.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


5 luglio 2011

IL MATRIMONIO DI DANIEL IL MATTO

Roma 1778.

Combinare un matrimonio non è poi difficile, diceva spesso Shoshanna, nel presentarsi a qualche genitore in pena. Se la ragazza è giovane e bella, se la dote è consistente e se il pretendente è un lavoratore, timorato di Dio, possono riuscirci perfino quattro comari. I miei servizi sono preziosi invece quando le cose si fanno complicate. Quando perfino la merce più pregiata diventa difficile da collocare sul mercato.
Volete qualche esempio, chiedeva? Ce n’è una gamma infinita! L’età di uno dei due. La mancanza di una congrua dote. Qualche difetto, da una parte o dall’altra. O magari, has ve shalom, qualche diceria più o meno motivata sulle virtù della sposa. Allora si che serve una vera sensale per combinare uno shidduch. Una che sappia mettere in evidenza i pregi del prodotto e trovare un compratore capace di apprezzarli. Una come me per intenderci. Una che ha portato sotto la kuppah gente come Moshè Testavota. O Giuditta la Shofetessa. O Giacobbe Flatulenza.
Ah…! Ce ne sono in giro di sensali, esclamava sprezzante, ma nessuno è come Shoshanna! Io posso trovare un principe per la vostra bambina. Un uomo che la riverisca come una regina e vi riempia la casa di marmocchi. E mentre le mamme si scioglievano nel sogno, aggiungeva quieta: e voi non mi dovrete nulla per tutto questo. Nulla fino al momento in cui non risuonerà il meccudeshet sotto i lembi della kuppah.
Amen, amen amen, esclamavano invariabilmente le madri, ed il prezzo del suo ingaggio diveniva una formalità.
Le cose non erano andate diversamente con i Sermoneta.
Quei due erano preoccupati per la figlia grande, e ne avevano tutte le ragioni. Se a ventiquattro anni l’avevano ancora in casa, qualche problema doveva pur esserci.
Debora era una bella ragazza, ma questo non voleva dire nulla. Quante ne aveva viste di belle creature ammuffire in casa senza trovar marito? E in questo caso la dote non c’entrava, si diceva Shoshanna, dal momento che i Sermoneta erano disposti a svenarsi pur di sistemare la figlia.
Eppure…
Decise di prendere qualche informazione.
La mattina dopo di buonora si presentò al forno in via della Rua e nell’acquistare il pane buttò li qualche parola, qualche nome, qualche congettura. Poi si limitò ad ascoltare, giusto rinfocolando le chiacchiere, quando l’interesse delle altre donne sembrava venir meno.
Quando uscì dalla bottega sapeva tutto ciò che le occorreva.
Il carattere.
Debora aveva respinto quattro pretendenti, quando ormai lo shidduch sembrava fatto. Inspiegabilmente. Senza una plausibile ragione. Ma lei era così. Bizzarra e intemperante. Come tutti i Sermoneta, a quanto si diceva.
Da ragazzina si era messa in testa di studiare il Talmud. Se lo studiava suo fratello, perché a lei doveva essere negato? I rabbini interpellati avevano sentenziato che studiarlo non è proibito alle ragazze. Non insieme ai maschi, però, che non si metta la paglia accanto al fuoco!
E con chi allora…?
Per protesta aveva smesso di farsi vedere al beit ha keneset perfino nei moadim, perfino di Rosh ha Shana e Kippur.
Con la gente poi era scontrosa e irascibile, tanto che di amiche, a quel che si diceva, non ne aveva quasi.
Voglia di lavorare poca. Preferiva passare il tempo a leggere tutto ciò che le capitava fra le mani, piuttosto che dare una mano in bottega o consumarsi gli occhi su ricami e rammendi. Pretese molte. E quei quattro shidduchim andati per aria stavano lì a dimostrarlo.
Mentre tornava a casa Shoshanna ragionava fra sé e sé. Per sistemare una ragazza come questa, ci vuole qualcuno che trovi graziose le sue intemperanze. Che non badi alle sue scarse virtù domestiche. Che non pretenda di mantenere delle relazioni sociali cordiali con la gente che gli vive intorno. Che le dia tanta libertà quanta lei ne chiede, facendosi beffe delle chiacchiere della gente…
Ma dove lo trovo uno così?
Eppure…
Oh Kadosh Baruchu, non è possibile!
Ma più ci pensava, più si persuadeva che quella era l’unica possibile soluzione. Di certo per lei, ma forse anche per lui. In fondo non era più un ragazzino. E poi anche lui era scorbutico e arrogante. Era stato capace di inimicarsi tutto il ghetto e di litigare con tutti i rabbini. Era incurante delle convenzioni, e guardava alla vita da un’angolatura tutta sua.
Sì, si disse, è il sofer l’uomo giusto per lei! E dal momento che non era tipo da starci a pensare sopra, si avviò col suo passo battagliero verso via della Fiumara.
Daniel il Matto era al suo solito posto, seduto al suo scranno di fronte alla bottega, intento a vergare le sue pergamene.
“Che ci fai qui Shoshanna?” le chiese, alzando appena gli occhi dal suo banco.
“Cosa vuoi che ci faccia? Lavoro. Come sempre. Tu prepari le chetubot, io faccio in modo che qualcuno te le venga a chiedere. Dovresti essermi riconoscente.”
Daniel si mise a ridere, mentre lei cercava uno sgabello su cui sedere.
Le gambe le facevano male. Troppo grassa, troppo vecchia si disse, come sempre quando si sentiva stanca. Se non rallento un po’ ci penserà Kadosh Baruchu a fermarmi, una volta per tutte. Che aspetti però. Abbia pazienza almeno fino a quando avrò sistemato la giovane Debora, che se non la sistemo io… Si portò le dita alle labbra e agli occhi, suggellando con quel rituale il suo piccolo negoziato di proroga col Padreterno.
“Non ti sedere Shoshanna. Qui non hai niente da fare. Io non ci penso nemmeno a prendere moglie.”
“Nessuno ci pensa, ma tutti si sposano, prima o poi. Tu non sei diverso. Deve solo capitarti l’occasione giusta…”
Daniel posò lo stilo sul banco.
“E tu sei qui per offrirmela quell’occasione. Beh, sappilo subito, la risposta è no. Non sono arrivato a quarant’anni per…”
“Non sei arrivato a quarant’anni per comportarti come uno stupido testardo. Ti costa qualcosa starmi ad ascoltare…? Non sai nemmeno chi sia la creatura di cui ti voglio parlare e già dici no, io non la sposo! Aspetta! Nessuno ti obbligherà a fare nulla se non lo vorrai fare. Però credimi: quando l’avrai vista, quando l’avrai conosciuta, sarai tu ad implorarmi di combinare lo shidduch.”
Daniel il Matto scosse la testa divertito.
“Sei un’artista Shoshanna. Se tu fossi più giovane, sposerei te, non qualcuna delle tue stupide ragazzine.”
“Ah, non mettere il dito nella piaga. Quello è stato il mio unico fallimento. Ho trovato marito a non so più quante ragazze, ma non l’ho trovato per me. E’ stata la mia dannazione. Non voglio che capiti anche a te di ritrovarti vecchio senza nessuno al fianco.”
Daniel si asciugò le mani in uno straccio e abbandonata la pergamena si volse verso di lei.
“Avanti, parlami di lei.”
Shoshanna socchiuse gli occhi ed agitò una mano, come persa in una visione.
“Ah, la dovresti vedere… Un angelo del paradiso. Bella da perdere la testa.”
“Però…?”
“Niente però! E’ una vera bellezza. Un incanto di ragazza.”
“Se la proponi a me piuttosto che a uno di quei buoni partiti che fanno sognare tutte le mamme del ghetto, qualche però ci sarà pure…! Avanti: quanti anni ha?”
“Ventiquattro e allora? Tu ne hai quaranta. Cosa dovrei fare…? Metterti nel letto una ragazzina?”
“E cosa ha fatto fino ad oggi questa meravigliosa creatura?”
“Che ti importa cosa ha fatto? Tu devi pensare solo a quello che farà da oggi in avanti, e questo dipenderà dal marito che sarai. Come dice il Talmud, trattala come una regina e sarai un re dentro la tua casa.”
Daniel il matto sospirò poco convinto.
“Immagino che sappia cucinare… e ricamare… Come tutte le ragazze del ghetto.”
“Ah! E’ questo che tu cerchi in una moglie…? Che sappia cucinare, come tutte le donnette del ghetto? Lei legge. Lei parla. Lei discute. Ha studiato il Talmud, sai? Lei sa fare tutto ciò che deve fare una moglie, ma ha qualcosa che le altre non hanno: lei ha la testa e la sa usare. Credimi Daniel, lei è la scarpa per il tuo piede.”
Daniel si alzò e fece qualche passo, avanti e indietro, grattandosi la testa.
L’idea di prender moglie se l’era sempre buttata alle spalle, per non dover rendere conto a nessuno della sua vita trasandata. Ma gli anni passano e le prospettive cambiano. Sempre più spesso si sorprendeva a desiderare un figlio e per averlo doveva pur rassegnarsi a un matrimonio.
“Va bene” disse alla fine “portamela qui.”
Shoshanna balzò in piedi, sgranando gli occhi.
“Sei pazzo?”
“Se non vedo, io non compro” disse lui deciso “portala qui, le farò un ritratto e alla fine ti dirò se la cosa si può fare.”
Shoshanna tornò dai Sermoneta e finalmente conobbe davvero la giovane Debora.
“Io non vado a farmi esaminare da questo bifolco maleducato. Mi ha preso forse per una puledra? Ha quarant’anni e fa ancora lo schizzinoso, questo stupido vecchio! E poi guarda, se si comincia così, figuriamoci dopo… No! Assolutamente no! Digli che sono io che non ne voglio sapere di lui.”
Ci vollero la pazienza della madre e l’arte di Shoshanna per raddrizzare una situazione che sembrava già compromessa.
Un paio di giorni più tardi, comunque, le tre donne si presentarono alla bottega di Daniel il Matto.
Il sofer non disse una parola. Dette un occhiata alla posizione del sole e sistemò uno sgabello in piena luce.
“Siediti,” disse a Debora, “e guarda in quella direzione.”
Quando la ragazza si fu accomodata, lui le girò intorno, scrutandola da ogni angolatura. Poi tornò al suo banco, stese un foglio di carta e cominciò a disegnare, dapprima lentamente, poi con sempre maggiore trasporto, fino a perdersi nel suo impeto creativo.
Dopo mezzora all’improvviso si quietò, posò il carboncino e si allontanò dal disegno.
“Bello,” disse, sollevandolo verso la luce del sole.
Debora sorrise. Non si erano scambiati una parola e questo le era piaciuto. Quanto meno non era un tipo invadente. E poi era un bell’uomo, non lo si poteva negare.
“Posso vederlo?”
“La prossima volta.” disse lui, coprendo il disegno. “Questo è solo uno schizzo, voglio prima farne un dipinto.”
Shoshanna tornò alla bottega più tardi.
“Allora?”
“E’ molto bella. Avevi ragione.”
“Che ti avevo detto? E’ una creatura speciale… E tu ancora non la conosci!”
“Ti sbagli. La conosco. Quando ritraggo qualcuno, io penetro nella sua essenza più intima… Beh, quello che ho visto… Non lo so, non credo che sia lei la donna che mi è destinata.”
“Non dire sciocchezze! Non hai visto come ti guardava? Lei è già innamorata, Daniel! Shemagn Israel, cosa potresti desiderare di più? Bella, intelligente, innamorata… E la dote poi! Non ti ho ancora parlato della dote…”
Shoshanna tornò a casa fiduciosa.
Daniel aveva preso tempo ma era evidentemente intrigato da Debora. Solo quella malaugurata sensazione… Una sensazione che non era nemmeno capace di spiegare.
A motzè shabat aveva detto. Vieni a motzé shabat e ti darò una risposta.
Che rifletta, aveva pensato Shoshanna. Ha quarant’anni. Non gli capiterà ancora un’occasione come questa.
All’uscita delle tre stelle comunque non si dette tempo e si presentò puntuale alla porta del sofer.
“Voglio vederla ancora” disse lui.
“Sei pazzo? Ho già fatto un miracolo a portartela qui! E poi non puoi offenderla con i tuoi dubbi. Lei ti si è offerta con l’entusiasmo della giovinezza: ora ha diritto ad una risposta ponderata.”
Discussero a lungo e alla fine Shoshanna trovò la soluzione.
“Verrai a casa loro. Diranno di volerti commissionare la stesura di una beracha o qualcosa del genere. Tutta la famiglia ti accoglierà in casa e tu avrai modo di osservare ancora una volta Debora. A quel punto però, dovrai prendere una decisione. Subito. E dovrai comportarti con discrezione. Non voglio che la ragazza si senta umiliata, qualunque sia la conclusione.”
La cosa fu organizzata in fretta e due giorni più tardi Daniel il Matto si presentò con Shoshanna in casa dei Sermoneta.
“Non dimenticare” gli ripeté lei prima di entrare, “Debora a un certo punto lascerà cadere un fazzoletto. Tu lo raccoglierai e glie lo restituirai. Questo vorrà dire che la vuoi, e lo shidduch sarà compiuto. Se invece sarai così pazzo da rifiutarla, beh allora il fazzoletto lo lascerai in terra e te ne andrai alla svelta.”
Tutta la famiglia li accolse sulla porta, colmandoli di attenzioni.
Daniel srotolò sul tavolo le sue pergamene decorate e prese a mostrarle ad una ad una.
Il momento della decisione si avvicinava ma lui non si era fatto ancora una convinzione.
Osservava Debora, ma per quanto intrigato dalla sua bellezza non riusciva a vincere quella sensazione di estraneità che lo aveva colto nel ritrarla.
Lei dal canto suo stringeva in mano il fazzoletto e rimaneva discosta senza unirsi alle esclamazioni di stupefatta ammirazione che accompagnavano ognuno dei suoi lavori.
Il tempo stringeva, doveva decidere.
Ed ecco il fazzoletto che cade.
Lui rimase a lungo immobile, incapace di prendere partito.
Perché no si disse alla fine, chinandosi a raccoglierlo. Cos’altro potrei desiderare? Non posso lasciarmi guidare da una sensazione. Perché dovrei rinunciare a lei?
Non aveva finito di chiederselo e già gli giungeva la risposta.
“Ce l’hai fatta alla fine! Mi hai rivoltata come un guanto e ancora non ti sapevi decidere! Cosa volevi fare? Scappare? Umiliarmi? Lasciarmi qui con quel maledetto fazzoletto in terra? Buon per te che non l’hai fatto, perché ti avrei cavato gli occhi con le mie stesse mani.”
Nella stanza cadde il silenzio.
Daniel il Matto, con il fazzoletto in mano, la fissava incredulo.
Ora sapeva cosa lo aveva turbato. Ora sapeva cosa aveva colto nel ritrarla.
Finalmente deciso, si volse verso la madre per prendere congedo con un minimo di buone maniere.
La donna era impietrita, paralizzata sulla sedia. Con lo sguardo implorava Shoshanna, sperando con tutto il cuore che un qualche miracolo intervenisse ad evitare la catastrofe.
Non poteva immaginare che ciò che l’attendeva sarebbe stato peggiore dei suoi peggiori timori.
Daniel si stava voltando per andarsene, quando il suo sguardo incrociò quello della sorella minore.
Un attimo e i loro destini furono segnati. Un sorriso e il fazzoletto fu nelle mani della figlia sbagliata.
Lo sguardo che ne seguì suggellò fra i due un patto che nessuno avrebbe più potuto infrangere.
Ora Debora gli inveiva contro. Tutti gridavano e Daniel si affrettò ad uscire, avviandosi rapidamente giù per le scale.
Dietro di lui sentì passi leggeri e svelti.
“Io mi chiamo Rachele!”
Lui si arrestò girandosi a guardarla.
Lei si teneva al mancorrente della scala e gli sorrideva.
“Rachele” ripeté lui.
Era felice come non ricordava di essere mai stato.
Sollevò la mano in un gesto di saluto e riprese a scendere le scale.
Non era stato capace di dirle nulla ma gli parve che fra loro si fosse detto tutto quello che c’era da dire.
Shoshanna si presentò da lui il giorno dopo.
Era furiosa.
“Sono vecchia, Daniel, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista! Hai superato te stesso. Hai offeso Debora e questo te lo potrei forse perdonare. Quello che non potrò mai perdonarti è di esserti fatto beffe di me. Della mia buonafede. Io ti offro una straordinaria opportunità e tu cosa fai? Infanghi la casa di cui io ti ho aperto le porte.”
“Avevi detto che era la scarpa per il mio piede! Beh, non lo era. Lo hai visto anche tu.”
“E allora? Potevi uscire di scena con discrezione! Ma tu no! Tu non hai ancora finito di rifiutare quella povera figlia e già ti metti ad insidiare sua sorella!”
“Io non la insidio! Io la voglio. E la voglio sotto la kuppah.”
“La vuoi sposare! E tu pensi che i Sermoneta prenderebbero di nuovo in considerazione uno come te? Tu sei pazzo e io sono più pazza di te! Illudermi di poterti mettere la testa a posto! Pazza, pazza, pazza!”
“Io la voglio!”
“Beh, dimenticatela! Sarebbe una specie di incesto. Rifiutare una donna e prenderne la sorella. Non troveresti un rabbino disposto a sposarti!”
“A quelli ci penso io. E comunque Iaakov avinu, ha preso anche Rachele sebbene gli fosse stata destinata Leha. Perché non io? Voglio anch’io la mia Rachele.”
Shoshanna lo avrebbe volentieri strozzato ma quarant’anni di shidduchim le avevano insegnato ad usare la testa.
Invece di lasciarsi prendere dalla furia ragionò e lo fece in fretta.
Una cosa era certa. Dopo una scena come quella occorsa in casa dei Sermoneta nessuna famiglia del ghetto avrebbe più messo nelle sue mani il destino di una figlia. Le sembrava di sentirle le maldicenze. Poveretta è invecchiata anche lei. Cosa si può pretendere da una che regge l’anima con i denti? Sputò in terra, facendo gli scongiuri. C’era un solo modo di uscire da quella situazione. Combinare uno shidduch da far parlare tutto il ghetto. E quale migliore occasione di questa? Se alla fine avesse portato Daniel il Matto sotto la kuppah, chi si sarebbe curato di quale fosse la sorella prescelta?
“Dunque la vuoi! Beh, sai cosa ti dico? E’ affare tuo! Grazie a te, io non ho più un ingaggio.”
“Certo che lo hai un ingaggio. Da oggi lavori per me.”
Non ci furono discussioni sul prezzo e Shoshanna strappò il doppio di quanto avrebbero pagato i Sermoneta.
C’era un solo problema adesso. Rimettere insieme i cocci della situazione.
Ci volle tutta la sua abilità ma una settimana dopo poté finalmente tornare da Daniel il Matto con una proposta.
“L’hai avuta vinta, amico mio. I Sermoneta sono disposti a parlarti di nuovo ma…”
“Ma…?”
“Ma non ho potuto negoziare. Dopo quello che è successo avevano loro il coltello dalla parte del manico.”
“E allora…?”
“E allora vogliono che sia chiaro che si piegano alla tua proposta solo per amore della piccola Rachele. Lei ha fatto la pazza per convincerli.”
Daniel sorrise.
“Me ne farò una ragione.”
“Inoltre sulla dote non transigono. Metteranno sul tavolo solo una cifra simbolica.”
“Voglio Rachele, non i loro soldi. C’è altro?”
“Oh si. Ancora una sciocchezza. Debora vuole indietro il suo ritratto.”
Daniel si irrigidì.
“Questo no! Non lo accetto. E’ del tutto escluso.”
Shoshanna cercò uno sgabello e ci si lasciò cadere sopra massaggiandosi le caviglie.
“Non ti rispondo nemmeno. Fino a ieri mi imploravi di aiutarti e oggi fai il presuntuoso per uno stupido quadro. Che te ne devi fare di quella tela? Ne farai altri cento di ritratti, ogni volta che vorrai. E dipingerai Rachele non Debora.”
“Tu non capisci. Quando io ritraggo una persona, non mi limito a disegnare. Io entro nella sua anima. Beh, quel quadro ha in sé un’intimità che io non voglio svelare.”
“Sai che ti dico Daniel? Tieniti il quadro e dimentica Rachele. Ho fatto il diavolo a quattro per convincere la famiglia e alla fine Debora ha giurato che se non le avessi restituito il suo ritratto avrebbe mandato a monte le nozze. A costo di buttarsi dal ponte, ha detto. Ti garantisco che è capace di farlo!”
Daniel si passò le mani fra i capelli.
“Va bene” disse alla fine “ma solo dopo le nozze.”
Shoshanna si fece garante dell’accordo e le nozze ebbero luogo fra le chiacchiere pettegole di tutto il ghetto.
Rachele non era meno bisbetica della sorella ma il suo carattere si compenetrava inspiegabilmente con quello non facile di Daniel il Matto, dando vita ad un affiatamento che nessuno avrebbe creduto possibile.
Alla prima delle sheva berahot, organizzata in casa della sposa, furono invitati tutti i parenti. Dopo l’esposizione del corredo i Sermoneta si accingevano ora ad esibire come un trofeo la pittura di Daniel il Matto.
Shoshanna arrivò con studiato ritardo trascinando su per le scale il dipinto, ancora avvolta nell’involucro con cui era uscito dalla bottega del sofer. E ad aprirlo fu chiamata Debora che, pur non nascondendo la sua accidia nei confronti del cognato e della sorella, considerava quel dono preteso ed estorto, alla stregua di un personale trionfo.
Fra i gridolini di attesa di tutti i presenti, lei tagliò i legacci ed estrasse il dipinto dai teli che l’avvolgevano.
In un attimo ci fu solo silenzio.
Lei fissava il ritratto con una espressione stupefatta, incapace di profferire parola. Daniel l’aveva ritratta con il volto stravolto dall’ira, nell’atto di lanciare un grido rabbioso. Le ciocche dei capelli erano vipere e si agitavano in un parossismo di minacciosa violenza. Debora era nel dipinto la mitica Medusa e nel suo sguardo aleggiava la maledizione di Minerva: chi l’avesse fissato si sarebbe trasformato in una statua di pietra.
Mai prima di allora quel tragico sortilegio aveva sortito un simile effetto.
Davanti al quadro di Daniel il Matto erano rimasti davvero tutti impietriti.

Mario Pacifici,
mario.pacifici@gmail.com

E con questo vi saluto, ci rivediamo a fine mese (chi si fosse perso i racconti precedenti di Mario Pacifici, li può trovare nella sezione chicche).


barbara


16 ottobre 2010

LA MAPPA DELL’INFERNO

«Il soldato di Cristo uccide sentendosi moralmente al sicuro: egli è lo strumento di Dio per punire i felloni e per difendere i giusti. Invero quando egli uccide un fellone, non commette omicidio, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi ebrei, miscredenti e musulmani».
St. Bernard de Clairvaux – 1145 (Omelia a Ugo de Payns, Exortations aux Templiers)

«Per rispetto alla vita umana, si deve asportare un cancro o una cancrena; per rispetto alla stirpe, occorre asportare ebrei, zingari, asociali che ne sono il cancro e la cancrena e che lo porterebbero alla morte: per questo benemerito è chi opera questa asportazione e benedetto da Dio e dagli uomini».
H. Himmler (Tagebuch)


Chi e quando, il prossimo?



Queste due citazioni e questo interrogativo sono riportati nella prima pagina del libro La mappa dell’inferno – Tutti i luoghi di detenzione nazisti 1933-1945 (SugarCo) di Gustavo Ottolenghi. Seguono centocinquanta pagine fitte fitte: è l’elenco dei luoghi di detenzione. Noi quanti ne conosciamo? Cinque? Dieci? Sono molte migliaia, invece, e in questi inferni sono passati milioni di persone. Qualcuno è tornato. Molti altri, milioni di altri, no. Fra questi, gli oltre mille ebrei romani deportati all’alba del 16 ottobre 1943 nella razzia del ghetto (ricordata anche qui, qui e qui). Era sabato, come quest’anno, e non è casuale: spesso, per le loro mattanze, i nazisti sceglievano la sacra ricorrenza di shabbat o altre importanti ricorrenze religiose, abitudine conservata dai nazisti di oggi nelle loro mattanze in Israele.
Ricordiamoli, i nostri connazionali ebrei del 16 ottobre, e onoriamo la loro memoria offrendo il nostro appoggio e la nostra solidarietà agli ebrei che oggi combattono per rimanere vivi (e a tutti coloro che, per essersi schierati dalla loro parte, stanno subendo un osceno linciaggio mediatico – e speriamo che almeno rimanga solo mediatico).

barbara


20 giugno 2010

SO' GGIUDÌA, ME VONNO AMMAZZÀ

Un ricordo improvvisamente riemerso, una testimonianza sentita tanti anni fa.
Roma, 16 ottobre 1943. I tedeschi, dopo avere tranquillizzato gli ebrei con la farsa dei 50 chili di oro, hanno iniziato la razzia del ghetto che costerà la vita, in una botta sola, a oltre mille ebrei romani. Una donna veste frettolosamente i suoi tre bambini, scende in strada, col cuore in gola infila un vicolo dietro l’altro, riesce a uscire dal ghetto. Vede un taxi e ci si infila dentro, insieme ai bambini. Il tassista si gira e chiede: “Dove andiamo, signora?” La donna, disperata, risponde: “Ecchennesò, so’ ggiudìa, me vonno ammazzà”. Restano a guardarsi per un tempo infinito, non si sa chi dei due più terrorizzato. Poi, lentamente, il tassista si gira, accende il motore, innesta la marcia e si avvia. Li porta a casa sua, nelle due stanze in cui vive con la moglie e i due figli, e se li tiene lì, tutti e quattro, per tutti i lunghi mesi che ancora mancano alla liberazione, dividendo con loro lo scarso pane che, in tempi magri per tutti, riesce a guadagnare.
Ho deciso di mettere questa cosa, perché in tempi tanto amari, da tanti punti di vista, c’è bisogno, ogni tanto, di un raggio di luce.

barbara


21 dicembre 2009

SE AVESSE FATTO UN GESTO

Piero Terracina: «Se Pio XII avesse fatto un gesto, molti romani si sarebbero salvati»

di Raffaella Troili

ROMA (20 dicembre) - Al silenzio della Chiesa e di Pio XII, Piero Terracina contrappone la voce del cuore, non potrebbe fare altrimenti. Il suo è il commento dell'ebreo romano, ragazzo deportato ad Auschwitz il 7 aprile del '44, che ancora conta i nomi dei morti dentro la famiglia. E ora che Papa Pacelli - figura controversa per il suo atteggiamento verso la Shoah - si avvia a diventare beato (Benedetto XVI ha firmato il decreto per le virtù eroiche, nonostante la Comunità ebraica l'abbia sempre osteggiato), Terracina prende le distanze: «E' una cosa tutta interna alla Chiesa», però...
«Però credo sia opportuna una riflessione sulla visita del Papa in Sinagoga in programma il 17 gennaio. Le decisioni le prenderanno quanti devono farlo, ma un momento di riflessione serve». Aveva 15 anni quando venne arrestato dalle Ss e deportato ad Auschwitz insieme ad altri sette membri della famiglia. Tornò a Roma da solo, unico superstite, due anni dopo. «Del silenzio della Chiesa e in particolare di Pio XII ne abbiamo sempre parlato. Di una cosa resto convinto: che se quel 16 ottobre del '43, quando avvenne la razzia degli ebrei romani dal Ghetto, quando per due giorni restarono chiusi nel Collegio militare di via della Lungara, a 300 metri dal Vaticano, il Papa fosse uscito, avesse fatto un cenno, un gesto...». E in testa ha un'immagine che poteva essere e non è stata. «Se solo avesse aperto le braccia, e mi riferisco a quelle bellissime immagini che testimoniano la sua visita a San Lorenzo bombardata nello stesso anno, gli ebrei romani non sarebbero stati deportati». Così non è stato. «Anzi, silenzio più totale. Eppure Himmler ha atteso due giorni prima di partire, si dice che aspettasse le reazioni del Vaticano».
Alla fine il treno è partito. A bordo 1023 ebrei romani, uno aveva un giorno. Appena arrivati, dalle selezioni, ne uscirono vivi meno di 300. A casa ritornarono in 16, una donna sola. «E' naturale che io pensi che non sarebbero stati assassinati se ci fosse stato un intervento reale della Chiesa. Non voglio arrivare a dire che il silenzio è una complicità ma quello che è successo a Roma, dove risiedeva il Papa, si poteva evitare. Ma la storia non è fatta di se e ma». Sospira Terracina e prende di nuovo le distanze, però s'interroga: «Noi non veneriamo i santi, non crediamo alla santità delle persone. Abbiamo solo un santo, ed è il Signore. Ma non credo che un Santo sarebbe stato in silenzio, a guardare. Un santo non può avere paura, ha sempre la protezione del Signore. E poi, quanti santi si sono sacrificati per salvare altre vite? Ecco, sulla santità di Pio XII esprimo qualche dubbio, quantomeno in quel momento storico non l'ha dimostrata, se la Chiesa pensa che sia opportuno...».

(Il Messaggero, 20 dicembre 2009)

È infatti documentato che il motivo per cui gli ebrei romani rastrellati nella razzia del ghetto del 16 ottobre 1943 non furono deportati subito ma rimasero per due giorni al Collegio Militare, risiede nel timore che il papa potesse reagire, e volevano quindi riservarsi la possibilità di fare marcia indietro nel caso ci fossero state, appunto, reazioni. Ma Sua Santità non reagì.



barbara

sfoglia     settembre        novembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA