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Diario


11 novembre 2009

CHI SEGNALA IL PERICOLO DISTURBA PIÙ DEL PERICOLO

Quando gli Occidentali smetteranno di “occidentalizzare” i concetti islamici?

di Raymond Ibrahim

Recentemente, Cathy Lynn Grossman di USA Today ha scritto un articolo sulla zakat musulmana, in cui mi ha citato, definendomi come un “critico dell’islàm”. Ha proseguito poi con un successivo articolo, intitolato: “Un critico mette in dubbio scopi e fini della beneficenza islamica”, in cui discuteva le mie opinioni sulla zakat.
Anche se apprezzo l’iniziativa della Sig.na Grossman, quello che maggiormente qui mi interessa è che la sua risposta è il tipico esempio del problema che ho originariamente sottolineato nel mio articolo “Il lato oscuro della Zakat: la beneficenza islamica nel suo contesto”, per il quale la Sig.na Grossman mi rimprovera aspramente.
Ho scritto: “Sia riguardo a ciò che viene insegnato agli scolari Americani dai loro insegnanti, che riguardo a ciò che viene raccontato agli Americani dai loro Presidenti, oggi concetti specifici unicamente dell’islàm sono quasi sempre “occidentalizzati”. Che sia il risultato di ingenuità, arroganza o vera e propria ipocrisia, questo fenomeno ha provocato errori di comprensione (purtroppo estremamente diffusi), che hanno impedito agli Americani di capire obiettivamente alcune delle più preoccupanti dottrine dell’islàm”.
Mi pare quindi piuttosto paradossale che tutto l’articolo della Sig.na Grossman sia una evidente testimonianza di questo fenomeno. Tanto per cominciare, anche se ho indicato che ai musulmani, in realtà, è vietato destinare la zakat ai non musulmani, la sua frase iniziale cocciutamente descrive la zakat come “una prescrizione ad essere caritatevoli”. Sicuramente una “beneficenza” che discrimina in base alla religione non può certo essere considerata così “caritatevole”, una parola che in un contesto occidentale, denota una beneficenza universale.
La Sig.na Grossman ha pure deciso che i musulmani impegnati nell’attività indicata da quella frase islamica “senza tempo” fi sabil Allah – letteralmente “sulla via di Allah” – possono essere definiti come “chiunque, dai seminaristi, agli imam, ai missionari”; mentre, al contrario, io lo interpreto presumibilmente “come un via di rifornimento di jihadisti violenti”.
D’accodo, opinioni diverse. Ma sfortunatamente quando si tratta del significato della terminologia islamica, né la sua opinione né la mia, valgono molto; quello che conta è esclusivamente sapere come le più autorevoli scuole di giurisprudenza islamica (in particolare le quattro madhahib) hanno interpretato la frase fi sabil Allah. E le deliberazioni giuridiche islamiche in merito affermano chiaramente che fi sabil Allah è un sinonimo del concetto di jihad violenta.
Per esempio, nella sua sezione sulla zakat l’edizione in Arabo e Inglese del testo legale, 'Umdat as-Salik, traduce fi sabil Allah come “coloro che combattono per Allah”. Nell’indice, vicino alla voce fi sabil Allah, si legge semplicemente “Vedi: jihad”.
A proposito della zakat, il seguente episodio, tratto dalla storia islamica, chiarisce ulteriormente il problema: dopo la morte di Maometto, nel 632, molte tribù Arabe, pur considerandosi ancora musulmane, rifiutarono di pagare la zakat, di cui la maggior parte era usata per finanziare le operazioni militari. Abu Bakr, il primo Califfo “ben guidato”, reagì scatenando le Guerre dell’Apostasia, che costarono la vita di decine di migliaia di Arabi. In questo conteso, né l’uso della zakat, né la brutale risposta di Abu Bakr, sembrano molto “caritatevoli”. (Chi ha mai sentito che si uccidono persone perché non sono state abbastanza “caritatevoli”?)
Come risultato, lo stesso canone della legge islamica (la sharia) che chiaramente vieta ai musulmani di dare la zakat (assistenza economico-finanziaria) ai non musulmani, promuove la sua elargizione a coloro che noi definiamo “jihadisti”. Questo è un semplice dato di fatto, ribadito più e più volte – non una mia opinione, né qualcosa “aperta all’interpretazione”.
Gli interrogativi finali della Sig.na Grossman sono ulteriormente indicativi della diffusa tendenza di ri-modellare concetti musulmani con termini occidentali. Chiede al lettore: “Ritieni che i credenti sostengano coloro che sono ’sulla via di Allah’ in un senso religioso, così come i Cristiani sostengono i missionari nella diffusione del Vangelo? O lo interpreti come un codice per propositi nefandi?”.
A parte il fatto che – ahimè! ancora una volta! – ciò che ciascuno di noi “pensa” è totalmente irrilevante, queste domande confermano la troppo diffusa incapacità di trascendere le nozioni di bene e male, profondamente radicate nella propria cultura, attribuendo loro una origine universale. Perché, proprio come la sensibilità occidentale della Sig.na Grossman la informa che la zakat, che riguarda elargire del denaro, deve sempre essere “caritatevole”, allo stesso modo queste stesse nozioni la informano che il finanziamento della violenza, jihadista o di altro tipo, deve essere sempre “nefasto”.
Ancora, si potrebbe sorprendere nello scoprire che uomini come Osama bin Laden in realtà considerano la loro jihad – sì, la jihad, con tutta la morte e la distruzione conseguenti – come un atto di altruismo, come un mezzo orribile per uno scopo benefico (vedi Corano 2:216), cioè, l’instaurazione della legge islamica da un capo all’altro del mondo (che è, tra l’altro, un dovere musulmano). Uno dei più rinomati ecclesiastici musulmani, un eroe per i jihadisti odierni, Ibn Taymiyya, ha scritto diffusamente sulla jihad, descrivendola come la più alta espressione di “amore”. E, comunque, non sembra una scommessa troppo rischiosa ritenere che molti musulmani sarebbero più propensi ad accettare le sue opinioni, cioè le sue “fatwe”, piuttosto che le estemporanee idee della Sig.na Grossman.
La morale? I benpensanti (Americani o Occidentali) farebbero bene a smettere di interpretare antiche dottrine musulmane – dalla jihad alla zakat – secondo le loro conoscenze epistemologiche occidentali, mentre invece dovrebbero basarsi sui classici giudizi della tradizione islamica, come chiaramente formulati dalle sue autorevoli scuole di giurisprudenza. Il che, dopo tutto, è quello che fanno i musulmani.

Post Scriptum: Come spesso accade, ho recentemente trasmesso gran parte di quanto precede alla Sig.na Grossman, e lei ha risposto in un altro articolo, il cui succo è che, solo perché una religione insegna qualcosa, ciò non significa che i suoi fedeli lo mettano in pratica. Scrive:
Non ostante la legge Giudaica sia chiarissima sulle regole dietetiche, molti Ebrei non mangiano cibi kosher. Benché varie confessioni Cristiane chiaramente dicano che Cristo è essenziale per la salvezza, molti ritengono che le persone buone andranno in paradiso, a prescindere dalla loro fede o dalla sua mancanza.
Così, distinguiamo tra gli insegnamenti delle varie religioni (che sono spesso obbiettivi e accertabili) e le pratiche reali di coloro che affermano di seguirli. La tacita supposizione della Sig.na Grossman, pertanto, sembra essere che, anche se la legge islamica prescrive la jihad e la necessità di finanziarla, molti musulmani non lo fanno.
Sfortunatamente, anche se fosse vero, questa convinzione non sembra molto consolante: sono bastati diciannove musulmani per commettere l’orribile impresa dell’11 Settembre!

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Middle East Forum e autore di “The Al Qaeda Reader”, traduzioni di testi religiosi e propagandistici. (traduzione di Paolo Mantellini, qui)

Che è, applicato ad altro ambito ma con la stessa pregnanza, esattamente la stessa cosa che dice lui.


barbara


2 novembre 2009

TUTTO CIÒ CHE NON SAPPIAMO SULLA BENEFICENZA MUSULMANA

Grazie alla traduzione del solito prezioso Paolo Mantellini

Il lato oscuro della Zakat
La “beneficenza” musulmana nel suo contesto


di Raymond Ibrahim
Sia riguardo a ciò che viene insegnato agli scolari Americani dai loro insegnanti, che riguardo a ciò che viene raccontato agli Americani dai loro Presidenti, oggi concetti specifici unicamente dell’islàm sono quasi sempre “occidentalizzati”. Che sia il risultato di ingenuità, arroganza o vera e propria ipocrisia, questo fenomeno ha provocato errori di comprensione (purtroppo estremamente diffusi), che hanno impedito agli Americani di capire obiettivamente alcune delle più preoccupanti dottrine dell’islàm.
Un tipico libro di testo per la scuola media, ad esempio, insegna che “la jihad rappresenta la lotta dell’essere umano per vincere le difficoltà e compiere azioni gradite a Dio. I musulmani si sforzano di affrontare in modo positivo le difficoltà personali così come le sfide del mondo. Per esempio, dovrebbero impegnarsi per diventare persone migliori, per riformare la società o per correggere le ingiustizie”.
A rigor di termini, in complesso, questo è vero. Tuttavia, non spiegando cosa significa “essere persone migliori, riformare la società o correggere le ingiustizie” – in un’ottica prettamente islamica, in confronto con l’ottica occidentale – il libro di testo consente che gli studenti ricorrano alle proprie (fuorvianti) interpretazioni.
Ma la realtà è questa: per l’islàm, uccidere alcuni “malviventi”, come gli apostati o gli omosessuali, è un modo di “correggere le ingiustizie”; rovesciare gli ordinamenti costituzionali stabiliti dagli uomini (come quello degli Stati Uniti) e sostituirli con le regole stabilite dalla sharia, e sottomettere le donne e i non musulmani, sono modi di “riformare la società”. Coloro che impongono tutto ciò, sono, in effetti, “le persone migliori” – infatti, secondo il Corano essi sono “la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini, raccomandando le buone consuetudini e vietando ciò che è riprovevole [3:110]”, cioè governando secondo la sharia.
Lo stesso succede per il concetto islamico di zakat, una parola spesso tradotta come “beneficenza, carità o elemosina”. Ma siamo sicuri che la zakat sia proprio questo – una semplice attività caritatevole musulmana per nutrire e vestire i bisognosi, come troppo spesso si intende con la parola “beneficenza”?
Sembra che Barak Hussein Obama, Presidente degli Stati Uniti, la pensi così – o, considerando le sue origini, ritenga che così la pensino gli altri – considerando la sua recente dichiarazione al mondo musulmano che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi. Ecco perché mi impegno a collaborare con i musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.
E così Obama considera un concetto prettamente islamico come una generica indicazione alla “beneficenza”. Questa considerazione è giustificata? Come per tutti i concetti islamici, per prima cosa bisogna esaminare gli aspetti legali della zakat per comprenderne esattamente il significato profondo. Etimologicamente collegata al concetto di “purezza”, la zakat – pagare una quota della propria ricchezza a beneficiari specificamente stabiliti – è un modo per purificarsi, così come lo è la preghiera (Corano 9:103).
Il problema, tuttavia, nasce con la definizione di chi ha titolo per ricevere questa “beneficenza” obbligatoria. La maggioranza delle scuole di giurisprudenza musulmana concorda nel definire otto possibili categorie di beneficiari – una delle quali è proprio la categoria di coloro che lottano “sulla via di Allah”, cioè coloro che si impegna nella jihad, i “jihadisti”, noti anche come “terroristi”.
In verità, sostenere finanziariamente i jihadisti è una forma riconosciuta di jihad – jihad al-mal; anche la quasi totalità dei numerosi Versetti bellicosi del Corano (come, ad esempio 9:20, 9:41, 49:15, 61:10-11) sottolineano l’importanza preminente della necessità di finanziare la jihad rispetto al mero combattere in essa, perché combattere con le proprie sostanze spesso precede il combattere con la propria persona. Ben noti islamisti – dal jihadista internazionale Osama bin Laden all’autorevole ecclesiastico Sheikh al-Qaradawi – sono ben consci di questo ed esortano regolarmente i musulmani a finanziare la jihad mediante la zakat.
Ancora più rivelatore della peculiare natura islamica della zakat è il fatto che ai musulmani è in realtà vietato donare questa “beneficenza” ai non musulmani (come, per esempio, la grande maggioranza degli “infedeli” Americani). Le Organizzazioni musulmane di “beneficenza” che operano sul suolo Americano, pertanto, non sono assolutamente comparabili, ad esempio, con “L’esercito della salvezza”, una organizzazione benefica cristiana, la cui opera si estende a tutti, senza discriminazioni di “età, sesso, colore o religione”. Nell’islàm, invece, la religione è uno dei principali criteri per ricevere la “beneficenza” – sorvolando sulla possibilità di ottenere uguaglianza sociale.
Da quanto precede, si può meglio comprendere la recriminazione di Obama che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi”, una dichiarazione che, senza volerlo, implica che la zakat Americana sia stata usata in realtà per finanziare la jihad. Dopo tutto, questi fastidiosi “regolamenti” a cui Obama allude, sembra che siano in relazione all’attento esame, presumibilmente “eccessivo”, a cui le “organizzazioni benefiche” musulmane sono state sottoposte da parte delle forze di sicurezza. Ma questo esame è la diretta conseguenza del fatto che, in verità, le organizzazioni benefiche musulmane in America hanno finanziato la jihad sia all’interno che all’estero.
Alla luce di tutto questo, quello che in realtà rimane da capire è come, in pratica, Obama ritenga di “collaborare coi musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Middle East Forum e autore di “The Al Qaeda Reader”, traduzioni di testi religiosi e propagandistici. (qui)

Perché le leggende buoniste sull’islam sono tante, e non sarà mai abbastanza l’opera di demistificazione di tali leggende. Anche perché a girare bendati si finisce, prima o poi, per finire a precipizio nel burrone.
E un altro discorso molto serio lo trovate qui.


barbara


28 settembre 2009

GUERRA, PACE – E INGANNO – NELL’ISLAM

di Raymond Ibrahim
12 Febbraio 2009

Oggi, in un tempo di guerre e di rumori di guerre, provenienti dal mondo islamico – dall'odierno conflitto a Gaza, fino all'ostentazione di potenza militare del Pakistan nucleare e quella dell'Iran, prossima potenza nucleare – la necessità per i non-musulmani di capire meglio le dottrine e gli obiettivi dell'islàm, riguardo la guerra, la pace e tutto quanto sta in mezzo (trattati, diplomazia, eccetera) è diventata urgente. Per esempio, cosa si deve pensare del fatto che, dopo aver continuamente insistito, giorno dopo giorno, che la sua massima aspirazione è vedere la distruzione di Israele, HAMAS si prefigga di giungere a "trattati di pace", incluse varie forme di concessioni da parte di Israele – e, ancora più sconcertante, le ottenga?
Prima di poter rispondere a queste domande, deve rendersi conto della natura completamente formale e legalista del più diffuso islàm (Sunnita). Sorprendentemente, nonostante tutti i discorsi sull'islàm che "non è capito" o viene "frainteso" dai musulmani "radicali", la verità è che, a differenza di quasi tutte le altre religioni, l'islàm è chiaramente una fede che, per definizione, ammette un certo grado di ambiguità: difatti, secondo la shariah (cioé, il "modo di vivere islamico", più comunemente tradotto come "legge islamica"), ogni concepibile azione umana è classificata come:

  • vietata, haram 
  • scoraggiata, makruh,
  • permessa, halal,
  • raccomandata, mustahabb,
  • obbligatoria, fard o wajib

Il "buon senso" o il "senso comune" non hanno nulla da spartire con la nozione islamica di "giusto" o "sbagliato". Ciò che conta è esclusivamente quello che Allah (tramite il Corano) e il suo Messaggero, Maometto (mediante gli ahadith, o tradizioni), hanno da dire a proposito di ogni singola azione; e come i più grandi teologi e giuristi dell'islàm – noti come gli "ulema", letteralmente "quelli che sanno" – lo hanno interpretato.
Esaminiamo il concetto di menzogna. Secondo la Shariah, l'inganno in generale – secondo la terminologia Coranica noto anche come "taqiyya" – non è soltanto permesso in certe situazioni, ma qualche volta addirittura "obbligatorio". Per esempio, e contrariamente alla tradizione Cristiana, non soltanto i musulmani che devono scegliere tra abiurare l'islàm o essere messi a morte possono mentire fingendo l'abiura, ma alcuni giuristi hanno sentenziato che, in base al Corano 4:29, che ordina ai musulmani di non "distruggere sé stessi", i musulmani sono "obbligati" a mentire.

LA DOTTRINA DELLA TAQIYYA
Molto di questo argomento è imperniato sulla dottrina chiave della "taqiyya", che spesso viene definita con l'eufemismo di "simulazione religiosa" benché in realtà definisca soltanto "l'inganno dei musulmani verso gli infedeli". Secondo l'importante testo Arabo "Al-Taqiyya fi Al-Islam" di Sami Makarem, "la Taqiyya [inganno] è di fondamentale importanza nell'islàm. Praticamente ogni setta islamica la accetta e la pratica. Possiamo addirittura arrivare a dire che la pratica della taqiyya è una tradizione consolidata dell'islàm e che quelle rare sette che non la praticano divergono dalla comune tradizione... La taqiyya è una pratica consolidata nella politica islamica, in special modo nell'era moderna [pag. 7, traduzione di R. Ibrahim]".
Alcuni erroneamente credono che la taqiyya sia esclusivamente una dottrina sciita: come gruppo minoritario disseminato tra i loro nemici tradizionali, i molto più numerosi Sunniti, gli Sciiti avevano storicamente molte più "ragioni" per dissimulare. Tuttavia, ironicamente, sono i Sunniti che oggi vivono in Occidente a trovarsi in una situazione analoga, essendo una minoranza accerchiata dai loro storici nemici, gli infedeli Cristiani.
Il principale Versetto Coranico che autorizza l'inganno nei confronti dei non-musulmani afferma: "I credenti non si alleino con i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro, prendendo precauzioni" (3:28; altri Versetti, utilizzati dagli ulema a supporto della taqiyya includono 2:173; 2:185; 3:29; 16:106; 22:78; 40:28).
Il famoso Tafsir (esegesi del Corano) di al-Tabari (morto nel 923) è un'opera di riferimento fondamentale per tutto il mondo musulmano. A proposito di 3:28, scrive: "Se voi [musulmani] siete sotto la loro [degli infedeli] autorità, temendo per voi stessi, comportatevi con lealtà verso di loro, con la vostra lingua, pur albergando odio contro di loro nel vostro intimo... Allah ha vietato ai credenti di essere in relazione di amicizia o di intimità con gli infedeli invece che con i credenti – eccetto quando gli infedeli li sovrastano [in autorità]. In tale situazione è consentito agire amichevolmente verso di loro".
Sempre riguardo al versetto 3:28, Ibn Kathir (morto nel 1373 e inferiore solo ad al-Tabari) scrive: "Chiunque, in ogni tempo o in ogni luogo teme la loro [degli infedeli] malvagità, si può proteggere mediante esibizioni esteriori". Come prova, cita l'intimo Compagno di Maometto, Abu Darda che disse: "Sorridiamo pure in faccia a qualcuno [non-musulmano], mentre il nostro cuore lo maledice"; un altro Compagno, al-Hassan, disse: "Praticare la taqiyya è accettabile fino al giorno del giudizio [cioè in perpetuo] ".
Altri eminenti ulema, come al-Qurtubi, ar-Razi e al-Arabi hanno esteso l'uso della taqiyya per nascondere i fatti. In altre parole, i musulmani possono comportarsi come gli infedeli – inclusi il culto e l'adorazione di idoli e croci, il rendere falsa testimonianza, anche il riferire al nemico infedele i "punti deboli" di altri musulmani – tutto, tranne uccidere un musulmano.
È forse questo il motivo per cui il sergente musulmano Americano, Hasan Akbar, aggredì e uccise i suoi commilitoni in Iraq nel 2003? Forse la sua finta lealtà andò a sbattere contro un ostacolo insormontabile, quando si accorse che dei musulmani avrebbero potuto morire per mano sua? Aveva scritto sul suo diario: "Anche se non ho mai ucciso un musulmano, essere nell'esercito è la stessa cosa. Forse dovrò fare molto presto una scelta su chi uccidere".

LA GUERRA È INGANNO
Nulla di questo ci dovrebbe sorprendere, considerando che lo stesso Maometto – il cui esempio, come "l'essere umano più perfetto" deve essere scrupolosamente seguito – assunse un atteggiamento di convenienza riguardo al mentire. È ben noto, per esempio, che Maometto autorizzò la menzogna in tre situazioni: per riconciliare due o più litiganti, con la propria moglie e in guerra (vedi Sahih Muslim B32N6303, considerato un hadith "autentico").
Ma per quanto riguarda la nostra principale preoccupazione, la guerra, il seguente episodio tratto dalla biografia di Maometto svela la centralità dell'inganno in guerra. Durante la Battaglia della Trincea (627), che oppose Maometto e i suoi seguaci ad alcune tribù non musulmane (collettivamente definite come "i Confederati"), uno di questi Confederati, Naim bin Masud andò al campo dei musulmani e si convertì all'islàm. Quando Maometto scoprì che i Confederati non sapevano della conversione di Masud, gli consigliò di ritornare e di tentare qualche espediente per indurre i Confederati ad abbandonare l'assedio – "Perché" lo rassicurò Maometto, "la guerra è inganno". Masud ritornò dai Confederati senza che loro sospettassero che avesse "cambiato bandiera" e cominciò a fornire pessimi suggerimenti ai suoi parenti e ai suoi precedenti alleati. Si diede anche un gran daffare per provocare litigi tra le varie tribù finché, diffidando completamente l'uno dell'altro, smobilitarono, abbandonando l'assedio dei musulmani e quindi salvando l'islàm nel suo periodo embrionale (vedi Al-Taqiyya fi Al-Islam; anche Sirat Rasul Allah di Ibn Ishaq, la più antica biografia di Maometto).
Il seguente episodio dimostra ancora più chiaramente la legittimità dell'inganno. Un poeta, Kab bin al-Ashraf, aveva offeso Maometto componendo versi oltraggiosi a proposito delle donne musulmane. Maometto, di fronte ai suoi seguaci, esclamò: "Chi ucciderà quest'uomo che ha offeso Allah e i suo Profeta?". Un giovane musulmano di nome Muhammad bin Maslama, si offrì volontario, ma con la clausola che, per giungere così vicino a Kab, da poterlo uccidere, gli fosse permesso di mentire al poeta. Maometto acconsentì. Maslama si recò da Kab e cominciò a lamentarsi dell'islàm e di Maometto, battendo questo tasto fino a che la sua ostilità contro l'islàm divenne tanto credibile da convincere Kab a concedergli la sua fiducia. Poco dopo Maslama ritornò con un altro musulmano e, mentre Kab aveva abbassato la guardia, lo aggredirono, uccidendolo. La versione di Ibn Sa’ad riferisce che i due corsero da Maometto con la testa di Kab, alla quale Maometto urlò: "Allahu Akbar!" (Allah è il più grande!).

L'INGANNO NEL CORANO
Vale anche la pena ricordare che tutta la sequenza delle rivelazioni Coraniche è una testimonianza della taqiyya; e, poiché si ritiene che Allah sia colui che ha rivelato questi versetti, è lui, in ultima analisi, a dover essere considerato il responsabile dell'inganno – cosa che non deve stupire, dato che lo stesso Allah è descritto nel Corano come il "miglior ingannatore" (Corano 3:54, 8:30, 10:21). Questo dipende dal fatto che il Corano contiene sia versetti di pace e tolleranza, che versetti violenti e intolleranti. Gli ulema furono perplessi nel decidere quali versetti dovessero codificare nella concezione islamica del mondo secondo la shariah – quello, ad esempio, che afferma che non c'è costrizione nella religione (Corano 2:256), oppure quelli che ordinano ai credenti di combattere tutti i non-musulmani fino a quando non si convertano o fintanto che almeno non si sottomettano all'islàm (Corano 9:5, 9:29)? Per uscire dall'impasse, svilupparono la dottrina dell'abrogazione (naskh, in base al versetto del Corano 2:106) che essenzialmente afferma che, in caso di contraddizione, i versetti "rivelati" successivamente nella carriera profetica di Maometto hanno la precedenza su quelli rivelati prima.
Ma innanzitutto, perché ci sono le contraddizioni? La classica risposta è stata che, poiché nei primi anni dell'islàm, Maometto e la sua comunità erano molto inferiori di numero rispetto agli infedeli, un messaggio di pace e coesistenza era appropriato (sembra qualcosa di familiare?). Tuttavia, dopo l'emigrazione a Medina e la crescita in numero e in potenza militare, furono "rivelati" i versetti intolleranti e violenti che spingevano i musulmani alla controffensiva – adesso che erano in grado di farlo! Secondo questa interpretazione, piuttosto comune tra gli ulema, si può solo concludere che i versetti miti della Mecca erano in ultima analisi un trucco per consentire all'islàm di guadagnare tempo per diventare sufficientemente forte da mettere in pratica i suoi "veri" versetti che richiedevano la conquista. In altre parole, come è stato tradizionalmente interpretato e messo in pratica dagli stessi musulmani, quando questi sono deboli o in una condizione di inferiorità, devono predicare e comportarsi secondo i versetti della Mecca (pace e tolleranza); quando invece sono forti, devono passare all'offensiva, secondo i versetti di Medina (guerra e conquista). Le vicende della storia islamica sono la testimonianza di questa dicotomia.
Un mio collega musulmano me lo confermò chiaramente durante una conversazione fortuita, ma rivelatrice. Dopo avergli esposto queste preoccupanti dottrine che rendono impossibile ai musulmani una coesistenza pacifica con gli infedeli – jihad, lealtà e ostilità, sostenere il giusto e vietare il male – gli chiesi in modo esplicito perché lui, come musulmano, non le sostenesse. Ma lui continuava ad essere evasivo, riferendosi agli altri versetti, abrogati, di pace e tolleranza. Pensando che si fosse dimenticato di queste enigmatiche teorie come l'abrogazione, con aria di trionfo, cominciai a spiegargli la differenza tra i versetti Meccani (tolleranti) e quelli Medinesi (intolleranti) e come i secondi abrogassero i primi. Mi sorrise con semplicità dicendo: "Lo so benissimo, ma io adesso sto vivendo alla Mecca!" – intendendo che, come il suo debole profeta che viveva alla Mecca sovrastato da una maggioranza di infedeli, anche lui, per sopravvivere, si sentiva in dovere di predicare pace, tolleranza e coesistenza alla maggioranza di Americani infedeli. [continua]

Vale la pena di leggerlo tutto, nonostante la lunghezza, questo indispensabile articolo provvidenzialmente tradotto da Paolo Mantellini. Perché, come già detto altrove, il nemico è tra noi, e per potercene difendere è necessario conoscerlo. E poi
MEMENTO: + 28.



barbara


20 agosto 2009

EBRAISMO E CRISTIANESIMO: VIOLENTI COME L’ISLAM?

Di Raymond Ibrahim
Middle East Quarterly (Estate 2009 vol.16 num.3, p. 3-12)
http://www.meforum.org/2159/are-judaism-and-christianity-as-violent-as-islam
Traduzione di Paolo Mantellini (qui, dove trovate anche le note)

(È un articolo piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto perché sfata, con ampia documentazione, un bel po’ di luoghi comuni politicamente corretti)

"C'è molta più violenza nella Bibbia che nel Corano; l'idea che l'islàm si sia imposto con la spada è una fantasia Occidentale, inventata al tempo delle Crociate, quando, in realtà, furono i Cristiani dell'Occidente a scatenare una brutale "guerra santa" contro l'islàm". Così dichiara la ex suora che si definisce "monoteista indipendente", Karen Armstrong. Questa citazione riassume il principale e più autorevole argomento usato per rintuzzare le accuse che l'islàm è intrinsecamente violento e intollerante. Tutte le religioni monoteiste, e non solamente l'islàm – sostengono i propugnatori di questa tesi – hanno la loro quota di scritture violente e intolleranti, e condividono storie cruente. Così, ogni qual volta le sacre scritture dell'islàm – in primo luogo il Corano, seguito dai racconti delle parole e delle azioni di Maometto (gli ahadith) – vengono utilizzate come dimostrazione della innata aggressività di questa religione, scatta l'immediata risposta che anche altre sacre scritture, specialmente quelle Giudeo-Cristiane, sono infarcite di episodi violenti.
Purtroppo, troppo spesso questa affermazione interrompe ogni ulteriore discussione sul problema se violenza e intolleranza siano connaturate all'islàm. E quindi, la risposta normale diventa che non è l'islàm ad essere violento per se, ma sono piuttosto le rimostranze e la frustrazione dei musulmani – sempre aggravate da fattori economici, politici e sociali – a scatenare la violenza. La perfetta aderenza di questa opinione con la gnoseologia laica e "materialista" dell'Occidente, la rende immune da ogni critica.
Pertanto, prima di condannare il Corano e le parole e le azione storiche del profeta dell'islàm, Maometto, come istigatori di violenza e intolleranza, si dovrebbe consigliare agli Ebrei di considerare le atrocità storiche commesse dai loro antenati Israeliti, così come sono state registrate dalle loro stesse scritture; bisognerebbe poi raccomandare ai Cristiani di considerare i cicli di brutali violenze compiute dai loro antenati nel nome della loro fede sia contro non Cristiani che contro Cristiani. In altre parole bisogna ricordare ad Ebrei e Cristiani che chi abita case di vetro deve evitare di scagliare pietre.
Ma questa è proprio la verità? L'analogia con le altre scritture è proprio legittima? E' possibile confrontare la violenza degli Ebrei dell'antichità e la violenza dei Cristiani nel Medio Evo con la persistenza della violenza musulmana nell'era moderna?

La violenza nella storia di Ebrei e Cristiani
In accordo con la Armstrong, un gran numero di eminenti scrittori, storici, e teologi hanno sostenuto questa tesi "relativista". Per esempio, John Esposito, direttore del Centro del Principe Alwaleed bin Talal per la Comprensione Cristiano-islamica, all'Università di Georgetown, si domanda:
"Ma come mai continuiamo a porci la stessa domanda [a proposito della violenza nell'islàm] e invece non ce la facciamo a proposito di Ebraismo e Cristianesimo? Sia Ebrei che Cristiani hanno compiuto atti di violenza. Tutti noi possediamo un lato trascendente, ma anche un lato oscuro ... Pure noi abbiamo la nostra teologia dell'odio. Sia nel Cristianesimo che nell'Ebraismo tradizionale, tendiamo ad essere intolleranti; aderiamo ad una teologia esclusiva: noi contro loro”.
Il Professore di scienze umane dell'Università Statale della Pennsylvania, Philip Jenkins, in un articolo, "Dark Passages (Brani oscuri)", spiega più a fondo questa tesi. E tenta di dimostrare che la Bibbia è più violenta del Corano:
In tema di istigazione alla violenza e ai massacri, ogni semplicistica pretesa di superiorità della Bibbia nei confronti del Corano sarebbe totalmente sbagliata. Infatti, la Bibbia trabocca di "testi di terrore" per usare la frase coniata dalla teologa Americana Phyllis Trible. La Bibbia contiene molti più versetti che apprezzano o spingono al massacro di quanti non ne contenga il Corano, e la violenza biblica è spesso molto più estrema e caratterizzata da una ferocia molto più indiscriminata ... Se i testi fondamentali caratterizzano tutta la religione, allora Ebraismo e Cristianesimo meritano la condanna massima come religioni di efferatezza.
Molti episodi della Bibbia, come pure della storia Giudeo-Cristiana illustrano la tesi di Jenkins, ma due in particolare – uno probabilmente rappresentativo dell'Ebraismo, l'altro del Cristianesimo – sono quasi sempre ricordati e quindi meritano un esame più attento.
La conquista militare della terra di Canaan da parte degli Ebrei, circa nell'anno 1200 AC è spesso definita come "genocidio" ed è diventata emblematica della violenza e della intolleranza della Bibbia. Dio disse a Mosè:
Ma delle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v'insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio.
Così Giosuè [il successore di Mosè] conquistò tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano, le pendici e tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele.
Per quanto riguarda il Cristianesimo, poiché è impossibile trovare nel Nuovo Testamento versetti che incitano alla violenza, quelli che sostengono la tesi che il Cristianesimo è violento come l'islàm devono ricorrere ad eventi storici come le Crociate scatenate dai Cristiani Europei tra l'undicesimo e il tredicesimo secolo. In effetti le Crociate furono violente e provocarono in nome della croce e della Cristianità delle atrocità, secondo il moderno metro di valutazione. Dopo aver sfondato le mura di Gerusalemme, nel 1099, per esempio, si racconta che i Crociati massacrarono quasi tutti gli abitanti della Città Santa. Secondo la cronaca medioevale, Gesta Danorum, "il massacro fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie".
Alla luce di quanto sopra, come Armstrong, Esposito, Jenkins e altri sostengono, perché Ebrei e Cristiani indicano il Corano come prova della violenza dell'islàm mentre ignorano le loro stesse scritture e la loro stessa storia?

Bibbia contro Corano
La risposta si trova nel fatto che queste osservazioni confondono storia e teologia mescolando le azioni temporali degli uomini con ciò che si ritengono essere le parole immutabili di Dio. L'errore fondamentale è che la storia Giudeo-Cristiana – che è violenta – è stata confusa con la teologia islamica – che ordina la violenza. Ovviamente, tutte le tre grandi religioni monoteiste hanno avuto la loro parte di violenza e intolleranza verso "l'altro". Ma la questione fondamentale è se questa violenza fu imposta da Dio o se uomini bellicosi vollero che fosse così.
La violenza del Vecchio Testamento è un caso veramente interessante. Dio ordinò in modo chiarissimo agli Ebrei di sterminare i Canaanei e i popoli vicini. Questa violenza pertanto, volenti o nolenti, fu espressione della volontà di Dio. Comunque, tutta la violenza storica commessa dagli Ebrei e registrata nell'Antico Testamento è soltanto questo – storia. E' successo; Dio lo ordinò. Ma riguardò tempi e luoghi specifici e fu diretta contro popoli ben precisi. Mai questo tipo di violenza fu regolamentata o codificata all'interno della legge giudaica. In breve, i racconti biblici di episodi violenti sono descrittivi, non prescrittivi.
Questo è l'aspetto in cui la violenza islamica è unica. Benché simile alla violenza dell'Antico Testamento – ordinata da Dio e manifestatasi nella storia – alcuni aspetti della violenza e della intolleranza islamiche sono stati regolamentati nella legge islamica e si applicano in ogni tempo. Pertanto, mentre la violenza incontrata nel Corano ha un contesto storico, il suo significato ultimo è teologico. Consideriamo i seguenti versetti Coranici, noti come i "versetti della spada":
Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada.
Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano umiliati.
Come nell'Antico Testamento i versetti in cui Dio ordina agli Ebrei di attaccare e trucidare i loro nemici, anche i versetti della spada hanno un contesto storico. All'inizio Dio emanò questi comandamenti dopo che i musulmani sotto la guida di Maometto erano diventati abbastanza forti da invadere i loro vicini Cristiani o pagani. Ma, a differenza dei versetti bellicosi e degli episodi di guerra dell'Antico Testamento, i versetti della spada divennero il fondamento delle successive relazioni sia con "la gente del Libro" (cioè Ebrei e Cristiani) sia con gli "idolatri" (cioè Indù, Buddisti, animisti eccetera) e, in effetti, innescarono le conquiste islamiche che cambiarono per sempre l'aspetto del mondo. Per esempio, in base a Corano 9:5, la legge islamica impone che gli idolatri e i politeisti debbano convertirsi all'islàm o essere uccisi e allo stesso modo, Corano 9:29 è la sorgente primaria delle ben note pratiche di discriminazione contro i Cristiani e gli Ebrei sconfitti che vivevano sotto la dominazione islamica.
In effetti, in base ai versetti della spada e a ad innumerevoli altri versetti coranici e tradizioni orali attribuite a Maometto, i più istruiti funzionari dell'islàm, sceicchi, mufti e imam, lungo tutta la sua storia, raggiunsero il "consenso" – obbligatorio per tutta la comunità musulmana – che l'islàm deve essere in guerra perpetua con il mondo dei non-musulmani fino a quando questi ultimi non si sottomettano all'islàm. Infatti, è comunemente sostenuto dai sapienti musulmani che, poiché i versetti della spada sono tra gli ultimi ad essere stati rivelati sull'argomento dei rapporti tra musulmani e non-musulmani, essi, da soli, abbiano "abrogato" circa 200 altri versetti coranici precedenti e più tolleranti, tipo "non c'è costrizione nella religione". il famoso saggio musulmano, Ibn Khaldun (1332-1406) ammirato in Occidente per le sue opinioni, rifiuta l'idea che la jihad sia una guerra difensiva.
Nella comunità musulmana, la guerra santa [jihad] è un obbligo religioso, a causa della universalità della missione musulmana e l'obbligo di convertire tutti all'islàm sia mediante la convinzione che con la forza ... Gli altri gruppi religiosi non avevano una missione universale, quindi per loro la "guerra santa" non era un dovere religioso, tranne che a scopo difensivo ... A loro si richiede solamente di istituire la loro religione in seno alla loro gente. Ecco perché gli Israeliti, dopo Mosè e Giosuè non si occuparono dell'autorità regia [cioè, di un Califfato]. La loro unica preoccupazione era di istituire la loro religione [non di diffonderla alle nazioni] ... Ma nell'islàm c'è l'obbligo di acquisire la sovranità sulle altre nazioni.
Gli studiosi moderni più autorevoli concordano. La voce sulla "jihad" dell'Enciclopedia dell'islàm di Emile Tyan afferma che "la diffusione dell'islàm con le armi è in imperativo religioso imposto ai musulmani in generale ... la jihad deve continuamente essere perseguita fino a quando tutto il mondo sia sotto la sovranità dell'islàm ... l'islàm deve essere completamente realizzato prima che la dottrina della jihad [guerra per diffondere l'islàm] possa essere eliminata". Il giurista Iraqeno, Majid Khadduri (1909-2007), dopo aver definito la jihad come "guerra", scrive che "la jihad ... è considerata da tutti i giuristi, praticamente senza eccezioni, come un obbligo collettivo di tutta la comunità musulmana". E, ovviamente, i manuali legali scritti in Arabo, sono ancora più espliciti.

Il linguaggio del Corano
Quando i versetti violenti del Corano vengono confrontati con i loro corrispettivi dell'Antico Testamento, si caratterizzano in particolare per un linguaggio che trascende spazio e tempo, incitando i credenti ad attaccare e uccidere i non credenti oggi come ieri. Dio ordinò agli Ebrei di uccidere gli Ittiti, gli Amoriti, i Canaanei, i Periziti, gli Iviti e i Gebusei – tutti popoli ben definiti, inseriti in un tempo e uno spazio ben preciso. Mai Dio diede agli Israeliti, e per estensione ai loro discendenti Ebrei, un comando "incondizionato" di combattere e uccidere i gentili. D'altra parte, benché i primi nemici dell'islàm, come nell'Ebraismo, fossero storici (cioè Bizantini Cristiani e Persiani Zoroastriani), raramente il Corano li indica con i loro nomi reali. Invece, si ordinò (e si ordina) ai musulmani di combattere la gente del Libro – “finché non versino umilmente il tributo, e siano umiliati" e di "uccidere gli idolatri ovunque li troviate".
Le due congiunzioni Arabe "finché" (hatta) e "ovunque" (haythu) dimostrano la natura ubiquitaria e perpetua di questi comandamenti. C'è ancora "gente del Libro" che deve essere "completamente umiliata" (specialmente in America, in Europa e in Israele) e "idolatri" da essere trucidati "ovunque" uno guarda (specialmente in Asia e nell'Africa sub-Sahariana). In realtà, la caratteristica principale di quasi tutti i versetti violenti delle scritture islamiche è la loro natura illimitata e generica: "Combatteteli (i non musulmani) finchè non ci sia più persecuzione e la religione sia solo di Allah". Inoltre, in una ben nota tradizione, presente nelle collezioni di ahadith, Maometto proclama:
Mi è stato ordinato di muovere guerra contro l'umanità finché non testimonino che non c'è altro dio se non Allah e che Maometto è il Messaggero di Allah; finchè non eseguano la prostrazione e non paghino l'elemosina [cioè, finché non si convertano all'islàm]. Se lo faranno, il loro sangue e le loro proprietà saranno protette.
Questo aspetto linguistico è di importanza cruciale per comprendere l'esegesi scritturale che riguarda la violenza. E ancora, è importante ripetere che né le scritture Ebraiche né quelle Cristiane – l'Antico e il Nuovo Testamento, rispettivamente – utilizzano questi comandamenti perpetui e illimitati. Ciò nonostante, Jenkins lamenta che:
I comandamenti di uccidere, di realizzare la pulizia etnica, di istituzionalizzare la segregazione, di odiare e di temere le altre razze e le altre religioni ... tutto questo è nella Bibbia e capita con molto maggiore frequenza che nel Corano. Ad ogni livello possiamo discutere su cosa significhino i brani in questione e certamente se debbano avere qualche rilevanza per le età future. Ma rimane il fatto che le parole sono lì, e la loro inclusione nella scrittura significa che esse sono, letteralmente, canonizzate, non meno che nelle scritture musulmane.
Ci si può domandare cosa intenda Jenkins con il termine "canonizzato". Se "canonizzato" significa che questi versetti devono essere considerati parte del canone della scrittura Giudeo-Cristiana, è assolutamente corretto; invece, se con "canonizzato" intende, o cerca di implicare che questi versetti sono stati applicati nella Weltanschauung (visione del mondo) Giudeo-Cristiana, allora è assolutamente in errore.
Inoltre, non bisogna basarsi esclusivamente su argomenti di pura esegesi o solo filologici: sia la storia che gli eventi attuali smentiscono il relativismo di Jenkins. Mentre il Cristianesimo del primo secolo si diffuse col sangue dei martiri, l'islàm del primo secolo si diffuse mediante la conquista violenta e i massacri. In effetti, dal primo istante fino ad oggi – ovunque ha potuto – l'islàm si è diffuso con la violenza, come è confermato dal fatto che la maggioranza di quello che oggi è noto come il mondo islamico, o dar al-islàm, fu conquistato dalla spada dell'islàm. Questo è un fatto storico, confermato dai più prestigiosi storici islamici. Anche la penisola Arabica, la "casa" dell'islàm, fu sottomessa con grandi lotte e massacri, come dimostrato dalle guerre della Ridda che scoppiarono subito dopo la morte di Maometto, quando decine di migliaia di Arabi furono passati a fil di spada dal primo Califfo, Abu Bakr, per aver abbandonato l'islàm.

Il ruolo di Maometto
Inoltre, in merito alla attuale diffusa idea che cerca di giustificare la violenza islamica – che questa è solo il prodotto della frustrazione dei musulmani di fronte a una oppressione politica od economica – ci si dovrebbe porre questo interrogativo: che dire allora dell'oppressione di oggi nel mondo, di Cristiani ed Ebrei, per non menzionare Indù e Buddisti? Dov'è la loro violenza ammantata di religione? Questa è la verità: anche se il mondo islamico fa la parte del leone nei titoli più drammatici – di violenza, terrorismo, attacchi suicidi e decapitazioni – è inoppugnabile che non è certo l'unica regione al mondo a soffrire per ingiustizie sia interne che esterne.
Per esempio, benché quasi tutta l'Africa sub-Sahariana sia intrisa di corruzione, oppressione e povertà, quando si considera la violenza, al terrorismo e all'assoluto caos, la Somalia – che appunto è l'unico stato sub-Sahariano ad essere completamente musulmano – guida il branco. Inoltre, i maggiori responsabili della violenza Somala e della imposizione delle misure legali più draconiane e intolleranti – i membri del gruppo jihadista al-Shabab (i giovani) – spiegano e giustificano le loro azioni mediante uno schema islamista.
Anche in Sudan, è attualmente in corso un genocidio jihadista contro il popolo Cristiano e politeista, condotto dal governo islamista di Khartum, che ha provocato quasi un milione di morti tra "infedeli" e "apostati". Che l'Organizzazione della Conferenza Islamica sia corsa in difesa del Presidente Sudanese Hassan Ahmad al-Bashir, che è incriminato dalla Corte Criminale Internazionale, è una ulteriore prova dell'approvazione della comunità islamica della violenza contro sia i non musulmani che contro chi non considera i musulmani abbastanza bene.
Pure i paesi dell'America Latina e i paesi Asiatici non musulmani hanno la loro quota di regimi autoritari ed oppressivi, di povertà e di tutto il resto, come i paesi musulmani. Eppure, diversamente dai quasi quotidiani titoli che provengono dal mondo islamico, non ci sono notizie di fedeli Cristiani, Buddisti o Indù che lanciano veicoli carichi di esplosivo contro edifici di regimi oppressivi (come il regime Cubano o quello Comunista Cinese), sventolando, allo stesso tempo, le loro scritture e urlando: "Gesù (o Budda, o Visnu) è grande!". Perché?
C'è un ultimo aspetto che viene spesso trascurato – sia per ignoranza o per malafede – da chi insiste che la violenza e l'intolleranza sono equivalenti tra tutte le religioni. Oltre le parole divine del Corano, il modo di comportarsi di Maometto – la sua "sunna" o "esempio" – è una importante sorgente di legislazione nell'islàm. I musulmani sono invitati ad emulare Maometto in ogni circostanza della vita: "Avete un eccellente esempio nel Messaggero di Allah". E il tipo di condotta di Maometto verso i non musulmani è molto esplicito.
Per esempio, polemizzando sarcasticamente contro il concetto di islàm moderato, il terrorista Osama Bin Laden, che, secondo un sondaggio di al-Jazira, gode dell'appoggio di metà del mondo islamico, così descrive la “sunna" del Profeta:
La "moderazione" fu dimostrata dal nostro Profeta che non rimase mai più di tre mesi a Medina senza razziare o inviare scorrerie nelle terre degli infedeli, per abbattere le loro fortezze, saccheggiare i loro beni, spegnere le loro vite e rapire le loro donne.
Infatti, sia secondo il Corano che secondo la "sunna" di Maometto, razziare e saccheggiare gli infedeli, fare schiavi i loro figli e usare le loro donne come concubine, ha un fondamento ineccepibile. E il concetto di "sunna" – che è quella da cui oltre un miliardo di musulmani, i "sunniti", hanno ricevuto il loro nome – afferma senza ombra di dubbio che tutto ciò che fu fatto o fu approvato da Maometto, l'esempio più perfetto per l'umanità, è accettabile per i musulmani di oggi così come per quelli di ieri. Questo ovviamente, non significa che la totalità dei musulmani viva soltanto per saccheggiare e stuprare.
Però significa che persone naturalmente inclini a queste attività, e che per caso sono anche musulmane, possono giustificare le loro azioni – e le giustificano – riferendosi alla "sunna del profeta" – il modo con cui al-Qaeda, ad esempio, ha giustificato il suo attacco dell'11 Settembre, in cui furono uccisi degli innocenti, incluse donne e bambini: Maometto autorizzò i suoi seguaci ad usare le catapulte durante l'assedio della città di Ta'if nel 630 DC – gli abitanti della città avevano rifiutato di sottomettersi – benché sapesse molto bene che donne e bambini erano rifugiati in città. Inoltre, quando gli fu chiesto se era consentito lanciare attacchi notturni o incendiare le fortificazioni degli infedeli se donne e bambini erano con loro, e il Profeta rispose: "Essi [le donne e i bambini] sono dei loro [degli infedeli]".

Il comportamento di Ebrei e Cristiani
Benché osservante scrupoloso della legge e forse iper-legalista, l'Ebraismo non ha un equivalente come la "sunna"; le parole e le azioni dei patriarchi, pur descritte nell'Antico Testamento, non giunsero mai a prescrivere la legge Giudaica. Né le "pietose bugie" di Abramo, né la perfidia di Giacobbe, né l'estrema irascibilità di Mosè, né la relazione adulterina di Davide o le scappatelle di Salomone furono alla base dell'istruzione di Ebrei o Cristiani. Furono interpretate come azioni storiche, compiute da uomini fallibili che, più spesso che no, erano puniti da Dio per il loro comportamento molto meno che esemplare.
Per quanto riguarda il Cristianesimo, gran parte della legge dell'Antico Testamento venne abrogata, o compiuta – a seconda dei punti di vista – da Gesù. "Occhio per occhi" lasciò il posto a "porgi l'altra guancia". Amare dio e il prossimo con tutto il cuore divenne la legge suprema. Inoltre, la "sunna" di Gesù – "Cosa avrebbe fatto Gesù? – è caratterizzata da docilità e altruismo. Il Nuovo Testamento non contiene alcuna esortazione alla violenza.
Eppure, c'è ancora chi pretende di dipingere Gesù come un personaggio con un atteggiamento militante simile a quello di Maometto, citando il versetto in cui il primo – che "parlò alle folle in parabole e non parlò se non in parabole" – disse: "Non sono venuto a portare la pace, ma una spada". Ma in base al contesto di questa affermazione è evidente che Gesù non stava ordinando la violenza contro i non Cristiani, ma piuttosto predicendo che ci sarebbero stati conflitti tra i Cristiani e il loro ambiente – una profezia fin troppo vera, dato che i primi Cristiani, invece di brandire la spada, perirono docilmente come martiri, a causa della spada, così come spesso stanno ancora facendo nel mondo musulmano.
Altri si appigliano alla violenza profetizzata nel Libro dell'Apocalisse, ancora, dimenticandosi di osservare che tutto il racconto è descrittivo – per non aggiungere che è chiaramente simbolico – e quindi difficilmente "prescrittivo" per i Cristiani. Ad ogni modo, come si può ragionevolmente paragonare questa manciata di versetti del Nuovo Testamento che metaforicamente menzionano la parola "spada" con le centinaia di prescrizioni Coraniche e dichiarazioni di Maometto che chiaramente comandano ai musulmani di usare una spada vera e propria contro i non musulmani?
Imperterrito, Jenkins lamenta il fatto che nel Nuovo Testamento, gli Ebrei "progettano di lapidare Gesù, complottano per ucciderlo, a sua volta Gesù li chiama bugiardi e figli del Demonio". Rimane però da stabilire se essere chiamati "figli del Demonio" è più offensivo che essere definiti discendenti di scimmie e porci – l'appellativo Coranico degli Ebrei. A parte gli insulti, tuttavia, ciò che qui importa è che, mentre il Nuovo Testamento non ordina ai Cristiani di trattare gli Ebrei come "figli del Demonio", invece, in base al Corano, in particolare 9:29, la legge islamica obbliga i musulmani a sottomettere gli Ebrei, anzi, tutti i non musulmani.
Questo significa forse che chi si professa Cristiano non può essere antisemita? Ovviamente no! Ma significa che i Cristiani antisemiti vivono un ossimoro – per il semplice fatto che sia letteralmente che teologicamente, il Cristianesimo non insegna assolutamente odio e astio, bensì pone l'accento su amore e perdono. Il punto qui non è se i Cristiani seguono o no questi precetti; proprio come non è il punto se i musulmani osservano o no l'obbligo della jihad. L'unica domanda pertinente è: cosa richiedono le religioni?
John Esposito ha ragione quando asserisce che "Ebrei e Cristiani furono coinvolti in atti di violenza". Invece sbaglia quando aggiunge: "Noi [Cristiani] abbiamo la nostra teologia dell'odio". Nulla nel Nuovo Testamento insegna l'odio – e certamente niente lontanamente paragonabile ai comandi Coranici tipo: "Noi [musulmani] ci dissociamo da voi [non musulmani] e tra noi e voi è sorta inimicizia e odio eterni finché voi non crederete in Dio soltanto".

Rivalutare le Crociate
Ed è da qui che si può comprendere meglio la storia delle Crociate – eventi che sono stati completamente stravolti da numerosi e influenti apologeti dell'islàm. Karen Armstrong, per esempio, si è praticamente costruita una carriera rappresentando le Crociate in un modo completamente sbagliato, scrivendo, per esempio che "l'idea che l'islàm si sia imposto con la spada è una fantasia Occidentale, inventata durante il tempo delle Crociate quando, in realtà, furono i Cristiani dell'Occidente a muovere una brutale guerra santa contro l'islàm". Che una ex monaca condanni rabbiosamente le Crociate, rispetto a quanto fatto dall'islàm, rende la sua critica ancora più vendibile. Affermazioni come le sue, ovviamente, ignorano il fatto che dall'inizio dell'islàm, più di 400 anni prima delle Crociate, i Cristiani si erano accorti che l'islàm si diffondeva con la spada. Infatti, autorevoli storici musulmani che scrissero secoli prima delle Crociate, come Ahmad Ibn Yahya al-Baladhuri (m. 892) e Muhammad Ibn Jarir at-Tabari (838-923), dimostrano chiaramente che l'islàm si diffuse mediante la spada.
La realtà è questa: le Crociate furono un contrattacco contro l'islàm – non un attacco senza provocazione come sostengono la Armstrong ed altri storici revisionisti. L'eminente storico Bernard Lewis lo espone molto bene:
Anche la Crociata Cristiana, spesso paragonata alla jihad islamica, fu una tardiva e limitata risposta alla jihad e, in parte, anche una sua imitazione. Ma, a differenza della jihad, riguardò principalmente la difesa o la riconquista di territori Cristiani minacciati o perduti. Fu, con alcune eccezioni, limitata alle guerre vittoriose per la riconquista dell'Europa Sud-Occidentale e alle guerre perdute per liberare la Terra Santa e per fermare l'avanzata Ottomana nei Balcani. La jihad islamica, per contro, fu interpretata come illimitata e fu percepita come un obbligo religioso che sarebbe continuato finché tutto il mondo non si fosse convertito all'islàm o si fosse sottomesso al suo dominio ... Lo scopo della jihad è di imporre la legge islamica a tutto il mondo.
Inoltre, le invasioni dei musulmani e le atrocità contro i Cristiani erano aumentate nei decenni precedenti la proclamazione della Crociata nel 1096. Il Califfo Fatimide Abu 'Ali Mansur Tariqu'l-Hakim (r. 996-1021) profanò e distrusse un gran numero di importanti Chiese – come la Chiesa di San Marco in Egitto e la Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme – ed emanò contro Cristiani ed Ebrei decreti ancora più oppressivi di quelli già in uso. Poi, nel 1071, i Turchi Selgiuchidi sbaragliarono i Bizantini nella cruciale battaglia di Manzicerta e, per questo, conquistarono la maggior parte dell'Anatolia Bizantina, facendo presagire l'eventualità della finale cattura di Costantinopoli, secoli dopo.
Fu per reagire a questa situazione che il Papa Urbano II (r. 1088-1099) indisse la Crociata:
Dai confini di Gerusalemme e dalla città di Costantinopoli è giunta un'orribile notizia che ci è stata ripetutamente riferita, cioè che una razza del regno dei Persiani [cioè, i Turchi musulmani] ... ha invaso le terre di quei Cristiani e le ha spopolate con la spada, il saccheggio e il fuoco; ha portato una parte dei prigionieri nel proprio paese e ha eliminato l'altra parte con crudeli torture; ha distrutto completamente le Chiese di Dio o se ne è appropriata per i riti della loro religione.
Anche se la descrizione di Urbano II è storicamente accurata, il fatto rimane: in qualsiasi modo si interpretino queste guerre – offensive o difensive, giuste o ingiuste – è evidente che non furono basate sull'esempio di Gesù, che così esortò i suoi seguaci "Amate i vostri nemici, benedite chi vi maledice, fate il bene a chi vi odia e pregate per chi vi insulta e vi perseguita". E infatti, furono necessari secoli di dibattiti teologici, da Agostino all'Aquinate, per giustificare la guerra difensiva – definita come "guerra giusta". Così sembrerebbe che se qualcuno non è stato completamente fedele alle sue scritture, questi sono stati i Crociati – e non i jihadisti musulmani (dal punto di vista letterale). In altri termini, sono stati i jihadisti musulmani – e non i Crociati – che hanno fedelmente eseguito le indicazioni delle loro scritture (almeno dal punto di vista letterale). Inoltre, come i racconti violenti dell'Antico Testamento, anche le Crociate hanno una mera natura storica e non sono manifestazioni di più profonde verità scritturali.
Infatti, ben lontane dal suggerire alcunché di intrinseco al Cristianesimo, le Crociate, ironicamente, ci aiutano a capire meglio l'islàm. Perché le Crociate dimostrano, una volta per tutte, che, non ostante gli insegnamenti religiosi – e infatti, nel caso delle così dette Crociate Cristiane, a dispetto di questi insegnamenti – l'uomo è spesso predisposto alla violenza. Ma questo impone una domanda: se questo è il comportamento dei Cristiani – a cui è stato imposto di amare, benedire e beneficare i loro nemici che li odiano, li maledicono e li perseguitano – quanto di più dobbiamo aspettarci dai musulmani che, condividendo la stessa tendenza alla violenza, sono spinti da Dio ad attaccare, uccidere e depredare i non credenti?

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Forum del Medio Oriente e autore di "The Al Qaeda Reader" (New York: Doubleday, 2007)

E per una volta tanto non aggiungo niente.

barbara


PIESSE: lui oggi ha superato se stesso, quindi fila immediatamente a leggerlo, e poi appena hai finito vai a leggere anche questo: è un ordine.

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