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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


7 agosto 2011

IO CI HO PROVATO

Sul serio, ce l’ho messa tutta. Ho provato a ripetermi come un mantra lento è bello lento è bello lento è bello lento è... Ho provato a raccontarmi quanti aspetti positivi ha la lentezza: non ti stanchi, non sudi, non ti stressi, hai tutto il tempo di guardarti intorno, di vedere miliardi di cose che andando in fretta ti sfuggirebbero... Niente, non sono riuscita a darmela a bere. Quelle tre settimane a camminare col bastone e con le caviglie strette nelle bende elastiche, a sudare freddo per fare qualche gradino, a studiare strategie per scendere dal marciapiede, e poi avventurarmi senza bastone, unicamente con gli zoccoli perché i piedi non tolleravano – e a stento tuttora tollerano – scarpe e sandali, tre passi all’ora, a gambe larghe e bascullando come una papera per mantenere l’equilibrio, ecco, l’unica cosa che riesco a pensare è: se scoppia un incendio non posso scappare. Se qualcuno vuole farmi del male non posso scappare. Se mi trovo in un qualunque pericolo non posso scappare. Per non parlare di quando, fra pochissimo, sarò a ridosso della striscia di Gaza, a portata di Qassam – che anche se i giornali non ne parlano - perché non è politicamente corretto tentare di propinarci la storiella che il problema è l’occupazione e contemporaneamente raccontare che da un territorio non più occupato continuano a piovere missili - continuano a cadere quotidianamente, ventisei nel solo mese di luglio (sì, riparto. Vado a ritrovare la terra della memoria. La terra della speranza. La terra dell’amore)

barbara


21 agosto 2010

QUOUSQUE TANDEM...

Lettera aperta al segretario generale dell’Onu

Gentile Segretario Generale Ban Ki Moon,
mi permetto di disturbarla per una questione che ritengo di qualche importanza nei confronti di quella Pace che l'istituzione che lei rappresenta dovrebbe, credo, perseguire. Sappiamo che il suo collaboratore Goldstone - del quale non vogliamo ricordare in questa sede, in quanto fuori tema, il fosco passato di fedele servitore del regime sudafricano di apartheid, riccamente corredato di condanne a morte inflitte ad attivisti neri - ha costruito il suo notorio rapporto in modo scorretto, fazioso, parziale, finalizzato alla demonizzazione di Israele, ma che tuttavia non ha potuto completamente evitare di menzionare le migliaia di razzi sparati da Gaza su Israele, prendendo regolarmente di mira aree densamente popolate e del tutto prive di obiettivi militari, e di chiederne conto all'Autorità Palestinese.
Leggo, nelle risposte che lei ha ricevuto, che i gruppi della resistenza armata di Gaza non mirano intenzionalmente ai civili israeliani (did intentionally target Israeli civilians), e che si limitano a sporadici lanci di semplici razzi e mortai (sporadic “crude rocket” firing and mortar shelling), Se, eventualmente, dei civili sono rimasti colpiti, questo è avvenuto unicamente per la natura estremamente grossolana delle armi utilizzate e l’impossibilità di controllare dove finiscono i razzi sparati (If and when civilian targets or populations have been affected by such “crude rocket” firing, it was essentially because of the crude nature of the weapon and the inability to control where the fired projectile lands). Non essendovi quindi la chiara intenzione di colpire civili innocenti, il lancio di missili non può essere considerato una violazione delle leggi umanitarie internazionali (While this is in no way intended to justify any harm caused to innocent civilians, it cannot be considered a violation of international humanitarian law). Si dovrebbe poi investigare caso per caso sui pretesi incidenti che abbiano colpito dei civili o le loro proprietà, ed i gruppi della resistenza palestinese dovrebbero cooperare in simili verifiche con il governo di Israele (each alleged incident of harm to civilian persons or civilian property would have to be investigated on an individual basis, and the Palestinian Independent Commission is not in a position to do so without the cooperation of both the Government of Israel and the armed resistance groups in Gaza). Ma come sarebbe possibile se rifiutano comunque perfino di sedersi allo stesso tavolo?
Gentile Segretario Generale, le chiedo di dirmi fino a quando (le ho qui tradotto il titolo quousque tandem nel dubbio che lei non comprenda, a causa delle sue origini, il latino più elementare) il mondo civile dovrà far finta di credere a tutte le menzogne, a tutte le falsità, a tutte le prese in giro di certi personaggi che meriterebbero solo di essere sbattuti in galera per il resto dei loro giorni, e non certo di ricevere quantità enormi di denaro messo a disposizione dai paesi civili.
È mai possibile che l’esperienza del passato non serva a niente? L’ONU ha preso il posto della Società delle Nazioni, dimostratasi inadatta per lo scopo per il quale era stata creata, ma è caduta in errori, quando non veri e propri crimini, ancora peggiori. E lei certo sa, signor Segretario Generale, quale è stato il risultato di quegli errori.

Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

PS: le allego, per sua informazione, nel caso non ne abbia avuto già conoscenza, copia del video che dimostra il modo di passare la giornata di questi prigionieri di quel carcere a cielo aperto, vittime di apartheid, sterminio, genocidio, olocausto. Ma non è una presa in giro, tutto questo?
http://elderofziyon.blogspot.com/2010/08/new-video-of-gazan-suffering-starvation.html

Sì, certo che è una presa in giro, ma si direbbe che il mondo non desideri di meglio che di farsi prendere in giro, e quindi temo proprio che la fine di tutto questo non la vedremo mai. Anche perché molto prima finiremo noi.

    

barbara


5 novembre 2009

UNO SPIRAGLIO DI LUCE IN PROVINCIA

Schönberg in Israele: «Siamo sotto i razzi»
L’assessore sta visitando la città di Sderot. Riunioni di giunta nel bunker



BOLZANO—L'assessore bolzanino
alla cultura Primo Schönsberg si trova in questi giorni in Israele, per un viag­gio privato, volto ad approfondire la conoscenza di quel Paese. Si tratta di un viaggio organizzato dall'Associa­zione Amici di Israele, che ha in pro­gramma anche diversi incontri con le autorità locali. Ieri Schönsberg si tro­vava a Sderot, una città nel distretto sud di Israele, distante appena un chi­lometro dalla Striscia di Gaza.
La città è stata, nel recente passato, un continuo bersaglio di attacchi di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza. Nel marzo 2008, la popolazione era scesa del 10% e molte famiglie avevano abbandonato la zona per dispera­zione. Basti pensare che dalla metà di giugno 2007 a metà febbraio 2008, contro Sderot e il Negev occidentale sono stati sparati razzi con una media di tre o quattro al giorno. «Abbiamo terminato ora un incontro con la giun­ta muncipale - fa sapere Schönsberg - di questa cittadina di 13 mila abi­tanti più 10 mila ex coloni sfollati da Sharon dalla striscia di Gaza. Per ragio­ni di sicurezza l'incontro si è svolto in un bunker a due piani ricavato sotto il municipio perché, nonostante la stam­pa internazionale non ne parli quasi più dopo l'operazione "Piombo fuso” i razzi Qassam continuano a cadere su case e luoghi di lavoro israeliani. Tra quello che si vede in tv e la realtà - commenta Primo Schönsberg - c'è purtroppo una bella differenza».
Un altro politico bolzanino da sem­pre sensibile alla questione mediorien­tale è il radicale Achille Chilomento. Nel novembre di due anni fa Chiomento, assieme ad altri due altoatesini, fu costretto a rifugiarsi in un bunker per un attacco missilistico proprio sul confine di Gaza. I tre altoatesini face­vano parte di una vasta delegazione italiana dell'associazione filo-israelia­na Keren Hayesod. (Corriere del Trentino Alto Adige)

Qualcuno, nel frattempo, continua a chiedersi cosa diavolo ci stiano a fare i sionisti nel mare davanti a Gaza, e siccome siamo di una bontà smisurata gli vogliamo fornire un’adeguata risposta. Qui, invece potrete ammirare l’ineffabile giudice Goldstone in una delle sue migliori interpretazioni mentre qui trovate il solito incommensurabile Ugo Volli.


barbara


31 ottobre 2009

GENERAZIONE SDEROT

Il sud d’Israele viene bombardato ogni giorno dai qassam. Ma all’Onu c’è un rapporto che equipara vittime e terroristi

L’incubo di Sderot iniziò sugli schermi della rete televisiva americana Cbs. Il 24 gennaio 2002 la celebre rubrica “60 Minutes” trasmise l’intervista a un leader di Hamas, Moussa Abu Marzook, che minacciava di usare missili Qassam per colpire le città israeliane. Il nome, Qassam, deriva da un imam fondamentalista che negli anni Venti incitò ai pogrom contro gli ebrei. Nel giugno 2004 un razzo colpì una scuola materna e uccise un uomo e un bambino. Le prime di una lunga serie di vittime israeliane a Sderot. Dodicimila razzi palestinesi sono caduti sulle città di Sderot e Ashkelon. Ogni giorno, per nove anni. Dalla fine dell’operazione israeliana a Gaza sono caduti quasi trecento missili. Uno al giorno. A Sderot in auto si deve tenere sempre il finestrino abbassato, la cintura slacciata e la radio spenta. Altrimenti non si sente la sirena. “C’è un solo esempio nella storia in cui migliaia di razzi vennero sparati su una popolazione civile”, ha detto il premier israeliano Netanyahu alle Nazioni Unite.

“Fu quando i nazisti lanciarono razzi sulle città inglesi durante la Seconda Guerra mondiale. In quella guerra gli Alleati rasero al suolo le città tedesche, facendo centinaia di migliaia di morti. Israele decise di comportarsi diversamente”.
Oggi un nuovo rapporto delle Nazioni Unite redatto dal giudice Richard Goldstone accusa Israele e Hamas di “crimini di guerra”. L’azione dell’esercito israeliano a Gaza fu lanciata proprio per fermare i razzi su Sderot. Il rapporto arriverà all’Assemblea Generale il 4 novembre. “Il rapporto Goldstone ha il mio sostegno”, ha detto ieri il segretario generale dell’Onu Ban ki-Moon. Per la prima volta una grande democrazia potrebbe essere accusata formalmente di “crimini di guerra”, alla stregua dei Genocidaires Hutu in Ruanda e delle milizie serbo-bosniache di Karadzic.
Già a due settimane dalla fine delle operazioni israeliane a Gaza, Hamas aveva ripreso a sparare su Sderot. In città si hanno venti secondi per mettersi al riparo non appena suona l’allarme: “Tzeva Adom”, colore rosso. Sderot è una città malata. Inchieste mediche indipendenti rilevano che un abitante su due soffre di danni psichici. Tra il 74 e il 95 per cento dei bambini ha disabilità psichica. Sderot è decisiva per capire il rapporto Goldstone. Abbiamo intervistato gli israeliani che sono andati a Ginevra per testimoniare di fronte alla commissione dell’Onu. Abbiamo parlato con i medici che curano i feriti nel “triangolo della paura” Ashkelon-Sderot-Netivot.

Ogni giorno a decine bussano alla porta del Trauma Center di Sderot, dove si offre sostegno psicologico a chi soffre del trauma dei bombardamenti. La direttrice è la dottoressa Adriana Katz, impegnata a lenire le sofferenze psichiche di Sderot. “Questo è un paese di morti viventi”, ci dice Adriana mentre si fa la conta degli ultimi attacchi missilistici di Hamas. La gente a Sderot non è afflitta dalla sindrome “Ptsd”: disordine da stress post traumatico. I sintomi sono gli stessi (insonnia, ansia, apatia, dolori psicosomatici), solo che a Sderot il post non arriva mai. Per questo si parla di “generazione Sderot”. Una cittadina nata nei primi anni Sessanta come centro di transito per i nuovi immigrati provenienti da Marocco, Kurdistan e Iran.
Gli abitanti di Sderot hanno presentato al segretario generale dell’Onu una lettera di denuncia dei crimini di Hamas. La lettera è stata firmata da 90mila persone di cinquanta diversi paesi, su iniziativa dell’organizzazione Take A Pen. “Il 79 per cento della popolazione di Sderot è psicologicamente invalida”, ci dice Batya Katar, leader dell’Associazione dei genitori di Sderot e promotrice della lettera all’Onu. “Ogni giorno, per nove anni, abbiamo ricevuto attacchi da Hamas. Il giudice Goldstone avrebbe dovuto vivere qui per una settimana con i suoi figli. Ogni minuto e ogni secondo, giusto per una settimana. Un qassam è caduto vicinissimo alla mia abitazione. Mio figlio dorme con me da cinque anni per la paura di attacchi missilistici. Abbiamo venti secondi per metterci al riparo. Possiamo morire in ogni istante, è con questo pensiero che vive la gente di Sderot. Qui bambini e genitori dormono assieme, quando si va al bagno ci si sveglia tutti perché i bambini hanno paura di andare da soli”.

“Sderot è l’unica città al mondo dove il terrorismo colpisce la popolazione civile nel XXI secolo giorno dopo giorno, senza tregua”, ci dice Noam Bedein, direttore dello Sderot Media Center e fra i testimoni della commissione Goldstone. “E’ inaccettabile per qualsiasi paese. Il novanta per cento dei qassam è stato lanciato da zone palestinesi civili, perché Hamas sapeva che Israele avrebbe avuto le mani legate. Quale altro paese avrebbe accettato una simile condizione? Ci sono stati venti attacchi con i qassam in due mesi, da settembre a ottobre. Duecentosessanta missili sono stati lanciati da Gaza sul Negev da quando è finita l’operazione dello scorso gennaio da parte d’Israele. Dopo il rapporto Goldstone, ci aspettiamo un’escalation terroristica. Secondo quel rapporto, Israele non ha il diritto di difendere i propri cittadini. Un milione di israeliani saranno a breve sotto la minaccia del lancio dei missili palestinesi. L’equipaggiamento arriva tutto dall’Iran”.

Noam è andato a Ginevra per parlare alla commissione dell’Onu. “Fu penoso venire a sapere che fra i giudici sedeva l’inglese Christine Chinkin, la stessa che in un articolo pubblicato sul Sunday Times aveva già sostenuto la tesi secondo cui ‘il bombardamento israeliano di Gaza non è autodifesa, è un crimine di guerra’. In mezz’ora ho dovuto esporre otto anni di missili e attacchi terroristici. Durante la mia presentazione, Goldstone si addormentava spesso o si distraeva. Non bastano le dita delle mani per contare quante volte i razzi sono esplosi a pochi metri da un asilo d’infanzia. Quale altra democrazia tollererebbe anche un solo razzo sparato contro i civili del suo territorio? Dobbiamo aspettare che venga colpito un asilo affinché Israele ottenga l’appoggio internazionale per fare quello che è necessario per proteggere la propria gente?”.

“Quello che odio di più è l’impossibilità di trasmettere l’invalidità dell’anima e della mente, perché questo lo si conosce ma non si può fotografare, né trasmettere in televisione”, ci dice la dottoressa Adriana Katz, 59 anni, direttrice della clinica per la salute mentale di Sderot e il Trauma Center per il trattamento immediato delle vittime da shock. Di origini romene, Adriana è giunta in Israele con il marito dopo aver trascorso sedici anni in Italia.
Nel caso di attacco, Adriana si mette in moto, anche di notte. E’ sempre reperibile. “E’ il mio guaio non poter trasmettere quel che accade qui”, dice Katz fra una sigaretta e l’altra. Si dice che Sderot sia il posto peggiore al mondo per chi vuole smettere di fumare. “Durante la guerra a Gaza, il ministero degli Affari esteri d’Israele ha voluto mandarmi al Parlamento europeo per parlare di Sderot. Ho rifiutato, perché non avevo possibilità di trasmettere la gravità e la tragedia della popolazione di Sderot. Chi non lo vive non lo può capire. Io abito ad Ashkelon, da nove anni sto curando seimila persone, vittime del lancio dei missili. Sono direttrice di clinica psichiatrica e del centro di emergenza. Non siamo riusciti a guarire tutte queste anime martoriate, che continuano in gran parte a non funzionare come prima. Famiglie distrutte, bambini con tutti gli effetti del post trauma, perché quasi ogni giorno c’è ancora l’allarme dei missili. Questi missili sembrano giocattoli, rispetto ai Katyusha. Ma quando abbiamo capito che questo ‘giocattolo’ uccide, quando un giorno è stato ucciso un bambino, poi un nonno, poi una donna è rimasta senza gambe, allora abbiamo incominciato a capire. Non hanno smesso un solo giorno di sparare Qassam, nonostante il cessate il fuoco. Voi europei dovreste vivere qui una settimana. Abbiamo avuto morti, invalidi, case distrutte, è una roulette russa, non si sa mai a chi tocca. La vita normale è finita. La vita è stata spezzata. Esci di casa e non sai mai se arrivi, in qualsiasi momento suona l’allarme, devi stenderti per strada, è umiliante. E’ un trauma tremendo, la gente guarda la televisione o sta mangiando quando di colpo arriva il ‘colore rosso’. Da psichiatra so che la paura non ha gusto né colore né odore, ma qui a Sderot la paura è di ‘colore rosso’”.

Adriana Katz è fiera di appartenere al campo del compromesso con i palestinesi. “Sono contro le guerre, vengo dall’Europa, ma quando vivi qui capisci le cose in maniera diversa. Ci sono bambini invalidi a Sderot, senza gambe, anche adulti, ma più di tutto è una intera popolazione esposta alla paura, sradicata dalla propria vita normale, tanta gente che ha smesso di andare a lavorare, che non esce di casa, bambini che fanno pipì a letto ad età avanzate. Niente somiglia più a quello che era. Attacchi di panico per un rumore più forte diventa fonte di terrore. E’ una società invalida. Mi domando se è meno grave delle bombe su Gaza. Il trauma non diminuisce, non è passeggero, è una malattia cronica, secondo me è una specie di silenzio, un falso silenzio, tutti qui si aspettano di nuovo al lancio di missili, tutto è cambiato. Non programmiamo nulla, è una vita scialba, senza entusiasmi. Anche se si fanno figli, li si fa con paura. Non è più una popolazione sana. Ci fa tornare in mente quello che i sopravvissuti all’Olocausto hanno vissuto. I bambini appartengono già a una ‘generazione del qassam’, i bambini di Sderot sono come gli anziani sopravvissuti alla Shoah, non giocano fuori, hanno paura, i parchi giochi sono rifugi, è una sensazione orribile. I bambini sono nati e vissuti con il terrore, hanno paura di uscire alla luce del sole, hanno paura di dormire soli in casa, alcuni sono in totale regressione, non riescono a separarsi dai genitori. C’è nell’aria la sensazione che tutto stia per scoppiare, ogni giorno arriva un missile su Sderot. Non ho alcuna speranza. La grande tristezza è che il mondo non capisce quel che sta accadendo qui”.

La dottoressa Katz ha scritto una lettera al giudice Goldstone contestando i risultati delle indagini. “Amo il mio lavoro, ho studiato medicina per diventare psichiatra, però negli ultimi anni è diventato sempre più difficile. Che cosa sa il giudice Goldstone delle migliaia di israeliani vittime da trauma e le cui vite sono diventate un inferno in terra? Chi aiuterà i quattromila bambini a tornare alla vita quotidiana? Anni e anni di riabilitazione attendono la popolazione che vive qui. Non è più un lavoro da psichiatra, quanta forza d’animo bisogna avere per poter continare a curare le persone senza pensare a casa tua, non sapere se è ancora in piedi?”.

Dalia Yosef ha diretto lo Sderot Resilience Center, specializzato nella cura dei bambini. “I bambini di ogni età, da uno a diciotto anni, a Sderot presentano traumi gravissimi”, ci spiega la dottoressa. “E’ una invalidità invisibile. In ogni comportamento mostrano regressioni. Gran parte di loro ha incubi, non mangia bene, non va fuori da sola, non vuole che le madri vadano al lavoro, non gioca, a scuola ha numerosi problemi. Moltissimi di questi bambini sono nati sotto i qassam. Non hanno conosciuto altra condizione. Non è come perdere un familiare in un incidente stradale, a Sderot c’è un trauma collettivo. Due settimane dopo la fine delle operazioni a Gaza, hanno iniziato a sparare di nuovo. A Sderot i bambini reagiscono a ogni rumore forte come a un allarme qassam. Il settanta per cento di bambini nel Negev mostra sintomi da trauma e queste statistiche sono frutto di ricerche indipendenti. Migliaia di bambini hanno anche disabilità fisiche a seguito delle bombe palestinesi. Ho visto a lungo gli effetti del terrorismo sui bambini di Sderot e il rapporto Goldstone elimina il diritto dei nostri bambini di crescere in un ambiente non traumatizzato. Ci sono bambini che vogliono restare dentro ai bunker o nelle stanze-sicure nelle proprie case. Ci sono bambini che non sono più scesi dal proprio letto. Non sappiamo cosa sarà di questa generazione nata e cresciuta sotto i qassam”.

Mirela Siderer è il simbolo di quanto è successo alle città israeliane sotto bombardamento di Hamas. “Ho sentito come una palla di fuoco turbinare dentro di me, tutti i miei denti sono volati via. Ancora oggi ho un pezzo di scheggia di quattro centimetri impiantata sul lato sinistro della schiena, troppo vicina al midollo spinale per potere essere rimossa”. Siderer è stata ferita da un razzo palestinese che ha centrato il suo ambulatorio ad Ashkelon, dove le fermate dei bus sono scudi di cemento e i parchi giochi hanno la campana d’emergenza. E’ volata a Ginevra per parlare davanti alla commissione dell’Onu. Con lei c’era Noam Shalit, il padre del soldato rapito tre anni fa da Hamas a Gaza. “Tutta la mia pacifica vita è stata stravolta in un secondo, quando, senza alcun preavviso, un razzo si è abbattuto sul mio ambulatorio”, dice Siderer. “In una frazione di secondo il posto è stato completamente distrutto. Mi sono ritrovata sotto le macerie, ma ho continuato a parlare alla mia paziente, anch’ella gravemente ferita: il suo addome era squarciato, con i visceri all’esterno. Qual era la mia colpa? Che sono un’ebrea che vive ad Ashkelon? Ho studiato medicina per aiutare la gente in tutto il mondo, e ho aiutato anche tante donne di Gaza. Sono un semplice civile che non ha mai avuto a che fare con alcun atto di guerra. E mi rincresce per tutte le vittime, anche per le vittime innocenti dell’altra parte. Basta sangue e sofferenze, è ora di finirla”.
“Per capire meglio la guerra d’Israele contro il terrorismo,vorrei prima spiegare la nozione di terrorismo”, dice sempre al Foglio Mirela Siderer. “Il terrorismo è il regime di violenza da parte di un gruppo organizzato di appartenenza varia, che ha vari scopi, politici, religiosi, e che rivolge la violenza alla popolazione civile che non ha alcuna possibilità di difendersi. C’è una grande differenza tra le guerre che si svolgono fra due paesi e gli attacchi terroristici. Sono stata ferita durante un attacco simile, mentre svolgevo il mio lavoro di medico. Nel 2005 Israele si è ritirato dalla striscia di Gaza, quindi non si parla di territori occupati, ma questo conflitto è diventato oltre che geopolitico anche religioso. Con grande dispiacere mi rendo conto che si tratta di fondamentalisti islamici che non fanno altro che istigare contro lo stato d’Israele e il popolo ebraico”.

Infine una parola sul rapporto delle Nazioni Unite. “Come medico e cittadino non posso accettare questo terrorismo e tanto meno la unilateralità del rapporto Goldstone. Ho testimoniato di fronte alla commissione Goldstone, ma le mie parole non sono state prese in considerazione. Nel sud d’Israele siamo nel terrore da nove anni. Immaginate di vivere in una qualsiasi città italiana bombardata ogni giorno. Voi potreste andare avanti così?”. Eppure Sderot non è una “città fantasma”, come viene spesso descritta. Il numero di abitanti non è mai sceso. C’è chi dorme ancora con i vestiti addosso, si vive con le finestre socchiuse e si parla sottovoce, nel timore che il segnale di emergenza sfugga all’attenzione. Ma gli israeliani non sono mai fuggiti. (Giulio Meotti)



E contemporaneamente a questo splendido articolo compare, sul Corriere, un immondo servizio di Francesco Battistini – quello che in risposta a un lettore che lo rimproverava per avere parlato del “massacro di Gaza”, ha spiegato che lui fa da una vita il corrispondente di guerra e che quando vede un massacro è in grado di riconoscerlo e “quello che ho visto a Gaza è stato un massacro” – in cui qualifica ugualmente – e sarcasticamente - come “danni collaterali” una bambina palestinese disgraziatamente colpita da un missile israeliano nella guerra di difesa contro il terrorismo e un bambino israeliano colpito da uno delle migliaia di missili palestinesi diretti selettivamente contro la popolazione civile all’unico scopo di fare strage di civili, come da ottant’anni, ininterrottamente, stanno facendo.
Poi, per apprezzare ulteriormente l’ottimo Meotti andate a guardare anche questo, e naturalmente, anche per tirarvi su il morale con un po’ di sane risate, andate anche da lui.


barbara


15 gennaio 2009

AHORA QUE SE CALLEN LA BOCA ! ! !

Todos aquellos que durante los casi 8 años en los que la población civil del sur de Israel sufrió de continuos ataques con misiles Kassam desde La Franja de Gaza no abrieron para nada la boca y ahora, cuando después de un sin fin de advertencias, Israel reacciona y sale a defenderse, les pido que ahora... se callen la boca.
Todos aquellos que seguramente no tienen claro que hace 3 años que Israel se retiró de La Franja de Gaza, sacando de la misma hasta el último de sus soldados y desmantelando todos los poblados de la región, para lograr una completa desconexión entre la Franja de Gaza y el Estado de Israel, con mucho dolor para muchos de nuestros hermanos, pero desgraciadamente en lugar de dedicarse a construir un Estado, se dedicaron a la destrucción y el terror originado en Gaza nos persiguió y nos persigue sin justificativo alguno, hasta el otro lado de la frontera y nadie abrió la boca ante las continuas agresiones que hemos sufrido y son muchos los que se apuran a condenar a Israel cuando su paciencia no puede más, es mejor que ahora... se callen la boca.
Todos aquellos que no abrieron la boca para nada, mientras la población civil de Israel de los alrededores de la Franja de Gaza recibían y continúan recibiendo una interminable lluvia de misiles Kassam, morteros, cohetes Grad, Katiushas y otras porquerías, sería conveniente que lean las declaraciones del Sábado , del Ministro de Relaciones Exteriores egicio, Ajmed Abu El-Rish, quien dijo: "Les dijimos (a los dirigentes de Hamas) que cesen los disparos continuos de misiles, ya que Israel iba a concretar sus amenazas de reaccionar y ellos no quisieron escucharnos, por eso la responsabilidad recae sobre ellos..." Y después de una opinión tan certera, sería mejor que ahora... se callen la boca.
Todos aquellos que no abrieron la boca para nada durante los 6 meses que duró la supuesta "tahadía" o tregua entre Hamas e Israel, a la que se llegó por mediación de los egipcios, que finalizó hace unos pocos días, sin que nunca haya comenzado de hecho, ya que los palestinos no cesaron de disparar, si bien tratando de crear una sensación de "tranquilidad aparente" y a pesar de las continuas advertencias de Israel, no hicieron nada para que la situación no llegue a un extremo tal que Israel no tenga más remedio que reaccionar para defender a su población civil y todos esos que ahora se apuran en criticarnos por eso, sería mejor que ahora... se callen la boca.
Todos aquellos que irremediablemente critican a Israel cuando sale a defenderse por su reacción desproporcionada, probablemente pretenderán que Israel debería devolver misil por misil, a cada uno de los más de 3.800 que fueron disparados sobre su territorio y sobre su población civil. ¿Esa sería una respuesta proporcional? ¿O tal vez en vez de atacar los objetivos de Hamas, cuarteles, depósitos, campamentos, debería hacerlo sobre la población civil en general, sin distinción alguna, como lo hacen los terroristas de Hamas? Y si no pueden entender que Israel se defiende y se defenderá cada vez que sea agredida, lo más contundentemente posible, cuando después de aguantar y aguantar, se vea obligada a reaccionar, sería mejor que ahora... se callen la boca.
Todos aquellos que ven solamente una cara de la moneda, solamente cuando Israel sale a defenderse y entonces se apuran en gritar y patalear acusádonos de agresores, sería conveniente que repasen las declaraciones de un ilustre visitante que tuvimos en Sderot, meses atrás, quien dijo: "Si mi casa fuese atacada y en la misma se encontrasen mis dos hijas, yo no escatimaría esfuerzos en tratar de defenderlas y abatir al agresor...". El visitante, fue el entonces Senador Barak Obama, Presidente electo de los Estados Unidos. Y después de leer una declaración tan clara y precisa, sería mejor que ahora... se callen la boca.
Todos aquellos que no entienden que estamos inmersos en una verdadera Guerra, contra el Fundamentalismo Islámico que proviene de Iran y que se abate sobre nosotros por medio del Hizbalah en el Líbano y el Hamas o la Yihad Islámica en la Franja de Gaza, o los que tratan de no darse cuenta de la verdadera realidad en la que Israel se ha convertido en un verdadero bastión ante las fuerzas retrógradas que quieren extenderse por el mundo todo, sería mejor que ahora... se callen la boca.
Todos aquellos que no pueden entender que por sobre todo queremos tranquilidad, paz y el fin de la violencia entre ambos pueblos, pero son nuestros enemigos quienes aseguran que no quieren reconocer a nuestro Estado y que el objetivo que persiguen es la destrucción de la "entidad sionista", como ellos nos llaman peyorativamente.
Todos aquellos que no llegan a entender que lamentamos, que nos duele cada una de nuestras víctimas y que no nos alegramos ni festejamos por las víctimas que sufren nuestros enemigos, pues por sobre todo queremos "vivir en paz" y no "morir heroicamente", a todos les pedimos que ahora... se callen la boca.
...Y si quieren decir algo, que se lo vayan a decir en la cara a los líderes del Hamas, que son los verdaderos responsables en haber desencadenado esta nueva ola de violencia en la región y si no se animan a hacerlo,
por lo menos ahora... que se callen la boca! ! !

E tanto per non rischiare di dimenticare che è solo con Israele che ce l’abbiamo, mica con gli ebrei, diocenescampieliberi, diamo un’occhiata anche a questo.

barbara


17 giugno 2007

30 MAGGIO 2007 – UN GIORNO A SDEROT

Per non dimenticare il martirio di una città, il martirio di una popolazione, di fronte al quale il mondo intero chiude occhi e orecchie.

La testimonianza di Yankele Snir, direttore del KH per l’Europa

08:00
: Parto per una visita alla città di Sderot e al consiglio regionale dello Shaar Hanegev. In macchina alla mia destra siede Anna Marie, norvegese e già leader dell’organizzazione Cristiani per Israele. “Quando cadono i razzi kassam il mio posto è con voi”, dice. “Quando sono con voi il mio cuore si gonfia, la mia anima si libra; sono venuta per sostenervi e scopro di essere io a venire incoraggiata”.

Nel sedile posteriore siede Maarten, alto e giovane, appartiene a una delle famiglie che trenta anni fa hanno fondato i Christenen voor Israel. Maarten ha lavorato per mesi come volontario in diversi uffici del Keren Hayesod. Oggi è il giornalista che ci accompagna in questo viaggio, con il suo computer portatile, la sua macchina fotografica e due occhi attenti alla realtà che lo circonda.
Nella macchina dietro alla nostra ci sono due giornalisti della televisione norvegese, che ci accompagnano per filmare la giornata. Mostreranno al pubblico europeo ciò che i media da troppo tempo dimenticano di mostrare…



09:25
: Entriamo a Sderot. C’è molta calma. È un bene? Forse. Negli ultimi anni questa città di 24.000 abitanti ha visto cadere sulle sue case 500 razzi kassam; altri 3.000 sono caduti nelle vicinanze. Avi Sulimani ci sta aspettando vicino al centro sportivo costruito dalla campagna italiana del KH. Avi è la Florence Nightingale del Dipartimento per la Gioventù e la Cultura di Sderot, cui fa capo l’intera gamma dei servizi educativi di carattere informale. Ma nella complicata realtà di oggi Avi deve occuparsi di molto più di questo. I genitori di Avi sono arrivati in Israele dal Marocco nel 1951; la loro prima casa è stata una tenda. Qualche tempo dopo si sono trasferiti in una capanna e alla fine hanno costruito una casa a Sderot. Non hanno alcuna intenzione di lasciare la città.
Avi sale in macchina e comincia a dare ordini: “Aprite i finestrini, così potete sentire l’allarme. Quando lo sentite avete 15 secondi per trovare rifugio!”. Penso che la scorsa settimana 15 secondi non sono bastati a Oshri Oz. Oshri Z”l, tecnico di computer e padre di un bambino di tre anni, era venuto a Sderot da Tel Aviv per una chiamata di servizio; il razzo è caduto vicino alla sua macchina, uccidendolo all’istante.
Avi ci mostra la città. Molti degli edifici sono sfregiati, le ambulanze sono pronte, i soldati sono appostati in vari punti, pronti ad aiutare se necessario. I volti delle persone sono seri, quasi disperati, in particolare quelli dei piccoli commercianti, che sono sull’orlo della bancarotta. La metà della popolazione di Sderot è composta da immigrati.



09:45
: Ci fermiamo di fronte alla nuova sede del club giovanile Bnei Akiva, cui è stato dato il nome di Ella Abekasis. Nel gennaio del 2005 Ella, una dolce giovane donna di diciasette anni, stava tornando a casa insieme al fratello Tamir di nove anni dopo aver partecipato a un programma presso il locale club Bnei Akiva (Bnei Akiva è il movimento giovanile affiliato con il movimento sionista religioso). Improvvisamente è partito l’allarme: “Rosso! Rosso!” Ella ha afferrato il fratello e lo ha buttato a terra, coprendolo con il proprio corpo, per proteggerlo dalle schegge del razzo kassam caduto a pochi passi da loro. In ospedale Ella ha lottato per giorni contro la morte, invano. Tamir, colpito dalle schegge in tutto il corpo, è sopravvissuto. Yonatan, il padre di Ella, ci aspetta all’entrata del club. Ci guida con orgoglio fino alla stanza dedicata alla memoria di Ella. Con le lacrime agli occhi racconta: “Sapevamo che la fine era vicina, anche quando eravamo seduti accanto al suo letto in ospedale. Il telefono ha suonato; era il primo ministro Ariel Sharon. Arik ci ha chiesto come stavamo e ha cercato di sollevarci il morale; poi ha chiesto che cosa poteva fare? Gli ho risposto: gli assassini hanno fatto a pezzi il suo corpo, ma nessuno può sconfiggere il suo spirito. Ella ci ha lasciato un modello autendico di vera devozione, di generosità, di amicizia sincera nel suo circolo Bnei Akiva. Ciò che vorrei che Lei facesse, signor primo ministro, è aiutare a costruire una sede adeguata per i programmi del movimento; in questo modo lo spirito e la memoria della mia dolcissima Ella vivranno per sempre”.
Due anni dopo sono qui a guardare con le lacrime agli occhi la gigantografia di Ella che è stata appesa nell’ingresso di questo bellissimo club.
10:15: Entriamo nella stazione di polizia di Sderot. Nel cortile c’è un’enorme pila di parti di razzi kassam che sono caduti sulla città. Una pila di metallo con un unico obiettivo: uccidere, distruggere. Non c’è fine al dialogo di metallo con ‘Hamas’. Per un attimo mi immagino una realtà diversa e mi perdo in una fantasia: dal momento che Sderot è la città natale di un certo numero di musicisti e cantanti di successo, vedo un concerto notturno sulla spiaggia di Gaza con 100.000 abitanti della città palestinese che felici applaudono Kobi Oz e la sua band.



10:30
: Raggiungiamo il centro giovanile di Sderot. Nel novembre del 2006 abbiamo inaugurato questo edificio con una delegazione del KH olandese. Il KH olandese ha fatto una generosa donazione per completare il centro giovanile. Gli uffici di Avi sono qui, qui dove si svolgono le attività sociali e culturali. Al momento è in via di completamento un auditorium per trecento persone. Il centro giovanile è particolarmente pulito, eccezion fatta per una stanza. Una settimana fa il tetto del centro è stato colpito in pieno; il razzo è caduto proprio in mezzo allo studio di danza. Per fortuna erano le 6:30 del mattino. Lo studio è completamente distrutto; nelle prossime settimane dozzine di giovani studenti di danza classica dovranno trovare un’altra sede per fare lezione. I ballerini di salsa si trasferiranno in una sede temporanea, quelli di danze popolari hanno già trovato un’alternativa. Il messaggio è chiaro: Sderot non smetterà di ballare, alla faccia dei razzi kassam.



11:30 :
Raggiungiamo gli uffici del consiglio regionale dello Shaar Hanegev. Da molti anni le campagne del KH contribuiscono allo sviluppo dell’area Sderot – Shaar Hanegev. Incontriamo il presidente del consiglio regionale, Alon Schuster. Benché io abbia visitato questa regione in molte occasioni, questa visita è diversa. Alon è più serio del solito, più riservato: deve gestire i problemi sempre nuovi e sempre più gravi che affliggono le popolazioni più vicine alla striscia di Gaza, problemi seri, legati alla sicurezza delle istituzioni pubbliche e delle case dei privati cittadini minacciate dai razzi kassam e a una realtà economica che difficilmente riesce ad attrarre investimenti e in cui lo sviluppo diventa quasi impossibile. La domanda è: fino a quando? Quando finirà tutto questo?
La tradizione sionista ha sempre dato la medesima risposta: reazione. Nonostante i 3.500 razzi kassam che sono caduti in questa regione, il numero degli abitanti è cresciuto dal 2002. Nuovi quartieri sono sorti in quasi tutti gli insediamenti e tutti i lotti sono stati comprati!
Un gruppo di giovani è arrivato insieme al moshav Yachini, vicino a Sderot, per partecipare al progetto “Ayalim” (”Cervi”, in italiano) sponsorizzato dal KH e dall’Agenzia Ebraica.
Questi ragazzi stanno colonizzando la regione come la prima generazione di pionieri aveva fatto 70 anni fa. Costruiscono le loro case, studiano presso il locale collegio universitario e dedicano molte ore a servizi di volontariato nella zona. Se questa notizia potesse attraversare il marmo della tomba di David Ben Gurion, che non si trova molto lontano da qui, lo vedremmo sorridere e fare ciao con la mano ai ragazzi..!
Alon è il rettore del collegio universitario Sapir, vicino a Sderot. Sapir è il prodotto di una visione della leadership locale che, pur andando contro ogni logica, è diventata realtà, trasformandosi in un’istituzione accademica frequentata ogni giorno da migliaia di studenti. Le gru lavorano senza sosta per costruire un altro edificio, un altro piano; i trattori spianano i terreni e i giardinieri miracolosamente piantano erba e palme nel mezzo del deserto. Tuttavia, la paura dei razzi kassam incombe su tutto questo – chi tornerà in classe il prossimo settembre???



11:45
: La porta dell’ufficio di Alon Schuster si apre improvvisamente. La segretaria è in uno stato di: “Non avete sentito la sirena?” No, non abbiamo sentito. Solo un momento prima un razzo kassam ha colpito una casa nel quartiere settentrionale di Sderot. La vita di Edward Mirzayev è cambiata in un attimo quando il razzo è caduto sulla sua casa. Torneremo a parlare di Edward tra breve.
12:15
: Siamo arrivati al campus Sapir presso il consiglio regionale dello Shaar Hanegev. Questo meraviglioso sistema educativo sta vivendo la sfida più dura che abbia mai dovuto affrontare. Dal momento che non tutte le classi sono a prova di missile, le lezioni sono state trasferite altrove. Visitiamo una classe che è stata colpita da un kassam solo due settimane fa, solo alcuni secondi dopo che gli studenti erano corsi fuori. L’insegnante che ha chiuso la porta è stata raggiunta da schegge in tutto il corpo.
Nello Shaar Hanegev educano alla pace, nello Shaar Hanegev insegnano la co-esistenza, nello Shaar Hanegev organizzano programmi per bambini ebrei, arabi e beduini perché possano incontrarsi e conoscersi. Nello Shaar Hanegev la sicurezza di questi piccolo scolari è nelle mani dei terroristi di Gaza...
Ohad, uno studente della classe undicesima, ci racconta: “Abito in un moshav che si trova fuori dal raggio dei kassam e vengo a scuola ogni giorno con l’autobus. Per me salire sull’autobus ogni giorno è come giocare alla roulette russa. L’unico problema è che in questo gioco non ci sono vincitori …!” Sua madre lo chiama ogni due ore per sapere come sta.
12:30
: Isolato 520, il quartiere Neve Eshkol di Sderot. Ci stiamo dirigendo verso la casa che è stata colpita da un razzo kassam meno di un’ora fa. Edward Mirzayev è seduto nel suo appartamento al quarto piano, e piange e ride allo stesso tempo. Piange per la sua casa, che è stata distrutta e ride per la sua buona sorte: sua moglie e i suoi tre figli sono a Ramla per far visita alla nonna. Nessuno è stato ferito, ma due appartamenti sono stati distrutti. Frammenti di vetro sono sparsi su tutto il pavimento, i mobili della cucina sono volati in tutte le stanze. I giornalisti della televisione norvegese lo intervistano: Odia ‘Hamas’ a Gaza? Lui dice di no. Il governo norvegese deve continuare a mandare fondi all’Autorità Palestinese? No, risponde Edward: dovrebbero mandare cibo e medicine, dal momento che il denaro non arriva a chi ne ha bisogno… Persino in questo momento difficile in cui la sua casa è stata distrutta Edward, secondo me, si mantiene lucido e pensa logicamente. Siamo scesi due piani sotto, dove nell’appartamento n. 6 troviamo due bambini di 10 mesi. Lo spostamento d’aria causato dalla bomba ha rotto i vetri ma i bambini sono incolumi.
All’entrata dell’edificio troviamo una folla di persone; la loro ira è palese. Quando la smetteranno di essere colpiti dai razzi kassam?
13:30
: Ritorniamo a Gerusalemme. Siamo tutti molto silenziosi sulla via del ritorno. Avi Sulimani chiama con una lista urgente di cose di cui hanno bisogno. Oggi, nella zona di Sderot, sono caduti cinque razzi kassam, fortunatamente senza causare vittime. Mi torna alla mente la foto di Ella Abekasis. Possiamo giustificare il suo sacrificio con le soluzioni che adottiamo per proteggere la città di Sderot e i suoi abitanti? Sarà il tempo a dircelo. (Keren Hayesod, 06.06.07)

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 17/6/2007 alle 23:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
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