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Diario


13 dicembre 2010

E LA CHIAMANO XENOFOBIA

Alla luce di quanto appena accaduto in Svezia, credo che questo sia il momento migliore per rileggere questo articolo.

Difendere i valori dell’Occidente costituisce “INCITAMENTO ALL’ODIO”?

di Bat Yeor
tradotto e illustrato da Paolo Mantellini

L’Inghilterra ha appena assistito allo spettacolo di un Parlamentare di un altro paese dell’Unione Europea, regolarmente eletto, Geert Wilders, a cui è stato negato l’ingresso nel paese in quanto costituisce “un pericolo pubblico”. Wilders, dopo essere stato brevemente arrestato all’aeroporto di Heathrow, è stato espulso e rimandato in Olanda – dove dovrà affrontare ulteriori problemi legali. Tre settimane prima, infatti, un tribunale Olandese aveva ordinato alla pubblica accusa di iniziare un procedimento penale contro di lui per il reato di “incitamento all’odio e alla discriminazione” e di “vilipendio alla fede islamica” a causa delle sue affermazioni pubbliche e del suo film del 2008, Fitna. L’ordine di iniziare il procedimento penale fu emanato per le pressioni esercitate sugli stati Europei e sul Consiglio per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite dalla Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC). Lo scopo dell’OIC è di punire ed eliminare ogni espressione di così detta “islamofobia” nel mondo, ma specialmente in Europa, ed è stata la prima artefice delle condizioni che hanno reso possibile la messa al bando di Wilders dal Regno Unito.
L’OIC è una delle maggiori Organizzazioni intergovernative al mondo. Comprende 56 stati musulmani più l’Autorità Palestinese. Diffusa su quattro continenti, pretende di parlare a nome della Ummah (la comunità universale musulmana), che ammonta a circa un miliardo e trecento milioni di persone. La “missione” dell’OIC è di unire tutti i musulmani del mondo radicandoli nei princìpi del Corano e della Sunnah – il nocciolo della civiltà e dei valori dell’islam. Mira al rafforzamento della solidarietà e della cooperazione tra tutti i suoi membri, per proteggere gli interessi musulmani dappertutto e spronare la ummah ad unirsi in un unico corpo.
L’OIC è una organizzazione unica – un’organizzazione che non ha equivalenti al mondo. Unisce la potenza religiosa, economica, militare e politica di 56 stati. L’Unione Europea, invece, rappresenta un numero di stati pari a meno della metà ed è un blocco unicamente laico mentre il Vaticano, che parla a nome di circa un miliardo e cento milioni di Cattolici, è privo di ogni potere politico. Molti musulmani, in Occidente respingono la tutela dell’OIC e si oppongono ai suoi tentativi di sostituire la legge Occidentale con la shariah. Ma le risorse a disposizione dell’OIC sono enormi.
L’Organizzazione possiede numerose Istituzioni sussidiarie, specializzate e affiliate, oltre a molti comitati permanenti, che collaborano ai più alti livelli con altre Organizzazioni internazionali per realizzare in tutto il mondo i suoi obbiettivi politici. I suoi principali e più attivi Organismi sono l’Organizzazione Islamica per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (ISESCO), che si propone di imporre all’Occidente la visione della storia e della civiltà dal punto di vista islamico; l’Osservatorio sull’Islamofobia, che preme sui governi occidentali e gli organismi internazionali per promulgare leggi che puniscano l’islamofobia e la bestemmia; infine è stata recentemente istituita una Corte Internazionale Islamica di Giustizia. Come affermato nella sua Dichiarazione del Cairo sui Diritti dell’Uomo nell’Islam, nel 1990, l’OIC è strettamente legato ai princìpi del Corano, della Sunnah e della shariah. In una parola, l’OIC tenta di costituirsi come il Califfato rinato.
L’OIC rinnova regolarmente il suo impegno nel proteggere i diritti politici, storici, religiosi ed umani dei musulmani residenti negli stati che non fanno parte dell’OIC, con particolare attenzione ai musulmani che costituiscono maggioranze in particolari zone di stati non musulmani – come ad esempio nel Sud delle Filippine, nel Sud della Tailandia e in Grecia, nella Tracia occidentale – e come per i musulmani residenti in posti come i Balcani, il Caucaso, Myanmar (Birmania), India e Cina. L’OIC sostiene Hamas e i Palestinesi nella loro lotta per distruggere Israele, come pure la lotta islamica per la “legittima autodeterminazione” nel “Jammu-e-Kashmir occupato dall’India”. Ha condannato la “continua aggressione dell’Armenia contro l’Azerbaijan,” ed esprime la sua totale solidarietà per la “giusta causa del popolo musulmano Turco di Cipro” e per il Presidente Sudanese, Omar Hassan Al-Bashir, che molti ritengono responsabile di aver incoraggiato i massacri nel Darfur. La sede dell’OIC è a Jedda, ma l’Organizzazione la considera una sede provvisoria: il suo quartier generale sarà trasferito ad al-Quds (la Gerusalemme islamizzata) quando la città sarà stata “liberata” dal controllo israeliano.
Nel suo sforzo di difendere la “vera immagine” dell’islàm e di combattere la sua diffamazione, l’Organizzazione ha richiesto alle Nazioni Unite e ai paesi occidentali di punire l’Islamofobia” e la bestemmia. Tra le manifestazioni di Islamofobia, nella visione dell’OIC, sono incluse l’opposizione dell’Europa all’immigrazione illegale, le misure contro il terrorismo, la critica del multiculturalismo e ogni sforzo di difendere le identità culturali e nazionali dell’Occidente. L’OIC dispone di massicci finanziamenti derivati dal petrolio, che spende larghissimamente nei mezzi di comunicazione di massa occidentali, nelle Università e in innumerevoli “dialoghi”. Influenza le politiche, le leggi e addirittura i libri di testo occidentali mediante le pressioni esercitate dagli immigrati musulmani e dagli stessi partiti occidentali di sinistra. Ecco perché abbiamo assistito a manifestazioni di incitamento all’odio e all’omicidio, simili alla “notte dei cristalli”, contro Ebrei Europei e contro Israele, svoltesi impunemente nelle città Europee – dove si suppone che il rispetto dei diritti umani sia uno dei valori più alti.
Geert Wilders è l’ultima vittima di questo enorme marchingegno mondiale. Il suo crimine è di sostenere che la civiltà dell’Europa è radicata nei valori di Gerusalemme, Atene, Roma e nell’Illuminismo – e non alla Mecca, Bagdad, Andalusia e al-Quds. Combatte per l’indipendenza dell’Europa dal Califfato e per le sue libertà a rischio di estinzione. Ha ricevuto gravi minacce di morte addirittura prima che uscisse il suo film Fitna.
Anche molti musulmani in Occidente lo appoggiano, comunque, le principali armi di Geert Wilders sono il suo coraggio e la sua determinazione di opporsi perfino al suo stesso Governo che sta gradualmente sottomettendosi alle pressioni dell’OIC. I nemici di Wilders millantano che sia una persona insignificante che fa dichiarazioni “provocatorie” solo alla ricerca di notorietà. In realtà, se la sua motivazione fosse solo il proprio tornaconto, potrebbe avere molto più successo ricercando i favori dell’OIC – come molti Europei stanno facendo, consciamente o inconsciamente – piuttosto che rischiare la sua libertà e anche la sua vita.

Bat Ye’or è autrice di studi sulla condizione di Ebrei e Cristiani nell’ambito dell’ideologia del jihad e della legge islamica, la shariah. I suoi libri più recenti includono Il declino della cristianità sotto l’Islam” dalla jihad alla dhimmitudine (2009), Eurabia. Come l'Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita (2007) e Verso il califfato universale. Come l'Europa è diventata complice dell'espansionismo musulmano (2009), tutti pubblicati da Lindau. (qui)

Poi leggi sul Corriere un’intervista a uno scrittore svedese il quale dice che c’era da aspettarselo che prima o poi ci sarebbe stato un attentato, perché c’è un partito xenofobo al governo. Vale a dire che fa benissimo la mafia a far fuori giudici come Falcone e Borsellino e tutti gli altri che hanno l’assurda mania di mettere in galera i mafiosi, i quali mai e poi mai si sognerebbero di far fuori i giudici se quegli sconsiderati non cercassero di impedirgli di far fuori chi gli pare. E pensare che c’è ancora qualcuno che si illude che fatti eclatanti come questo abbiano il potere di aprire gli occhi a chi di aprirli non ha proprio nessunissima intenzione.


barbara


11 settembre 2010

ALTRE DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

Nell'a­gosto del 931, nel corso della campagna estiva contro Amorium:

I musulmani entrarono nella piazza e vi trovarono grandi quantità di mercanzie e di viveri, di cui si impadronirono. Essi incendiaro­no tutti gli edifici costruiti dai nemici, poi penetrarono più in profondità nel territorio bizantino, abbandonandosi ai saccheggi, agli eccidi e alle devastazioni, e giunsero ad Ancyra, città oggi no­ta come Ankuriya [Ankara]. Tornarono indietro tranquillamente e senza aver incontrato la minima ostilità. Il valore dei prigionieri ammontava a 136.000 dinari.

Nel 1064 il sultano selgiuchide Alp Arslan (1063-1072) ricoprì di rovine la Georgia e l'Armenia, si diede ai massacri, «seminò ovunque morte e schiavitù», sterminò interi popoli e catturò in­numerevoli prigionieri. Tutta la popolazione maschile di Ani fu trucidata, e le donne e i bambini furono deportati. Nel XIII seco­lo i mamelucchi d'Egitto misero a ferro e fuoco il regno d'Armenia-Cilicia. Nella spedizione condotta nel 1266 dal sultano Bay-bars, a Sis furono sterminate 22.000 persone. Gli egiziani incen­diarono la città e saccheggiarono i dintorni, trascinando via come prigionieri gli abitanti di Adana, Ayas e Tarso:

I vincitori, essendo penetrati nella città di Sis, la distrussero da ci­ma a fondo. Rimasero in quel territorio per alcuni giorni, portando dappertutto carneficine e incendi, e rapendo un gran numero di prigionieri. Quindi l'emiro Ugan [Igan] si diresse verso il paese di Rum [Bisanzio], e l'emiro Kelaun [Qala'un] verso Masisah, Adnah, Aias e Tarsus [Masis, Adana, Ayas e Tarso]. Entrambi sgozzarono gli abitanti, catturarono molti prigionieri, distrussero numerose piazzeforti e diedero alle fiamme ogni cosa.

Durante la spedizione del 1268, i mamelucchi passarono a fil di spada tutti gli uomini di Antiochia, e catturarono tutte le don­ne e i ragazzi. La città divenne un cumulo di macerie e un deser­to. Nel corso della campagna del 1275, Baybars e le sue truppe si diedero ai massacri ovunque, e raccolsero un considerevole bottino. Mopsuestia fu incendiata e la sua popolazione stermina­ta; Sis venne di nuovo saccheggiata. Secondo il cronista siriaco Bar Hebraeus, 60.000 persone furono uccise e il numero di donne, ragazzi e bambini deportati come schiavi fu incalcolabile.
Nel contesto geografico oggetto di questo studio, i popoli ri­dotti in schiavitù erano per lo più cristiani, ma anche ebrei sia bi­zantini che europei. Intere famiglie, smembrate e dilaniate dalla lotteria della spartizione dei premi tra i soldati o della vendita di schiavi, venivano deportate in paesi lontani e ignoti. Quest'uma­nità prigioniera, costantemente incrementata dal jihad, si perdeva nella totalità indistinta del bottino, il fay’ musulmano. Individui atomizzati dal venir meno dei vincoli di solidarietà familiare, re­ligiosa e sociale provocato dalla schiavitù e dalla deportazione, i prigionieri andavano a ingrossare le file dei mawali (schiavi af­francati), che gremivano gli accampamenti militari arabi all'inizio della conquista. Questo aumento demografico, frutto dei bottini di guerra, diede il via al processo di urbanizzazione manifestato­si a partire dall'VIII secolo. I cronisti parlano di province e di intere città del dar al-islam svuotate dei loro abitanti.
Tuttavia non sarebbe giusto sottovalutare il ruolo storico di queste moltitudini rastrellate dal dar al-harb a opera degli eserciti islamici vincitori. Infatti sia i cristiani che gli ebrei, di provenienza rurale o urbana, prelevati dai paesi mediterranei e dall'Armenia - letterati, medici, architetti, artigiani, contadini, vescovi, monaci o rabbini - appartenevano tutti a civiltà superiori rispetto a quelle delle tribù arabe o turche. Fu grazie allo sfruttamento di questa «manodopera» servile che venne edificata la potenza militare ed economica dei califfi e si compì il processo di islamizzazione. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 148-149)

E stanno continuando. Credo che oggi sia il giorno più adatto per ricordare con chi abbiamo a che fare. Poi, per qualche informazione in più, vai a leggere anche uno e due e tre e quattro.


barbara


AGGIORNAMENTO: leggi oppure ascolta.


16 agosto 2010

E VOI COME PISCIATE?

SHARI’A: un’importante questione di Legge Sacra Islamica

Pisciare in piedi: è lecito o è peccato?

Ho trovato questa dotta disquisizione teologica in un sito islamico (apparentemente moderato, ma cosa significa “islamico moderato”?). Ho ritenuto opportuno farvene partecipi. Mi pare che sia inutile criticare, basta lasciarli parlare. Eccovi il pezzo (opporunamente abbreviato):

...
Dopo aver letto tutto il Corano in arabo con l'aiuto della versione di A.J. Arberry, … lessi tutti gli ahadith, volume per volume, annotando tutto quello che sembravano prescrivere di fare al Musulmano.…

… Quando erano menzionati ahadith che sembravano contraddirsi l'un l'altro, sceglievo semplicemente quello che volevo… Dopotutto, mi dicevo, non fu mai data al Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) la scelta tra due cose, senza che scegliesse la più facile delle due (Sahih al-Bukhari, 4.230: 3560)...

Ad esempio, mi avevano detto che non fosse Sunnah orinare in piedi, e avevo sentito l'hadith in cui 'A`isha (r) dice: "se qualcuno dice che il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) orinava stando in piedi, non credetegli" (Musnad al-Imam Ahmad. 6 vols. Cairo 1313/1895. Reprint. Beirut: Dar Sadir, n.d., 6.136).

Ma poi lessi nell'hadith riportato nel Sahih di Bukhari, che il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) una volta orinò stando in piedi (Sahih al-Bukhari, 1.66: 224), e perciò decisi che quello che mi era stato detto era un errore, o che forse non aveva grande importanza.

Solo in seguito, … scoprii come i sapienti della Shari`ah avessero combinato le implicazioni di quegli ahadith: lo stare in piedi del Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) per orinare era per insegnare alla Ummah che ciò non è illecito (haram), ma soltanto riprovevole (makruh) - sebbene nel caso del Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) tali azioni non fossero offensive, ma semmai da compiere obbligatoriamente almeno una volta, per mostrare alla Ummah che non sono illecite -- o secondo altri sapienti, per mostrare che è permesso in situazioni in cui in tal modo impedisca all'urina di schizzare sui propri vestiti.…

Traduzione a cura di `Umar Andrea Lazzaro

Si tratta di un brano dell’articolo, “Consiglierebbe di studiare da soli le raccolte di ahadith di Bukhari e Muslim?” scritto da un illustre studioso Islamico, pubblicato sul sito Discussioni sull’Islam e, data l’importanza dell’argomento, su moltissimi altri. Vi basta fare una ricerca GOOGLE con la frase “Sahih al-Bukhari, 4.230: 3560” per vedere quante volte appare l’articolo che vi ho presentato qui, sia in Italiano che in Inglese.

L’insegnamento, molto serio, che se ne ricava, è l’enorme importanza che ha per i musulmani l’esempio di Maometto (Corano 33:21, “Avete nel Messaggero di Allah un bell'esempio per voi, per chi spera in Allah e nell'Ultimo Giorno e ricorda Allah frequentemente”).

Anche per pisciare, bisogna pisciare come pisciava Maometto.

Mi astengo da ulteriori commenti.

Ognuno è libero di pensare ciò che crede.

O no?

di Paolo Mantellini
Milano 12 Agosto 2010

Questo testo può essere trasmesso o inoltrato purché venga presentato in forma integrale e con informazioni complete sul suo autore, data e luogo di pubblicazione e URL originale. (qui)


E anch’io mi asterrò da ogni commento, ringraziando nel contempo il Cielo di essere nata donna e di avere quindi la certezza che, anche quando finalmente anche l’Italia, come il Belgio, diventerà un Paese islamico, mi sarà risparmiato l’obbligo di pisciare come il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace).
(Molto meno divertente è invece questo. E poi bisogna leggere anche qui)

barbara


20 marzo 2010

PER CONOSCERE BENE QUELL’ISLAM MODERATO …

di cui tanti amano parlare …

Il Decalogo dell’islàm “moderato”

1. Non solo i musulmani, ma anche gli “islamocristiani” oggettivamente promuovono e incoraggiano la linea propagandistica che maschera la jihad (la cui presenza può essere riscontrata dappertutto) e ingannano sia su ciò che causa questa jihad (non la “povertà” o la “politica estera” ma i precetti del sistema ideologico totalitario dell’islàm) che su ciò che potrà appagarla (non il Kashmir, non la Cecenia, non l’assurda “soluzione di due Stati”, non la continua condiscendenza di Francia e Olanda – non c’è nulla che possa saziarla o appagarla fino a quando una parte del globo continuerà a resistere al dominio dell’islàm). “Cristiani” come Fawaz Gerges o Rami Khoury, o qualcuno nato Cristiano, come Edward Said, sono Arabi la cui visione è influenzata da questa auto-percezione. La loro lealtà alla comunità e alla storia degli Arabi li obbliga ad essere leali alla visione islamica del mondo come se fossero essi stessi nati musulmani. Difendono risolutamente l’islàm contro ogni interpretazione dottrinale occidentale (come in Orientalism di Edwar Said) o distolgono l’attenzione dall’islàm e continuano ad affermare, contrariamente ad ogni evidenza, da Bali a Beslan e Madrid, che il “problema Israele/Palestina” – l’ultima e più sinistra formulazione della jihad contro Israele – è la fons et origo dell’ostilità musulmana e della sua aggressione assassina in tutto il mondo. Ad eccezione dei Copti e dei Maroniti, che non si considerano Arabi, ma solo “utilizzatori” della lingua Araba (rifiutando l’idea che tali “utilizzatori” siano in effetti Arabi) molti Arabi Cristiani hanno assurdamente abbracciato il programma islamico; proprio il programma di chi, in Medio Oriente, ha reso la vita dei Cristiani così incerta, difficile e a volte addirittura “a rischio”. Il tentativo di essere "plus islamiste que les islamistes" – la posizione di Rami Khoury e Hanan Ashrawi – semplicemente non funziona, perché non ha mai funzionato. È stato Habib Malik, ed altri Maroniti, in Libano ad aver analizzato il problema dell’islàm in un modo estremamente chiaro. Per cui, il miglior libro sulla condizione dei non-musulmani sotto l’islàm è quello dello studioso Libanese (Maronita) Antoine Fattal.
Ogni Arabo “islamo-cristiano” che promuova il programma islamico, partecipando a una campagna che può solo ingannare gl’infedeli ed impedire la loro comprensione della jihad e i suoi vari strumenti, è oggettivamente parte del problema, esattamente come i musulmani che consciamente praticano la taqiyya per eliminare i sospetti dei non-musulmani. Chiunque agisca con lo scopo di mantenere l’incauto infedele nella sua sconsideratezza, sta aiutando il nemico. Basta pensare un attimo a Oskar Schindler. Un membro del Partito Nazista, ma qualcuno che, certamente non seguiva il programma nazista. Ma che pensare se per caso Schindler avesse incontrato degli occidentali, e avesse continuato a negare che i Nazisti erano impegnati in un genocidio, anche se lui lo deplorava e avrebbe poi agito attivamente contro di esso? Lo avremmo considerato un “moderato”? O come qualcuno che aiutava la coalizione anti-Nazista a capire cosa stava macchinando?
Un altro esempio: pensate a Ilya Ehrenburg, che, circa nel 1951 fu inviato all’estero da Stalin per mentire circa le condizioni degli intellettuali Ebrei di lingua Yiddish che Stalin aveva massacrato da poco. Ehrenburg andò in Francia, poi in Italia. Fece ciò che gli era stato ordinato. "Peretz? Markish? Oh, sì, ho visto Peretz il mese scorso nella sua dacia, con suo nipote. Che tipo simpatico! Markish – è stato grande l’anno scorso in Lady Macbeth del Distretto di Mtsensk – avreste dovuto vedere come riusciva bene col suo gergo, Yiddish …”. E andava avanti così. Eherenburg mentiva, e poi mentiva ancora. Non era uno Stalinista. Odiava Stalin. E odiava anche l’eliminazione di Peretz Markish e di molti altri che erano già stati eliminati mesi prima, come Eherenburg sapeva molto bene. Quando si recò all’estero e mentì agli editori di Nouvelle Revue Francaise, cos’era? In effetti, stava promuovendo gli interessi di Giuseppe Stalin, dell’Armata Rossa e del Politburo. Non dobbiamo interrogarci sui motivi. Dobbiamo solo vedere quali furono i risultati ottenuti con queste menzogne. E la stessa cosa vale per quegli Arabi Cristiani che mentono nell’interesse dell’islàm – alcuni per paura, altri per una identificazione etnocentrica così forte che li porta a difendere l’islàm, la religione di coloro che hanno perseguitati gli Arabi Cristiani del Medio Oriente, altri per interesse (se diplomatici e giornalisti occidentali sono sul libro paga degli Arabi, perché non lo possono essere anche gli stessi Arabi?), altri ancora per carrierismo. Se vuoi avere successo nella graduatoria accademica, e la tua materia è il Medio Oriente, a meno che tu sia un vero luminare – un Cook o una Crone o un Lewis – è meglio ripetere le idee politicamente corrette, che non ti costano nulla, ma ti garantiscono una continuità di amici – per premi, concessione di finanziamenti, buone referenze, buone critiche e buone recensioni. C’è almeno un esempio, tra quelli ricordati, in una situazione in cui un Cristiano di lingua Araba, cercando di sfuggire a una persecuzione musulmana, aveva bisogno della testimonianza di un “esperto” – il quale “esperto”, invece di offrila gratuitamente con una azione da buon Samaritano, ha chiesto, per farsi coinvolgere, una somma di denaro tale (in una stupefacente esibizione di cupidigia) che la stessa idea di solidarietà tra Arabi Cristiani è stata messa permanentemente in discussione.
2. La definizione “moderato” non può essere applicata ragionevolmente a quei musulmani che continuano a negare i contenuti – i contenuti reali, non i contenuti ripuliti o truccati – di Corano, ahadith e Sira. Che questo diniego sia dovuto ad ignoranza, o ad imbarazzo, o a pietà filiale (o alla riluttanza a lavare i panni sporchi ideologici davanti agli infedeli) non ha alcuna rilevanza. Tutti questi musulmani, anche se sembra che deplorino ogni aspetto dell’aggressività musulmana, chiaramente basata su fonti testuali contenute nel Corano e negli ahadith, o nell’esempio di Maometto, come descritti e accettati nella Sira – Maometto, questo “modello” di comportamento – si stanno semplicemente comportando, oggettivamente, in modo da ingannare gl’infedeli. E ogni musulmano che aiuta ad ingannare gl’infedeli a proposito della vera natura dell’islàm non può essere definito un “moderato”. Questo epiteto è semplicemente distribuito un po’ troppo rapidamente per chi ha buon senso.
3. Come considerare poi un musulmano che dice: “Ci sono cose terribili nella sira e negli ahadith e bisogna trovare una via di uscita, in modo che questo sistema di credenze religiose si possa focalizzare unicamente sui rituali del culto individuale e possa offrire un sostegno come una semplice fede per gente comune”? Ciò richiede di dover ammettere che la gran parte delle azioni di Maometto debbano essere o negate o gli deve essere data una interpretazione allegorica o addirittura devono essere eliminati come parte del suo “modello” di vita. Per quanto riguarda gli ahadith, qualcuno dovrebbe affermare che Bukhari, e Muslim, e tutti gli altri rispettabili muhaddithin non hanno esaminato con la giusta meticolosità quelle catene di isnad (trasmissione) e che molti degli ahadith considerati “autentici” devono essere declassati allo stato di “non autentici”. E, seguendo Goldziher, si dovrebbe dubitare di tutti gli ahadith e considerarli elaborazioni fantasiose tratte dal Corano senza alcuna reale esistenza indipendente.
4. Questo ci lascia solo il Corano. Ma ogni “moderato” che cerchi di bloccare ogni inchiesta sulle origini del Corano – sia che che possa essere il prodotto di una setta Cristiana, o una setta Ebraica, o degli Arabi pagani che decisero di farsi un libro sacro, fatto di materiale Cristiano e materiale Ebraico mescolati a un pizzico di folclore Arabo risalente al tempo della Jahiliya – o di impedire ogni studio filologico (per esempio, sull’Aramaico o su parole mutuate da altre lingue) – chiunque impedisca l’iniziativa di sottoporre il Corano al tipo di inchieste storiche a cui fu sottoposta la Bibbia di Cristiani ed Ebrei negli ultimi 200 anni di esegesi, ebbene costui non è un “moderato”, ma un fervente Difensore della Fede. E ancora, chiunque sia contrario a favorire questo studio – che può soltanto condurre all’allontanamento dal letteralismo di alcuni tra i Credenti – non è un “moderato”.
5. La conclusione che si deve trarre è che ci sono veramente pochi “moderati”. Perché se si considera il reale significato del Corano, degli ahadith e della sira e se si considera come questi testi hanno influenzato il comportamento dei musulmani sia durante i 1400 anni di conquiste e di sottomissione dei non-musulmani, sia nel bloccare la crescita e lo sviluppo – politico, economico e culturale – dei musulmani in tutto il mondo, è impossibile non concludere che questo imponente edificio non è in alcun senso moderato né suscettibile di moderazione.
Cosa dovrebbe cominciare a pensare dell’islàm un musulmano intelligente che viva nell’inferno della Repubblica islamica dell’Iran? O quel miliardario Kuwaitiano, con case in St. James Place e in Avenue Foch e a Vevey, così come il quartier generale della famiglia e della ditta a kuwait City, che manda i figli alla scuola Americana del Kuwait, e che si vanta che parlano meglio l’Inglese dell’Arabo, e che contribuisce ad ospita Fouad Ajami quando visita il Kuwait, è veramente affranto nel vedere la crescente islamizzazione del Kuwait? Oserebbe ripetere ciò che conosce molto bene in pubblico o di fronte ai suoi fratellastri o ai suoi amici, ben sapendo che, sul più bello, potrebbero mostrarsi scandalizzati dal suo modo di pensare anti-convenzionale e che, per questo, potrebbe perdere il suo posto nella graduatoria della divisione degli utili della famiglia o, peggio, il suo rango negli affari della famiglia?
Il solo fatto che il numero dei musulmani nel modo occidentale può aumentare, rappresenta una permanente minaccia per gl’infedeli. Ciò è vero anche se alcuni, o molti, di questi musulmani sono dei “moderati” – cioé non credono che l’islàm possieda qualche diritto soprannaturale e la necessità di espandersi in tutto il mondo, conquistando ed inglobando il dar al-harb. Perché, se costoro devono essere ancora annoverati nell’Esercito dell’islàm, e non come Disertori (Apostati) di questo Esercito, la loro mera presenza nel Bilad al-kufr contribuisce ad impinguare i ranghi dei musulmani e quindi la percezione del potere musulmano. E anche un padre “moderato” può generare figli, o nipoti non moderati (questo, in effetti, era il tema del film, quasi comico, ma politicamente acuto, “Mio figlio, il fanatico”, di Hanif Kureishi). Che sia per la Da'wa che per le famiglie numerose, ogni crescita della popolazione musulmana inibirà la libertà di espressione (vedi il destino di Pim Fortuyn e Theo van Gogh, e le minacce fatte a Geert Wilders, Carl Hagen, Ayaan Hirsi Ali, e molti altri), perché politici bramosi di guadagnarsi il voto musulmano si sdegneranno per ogni oltraggio ai musulmani e si batteranno per spingere lo Stato a cedere alle richieste musulmane, solo per un immediato interesse personale. E i numeri dei musulmani, includendo anche i “moderati”, aumenta il numero dei missionari musulmani – poiché ogni musulmano è un missionario – sia compiendo una Campagna propagandistica tipo “Condividiamo il Ramadan” nelle scuole (dove una donna Pachistana dalla voce suadente è la tranquillizzante propagandista di scelta), o facendo Da'wa in carcere. Più musulmani ci sono, più ce ne saranno e nessuno sa quanti “moderati” diventeranno chiaramente non-moderati nelle loro idee e nelle loro azioni. E questi ci riporta al problema più importante: la temporaneità dell’atteggiamento “moderato”. Che cosa ci fa ritenere che qualcuno, che questa settimana o questo mese ha decisamente voltato le spalle alla jihad, che non ha nulla a che spartire con quelli che lui chiama “fanatici”, se non si separa nettamente dall’islàm e non diventa un “rinnegato” o un apostata, ad un certo punto non possa ritornare, non all’islàm, che non ha mai lasciato, ma ad una forma più devota, per cui ora accetta tutti i suoi dogmi, e non solamente quei pochi che interessano esclusivamente i riti della devozione individuale?
6. Gli esempi riguardano sia individui che intere comunità. Per quanto riguarda gli individui, alcuni musulmani cominciarono come persone molto tranquille e largamente indifferenti all’islàm, fino a quando non ebbero una crisi e si rivolsero a una variante molto più fanatica di islàm. Questo fu il caso dell’urbanista Mohammad Atta, a seguito del suo disorientante incontro con le abitudini del mondo occidentale ad Amburgo, Germania, la Reeperbahn e tutto il resto. Questo fu anche il caso di "Mike" Hawash, il tecnico informatico che guadagnava $360,000 all’anno, che sembrava completamente integrato (una moglie Americana, la Little League per i bambini, numerosi amici tra i colleghi dirigenti della Intel che avrebbero messo la mano sul fuoco per la sua innocenza), finché un bel giorno, dopo gli attacchi al World Trade Center, fece testamento, lasciò la casa alla moglie e partì per combattere con i Talebani e Al Qaeda in Afganistan (arrivando fino in Cina) contro i suoi concittadini Americani. In altre parole, se ci sono musulmani fanatici, questo non significa che tutti siano stati “fanatici” fin dall’inizio. L’islam è il punto di inizio necessario, ma ciò che fa esplodere un “moderato” può non avere alcuna relazione con quanto fanno gl’infedeli o con problemi di politica estera – può essere semplicemente una crisi nella vita personale di un musulmano, per la quale cerca una risposta, non sorprendentemente, in … più islàm.
7. Lo stesso insegnamento può essere tratto dall’esperienza di intere società. Per inciso, possiamo ricordare che la condizione degl’infedeli sotto il regime dei Pahlavi era migliore di quanto fosse stata per secoli – e sotto il regime che seguì, quello della Repubblica Islamica dell’Iran, la posizione degli infedeli diventò peggiore di quanto era stata per secoli. Nei paesi islamici il “Secolarismo” non è mai permanente; il peso e la minaccia dell’islàm è sempre presente.
L’esempio migliore è la Turchia, fin dal 1924, quando Ataturk iniziò le sue riforme. Si impegnò in ogni modo possibile – mediate la Legge del Cappello (che vietava l’uso del fez, adatto alla salat), ordinando una traduzione in Turco del Corano accompagnata da un tafsir (commento coranico) in Turco; eliminando l’uso dell’alfabeto Arabo per il Turco; stabilendo un controllo governativo sulle moschee (anche colpendo gli imam recalcitranti e distruggendo le loro moschee); dando alle donne il diritto di voto; stabilendo regole che scoraggiassero l’uso del hijab; incoraggiando gli abiti occidentali; e scoraggiando, nell’esercito, le promozioni di ogni militare che mostrasse un interesse troppo grande per la religione. Questo tentativo di limitare l’islàm ebbe successo e fu rinforzato dal culto della nazione per Ataturk. Ma le poche decadi passate ci hanno mostrato che l’islàm non muore; continua a ritornare. Dalla Turchia, in realtà, non se ne era mai andato; non ostante la creazione di un ceto sociale secolarizzato ammontante a circa un 25% della popolazione, con un altro 25% tentennante e un 50% ancora certamente musulmani tradizionali. Contemporaneamente, i Turchi in Germania non diminuirono il fervore per la loro fede, ma incrementarono. E sembra che, in Turchia, quei Turchi che seguono Erdogan, da un momento all’altro, possono vincere e prendere il potere e lentamente (molto lentamente fino a quando la domanda di ammissione alla EU non sia stata decisa, in un modo o nell’altro) possono annullare quanto fatto da Ataturk. Lui è provvisorio; l’islàm è per sempre.
8. Ecco perché definire qualche musulmano come “moderato” in ultima analisi non ha alcun significato. Essi gonfiano il numero dei musulmani e la percezione del loro potere; i “moderati” possono anche contribuire a trarre in inganno, ad essere, in effetti, i più efficaci agenti della taqiyya/kitman, anche se la loro motivazione può essere semplicemente la lealtà per gli antenati o l’imbarazzo, e non necessariamente il desiderio di ingannare gl’infedeli per disarmarli e alla fine distruggerli.
9. Per questi motivi bisogna sempre osservare obiettivamente la situazione. Cosa potrebbe rendere gl’infedeli più sicuri di fronte ad un sistema ideologico che si dimostra nemico dell’arte, della scienza e di ogni spirito critico, che blocca lo sviluppo della mente e che si basa su di una crudele divisione manichea del mondo tra Infedeli e Credenti? La risposta è: limitare il potere – militare, politico, diplomatico, economico – di tutti i sistemi politici musulmani e delle popolazioni musulmane, diminuendo anche, il più possibile, la presenza musulmana in tutte le terre degli Infedeli, per quanto amabile, accettabile e apparentemente rassicurante una parte di questa presenza possa sembrare. Ciò deve essere fatto non per spirito di inimicizia, ma semplicemente come un atto di minima auto-protezione – e per lealtà e gratitudine per coloro che hanno prodotto questa civiltà che, per quanto sia stata recentemente svalutata dai suoi stessi eredi, scomparirebbe del tutto se i musulmano avessero successo nell’islamizzare l’Europa e poi, se possibile, anche altre parti del mondo.
10. “Ci sono musulmani moderati. L’islàm non è moderato” è la lapidaria enunciazione di Ibn Warraq. A questo dobbiamo aggiungere: noi infedeli non abbiamo un metodo sicuro per distinguere il musulmano “moderato” vero da quello falso. Non possiamo sprecare tempo per perfezionare i metodi per fare questa distinzione. Inoltre, in ultima analisi, queste distinzioni possono perdere ogni significato se anche i “veri” moderati ci nascondono ciò che l’islàm è in realtà, e non per qualche recondito sinistro motivo, ma solo per una umanamente comprensibile ignoranza (specialmente tra i musulmani occidentali di seconda o terza generazione) o per imbarazzo, o per pietà filiale. E alla fine, il “moderato” di ieri si può trasformare improvvisamente nel “fanatico” di oggi, o in quello di domani.
Dobbiamo affidare la nostra sicurezza al sogno consolatorio della frase “musulmano moderato” e al proteiforme concetto che lo sostiene e che si può trasformare in qualcos’altro in un istante?

Hugh Fitzgerald
25 Novembre 2004
Pubblicato originariamente su: http://www.jihadwatch.org/2004/11/hugh-fitzgerald-ten-things-to-think-when-thinking-of-muslim-moderates.html
Tradotto e illustrato da Paolo Mantellini (parte prima e parte seconda)
Hugh Fitzgerald è il Vice Presidente del Consiglio Direttivo di Jihad Watch
Questo testo può essere trasmesso o inoltrato purché venga presentato in forma integrale e con informazioni complete sul suo autore, data e luogo di pubblicazione e URL originale.

   

    

Tutto quanto scritto da Hugh Fitzgerald, che riguarda cose che stanno davanti agli occhi di tutti noi, ma che troppi di noi continuano a rifiutarsi di vedere, dovrebbero almeno fornire qualche spunto di riflessione.


barbara


27 dicembre 2009

È NATO GESÙ ...



Nella chiesa di Bellinzona (Ticino, Svizzera), la tradizionale culla della natività col bambin Gesù è attorniata da minareti [qui]. Sulla culla sono stati posti versetti della Bibbia e del Corano sull'argomento dell'acqua. (Grazie a Paolo Mantellini)

Una sola cosa mi domando: se lo scopo di questa oscena caricatura di presepe è quello di suggerire fraterna coesistenza delle varie religioni, perché intorno al Bambinello non si vedono campanili, sinagoghe, templi buddisti, ma unicamente quei giganteschi missili fallici che spero tanto vadano presto a inchiappettare l’ideatore di questa sconcia pagliacciata?

barbara

P.S.: torno presto


11 novembre 2009

CHI SEGNALA IL PERICOLO DISTURBA PIÙ DEL PERICOLO

Quando gli Occidentali smetteranno di “occidentalizzare” i concetti islamici?

di Raymond Ibrahim

Recentemente, Cathy Lynn Grossman di USA Today ha scritto un articolo sulla zakat musulmana, in cui mi ha citato, definendomi come un “critico dell’islàm”. Ha proseguito poi con un successivo articolo, intitolato: “Un critico mette in dubbio scopi e fini della beneficenza islamica”, in cui discuteva le mie opinioni sulla zakat.
Anche se apprezzo l’iniziativa della Sig.na Grossman, quello che maggiormente qui mi interessa è che la sua risposta è il tipico esempio del problema che ho originariamente sottolineato nel mio articolo “Il lato oscuro della Zakat: la beneficenza islamica nel suo contesto”, per il quale la Sig.na Grossman mi rimprovera aspramente.
Ho scritto: “Sia riguardo a ciò che viene insegnato agli scolari Americani dai loro insegnanti, che riguardo a ciò che viene raccontato agli Americani dai loro Presidenti, oggi concetti specifici unicamente dell’islàm sono quasi sempre “occidentalizzati”. Che sia il risultato di ingenuità, arroganza o vera e propria ipocrisia, questo fenomeno ha provocato errori di comprensione (purtroppo estremamente diffusi), che hanno impedito agli Americani di capire obiettivamente alcune delle più preoccupanti dottrine dell’islàm”.
Mi pare quindi piuttosto paradossale che tutto l’articolo della Sig.na Grossman sia una evidente testimonianza di questo fenomeno. Tanto per cominciare, anche se ho indicato che ai musulmani, in realtà, è vietato destinare la zakat ai non musulmani, la sua frase iniziale cocciutamente descrive la zakat come “una prescrizione ad essere caritatevoli”. Sicuramente una “beneficenza” che discrimina in base alla religione non può certo essere considerata così “caritatevole”, una parola che in un contesto occidentale, denota una beneficenza universale.
La Sig.na Grossman ha pure deciso che i musulmani impegnati nell’attività indicata da quella frase islamica “senza tempo” fi sabil Allah – letteralmente “sulla via di Allah” – possono essere definiti come “chiunque, dai seminaristi, agli imam, ai missionari”; mentre, al contrario, io lo interpreto presumibilmente “come un via di rifornimento di jihadisti violenti”.
D’accodo, opinioni diverse. Ma sfortunatamente quando si tratta del significato della terminologia islamica, né la sua opinione né la mia, valgono molto; quello che conta è esclusivamente sapere come le più autorevoli scuole di giurisprudenza islamica (in particolare le quattro madhahib) hanno interpretato la frase fi sabil Allah. E le deliberazioni giuridiche islamiche in merito affermano chiaramente che fi sabil Allah è un sinonimo del concetto di jihad violenta.
Per esempio, nella sua sezione sulla zakat l’edizione in Arabo e Inglese del testo legale, 'Umdat as-Salik, traduce fi sabil Allah come “coloro che combattono per Allah”. Nell’indice, vicino alla voce fi sabil Allah, si legge semplicemente “Vedi: jihad”.
A proposito della zakat, il seguente episodio, tratto dalla storia islamica, chiarisce ulteriormente il problema: dopo la morte di Maometto, nel 632, molte tribù Arabe, pur considerandosi ancora musulmane, rifiutarono di pagare la zakat, di cui la maggior parte era usata per finanziare le operazioni militari. Abu Bakr, il primo Califfo “ben guidato”, reagì scatenando le Guerre dell’Apostasia, che costarono la vita di decine di migliaia di Arabi. In questo conteso, né l’uso della zakat, né la brutale risposta di Abu Bakr, sembrano molto “caritatevoli”. (Chi ha mai sentito che si uccidono persone perché non sono state abbastanza “caritatevoli”?)
Come risultato, lo stesso canone della legge islamica (la sharia) che chiaramente vieta ai musulmani di dare la zakat (assistenza economico-finanziaria) ai non musulmani, promuove la sua elargizione a coloro che noi definiamo “jihadisti”. Questo è un semplice dato di fatto, ribadito più e più volte – non una mia opinione, né qualcosa “aperta all’interpretazione”.
Gli interrogativi finali della Sig.na Grossman sono ulteriormente indicativi della diffusa tendenza di ri-modellare concetti musulmani con termini occidentali. Chiede al lettore: “Ritieni che i credenti sostengano coloro che sono ’sulla via di Allah’ in un senso religioso, così come i Cristiani sostengono i missionari nella diffusione del Vangelo? O lo interpreti come un codice per propositi nefandi?”.
A parte il fatto che – ahimè! ancora una volta! – ciò che ciascuno di noi “pensa” è totalmente irrilevante, queste domande confermano la troppo diffusa incapacità di trascendere le nozioni di bene e male, profondamente radicate nella propria cultura, attribuendo loro una origine universale. Perché, proprio come la sensibilità occidentale della Sig.na Grossman la informa che la zakat, che riguarda elargire del denaro, deve sempre essere “caritatevole”, allo stesso modo queste stesse nozioni la informano che il finanziamento della violenza, jihadista o di altro tipo, deve essere sempre “nefasto”.
Ancora, si potrebbe sorprendere nello scoprire che uomini come Osama bin Laden in realtà considerano la loro jihad – sì, la jihad, con tutta la morte e la distruzione conseguenti – come un atto di altruismo, come un mezzo orribile per uno scopo benefico (vedi Corano 2:216), cioè, l’instaurazione della legge islamica da un capo all’altro del mondo (che è, tra l’altro, un dovere musulmano). Uno dei più rinomati ecclesiastici musulmani, un eroe per i jihadisti odierni, Ibn Taymiyya, ha scritto diffusamente sulla jihad, descrivendola come la più alta espressione di “amore”. E, comunque, non sembra una scommessa troppo rischiosa ritenere che molti musulmani sarebbero più propensi ad accettare le sue opinioni, cioè le sue “fatwe”, piuttosto che le estemporanee idee della Sig.na Grossman.
La morale? I benpensanti (Americani o Occidentali) farebbero bene a smettere di interpretare antiche dottrine musulmane – dalla jihad alla zakat – secondo le loro conoscenze epistemologiche occidentali, mentre invece dovrebbero basarsi sui classici giudizi della tradizione islamica, come chiaramente formulati dalle sue autorevoli scuole di giurisprudenza. Il che, dopo tutto, è quello che fanno i musulmani.

Post Scriptum: Come spesso accade, ho recentemente trasmesso gran parte di quanto precede alla Sig.na Grossman, e lei ha risposto in un altro articolo, il cui succo è che, solo perché una religione insegna qualcosa, ciò non significa che i suoi fedeli lo mettano in pratica. Scrive:
Non ostante la legge Giudaica sia chiarissima sulle regole dietetiche, molti Ebrei non mangiano cibi kosher. Benché varie confessioni Cristiane chiaramente dicano che Cristo è essenziale per la salvezza, molti ritengono che le persone buone andranno in paradiso, a prescindere dalla loro fede o dalla sua mancanza.
Così, distinguiamo tra gli insegnamenti delle varie religioni (che sono spesso obbiettivi e accertabili) e le pratiche reali di coloro che affermano di seguirli. La tacita supposizione della Sig.na Grossman, pertanto, sembra essere che, anche se la legge islamica prescrive la jihad e la necessità di finanziarla, molti musulmani non lo fanno.
Sfortunatamente, anche se fosse vero, questa convinzione non sembra molto consolante: sono bastati diciannove musulmani per commettere l’orribile impresa dell’11 Settembre!

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Middle East Forum e autore di “The Al Qaeda Reader”, traduzioni di testi religiosi e propagandistici. (traduzione di Paolo Mantellini, qui)

Che è, applicato ad altro ambito ma con la stessa pregnanza, esattamente la stessa cosa che dice lui.


barbara


2 novembre 2009

TUTTO CIÒ CHE NON SAPPIAMO SULLA BENEFICENZA MUSULMANA

Grazie alla traduzione del solito prezioso Paolo Mantellini

Il lato oscuro della Zakat
La “beneficenza” musulmana nel suo contesto


di Raymond Ibrahim
Sia riguardo a ciò che viene insegnato agli scolari Americani dai loro insegnanti, che riguardo a ciò che viene raccontato agli Americani dai loro Presidenti, oggi concetti specifici unicamente dell’islàm sono quasi sempre “occidentalizzati”. Che sia il risultato di ingenuità, arroganza o vera e propria ipocrisia, questo fenomeno ha provocato errori di comprensione (purtroppo estremamente diffusi), che hanno impedito agli Americani di capire obiettivamente alcune delle più preoccupanti dottrine dell’islàm.
Un tipico libro di testo per la scuola media, ad esempio, insegna che “la jihad rappresenta la lotta dell’essere umano per vincere le difficoltà e compiere azioni gradite a Dio. I musulmani si sforzano di affrontare in modo positivo le difficoltà personali così come le sfide del mondo. Per esempio, dovrebbero impegnarsi per diventare persone migliori, per riformare la società o per correggere le ingiustizie”.
A rigor di termini, in complesso, questo è vero. Tuttavia, non spiegando cosa significa “essere persone migliori, riformare la società o correggere le ingiustizie” – in un’ottica prettamente islamica, in confronto con l’ottica occidentale – il libro di testo consente che gli studenti ricorrano alle proprie (fuorvianti) interpretazioni.
Ma la realtà è questa: per l’islàm, uccidere alcuni “malviventi”, come gli apostati o gli omosessuali, è un modo di “correggere le ingiustizie”; rovesciare gli ordinamenti costituzionali stabiliti dagli uomini (come quello degli Stati Uniti) e sostituirli con le regole stabilite dalla sharia, e sottomettere le donne e i non musulmani, sono modi di “riformare la società”. Coloro che impongono tutto ciò, sono, in effetti, “le persone migliori” – infatti, secondo il Corano essi sono “la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini, raccomandando le buone consuetudini e vietando ciò che è riprovevole [3:110]”, cioè governando secondo la sharia.
Lo stesso succede per il concetto islamico di zakat, una parola spesso tradotta come “beneficenza, carità o elemosina”. Ma siamo sicuri che la zakat sia proprio questo – una semplice attività caritatevole musulmana per nutrire e vestire i bisognosi, come troppo spesso si intende con la parola “beneficenza”?
Sembra che Barak Hussein Obama, Presidente degli Stati Uniti, la pensi così – o, considerando le sue origini, ritenga che così la pensino gli altri – considerando la sua recente dichiarazione al mondo musulmano che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi. Ecco perché mi impegno a collaborare con i musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.
E così Obama considera un concetto prettamente islamico come una generica indicazione alla “beneficenza”. Questa considerazione è giustificata? Come per tutti i concetti islamici, per prima cosa bisogna esaminare gli aspetti legali della zakat per comprenderne esattamente il significato profondo. Etimologicamente collegata al concetto di “purezza”, la zakat – pagare una quota della propria ricchezza a beneficiari specificamente stabiliti – è un modo per purificarsi, così come lo è la preghiera (Corano 9:103).
Il problema, tuttavia, nasce con la definizione di chi ha titolo per ricevere questa “beneficenza” obbligatoria. La maggioranza delle scuole di giurisprudenza musulmana concorda nel definire otto possibili categorie di beneficiari – una delle quali è proprio la categoria di coloro che lottano “sulla via di Allah”, cioè coloro che si impegna nella jihad, i “jihadisti”, noti anche come “terroristi”.
In verità, sostenere finanziariamente i jihadisti è una forma riconosciuta di jihad – jihad al-mal; anche la quasi totalità dei numerosi Versetti bellicosi del Corano (come, ad esempio 9:20, 9:41, 49:15, 61:10-11) sottolineano l’importanza preminente della necessità di finanziare la jihad rispetto al mero combattere in essa, perché combattere con le proprie sostanze spesso precede il combattere con la propria persona. Ben noti islamisti – dal jihadista internazionale Osama bin Laden all’autorevole ecclesiastico Sheikh al-Qaradawi – sono ben consci di questo ed esortano regolarmente i musulmani a finanziare la jihad mediante la zakat.
Ancora più rivelatore della peculiare natura islamica della zakat è il fatto che ai musulmani è in realtà vietato donare questa “beneficenza” ai non musulmani (come, per esempio, la grande maggioranza degli “infedeli” Americani). Le Organizzazioni musulmane di “beneficenza” che operano sul suolo Americano, pertanto, non sono assolutamente comparabili, ad esempio, con “L’esercito della salvezza”, una organizzazione benefica cristiana, la cui opera si estende a tutti, senza discriminazioni di “età, sesso, colore o religione”. Nell’islàm, invece, la religione è uno dei principali criteri per ricevere la “beneficenza” – sorvolando sulla possibilità di ottenere uguaglianza sociale.
Da quanto precede, si può meglio comprendere la recriminazione di Obama che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi”, una dichiarazione che, senza volerlo, implica che la zakat Americana sia stata usata in realtà per finanziare la jihad. Dopo tutto, questi fastidiosi “regolamenti” a cui Obama allude, sembra che siano in relazione all’attento esame, presumibilmente “eccessivo”, a cui le “organizzazioni benefiche” musulmane sono state sottoposte da parte delle forze di sicurezza. Ma questo esame è la diretta conseguenza del fatto che, in verità, le organizzazioni benefiche musulmane in America hanno finanziato la jihad sia all’interno che all’estero.
Alla luce di tutto questo, quello che in realtà rimane da capire è come, in pratica, Obama ritenga di “collaborare coi musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Middle East Forum e autore di “The Al Qaeda Reader”, traduzioni di testi religiosi e propagandistici. (qui)

Perché le leggende buoniste sull’islam sono tante, e non sarà mai abbastanza l’opera di demistificazione di tali leggende. Anche perché a girare bendati si finisce, prima o poi, per finire a precipizio nel burrone.
E un altro discorso molto serio lo trovate qui.


barbara


19 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM 2

Perché mai questi brani coranici ci dovrebbero turbare più di certi brani biblici come Esodo 21:7–11, che precisa le regole per poter vendere la propria figlia come schiava? Perché nell’islàm non esiste l’equivalente della Regola Aurea, come specificata da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.” (Matt. 7:12). La tradizione islamica più vicina a questo detto, può essere considerato un adith in cui Maometto dice “Nessuno di voi avrà fede finché non desidererà per il suo fratello (musulmano) quello che desidera per se stesso”. Il “musulmano” tra parentesi nella frase precedente è stato aggiunto dal traduttore Saudita e non appare nell’originale Arabo; tuttavia, nella tradizione islamica, “fratello” è un termine che non viene usato per indicare chiunque, ma solo i “credenti”, membri della comunità musulmana. Inoltre contraria all’interpretazione universale di questa massima è la netta distinzione tra credenti e non credenti che permea tutto l’islàm. Il Corano dice che i seguaci di Maometto sono “spietati con i miscredenti, ma misericordiosi tra di loro” (48:29), e che i miscredenti “di tutta la creazione sono i più abbietti” (98:6). Si può esercitare la Regola Aurea con i correligionari musulmani, ma questa cortesia, secondo la concezione espressa dai precedenti versetti e molti altri simili, non può essere propriamente estesa ai miscredenti.
Questa è una delle ragioni principali per cui la prima fonte di schiavi nel mondo musulmano sono stati i non musulmani, sia Ebrei, Cristiani, Indù o pagani. Nell’islàm molti schiavi erano non musulmani, catturati durante le guerre di jihad. La studiosa Bat Ye’or, antesignana degli studi sul trattamento dei non musulmani nelle società islamiche, spiega il sistema che si sviluppò a seguito delle conquiste della jihad.
L’organizzazione della schiavitù del jihad, includeva contingenti di schiavi, sia maschi che femmine, consegnati annualmente in accordo coi trattati di sottomissione sottoscritti dai sovrani che erano tributari del Califfo. Quando Amr conquistò Tripoli (Libia) nel 643, costrinse i Berberi, sia Cristiani che Ebrei, a consegnare mogli e figli come schiavi all’esercito Arabo come parte della loro jizya [tassa sui non musulmani]. Dal 652 fino alla sua definitiva conquista nel 1276, la Nubia fu obbligata ad inviare annualmente un contingente di schiavi al Cairo. Trattati conclusi con le città della Transoxiana, Sijistan, Armenia e Fezzan (Marocco) durante il califfato Omayyade e quello Abbasside prevedevano un invio annuale di schiavi di entrambi i sessi. Tuttavia, le fonti principali dell’approvvigionamento di schiavi rimasero le regolari razzie nei villaggi del dar-al-harb [la Casa della Guerra, cioè le regioni non islamiche] e le spedizioni militari che rastrellavano molto più profondamente le terre degli infedeli, svuotando città e campagne dei loro abitanti.
Lo storico Speros Vryonis osserva che “fin dall’inizio delle razzie Arabe nella terra di Rum [l’Impero Bizantino] il bottino umano era diventato la parte più consistente delle spoglie di guerra”. I Turchi, che continuavano a conquistare parti sempre più cospicue di Anatolia, ridussero in schiavitù le comunità residenti, Greche o comunque non musulmane: “Fecero schiavi uomini, donne e bambini di tutti i maggiori centri urbani e della campagna dove le popolazioni erano senza difesa”. Lo storico Indiano K. S. Lal afferma che ovunque i jihadisti conquistarono un territorio “si sviluppò un sistema di schiavitù tipico del clima, del terreno e della popolazione del posto”. Quando le armate musulmane invasero l’India, i suoi abitanti furono fatti schiavi in massa per essere venduti all’estero o utilizzati in varie funzioni per lavori sia servili che non così servili nel loro stesso paese”.
Gli schiavi subivano pressioni per convertirsi all’islàm. Patricia Crone, in un’analisi delle teorie politiche dell’islàm, nota che, dopo la conclusione di una battaglia della jihad, “i prigionieri maschi potevano essere uccisi o fatti schiavi … Dispersi in famiglie musulmane, gli schiavi quasi sempre si convertivano, incoraggiati o spinti dai loro padroni, indotti dalla necessità di unirsi ad altri, superando l’isolamento, o abituandosi lentamente a vedere le cose attraverso gli occhi dei musulmani, anche se cercavano di resistere”. Thomas Pellow, un Inglese, schiavo in Marocco per ventitré anni, dopo essere stato catturato nel 1716 mentre era imbarcato come mozzo su di un piccolo vascello Inglese, fu torturato fino a quando si convertì all’islàm. Per settimane fu picchiato e privato del cibo e alla fine si arrese quando il suo aguzzino ricorse a “staccare la mia carne dall’osso col fuoco, cosa che fece più volte, in modo estremamente crudele”.
La schiavitù era data per scontata durante tutta la storia dell’islàm, così come pure in Occidente fino a tempi relativamente recenti. Eppure, mentre la tratta degli schiavi praticata da Europei e Americani ottiene una fin troppo abbondante attenzione da parte degli storici (come pure da parte dei minacciosi sostenitori del risarcimento e i loro contemporanei politici, sprovveduti e pieni di sensi di colpa), il commercio degli schiavi dell’islàm in realtà durò più a lungo e causò sofferenze a un maggior numero di persone.
È veramente ironico che l’islàm sia stato presentato agli Afro-Americani come l’alternativa egalitaria alla “religione schiavista dell’uomo bianco”, il Cristianesimo, poiché lo schiavismo islamico operò su una scala molto maggiore di quello Occidentale e durò più a lungo. Mentre gli storici stimano che il commercio transatlantico di schiavi, che operò tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, coinvolse circa 10,5 milioni di persone, il commercio di schiavi islamico nelle aree del Sahara, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano iniziò nel settimo secolo e durò fino al diciannovesimo, coinvolgendo oltre 17 milioni di persone.
Inoltre, la pressione per far cessare la schiavitù passò dalla Cristianità all’islàm, e non viceversa. Non ci furono né un Clarkson, né un Wilberforce o un Garrison musulmani. Infatti, quando nel diciannovesimo secolo il governo Britannico accolse come proprie le idee di Wilberforce e degli altri abolizionisti e quindi iniziò a premere sui regimi favorevoli allo schiavismo, il Sultano del Marocco fu stupefatto proprio per l’audacia dell’innovazione proposta dagli Inglesi: “Il traffico di schiavi – rilevò – è un argomento su cui tutte le sette e le nazioni sono state d’accordo dal tempo dei figli di Adamo … fino ad oggi” . E aggiunse che “non sapeva se fosse mai stata proibita da qualche legge o da qualche setta” e che la sola idea che qualcuno volesse mettere in dubbio la sua moralità era assurda: “nessuno ha necessità di fare questa domanda, perché il fatto è chiaro sia al grande che all’umile e non richiede più dimostrazione da quella richiesta dalla luce del giorno”.
Tuttavia, non fu l’unanimità dell’umanità riguardo alla schiavitù a soffocare decisamente i movimenti abolizionisti nell’islàm, ma le chiare parole del Corano e di Maometto. La schiavitù fu abolita per la pressione Occidentale; il commercio di schiavi Arabo musulmano in Africa finì per la potenza delle armi Britanniche nel diciannovesimo secolo.
Ci sono anche prove che la schiavitù continua ad essere ancora praticata in modo sommerso in qualche paese a maggioranza musulmana – in particolare l’Arabia Saudita che abolì la schiavitù nel 1962, nello Yemen e nell’Oman, che dichiararono la schiavitù illegale nel 1970 e il Niger che la abolì solo nel 2004. Nel Niger il divieto è largamente trasgredito e circa un milione di persone è ancora schiavo. Gli schiavi vengono allevati, spesso stuprati e, in generale, trattati come animali.
Alcune delle prove che la schiavitù islamica continua, consistono nel profluvio di casi di schiavitù che coinvolgono musulmani negli Stati Uniti. Un Saudita, Homaidan Al-Turki, fu condannato a 27 anni di reclusione nel Settembre 2006, per aver tenuto nella sua casa in Colorado una donna come schiava. Da parte sua, Al-Turki sostenne di essere vittima di un pregiudizio anti-islamico. Disse infatti al giudice: “Vostro Onore, non sono qui per scusarmi di cose che non ho fatto e di crimini che non ho commesso. È lo Stato che ha criminalizzato questi normali comportamenti musulmani. Aggredire i comportamenti musulmani tradizionali era il punto centrale dell’accusa”. Il mese successivo, una coppia Egiziana residente nel Sud della California ricevette una multa e fu condannata a una pena detentiva, seguita poi dall’espulsione, dopo essersi dichiarata colpevole di aver tenuto come schiava una ragazzina di dieci anni. E in Gennaio 2007, a Washington, un attaché dell’Ambasciata del Kuwait e sua moglie furono inquisiti per aver tenuto come schiave, nella loro casa in Virginia, tre domestiche Cristiane, cittadine Indiane. Una delle donne dichiarò: “Credevo di non avere scelta e di dover continuare a lavorare per loro, anche se mi picchiavano e mi trattavano peggio di una schiava”.
A tutt’oggi la schiavitù è praticata apertamente in due Stati islamici, il Sudan e la Mauritania. In accordo con la tradizione islamica, i trafficanti di schiavi musulmani in Sudan catturano principalmente non-musulmani, in particolare i Cristiani. Secondo la Coalition Against Slavery in Mauritania and Sudan (CASMAS; Coalizione Contro la Schiavitù in Mauritania e Sudan), un movimento abolizionista e per i diritti civili, fondato nel 1995, “l’attuale Governo di Khartoum vuole imporre al Sud Nero e non-musulmano la Shariah, come scritta e interpretata dal clero musulmano più conservatore. Il Sud nero, animista e Cristiano, ricorda molti anni di incursioni schiaviste di Arabi da Nord e da Est e si oppone al dominio della religione musulmana e alla sua prevedibile conseguente espansione economica, culturale e religiosa”.
Uno schiavo Cristiano Sudanese di oggi, James Pareng Alier, fu rapito e fatto schiavo quando aveva dodici anni. La religione fu uno degli elementi principali del suo dramma: “Fui costretto a imparare il Corano e fui ribattezzato Ahmed. Mi dissero che il Cristianesimo era una pessima religione. Dopo un po’ di tempo ricevemmo un addestramento militare e ci fu detto che saremmo andati a combattere”. Alier non aveva idea di dove fosse la sua famiglia. La BBC nel Marzo 2007 comunicò che le incursioni per catturare schiavi “erano una comune caratteristica della guerra di 21 anni tra Nord e Sud del Sudan che terminò nel 2005 … Secondo uno studio dell’Istituto Keniano “Rift Valley”, circa 11.000 giovani, tra ragazzi e ragazze, furono catturati e spostati oltre il confine interno – molti verso gli stati del Darfur meridionale e del Kordofan occidentale … Molti di loro furono costretti a convertirsi all’islàm, gli furono dati nomi islamici e gli fu intimato di non parlare la loro lingua nativa”. Eppure, anche oggi, quando i non-musulmani sono stati fatti schiavi e spesso costretti a convertirsi all’islàm, la loro conversione non gli procura la libertà. L’attivista Mauritano contro la schiavitù, Boubacar Messaoud, spiega che “è come avere pecore o capre. Se una donna è schiava, anche i suoi figli saranno schiavi”.
Gli attivisti anti-schiavitù, come Messaoud, incontrano una grande difficoltà a contrastare questo atteggiamento, poiché è radicato nel Corano e nell’esempio di Maometto. In particolare, quando gli schiavi non sono musulmani, non esiste un solo versetto del Corano che corrisponda al versetto della Bibbia tanto caro a Lincoln, Genesi 3:19, che i musulmani contrari alla schiavitù possano invocare contro coloro che continuano ad approvare e a praticare la schiavitù.
Molti Occidentali non si sono presi il disturbo di imparare questa storia, e nessuno gliela viene a raccontare. Se qualcuno lo facesse, tutto l’apparato dei fabbricanti di colpevolezza per la schiavitù crollerebbe. E noi adesso non possiamo permettere che succeda … o possiamo? (Qui)

Robert Spencer è il Direttore di Jihad Watch. È autore di nove libri sulla jihad e il terrorismo islamico, tra cui i bestsellers del New York Times: “The Politically Incorrect Guide to Islam (and the Crusades)” [Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle crociate, Editrice Lindau, 2008] e “The Truth About Muhammad”.

La “Guida politicamente scorretta all’Islam” è stata recensita in questo blog e si trova qui, per chi se la fosse persa. E poi, naturalmente, c’è sempre lui che ci spiega perché le cose islamiche sono di molto ma di molto più migliori assai delle nostre.


barbara


18 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM (1)

Ancora un contributo alla conoscenza e alla comprensione di fatti e situazioni spesso mistificati da una non disinteressata propaganda, oggi disponibile anche in italiano grazie al prezioso lavoro di Paolo Mantellini. Trattandosi di un testo piuttosto lungo, lo dividerò in due parti, e la seconda la leggerete domani.

Schiavitù, Cristianesimo e Islàm

di Robert Spencer

Tirare le pietre al Cristianesimo per i suoi trascorsi relativi alla schiavitù, per gli atei oggi è diventata una sciccheria alla moda. Questo atteggiamento fa parte di una più ampia aggressione alla società e alla storia dell’Occidente che, o per caso, o di proposito, è manovrata da chi attualmente si sta impegnando su scala globale in una generalizzata ed esplicita sfida sia ai valori Giudeo-Cristiani che a quelli post-Cristiani. L’aspetto assolutamente meno compreso e più trascurato dell’odierna difesa contro la jihad globale è la minaccia che i jihadisti rivolgono ai valori dell’Occidente che, in massima parte, sono Giudeo-Cristiani. Aggiungiamo a questo fatto una critica storica che inflessibilmente dipinge l’Occidente come l’aggressore contro l’universo intero e come l’unico responsabile di tutti i suoi mali, la volontà degli Occidentali di difendere qualcosa di così putrido come la loro civiltà comincia a svanire.
Questa è la principale preoccupazione del mio libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam Isn’t [Religione di pace? Perché il cristianesimo lo è e l’islàm no], che ho scritto per contrastare questa tendenza e per rispondere alle critiche culturali dei musulmani. Perché, a prima vista, la Bibbia giustifica la schiavitù. L’apostolo Paolo afferma con chiarezza: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo [Servi, oboedite dominis carnalibus cum timore et tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo]” (Efesini, 6:5). Non stava dicendo nulla di riprovevole (e quindi viene criticato per aver apparentemente accettato lo "status quo" culturale del suo tempo, senza criticarlo o respingerlo). Nessuna cultura al mondo, Cristiana o meno, ha mai messo in dubbio la moralità della schiavitù fino a tempi relativamente recenti.
Ma la comune credenza popolare affibbia la responsabilità della schiavitù esclusivamente all'Occidente. Quando, nel Marzo 2007, l'Inghilterra commemorò il duecentesimo anniversario della definiva abolizione della tratta degli schiavi, il Primo Ministro, Tony Blair, lo definì "un'opportunità per il Regno Unito di esprimere il nostro profondo dolore e rammarico per il ruolo svolto dalla nostra Nazione nella tratta degli schiavi e per le insopportabili sofferenze, individuali e collettive, che ha causato".
Il ruolo dell’Inghilterra nella tratta degli schiavi?
Qualche Americano si potrebbe sorprendere nel venire a sapere che gli Inglesi, o chiunque altro che non fosse un Americano del sud, abbia mai posseduto schiavi, poiché dopo essere passati nell’odierno sistema scolastico, senza alcun dubbio, molti hanno la certezza che la schiavitù sia stata inventata a Charleston e a Mobile.
"Il sistema educativo Americano" osserva Mark Steyn, “lo insegna così – come una specie di turpe perversione che i coloni transatlantici hanno sviluppato spinti dalla loro avidità”.
Tuttavia, come ancora specifica Steyn, la schiavitù fu considerata per secoli un evento normale della vita da quasi tutte le culture: “In realtà, era più come il raffreddore – un’eventualità normale della vita. La sua pratica precede l’etimologia della parola stessa, risalendo agli schiavi portati dall’Oriente alla splendente metropoli di Roma antica. E precede di molti secoli le più antiche legislazioni, come il Codice di Hammurabi in Mesopotamia. Il primo schiavo riconosciuto per legge nelle colonie Americane apparteneva a un negro che era arrivato come “servo a contratto” [indentured servant]. I primi proprietari di schiavi del Nord America furono le tribù di “cacciatori-raccoglitori”. Come spiega Eric Metaxas ‘La schiavitù era accettata come la nascita, il matrimonio e la morte; era così intimamente intrecciata nel tessuto della storia umana che si potevano discernere solo con gran difficoltà i fili della sua trama e non era praticamente possibile isolarli dal contesto. Per oltre 5000 anni, in tutto il mondo, l’idea di una civiltà umana senza schiavi era semplicemente inimmaginabile’”.
Altrettanto misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone, non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”. E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi gli Indiani.
Tuttavia, non c’era consenso unanime nella Cristianità a proposito della schiavitù. La schiavitù continuava ad essere praticata e talvolta ottenne pure una approvazione ecclesiastica. Prima della guerra di secessione, negli Stati Uniti non mancava chi utilizzava la Sacra Scrittura per dimostrare la moralità della schiavitù. Tipica di queste concezioni fu la dissertazione, presentata nel 1822 dal Dr. Richard Furman, Presidente del Convegno Nazionale Battista dello Stato della Carolina del Sud, al Governatore della Carolina del Sud, John Lyde Wilson. Benché nel 1822 la schiavitù non fosse ancora diventata quella controversia lacerante delle decadi successive, Furman cominciava già ad avvertire la pressione delle argomentazioni contro la schiavitù che gli abolizionisti stavano propagandando sulla base dei principi Cristiani. Si lamentava che “certi scrittori di politica, morale e religione, alcuni dei quali molto rispettabili, avessero proposto argomentazioni e alimentato sentimenti molto ostili alla teoria e alla pratica della schiavitù” e avevano anche fatto risalire queste opinioni “alla Sacra Scrittura, e al genio del Cristianesimo”. Invece, Furman affermava che “il diritto di possedere schiavi è chiaramente sancito dalle Sacre Scritture, sia con precetti che con esempi. Nell’Antico Testamento, agli Israeliti era prescritto di acquistare i loro schiavi e le loro schiave dai popoli atei, ad eccezione che dai Cananei, perché costoro dovevano essere eliminati. Ed era anche stabilito che le persone acquistate fossero loro ‘schiavi per sempre’; ed un ‘retaggio per loro e i loro figli’”.
Furman prosegue, affermando che “non si può sostenere che il possesso di schiavi possa essere un male morale, perché gli Apostoli, che erano ispirati e non temevano le critiche degli uomini ed erano pronti a sacrificare la vita alla causa del loro Dio, non lo avrebbero tollerato per un solo istante nella Chiesa Cristiana. E inoltre “dimostrando che l’argomento è giustificabile in base all’autorità delle Scritture, si conferma anche la sua moralità, dato che la legge Divina non può autorizzare azioni immorali”.
Tali argomenti non reggono di fronte alle critiche degli abolizionisti, che si riferivano alla stessa Bibbia, utilizzata dagli schiavisti. Il movimento abolizionista era basato sul principio Cristiano della dignità di tutti i redenti in Cristo. I precursori dell’abolizionismo, gli Inglesi Thomas Clarkson (1760–1846) e William Wilberforce (1759–1833) erano entrambi motivati nell’impegnarsi per la fine della schiavitù, dalla loro profonda fede Cristiana; come loro fu il campione dell’antischiavismo William Lloyd Garrison (1805–1879), che, in un discorso tenuto a Charleston, Carolina del Sud, lo stesso giorno in cui venne ucciso Abramo Lincoln, osservò: “Cos’è l’Abolizionismo? La Libertà! Cos’è la Libertà? L’Abolizionismo! Cosa sono entrambi? Secondo la politica l’uno è la Dichiarazione di Indipendenza, secondo la religione, l’altro è la regola aurea del nostro Salvatore”.
Lo stesso Abramo Lincoln era molto colpito da Genesi 3:19, “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Nel Maggio 1864 scrisse a una delegazione di Battisti: “Leggere nella Bibbia, come parola di Dio, che “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” e poi predicare, invece di questo, “Con il sudore del volto di un altro mangerai il pane”, a me sembra che non possa essere conciliabile con una onesta sincerità”. Più tardi, nello stesso anno, rispose alla moglie di un prigioniero Confederato che si era appellata a lui per il rilascio del marito: “Dite che vostro marito è una persona religiosa; ditegli, quando lo incontrerete, che io non sono un gran giudice di religione, ma che, secondo me, una religione che fa ribellare e combattere contro il proprio governo perché, come pensano, un tale governo non aiuta a sufficienza alcuni uomini a mangiare il loro pane col sudore del volto di altri uomini, non è il genere di religione con cui si può raggiungere il paradiso!”. Diede a questo tema la sua più lapidaria formulazione nel suo Secondo Indirizzo Inaugurale, dicendo dei due partiti rivali nella Guerra Civile:

Entrambi leggono la stessa Bibbia e pregano lo stesso Dio e ognuno invoca il Suo aiuto contro l’altro. Sembrerebbe piuttosto strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro, ma non giudichiamo, dato che non siamo giudici

Certamente questa è stata la concezione che si impose nel mondo Cristiano: che, effettivamente, è molto “strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro”. E questa concezione fu il fondamento dell’abolizione generalizzata della schiavitù.

La schiavitù islamica
D’altra parte, nel mondo islamico la situazione è molto diversa. Maometto, il profeta dell’islàm, possedeva degli schiavi e il Corano, come la Bibbia, dà per scontata l’esistenza della schiavitù, anche se impone la liberazione di schiavi in alcune circostanze, come, ad esempio, la rottura di un giuramento: “Allah non vi punirà per una avventatezza nei vostri giuramenti, ma vi punirà per i giuramenti che avete ponderato . L'espiazione consisterà nel nutrire dieci poveri con il cibo consueto con cui nutrite la vostra famiglia, o nel vestirli, o nel liberare uno schiavo.” (5:89). Sayyid Qutb, il teorico della jihad, cita questo versetto come prova che nell’islàm “non c’è differenza tra un principe e un povero, un nobile e uno schiavo”. Ciò nonostante, mentre è incoraggiata la liberazione di uno schiavo o due di tanto in tanto, l’istituzione della schiavitù, di per se stessa, non è mai posta in discussione. Il Corano, addirittura, concede ad un uomo di avere rapporti sessuali con le sue schiave proprio come con le sue mogli: “1. Invero prospereranno i credenti, 2. quelli che sono umili nell'orazione, 3. che evitano il vaniloquio, 4. che versano la decima 5. e che si mantengono casti, 6. eccetto con le loro spose e con schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli,” (23:1-6). Un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna sposata ad un altro – eccetto che con le schiave: “e tra tutte le donne, [vi sono vietate] quelle maritate, a meno che non siano [prigioniere] vostre schiave . Questo è ciò che Allah vi prescrive.” (4:24).

Dite che Spencer e Mantellini che pensano e parlano male dell’islam sono cattivi? Avete ragione. Anzi, dirò di più: sono cattivissimi. Per fortuna nella nostra variegata società abbiamo anche persone come Urso, Fini e il cardinale Renato Raffaele Martino che hanno capito che l’islam è la cosa migliore che ci potesse capitare, come opportunamente ci segnala lui (solo – chiedo scusa se nella mia abissale inconsistenza oso permettermi – una piccolissima perplessità: in prima ho una bimba indiana di religione induista, in seconda ho un testimone di Geova e nella classe Montessori c’è un avventista del settimo giorno: cosa diavolo ne facciamo? Dove li sbattiamo? E, soprattutto: hanno il diritto di esistere?)
E poi, già che ci siete, andate a leggervi anche questo splendido articolo.


barbara


28 settembre 2009

GUERRA, PACE – E INGANNO – NELL’ISLAM

di Raymond Ibrahim
12 Febbraio 2009

Oggi, in un tempo di guerre e di rumori di guerre, provenienti dal mondo islamico – dall'odierno conflitto a Gaza, fino all'ostentazione di potenza militare del Pakistan nucleare e quella dell'Iran, prossima potenza nucleare – la necessità per i non-musulmani di capire meglio le dottrine e gli obiettivi dell'islàm, riguardo la guerra, la pace e tutto quanto sta in mezzo (trattati, diplomazia, eccetera) è diventata urgente. Per esempio, cosa si deve pensare del fatto che, dopo aver continuamente insistito, giorno dopo giorno, che la sua massima aspirazione è vedere la distruzione di Israele, HAMAS si prefigga di giungere a "trattati di pace", incluse varie forme di concessioni da parte di Israele – e, ancora più sconcertante, le ottenga?
Prima di poter rispondere a queste domande, deve rendersi conto della natura completamente formale e legalista del più diffuso islàm (Sunnita). Sorprendentemente, nonostante tutti i discorsi sull'islàm che "non è capito" o viene "frainteso" dai musulmani "radicali", la verità è che, a differenza di quasi tutte le altre religioni, l'islàm è chiaramente una fede che, per definizione, ammette un certo grado di ambiguità: difatti, secondo la shariah (cioé, il "modo di vivere islamico", più comunemente tradotto come "legge islamica"), ogni concepibile azione umana è classificata come:

  • vietata, haram 
  • scoraggiata, makruh,
  • permessa, halal,
  • raccomandata, mustahabb,
  • obbligatoria, fard o wajib

Il "buon senso" o il "senso comune" non hanno nulla da spartire con la nozione islamica di "giusto" o "sbagliato". Ciò che conta è esclusivamente quello che Allah (tramite il Corano) e il suo Messaggero, Maometto (mediante gli ahadith, o tradizioni), hanno da dire a proposito di ogni singola azione; e come i più grandi teologi e giuristi dell'islàm – noti come gli "ulema", letteralmente "quelli che sanno" – lo hanno interpretato.
Esaminiamo il concetto di menzogna. Secondo la Shariah, l'inganno in generale – secondo la terminologia Coranica noto anche come "taqiyya" – non è soltanto permesso in certe situazioni, ma qualche volta addirittura "obbligatorio". Per esempio, e contrariamente alla tradizione Cristiana, non soltanto i musulmani che devono scegliere tra abiurare l'islàm o essere messi a morte possono mentire fingendo l'abiura, ma alcuni giuristi hanno sentenziato che, in base al Corano 4:29, che ordina ai musulmani di non "distruggere sé stessi", i musulmani sono "obbligati" a mentire.

LA DOTTRINA DELLA TAQIYYA
Molto di questo argomento è imperniato sulla dottrina chiave della "taqiyya", che spesso viene definita con l'eufemismo di "simulazione religiosa" benché in realtà definisca soltanto "l'inganno dei musulmani verso gli infedeli". Secondo l'importante testo Arabo "Al-Taqiyya fi Al-Islam" di Sami Makarem, "la Taqiyya [inganno] è di fondamentale importanza nell'islàm. Praticamente ogni setta islamica la accetta e la pratica. Possiamo addirittura arrivare a dire che la pratica della taqiyya è una tradizione consolidata dell'islàm e che quelle rare sette che non la praticano divergono dalla comune tradizione... La taqiyya è una pratica consolidata nella politica islamica, in special modo nell'era moderna [pag. 7, traduzione di R. Ibrahim]".
Alcuni erroneamente credono che la taqiyya sia esclusivamente una dottrina sciita: come gruppo minoritario disseminato tra i loro nemici tradizionali, i molto più numerosi Sunniti, gli Sciiti avevano storicamente molte più "ragioni" per dissimulare. Tuttavia, ironicamente, sono i Sunniti che oggi vivono in Occidente a trovarsi in una situazione analoga, essendo una minoranza accerchiata dai loro storici nemici, gli infedeli Cristiani.
Il principale Versetto Coranico che autorizza l'inganno nei confronti dei non-musulmani afferma: "I credenti non si alleino con i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro, prendendo precauzioni" (3:28; altri Versetti, utilizzati dagli ulema a supporto della taqiyya includono 2:173; 2:185; 3:29; 16:106; 22:78; 40:28).
Il famoso Tafsir (esegesi del Corano) di al-Tabari (morto nel 923) è un'opera di riferimento fondamentale per tutto il mondo musulmano. A proposito di 3:28, scrive: "Se voi [musulmani] siete sotto la loro [degli infedeli] autorità, temendo per voi stessi, comportatevi con lealtà verso di loro, con la vostra lingua, pur albergando odio contro di loro nel vostro intimo... Allah ha vietato ai credenti di essere in relazione di amicizia o di intimità con gli infedeli invece che con i credenti – eccetto quando gli infedeli li sovrastano [in autorità]. In tale situazione è consentito agire amichevolmente verso di loro".
Sempre riguardo al versetto 3:28, Ibn Kathir (morto nel 1373 e inferiore solo ad al-Tabari) scrive: "Chiunque, in ogni tempo o in ogni luogo teme la loro [degli infedeli] malvagità, si può proteggere mediante esibizioni esteriori". Come prova, cita l'intimo Compagno di Maometto, Abu Darda che disse: "Sorridiamo pure in faccia a qualcuno [non-musulmano], mentre il nostro cuore lo maledice"; un altro Compagno, al-Hassan, disse: "Praticare la taqiyya è accettabile fino al giorno del giudizio [cioè in perpetuo] ".
Altri eminenti ulema, come al-Qurtubi, ar-Razi e al-Arabi hanno esteso l'uso della taqiyya per nascondere i fatti. In altre parole, i musulmani possono comportarsi come gli infedeli – inclusi il culto e l'adorazione di idoli e croci, il rendere falsa testimonianza, anche il riferire al nemico infedele i "punti deboli" di altri musulmani – tutto, tranne uccidere un musulmano.
È forse questo il motivo per cui il sergente musulmano Americano, Hasan Akbar, aggredì e uccise i suoi commilitoni in Iraq nel 2003? Forse la sua finta lealtà andò a sbattere contro un ostacolo insormontabile, quando si accorse che dei musulmani avrebbero potuto morire per mano sua? Aveva scritto sul suo diario: "Anche se non ho mai ucciso un musulmano, essere nell'esercito è la stessa cosa. Forse dovrò fare molto presto una scelta su chi uccidere".

LA GUERRA È INGANNO
Nulla di questo ci dovrebbe sorprendere, considerando che lo stesso Maometto – il cui esempio, come "l'essere umano più perfetto" deve essere scrupolosamente seguito – assunse un atteggiamento di convenienza riguardo al mentire. È ben noto, per esempio, che Maometto autorizzò la menzogna in tre situazioni: per riconciliare due o più litiganti, con la propria moglie e in guerra (vedi Sahih Muslim B32N6303, considerato un hadith "autentico").
Ma per quanto riguarda la nostra principale preoccupazione, la guerra, il seguente episodio tratto dalla biografia di Maometto svela la centralità dell'inganno in guerra. Durante la Battaglia della Trincea (627), che oppose Maometto e i suoi seguaci ad alcune tribù non musulmane (collettivamente definite come "i Confederati"), uno di questi Confederati, Naim bin Masud andò al campo dei musulmani e si convertì all'islàm. Quando Maometto scoprì che i Confederati non sapevano della conversione di Masud, gli consigliò di ritornare e di tentare qualche espediente per indurre i Confederati ad abbandonare l'assedio – "Perché" lo rassicurò Maometto, "la guerra è inganno". Masud ritornò dai Confederati senza che loro sospettassero che avesse "cambiato bandiera" e cominciò a fornire pessimi suggerimenti ai suoi parenti e ai suoi precedenti alleati. Si diede anche un gran daffare per provocare litigi tra le varie tribù finché, diffidando completamente l'uno dell'altro, smobilitarono, abbandonando l'assedio dei musulmani e quindi salvando l'islàm nel suo periodo embrionale (vedi Al-Taqiyya fi Al-Islam; anche Sirat Rasul Allah di Ibn Ishaq, la più antica biografia di Maometto).
Il seguente episodio dimostra ancora più chiaramente la legittimità dell'inganno. Un poeta, Kab bin al-Ashraf, aveva offeso Maometto componendo versi oltraggiosi a proposito delle donne musulmane. Maometto, di fronte ai suoi seguaci, esclamò: "Chi ucciderà quest'uomo che ha offeso Allah e i suo Profeta?". Un giovane musulmano di nome Muhammad bin Maslama, si offrì volontario, ma con la clausola che, per giungere così vicino a Kab, da poterlo uccidere, gli fosse permesso di mentire al poeta. Maometto acconsentì. Maslama si recò da Kab e cominciò a lamentarsi dell'islàm e di Maometto, battendo questo tasto fino a che la sua ostilità contro l'islàm divenne tanto credibile da convincere Kab a concedergli la sua fiducia. Poco dopo Maslama ritornò con un altro musulmano e, mentre Kab aveva abbassato la guardia, lo aggredirono, uccidendolo. La versione di Ibn Sa’ad riferisce che i due corsero da Maometto con la testa di Kab, alla quale Maometto urlò: "Allahu Akbar!" (Allah è il più grande!).

L'INGANNO NEL CORANO
Vale anche la pena ricordare che tutta la sequenza delle rivelazioni Coraniche è una testimonianza della taqiyya; e, poiché si ritiene che Allah sia colui che ha rivelato questi versetti, è lui, in ultima analisi, a dover essere considerato il responsabile dell'inganno – cosa che non deve stupire, dato che lo stesso Allah è descritto nel Corano come il "miglior ingannatore" (Corano 3:54, 8:30, 10:21). Questo dipende dal fatto che il Corano contiene sia versetti di pace e tolleranza, che versetti violenti e intolleranti. Gli ulema furono perplessi nel decidere quali versetti dovessero codificare nella concezione islamica del mondo secondo la shariah – quello, ad esempio, che afferma che non c'è costrizione nella religione (Corano 2:256), oppure quelli che ordinano ai credenti di combattere tutti i non-musulmani fino a quando non si convertano o fintanto che almeno non si sottomettano all'islàm (Corano 9:5, 9:29)? Per uscire dall'impasse, svilupparono la dottrina dell'abrogazione (naskh, in base al versetto del Corano 2:106) che essenzialmente afferma che, in caso di contraddizione, i versetti "rivelati" successivamente nella carriera profetica di Maometto hanno la precedenza su quelli rivelati prima.
Ma innanzitutto, perché ci sono le contraddizioni? La classica risposta è stata che, poiché nei primi anni dell'islàm, Maometto e la sua comunità erano molto inferiori di numero rispetto agli infedeli, un messaggio di pace e coesistenza era appropriato (sembra qualcosa di familiare?). Tuttavia, dopo l'emigrazione a Medina e la crescita in numero e in potenza militare, furono "rivelati" i versetti intolleranti e violenti che spingevano i musulmani alla controffensiva – adesso che erano in grado di farlo! Secondo questa interpretazione, piuttosto comune tra gli ulema, si può solo concludere che i versetti miti della Mecca erano in ultima analisi un trucco per consentire all'islàm di guadagnare tempo per diventare sufficientemente forte da mettere in pratica i suoi "veri" versetti che richiedevano la conquista. In altre parole, come è stato tradizionalmente interpretato e messo in pratica dagli stessi musulmani, quando questi sono deboli o in una condizione di inferiorità, devono predicare e comportarsi secondo i versetti della Mecca (pace e tolleranza); quando invece sono forti, devono passare all'offensiva, secondo i versetti di Medina (guerra e conquista). Le vicende della storia islamica sono la testimonianza di questa dicotomia.
Un mio collega musulmano me lo confermò chiaramente durante una conversazione fortuita, ma rivelatrice. Dopo avergli esposto queste preoccupanti dottrine che rendono impossibile ai musulmani una coesistenza pacifica con gli infedeli – jihad, lealtà e ostilità, sostenere il giusto e vietare il male – gli chiesi in modo esplicito perché lui, come musulmano, non le sostenesse. Ma lui continuava ad essere evasivo, riferendosi agli altri versetti, abrogati, di pace e tolleranza. Pensando che si fosse dimenticato di queste enigmatiche teorie come l'abrogazione, con aria di trionfo, cominciai a spiegargli la differenza tra i versetti Meccani (tolleranti) e quelli Medinesi (intolleranti) e come i secondi abrogassero i primi. Mi sorrise con semplicità dicendo: "Lo so benissimo, ma io adesso sto vivendo alla Mecca!" – intendendo che, come il suo debole profeta che viveva alla Mecca sovrastato da una maggioranza di infedeli, anche lui, per sopravvivere, si sentiva in dovere di predicare pace, tolleranza e coesistenza alla maggioranza di Americani infedeli. [continua]

Vale la pena di leggerlo tutto, nonostante la lunghezza, questo indispensabile articolo provvidenzialmente tradotto da Paolo Mantellini. Perché, come già detto altrove, il nemico è tra noi, e per potercene difendere è necessario conoscerlo. E poi
MEMENTO: + 28.



barbara


15 settembre 2009

L’IMPORTANZA DEL CONTESTO

Articolo di Paolo Mantellini

NON UCCIDERE (Corano 5:32)

Chiunque uccida un uomo, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità. Il Nobile Corano, 5:32

Si sprecano le citazioni di questo versetto coranico, da chi sostiene che l'Islam è una religione di pace, ma arricchito del suo contesto il significato è opposto, con buona pace dei ben pensanti. Ecco il testo completo:

32 Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità.
I Nostri messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra.
33 La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l'ignominia che li toccherà in questa vita; nell'altra
vita avranno castigo immenso. (Il Nobile Corano, traduzione di Hamza Piccardo, UCOII)

Ecco il commento di Robert Spencer ai due Versetti, che chiudono il racconto Coranico dell'uccisione di Abele:


Quello che non viene mai menzionato da tutti quelli che citano questo Versetto come se condannasse la violenza della jihad Islamica, sono molti fatti rilevanti: è inserito in un contesto di ammonimenti per gli Ebrei e non è presentato come un principio universale; contiene questa importante eccezione "a meno che non sia un assassino o un malfattore", ed è seguito dal Versetto 33, che specifica la pena per i malfattori: "Il castigo per chi muove guerra ad Allah e al suo Messaggero, e lotta con forza e sparge misfatti e corruzione sulla terra è: esecuzione o crocifissione o amputazione di mani e piedi di lati opposti o l'esilio dal paese: questa è la loro ignominia in questo mondo e subiranno una terribile punizione nell'altro".
Questo brano sta solo spiegando che cosa bisogna fare ai Giudei che rifiutano Maometto, non sta prescrivendo principi di alta moralità. Ibn Warraq lo riassume così: "I presunti nobili sentimenti sono in realtà un monito agli Ebrei. Il messaggio è : 'Comportatevi bene, altrimenti...'. Ben lontani dal condannare la violenza, questi Versetti evidenziano aggressivamente che chiunque si opporrà al Profeta sarà ucciso, crocifisso, mutilato o esiliato!".

Ecco serviti gli epigoni dell'Islam moderato; parafrasando Greg Davis (Islam 101), per riformare l'Islam in senso moderato, basta eliminare solo due cose: Il Corano e la Sunna.

Se sbaglio correggetemi!


I BUONI CRISTIANI (Corano 5:82)

82 Troverai che i più acerrimi nemici dei credenti sono i Giudei e politeisti e troverai che i più prossimi all'amore per i credenti sono coloro che dicono: «In verità siamo nazareni», perché tra loro ci sono uomini dediti allo studio e monaci che non hanno alcuna superbia. Il Nobile Corano, 5:82

A parte i poco lusinghieri giudizi sugli Ebrei, appena prima maledetti anche da Davide e Gesù per la loro empietà, sembra che ci sia motivo di rallegrarsi per i Cristiani: possiamo convivere coi fratelli Musulmani, in fin dei conti siamo figli dello stesso Padre!
Ma attenzione!!!
Il versetto 82, va letto insieme al seguito, i Versetti 83 e 84; ne risulta questo:

82 Troverai che i più acerrimi nemici dei credenti sono i Giudei e politeisti e troverai che i più prossimi all'amore per i credenti sono coloro che dicono: «In verità siamo nazareni», perché tra loro ci sono uomini dediti allo studio e monaci che non hanno alcuna superbia.
83 Quando sentono quello che è sceso sul Messaggero, vedrai i loro occhi versare lacrime per la verità che vi hanno riconosciuto. Dicono: «O nostro Signore, noi crediamo: annoveraci tra i testimoni!
84 Come potremmo non credere in Allah e in quella parte della verità che ci è giunta, quando bramiamo che il nostro Signore ci introduca in compagnia dei devoti?».

Quindi, come riporta il Ma'alimut Tanzil, citato da Robert Spencer nel suo interessante commento al Corano:

"questo Versetto non si riferisce a tutti i Cristiani, ma solo a quelli che accettano l'Islam; questo è chiaramente spiegato dai Versetti 83 e 84 nei quali questi Cristiani accettano il messaggio di Maometto."

Vi ricordo che i Cristiani che non accettano l'Islam sono come gli Ebrei: nemici di Allah e del suo Messaggero. La pena prevista per questi, come per chi dissemina misfatti sulla terra è: l'uccisione o la crocifissione o l'amputazione di mani e piedi in modo alternato o l'espulsione dalla terra, in questa vita e l'inferno nell'altra. Corano 5:33.

Ecco serviti gli epigoni dell'Islam moderato e del dialogo con l'Islam; parafrasando Greg Davis (Islam 101), per riformare l'Islam in senso moderato, basta eliminare solo due cose: Il Corano e la Sunna.

Se sbaglio correggetemi! (qui)

Perché raccontarci delle belle storielle può anche essere gratificante, ma con gli occhi bendati si finisce nel baratro, e questo non è tanto tanto salutare.


barbara


20 agosto 2009

EBRAISMO E CRISTIANESIMO: VIOLENTI COME L’ISLAM?

Di Raymond Ibrahim
Middle East Quarterly (Estate 2009 vol.16 num.3, p. 3-12)
http://www.meforum.org/2159/are-judaism-and-christianity-as-violent-as-islam
Traduzione di Paolo Mantellini (qui, dove trovate anche le note)

(È un articolo piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto perché sfata, con ampia documentazione, un bel po’ di luoghi comuni politicamente corretti)

"C'è molta più violenza nella Bibbia che nel Corano; l'idea che l'islàm si sia imposto con la spada è una fantasia Occidentale, inventata al tempo delle Crociate, quando, in realtà, furono i Cristiani dell'Occidente a scatenare una brutale "guerra santa" contro l'islàm". Così dichiara la ex suora che si definisce "monoteista indipendente", Karen Armstrong. Questa citazione riassume il principale e più autorevole argomento usato per rintuzzare le accuse che l'islàm è intrinsecamente violento e intollerante. Tutte le religioni monoteiste, e non solamente l'islàm – sostengono i propugnatori di questa tesi – hanno la loro quota di scritture violente e intolleranti, e condividono storie cruente. Così, ogni qual volta le sacre scritture dell'islàm – in primo luogo il Corano, seguito dai racconti delle parole e delle azioni di Maometto (gli ahadith) – vengono utilizzate come dimostrazione della innata aggressività di questa religione, scatta l'immediata risposta che anche altre sacre scritture, specialmente quelle Giudeo-Cristiane, sono infarcite di episodi violenti.
Purtroppo, troppo spesso questa affermazione interrompe ogni ulteriore discussione sul problema se violenza e intolleranza siano connaturate all'islàm. E quindi, la risposta normale diventa che non è l'islàm ad essere violento per se, ma sono piuttosto le rimostranze e la frustrazione dei musulmani – sempre aggravate da fattori economici, politici e sociali – a scatenare la violenza. La perfetta aderenza di questa opinione con la gnoseologia laica e "materialista" dell'Occidente, la rende immune da ogni critica.
Pertanto, prima di condannare il Corano e le parole e le azione storiche del profeta dell'islàm, Maometto, come istigatori di violenza e intolleranza, si dovrebbe consigliare agli Ebrei di considerare le atrocità storiche commesse dai loro antenati Israeliti, così come sono state registrate dalle loro stesse scritture; bisognerebbe poi raccomandare ai Cristiani di considerare i cicli di brutali violenze compiute dai loro antenati nel nome della loro fede sia contro non Cristiani che contro Cristiani. In altre parole bisogna ricordare ad Ebrei e Cristiani che chi abita case di vetro deve evitare di scagliare pietre.
Ma questa è proprio la verità? L'analogia con le altre scritture è proprio legittima? E' possibile confrontare la violenza degli Ebrei dell'antichità e la violenza dei Cristiani nel Medio Evo con la persistenza della violenza musulmana nell'era moderna?

La violenza nella storia di Ebrei e Cristiani
In accordo con la Armstrong, un gran numero di eminenti scrittori, storici, e teologi hanno sostenuto questa tesi "relativista". Per esempio, John Esposito, direttore del Centro del Principe Alwaleed bin Talal per la Comprensione Cristiano-islamica, all'Università di Georgetown, si domanda:
"Ma come mai continuiamo a porci la stessa domanda [a proposito della violenza nell'islàm] e invece non ce la facciamo a proposito di Ebraismo e Cristianesimo? Sia Ebrei che Cristiani hanno compiuto atti di violenza. Tutti noi possediamo un lato trascendente, ma anche un lato oscuro ... Pure noi abbiamo la nostra teologia dell'odio. Sia nel Cristianesimo che nell'Ebraismo tradizionale, tendiamo ad essere intolleranti; aderiamo ad una teologia esclusiva: noi contro loro”.
Il Professore di scienze umane dell'Università Statale della Pennsylvania, Philip Jenkins, in un articolo, "Dark Passages (Brani oscuri)", spiega più a fondo questa tesi. E tenta di dimostrare che la Bibbia è più violenta del Corano:
In tema di istigazione alla violenza e ai massacri, ogni semplicistica pretesa di superiorità della Bibbia nei confronti del Corano sarebbe totalmente sbagliata. Infatti, la Bibbia trabocca di "testi di terrore" per usare la frase coniata dalla teologa Americana Phyllis Trible. La Bibbia contiene molti più versetti che apprezzano o spingono al massacro di quanti non ne contenga il Corano, e la violenza biblica è spesso molto più estrema e caratterizzata da una ferocia molto più indiscriminata ... Se i testi fondamentali caratterizzano tutta la religione, allora Ebraismo e Cristianesimo meritano la condanna massima come religioni di efferatezza.
Molti episodi della Bibbia, come pure della storia Giudeo-Cristiana illustrano la tesi di Jenkins, ma due in particolare – uno probabilmente rappresentativo dell'Ebraismo, l'altro del Cristianesimo – sono quasi sempre ricordati e quindi meritano un esame più attento.
La conquista militare della terra di Canaan da parte degli Ebrei, circa nell'anno 1200 AC è spesso definita come "genocidio" ed è diventata emblematica della violenza e della intolleranza della Bibbia. Dio disse a Mosè:
Ma delle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v'insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio.
Così Giosuè [il successore di Mosè] conquistò tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano, le pendici e tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele.
Per quanto riguarda il Cristianesimo, poiché è impossibile trovare nel Nuovo Testamento versetti che incitano alla violenza, quelli che sostengono la tesi che il Cristianesimo è violento come l'islàm devono ricorrere ad eventi storici come le Crociate scatenate dai Cristiani Europei tra l'undicesimo e il tredicesimo secolo. In effetti le Crociate furono violente e provocarono in nome della croce e della Cristianità delle atrocità, secondo il moderno metro di valutazione. Dopo aver sfondato le mura di Gerusalemme, nel 1099, per esempio, si racconta che i Crociati massacrarono quasi tutti gli abitanti della Città Santa. Secondo la cronaca medioevale, Gesta Danorum, "il massacro fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie".
Alla luce di quanto sopra, come Armstrong, Esposito, Jenkins e altri sostengono, perché Ebrei e Cristiani indicano il Corano come prova della violenza dell'islàm mentre ignorano le loro stesse scritture e la loro stessa storia?

Bibbia contro Corano
La risposta si trova nel fatto che queste osservazioni confondono storia e teologia mescolando le azioni temporali degli uomini con ciò che si ritengono essere le parole immutabili di Dio. L'errore fondamentale è che la storia Giudeo-Cristiana – che è violenta – è stata confusa con la teologia islamica – che ordina la violenza. Ovviamente, tutte le tre grandi religioni monoteiste hanno avuto la loro parte di violenza e intolleranza verso "l'altro". Ma la questione fondamentale è se questa violenza fu imposta da Dio o se uomini bellicosi vollero che fosse così.
La violenza del Vecchio Testamento è un caso veramente interessante. Dio ordinò in modo chiarissimo agli Ebrei di sterminare i Canaanei e i popoli vicini. Questa violenza pertanto, volenti o nolenti, fu espressione della volontà di Dio. Comunque, tutta la violenza storica commessa dagli Ebrei e registrata nell'Antico Testamento è soltanto questo – storia. E' successo; Dio lo ordinò. Ma riguardò tempi e luoghi specifici e fu diretta contro popoli ben precisi. Mai questo tipo di violenza fu regolamentata o codificata all'interno della legge giudaica. In breve, i racconti biblici di episodi violenti sono descrittivi, non prescrittivi.
Questo è l'aspetto in cui la violenza islamica è unica. Benché simile alla violenza dell'Antico Testamento – ordinata da Dio e manifestatasi nella storia – alcuni aspetti della violenza e della intolleranza islamiche sono stati regolamentati nella legge islamica e si applicano in ogni tempo. Pertanto, mentre la violenza incontrata nel Corano ha un contesto storico, il suo significato ultimo è teologico. Consideriamo i seguenti versetti Coranici, noti come i "versetti della spada":
Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada.
Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano umiliati.
Come nell'Antico Testamento i versetti in cui Dio ordina agli Ebrei di attaccare e trucidare i loro nemici, anche i versetti della spada hanno un contesto storico. All'inizio Dio emanò questi comandamenti dopo che i musulmani sotto la guida di Maometto erano diventati abbastanza forti da invadere i loro vicini Cristiani o pagani. Ma, a differenza dei versetti bellicosi e degli episodi di guerra dell'Antico Testamento, i versetti della spada divennero il fondamento delle successive relazioni sia con "la gente del Libro" (cioè Ebrei e Cristiani) sia con gli "idolatri" (cioè Indù, Buddisti, animisti eccetera) e, in effetti, innescarono le conquiste islamiche che cambiarono per sempre l'aspetto del mondo. Per esempio, in base a Corano 9:5, la legge islamica impone che gli idolatri e i politeisti debbano convertirsi all'islàm o essere uccisi e allo stesso modo, Corano 9:29 è la sorgente primaria delle ben note pratiche di discriminazione contro i Cristiani e gli Ebrei sconfitti che vivevano sotto la dominazione islamica.
In effetti, in base ai versetti della spada e a ad innumerevoli altri versetti coranici e tradizioni orali attribuite a Maometto, i più istruiti funzionari dell'islàm, sceicchi, mufti e imam, lungo tutta la sua storia, raggiunsero il "consenso" – obbligatorio per tutta la comunità musulmana – che l'islàm deve essere in guerra perpetua con il mondo dei non-musulmani fino a quando questi ultimi non si sottomettano all'islàm. Infatti, è comunemente sostenuto dai sapienti musulmani che, poiché i versetti della spada sono tra gli ultimi ad essere stati rivelati sull'argomento dei rapporti tra musulmani e non-musulmani, essi, da soli, abbiano "abrogato" circa 200 altri versetti coranici precedenti e più tolleranti, tipo "non c'è costrizione nella religione". il famoso saggio musulmano, Ibn Khaldun (1332-1406) ammirato in Occidente per le sue opinioni, rifiuta l'idea che la jihad sia una guerra difensiva.
Nella comunità musulmana, la guerra santa [jihad] è un obbligo religioso, a causa della universalità della missione musulmana e l'obbligo di convertire tutti all'islàm sia mediante la convinzione che con la forza ... Gli altri gruppi religiosi non avevano una missione universale, quindi per loro la "guerra santa" non era un dovere religioso, tranne che a scopo difensivo ... A loro si richiede solamente di istituire la loro religione in seno alla loro gente. Ecco perché gli Israeliti, dopo Mosè e Giosuè non si occuparono dell'autorità regia [cioè, di un Califfato]. La loro unica preoccupazione era di istituire la loro religione [non di diffonderla alle nazioni] ... Ma nell'islàm c'è l'obbligo di acquisire la sovranità sulle altre nazioni.
Gli studiosi moderni più autorevoli concordano. La voce sulla "jihad" dell'Enciclopedia dell'islàm di Emile Tyan afferma che "la diffusione dell'islàm con le armi è in imperativo religioso imposto ai musulmani in generale ... la jihad deve continuamente essere perseguita fino a quando tutto il mondo sia sotto la sovranità dell'islàm ... l'islàm deve essere completamente realizzato prima che la dottrina della jihad [guerra per diffondere l'islàm] possa essere eliminata". Il giurista Iraqeno, Majid Khadduri (1909-2007), dopo aver definito la jihad come "guerra", scrive che "la jihad ... è considerata da tutti i giuristi, praticamente senza eccezioni, come un obbligo collettivo di tutta la comunità musulmana". E, ovviamente, i manuali legali scritti in Arabo, sono ancora più espliciti.

Il linguaggio del Corano
Quando i versetti violenti del Corano vengono confrontati con i loro corrispettivi dell'Antico Testamento, si caratterizzano in particolare per un linguaggio che trascende spazio e tempo, incitando i credenti ad attaccare e uccidere i non credenti oggi come ieri. Dio ordinò agli Ebrei di uccidere gli Ittiti, gli Amoriti, i Canaanei, i Periziti, gli Iviti e i Gebusei – tutti popoli ben definiti, inseriti in un tempo e uno spazio ben preciso. Mai Dio diede agli Israeliti, e per estensione ai loro discendenti Ebrei, un comando "incondizionato" di combattere e uccidere i gentili. D'altra parte, benché i primi nemici dell'islàm, come nell'Ebraismo, fossero storici (cioè Bizantini Cristiani e Persiani Zoroastriani), raramente il Corano li indica con i loro nomi reali. Invece, si ordinò (e si ordina) ai musulmani di combattere la gente del Libro – “finché non versino umilmente il tributo, e siano umiliati" e di "uccidere gli idolatri ovunque li troviate".
Le due congiunzioni Arabe "finché" (hatta) e "ovunque" (haythu) dimostrano la natura ubiquitaria e perpetua di questi comandamenti. C'è ancora "gente del Libro" che deve essere "completamente umiliata" (specialmente in America, in Europa e in Israele) e "idolatri" da essere trucidati "ovunque" uno guarda (specialmente in Asia e nell'Africa sub-Sahariana). In realtà, la caratteristica principale di quasi tutti i versetti violenti delle scritture islamiche è la loro natura illimitata e generica: "Combatteteli (i non musulmani) finchè non ci sia più persecuzione e la religione sia solo di Allah". Inoltre, in una ben nota tradizione, presente nelle collezioni di ahadith, Maometto proclama:
Mi è stato ordinato di muovere guerra contro l'umanità finché non testimonino che non c'è altro dio se non Allah e che Maometto è il Messaggero di Allah; finchè non eseguano la prostrazione e non paghino l'elemosina [cioè, finché non si convertano all'islàm]. Se lo faranno, il loro sangue e le loro proprietà saranno protette.
Questo aspetto linguistico è di importanza cruciale per comprendere l'esegesi scritturale che riguarda la violenza. E ancora, è importante ripetere che né le scritture Ebraiche né quelle Cristiane – l'Antico e il Nuovo Testamento, rispettivamente – utilizzano questi comandamenti perpetui e illimitati. Ciò nonostante, Jenkins lamenta che:
I comandamenti di uccidere, di realizzare la pulizia etnica, di istituzionalizzare la segregazione, di odiare e di temere le altre razze e le altre religioni ... tutto questo è nella Bibbia e capita con molto maggiore frequenza che nel Corano. Ad ogni livello possiamo discutere su cosa significhino i brani in questione e certamente se debbano avere qualche rilevanza per le età future. Ma rimane il fatto che le parole sono lì, e la loro inclusione nella scrittura significa che esse sono, letteralmente, canonizzate, non meno che nelle scritture musulmane.
Ci si può domandare cosa intenda Jenkins con il termine "canonizzato". Se "canonizzato" significa che questi versetti devono essere considerati parte del canone della scrittura Giudeo-Cristiana, è assolutamente corretto; invece, se con "canonizzato" intende, o cerca di implicare che questi versetti sono stati applicati nella Weltanschauung (visione del mondo) Giudeo-Cristiana, allora è assolutamente in errore.
Inoltre, non bisogna basarsi esclusivamente su argomenti di pura esegesi o solo filologici: sia la storia che gli eventi attuali smentiscono il relativismo di Jenkins. Mentre il Cristianesimo del primo secolo si diffuse col sangue dei martiri, l'islàm del primo secolo si diffuse mediante la conquista violenta e i massacri. In effetti, dal primo istante fino ad oggi – ovunque ha potuto – l'islàm si è diffuso con la violenza, come è confermato dal fatto che la maggioranza di quello che oggi è noto come il mondo islamico, o dar al-islàm, fu conquistato dalla spada dell'islàm. Questo è un fatto storico, confermato dai più prestigiosi storici islamici. Anche la penisola Arabica, la "casa" dell'islàm, fu sottomessa con grandi lotte e massacri, come dimostrato dalle guerre della Ridda che scoppiarono subito dopo la morte di Maometto, quando decine di migliaia di Arabi furono passati a fil di spada dal primo Califfo, Abu Bakr, per aver abbandonato l'islàm.

Il ruolo di Maometto
Inoltre, in merito alla attuale diffusa idea che cerca di giustificare la violenza islamica – che questa è solo il prodotto della frustrazione dei musulmani di fronte a una oppressione politica od economica – ci si dovrebbe porre questo interrogativo: che dire allora dell'oppressione di oggi nel mondo, di Cristiani ed Ebrei, per non menzionare Indù e Buddisti? Dov'è la loro violenza ammantata di religione? Questa è la verità: anche se il mondo islamico fa la parte del leone nei titoli più drammatici – di violenza, terrorismo, attacchi suicidi e decapitazioni – è inoppugnabile che non è certo l'unica regione al mondo a soffrire per ingiustizie sia interne che esterne.
Per esempio, benché quasi tutta l'Africa sub-Sahariana sia intrisa di corruzione, oppressione e povertà, quando si considera la violenza, al terrorismo e all'assoluto caos, la Somalia – che appunto è l'unico stato sub-Sahariano ad essere completamente musulmano – guida il branco. Inoltre, i maggiori responsabili della violenza Somala e della imposizione delle misure legali più draconiane e intolleranti – i membri del gruppo jihadista al-Shabab (i giovani) – spiegano e giustificano le loro azioni mediante uno schema islamista.
Anche in Sudan, è attualmente in corso un genocidio jihadista contro il popolo Cristiano e politeista, condotto dal governo islamista di Khartum, che ha provocato quasi un milione di morti tra "infedeli" e "apostati". Che l'Organizzazione della Conferenza Islamica sia corsa in difesa del Presidente Sudanese Hassan Ahmad al-Bashir, che è incriminato dalla Corte Criminale Internazionale, è una ulteriore prova dell'approvazione della comunità islamica della violenza contro sia i non musulmani che contro chi non considera i musulmani abbastanza bene.
Pure i paesi dell'America Latina e i paesi Asiatici non musulmani hanno la loro quota di regimi autoritari ed oppressivi, di povertà e di tutto il resto, come i paesi musulmani. Eppure, diversamente dai quasi quotidiani titoli che provengono dal mondo islamico, non ci sono notizie di fedeli Cristiani, Buddisti o Indù che lanciano veicoli carichi di esplosivo contro edifici di regimi oppressivi (come il regime Cubano o quello Comunista Cinese), sventolando, allo stesso tempo, le loro scritture e urlando: "Gesù (o Budda, o Visnu) è grande!". Perché?
C'è un ultimo aspetto che viene spesso trascurato – sia per ignoranza o per malafede – da chi insiste che la violenza e l'intolleranza sono equivalenti tra tutte le religioni. Oltre le parole divine del Corano, il modo di comportarsi di Maometto – la sua "sunna" o "esempio" – è una importante sorgente di legislazione nell'islàm. I musulmani sono invitati ad emulare Maometto in ogni circostanza della vita: "Avete un eccellente esempio nel Messaggero di Allah". E il tipo di condotta di Maometto verso i non musulmani è molto esplicito.
Per esempio, polemizzando sarcasticamente contro il concetto di islàm moderato, il terrorista Osama Bin Laden, che, secondo un sondaggio di al-Jazira, gode dell'appoggio di metà del mondo islamico, così descrive la “sunna" del Profeta:
La "moderazione" fu dimostrata dal nostro Profeta che non rimase mai più di tre mesi a Medina senza razziare o inviare scorrerie nelle terre degli infedeli, per abbattere le loro fortezze, saccheggiare i loro beni, spegnere le loro vite e rapire le loro donne.
Infatti, sia secondo il Corano che secondo la "sunna" di Maometto, razziare e saccheggiare gli infedeli, fare schiavi i loro figli e usare le loro donne come concubine, ha un fondamento ineccepibile. E il concetto di "sunna" – che è quella da cui oltre un miliardo di musulmani, i "sunniti", hanno ricevuto il loro nome – afferma senza ombra di dubbio che tutto ciò che fu fatto o fu approvato da Maometto, l'esempio più perfetto per l'umanità, è accettabile per i musulmani di oggi così come per quelli di ieri. Questo ovviamente, non significa che la totalità dei musulmani viva soltanto per saccheggiare e stuprare.
Però significa che persone naturalmente inclini a queste attività, e che per caso sono anche musulmane, possono giustificare le loro azioni – e le giustificano – riferendosi alla "sunna del profeta" – il modo con cui al-Qaeda, ad esempio, ha giustificato il suo attacco dell'11 Settembre, in cui furono uccisi degli innocenti, incluse donne e bambini: Maometto autorizzò i suoi seguaci ad usare le catapulte durante l'assedio della città di Ta'if nel 630 DC – gli abitanti della città avevano rifiutato di sottomettersi – benché sapesse molto bene che donne e bambini erano rifugiati in città. Inoltre, quando gli fu chiesto se era consentito lanciare attacchi notturni o incendiare le fortificazioni degli infedeli se donne e bambini erano con loro, e il Profeta rispose: "Essi [le donne e i bambini] sono dei loro [degli infedeli]".

Il comportamento di Ebrei e Cristiani
Benché osservante scrupoloso della legge e forse iper-legalista, l'Ebraismo non ha un equivalente come la "sunna"; le parole e le azioni dei patriarchi, pur descritte nell'Antico Testamento, non giunsero mai a prescrivere la legge Giudaica. Né le "pietose bugie" di Abramo, né la perfidia di Giacobbe, né l'estrema irascibilità di Mosè, né la relazione adulterina di Davide o le scappatelle di Salomone furono alla base dell'istruzione di Ebrei o Cristiani. Furono interpretate come azioni storiche, compiute da uomini fallibili che, più spesso che no, erano puniti da Dio per il loro comportamento molto meno che esemplare.
Per quanto riguarda il Cristianesimo, gran parte della legge dell'Antico Testamento venne abrogata, o compiuta – a seconda dei punti di vista – da Gesù. "Occhio per occhi" lasciò il posto a "porgi l'altra guancia". Amare dio e il prossimo con tutto il cuore divenne la legge suprema. Inoltre, la "sunna" di Gesù – "Cosa avrebbe fatto Gesù? – è caratterizzata da docilità e altruismo. Il Nuovo Testamento non contiene alcuna esortazione alla violenza.
Eppure, c'è ancora chi pretende di dipingere Gesù come un personaggio con un atteggiamento militante simile a quello di Maometto, citando il versetto in cui il primo – che "parlò alle folle in parabole e non parlò se non in parabole" – disse: "Non sono venuto a portare la pace, ma una spada". Ma in base al contesto di questa affermazione è evidente che Gesù non stava ordinando la violenza contro i non Cristiani, ma piuttosto predicendo che ci sarebbero stati conflitti tra i Cristiani e il loro ambiente – una profezia fin troppo vera, dato che i primi Cristiani, invece di brandire la spada, perirono docilmente come martiri, a causa della spada, così come spesso stanno ancora facendo nel mondo musulmano.
Altri si appigliano alla violenza profetizzata nel Libro dell'Apocalisse, ancora, dimenticandosi di osservare che tutto il racconto è descrittivo – per non aggiungere che è chiaramente simbolico – e quindi difficilmente "prescrittivo" per i Cristiani. Ad ogni modo, come si può ragionevolmente paragonare questa manciata di versetti del Nuovo Testamento che metaforicamente menzionano la parola "spada" con le centinaia di prescrizioni Coraniche e dichiarazioni di Maometto che chiaramente comandano ai musulmani di usare una spada vera e propria contro i non musulmani?
Imperterrito, Jenkins lamenta il fatto che nel Nuovo Testamento, gli Ebrei "progettano di lapidare Gesù, complottano per ucciderlo, a sua volta Gesù li chiama bugiardi e figli del Demonio". Rimane però da stabilire se essere chiamati "figli del Demonio" è più offensivo che essere definiti discendenti di scimmie e porci – l'appellativo Coranico degli Ebrei. A parte gli insulti, tuttavia, ciò che qui importa è che, mentre il Nuovo Testamento non ordina ai Cristiani di trattare gli Ebrei come "figli del Demonio", invece, in base al Corano, in particolare 9:29, la legge islamica obbliga i musulmani a sottomettere gli Ebrei, anzi, tutti i non musulmani.
Questo significa forse che chi si professa Cristiano non può essere antisemita? Ovviamente no! Ma significa che i Cristiani antisemiti vivono un ossimoro – per il semplice fatto che sia letteralmente che teologicamente, il Cristianesimo non insegna assolutamente odio e astio, bensì pone l'accento su amore e perdono. Il punto qui non è se i Cristiani seguono o no questi precetti; proprio come non è il punto se i musulmani osservano o no l'obbligo della jihad. L'unica domanda pertinente è: cosa richiedono le religioni?
John Esposito ha ragione quando asserisce che "Ebrei e Cristiani furono coinvolti in atti di violenza". Invece sbaglia quando aggiunge: "Noi [Cristiani] abbiamo la nostra teologia dell'odio". Nulla nel Nuovo Testamento insegna l'odio – e certamente niente lontanamente paragonabile ai comandi Coranici tipo: "Noi [musulmani] ci dissociamo da voi [non musulmani] e tra noi e voi è sorta inimicizia e odio eterni finché voi non crederete in Dio soltanto".

Rivalutare le Crociate
Ed è da qui che si può comprendere meglio la storia delle Crociate – eventi che sono stati completamente stravolti da numerosi e influenti apologeti dell'islàm. Karen Armstrong, per esempio, si è praticamente costruita una carriera rappresentando le Crociate in un modo completamente sbagliato, scrivendo, per esempio che "l'idea che l'islàm si sia imposto con la spada è una fantasia Occidentale, inventata durante il tempo delle Crociate quando, in realtà, furono i Cristiani dell'Occidente a muovere una brutale guerra santa contro l'islàm". Che una ex monaca condanni rabbiosamente le Crociate, rispetto a quanto fatto dall'islàm, rende la sua critica ancora più vendibile. Affermazioni come le sue, ovviamente, ignorano il fatto che dall'inizio dell'islàm, più di 400 anni prima delle Crociate, i Cristiani si erano accorti che l'islàm si diffondeva con la spada. Infatti, autorevoli storici musulmani che scrissero secoli prima delle Crociate, come Ahmad Ibn Yahya al-Baladhuri (m. 892) e Muhammad Ibn Jarir at-Tabari (838-923), dimostrano chiaramente che l'islàm si diffuse mediante la spada.
La realtà è questa: le Crociate furono un contrattacco contro l'islàm – non un attacco senza provocazione come sostengono la Armstrong ed altri storici revisionisti. L'eminente storico Bernard Lewis lo espone molto bene:
Anche la Crociata Cristiana, spesso paragonata alla jihad islamica, fu una tardiva e limitata risposta alla jihad e, in parte, anche una sua imitazione. Ma, a differenza della jihad, riguardò principalmente la difesa o la riconquista di territori Cristiani minacciati o perduti. Fu, con alcune eccezioni, limitata alle guerre vittoriose per la riconquista dell'Europa Sud-Occidentale e alle guerre perdute per liberare la Terra Santa e per fermare l'avanzata Ottomana nei Balcani. La jihad islamica, per contro, fu interpretata come illimitata e fu percepita come un obbligo religioso che sarebbe continuato finché tutto il mondo non si fosse convertito all'islàm o si fosse sottomesso al suo dominio ... Lo scopo della jihad è di imporre la legge islamica a tutto il mondo.
Inoltre, le invasioni dei musulmani e le atrocità contro i Cristiani erano aumentate nei decenni precedenti la proclamazione della Crociata nel 1096. Il Califfo Fatimide Abu 'Ali Mansur Tariqu'l-Hakim (r. 996-1021) profanò e distrusse un gran numero di importanti Chiese – come la Chiesa di San Marco in Egitto e la Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme – ed emanò contro Cristiani ed Ebrei decreti ancora più oppressivi di quelli già in uso. Poi, nel 1071, i Turchi Selgiuchidi sbaragliarono i Bizantini nella cruciale battaglia di Manzicerta e, per questo, conquistarono la maggior parte dell'Anatolia Bizantina, facendo presagire l'eventualità della finale cattura di Costantinopoli, secoli dopo.
Fu per reagire a questa situazione che il Papa Urbano II (r. 1088-1099) indisse la Crociata:
Dai confini di Gerusalemme e dalla città di Costantinopoli è giunta un'orribile notizia che ci è stata ripetutamente riferita, cioè che una razza del regno dei Persiani [cioè, i Turchi musulmani] ... ha invaso le terre di quei Cristiani e le ha spopolate con la spada, il saccheggio e il fuoco; ha portato una parte dei prigionieri nel proprio paese e ha eliminato l'altra parte con crudeli torture; ha distrutto completamente le Chiese di Dio o se ne è appropriata per i riti della loro religione.
Anche se la descrizione di Urbano II è storicamente accurata, il fatto rimane: in qualsiasi modo si interpretino queste guerre – offensive o difensive, giuste o ingiuste – è evidente che non furono basate sull'esempio di Gesù, che così esortò i suoi seguaci "Amate i vostri nemici, benedite chi vi maledice, fate il bene a chi vi odia e pregate per chi vi insulta e vi perseguita". E infatti, furono necessari secoli di dibattiti teologici, da Agostino all'Aquinate, per giustificare la guerra difensiva – definita come "guerra giusta". Così sembrerebbe che se qualcuno non è stato completamente fedele alle sue scritture, questi sono stati i Crociati – e non i jihadisti musulmani (dal punto di vista letterale). In altri termini, sono stati i jihadisti musulmani – e non i Crociati – che hanno fedelmente eseguito le indicazioni delle loro scritture (almeno dal punto di vista letterale). Inoltre, come i racconti violenti dell'Antico Testamento, anche le Crociate hanno una mera natura storica e non sono manifestazioni di più profonde verità scritturali.
Infatti, ben lontane dal suggerire alcunché di intrinseco al Cristianesimo, le Crociate, ironicamente, ci aiutano a capire meglio l'islàm. Perché le Crociate dimostrano, una volta per tutte, che, non ostante gli insegnamenti religiosi – e infatti, nel caso delle così dette Crociate Cristiane, a dispetto di questi insegnamenti – l'uomo è spesso predisposto alla violenza. Ma questo impone una domanda: se questo è il comportamento dei Cristiani – a cui è stato imposto di amare, benedire e beneficare i loro nemici che li odiano, li maledicono e li perseguitano – quanto di più dobbiamo aspettarci dai musulmani che, condividendo la stessa tendenza alla violenza, sono spinti da Dio ad attaccare, uccidere e depredare i non credenti?

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Forum del Medio Oriente e autore di "The Al Qaeda Reader" (New York: Doubleday, 2007)

E per una volta tanto non aggiungo niente.

barbara


PIESSE: lui oggi ha superato se stesso, quindi fila immediatamente a leggerlo, e poi appena hai finito vai a leggere anche questo: è un ordine.

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