece veniva da ventre vivo di una donna. Questa foto è stata scattata quel giorno: è sottoesposta perché non ho usato il flash, ma si vede il finestrone con l’avvoltoio. [continua]


barbara

 


19 gennaio 2012

L’ULTIMO ELFO

L’ultimo, perché gli altri sono stati tutti sterminati. Perché sono una razza strana, sapete, gli elfi: pensate che tutto ciò che di brutto accade nel mondo, accade per colpa loro, lo sanno tutti che è colpa loro, anche se nessuno sa perché, e quindi prima bisogna impedire che si mescolino agli umani rinchiudendoli nel posto dove devono stare gli elfi, poi, per maggiore sicurezza, è meglio eliminarli del tutto. E anche chi li protegge rischia di passare un bel po’ di guai. Eppure si trova chi possiede ancora il dono della pietà, si trova qualche giusto che accetterà di correre ogni rischio per salvare la vita del piccolo elfo, e questa è un’azione grandissima, perché chi salva una vita, sapete, salva il mondo intero – e non è un modo di dire, neanche per sogno, perché il salvato potrà poi salvare qualcun altro, che a sua volta salverà qualcun altro ancora che...
E poi c’è la seconda parte, L’ultimo drago, e i draghi no, non sono stati sterminati – e chi mai potrebbe? Chi mai oserebbe? – e però anche la loro storia è tutta da scoprire, soprattutto quando si va a intrecciare a quella di un popolo di schiavi che ha deciso di voler diventare un popolo di uomini liberi, e per riuscirci dovrà combattere contro nemici potenti e spietati, e attraversare il deserto e raggiungere il mare, perché è lì, solo lì che potranno riacquistare la libertà, e la dignità, e la giustizia.
È una fiaba delicatissima, questa, perché Silvana De Mari non sopporta le ingiustizie e non è disposta a passarle sotto silenzio, ma ai bambini non si possono dire cose brutali in modo brutale, e dunque le racconta in forma di fiaba: i bambini sicuramente capiranno. E noi, che bambini non siamo, forse possiamo capire anche un po’ di più.

Silvana De Mari, L’ultimo elfo, Salani

 

barbara


16 gennaio 2012

1944, UNO DEI TRENI

Non avere paura di niente, bambino mio.
Non avere paura.
Ci aspettano prati infiniti, sotto cieli sterminati.
I prati si riempiranno di fiori al nostro arrivo,
i cieli si riempiranno di stelle.
Tieni i tuoi piccoli occhi chiusi,
e non vedrai più il treno;
non lo sentirai nemmeno.
La tua bocca è secca, perché abbiamo il deserto da attraversare.
Il rumore che hai nelle orecchie è quello del vento nelle dune.
La manna cadrà dal cielo, e noi non avremo mai più fame.
Noi impareremo a volare.
La terra del latte e del miele è dall'altra parte del sole.
Per arrivarci bisogna morire.
La morte ha i colori dell'alba, il rumore delle onde, e l'odore del sale.

Gli uomini e le donne un giorno dissero a Dio,
il cui santo Nome non si può nominare,
ma sui treni tutto è permesso, anche questo:
-Signore ci hai abbandonato.
Anche la Speranza se n'è andata.-
E l'Altissimo rispose:
-Non era lei l'ultima compagna che vi avevo lasciato,
ma sono le storie,
la forza di raccontare.
Anche nel fondo dei ghetti
dove vi hanno chiuso,
nei lazzaretti, sui treni,
dietro i fili spinati,
potete ancora chiudere gli occhi
e aprire le ali.-
E allora ascolta bambino mio, non smettere mai di ascoltare.
E non avere paura di niente, bambino mio.
Non avere paura.
Al di là del sole
la terra del latte e del miele non aspetta che noi.
I cieli si riempiranno di stelle,
tra cui impareremo a volare.

La morte è un bel gioco;
è lei l'ultima compagna,
quando la speranza è finita,
quando le labbra spaccate dall'arsura,
le lingue tagliate
non riescono più a raccontare.
Quando l'orrore ha tagliato le ali.
È lei l'ultimo dono.
Sia lode all'Altissimo per la sua pietà.          

Silvana De Mari


E noi che abbiamo ancora labbra
e noi che abbiamo ancora lingua
e noi che abbiamo ancora vita
non ci stancheremo di ricordare
non ci stancheremo di raccontare.
È questo l’ultimo dono
alle vittime innocenti.

barbara


6 novembre 2011

TANTI AUGURI GILAD

Caro Gilad,
nessuno conosceva le tue condizioni di salute in quei quasi 2000 giorni nei quali sei rimasto rinchiuso in qualche cunicolo.
Quando ti abbiamo finalmente rivisto mentre scendevi a fatica i primi gradini, e poi ancora quando sei stato costretto a rispondere ai media prima di poter finalmente riabbracciare i tuoi cari, non è sfuggita a nessuno la tua condizione precaria.
I terroristi liberati sprizzavano salute da tutti i pori, apparivano ben pasciuti, curati e pieni di voglia di ricominciare.
Tu, Gilad, eri debole e magro; tu Gilad avevi bisogno di essere sorretto.
Ora sei anche finito in sala operatoria dove i medici hanno liberato il tuo corpo dalle tante schegge che sono rimaste per chissà quanto tempo nella tua carne, conficcate un po' dappertutto.
Il mondo non lo deve sapere; i media preferiscono raccogliere le parole dei terroristi assetati di sangue ebraico e nascondere le tue sofferenze interminabili.
Noi ti facciamo tanti auguri, caro Gilad, per una guarigione rapida e completa.
Anche tu hai il diritto di goderti gli anni della gioventù.

Emanuel Segre Amar

(Notizie su Israele, 4 novembre 2011)

Ho poi letto che gli ortodossi hanno criticato Gilad perché sabato, anziché in sinagoga, è andato al mare con suo padre; carissimi ortodossi, dal profondo del mio cuore e con tutto il mio sentimento: ANDATE AFFANCULO.
(Se poi qualcuno avesse voglia di fare un piccolo regalo a Gilad, qui troverà come fare. Chi non sapesse di che cosa si tratta vada a leggere qui).


barbara


2 novembre 2011

LETTERA A SERGIO ROMANO

L’ineffabile Sergio Romano, laureato in odio antiebraico e antiisraeliano, specializzato in disinformazione e mistificazione, con master in ribaltamento di frittate e gioco delle tre carte, nella pagina di sua proprietà sul Corriere della Sera si è prodotto in questa formidabile risposta (e già una dozzina di giorni fa aveva prodotto quest’altra perla). Quella che segue è la lettera che gli ha inviato Silvana De Mari. Poiché dubito che Romano le farà vedere la luce, ve la faccio conoscere io.

Gentilissimo Sergio Romano,
lo stato di Israele ha liberato 1027 criminali non prigionieri di guerra. Liberandoli ha semplicemente ceduto a un ricatto. Chi cede ad un ricatto non avvalla nulla: sta semplicemente cedendo a un ricatto. Nemmeno Ghilad era un prigioniero di guerra: era una persona rapita. I prigionieri di guerra vengono visitati dalla croce rossa e protetti dalla Convenzione di Ginevra. Chi sta per 5 anni sotto terra è un ostaggio.
Se ci pensa con attenzione vedrà che alla fine ci arriverà anche lei, non è facilissimo da capire, certo, tutte queste parole che si somigliano, ostaggio, prigioniero, ma se si sforza può riuscirci. 
Israele ha liberato 1027 criminali che hanno commesso crimini atroci e altri ne commetterano non per dimostrare una superiorità, ma perché, non è difficile, stava cedendo a un ricatto. Se non li avesse liberati non avrebbe avuto in cambio Ghilad. Vuole che cerchi di spiegarlo con parole un po' più semplici?

Se invece di 1027 ne avessero liberati solo 1000 o 500 o 200 non avrebbero avuto indietro Ghilad.
Vede che adesso ha capito anche lei?
Ghilad è stato  liberato in cambio di 1027 detenuti, tutti detenuti dopo essere stati processati per reati contro la persona, per terrorismo, per omicidio, per decine di omicidi. È una scelta dolorosa: le madri e i padri di coloro che sono stati uccisi da quei terroristi ne sono stati straziati come straziati saranno i congiunti delle vittime se quegli stessi terroristi colpiranno ancora.
Eppure questa cifra è una vittoria.
1027 ad uno.
Questa cifra che regola lo scambio ci dice che le culture di vita, quelle che si battono per liberare gli ostaggi danno un peso alla vita 1027 volte superiore alle culture di morte. Ho visto un video trasmesso dalla televisione palestinese dove la madre di un terrorista suicida offriva i pasticcini alle amiche per festeggiare la morte del figlio. La madre che è andata all’Onu a fare da madrina a uno stato che vive in una cultura di morte non è fiera di essere la madre di uomini che hanno studiato nuovi antibiotici o nuove colture, o semplicemente e magnificamente la madre di uomini che vivono in pace, ma ci mostra la fierezza di essere la madre di pluriomicidi di cui uno suicida.
Noi, le culture di vita alla fine strisciamo, ci inginocchiamo, paghiamo denaro, restituiamo alla libertà criminali purché le vite di coloro che amiamo siano restituite.
1027  ad uno.
Le  culture di morte vincono le battaglie, ma perdono le guerre.
Come diceva Steinbeck: gli eserciti dove l'individuo non conta, alla fine vengono sconfitti.
Le culture dove l'individuo non conta alla fine sono destinate a soccombere.
I figli di coloro che credono di essere i nostri nemici prima o poi sentiranno enorme e irrefrenabile la voglia di essere persone, uniche e irripetibili.
A poca distanza dal luogo dove gli uomini dell’associazione terroristica Hamas  ballano per strada per festeggiare questa cifra 1027, senza capire che è una cifra della loro sconfitta, il sangue dei Copti, i Cristiani dell’Egitto,  scorre come fosse un liquido senza valore.
"La tragedia dei totalitarismi, ancora di più della perdita della libertà è la perdita dell'anima." Ha scritto Edith Teresa Stein, suor Teresa della Croce, nata ebrea, docente di filosofia, convertita al cattolicesimo, suora carmelitana, morta ad Aushwitz.
Il laico Steinbeck  avrebbe usato la parola individualità al posto di anima, ma il concetto è lo stesso L'uomo persona delle culture di vita contro l'uomo formica, intercambiabile e obbediente, un uomo che può essere schiacciato senza problemi e senza rimorsi, delle culture di morte.
Che i nemici della vita, della libertà, che i nemici della felicità come sono stati chiamati, non si facciano illusioni.
Nell'assoluto dubbio che lei abbia capito, la mia migliore buona notte
Silvana De Mari medico e scrittore

Io invece a Sergio Romano non scrivo. Il perché lo saprete presto.

barbara


24 settembre 2011

PER GILAD, PER MARIAM

Gilad: israeliano, ebreo, vent’anni ancora da compiere. Rapito in territorio israeliano mentre prestava servizio di sorveglianza da una banda di terroristi palestinesi ISLAMICI penetrati attraverso un tunnel. Da oltre cinque anni è prigioniero. Nessuno sa se sia vivo – e in quali condizioni – o morto.

Mariam: egiziana, cristiana copta, ventidue anni. Assassinata nella chiesa di San Marco e San Pietro ad Alessandria nella strage di capodanno da terroristi egiziani ISLAMICI.

Gilad e Mariam, due simboli di vita annientati da chi ha fatto della morte l’unico scopo della propria vita. A loro Silvana De Mari, scrittrice, medico, blogger e mamma (l’ordine è del tutto casuale!) ha dedicato il suo nuovo blog:

Ve lo raccomando caldamente.

    

barbara


30 gennaio 2011

PER IL GIORNO DELLA NON MEMORIA

Riporto integralmente questo splendido testo di Silvana De Mari, ripreso da Informazione Corretta, di cui condivido anche le virgole.

Sono disposta a morire per Israele (27/01/2011)

Noi dobbiamo cercare di essere sempre il più felici possibile, tenendo l’attenzione su quello che ci rende felici.
Quindi oggi vi parlerò di cosa mi rende felice e dedicherò per la seconda volta la giornata di oggi ai vivi e non ai morti. Da quando mio padre davanti alle mura della risiera di San Saba cercò di spiegarmi cosa era successo, avevo circa 8 anni, non è mai passato un intero giorno, lo giuro, in cui  io non abbia pensato almeno una volta ai campi di sterminio.
A questo pensiero con l’aumento delle mie conoscenze storiche se ne sono aggiunti altri: l’orrore per la cosiddetta crociata dei pastorelli, gli ebrei, tutti, anche i neonati, bruciati vivi insieme ai lebbrosi per l’accusa dei aver causato la peste del quattordicesimo secolo.  (i lebbrosi, loro almeno, non sentono il dolore del fuoco, gli ebrei lo sentivano), l’orrore per i roghi di Torquemada, seimila roghi in un unico giorno, per i pogrom, per tutto l’odio, per il disprezzo (che in realtà nascondeva il complesso si inferiorità davanti alla straordinaria potenza intellettuale dovuta allo studio della Torà e del Talmud).
Faccio parte di quelli che allo sterminio degli ebrei pensano 364 giorni l’anno, 364 appunto, e non 365, oggi non voglio pensarci, perché la giornata della memoria, oggi, mi lascia sempre più perplessa, mi sembra sempre di più un sistema per rilanciare l’antisemitismo, l’odio contro Israele: verbalizzato anche da molti filosofi o sedicenti tali, Asor Rosa, tanto per non far nomi: quelli in coda davanti alle camere a gas, quelli erano ebrei perbene, con la stigmate della sofferenza, non questi insopportabili israeliani che se qualcuno cerca di ammazzargli i figli prima aprono il fuoco e poi intavolano la discussione su cosa sta succedendo.
Quindi oggi dirò tutto quello che mi rende felice: mi rende felice che contro ogni aspettativa, contro tutti i poteri il sionismo abbia vinto e abbia fondato il suo stato. Sono felice per la bandiera israeliana che sventola su Gerusalemme la città di re Davide, sono felice per le persone che pregano davanti al Muro Occidentale, sono felice per i bambini sulle spiagge di Tel Aviv, sono felice per i campi, per le vigne, per gli alberi di melograno. Sono felice per il deserto del Neghev, che è tutto giallo, e poi improvvisamente esplode nel verde del palmeto, perché c’è il miracolo del Kibbuz. Irrigato con l’acqua desalinizzata del Mar Rosso, il deserto germoglia e fiorisce, l’irrigazione avviene sotto terra, così da non sprecare una sola goccia d’acqua, i melograni e le viti vivono sotto grandi tende così che il sole non le bruci. Sono felice per tutte le famiglie che il venerdì sera accendono le candele e cantano dopo aver trasformato il tavolo della cena in un tempio e per quelle che non lo fanno perché sono laiche e non ne hanno voglia, sono felice per i rotoli dei Talmud che sono al sicuro e non possono più essere bruciati dal papa o dal doge di turno, sono felice per i soldati con le loro armi e i loro carri armati, perché grazie a loro e solo grazie a loro oggi gli ebrei sono al sicuro.
Ha detto l’Ajatollah Khatami, che se non ricordo male è quello moderato, quando l’islam avrà la bomba atomica il problema palestinese sarà risolto (l’eufemismo vuol dire gli israeliani saranno sterminati in un olocausto nucleare, che Vattimo, Dario Fo e il regista francese Godard, tutti i siti no global e tutti gli ammiratori di una cultura di morte saluterebbero con sofferto ma indubbio sollievo).
Aggiunge Khatami, è questo che vuol dire essere una cultura di morte, gli israeliani risponderanno con le loro testate nucleari e ci faranno qualche milioni di morti: siamo un miliardo e duecento milioni di persone, ce lo possiamo permettere.
Questa è la differenza, quando ci fu la crisi di Cuba, l’ambasciatore sovietico e lo stesso Kruschov dissero: non siamo pazzi. Non vogliamo morire.
Perché non dovremmo voler morire, chiede Khatami: chi muore per l’islam va in paradiso.
La notizia è che Israele il problema palestinese è già in grado di risolverlo, per usare l’eufemismo di Khatami, visto che ha la sesta aviazione militare del mondo e che i palestinesi non hanno una contraerea.
La prima differenza tra israeliani e palestinesi è questa: tutte le mattine gli israeliani si svegliano perché i palestinesi e tutti i loro dubbi alleati non hanno potuto ucciderli, tutte le mattine i palestinesi e i loro dubbi alleati si svegliano perché gli israeliani non hanno voluto ucciderli.
Questa è la differenza tra cultura di vita e cultura di morte, tra chi accetta anche di uccidere perché deve proteggere i propri figli e chi uccide per il piacere di farlo e balla per strada mentre i bus scolastici o le torri gemelle sono nel fuoco.
Shalom amici israeliani. Il vostro straordinario e bellissimo inno nazionale vuol dire pace.
Shalom.
Avete nemici tremendi, ma anche amici, sono tra questi, che in ogni istante senza un attimo di esitazione sono disposti a dare la vita per voi.
Porto sempre su di me la stellina di Davide, è il mio simbolo per questo patto.
Sono disposta a morire per Israele per l’orrore delle persecuzioni subite, persecuzioni di cui la nazione e la religione in cui sono nata sono state in prima linea.
Sono disposta a morire per Israele per ammirazione per la culture ebraica, il Talmud, la Cabala, i libri, la musica, i pittori,gli architetti, gli scienziati.
Sono disposta a morire per Israele per il coraggio con cui questo stato si è formato, solo, senza nessun protettore, meno che mai gli stati europei, meno che mai gli Usa, dove la lobby del petrolio non voleva perdere l’amicizia dei grandi produttori per Israele.
Sono disposta a morire per Israele per la sua compassione, perché se al posto degli Israeliani ci fosse Putin o anche solo Churchill, la risposta israeliana non sarebbe stata nemmeno lontanamente paragonabile a quello che è.
Sono disposta a morire per Israele perché dietro Israele ci siamo noi, noi civiltà occidentale, certo, ma soprattutto noi italiani, visto che Roma è la quarta città santa dell’islam e come la Sicilia appartiene già all’islam.
L’esercito israeliano combatte anche per noi.
E oggi fatto il voto di quest’anno: che il deportato dell’ultimo campo di concentramento venga liberato.
Che lei torni a casa caporale Shalit. Lei ha l’età di mio figlio. Negli ultimi 5 anni mio figlio è stato negli Usa, di cui si è innamorato, in Israele, di cui si è innamorato, ha preso la maturità, fatto tre anni di università, ha trovato una giovane donna che lo ama e che lui ama.
Da cinque anni lei è rinchiuso, senza poter sentire nemmeno la voce di sua madre.
Shalom caporale Shalit.
Questo sarà l’anno della sua liberazione. Questo è il mio sogno. Ci sarà una festa straordinaria, verrò in Israele anche io e forse riuscirò a stringerle la mano.

Silvana De Mari, medico e scrittore

E ci sarò anch’io. Ci saremo tutti. Se quel giorno verrà. Se verrà...

                                                             

barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










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Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





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Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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