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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 novembre 2011

OPERAZIONE MADAGASCAR

Ogni tanto capita di sentirlo, da parte di chi cerca di rivoltare la storia a proprio uso e consumo, ossia in funzione antiisraeliana e, in definitiva, antisemita: ma quale Palestina? Ma quali radici storiche? Ma se gli andava bene anche il Madagascar! Il fatto è che anche questa, come tutte le belle storielle che ci raccontano gli antisemiti, è pura invenzione. Perché l’idea di spedire gli ebrei nel Madagascar non è affatto venuta agli ebrei, bensì ai polacchi, per liberarsene. E gli sarebbe andato benissimo, ai polacchi, di spedirli in Palestina, solo che quello non andava per niente bene agli inglesi che, dopo essersi assicurati il mandato sulla Palestina all’unico scopo (dichiarato) di farne la patria degli ebrei, prima gliene hanno rubato tre quarti per regalarli all’emiro Abdallah, poi nel quarto rimanente hanno fatto di tutto per far entrare arabi e lasciare fuori gli ebrei (compreso ai tempi delle camere a gas), e allora hanno avuto la formidabile pensata del Madagascar. Che agli ebrei, naturalmente, non è piaciuta neanche un po’. Il che ha indotto i polacchi ad escogitare un piano semplicemente geniale: renderemo la vita degli ebrei un tale inferno che saranno costretti a scegliere il Madagascar. E infatti a questo punto un discreto numero di ebrei si è rassegnato a prendere in considerazione anche l’idea del Madagascar.
Non capita spesso di trovare appassionante un libro di storia, ma questo lo è, sia nella prima parte, relativa all’operazione Madagascar vera e propria, sia nella seconda parte relativa al dopoguerra, in cui il violento antisemitismo polacco prosegue inalterato (la Polonia è stata, credo, l’unico Paese in cui i reduci dai campi di sterminio sono stati accolti a sassate, coltellate, fucilate), arrivando addirittura ad aumentare sotto la dittatura comunista.
Da leggere tutto, per approfondire le cose che già sappiamo, e per scoprire qualcosa che forse ancora ci manca.

Carla Tonini, Operazione Madagascar, CLUEB



barbara


21 aprile 2011

PALESTINA

Quasi tutti i miei interlocutori sono stati profondamente segnati da una costante, se non quotidiana, esperienza di antisemitismo nella loro infanzia: sentirsi gridare “sporco ebreo!”era un’abitudine. I polacchi avevano un vasto repertorio di nomignoli dispregiativi per gli ebrei: zydek, zydy, zydowa, zydziak, zydlak... «Come facevamo a sentirci polacchi, se nessuno ci considerava tali?» mi disse Herman Krol, un ebreo di Konin che aveva combattuto nell’esercito polacco. «“Ebrei, tornatevene in Palestina!” ci urlavano» (Theo Richmond, Konin, p. 258)

“Ebrei, tornatevene in Palestina!” urlavano. Poi qualche anno dopo ci sono finalmente tornati, e da allora quegli stessi soggetti che fino a un momento prima avevano urlato tornatevene in Palestina, hanno preso a urlare “Ebrei, fuori dalla Palestina!”. E ancora non hanno smesso.
(Siccome oggi stavo troppo male per riuscire a partire, ho rimandato a domani, e ne approfitto per mettere quest’altro piccolo post).


barbara


20 novembre 2010

KONIN

Se già prima della guerra – quando in città erano quasi tremila – si erano sentiti vulnerabili, figuriamoci adesso che non erano più di una trentina. I polacchi li avevano accolti con battute del tipo: «Quanti ebrei che tornano indietro!» La comunità ebraica era stata sterminata, eppure i sopravvissuti avevano l’impressione di essere ancora troppi per i polacchi. «Ma com’è che i tedeschi non hanno incenerito anche te?»

“La città che vive altrove” è il sottotitolo di questo libro: perché lì, di ebrei, non ne è rimasto nessuno. Quelli che ancora esistono, degli abitanti ebrei di questo tipico shtetl dell’Europa orientale, sono i discendenti di coloro che sono scampati allo sterminio emigrando prima, come l’autore, e i pochissimi sopravvissuti alla deportazione. Ed è presso queste persone che Theo Richmond compie il suo pellegrinaggio della memoria – simile, sotto molti aspetti, a quello di Daniel Mendelsohn – alla ricerca dei frammenti di quel mondo scomparso, alla ricerca di volti e voci e ricordi e immagini. Alla ricerca di un mondo che è stato cancellato, per ridare vita a ciò che è stato annientato. Con l’irrimediabile rimpianto di essere arrivato, come gli dice uno dei suoi interlocutori, con venticinque anni di ritardo: troppo tardi per riempire tutte le lacune, troppo tardi per recuperare tutte le tessere del mosaico, e tuttavia ancora in tempo, per nostra fortuna, per offrirci un grandioso affresco miracolosamente sottratto all’oblio. Con pazienza. Con perizia. Con infinito amore.

Dove sono finite oggi tutte queste persone? «Passate a miglior vita» risponde lapidario Joe. Ogni speranza di riscoprire le tracce di altri suoi concittadini, di altre memorie da saccheggiare, sembra svanire. Poi ci ripensa e tira fuori due nomi, uno del figlio di un macellaio di Konin che viveva vicino a Londra, per quanto ne sapeva lui; l'altro di un uomo più anziano che, «se è ancora vivo», dovrebbe abitare a Hove, sulla costa meridionale. Joe però non mi sa dare né gli indirizzi né i numeri di telefono.
Gli indizi erano vaghi, eppure riuscii a rintracciare Henry, il figlio del macellaio, sopravvissuto a Mauthausen. E lui mi mandò a Ilford da Izzy, un suo coetaneo di Konin sopravvissuto ad Auschwitz, e da un sarto ottantenne che confezionava ancora gli abiti su misura a Whitechapel. Trovai il vecchio di Hove, che a Konin faceva il calzolaio ed era stato invitato alla circoncisione del figlio del macellaio. Lui ricordava, ancora bambina a Konin, una bibliotecaria di Pinner e lei mi indicò il figlio di un ricco possidente, che abitava ad Harrow ma era nato nella tenuta di famiglia, sulle sponde della Warta. Il figlio del possidente m'indirizzò a Edgware, da una vecchia signora discendente di una delle famiglie intellettuali di Konin, e lei mi accompagnò a sud di Londra da sua nipote, figlia di uno scultore di Konin, con uno zio attivista rivoluzionario del Bund che era scappato da Konin nel 1905, con la polizia segreta zarista alle calcagna. Fu l'inizio.

Settecento e passa pagine, e si leggono in un soffio.

Theo Richmond, Konin, Instar Libri




barbara


7 ottobre 2009

UNA NAZIONE CHE STA PER SCOMPARIRE?

Nell'estate del 1942 la "soluzione finale" degli ebrei voluta da Hitler era già in atto e le informazioni sullo sterminio in corso erano già ampiamente diffuse. A Varsavia era cominciata l'evacuazione del ghetto con il trasporto degli abitanti verso Treblinka e altri campi di sterminio. I polacchi lo sapevano, e a conferma di questo si può citare un articolo pubblicato il 15 agosto 1942 su "Naród", periodico del Partito cristiano democratico del lavoro:

«In questo momento, da dietro le mura del ghetto sentiamo i gemiti e le urla disumani degli ebrei che vengono assassinati. L'astuzia spietata sta cadendo vittima dello spietato potere brutale e nessuna Croce è visibile su questo campo di battaglia, visto che tali scene risalgono a epoche precristiane. Se la cosa continua, non passerà molto tempo prima che Varsavia dica addio al suo ultimo ebreo. Se fosse possibile organizzare un funerale sarebbe interessante vedere la reazione. La bara susciterebbe tristezza, pianto o forse gioia? [...] Per centinaia di anni un'entità aliena, malevola, ha abitato i settori settentrionali della nostra città. Malevola e aliena dal punto di vista dei nostri interessi, così come da quello della nostra psiche e dei nostri cuori. Quindi non assumiamo atteggiamenti falsi come prefiche professioniste ai funerali - siamo seri e sinceri [...]. Compatiamo il singolo ebreo, l'essere umano e, per quanto possibile, se dovesse smarrirsi o tentare di nascondersi gli tenderemo una mano amica. Dobbiamo condannare coloro che lo denunciano. E' nostro dovere esigere che quanti si permettono di sogghignare e schernire mostrino invece dignità e rispetto di fronte alla morte. Ma non ci fingeremo affranti per una nazione che sta per scomparire e che, dopotutto, non è mai stata vicina ai nostri cuori» (Saul Friedländer, Gli anni dello sterminio, p. 536).



La nazione non è scomparsa, anzi si è costituita come Stato d'Israele sulla terra che biblicamente e storicamente le appartiene. Ma continuano ad esserci persone pronte a "compatire il singolo ebreo, l'essere umano" se qualcosa di simile all'Olocausto dovesse ripetersi, ma che non sarebbero per niente "affrante per una nazione che sta per scomparire e che, dopotutto, non è mai stata vicina ai loro cuori". Questo gli ebrei israeliani l'hanno capito, e hanno deciso che piuttosto di essere compatiti mentre li stanno ammazzando e compianti dopo essere morti preferiscono essere odiati mentre sono vivi. L'odio per loro da molte parti aumenterà, ma da alcune parti aumenterà l'amore.
Marcello Cicchese
(Notizie su Israele, 17 settembre 2009)

Qualcuno invece continua ad avere qualche difficoltà a capire che quel “mai più” pronunciato sulle ceneri di Auschwitz, significava esattamente questo: mai più. Come per esempio la Norvegia, come provvede a informarci l’odierna cartolina. Ma niente paura: se hanno difficoltà a capire, prima o poi riceveranno anche loro qualche lezione supplementare di recupero. E nel frattempo
MEMENTO: +37.

barbara


6 ottobre 2009

ADDIO A MAREK EDELMAN ULTIMO EROE DEL GHETTO DI VARSAVIA

C’era chi lo chiamava eroe, suscitando le sue ire. Altri non sopportavano il fumo di quelle sigarette che lui, medico cardiologo, ha continuato a fumare imperterrito, fino a quando gli è stato possibile. C’è chi chiedeva di incontrarlo pensando di trovarsi dinanzi ad un idolo vivente, del quale fare poi il panegirico e l’apologia, salvo poi, alla prova dei fatti, accorgersi che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e modesto, era molto diverso dal personaggio che gli era stato cucito addosso. È morto Marek Edelman, figura straordinaria di militante politico del Novecento. A questo secolo, peraltro, era rimasto profondamente legato, in tutto e per tutto, avendolo vissuto quasi interamente e, perlopiù, sulla sua pelle. Era nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia (ma altre versione datano la sua nascita al 1922, nella città di Varsavia) da una famiglia di «ostjuden», quegli ebrei dell’Est europeo che avevano forgiato e diffuso la cultura jiddish alla quale Edelman era molto legato, senza però mai viverla come dimensione esclusiva della propria identità. Di essa, nel dopoguerra e nei decenni a seguire, ne rappresentò infatti quel che era sopravvissuto, soprattutto dopo il tragico vuoto creato dalla Shoah e le persecuzioni staliniste. Della vita delle comunità ashkenazite aveva quindi respirato tradizione e innovazione, figlio com’era di una famiglia modesta ma stabilmente inserita nel tessuto sociale polacco. Non fu pertanto un caso se, ancora giovanissimo, avesse da subito scelto l’impegno politico nel Bund, il partito dei lavoratori ebrei di Russia, Lituania e Polonia. Formazione solidamente socialista, «mama Bund», così come veniva chiamata, raccoglieva un largo consenso tra gli operai e i salariati. Per i più costituiva l’alternativa al sionismo ma anche ad un capitalismo radicale e, tratti, brutale. La formazione politica nella prima gioventù gli tornò molto utile dopo l’occupazione tedesca del suo paese. Durante gli anni del ghetto, a Varsavia, operò clandestinamente nel gruppo di resistenza organizzato dalla sua organizzazione. Successivamente, quando venne costituita la ZOB, la Zydowska organizacja bojowa (l’Organizzazione ebraica di combattimento), e Mordechai Anielewicz ne divenne il comandante, si unì ad essa guidando le squadre di combattimento del Bund. Nei duri combattimenti che si svolsero nelle quattro settimane di resistenza del ghetto Edelman, che era il vicecomandante dell’organizzazione, si distinse per determinazione e coraggio. Dopo la fuga, avvenuta il 10 maggio 1943, si nascose nella parte “ariana” di Varsavia. Mantenne unito ciò che rimaneva della ZOB e con i suoi uomini partecipò alla rivolta di Varsavia, che scoppiò nell’agosto 1944. Figura feticcio, suo malgrado, della Resistenza europea, nel dopoguerra rimase in quella Polonia che andava trasformandosi in una democrazia popolare, malgrado dovesse subire gli effetti del rinnovato antisemitismo. Mentre i pochi correligionari sopravvissuti allo sterminio lasciavano il paese Edelman completò gli studi e iniziò a lavorare come medico. Non dismise tuttavia il suo impegno politico, riconoscendosi in un socialismo dal volto umano, molto distante dalla religione civile imposta da Stalin e dai suoi uomini. Per questa ragione fu arrestato in più di una occasione dal regime, odiato com’era per l’autonomia di pensiero e per la professione di libertà. Nel 1968, quando anche in Polonia il movimento degli studenti faceva sentire le sue ragioni, venne ingiustamente licenziato dall’ospedale nel quale lavorava. Negli anni settanta intraprese, insieme ad altri, l’avventura di Solidarnosc, partecipando prima alla fondazione del Kor, il Komitet Obrony Robotników (il Comitato di difesa degli operai), insieme a Jacek Kuron e Adam Michnik, e poi all’attività del sindacato politico. Di quest’ultimo fu consigliere ai vertici, intervenendo in prima persona alla «Tavola rotonda», il negoziato condotto tra il sindacato e la giunta militare di Wojciech Jaruzelski, per garantire alla Polonia una transizione alla democrazia post-comunista basata sulla non violenza e sul consenso. Nel 1989 fu eletto deputato alla Dieta, il Parlamento nazionale, incarico che assolse fino al 1993. Nel 1998 l’allora Presidente Aleksander Kwasniewsky, suo antico avversario politico, lo insignì dell’ordine dell’Aquila, la massima onorificenza. Uomo schietto e sagace, era noto per la sua concezione antiretorica della vita. Nei suoi libri, a disposizione del pubblico italiano (ed in particolare «Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell'insurrezione» una lunga conversazione dell’autore con Hanna Krall; «Il guardiano», curato da Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn; «Arrivare prima del buon Dio» sempre con Hanna Krall), ci ha fornito il ritratto potente di una Polonia che, se non c’è più, tuttavia continua a pulsare nelle speranze di quella parte della nazione che crede nella libertà come evento non astratto, quando si accompagna alla giustizia sociale. Come tale, avversò la deriva populista del suo paese, durante il governo dei gemelli Kacynski, per poi riemergerne con la vittoria del liberale Donald Tusk. Edelman è stato uomo dalle molte vite: giovane bundista, non meno giovane attivista e dirigente dei ribelli del ghetto, poi maturo medico, militante sindacale, esponente dell’ultima intellighenzia ebraico-polacca, si congeda da noi nel mentre ciò per cui aveva lottato, l’Europa unita, sembra tanto a portata di mano quanto fragile e incerto. Uomo del confronto e del dialogo, ha riconosciuto i cambiamenti quando questi si sono verificati (ai tedeschi riconosceva di essere stati capaci di cambiare) ma non ha mai concesso nulla ad un ottimismo di circostanza. Di sé ha sempre detto che si occupava della vita, come esponente dell’umanesimo socialista ma anche come medico. Se ne è andato a novant’anni, molto tempo dopo la scomparsa del mondo da cui proveniva, troppo presto rispetto al paese e al continente che avrebbe voluto costruire.

Claudio Vercelli

Niente da aggiungere: rendiamo onore a un grande combattente, a uno di quegli anonimi eroi che, straccioni e affamati e quasi senz’armi, per quasi un mese seppero tenere testa al più potente esercito del mondo.

            

barbara


17 giugno 2009

NON SOLO ONU

Nel 2007 fra i candidati al Nobel per la pace c’era Irena Sendler, polacca novantasettenne, che durante la guerra, rischiando ad ogni momento la vita, salvò almeno 2500 bambini ebrei. Poi alla fine il Nobel per la pace fu assegnato ad Al Gore (niente di personale, sia ben chiaro, contro Al Gore e meno che mai contro il suo lodevole impegno per l’ambiente, ma per lui, allora non ancora cinquantenne, magari un’altra occasione ci sarebbe potuta essere e, soprattutto, a voler fare un confronto spassionato fra i due …).
A livello mondiale, evidentemente, nei circoli che contano, nelle organizzazioni che decidono, gli ebrei sono tanto tanto tanto amati … da morti. Piacciono tanto tanto tanto quelle belle celebrazioni, quelle belle cerimonie, quelle belle commemorazioni, quei bei mausolei – magari da sfregiare ogni tanto con una bella svastica, quei bei musei in cui andare a spremere una commossa e riverente lacrimuccia. Piacciono decisamente di meno gli ebrei vivi, così fastidiosamente testardi nella determinazione a restare vivi, così spiacevolmente ostinati nella convinzione di avere il diritto di difendersi, così sgradevolmente – e irrimediabilmente – ebrei.
Avere contribuito a lasciarne vivi un po’ di più non è, evidentemente, gran titolo di merito.
(e leggiti anche questo, che qui ci sta proprio bene)

                              

barbara


16 maggio 2008

DUE PESI E DUE MISURE? NOOOOO, MA QUANDO MAI!!

1. L’Italia ha aggredito la Yugoslavia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso l’Istria e la Dalmazia, passate alla Yugoslavia. Centinaia di migliaia di italiani hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre all’Italia. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
2. La Germania ha aggredito la Polonia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso la Prussia orientale, passata alla Polonia. Milioni di tedeschi hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre alla Germania. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
3. Il Giappone NON ha aggredito l’Unione Sovietica. Però ha perso la guerra. E ha dovuto cedere le isole Kurili all’Unione Sovietica, che gli aveva dichiarato guerra pochi giorni prima della capitolazione, all’unico scopo di impossessarsi di quelle isole. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle isole al Giappone.
4. Il numero quattro completatelo voi, che siete sicuramente molto più bravi di me.

barbara


7 febbraio 2008

DOPO L'OLOCAUSTO

4 luglio 1946 – il pogrom di Kielce: un crimine contro i sopravvissuti

Basato sul materiale pubblicato dall'European Jewish Press, l'unica agenzia di stampa ebraica europea online.

Articolo originale: www.ejpress.org/article/9420

A Kielce furono massacrati più di 40 ebrei. Quei fatti scatenarono la corsa all'esilio di quei membri di una comunità ebraica polacca un tempo fiorente, che erano sopravvissuti all'Olocausto.
A provocare i tragici eventi di Kielce fu la voce senza fondamento che una famiglia di ebrei avesse sequestrato per una notte un bambino cristiano di nove anni.
Secondo quella voce, che aveva subito assunto proporzioni grottesche, la comunità ebraica della città, che era stata quasi annientata durante la guerra, avrebbe avuto bisogno di trasfusioni di sangue di bambini cristiani per continuare ad esistere.
Alcune persone sostennero di aver visto teschi e scheletri di bambini nella cantina di una famiglia ebrea e diffusero la frottola che quella famiglia avesse compiuto omicidi rituali per ottenere una goccia di sangue cristiano, che secondo loro era un ingrediente essenziale per la preparazione delle matzot, il pane azzimo ebraico.
Il padre del ragazzo che si diceva fosse stato tenuto in ostaggio dalla famiglia ebrea per una notte – ma che poi risultò aver trascorso la notte a casa di un amico in campagna – chiese alla polizia di aprire un'inchiesta.
Accompagnato dai vicini si recò con la polizia in via Planty, dove risiedevano molte famiglie ebree. La delegazione divenne una folla quando ad essa si unirono dei soldati e i membri della milizia comunista.
Un ufficiale della polizia ordinò agli ebrei di consegnare le armi ed è stato allora che si sono sentiti i primi spari. Nessuno può dire con certezza chi sia stato ad aprire il fuoco e contro chi, ma la battaglia che ne seguì coinvolse soldati, polizia e civili che o spararono agli ebrei o li picchiarono a morte. Alcuni vennero lanciati fuori dalle finestre dei loro appartamenti
Trentasette ebrei e tre cristiani polacchi vennero uccisi dalla violenza di quel giorno; altri attacchi contro gli ebrei della città vennero registrati nei giorni successivi.
Secondo alcuni sopravvissuti che ora vivono in Israele, parecchi giorni prima di quei tragici eventi, una delegazione ebraica, avendo percepito la tensione nell'aria, aveva chiesto udienza al vescovo, il quale aveva risposto che la chiesa non poteva intervenire a favore degli ebrei, "in quanto essi hanno portato in Polonia il comunismo".
Quegli eventi scatenarono un'enorme ondata migratoria, che coinvolse decine di migliaia di ebrei polacchi sopravvissuti all'Olocausto nazista.
"Dopo il pogrom di Kielce la situazione era inesorabilmente cambiata", sostiene la storica Bozena Szaynok dell'Università di Wroclaw.
"Subito dopo la guerra molti ebrei emigrarono in Palestina perché ai loro occhi la Polonia era diventata un enorme cimitero in cui non si poteva più vivere.
"Dopo il pogrom, gli ebrei furono presi dal panico. Non si sentivano più al sicuro in Polonia", dice.
Nei tre mesi che seguirono il pogrom circa 70.000 ebrei lasciarono la Polonia – più dei 50.000 che erano emigrati durante tutto l'anno precedente.
Prima della seconda guerra mondiale la Polonia ospitava la comunità europea più grande d'Europa (circa 3.5 milioni di persone). La maggior parte di loro fu spazzata via durante l'Olocausto.
L'atmosfera post-bellica in Polonia era matura per il pogrom di Kielce.
"Il pogrom non sarebbe mai avvenuto se non fosse stato per il clima di antisemitismo che allora pervadeva la Polonia: gli ebrei erano stati disumanizzati, si pensava che fossero stati "puniti" durante la guerra e il mito dell'ebreo comunista che aveva portato al potere gli odiati comunisti veniva propagato liberamente", dice lo storico Andrzej Paczkowski.
"I polacchi temevano che gli ebrei che erano sopravvissuti alla guerra tornassero e pretendessero la restituzione delle case che avevano abbandonato quando erano sfuggiti ai nazisti", racconta.
Sebbene il pogrom di Kielce rappresenti il maggior massacro di ebrei nella Polonia del secondo dopo guerra, in tutto il Paese si registrarono massacri simili, spesso scatenati da dispute per questioni di proprietà.
Secondo gli storici, solo nel dopo guerra, in Polonia vennero uccisi tra i 600 e i 1500 ebrei.

(Keren Hayesod, 25 gennaio 2008)

Perché l’antisemitismo non è nato né morto con il nazismo, e non è rimasto sepolto tra le ceneri di Auschwitz: ricordiamolo. Ricordiamolo sempre.



barbara


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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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