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Diario


23 maggio 2011

DOPO IL DISCORSO DI OBAMA

Giustizia e arrendevolezza

Mi sembra il momento giusto, dopo l’ennesimo tradimento di B. Hussein Obama, dopo l’ennesimo colpo basso, dopo l’ennesimo tentativo di mettere Israele nell’angolo, per rileggere questo articolo scritto da Ugo Volli qualche settimana fa.

Vi è un'antica illusione ebraica, secondo cui il modo per salvarci dall'odio e dalle persecuzioni sta nel "comportarsi bene" e nello stare alle regole dettate dagli altri. E' stata la convinzione di molti ebrei assimilati durante la Shoah: non è possibile che colpiscano chi ha minuziosamente aderito a valori, stili di vita, comportamenti uguali agli altri. Ma è stata forse anche la convinzione dei chassidim russi che ai tempi di Napoleone rifiutarono di accettare la libertà che veniva loro offerta per mantenere il proprio ruolo, inferiore sì, ma garantito nella società dell'Ancién Régime. Molto più indietro, è l'illusione di Ester, che esita a rompere le regole del serraglio reale e Mordechai deve ammonire a non pensare di salvarsi da sola. Oggi è l'illusione di chi pensa che se Israele finalmente si comporterà bene, se accetterà una "legge internazionale" che sul piano giuridico non ha basi, ma politicamente favorisce i palestinesi, poi sarà lasciato stare in pace dentro la "linea verde", per indifendibile che essa sia. Per le ragioni che verranno chiare nel seguito del discorso, si può chiamare quest'illusione "egocentrismo etico".

Quest'illusione ha molti difetti. In primo luogo non è mai realistica, è per l'appunto un'illusione, come hanno mostrato tutte le persecuzioni in cui i "bravi" ebrei conformisti sono stati ammazzati non meno degli straccioni e dei rivoltosi; e di recente i ritiri israeliani dal Libano e da Gaza, che non hanno affatto smorzato, ma hanno al contrario aumentato l'aggressività contro Israele sul terreno e nel resto del mondo.
Il secondo difetto si può chiamare la "tentazione etica". Chi è convinto che "comportandosi bene", rispettando le leggi" ecc. gli ebrei possano evitare o almeno moderare le persecuzioni, crede facilmente anche che il primo segno di questo "buon comportamento" sia l'universalismo, il trascurare gli interessi anche vitali del proprio popolo per assumere per sé il punto di vista dell'assoluto (o del Divino, che a me sembra una forma di idolatria), decidendo in perfetta solitudine, senza sentirsi responsabili per gli altri quel che è giusto e quel che è sbagliato. Gli universalisti usciti dall'ebraismo hanno sempre lasciato una grande scia di guai, che si chiamassero Gesù di Nazareth o Karl Marx.
Gli ebrei antisrealiani e filopalestinesi, che non mancano certo oggi, non sono mossi di solito da un semplice "odio di sé", ma dall'illusione di salvarsi da soli dai pericoli essendo "giusti", aderendo cioè al punto di vista e alle categorie di giudizio dei propri nemici. Un'ulteriore conseguenza di questa sindrome è la pretesa di insegnare a tutti (i propri fratelli ma anche gli altri) la loro giustizia, di porsi come maestri di etica universale, al di là della politica e della religione. Al massimo, come ha fatto il giudice Goldstone l'altro ieri, il solipsista etico, se vede che l'attacco alla vita del proprio popolo non serve, si scusa facilmente: si è sbagliato, dice, non aveva tutte le informazioni, è stato ingannato - ma resta sempre un difensore della giustizia universale e pertanto superiore a tutti gli altri. A questo modo di fare si congiunge una definizione dell'ebraismo in termini di etica, non di popolo o di religione: l'ebraismo non sarebbe una cultura, un'eredità, una popolazione, la continuità storica di una fede e neppure un certo rapporto con il divino, ma "l'etica". Che questo atteggiamento porti simpatia e comprensione, è tutto da dimostrare.
Il terzo difetto è quello capitale. Chi pensa di salvarsi comportandosi bene, naturalmente deve fare i conti con il fatto che non tutti nel popolo ebraico hanno la stessa idea del bene, gli stessi obiettivi e magari osano difendere i suoi diritti al di là dei limiti molto angusti di coloro che non appartengono al gruppo degli illuminati etici. Di conseguenza, il solipsista pensa e afferma che costoro non sono abbastanza etici, che non sono abbastanza buoni, che non si confanno alle leggi come dovrebbero, eccetera. Non sono persone che seguono un progetto politico diverso, o hanno altri ideali: sono peccatori, ingiusti, nemici dell'etica. Magari gli trova un nome spregiativo, o lo accetta dagli altri, per esempio li chiama "coloni".
La divisione del popolo ebraico fra buoni e cattivi è il risultato pressoché inevitabile del solipsismo etico. Per i chassidim erano perduti gli ebrei che cercavano un po' di libertà dalla Rivoluzione Francese; per i bravi borghesi assimilati che si consideravano tedeschi integrali "di religione mosaica", i guastafeste impresentabili erano gli eredi di quelli stessi chassidim. I sionisti sono stati demonizzati dagli uni e dagli altri, e così i combattenti clandestini contro l'occupazione inglese e la violenza araba in Eretz Israel. Oggi per buona parte della sinistra ebraica, a essere colpevoli sono i "coloni", che per loro certamente "rubano la terra ai palestinesi", dunque sono ladri, ribelli e quant'altro. E invece siamo tutti coloni, siamo tutti da sempre legati a una terra in cui continuiamo a immigrare, come ho provato ad argomentare la settimana scorsa. E siamo tutti responsabili gli uni per gli altri (“kol Israel arevim ze-là-zè”)
Io non credo affatto che Sergio Dalla Pergola sia uguale a quegli illusi che vanno a Bilin a tirare pietre contro il "muro", o cercano di espellere i proprietari ebrei dalle case di Sheik Jarrah, per il fatto che sotto il regime giordano erano state occupate da immigrati arabi – e poi si sentano giusti e moralmente superiori; non lo assimilo neppure a quegli scrittori e professori che hanno scoperto quanto sia comodo e redditizio fare la coscienza critica di Israele con i media internazionali, distribuendo condanne e invocando boicottaggi. So che il suo è un pensiero assai più lucido e razionale. E' ovvio che ci sono delle considerazioni strategiche dei rapporti di forza che potranno costringere Israele a evacuare parte degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria – anche se il risultato di simili operazioni in Cisgiordania, nel Libano meridionale e a Gaza non è stato proprio vantaggioso come ci si aspettava. (Prima o poi riusciremo a leggere un'analisi davvero critica degli accordi di Oslo da cui potremo ragionare sui pregi e sui difetti dell'intera strategia della cessione di territori in cambio di una pace che non vuol proprio arrivare.)
Ma il rifiuto del prof. Dalla Pergola di identificarsi con i "coloni", nel suo pezzo di giovedì scorso, è motivato proprio secondo gli stereotipi di cui ho parlato: in sostanza i "coloni" (tutti?) sarebbero disobbedienti alle leggi, avrebbero comportamenti disordinati di fronte alla polizia. Siamo sicuri che il problema sia questo? Non mi sembra che Israele sia un posto molto politicamente disciplinato, non credo che la propensione al reato di un abitante di Ariel sia maggiore di un cittadino di Tel Aviv o Petah Tiqva. Mi piacerebbe leggere delle statistiche.
Il punto è ovviamente politico e non moralistico o criminologico. I "coloni" rappresentano la spinta al ritorno all'"eredità" di Eretz Yisrael che è stata la missione del sionismo: alcuni sono più religiosi della media degli israeliani; ma non tutti. Essi comunque indicano con la loro presenza il precario e appassionato rapporto che tutto il popolo ebraico ha con la sua terra. Fa molto comodo illudersi che la ragione dell'odio arabo sia la loro "occupazione", quella del '67. In realtà "l'occupazione" che gli arabi voglio eliminare è quella del '48, la creazione di Israele, e magari anche più indietro, fino all'Yishuv, alla Prima Guerra Mondiale, alla Seconda Aliah.
L'abitante di Tel Aviv o Haifa che pensa di stare dalla parte del giusto e di scampare il conflitto dicendo di non essere un "colono" si illude, con tutte le conseguenze che ho elencato. Si può dire certamente che non si condivide il progetto degli insediamenti oltre la linea verde, che è meglio cedere quei territori. Ma senza disprezzare chi invece in quel progetto crede, senza trasformarlo in una questione di polizia. Avendo la giusta solidarietà per i "coloni" che sono oggi non le uniche ma le "privilegiate" vittime del terrorismo. E soprattutto assumendosi l'onere della prova di un altro progetto strategico quello del ritiro nelle linee del '49 con qualche scambio che difende Dalla Pergola. Un progetto che ha la sua razionalità, ma dipende pesantemente dall'idea di una volontà araba di trovare un compromesso con Israele e di una capacità del mondo occidentale di garantirlo. Entrambe premesse che oggi appaiono molto dubbie. Anche perché, che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no, agli occhi degli uomini di Hamas come di quelli di Fatah, dei fratelli musulmani che in Egitto hanno vinto e degli uomini di Al Qaida in Libia che stanno perdendo, come di centinaia di milioni di arabi buoni e cattivi, noi effettivamente siamo tutti coloni. Anzi Jahud, ebrei - e già solo per questo esseri inferiori che non possono essere giusti ma solo arrendevoli.

Ugo Volli


Inutile dire che ne condivido anche le virgole, e che ho trovato a dir poco penosa la reazione isterica di chi, in quasi settant’anni di vita, non ha mai imparato ad accettare una critica, o a tollerare che si mettano in discussione le sue Grandi Verità Assolute.

barbara


19 marzo 2011

SEMPRE LORO

Chiaramente la sommossa nei paesi arabi è stata concertata dai cospiratori di Tel Aviv. Israele, lo stato fantoccio di Obama, ne trae il massimo vantaggio. Anzi, Israele e Obama escono massimamente svantaggiati dalla sommossa. Israele è il paese che maggiormente si oppone ai cambiamenti nei regimi arabi. Forse per via della nonna ebrea di Gheddafi. Perché l'insurrezione è stata causata da Facebook che è un'invenzione dell'ebreo americano Mark Zuckerberg. Ma la vera causa è stato Wikileaks di Julian Assange, istigato dai cospiratori di Tel Aviv con l'appoggio del Guardian. Anzi, sono gli ebrei che stanno dando la caccia a Assange con l'appoggio del Guardian. Ecco la prova: questa settimana l'ebreo Rahm Emanuel, ex-scudiero di Obama e figlio di israeliani, è stato eletto sindaco di Chicago; l'ebrea Natalie Portman, figlia di israeliani, ha vinto il premio Oscar come migliore attrice; l'ebrea Yael Naim, figlia di israeliani, è stata eletta migliore cantante in Francia. Sono sempre loro.

Sergio Della Pergola

(Sì, sorridiamo, nonostante tutto e contro tutto e tutti, perché noi scegliamo la vita. E non smetteremo di danzare. Nonostante tutto. Contro tutto. E contro tutti)

                                                   

(barbara)


12 febbraio 2011

QUELLA BUFFONATA DELL’OCCUPAZIONE

Mentre continuano i disordini in Egitto, e mentre le giravolte della politica americana fanno pensare che qualcosa di molto importante si sia rotto nella capacità cognitiva e strategica dell'Amministrazione, viene in mente un piccolo fatto assolutamente autentico che aiuta un poco a capire le sensibilità delle parti in Medio Oriente. In una tranquilla giornata a Hebron in Cisgiordania - circa negli anni '80 - una camionetta dell'esercito israeliano stava svolgendo un normale lavoro di pattugliamento nelle strade della città occupata. A bordo, al comando di un sergente, il guidatore e due soldati semplici, tutti di un reggimento della riserva. Il sergente aveva dato l'ordine di montare il mitra pesante su una fiancata, con il cinturone dei proiettili ben visibile accanto ma fuori dalla canna, per evitare che un sobbalzo dell'automezzo potesse far partire un colpo a vuoto causando una tragedia. A un certo punto si avvicina un palestinese locale e puntando il mitra col dito dice: "Il vostro esercito israeliano, il famoso Zahal, fa ridere. Quando qui a Hebron, prima del 1967, c'erano i Giordani della Legione Araba, i proiettili li tenevano dentro il mitra, non fuori. E quando c'era bisogno, sparavano sulla folla senza preavviso. Quello sì era un esercito, non quella buffonata della vostra occupazione". (Sergio Della Pergola su Moked)

Chi conosce davvero qualcosa del mondo arabo, queste cose le sa perfettamente: sa quali sono i principi e i valori della cultura araba, sa che cosa l’arabo rispetta e che cosa disprezza, sa quali sono le cose giuste da fare e quali assolutamente evitare. Poi ci sono i dilettanti della politica, i saltimbanchi da circhetto di periferia che si improvvisano attori del Metropolitan, e tendono sorridenti la mano a chi non aspettava altro. Per mozzargliela. E, cosa che ci riguarda più da vicino, per mozzare poi anche un bel po’ di teste intorno.

barbara


6 ottobre 2010

DI EBREI, DI AMICI DEGLI EBREI E DI COSE DI ATTUALITÀ

La ricorrente quanto mai abusata ostentazione di amicizia nei confronti dello Stato di Israele, soprattutto da parte di alcuni esponenti di una certa area politica, richiama alla mente quell’immagine talmudica di colui che cerca, in modo surrettizio, di purificarsi nel Miqwè, bagno rituale, tenendo tra le mani un verme impuro. E’ un po’ la stessa logica di chi dopo averci sferrato colpi bassi e proditori tenta di giustificarsi rinfacciandoci di aver salvato tanti ebrei durante la Shoà. Se prendessimo sul serio le tante e millantate storie di salvezza di questi sedicenti mitomani alla bisogna il popolo ebraico avrebbe dovuto contare nel 1945 sei milioni di persone in più anziché in meno! Sono molto pochi però, fra questi “mitici salvatori”, che per dovere di verità menzionano dei denari versati dai disperati fuggiaschi ebrei costretti molte volte a togliersi dalle tasche gli ultimi spiccioli rimasti per poter dare un pezzo di pane e pochi centimetri di pavimento dove far trascorrere una nottata ai loro piccoli. E questa sì che non è una barzelletta...! Storia vera dalla quale non fanno eccezione neppure i caritatevoli conventi ed enti ecclesiastici, che pure hanno aperto le loro porte. Con un singolare paradosso negli anni ’70 e in quelli immediatamente successivi siamo stati testimoni di una logica asimmetrica ma figlia di una stessa e identica filosofia. Quanti compagni di liceo abbiamo ascoltato nella varie assemblee accanirsi velenosamente contro lo Stato di Israele e magari a soli pochi giorni di distanza erano quegli stessi compagni che portavano corone di fiori alle Fosse Ardeatine e sulle lapidi dei nostri morti nella Shoà! Talvolta anche indossando le kippòt sulla testa! Quali dei due meno peggio? Non saprei dire. Entrambi forme di alibi e rifugi di coscienze che mal sopportano gli ebrei vivi, testimoni attivi di una cultura di minoranza che vive e che lotta affinché ci siano sempre culture di minoranza. Quanto suona attuale, in un’epoca che vede la nostra Comunità sempre più corteggiata e pressata dalle varie forze politiche contrapposte, quella espressione del Profeta Geremia riportata nel verso 6 del capitolo 5 del Libro di Ekhà, le Lamentazioni: “ …l’ Assiria (Babilonia) avrebbe dovuto darci una mano e l'Egitto (l'altra potenza politica dell'epoca ) avrebbe dovuto sfamarci...!” Il Profeta, cosciente del grave disorientamento in cui versa il popolo ebraico abbandonato e deluso da coloro che sarebbero dovuti essere i suoi “amici”, non fa che ribadire quella tanto amara quanto realistica constatazione della Torah (Numeri, 23; 9): “… il popolo ebraico se ne sta da solo…”… costretto a prendere coscienza che vi sono situazioni in cui deve cavarsela da solo e basarsi essenzialmente sulle proprie forze.
Rav Roberto Della Rocca

Senatore Ciarrapico, testina fascista: Il plurale di Kippàh (femminile singolare) fa Kippòt. Presidente Berlusconi: La scuola dirimpettaia non era Israeliana, era Israelitica. In inglese si dice: "Worst possible scenario". In ciociaro: "Peggio de così se more".
Sergio Della Pergola

La barzelletta di Silvio Berlusconi contiene e propaga cinque fondamentali del pregiudizio antiebraico: l'ebreo straricco, l'ebreo profittatore, l'ebreo astuto, l'ebreo traditore (anche del fratello), l'ebreo a-nazionale (vedi l'uso di "connazionale" anziché "correligionario"). Niente male in una botta sola, anche senza considerare l'offesa del riso imbecille su una tragedia profonda.
Michele Sarfatti

Direi che per il momento questi commenti agli ultimi avvenimenti possono bastare mentre io finisco di riprendermi – sotto vari aspetti – dalle fatiche del lavoro inutile, che è quello che stronca nel modo più micidiale.

barbara


18 giugno 2010

PICCOLI CRETINETTI CRESCONO

Preciso subito, prima che qualcuno possa fraintendere e offendersi: i cretinetti siamo noi, io ed Emanuel Segre Amar. E adesso passo a spiegare. Succede dunque che qualcuno scrive a Informazione Corretta quanto segue:

Gentile Direttore,
Seguo con attenzione gli articoli di Deborah Fait sia sul vostro sito sia sul suo blog di Cannochiale. In data odierna osservo decurtato su IC un suo importante rilievo nei confronti del giornalista Gian Micalessin. Non trovando quest'azione (censura?) allineata con la linea editoriale di IC, chiedo spiegazioni in merito.
grazie


Risponde il Nostro:

Deborah Fait è stata tratta in inganno da una cattiva informazione, diffusa da persone a dir poco incompetenti, per questo ha scritto quella parte di articolo su Micalessin. IC sapeva che giravano insinuazioni su di lui e ha soltanto fatto il dovere che spetta a chi fa informazione: controllare le fonti e non diffondere ciò che non è vero. Avvertendo chi fosse stato tratto in inganno. Purtroppo il mondo è pieno di cretinetti che si credono delle aquile.
Deborah, da giornalista onesta, quando ha saputo di essere stata sorpresa nella sua buona fede, ha subito eliminato le accuse a Micalessin. Ecco quanto ci ha scritto:

Ho chiesto a un soldato che abita qui vicino a me:

Le regole d'ingaggio sono cambiate, ma dicono semplicemente che si può sparare ai nemici anche se nelle vicinanze si trova un compagno fatto prigioniero (rapito). Prima era vietato, ora
pur di tentare di salvarlo si accetta il rischio.
E' la scoperta dell'acqua calda e sono le regole d'ingaggio che si usano in tutto il mondo quando si fa irruzione in un covo dove è tenuta sequestrata una persona. Può essere che si inizi a sparare e il rapito si trovi nel mezzo.

Cordiali saluti,
IC redazione


Come dicevo, i cretinetti che si credono delle aquile – nonché “persone a dir poco incompetenti” – crescono. E magari si incazzano pure. E quando si incazzano cominciano a giocare sul serio. Dunque innanzitutto va ricordato, perché il signore che non è un cretinetti visto che i cretinetti siamo noi a quanto pare lo ha leggermente dimenticato, che Gian Micalessin non ha scritto che si può sparare ai nemici: lui ha scritto che si può sparare al compagno, e il signor IC redazione ha confermato che quanto affermato è corretto. In secondo luogo Gian Micalessin, come fonte delle sue affermazioni ha inviato ad Emanuel Segre Amar un testo in inglese che prima non avevo riportato ma che ora credo di dover proprio pubblicare, ed è questo.

Kidnappings to be thwarted at any cost'
JPostPMarch20,08The IDF has instructed its troops serving near the Gaza border to foil kidnapping attempts at any cost, even if it means harming the captive.
Israel Radio on Thursday morning quoted reservists as saying that during a briefing before a recent Gaza operation, their division commander told them that IDF directives to all soldiers serving in the Kerem Shalom area were to open fire on the kidnappers even if the captive will be hit in the process.
The commander, giving out instructions at the Tzehilim base some two weeks ago, reportedly emphasized that this procedure was not followed when Gilad Schalit was captured. He was quoted as saying that the tank unit that arrived on the scene during the cross-border raid did not properly understand what had happened and did not open fire as it was required to.
In response to the report, the IDF said that it would not disclose its procedures to the media and that it would certainly not go into details about military briefings given to troops.
However, an IDF source told Israel Radio that in the case of a kidnapping attempt, troops were instructed to "attack, reach their target and not be afraid."

Israeli soldiers get new firing rules to prevent hostage-taking
Thu Mar 20,2008 4:54 AM ET
Israeli troops stationed near the Gaza Strip have been told they must fire on any Palestinian seeking to capture a soldier, even if it puts the potential hostage at risk, public radio reported on Thursday.
The commander of a reservist unit deployed along the Gaza Strip recently gave the order to avoid "at all costs" situations where soldiers are taken hostage by armed groups that later seek to swap them for prisoners in Israeli jails.
The troops were told they must attack any Palestinian seeking to capture a soldier, even if this puts the potential hostage's life at risk, the radio station said.
An army spokesman declined to comment on the report.
When Palestinian militants captured Israeli corporal Gilad Shalit on the edge of the Gaza Strip in June 2006, troops did not open fire, amid confusion on the ground.
Shalit has been held up as a bargaining chip in negotiations over prisoner exchange.

Quindi direi che la sequenza è chiara come il sole: il testo dice che si può sparare sui rapitori, Micalessin ha scritto che si può sparare sull’ostaggio, il signor IC redazione conferma che ha ragione Micalessin ossia che è vero che si può sparare sull’ostaggio, e adesso risponde a un altro lettore affermando che ANCHE DEBORAH FAIT CONFERMA CHE SI PUÒ SPARARE AI NEMICI. Servono commenti? Come mi è capitato di dire in altro contesto, ma vale anche qui, anche rivoltare le frittate è un’arte; se non la si possiede, l’unico risultato è che la frittata si spiaccica per terra, e ci si imbrattano anche le scarpe. Girano insinuazioni su Micalessin? No, girano documenti: quelli che Micalessin stesso ha provveduto a mettere in circolazione. Ma E.S.A. non si è accontentato di questo documento, ha chiesto altre notizie, ha chiesto altre conferme, e sono arrivate, puntuali. Scrive infatti l'ambasciatore Zvi Mazel il giorno 11 alle 10.34:

Ce n'est pas vrai. Il n'y a pas de telles instructions

E scrive il Professor Della Pergola il giorno 16 alle 14.31:

Mi sembrano gravemente erronee le posizioni di Micalessin e di IC (in allegato il regolamento di Tsahal)

Quello che segue è il regolamento inviato in allegato:

The Ethical Code of the Israel Defense Forces

The IDF Spirit

The Israel Defense Forces are the state of Israel’s military force. The IDF is subordinate to the directions of the democratic civilian authorities and the laws of the state. The goal of the IDF is to protect the existence of the State of Israel and her independence, and to thwart all enemy efforts to disrupt the normal way of life in Israel. IDF soldiers are obligated to fight, to dedicate all their strength and even sacrifice their lives in order to protect the State of Israel, her citizens and residents. IDF soldiers will operate according to the IDF values and orders, while adhering to the laws of the state and norms of human dignity, and honoring the values of the State of Israel as a Jewish and democratic state

Spirit of the IDF-Definition and Origins

The Spirit of the IDF is the identity card of the IDF values, which should stand as the foundation of all of the activities of every IDF soldier, on regular or reserve duty. The Spirit of the IDF and the guidelines of operation resulting from it are the ethical code of the IDF. The Spirit of the IDF will be applied by the IDF, its soldiers, its officers, its units and corps to shape their mode of action. They will behave, educate and evaluate themselves and others according to the Spirit of the IDF.

The Spirit of the IDF draws on four sources:

The tradition of the IDF and its military heritage as the Israel Defense Forces.

The tradition of the State of Israel, its democratic principles, laws and institutions.

The tradition of the Jewish People throughout their history.

Universal moral values based on the value and dignity of human life.

Basic Values:

Defense of the State, its Citizens and its Residents - The IDF’s goal is to defend the existence of the State of Israel, its independence and the security of the citizens and residents of the state.
Love of the Homeland and Loyalty to the Country - At the core of service in the IDF stand the love of the homeland and the commitment and devotion to the State of Israel-a democratic state that serves as a national home for the Jewish People-its citizens and residents.
Human Dignity - The IDF and its soldiers are obligated to protect human dignity. Every human being is of value regardless of his or her origin, religion, nationality, gender, status or position.

The Values: - The IDF and its soldiers are obligated to protect human dignity. Every human being is of value regardless of his or her origin, religion, nationality, gender, status or position.

Tenacity of Purpose in Performing Missions and Drive to Victory - The IDF servicemen and women will fight and conduct themselves with courage in the face of all dangers and obstacles; They will persevere in their missions resolutely and thoughtfully even to the point of endangering their lives.

Responsibility - The IDF serviceman or woman will see themselves as active participants in the defense of the state, its citizens and residents. They will carry out their duties at all times with initiative, involvement and diligence with common sense and within the framework of their authority, while prepared to bear responsibility for their conduct.

Credibility - The IDF servicemen and women shall present things objectively, completely and precisely, in planning, performing and reporting. They will act in such a manner that their peers and commanders can rely upon them in performing their tasks.

Personal Example - The IDF servicemen and women will comport themselves as required of them, and will demand of themselves as they demand of others, out of recognition of their ability and responsibility within the military and without to serve as a deserving role model.

Human Life - The IDF servicemen and women will act in a judicious and safe manner in all they do, out of recognition of the supreme value of human life. During combat they will endanger themselves and their comrades only to the extent required to carry out their mission.

Purity of Arms - The IDF servicemen and women will use their weapons and force only for the purpose of their mission, only to the necessary extent and will maintain their humanity even during combat. IDF soldiers will not use their weapons and force to harm human beings who are not combatants or prisoners of war, and will do all in their power to avoid causing harm to their lives, bodies, dignity and property.

Professionalism - The IDF servicemen and women will acquire the professional knowledge and skills required to perform their tasks, and will implement them while striving continuously to perfect their personal and collective achievements.

Discipline - The IDF servicemen and women will strive to the best of their ability to fully and successfully complete all that is required of them according to orders and their spirit. IDF soldiers will be meticulous in giving only lawful orders, and shall refrain from obeying blatantly illegal orders.

Comradeship - The IDF servicemen and women will act out of fraternity and devotion to their comrades, and will always go to their assistance when they need their help or depend on them, despite any danger or difficulty, even to the point of risking their lives.

Sense of Mission - The IDF soldiers view their service in the IDF as a mission; They will be ready to give their all in order to defend the state, its citizens and residents. This is due to the fact that they are representatives of the IDF who act on the basis and in the framework of the authority given to them in accordance with IDF orders.

Source: http://dover.idf.il/IDF/English/about/doctrine/ethics.htm

Aggiungo ancora una cosa: nell’esercito israeliano, forse unico al mondo, un soldato che riceva un ordine ingiusto o inumano è ufficialmente autorizzato a rifiutarsi di obbedire. A nessun soldato israeliano – Norimberga docet – sarà mai consentito di ripararsi dietro la foglia di fico del “obbedivo agli ordini”: il soldato israeliano è sempre pienamente responsabile delle proprie azioni. Se il signor IC redazione si illude di poter coprire di fango l’esercito israeliano unicamente per coprire i propri errori, la propria impreparazione, la propria incompetenza, il proprio ego smisurato che non ammette critiche e non ammette di poter riconoscere un errore, posso dire una sola cosa: quel signore è la persona sbagliata al posto sbagliato.

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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