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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


19 settembre 2011

AUSCHWITZ È DI TUTTI

È impossibile comprendere le sofferenze mortali di una persona che viene portata via da casa, strappata agli affetti familiari, alla quale si toglie ogni dignità, che viene depredata di tutto, che si umilia rasandole i capelli e vestendola di stracci, che non ha più un nome, che si trova in una terra ostile dove non può sfogarsi con nessuno, perché tutti parlano lingue incomprensibili. (p. 25)

È vero, è impossibile comprendere. Ed è difficile persino immaginare. Ciò non ci esime tuttavia dal dovere di conoscere, dal dovere di aggiungere, ogni volta che sia possibile, un ulteriore tassello alla conoscenza. Marta Ascoli, che aveva 17 anni al momento della deportazione e che ha trovato nella speranza di potere un giorno testimoniare la forza per resistere e sopravvivere, ci fornisce uno di questi tasselli – uno degli ultimi prima che il tempo inesorabile ci privi degli ultimi testimoni. Non lasciamocelo sfuggire, soprattutto in questi tempi bui in cui tornano ad alzare la testa i mostri che vorrebbero un mondo judenfrei.

Marta Ascoli, Auschwitz è di tutti, Rizzoli



barbara


7 settembre 2011

ISHTAR 2

Essere sfiorati dalla morte e tornare alla vita. Lentamente. Faticosamente. Attraversando un caleidoscopio di sensazioni e di immagini, di visioni e di ricordi, di volti e di luoghi e di suoni. Riappropriarsi della propria mente e del proprio corpo. Lentamente. Dolorosamente.
È questa l’esperienza vissuta da Antonia Arslan, che già vi ho fatto conoscere qui e qui, e che per fortuna alla vita è davvero tornata del tutto, perché se fosse andata male avremmo davvero perso molto.
È un librino smilzo, che si legge in poche ore, ma le emozioni che riesce a trasmettere rimangono, e dunque va letto, assolutamente.

Antonia Arslan, Ishtar 2 – Cronache dal mio risveglio, Rizzoli



barbara


1 settembre 2009

GHIBLI

Questo libro è nato da un’immagine, un uomo che torna a casa, dopo trent’anni all’estero, in pantaloncini da bagno e canottiera. Mio zio.
È nato anche dai ricordi di una donna cui miseria fascismo guerra emigrazione hanno dato coraggio e voglia di vivere. Mia madre.


È il primo settembre 1969, quando Gheddafi, con un colpo di stato, prende il potere, detronizza re Idris e diventa il padrone assoluto della Libia. E inizia la sua guerra contro gli italiani, che nel giro di un anno verranno cacciati tutti, dal primo all’ultimo, i loro beni confiscati, sbattuto in galera ogni traditore sorpreso ad aiutarli. Romanzo, questo libro, ma pieno di storia: le fughe rocambolesche, gli arresti arbitrari, la certezza che andrà a finir male ricordando la storia passata, i pogrom che avevano fatto piazza pulita degli ebrei, nel ’67 con la guerra dei Sei giorni ma anche prima, nel ’48, con la proclamazione dello stato di Israele, e prima ancora, nel ’45, perché qualche buon motivo per far fuori un po’ di ebrei si trova sempre. E poi squarci di storia passata, senza sconti per gli immani crimini della colonizzazione italiana, i campi di sterminio senza sopravvissuti, le deportazioni attraverso il deserto come gli armeni in Turchia, i gas, l’oscena impiccagione dell’eroe della resistenza libica Omar al Mukhtar ultrasettantenne – ma, come troppo spesso accade nella storia, non è sui responsabili di questi crimini che si abbatte, inesorabile e spietata, la vendetta di Gheddafi - e poi ancora il petrolio, i traballanti governi italiani, e le tante tragedie, grandi e piccole, che travolgono infinite esistenze, gli addii che si sa che saranno per sempre e straziano l’anima e le budella e li conosco, sì, li conosco questi addii per sempre che ti fanno a brandelli la carne e lo spirito e ripartire da zero, perché sei scappato con nient’altro che i vestiti che avevi addosso, e chi sa se avrai la forza di ricominciare. E poi il ghibli, il rovente vento del deserto che avvolge tutto e tutti in un’accecante polvere d’oro, e ottunde la mente e annichilisce il pensiero e fa venir voglia di rimandare tutto a dopo, quando sarà passato, ma non tutto si può rimandare a dopo, non tutto …
È un libro bellissimo, e drammaticamente vero: leggetelo.

Luciana Capretti, Ghibli, Rizzoli



barbara


18 agosto 2009

CHISSELO FOSSEMAI CRESO

Non ho mai amato la moda, né le mode. Anzi, per la precisione, le detesto proprio. Non ho mai acquistato un capo di vestiario alla moda, né indossato un capo firmato. Né letto un best seller. Mai. Chiaro, dunque, che mai e poi mai mi sarebbe potuta venire l’idea di comperare Va’ dove ti porta il cuore. E non l’ho comperato, infatti. Solo che una volta, anni fa – quanti non lo so – era in omaggio con non so più quale giornale e naturalmente, con la mia quasi religiosa venerazione per la parola scritta da fare concorrenza a quella di Perpetua, l’ho preso. Ed è rimasto lì, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Adesso me lo sono portato al mare, infilato in una borsa insieme a un’altra ventina di libri. E quando sono arrivata l’ho sistemato, insieme agli altri, su uno scaffale. E poi un giorno l’ho tirato giù e l’ho letto. Beh, è bello. Nonostante tutti, alla sua uscita, avessero gridato al miracolo. Nonostante l’incredibile successo di pubblico. Nonostante i fantastiliardi di copie vendute in tutto il mondo. Nonostante la faccetta da bambina perbene della Tamaro. Bello sul serio. E neanche mezza briciola banale. Mi ci sono perfino commossa, pensate un po’. E ci ho anche trovato dentro un po’ di me. Anzi, un bel po’. E dunque lo suggerisco anche a voi, perché non è mai troppo tardi per abbattere un pregiudizio. (Se va avanti così, magari fra qualche decennio va a finire che mi leggo addirittura L’insostenibile leggerezza dell’essere …)

Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore, Baldini&Castoldi (e anche Rizzoli)

            

barbara


7 febbraio 2008

LA CASTA

Giorgio Napolitano non ha mai messo i cappellini della regina Elisabetta. Dio lo benedica. Non ha un marito gaffeur come il principe Filippo che a una donna cieca col cane guida che ve­deva per lei disse: «Lo sa cara che ci sono cani che mangiano per le anoressiche?», E Dio lo benedica. Preferisce i babà del caffè Gambrinus alle cakes di patate, frutta secca e pancetta af­fumicata. E Dio lo benedica. Sulla trasparenza, però, Dio salvi la regina. La quale ha messo on-line tutti i suoi conti: tutti. Pre­cisando quanto spende per questo e quanto spende per quello fin nei dettagli. Fino all'ultimo centesimo.
Da noi no: segreto. Il bilancio del Quirinale è vietato ai cit­tadini. Avevamo chiesto, seguendo l'iter che ci era stato sugge­rito, poche, banali, innocenti informazioni. Chi ha diritto all'appartamento di servizio? Quante sono le autoblu? Quanto costano i viaggi in Italia e le missioni all'estero? Come funziona il trattamento pensionistico? Quali sono le spese per il mantenimento del Palazzo? Cose così...
Niente da fare. O meglio, alcuni dati generici il Colle li ha dati. Per la prima volta, come se volesse farsi britannicamente
carico dei nomignoli di «Sir George» e di «Lord Carrington» che si trascina da una vita, il presidente ha deciso, nel gennaio del 2007, di render note le «fondamentali scelte contenute nel bilancio interno». Dando anche qualche dettaglio, come il nu­mero dei corazzieri, salito dai tradizionali 274 a 297. Evviva! Ed evviva l'impegno, preso solennemente, di ridurre i costi del­la macchina «al fine di contribuire ancor più incisivamente al generale risanamento dei conti pubblici e di contenere la dina­mica della spesa». Di più: evviva perfino per il ritocco (un milione di euro in meno) rispetto alle previsioni contenute nel bi­lancio pluriennale 2006-2008. Un taglio simbolico ma vabbè, chi si contenta gode.
La fitta coltre di nebbia sui costi della presidenza, però, è stata appena scalfita. Certo, «Sir George» ha annunciato la na­scita di due «apposite commissioni di studio» e rivendicato la decisione di «autorizzare forme di pubblicità delle scelte fon­damentali contenute nel bilancio interno». Ma solo sulle voci «compatibili con la riservatezza che caratterizza, in base alla prassi costantemente seguita dal 1948 a oggi, una documenta­zione contabile sottratta a controlli esterni, in forza dell'auto­nomia organizzativa riconosciuta all'organo costituzionale del­la presidenza della Repubblica dalla Costituzione e dalla legge 9 agosto 1948, n. 1077, istitutiva del segretariato generale, co­me affermato dalla Corte costituzionale e dalla dottrina». Insomma: chi si aspetta la trasparenza vera può aspettare. E per un pezzo.
Per carità, Napolitano non è il primo a fare questa scelta. Anzi, ci tiene a dire che lui vorrebbe aprire di più ma sarebbe indelicato verso i predecessori diffondere dati che per il 2006 lo riguardano solo in parte e che in passato erano stati blindati. Sempre. Anche sotto la presidenza di un vecchio partigiano estroso come Sandro Pertini, di una specie di bombarolo istitu­zionale quale fu Francesco Cossiga, di un gentiluomo con la fis­sa delle regole come Oscar Luigi Scalfaro o di un fedelissimo servitore dello Stato quale Carlo Azeglio Ciampi. Sempre.
Questione di cultura. Secolare. Di là, in Inghilterra, re Giorgio III decise che i proventi dei beni ereditari della monarchia venissero ceduti al Tesoro in cambio di un appannaggio annuale detto della «Civil List», addirittura nel 1760: trent'anni prima della Rivoluzione francese. Di qua il palazzo voluto nel 1580 da papa Gregorio XIII (l'esaltatore dello spaventoso Massacro del giorno di San Bartolomeo) è sempre stato abitato da inquilini riottosi all'idea di rendere conto a qualcuno: prima una trentina di papi, poi quattro re d'Italia, compreso l'ultimo, Umberto di Savoia. Il quale dopo il referendum su monarchia e repubblica, racconta Ceccarelli ne Lo stomaco della Repubblica, abbandona l'ex reggia con le dispense così «desolatamente vuote» che «per pagare i debiti occorre impegnare l'intero rac­colto di pinoli della tenuta di San Rossore». Prima di sbaracca­re, la corte savoiarda lascia «ai nuovi inquilini del Palazzo solo un pacchetto: "È un'ottima miscela di caffè Moka-San Domingo, che fu acquistato alla borsa nera esclusivamente per Sua Maestà. Ecco, Vostra Eccellenza può consumarlo, se crede, alla salute del sovrano"».
[...] Ma per capire occorre davvero partire dal con­fronto con la monarchia. Si potrebbe maramaldeggiare ricor­dando la proverbiale sobrietà dei «monarchi in bicicletta» del Nord Europa o l'austerità di un re Baldovino che in tutta la sua vita non diede mai un ballo e visse e lavorò, come oggi il fratello Alberto, in palazzi di proprietà dello Stato belga. Troppo facile. Meglio il confronto con una monarchia spesso messa in croce dai media locali con l'accusa di essere spendacciona: quella in­glese. Dicono i bilanci ufficiali che il Crown Estate, cioè il com­plesso dei beni immobiliari che appartengono alla Corona bri­tannica ma sono gestiti dallo Stato, rendono immensamente più di quanto lo Stato versi alla casa regnante per svolgere la sua attività istituzionale. I contribuenti, insomma, ci guadagnano: nel 2006 hanno incassato dal Crown Estate 290 milioni di euro e ne hanno dati alla regina meno di 57. Ripartiti in tre pacchetti. La Civil List, che viene fissata ogni dieci anni e va a coprire gran parte delle spese, dallo staff alla rappresentanza; il contributo statale («Grant in aid for the maintenance...») per il manteni­mento delle residenze reali, e il fondo per i viaggi di Stato. Tutto pubblico, su internet: www.royal.gov.uk/output/page3954.asp . Con 33 pagine ricche di dettagli sulle tabelle entrate-uscite de­dicate alla prima voce, 54 alle residenze, 33 ai viaggi.
Sei un cittadino? Hai diritto di sapere che i dipendenti a tempo indeterminato a carico della Civil List alla fine del 2005 erano 310, cioè 3 in più rispetto all'anno prima. Che la regina ha avuto regali ufficiali per 152.000 euro. Che nelle cantine rea­li sono stoccati vini e liquori «in ordine di annata», per un valo­re stimato in 608.000 euro. Che le uniformi del personale sono costate 152.000 euro e «catering e ospitalità» 1.520.000. Che sul volo di Stato numero tale, il giorno tale, in viaggio da qui a lì c'erano i passeggeri Tizio, Caio e Sempronio.
La convinzione democratica che chi sta ai vertici del pote­re abbia il dovere (non la facoltà: il dovere) di rendere conto del pubblico denaro è talmente radicata che una tabellina indi­ca, con nome e cognome, lo stipendio dei massimi dirigenti. Sappiamo quindi che la busta paga di Lord Chamberlain (Ri­chard Luce fino all'11 ottobre del 2006, poi William Peci) è sta­ta di 97.000 euro, quella del segretario particolare della regina Robin Janvrin di 253.000, quella del responsabile del Portafo­glio privato Alain Reid di 276.000, quella del Maestro di Casa David Walker 191.000 euro.
E da noi? Boh... Fu solo grazie a un'interrogazione parla­mentare di Filippo Mancuso, l'ex ministro della Giustizia ricco di entrature nei gangli più impenetrabili della macchina statale, che nel 1995 finì nel mirino lo stipendio di Gaetano Gifuni. Il mitico «Parolina» (chiamato così perché era talmente riservato da apparire muto e parlava solo chinandosi nei momenti delica­ti alla basettona asburgica di Oscar Luigi Scalfaro per sussurrar­gli all'orecchio: «Preside', se permettete 'na parolina...») cumulava allora due introiti favolosi. Lo stipendio di segretario gene­rale del Colle e la pensione di ex segretario generale del Senato. Totale: 45 milioni di lire al mese. Netti. Per 15 mensilità. Lui smentì. Tre giorni dopo saltò fuori la dichiarazione dei redditi del 1993, primo anno in cui aveva cumulato le due entrate. Il reddito era inferiore a quello denunciato da Mancuso ma niente male: 799.483.000 lire. In valuta attuale, 557.000 euro. Molti di più di quelli che prendeva il capo dello Stato.
[...]
Certo è che i costi, stando all'unica fonte a disposizione (la comunicazione annuale con cui il Quirinale informa il governo di aver bisogno di «tot soldi» senza spiegare nulla su come ven­gano spesi) hanno continuato inesorabilmente a lievitare senza che mai sia stato segnalato un taglio e senza che mai sia stata fornita una risposta alle richieste di aggiornamento dei dati co­nosciuti e mai smentiti. Ci sono ancora 71 alloggi a disposizio­ne dei massimi dirigenti e dei collaboratori più stretti? I cavalli della ex Guardia del re sono ancora 60? Di quanto sono cre­sciuti i pensionati che nel 1998, ai tempi di una spietata radio­grafia di Stefano Romita sul «Mondo», erano già 896? Chi vie­ne assunto è benedetto anche oggi dal dono di 4 anni d'anzia­nità convenzionale per andarsene poi a fine carriera (molto pri­ma di tutti gli altri dipendenti pubblici) col 100% dell'ultimo stipendio, come segnalava nel 2000 (5 anni dopo la riforma Dini) un'inchiesta dell'«Espresso»? Ci sono ancora 2 ausiliari che come unico lavoro controllano gli orologi a pendolo?
Segreto. Mentre dall'altra parte, in Inghilterra, la regina ha deciso di fornire ai cittadini non solo tutti i particolari del bi­lancio ma di far certificare questo bilancio dalla Kpmg. Ve l'im­maginate il Quirinale che si abbassa (che umiliazione! che umi­liazione!) al pari di una qualsiasi monarchia inglese ad affidare i conti a una società di revisori? L'idea di trasparenza è tale, las­sù, che tra i resoconti c'è un capitoletto: «Politiche per il perso­nale». Vi si spiega che «la Casa reale è impegnata a rispettare le pari opportunità e tutte le nomine e le promozioni sono effet­tuate seguendo il criterio del merito». Si aggiunge che le sele­zioni del personale avvengono con pubblico reclutamento e «avvisi pubblicati sui giornali nazionali e specialistici e su inter­net». E si precisa che «tutto il personale è sottoposto annual­mente a una valutazione delle performance anche per identifi­care le opportunità di carriera individuali e le necessità forma­tive». Un riesame l'anno. Senza che i sindacati strillino contro la ferocia padronale della regina.
Altra cultura. Un giorno di qualche anno fa, per dire, il go­verno inglese si accorse che la Civil List aveva calcolato un'infla­zione (7,5%) più alta di quella poi effettivamente registrata, col risultato che la famiglia reale aveva ricevuto 45 milioni di euro in più. Bene: Tony Blair e il cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, come riportarono tutti i giornali, decisero il congela­mento dell'appannaggio per andare al recupero dei soldi.
Invitata a «dimagrire», Elisabetta II ha preso l'impegno molto sul serio. Taglia di qua e taglia di là, per fare un solo esempio, a Buckingham Palace ci sono oggi 6 centralinisti a tempo pieno. La metà dei soli centralinisti del Comune di Ca­tania processati anni fa dalla Corte dei Conti perché si spaccia­vano per ciechi. La metà dei centralinisti assunti dalla Asl di Frosinone nella sola tornata del dicembre del 2002. Un quinto dei centralinisti non vedenti richiesti con un concorso bandito nel 2004, dice un documento parlamentare, dalla sola Università di Palermo.

Denuncia molte cose, Gian Antonio Stella: nei suoi libri, nei suoi articoli, e a volte, leggendolo, mi prende una forte inquietudine, pensando a quanta gente può dare fastidio. Certamente lo sa anche lui, e tuttavia prosegue per la sua strada, come è giusto che sia per un Uomo degno di questo nome. Una cosa è certa: anche chi di noi è uso a informarsi non può non rimanere sconvolto nel toccare con mano l’ampiezza del fenomeno della corruzione, delle ruberie, degli imbrogli, della sporcizia morale di coloro che ci governano. È una lettura da crampi allo stomaco, ma toccherà affrontarla, visto che siamo ormai sotto elezioni.

Sergio Rizzo – Gian Antonio Stella, La casta, Rizzoli



barbara


5 febbraio 2008

INFEDELE

Soggezione, discriminazione, umiliazioni, violenze, lavaggio del cervello, mutilazioni genitali ... Le conosciamo tutte, queste cose, certo, ma raccontate in prima persona sono un’altra cosa. Leggere, da parte di chi l’ha subito, la descrizione del taglio con un paio di forbici – ovviamente in carne viva – del proprio clitoride, delle proprie labbra della vagina, non è la stessa cosa, no davvero, che leggere un trattato scientifico, un articolo di giornale, uno studio antropologico. E lo sprofondare nell’abisso, la sottomissione, la cancellazione del proprio corpo, del proprio cervello, della propria identità. E la presa di coscienza, i dubbi, le domande; lo sbattere in faccia all’amica europea la propria superiorità in quanto infibulata: “Noi siamo pure!”; la sconcertata reazione dell’amica: “Pure da cosa?”; il rendersi conto di non avere una risposta, il sospetto che la risposta, in effetti, forse non c’è. L’estenuante battaglia, contro tutto e contro tutti, per riappropriarsi della propria carne e della propria anima, del proprio corpo e del proprio cervello, della propria identità, della propria vita. E infine le vicende note: l’incontro con Theo Van Gogh, la scelta di denunciare le violenze sulle donne, l’assassinio di lui e la condanna a morte di lei, la decisione di andare avanti, nonostante tutto: decisione di cui anche questo libro è frutto. Non è un libro “facile”, ma è un libro che va letto, affinché non ci si possa nascondere dietro l’alibi dell’”io non sapevo”, o “non immaginavo fino a che punto”, o “ma quella è la loro cultura” o “forse a loro dopotutto va bene così”. NO: a loro, così, non va bene affatto, e noi non abbiamo alcuna scusa per fingere di non saperlo, perché a dircelo è chi lo ha pagato sulla propria pelle.
(pubblicato su LibMag)

Ayaan Hirsi Ali, Infedele, Rizzoli



barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 5/2/2008 alle 11:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


18 gennaio 2008

ISRAELE SIAMO NOI

Fiamma Nirenstein, la conosciamo, è passionale e irruenta. E passionale e irruento è questo libro, autentico fiume in piena di passione e di rabbia e di dolore e di amore e di indignazione e di speranza e di delusione e di gioia e di disperazione e poi però ancora di speranza, nonostante tutto. Oltre che di storia e di storie e di cronaca e di notizie recenti e passate, più note e meno note. Leggetelo: vi farà bene.

Fiamma Nirenstein, Israele siamo noi, Rizzoli



barbara

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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