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Diario


5 novembre 2011

I FIGLI DI OSLO

Grazie Rabin. Grazie Peres. Grazie a tutti voi, gentili colombe, che avete venduto il sangue dei vostri figli in cambio di un premio Nobel o di un titolo sui giornali.



barbara


1 novembre 2011

GILAD SHALIT E IL PROCESSO DI STRAGE

Poiché oggi non ho avuto tempo di scrivere, e d’altra parte tendo a seguire la filosofia del nulla dies sine linea – tanto più che sarò via un paio di giorni e non vorrei farvi rischiare la crisi d’astinenza – rubo l’ultimo post dell’amico Enrico del quale, come si suol dire, condivido anche le virgole.

Oltre alla  famiglia di Gilad Shalit, tutta Israele ha gioito per la liberazione del soldato, tranne i familiari delle vittime del terrorismo palestinese. Così ci hanno detto.
Veramente io che non ho avuto familiari assassinati dai terroristi non ho gioito, e ogni volta che leggo quello che abbiamo dovuto concedere in cambio, ci sto male e  trovo che la notizia sia tragica e foriera di catastrofi. Diciamo subito che se Hamas la considera una propria vittoria ha perfettamente ragione, purtroppo.

Meglio 300 assassini e 700 criminali vari liberi che un innocente in una detenzione disumana, certo. Ma il punto non è l'amarezza di dire che le vittime del terrorismo non avranno giustizia. Il punto è quanti israeliani verranno assassinati in futuro per aver salvato la vita e la libertà di Gilad Shalit. Perché Gilad Shalit è preziosissimo, come ogni persona è un mondo intero. Ma quanti mondi interi verranno assassinati in futuro per aver salvato il mondo - Gilad?
Per fortuna non ho dovuto decidere io. Ma penso che una cosa andasse fatta. Dal rapimento di Gilad Shalit annunciare che tutti i detenuti appartenenti a Hamas non avrebbero più avuto visite della Croce Rossa né dei familiari, e le convenzioni internazionali andassero pure a farsi fottere, per quelle persone che non le applicano. Barbarie? No, reciprocità.
Israele è stata onesta. Ma come dice Cat, la pestifera nipote di Don Camillo nell'ultimo romanzo di Guareschi, "Don Camillo e i giovani d'oggi", 
"quando si tratta con i delinquenti, l'onestà è fesseria".
Compite attentati: se non morirete e verrete arrestati, tornerete presto liberi. Questo il chiaro messaggio dato ai terroristi da Hamas e da Israele.
Dopo l'attacco a una pattuglia di soldati israeliani, attacco compiuto da Hizbullah poco dopo il rapimento di Gilad Shalit nell'estate 2006, Israele ha scatenato l'inferno sul Libano. Nasrallah ha ammesso che, se avesse immaginato una reazione simile, non avrebbe ordinato l'attacco.
A quel punto, essendo chiaro che gli arabi diranno
"Israele è debole, è il momento di attaccare", sarebbe opportuno che Netaniahu annunciasse ufficialmente che al prossimo attacco, al prossimo (inevitabile) tentativo di rapire soldati o civili israeliani, Israele scatenerà l'inferno contro Gaza o contro il Libano, contro  la regione da cui l'attacco sarà provenuto. E poi mantenere la promessa, perchè nel 2006 Israele è riuscito non a distruggere Hizbullah, purtroppo, ma a ristabilire la deterrenza, sì.
Tom Segev, scrittore israeliano, in un'intervista ha affermato che, avendo Israele negoziato con il diavolo Hamas, e non essendo crollato il mondo, questo potrà alla fine portare di buono la possibilità di futuri accordi, come è avvenuto tra Rabin e Arafat. Quando si sono stretti la mano a Camp David nel 1993 Rabin aveva lo sguardo gelido, ma poi dal 1994 al 1996 sono seguiti accordi.
Ahò, Tom Segev, ma che, sei scemo? Anch'io ho creduto agli accordi di Oslo, nel 1993,e all'avvio del processo di pace. Ma poi ho visto che il processo di pace era un processo di strage, che gli israeliani saltavano per aria negli autobus e nei ristoranti, e morivano come non era mai successo durante le guerre! Maledetto il processo di pace! Hashalom hazhè horeg otanu, questa pace ci uccide, scrivevano i manifestanti in agosto del 1995, quando ero in Israele e gli autobus esplodevano.
Ho sentito anni dopo italo israeliani parlare di Rabin, a chi - italiano - chiedeva
"perché è stato ucciso? perché era un giusto?" e condivido la risposta che ho ascoltato. "Israele", diceva Rabin ad ogni strage,"se blocca il processo di pace, dimostra che hanno vinto i terroristi che non lo vogliono, queste stragi sono il prezzo della pace" Ma che razza di discorsi! Rabin aveva il dovere di mettere Arafat con le spalle al muro: o arresti i terroristi di Hamas, o ci riprendiamo i territori. Rabin aveva il dovere di difendere i propri cittadini e non l'ha fatto. Questo a Rabin non lo perdonerò mai.
L'assassinio di Rabin è stato un delitto, per il quale giustamente l'assassino è in carcere. Ma come l'omicidio è più grave del furto, così la strage è più grave dell'omicidio, e dobbiamo dire che Rabin prima di essere assassinato ha lasciato che avvenissero delitti ben peggiori del suo stesso assassinio. Gli israeliani saltati per aria sono vittime più innocenti di Itzchak Rabin, quindi penso con la somma irriverenza che sia diventato un simbolo di pace solo perchè è morto. E' stato un combattente, ha avuto il coraggio di far la pace nel 1993, non ha avuto il coraggio di vedere che il processo di pace era diventato
un processo di strage che ha portato negli anni novanta, e porta tutt'oggi, solo catastrofi, come il rapimento di Gilad Shalit.
In passato detestavo Ariel Sharon come si detesta un uomo troppo brutale, ma dopo la strage di giugno (se ricordo bene) 2001 alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv l'ho disprezzato perché si è limitato a protestare con Arafat, non ha fatto neanche uno straccio di rappresaglia simbolica  che qualsiasi governo moderato laburista avrebbe realizzato. Così si è dovuti arrivare al massacro del 27 marzo 2002 al Park Hotel di Natanya, con 30 morti e decine di feriti condannati a vivere in condizioni orribili, perché Israele muovesse i carri armati e schiacciasse il serpente Arafat.
Bene, ora anche le belve che hanno attuato quella strage sono libere, libere di uccidere di nuovo. Così come parlando di tutt'altro ho detto che a Carlo Giuliani non basta essere stato ucciso per essere diventato un esempio di virtù, così dico che a Itzchak Rabin non basta essere stato ucciso per diventare un modello da imitare. E dico che quando un giovane che ha avuto la famiglia sterminata al Park Hotel di Natanya, alla notizia della liberazione degli stragisti in cambio di Gilad Shalit, ha profanato il monumento a Rabin, ho provato una simpatia totale, una comprensione totale per lui. Perchè dobbiamo a Itzchak Rabin e a tutti i politici israeliani che non hanno voluto aprire gli occhi sull'inesistenza del processo di pace, se ora siamo costretti a chiederci: chi dei nostri ragazzi verrà rapito? Quali altri alberghi, pizzerie o discoteche salteranno per aria? No, io non abito in  Israele, io sono a Vicenza, Italia, ma ogni volta che grazie ad Oslo e dintorni suona l'allarme per i missili che cadono su Israele, ogni volta che un soldato di Zahal rischia la vita per colpa dei terroristi e delle irresponsabili e cieche colombe, io non sono più a Vicenza, non sono più in Italia, ma sono in Eretz Israel, in terra d'Israele. Sono a Natanya e a Tel Aviv, a Yerushalaim e ad Ashdod, in Samaria e Giudea (Cisgiordania) dove essere ebrei è una colpa punibile con la morte .
Enrico

Qualcuno ha scritto che quando è stato rapito Gilad, Israele avrebbe dovuto dare ai terroristi una settimana di tempo – non un mese un anno cinque anni: una settimana: o entro una settimana ci restituite Gilad vivo, intero e in buona salute, o entriamo a Gaza e facciamo terra bruciata, chiunque venga sorpreso con un’arma addosso verrà giustiziato sul posto, ogni casa in cui si troveranno armi o esplosivi verrà demolita, e continueremo fino a quando non ci restituite Gilad. Ecco questa sarebbe stata la cosa da fare. E non è stata fatta. E con quel branco di conigli che governa in Israele, sappiamo purtroppo che non verrà fatto mai, e gli innocenti continueranno a pagare per le scelte criminali di un governo imbelle. Perché l’altra faccia della medaglia della liberazione di Gilad, non dimentichiamolo, è questa:

barbara


20 settembre 2010

UN COMMENTO ALL’(ENNESIMO) ARTICOLO DI GIORGIO GOMEL

Uno dei pilastri della nostra cultura occidentale è l'accettazione delle posizioni e opinioni che differiscono dalle nostre: questa è una ricchezza che abbiamo conquistato in secoli di dure battaglie e che dobbiamo difendere sempre e comunque, soprattutto ora che nuove ideologie, molto lontane da questo modo di pensare, sembrano voler distruggere tutti i valori della nostra civiltà. Sarebbe tuttavia opportuno chiarire che cosa esattamente dobbiamo intendere per "opinioni personali", per non rischiare che qualcuno, sfruttando per fini poco nobili le nostre libertà, spacci per opinioni personali qualcosa che non è altro che un totale stravolgimento della realtà. Ed è esattamente questo che sembra fare Giorgio Gomel nell'articolo pubblicato sul sito dell'UCEI di domenica 19. Difficile davvero considerare "opinione personale" la sistematica disinformazione che Giorgio Gomel instancabilmente propina ai suoi lettori da quando è iniziata la guerra terroristica impropriamente nota come "seconda intifada", che già in passato ha suscitato aspre polemiche (non starà per caso, il Nostro, tentando di emulare un Chomsky o un Ilan Pappe?), e che ritroviamo anche nell'articolo in questione. E troppo gravi sono le sue affermazioni perché si possano far passare sotto silenzio, soprattutto nel mondo ebraico.
Gomel ricorda, dimostrando una profonda conoscenza dell'argomento, quasi tutti i punti del negoziato in corso tra israeliani e palestinesi, ed incita i primi ad accettare quanto hanno già spesso dichiarato - e anche dimostrato con i fatti (pace con l'Egitto, pace con la Giordania, ritiro dal Sinai, ritiro dal Libano, ritiro da Gaza) di voler accettare: la costituzione di uno stato palestinese che possa vivere in pace accanto ad Israele. Se un giorno si arrivasse a questo risultato, stia pur tranquillo il nostro commentatore, non sarà un problema l'eventuale cambio di maggioranza parlamentare; tante volte, nella storia dello Stato, è già successo, nel tentativo, sempre vanificato dalla controparte, di arrivare ad una pace; addirittura è nato recentemente, in quattro e quattr'otto, un nuovo grande partito con l'unico obiettivo di arrivare a porre fine all'annoso conflitto.
Il problema, e qui sta la grave pecca di questa analisi di Giorgio Gomel, risiede nel non volersi chiedere se entrambe le parti vogliono arrivare al risultato di una pace tra due stati che possano vivere in pace uno accanto all'altro. Tutti gli argomenti che via via si discutono sono complementari a questo punto focale. E Gomel questo fa finta di non vederlo. Ignora completamente la sempre dichiarata (almeno quando parlano in arabo) volontà di annientare lo stato di Israele che semplicemente deve sparire. L'alternativa, per la dirigenza palestinese, sta tra un califfato unico (posizione di Hamas, ad esempio, ma non solo di questa banda di terroristi, e ci si scusi la franchezza) e la nascita di uno stato di Palestina che, comunque, dovrà occupare tutte le terre dal Giordano al mare. La soluzione di due stati che vivano uno accanto all'altro non deve essere, al massimo, che un traguardo intermedio per arrivare, da parte araba, alla riconquista di tutte le terre dove già dominò in passato l'Islam (dichiarazioni di Arafat, dichiarazioni di Feisal Husseini, dichiarazioni di Mahmoud Abbas). Così vuole il Corano, e a questo comandamento non può sottrarsi, impunemente, nessun governante (la fine di Sadat insegna).
Da questa realtà si deve partire se si vuole affrontare con un minimo di serietà e di credibilità il problema del Medio Oriente. Se non lo si fa, non si favorisce la soluzione del problema. E se anche in ambito ebraico ci perdiamo dietro a questi argomenti che gli arabi sono maestri nell'inventare, giorno dopo giorno, con costanza degna di miglior causa, non facciamo altro che il gioco di coloro che la pace con Israele non la vogliono proprio; se Giorgio Gomel aspira a un posto d'onore nell'olimpo dei pacifinti insieme ai ben più noti nomi del mondo ebraico, sempre pronti ad accusare Israele di non volere la pace, e sempre pronti a considerare i palestinesi tutti vittime del "nazi-fascismo israeliano", sappia che è sulla buona strada. Ma sarebbe bene che tutti quanti, prima di contribuire a diffondere certe parole che poco o nulla hanno a che fare con la libertà di espressione e di pensiero, riflettessimo sulle loro nefaste conseguenze. Soprattutto per i "poveri palestinesi" che, così amorosamente compresi nella loro aspirazione a distruggere Israele, sempre più vedono allontanarsi ogni prospettiva di pace e di realizzazione di uno stato di Palestina.
Un accenno, per concludere, alle ultime frasi dell'articolo che richiamano, peraltro storpiandolo, il mantra di Rabin: condurre il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo e combattere il terrorismo come se non ci fosse il processo di pace. Noi ricordiamo bene come questo tragico mantra, insieme all'altro, altrettanto tragico, della "terra in cambio di pace", abbia regalato a Israele un'esplosione di terrorismo (e di antisemitismo in tutto il mondo) quale mai il Paese in tutta la sua storia aveva conosciuto. E il signor Gomel, lo ha invece dimenticato? O forse lo ricorda anche lui, e gli è talmente piaciuto che vorrebbe vederne la replica?

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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