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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


16 novembre 2011

OPERAZIONE MADAGASCAR

Ogni tanto capita di sentirlo, da parte di chi cerca di rivoltare la storia a proprio uso e consumo, ossia in funzione antiisraeliana e, in definitiva, antisemita: ma quale Palestina? Ma quali radici storiche? Ma se gli andava bene anche il Madagascar! Il fatto è che anche questa, come tutte le belle storielle che ci raccontano gli antisemiti, è pura invenzione. Perché l’idea di spedire gli ebrei nel Madagascar non è affatto venuta agli ebrei, bensì ai polacchi, per liberarsene. E gli sarebbe andato benissimo, ai polacchi, di spedirli in Palestina, solo che quello non andava per niente bene agli inglesi che, dopo essersi assicurati il mandato sulla Palestina all’unico scopo (dichiarato) di farne la patria degli ebrei, prima gliene hanno rubato tre quarti per regalarli all’emiro Abdallah, poi nel quarto rimanente hanno fatto di tutto per far entrare arabi e lasciare fuori gli ebrei (compreso ai tempi delle camere a gas), e allora hanno avuto la formidabile pensata del Madagascar. Che agli ebrei, naturalmente, non è piaciuta neanche un po’. Il che ha indotto i polacchi ad escogitare un piano semplicemente geniale: renderemo la vita degli ebrei un tale inferno che saranno costretti a scegliere il Madagascar. E infatti a questo punto un discreto numero di ebrei si è rassegnato a prendere in considerazione anche l’idea del Madagascar.
Non capita spesso di trovare appassionante un libro di storia, ma questo lo è, sia nella prima parte, relativa all’operazione Madagascar vera e propria, sia nella seconda parte relativa al dopoguerra, in cui il violento antisemitismo polacco prosegue inalterato (la Polonia è stata, credo, l’unico Paese in cui i reduci dai campi di sterminio sono stati accolti a sassate, coltellate, fucilate), arrivando addirittura ad aumentare sotto la dittatura comunista.
Da leggere tutto, per approfondire le cose che già sappiamo, e per scoprire qualcosa che forse ancora ci manca.

Carla Tonini, Operazione Madagascar, CLUEB



barbara


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


25 settembre 2011

OGGI SI PARLA DI MIRACOLI

Il grande miracolo

Da quel che si capisce, per ora la forzatura della leadership palestinese non è riuscita e per il momento lo-stato-che-non-c'è non è stato ammesso all'Onu, dove per altro mancano anche il Granducato di Ruritania, il Paese dei Campanelli, la Terra di mezzo, il Regno delle due Sardegne e anche altri territori più seri, come il Kurdistan, il Tibet, lo stato Sarahui occupato dal Marocco.
Dico "per ora", perché dall'Onu ci si può attendere di tutto, anche la revoca ufficiale del Teorema di Pitagora, dato che si tratta di un matematico greco, dunque nemico personale di Erdogan e comunque pagano, non illuminato dalla luce dell'Islam.
Sia lode alla saggia gestione di Netanyahu, alla pressione degli elettori americani, alla forza calma e determinata dell'esercito israeliano, agli elettori israeliani che si sono scelti un buon governo.
Nel momento in cui scrivo, questa minaccia non sembra più vicinissima.
Ammettiamo pure dunque che questa volta lo "tsunami diplomatico di settembre" (così lo chiamò Ehud Barak) sia scongiurato e magari rimandato di un anno (ma fra un anno ci sono le elezioni presidenziali americane, chissà). Voglio solo suggerirvi una riflessione.
E' possibile che uno stato (e i suoi cittadini) debba vivere in questa maniera? Oggi la flottiglia per aiutare i suoi nemici, domani Ahmadinedjad che vuole "cancellarlo dalle mappe" e costruisce attivamente l'atomica per realizzare questo dolce desiderio, ieri i terroristi che tendono agguati alla gente che va al mare; dopodomani Erdogan che minaccia di mandare le navi a impedire l'apertura dello sfruttamento dei gas sottomarini, l'altro ieri la giornata della Nabkà, della Nafshà e di che altro il diavolo si inventa, sempre con l'idea di cancellare i confini...
E poi tutti i giorni qualche razzo sul sud, un arabo che spara, o cerca di ammazzare la gente con il bulldozer che gli hanno dato in mano per i lavori stradali, accoltella una persona che ha la disgrazia di farsi trovare sola sulla strada, o almeno tira sassi sulle macchine di passaggio.
E poi tutti che gli fanno lezione, che spiegano che per il suo bene, naturalmente per il suo bene, deve genuflettersi a Erdogan, non demonizzare Ahmadinedjad, chiedere scusa agli egiziani e soprattutto lasciare che i palestinesi si annettano quel che gli pare - perché poi  tutti i problemi finiranno, dato che l'unico malvagio della regione è proprio lui, Israele.
Fin che si tratta di palesi antisemiti, vabbe', è propaganda avversa.
Ma che la stessa cosa la ripetano, col ditino alzato per aria, persone che si proclamano pomposamente "amiche" e magari anche avanzano la loro origine ebraica a prova - come fare a evitare la crisi di nervi e non mandarli "a stendere", come si dice a Torino?
Eppure Israele è forte, è calma, è allegra, è creativa.
Soprattutto è profondamente libera. La sua innovazione tecnologica rivaleggia con la Silicon Valley, la sua economia è stata appena promossa dalle agenzie che non hanno solo bocciato noi, ma anche le banche francesi e lo stato americano, le sue università sono fra le migliori del mondo, la sua politica è vivace e piena di sani conflitti, la sua arte e letteratura sono apprezzate nel mondo; c'è un sacco di gente che ama divertirsi e la vita di Tel Aviv è fra le più frenetiche e intense, ma anche un sacco di gente che vive una vita religiosa intensa e profonda, e c'è posto per tutti e due, con occasionali tutto sommato fisiologici conflitti.
Questo è il grande risultato, il grande miracolo: che Israele non perde la sua vitalità, che nonostante tutti si affannino a buttargli ostacoli fra i piedi, Israele vive e prospera e non si lascia chiudere nell'angolo dell'emergenza.

In realtà di miracolo ce n’è anche un altro: che esista un Ugo Volli che ragiona come ragiona e scrive come scrive (sì, lo so, adesso mi beccherò di nuovo l’accusa di idolatria nei suoi confronti; e vabbè, pazienza). Per completare il quadro vi invito a leggere e guardare il discorso all’Onu di Netanyahu e... quello del signor Mahmoud Abbas – nom de guerre, tanto per ricordarci che lui è un uomo di pace, Abu Mazen, e poi se vi restano ancora due minuti andate a leggere anche questo, che male non fa di sicuro.
E per concludere, di quel miracolo che è Israele vi regalo il mare fuori



e dentro.




barbara


18 settembre 2011

ONU: SCENARI PROSSIMI VENTURI

L'Onu, i combattenti e i pensionati

di Ugo Volli

Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, la Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga da base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo  i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebbero riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele. 
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha?  Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno né voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e  restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).

Ecco, ormai ci siamo. E io – magari sono troppo pessimista, magari mi sbaglio, e spero tanto che i fatti mi sconfessino e dimostrino che mi sbaglio clamorosamente – sento una gran puzza di carneficina in arrivo. Incrociamo le dita, in attesa di vedere se davvero caleranno le tenebre,



e che D.o ce la mandi buona.


barbara


2 agosto 2011

EMERGENZA UMANITARIA

Condizione che si verifica quando il numero di bambini malnutriti supera il 30% e ne muoiono 2 al giorno su diecimila.

Stabilito questo, e accertato che a Gaza “Il 51% dei bambini soffrono di gravi carenze vitaminiche” (Umberto de Giovannangeli); che “si è aggravata l’emergenza umanitaria già precaria” (La Repubblica); che è in atto “la più grave crisi umanitaria che si ricordi” (Amnesty International); che vi si sta perpetrando “l’olocausto” e “la Shoah” (Maurizio Blondet), io ESIGO di vedere le foto delle cataste dei cadaveri delle CENTINAIA di bambini che OGNI GIORNO muoiono di fame nella striscia di Gaza. (clic)



barbara


31 maggio 2011

VOLONTÀ DI PACE E DINTORNI

Le mammole e gli sputi

Cari amici, ogni tanto anche i migliori eurarabi parlano dei palestinesi senza troppo rispetto, come se fossero mammolette, pacifisti da sciopero della fame, comparse da film di buona volontà. E invece no, è gente tosta, con le idee precise. Prendete per esempio questa recente intervista di Yasser Qashlaq, un giornalista di origine palestinese che è anche membro del Movimento Free Palestine, che è stato il finanziatore della (fallita) flottiglia libanese per Gaza, naturalmente concessa ad Al-Manar TV, la bellissima e obiettivissima emittente di Hamas. Vi prego, leggete fino in fondo, perché da queste  dichiarazioni viene fuori tutta la nobiltà d'animo, l'eroismo e anche il non antisemitismo di questo grand'uomo. Ha dichiarato dunque:

"Il luogo naturale per [Ehud] Barak è la Polonia, e il luogo naturale per quell'idiota di Netanyahu, è Mosca, mentre il luogo naturale per me è Safed. Vorrei dire a Ben-Gurion: Tu,  deficiente: sappi che un giorno mio figlio piccolo sputerà sulla tua tomba. Faremo deportare i tuoi resti al tuo vero paese in Europa, e torneremo. [...] Come ha detto l'Imam Khomeini, a suo tempo, se ognuno di noi si mettesse a sputare, potremmo soffocare tutti e cinque milioni di loro: il numero di ebrei - quei pezzi di merda umana - nella mia terra è uguale a un terzo degli abitanti del quartiere Nasr City al Cairo. [...] Netanyahu, che dice che il diritto al ritorno deve essere risolto al di fuori di Israele, dovrebbe risolvere il suo problema con il ritorno in patria a Mosca. Si tratta di pezzi di merda umana. Anche Balfour, quando ha dato la mia terra a quei Giudei, disse che stava facendo in modo di sbarazzarsi di loro. Ci hanno portato quei pezzi di merda, e noi adesso dobbiamo gettarli indietro ai loro paesi ".

Non è la prima volta che Qashlaq fa delle dichiarazioni – diciamo - un po' forti. Nel giugno, 2010 diede un' altra intervista, anche questa su Al-Manar TV, dicendo gentilmente agli israeliani, "Salite sulla nave che vi abbiamo mandato, e ritornate ai vostri Paesi. Non fatevi trarre in inganno dai leader arabi del campo moderato. Non sarete mai in grado di fare la pace con noi. I nostri figli torneranno [in Palestina]. Non c'è ragione per la coesistenza. Anche se alcuni dei nostri leader firmassero [la pace] con voi – noi non firmeremo mai. Non lasciatevi ingannare da questi leader. Ritornate ai vostri paesi".

Non ci credete? Vi sembra una macchietta come la vecchia strega di Washington cara amica di Obama che ha detto cose analoghe un anno fa, nel bel mezzo dei luoghi sacri della politica americana? No, vi assicuro, è tutto vero. Guardate qui (http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/5310.htm) l'intervista filmata e anche la trascrizione del testo. Vi auguro buon divertimento. Spero solo che abbiate superato l'età in cui si crede a Babbo Natale (e alla befana) e che non mi rimproveriate di turbare la vostra fede innocente nella volontà di pace dei bravi palestinesi.

Ugo Volli

A coloro che continuano a ripetere che la pace si fa coi nemici, mi permetto di suggerire di andare loro a trattare con questi nemici (e non si illudano di cavarsela col fatto che per loro non sono affatto nemici bensì amici amatissimi: anche Juliano Mer-Khamis e Arrigoni gli avevano venduto il corpo e l’anima, e non gli è andata meglio che a qualsiasi sionista colono invasore occupante predatore estremista eccetera eccetera.
Per completare il quadro vi mando a leggere queste altre riflessioni, sempre di Ugo Volli, e a dare un’occhiata a come funzionano le scuole in Egitto.


barbara


21 maggio 2011

MBÈ, COS’HAI DA GUARDARE?



E voi invece guardate qui.

barbara


18 maggio 2011

VOGLIAMO FARE IL PUNTO DELLA SITUAZIONE?

Nakba e Nakba bis

Le esili, ingenue speranze (“spes contra spem”, avrebbe detto Sant’Agostino) che la cosiddetta “primavera araba” avrebbe finalmente aperto uno spiraglio di luce anche sull’impervio terreno delle prospettive di pace in Medio Oriente, dunque, sono durate il breve spazio di un mattino. Le dotte argomentazioni costruite, per esempio, sul piccolo dato di fatto che nelle piazze non si sarebbero viste bruciare le bandiere israeliane (che evento eccezionale!) si sgonfiano come palloncini; le tristi, facili profezie delle varie Cassandre, che temevano che si sarebbero presto rimpiante le plumbee dittature vitalizie dei vari Mubarak e Ben Alì, sembrano avere colto nel segno. Lo spettacolo delle marce “spontanee” dei cosidetti “profughi palestinesi”, mosse nei giorni scorsi contro i confini dell’odiatissimo Israele, sembrano infatti seppellire anche la più azzardata, la più estrema e irrealistica delle illusioni, frantumando qualsiasi miraggio di pace, la più pallida ipotesi di una pur minima possibilità di ragionamento, di dialogo.
Coloro che sono andati a premere contro i confini di Israele, cercando di entrarvi con la forza (non importa su suggerimento di chi, seguendo quali impulsi o strategie), non chiedevano allo stato ebraico di smantellare qualche colonia, di modificare qualche comportamento o di spostare qualche linea di demarcazione. Chiedevano a Israele, semplicemente, di non esistere, ribadendo il semplice, elementare messaggio espresso dalle annuali celebrazioni della “Nakba”, la “catastrofe”. Su quanto sia piacevole vivere fianco a fianco con qualcuno che considera la tua esistenza la più grande sciagura della storia, tanto da eleggere il tuo compleanno a giorno di lutto disperato, c’è poco da dire. Così come siamo tristemente abituati all’interpretazione di tali gesti (tristi e sgradevoli quanto si vuole, ma tutt’altro che ermetici) da parte dei mass media e dei commentatori politici, che sembrano ridurli a meri umori o stati d’animo, spesso dimostrando aperta simpatia di fondo per i manifestanti, che agirebbero in risposta a sopraffazioni subite, o sarebbero mossi da ideali di libertà, giustizia, pace, autodeterminazione ecc. Ci sarebbe, forse, bisogno di ripetere che il 14 maggio del 1948, il giorno della Nakba, era il giorno in cui avrebbe dovuto nascere anche lo Stato palestinese, soffocato sul nascere dagli eserciti di cinque nazioni arabe? Chi celebra la Nakba, in realtà, non maledice soltanto la nascita di Israele, ma anche la stessa idea dell’eventuale nascita di una Palestina libera, indipendente e sovrana.
Eppure, i palestinesi dicono di desiderare ardentemente di “nascere”, come stato sovrano. Sono talmente impazienti che hanno detto alla loro ‘madre’ designata, l’Assemblea Generale dell’ONU - che, per ora, custodisce amorevolmente in grembo l’embrione - che, a settembre, comunque vada, senza stare a sentire nessun medico e nessuna ostetrica, “nasceranno”. Ma già si sa, purtroppo, che sarà una nascita mancata, impedita: una “non nascita”, proprio come quella del 1948. A tutti gli effetti, una “Nakba bis”. 

Francesco Lucrezi, storico


Ecco, io di speranze no, non ne ho nutrite neanche per un attimo, neanche esili, perché troppo chiari erano i segni, fin dal primo istante.
Restando in tema di “nakba” mi sembra interessante una riflessione di Marcello Cicchese.



La "Nakba", ovvero il fallimento di un massacro annunciato

«
Dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania al popolo palestinese che vive nella diaspora: tutti si stanno preparando per celebrare il 63o anniversario della Nakba, la "Catastrofe" palestinese», così annuncia un sito che fa propaganda al movimento terroristico Hamas. Certo, è un giorno di lutto per persone di quel tipo.
Il 15 maggio 1948, il giorno seguente la dichiarazione di fondazione dello Stato d'Israele da parte di Ben Gurion, il nuovo stato fu attaccato dagli eserciti di cinque stati arabi: Egitto, Siria, Giordania, Libano e un contingente dall' Iraq. L'allora segretario della Lega Araba, Azzam Pascià, avvertì solennemente dicendo che sarebbe stata

«una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei mongoli e delle crociate».


Per questo si fa cordoglio: perché è fallito il tentativo di prolungare l'olocausto nazista massacrando anche gli ebrei che dopo secoli di persecuzioni e peregrinazioni avevano fondato il loro Stato sulla loro terra.

Marcello Cicchese

(Notizie su Israele, 15 maggio 2011)

Nel frattempo i palestinesi tosti rimpiangono i tempi in cui si massacravano gli ebrei a tutto spiano e si augurano di poter presto riprendere la simpatica usanza; quelli buoni invece aspettano che Israele sparisca da solo, mentre quelli furbi si organizzano dei begli attentati contro se stessi per provocare una robusta carneficina di arabi di cui incolpare i perfidi giudei. E l’ANSA, tanto per non smentirsi mai, spaccia per incidente stradale un attentato terroristico in cui un camionista arabo travolge una bella botta di ebrei al grido di “Allahu akhbar” e “Morte agli ebrei”. Così, giusto per gradire...

barbara


16 maggio 2011

DI CAMPI PROFUGHI E ALTRI ANIMALI

Immaginate che una ONG neozelandese arrivi qui a portare aiuti umanitari e sostegno morale a un campo profughi della pianura Padana. Dice, ma chi è che ci sta in questo campo profughi? Italiani. Italiani? Sì, italiani, embè? Dice, ma da dove vengono questi profughi italiani? Eh, da varie parti: da Bergamo, da Lodi, da Monza, da Crema... Dice no, scusa, ma sono tutti di qui! Sì, embè? Dice, ma se sono tutti a casa loro, perché si chiamano profughi? Come perché, si chiamano profughi perché stanno in un campo profughi, cosa c’è di così complicato da capire? Dice, ma perché stanno in un campo profughi? Perché sì, ci devono stare, come ci sono stati i loro genitori e i loro nonni e come ci stanno le loro mogli e come ci staranno i loro figli e i loro nipoti e... Ma non c’è soluzione? No, non c’è. E la colpa di chi è? Della Svizzera. Ah, è la Svizzera che li ha costruiti? No, è l’Italia. Ma per volontà della Svizzera? No, per volontà dell’Italia. Ma è la Svizzera che ci ha messo dentro questa gente? No, è stata l’Italia. Ma è la Svizzera che vuole che ci rimangano? No no, è l’Italia. Ma allora, scusi, cosa c’entra la Svizzera? La Svizzera c’entra sempre, ed è sempre colpa sua.
Vi sembra una fantasia demenziale? Vi sembra da abuso di droghe pesanti che qualcuno immagini dei campi profughi italiani in territorio italiano con dentro profughi italiani? Vero. Però nessuno trova non dico demenziale, ma neppure un pelino sorprendente il fatto che vi siano campi profughi palestinesi in territorio palestinese sotto sovranità palestinese con amministrazione palestinese costruiti da palestinesi popolati da palestinesi. E che ogni volta che si parla di questi campi profughi il dito accusatore si levi contro Israele.

barbara


21 aprile 2011

PALESTINA

Quasi tutti i miei interlocutori sono stati profondamente segnati da una costante, se non quotidiana, esperienza di antisemitismo nella loro infanzia: sentirsi gridare “sporco ebreo!”era un’abitudine. I polacchi avevano un vasto repertorio di nomignoli dispregiativi per gli ebrei: zydek, zydy, zydowa, zydziak, zydlak... «Come facevamo a sentirci polacchi, se nessuno ci considerava tali?» mi disse Herman Krol, un ebreo di Konin che aveva combattuto nell’esercito polacco. «“Ebrei, tornatevene in Palestina!” ci urlavano» (Theo Richmond, Konin, p. 258)

“Ebrei, tornatevene in Palestina!” urlavano. Poi qualche anno dopo ci sono finalmente tornati, e da allora quegli stessi soggetti che fino a un momento prima avevano urlato tornatevene in Palestina, hanno preso a urlare “Ebrei, fuori dalla Palestina!”. E ancora non hanno smesso.
(Siccome oggi stavo troppo male per riuscire a partire, ho rimandato a domani, e ne approfitto per mettere quest’altro piccolo post).


barbara


8 aprile 2011

COME FU CHE LA “PALESTINA” SI POPOLÒ

Se il sionismo fu percepito come un movimento esclusivamente europeo, ciò è dovuto al fatto che la specificità della condizione dhimmi, con le sue componenti di insicurezza e di tragica vulnerabilità, fu occultata. Il sultano ottomano aveva dichiarato che non avrebbe fatto della Palestina una seconda Armenia. Ovviamente, le velleità nazionalistiche degli ebrei nelle piccole comunità isolate e sporadiche del suo immenso Impero sarebbero state stroncate con maggior ferocia di quanto non fosse accaduto con il nazionalismo armeno, che pure era ben organizzato e armato dalla vicina Russia. Il massacro dei nazionalisti cristiani nei Balcani e il genocidio armeno mostravano agli ebrei del dar al-islam, privi di qualsiasi protezione, il prezzo di sangue da pagare per la libertà. Prigionieri di questa realtà, essi evitarono di schierarsi apertamente per il sionismo, poiché perfino nell'epoca di transizione rappresentata dalla colonizzazione europea essi rischiavano la vita. Del resto, di ciò si ebbe un’ulteriore conferma quando i paesi arabi decretarono il sionismo un crimine passibile della pena capitale.
Tuttavia furono elaborate altre forme di partecipazione clandestina o camuffata, anche se in Oriente non emersero certi tratti specifici del sionismo occidentale, come il fallimento dell’assimilazione, esemplificato alla fine del XIX secolo dall’affaire Dreyfus. È evidente che un «affaire Dreyfus» non avrebbe mai potuto verificarsi in oriente, dove nessun ebreo o cristiano aveva accesso a cariche importanti in uno stato maggiore musulmano. A maggior ragione, mai un paese islamico sarebbe stato così turbato, come lo fu la Francia, dall’ingiusta condanna inflitta a un ebreo o a un cristiano, e perfino a un musulmano. Lo studio del sionismo in Oriente progredirebbe certamente se smettesse di riferirsi in modo esclusivo agli schemi occidentali, estranei al fenomeno, per esaminare invece gli elementi storici e politici del rapporto dar al-islam-dhimmi e le sue modalità di sviluppo. Da questi aspetti emerge che la liberazione di una «terra di dhimmitudine», la Palestina, soggetta alle regole di conquista del jihad, non poteva essere innescata che dall’esterno del dar al-islam – com’era accaduto per altri popoli, in particolare per gli armeni - e che tale ruolo spettava all’ebraismo occidentale.
Secondo Volney, alla fine del XVIII secolo la popolazione della Palestina ammontava a circa 300.000 abitanti, cifra che, nel secolo seguente, aumentò in seguito all’arrivo dei musulmani in fuga dall'Europa. Nel 1878, infatti, una legge ottomana aveva decretato l'assegnazione di terre palestinesi ai coloni islamici, insieme a dodici anni di esenzione dalle tasse e dal servizio militare. Così, nella zona del monte Carmelo, in Galilea, nella piana di Sharon e a Cesarea furono assegnati appezzamenti di terra ai musulmani slavi dell’Erzegovina e della Bosnia; i georgiani furono insediati nella regione di Qunaytra, sulle alture del Golan e i marocchini in bassa Galilea. In Transgiordania e in Galilea i turkmeni, i circassi e i cerkessi, che fuggivano la russificazione della Crimea, della Caucasia e del Turkestan, si ricongiunsero alle tribù che li avevano preceduti nel XVIII secolo stabilendosi ad Abu Ghush, presso Gerusalemme. Inoltre, intorno agli anni ‘30, circa 18.000 fellah egiziani erano emigrati a Gerico, Giaffa e Gaza, e nel 1830, in seguito all’occupazione francese, migliaia di algerini, guidati dall’emiro ’Abd al-Qadir, avevano scelto l’esilio insediandosi in Siria, sulle alture del Golan, in Galilea e a Gerusalemme.
Sempre in Terra Santa, le popolazioni cristiane indigene o immigrate dal Levante e dalla Grecia potevano contare sulla protezione europea o russa, che invece mancava agli ebrei palestinesi. Dopo la guerra di Crimea, infatti, furono decretate consistenti concessioni territoriali alla Francia in favore dei cattolici, all’Inghilterra per i protestanti, all’Austria per i luterani, alla Russia per gli ortodossi e gli armeni.
Nel 1887 il divieto di emigrare in Palestina, di risiedervi, di acquistarvi terreni e di vivere a Gerusalemme fu applicato soltanto agli ebrei, sia stranieri che raya, ma non ai cristiani né ai musulmani. Tuttavia, gli sforzi del sultano per fermare il ritorno degli ebrei in Palestina furono in parte inefficaci. Infatti la proibizione ai soli ebrei europei - e non ai cristiani - di visitare la Palestina, di insediarvisi e di acquistarvi terre era il frutto di una discriminazione religiosa assente dalle capitolazioni siglate tra la Porta e gli stati europei. Fu in virtù di tali trattati, stipulati tra i sultani ottomani e i paesi occidentali sulla base della reciprocità, che gli ebrei europei poterono intraprendere questa prima e cruciale fase della lotta sionista, mentre quelli residenti nei paesi islamici - sudditi ottomani e non - essendo privi di tale requisito, furono respinti. Grazie ad alcuni filantropi europei, la comunità ebraica palestinese poté dotarsi di dispensari e ospedali e acquisire dei terreni.
Di fatto la marginalizzazione dei raya e alcuni elementi specifici dell’ebraismo europeo concorsero a limitare la prima fase dell’immigrazione sionista in Palestina a popolazioni provenienti in maggioranza dall’Europa. Questi fatti vengono citati qui solo per mettere in rilievo la totale ignoranza del contesto della dhimmitudine.
La dispersione del popolo ebraico costituiva il principale ostacolo alla realizzazione della sua indipendenza. A differenza dei cristiani del Levante, miseri resti di nazioni ostili tra loro, gli ebrei, malgrado la loro frammentazione, presentavano una relativa omogeneità e potevano contare su un consistente sviluppo demografico. Ma al contrario dei cristiani balcanici, ancora assai numerosi nelle loro patrie, gli ebrei palestinesi, che uscivano da oltre un millennio di dhimmitudine, costituivano una comunità esangue, tanto più umile e vulnerabile in quanto attirava molte persone anziane e devote che si recavano a morire in Terra santa.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.279-281).

Ecco, dopo che la regione - ribattezzata col nome di Palestina dai conquistatori romani per cancellare persino il ricordo del suo legame col popolo ebraico - in seguito alla nascita dell’islam era stata islamizzata e arabizzata a suon di massacri e di conseguenza devastata e spopolata (come vi ho fatto leggere qui), in epoche più recenti è stata ripopolata nel modo che abbiamo visto. Ma per qualcuno, si sa, le leggende sono molto più affascinanti della realtà, e quindi continueranno a chiudere occhi e orecchie sui fatti per poter continuare a inseguire la loro leggenda nera dei perfidi giudei che invadono terre altrui e se ne impadroniscono a suon di pulizie etniche (e magari vi scannano i poveri bimbi per impastare le azzime col loro sangue). E, soprattutto, continueranno a costruire muri di menzogne.


barbara


7 aprile 2011

CHI VUOLE DAVVERO LA PACE



in quel di Palestina, finisce male



molto male.



(E in un sito filo palestinese ho letto che “Secondo le prime ricostruzioni un commando lo ha freddato come in un regolamento di conti. Le prime voci, in città, parlano di estremisti palestinesi. L’unica certezza, per ora, è la morte di uomo che ha fatto della cultura la sua arma di resistenza.”. Chissà, forse aveva messo gli occhi addosso alla moglie del vicino di casa e quello si è vendicato...)

barbara


28 marzo 2011

ACQUA

Testimonianza dai “Territori occupati”, ridotti alla disperazione a causa dello spietato tallone di ferro dell’infame occupante sionista che li priva di tutto.

Dopo che "la guida" aveva piagnucolato tutta la giornata sui poveri palestinesi lasciati senz'acqua dai perfidi israeliani, con le case con le cisterne sui tetti per raccogliere le poche gocce di acqua piovana, e i bambini che si ammalano di dissenteria per questo motivo, sono andata in un bagno (eravamo in territorio palestinese) e ho trovato il rubinetto bloccato sul massimo flusso senza che si potesse chiuderlo. La cosa mi ha disturbato moltissimo, perché penso che in quei luoghi e in generale dappertutto, l'acqua sia un bene prezioso, ma alle mie segnalazioni mi hanno risposto che la cosa non mi riguardava.
M. D.

Qui potete vedere un altro documento della drammatica carenza d’acqua di cui soffrono i poveri palestinesi a causa dei perfidi giudei, questa



è la piscina olimpionica di Gaza e qui



vanno quei poveri bambini per dimenticare un attimo le privazioni che i loro perfidi vicini infliggono loro.


barbara


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25 marzo 2011

UN PO’ DI TIZIO DELLA SERA

di cui sono rimasta vergognosamente in arretrato, per cui adesso vi scodello un po’ di roba recuperata.


L'ingorgo

Il fatto è, pensa il Tizio alla finestra mangiando i taralli salati di zia Marghitta, che la Storia sta ancora facendo le sue domande e noi vorremmo già avere le nostre risposte. E' quasi sera e dal davanzale guarda il serpeggiare del viale. Col crepuscolo, sfuggono i pini e le macchine incolonnate che vanno avanti a sussulti. Mastica i taralli. Da giorni e giorni ci sono parole incolonnate e brividi surriscaldati. Se poi Gheddafi vince, se il popolo perde la libertà o se finalmente  la conquista; se la loro libertà e quella conquistata al Cairo non fossero quello che intendiamo noi, lo vedi che hanno riammazzato i cristiani; pensa proprio  "la loro libertà" e un poco si vergogna, perché la libertà è di tutti e gli dispiace essere così guardingo.
Giù per l'esofago un altro tarallo dal pacco di quelli piccanti: se sia giusto pensare che la libertà, sgranocchia il Tizio, percorra solo le strade che dice il telegiornale; e se dietro la gigantesca turbolenza che non cessa, ci sia davvero Al Quaeda e il Manigoldo dice la verità; e come sia, si domanda il Tizio bevendo dal bicchiere appannato un sorso di struggente coca ghiacciata, e come sia  la verità eventualmente detta dal Manigoldo, e come sia bere la coca deliziosa mentre a poche centinaia di chilometri i mig vecchi ma efficaci bombardano le città; se sia possibile che un tiranno sia meno carogna di altre carogne e in che strettoia siamo finiti. E se la libertà di un popolo possa avere colore, o l'esigenza di pensare senza essere frenati sia da considerare superiore a qualsiasi ideologia ed è giusto proteggere questa esigenza dei popoli, e se a proteggerla ci sia il rischio che un giorno questa tolleranza si ritorca contro l'Occidente, gli Ebrei, i Cristiani, l'Europa, l'Italia solitaria davanti all'Africa e contro il Tizio alla finestra che mangia i taralli - e così i taralli vengono proibiti per sempre. O potrebbe succedere che l'ondata della libertà araba cambi il nostro tempo in un tempo nuovo, di inesplorate possibilità.
E' buio. Nel viale, gli autobus e le auto hanno le luci accese. Ah, sapere già tutto.  

Il Tizio della Sera


Questioni di stile

Lo stilista John Galliano, celebre per le creazioni con Dior, e ora per l'antisemitismo che ha creato in un bar sotto Dior, è divenuto altresì celebre per il suo immediato licenziamento avvenuto qualche piano sopra il bar, negli uffici di Dior, e per la rapidità estrema delle sue scuse agli ebrei, e probabilmente a Dior, forse nell'ascensore di Dior.
Dopo avere negato di avere mai detto le frasi antisemite nel bar sotto Dior che frequenta tutti giorni, litro dopo litro, ha chiesto subito scusa per le frasi antisemite dette nel bar sotto Dior. Ci si domanda come faccia uno stilista a mancare così tanto di stile. Forse è il suo stile. In ogni caso, gli rivolgiamo l'estremo saluto. Addior.

Il Tizio della Sera



Cinema 

Il tempo si riavvolge come una vecchia pellicola e riparte il film. La fermata degli autobus, barelle che passano, Gerusalemme. Lo sguardo si appunta su chi è vivo: un hassid è uguale ad altri hassidim; un giovane con la barba incolta urla a un poliziotto, il poliziotto non fa niente; un infermiere si muove con calma tra le lamiere contorte, come in un familiare spazio domestico: al posto dei mobili, macerie.    
La vita è bella?   

Il Tizio della Sera

Non aggiungo commenti. Non posso farne, non ho parole per farli quando c’è chi massacra per il gusto di massacrare,



quando vedo, come troppe volte ho visto, ripartire l’inarrestabile escalation di violenza, di missili lanciati, di innocenti assassinati, di attacchi terroristici,che lasciano sul terreno morti



e feriti,  e al di là della linea di confine freneticamente festeggiare, come documenta questa foto presa dal Palestine Time



(e se andate qui potete trovare l’articolo in arabo, che in google translate vi spiegherà quanta ragione hanno di festeggiare, visto che da così tanto tempo i poverini erano digiuni di un bell’attentato su un autobus). No, non farò commenti. Mi limito a invitarvi, se ve la cavate con l’inglese, a leggere questo e a dedicare alle vittime, rubandola al dolcissimo Giulio Meotti, questa musica sublime.


barbara


12 febbraio 2011

QUELLA BUFFONATA DELL’OCCUPAZIONE

Mentre continuano i disordini in Egitto, e mentre le giravolte della politica americana fanno pensare che qualcosa di molto importante si sia rotto nella capacità cognitiva e strategica dell'Amministrazione, viene in mente un piccolo fatto assolutamente autentico che aiuta un poco a capire le sensibilità delle parti in Medio Oriente. In una tranquilla giornata a Hebron in Cisgiordania - circa negli anni '80 - una camionetta dell'esercito israeliano stava svolgendo un normale lavoro di pattugliamento nelle strade della città occupata. A bordo, al comando di un sergente, il guidatore e due soldati semplici, tutti di un reggimento della riserva. Il sergente aveva dato l'ordine di montare il mitra pesante su una fiancata, con il cinturone dei proiettili ben visibile accanto ma fuori dalla canna, per evitare che un sobbalzo dell'automezzo potesse far partire un colpo a vuoto causando una tragedia. A un certo punto si avvicina un palestinese locale e puntando il mitra col dito dice: "Il vostro esercito israeliano, il famoso Zahal, fa ridere. Quando qui a Hebron, prima del 1967, c'erano i Giordani della Legione Araba, i proiettili li tenevano dentro il mitra, non fuori. E quando c'era bisogno, sparavano sulla folla senza preavviso. Quello sì era un esercito, non quella buffonata della vostra occupazione". (Sergio Della Pergola su Moked)

Chi conosce davvero qualcosa del mondo arabo, queste cose le sa perfettamente: sa quali sono i principi e i valori della cultura araba, sa che cosa l’arabo rispetta e che cosa disprezza, sa quali sono le cose giuste da fare e quali assolutamente evitare. Poi ci sono i dilettanti della politica, i saltimbanchi da circhetto di periferia che si improvvisano attori del Metropolitan, e tendono sorridenti la mano a chi non aspettava altro. Per mozzargliela. E, cosa che ci riguarda più da vicino, per mozzare poi anche un bel po’ di teste intorno.

barbara


19 dicembre 2010

CONSIGLI PER IL NATALE IN ARRIVO

"Kauf nicht bei Juden", non comprare dagli ebrei. Goebbels ? No, palestinesi cristiani

Nel periodo delle feste si diffondono spesso messaggi che invitano a fare doni altruistici, un po' per mimetizzare qualche opera buona nell'orgia consumistica del regalo universale, un po' per sfruttare l'idea che questo è il periodo in cui tutti sarebbero chiamati ad essere buoni.
Queste comunicazioni sono naturalmente molto diffuse e rimbalzano fra i vari mezzi di comunicazione, tanto che ne arrivano spesso anche a chi con le feste cristiane non c'entra. A me personalmente ne sono arrivati un paio molto interessanti, che voglio riferirvi qui.
Queste comunicazioni invitano i "Christmas shoppers" cioè i consumatori natalizi (mirabili creature generate dal matrimonio del marketing con la religione, peccato essere doppiamente fuori target), a realizzare un grande desiderio del buon cristiano; scrive: "All I Want for Christmas is an End to Apartheid". (Tutto quel che voglio per Natale è la fine dell'Apartheid"). Cioè – rendendo trasparente la fraseologia propagandistica – la distruzione di Israele come soggetto autonomo e diverso dalla "Palestina".
È il messaggio diffuso dalla "Voice of the Palestinian Christians", in un due formati diversi: uno più secco con l'elenco di dieci marche israeliane (da Ahava a Sabra) e non (dall'Oreal, a Motorola a Intel) da boicottare (qui
). E uno più religiosamente untuoso con abbondanti citazioni di Isaia, che predica contro un governo israeliano che "divora la terra palestinese" (qui) e "non cammina sulla strada della pace – la quale secondo il messaggio richiede sacrifici dalla due parti, ma i palestinesi li hanno già fatti e dunque ora bisogna "premere" su Israele. A queste voci si è unita quella del sindaco di Betlemme, cristiano-palestinese anche lui, che chiede come regalo di Natale "sanzioni commerciali, sanzioni sportive, sanzioni educative, sanzioni culturali" contro Israele, perché "le sanzioni sono la sola strada, negoziare è una perdita di tempo". (qui).
Naturalmente tutte queste sanzioni non riguardano tanto gli israeliani intesi come cittadini di uno stato, quanto gli ebrei, come componente maligna di quello stato o suoi sostenitori.
Per dirne una, Wikileaks ha appena rivelato che ci fu addirittura una decisione della Lega araba per boicottare i film di Spielberg. Come il mondo "progressista" e antimperialista si trovi a imitare gli slogan nazisti ("Kauf nicht bei Juden", non comprare dagli ebrei, ripetevano i propagandisti di Goebbels), meriterebbe una certa attenzione.
Ma dato che siamo sotto Natale, concentriamoci invece sull'aspetto religioso. Che un atto di guerra a Israele (guerra "con altri mezzi", non direttamente violenti, ma sempre guerra) possa essere un regalo di Natale, che fra l'altro è la festa di compleanno di un ebreo patriottico com'era evidentemente Gesù, come si concili con la religione dell'amore, è una questione interessante, che lascio alla riflessione di chi crede in Lui.
Resta il fatto che le cose stanno proprio così, che quella contro Israele (anzi contro gli ebrei) è una guerra di religione non solo da parte islamica, dove questo è del tutto evidente; ma anche da parte di settori minoritari ma consistenti del mondo cristiano. È quel che è emerso dal recente sinodo dei vescovi cattolici in Medio Oriente, quel che risulta evidentissimo dalle pubblicazioni di un'entità ufficiale della Chiesa cattolica come Pax Christi, ma anche dalle recenti decisioni di boicottaggio dei presbiteriani americani, una denominazione cristiana piccola ma influente eccetera. Anche qui, lascio alla loro coscienza la riflessione su perché si impegnino proprio contro Israele e non su Cipro (dove i Turchi hanno invaso e opprimono dei Cristiani), la Cecenia, il Sahara occidentale, il Sudan e altri mille posti: non sarà per un "odio antico" e tutto teologico contro gli ebrei?
C'è un altro punto che voglio sottolineare: le guerre politiche finiscono facilmente prima o poi con un compromesso, dato che si tratta di dissidi mondani e secolari, che ammettono mediazioni. Ma una guerra religiosa, per esempio quella contro un "peccato contro Dio", come la dichiarazione "Kairos-Palestina" letta al Sinodo definisce Israele, può finire solo con la distruzione totale del nemico: cioè in questo caso con una nuova Auschwitz.
Questo è quello che cercano, al di là delle dichiarazioni fintamente ecumeniche, gli amici dei cristiani palestinesi, i pacifisti di Pax Christi, i compilatori di Kairos Palestina. Lo stesso che cercava Hitler con l'accordo del Muftì di Gerusalemme. Io posso augurar loro solo, nella ricorrenza del loro Natale: che Dio li perdoni. Io non ne sono capace.

Ugo Volli (informazione corretta)

Nel frattempo apprendiamo da
http://www.nuitdorient.com/ N° 25 che d’ora in poi in Turchia non sarà più consentito a israeliani e graci di acquistare terre nel Paese. Gli altri stranieri possono acquistare fino a dieci ettari, tranne Iran, Siria, Arabia e stati del Golfo, per i quali non vi sono limiti di superficie acquistabile. (P.S.: non solo tu, Ugo)

barbara


24 ottobre 2010

SGRANOCCHIANDO PISTACCHI

Il titolo di questo post, scritto circa cinque anni fa e pubblicato nell’altro blog, era ispirato da un articolo del Corriere della Sera. Sia il titolo che il tema mi sembrano ancora drammaticamente attuali, e per questo penso che possa valere la pena di riproporlo.

Dal Corriere della Sera di oggi: “Il presidente della Repubblica Jalal Talabani ieri ha redarguito i Paesi arabi che si dicono «fratelli» del nuovo Iraq ma poi non mandano a Bagdad un ambasciatore che sia uno. Il suo predecessore, il sunnita Ghazi Al Yawar, un anno fa accusò gli stessi vicini di star seduti «dondolando le gambe e sgranocchiando pistacchi», mentre gli iracheni «muoiono per mano dei terroristi»”. Sembra, in effetti, che sgranocchiare pistacchi sia una delle attività preferite da gran parte dell’umanità: un sacco di europei sgranocchiavano pistacchi mentre la più nefasta delle dittature si impossessava della Germania per estendere poi i suoi tentacoli su tutta l’Europa. E continuavano a sgranocchiare pistacchi mentre gli ebrei venivano sterminati nelle camere a gas. E tutto il mondo arabo ha sgranocchiato pistacchi mentre una parte del mondo arabo induceva i palestinesi a lasciare le proprie case e li rinchiudeva in squallidi campi profughi. E il mondo ha continuato a sgranocchiare pistacchi mentre agenti stranieri, perseguendo le proprie politiche personali, inventavano la “causa palestinese” e la prendevano in mano, usando sia come armi che come proiettili sempre i palestinesi. Il mondo intero ha sgranocchiato pistacchi mentre in Cambogia veniva eliminato un quarto dell’intera popolazione. E ha sgranocchiato pistacchi mentre in Ruanda si consumava un genocidio. E sgranocchiamo pistacchi sui massacri del Darfur, sulle donne musulmane private di ogni diritto e di ogni dignità, sulle bambine arabe prima stuprate e poi assassinate – o “legalmente” condannate a morte – perché portatrici di disonore, sugli omosessuali impiccati, sui giornali chiusi, su una “resistenza” che massacra i propri inermi concittadini, su un terrorismo che avanza e ci incalza, e non si trova di meglio che puntare il dito contro le vittime.

E se provassimo tutti, una volta al giorno, per cinque minuti, a smettere di sgranocchiare?

E se invece che cinque anni fa, lo avessi scritto cinque ore fa, la lista sarebbe ben più lunga. Non vi annoierò con l’elenco completo di tutti gli eventi, tutte le tragedie, tutti i crimini sui quali il mondo intero ha allegramente sgranocchiato pistacchi, ma uno almeno è doveroso ricordarlo: il sinodo dei vescovi sul medio oriente. Quel sinodo in cui Israele e l’ebraismo tutto sono stati attaccati con una violenza e con una perfidia mistificatrice che dovrebbero lasciare sgomenti; quel sinodo in cui questi sono stati definiti un “corpo estraneo” che “corrode” e che “non è assimilabile”: quella cosa che il nazismo chiamava esplicitamente cancro mentre il sinodo preferisce ricorrere a perifrasi, ma il concetto è quello, e si comprende perfettamente; quel sinodo che ha imboccato una strada identica a quella che, ottant’anni fa, ha avuto come capolinea le camere a gas. E con le uniche eccezioni di Ugo Volli (qui e qui) e Giulio Meotti, sembra proprio che nessuno abbia smesso di sgranocchiare pistacchi, dondolando pigramente le gambe.
Sarebbe già una consolazione poter sperare che alla fine vadano di traverso solo agli sgranocchiatori, ma la storia insegna che non sarà, purtroppo, così.


barbara


14 ottobre 2010

LA SPAGNOLA SA AMAR COSÌ

bocca a bocca la notte e il dì



stretti stretti nell’estasi d’amor

(e poi vai a leggerti questo, che un bel promemoria non è mai di troppo)

barbara


14 ottobre 2010

MILLE E UNO MODI PER DISINFORMARE

Dunque succede che un blog dà una notizia, un altro blog la riprende, altri la ampliano, e insomma, la notizia gira. La notizia sarebbe che è uscito un libro di testo che racconta le vicende israelo-palestinesi sia dal punto di vista israeliano che da quello palestinese e, pensate un po’, avete pensato bene? Sì? Ecco, è così, i bravi buoni onesti intelligenti palestinesi lo hanno adottato, i perfidi giud sionisti invece no. Potete trovare la notizia qui (poi parzialmente corretta ma non smentita in seguito a un intervento nei commenti), che sarebbe un blog che si pretenderebbe neutrale, diciamo equivicino, in cui capita però spesso e volentieri di leggere cose che sembrano molto più equivicine a una parte che all’altra, e capita che chi puntualizza a favore di Israele viene rimbeccato, e capita che chi scrive nei commenti che Gaza non è un campo di concentramento bensì di sterminio non viene invece rimbeccato neanche un po’. Vabbè. La notizia, dicevo. Viene data con grande risalto, ma poi salta fuori lui che spiega che no, non è proprio proprio esattamente così che stanno le cose (e ne parlano tra l’altro anche loro). E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, salto fuori anch’io, che quel libro l’ho letto sette anni fa quando è uscito in Italia – e non dite poi che non siamo all’avanguardia! – e ne ho fatto la recensione per il sito ebraismo e dintorni, che adesso non esiste più ma a quel tempo esisteva, e questa recensione adesso ve la beccate, perché ve la schiaffo qui.

Confesso: a pagina 35 mi sono fermata. Perché non sono più tanto giovane. E poi ho anche l'ulcera e quindi, scusate, qualche riguardo me lo devo proprio. E come può reagire una povera ulcera, leggendo un passo come questo? "Al 1917 si aggiungono gli anni 1929, 1933, 1936, 1947, 1948, 1967, 1987, 2002, e tante altre date ancora, che rappresentano le infinite tragedie, guerre, sofferenze, uccisioni, distruzioni, esili e altri disastri subiti dal popolo palestinese". Ora, noi che di cose israelo-palestinesi ne mastichiamo da un bel po', sappiamo benissimo che quelle sopra riportate sono date di immani massacri di ebrei da parte degli arabi, di guerre scatenate dagli arabi per distruggere Israele e sterminare gli ebrei e altre simili amenità, ma la maggior parte dei lettori, che già faticano a ricordare le cose dell'altroieri, che cosa ne possono sapere? "Coraggio individuale e intelligenza collettiva", "rispetto reciproco dell'altro" "ammirevole accettazione di coesistere": queste cose, secondo le varie presentazioni, introduzioni, prefazioni, troviamo in questo libro, in cui un gruppo di professori israeliani e uno di professori palestinesi scrivono, separatamente ma in contemporanea, la "storia di Israele". Fra virgolette, naturalmente, visto che la storia raccontata dai palestinesi è quanto di più fantasioso si possa immaginare: ci narrano di un Sir Moses Montefiore che già dal 1845 aveva progettato l'espulsione di tutti gli arabi dalla Palestina; di un Israele che occupa il 77% della Palestina, quando sappiamo che il 78% è occupato dalla Giordania (su terra rubata dalla Gran Bretagna ai pionieri ebrei!) e il rimanente 22% è ulteriormente diviso fra ebrei e arabi; arrivano ad affermazioni deliranti come questa: “Questo portò all’usurpazione della patria e alla dispersione di un intero popolo, fatto senza precedenti nella storia", e sono talmente bravi storici da confondere gli arabi con gli ottomani e la Palestina con l'Asia Minore! Facile ipotizzare che il lettore comune immaginerà che ognuna delle due parti tiri acqua al proprio mulino, farà la tara ad entrambe le versioni e concluderà che la verità sta più o meno nel mezzo.
Comunque, io ho l'ulcera, ma voi, anche se non l'avete, lasciate perdere lo stesso: sarebbero in ogni caso tempo e soldi buttati via.

Ecco, adesso anche a voi è chiaro l’altissimo valore morale ed educativo del libro che i perfidi giud sionisti non hanno voluto introdurre nelle proprie scuole, il grandissimo incentivo alla pacifica coesistenza e alla concordia a cui hanno dato un calcio e, last but not least, la cristallina onestà degli storici palestinesi. Per non parlare di quella di certi sedicenti giornalisti che hanno dato la “notizia” nella forma che ho detto all’inizio.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.


10 ottobre 2010

COME SI FABBRICANO I MITI

Quello degli israeliani cattivi, per esempio, colonialisti, violenti, razzisti, disumani. Qui la notizia del politico israeliano che investe spietatamente due poveri ragazzini palestinesi con la propria auto, ferendoli piuttosto seriamente e senza farmarsi a soccorrerli (grazie alla segnalazione di Marcello), con tanto di “warning” per la crudezza delle immagini che ci accingiamo a vedere; e qui il video completo, comprensivo delle sequenze tagliate dalla messinscena, e con fermo-immagine e rallentamenti che ci permettono di capire che cosa esattamente è successo (grazie a Marco Reis per la ricerca). E dunque ancora una volta, per l’ennesima volta, un tentativo palestinese – questa volta per fortuna fallito – di assassinare degli israeliani (il politico e il bambino seduto al suo fianco) viene spacciato per un tentativo israeliano di assassinare dei palestinesi.

barbara


8 ottobre 2010

LETTERA DI UN ARABO MUSULMANO

Pubblicata qui in inglese, ebraico e arabo.

Sono un arabo mussulmano, cittadino israeliano.
Non ne posso più di quella bugia chiamata “il popolo palestinese” ed è giunto il momento per un arabo, di esprimersi apertamente.
Noi arabi che viviamo in Israele siamo semplicemente arabi.
Non siamo mai stati palestinesi, perchè non c'è mai stata una cosa chiamata “popolo palestinese”.
La maggioranza degli arabi israeliani sono nati nello stato di Israele. I nostri avi sono giunti qui da vari stati arabi negli ultimi 120 anni, cercando lavoro e sostentamento offerti dagli ebrei o dagli inglesi in quei 30 anni in cui hanno governato la regione.
È vero che un numero insignificante di arabi hanno vissuto qui anche prima, sotto il dominio turco-ottomano durato 400 anni.
Questi sono morti e i loro figli continuano ad essere semplicemente arabi come me.
L'invenzione del popolo palestinese ed in seguito la richiesta di uno stato autonomo palestinese, costituisce per me un incubo.
Non voglio vivere in nessuno stato arabo, nemmeno in “ Palestina”.
Un ulteriore stato arabo sarà come qualsiasi altro stato arabo, che qualsiasi arabo israeliano sano di mente deve temere e a cui deve opporsi.
Fra tutti gli stati arabi non ce n’è nemmeno 1 democratico.


NIENTE LOTTA NIENTE DISCRIMINAZIONE

Io arabo mussulmano israeliano voglio vivere nello stato di Israele, nella patria democratica del popolo ebraico che è anche la mia patria, come ebrei/arabi/cinesi/ vivono fuori dalla loro patria ed accettano le leggi, le usanze e la cultura che li ospita.
Io pretendo pari diritti civili tra me e qualsiasi ebreo, ma anche pari doveri. Voglio una divisione corretta delle risorse per tutte le etnie della cittadinanza. Lo stato degli arabi in Israele non è tanto meglio di quello dei nuovi immigranti etiopici, ma tutti e 2 sanno che uno stato arabo qualsiasi è molto peggio.
La lotta degli arabi contro gli ebrei ci distingue dalla società israeliana ed obbliga gli ebrei a discriminarci.
Senza questa lotta non ci sarà discriminazione. È così semplice!
Io non sono solo, ci sono molti arabi in Israele che la pensano come me nel loro privato e qualche volta lo esprimono sottovoce.
Non è di moda parlare e scrivere in termini occidentali che abbiamo imparato dalla società israeliana, che ci ha insegnato anche alcune lezioni di vita.
Abbiamo capito che la sacralità della morte porta solo alla morte e che il diritto di vivere è un valore che supera tutti gli altri.
Io sono un arabo mussulmano laico che vive in mezzo a ebrei laici e basterebbe togliere dal nostro vocabolario quella sciocchezza che si chiama “ palestina” per non avere nessuna distinzione tra di noi.


VUOI UNO STATO ARABO? VATTENE DA ISRAELE!

Dobbiamo ammettere: gli ebrei vogliono vivere in pace con gli arabi loro concittadini. Siamo noi e specialmente i “nostri” leader arabi a perpetuare l'ostilità per evitare la convivenza.
Ci sono state delle guerre e questa è la realtà, il piccolo stato di Israele può e deve essere uno stato modello e non mi importa che venga chiamato “la patria del popolo ebraico”.
Io voglio vivere qui.
Un arabo che pensa di dover vivere in uno stato arabo se lo può scegliere. Ci sono tanti stati arabi. Io no! Anche se questo stato sarà diviso e sarà istituito uno stato palestinese, non rinuncerò alla possibilità di vivere nello stato democratico di Israele.
Io amo questo stato e rispetto gli ebrei che l'hanno costruito sulle rovine di una regione desertica, abbandonata e trascurata.
“Uno stato palestinese” sarebbe uno stato terribile. Non potrà essere uno stato democratico. Già oggi si vede il fiorire della corruzione dei leader palestinesi ancor prima che lo stato sia costituito.
Chi potrà giudicarli e punirli? Come invece succede in Israele, basta leggere i giornali israeliani.

Mustafa Bin Ali Khamdan Haj Akhmed

Chissà quanti, fra gli appassionati sostenitori della “causa palestinese” si sono mai presi la briga di ascoltare, oltre ai terroristi e ai reggimoccolo dei terroristi, oltre ai migliori allievi della scuola di disinformacija di Ramonda Tawill, oltre ai professionisti stipendiati del piagnisteo istituzionalizzato, anche questi altri “palestinesi” che, a giudicare dai documenti che continuo a trovare in circolazione, non devono essere proprio pochissimi. Chissà...

barbara


7 ottobre 2010

MA COSA GUADAGNA ISRAELE DAL CONGELAMENTO DEGLI INSEDIAMENTI?

Da un editoriale del Jerusalem Post

Un articolo di dieci mesi fa che è molto opportuno rileggere oggi, alla luce dei cosiddetti “colloqui di pace” attualmente (ancora?) in corso.

Facciamo un rapido calcolo dei vantaggi diplomatici maturati da Israele da quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato, lo scorso 25 novembre, la moratoria per dieci mesi di tutte le nuove attività edilizie negli insediamenti, una dichiarazione che ha fatto seguito, con ritardo, al discorso che tenne all’Università Bar-Ilan il 14 giugno col quale Netanyahu accettava formalmente la creazione di una “Palestina” smilitarizzata come obiettivo finale dei negoziati.
Da quando il congelamento è stato annunciato, l’inviato speciale americano George Mitchell non si è certo abbandonato all’entusiasmo. Pur riconoscendo che Netanyahu si era spinto più avanti di qualunque precedente leader israeliano, tutto quello che Mitchell è riuscito ad aggiungere è che desidera vedere “quanto prima possibile” la ripresa dei negoziati sullo status definitivo. Al che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha risposto in sostanza: “Non penso proprio”.
Parlando a un centro studi di Washington, Mitchell si è per lo meno sforzato di ripetere quello che aveva poco prima affermato il segretario di stato Hillary Clinton, e cioè che i negoziati dovrebbero “basarsi sulle linee del 1967 con scambi concordati”. Affermazione significativa, giacché finora l’amministrazione Obama sembrava tirarsi indietro rispetto alla famosa lettera ad Ariel Sharon dell’aprile 2004 con cui l’allora presidente americano George W. Bush dichiarava che il risultato del negoziato avrebbe dovuto basarsi sulla formula “1967-più” (alcuni cambiamenti). Purtroppo lo stesso Netanyahu, prendendo una straordinaria cantonata diplomatica, ha accettato che venissero inclusi nel congelamento delle costruzioni anche quei blocchi di insediamenti che, per generale consenso in Israele, si considerano destinati a restare israeliani (nel quadro dello scambio territoriale di cui sopra).
Di fronte alla reazione minimalista dell’amministrazione Usa ai due storici annunci di Netanyahu, e alla luce della comprovata incapacità di Washington di persuadere i governi arabi a fare il minimo passo verso la normalizzazione dei rapporti con Israele per dimostrare che la decantata “iniziativa di pace araba” non è solo una manovra propagandistica, non si può far altro che domandarsi dove stia portando questo congelamento.
Se significa così poco per la Casa Bianca e niente del tutto per i palestinesi – e se oltretutto non rientra in una più ampia e coerente strategia con la quale Netanyahu enunci quali dovrebbero essere i confini di Israele – e se il lacerante impatto della moratoria sul piano interno è tutto dolori e nessun progresso, allora dove sono i vantaggi?
Poi c’è stata l’iniziativa della presidenza svedese dell’Unione Europea che, “prendendo atto” del congelamento di Netanyahu, proponeva di consacrare la posizione palestinese su Gerusalemme come politica ufficiale della UE. È già abbastanza negativo che l’Europa respinga la sovranità di Israele su Gerusalemme ovest sostenendo di non voler pregiudicare i risultati del negoziato. Ma vedere la Svezia che premeva con tanta forza perché venisse riconosciuta Gerusalemme est come capitale della “Palestina” mentre Abu Mazen si rifiuta di sedersi al tavolo dei negoziati è qualcosa di profondamente sconfortante per quella grande maggioranza di israeliani che vorrebbe genuinamente perseguire una composizione del conflitto coi palestinesi. Evidentemente per certi europei è politicamente più facile scimmiottare le rivendicazioni dell’Olp anziché sostenere una soluzione equa, che tenga conto anche delle sensibilità e delle esigenze degli ebrei.
Con tutta evidenza la richiesta di Abu Mazen di congelare gli insediamenti è, prima di ogni altra cosa, fasulla. Il possibile accordo di pace risolverebbe in modo permanente la questione di dove gli ebrei possano esercitare i loro diritti e di quali insediamenti debbano essere sgomberati. Dunque, perché stare a discutere di un congelamento quando si potrebbe negoziare sui confini definitivi?
La vera ragione per cui Abu Mazen non vuole trattare è perché spera che, tenendo duro, l’esasperata amministrazione americana finirà con l’imporre a Israele la posizione di Fatah. E per giunta non vuole apparire conciliante mentre fra i palestinesi sono in crescita le fortune di Hamas. Non aiuta il fatto che Netanyahu lo metta in una posizione insostenibile. L’Olp, che ufficialmente si astiene dalla lotta armata, è dal 1993 che chiede la scarcerazione in massa di detenuti palestinesi, richiesta cui Israele ha risposto in a pizzichi e smozzichi, sotto la voce “aiutare Abu Mazen”. Hamas invece, prendendo in ostaggio un solo soldato israeliano e attenendosi al suo ricatto originario per più di tre anni, sta per ottenere la scarcerazione di mille terroristi detenuti nelle carceri israeliane, compresi alcuni dei più infami. La popolarità dei fondamentalisti islamisti schizzerà alle stelle, quella di Fatah andrà a picco.
Per aggiungere il danno alla beffa, Netanyahu sembra che accarezzi l’idea di rimettere in libertà Marwan Barghouti, il cui arrivo a Ramallah procurerebbe un grande mal di pancia ad Abu Mazen, e affretterebbe un riavvicinamento fra Fatah e Hamas a spese sia di Israele che di Abu Mazen. Nessuna meraviglia che il rais palestinese tenga il broncio.
Sicché il congelamento di Netanyahu, fortemente spinto degli americani, ha messo i coloni contro i soldati e non ha smosso né Abu Mazen né la Lega Araba; Hamas è incerta e l’Europa è ben poco impressionata. L’amministrazione Obama, che finora ha solo offerto qualche stiracchiato encomio, dovrebbe fare molto di più, e di meglio.

(Da: Jerusalem Post, 8.12.09)

I buoni articoli li tengo sempre da parte, certa che, come il vino di qualità, si apprezzeranno meglio dopo averli lasciati invecchiare per un po’. Ebbene, ora il momento è arrivato. Abbiamo visto, dopo la stesura di questo articolo, la dirigenza palestinese lasciar colare, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, tutto il tempo previsto per la moratoria rifiutando pervicacemente ogni ipotesi di incontro. L’abbiamo vista fingere di accettarlo giusto alla vigilia della scadenza della moratoria – salutata con immenso giubilo, più ancora che dai cosiddetti coloni, dai muratori palestinesi (ebbene sì, non ci sono solo palestinesi terroristi che reggono il moccolo ai propri dirigenti, non ci sono solo palestinesi corrotti che si arricchiscono sulla pelle della propria gente: ci sono anche palestinesi onesti, che lavorano per guadagnarsi il pane), che vedono finalmente finire il lungo incubo dei mesi senza lavoro e possono ricominciare a sfamare decentemente le proprie famiglie – all’unico scopo di poter dire di lì a tre giorni, ossia prima ancora di aver cominciato a discutere davvero, ecco, adesso per colpa vostra non possiamo discutere più. Abbiamo visto che questa ridicola moratoria ha pesantemente danneggiato Israele e i palestinesi onesti senza avvicinare di un solo millimetro le possibilità di pace – se non addirittura allontanandole. Abbiamo visto il bluff esplodere nelle mani di chi lo aveva fabbricato – ma tanto si sa che la colpa viene sistematicamente scaricata su Israele. E stiamo continuando ad assistere alla solita, eterna, invereconda sceneggiata di chi, dopo avere costretto Israele a indietreggiare fino a trovarsi con le spalle al muro, constatato che ciò non ha portato la pace, insiste per farlo indietreggiare ancora di più.
Molto appropriato, in questo contesto, andare a leggere anche lui, oltre a un – come sempre - meraviglioso Tizio della Sera fresco di giornata, finalmente tornato dopo lunga assenza.



Qualcuno avverta in quale tubazione stiamo scorrendo

Da settimane, gli ebrei d'Europa sono invisibili, illogici fantasmi di gente viva. Come da prassi, ogni giorno si ricordano gli ebrei scomparsi nella Shoah, che però a questo punto del XXI secolo nessuno ha conosciuto, e per una fatalità reale quanto onirica contano più i morti dei vivi - a questo servono i figli di Giacobbe, a procurare emozioni. Gli ebrei: rabbia o lacrime. Malinconia, o disprezzo. Odio o ammirazione. Altrimenti, niente. Curioso fenomeno: esserci e non esserci. Come spiegare, se non così, il nulla di notizie sulle bombe al fosforo cadute su Israele, o il silenzio cannibale che sta ingurgitando il soldato Shalit. Chissà dove siamo in questo momento. In un postmoderno dramma senza dramma, un classico dramma anestetico, la recente vita ebraica è inghiottita in una stanza senza ubicazione che esiste ovunque e farà male al risveglio.

Il Tizio della Sera

E ci possiamo scommettere la testa che se fra un anno, fra cinque anni, fra dieci anni, ci capiterà di rileggere questo post, dovremo guardare la data per capire che non è di giornata. Sempre che non vincano la battaglia gli “amici” nonché “sionisti” di jstreet e jcall, nel qual caso si capirà che si tratta di cose vecchie dal fatto che vi si parla di un Israele ancora esistente.

AGGIORNAMENTO: assolutamente da leggere.

                           

barbara


30 settembre 2010

GERUSALEMME EST: ISRAELE NON «PROVOCA», SI DIFENDE

Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l'Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas... I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità?
Sì, risponderebbero le autorità del partito islamico, per attirare il consenso dell'opinione pubblica. No, risponderebbero i cristiani di Gaza, che il potere di Hamas lo subiscono ormai da quattro anni e sono costretti a subire intimidazioni, a veder bruciare i propri luoghi di culto e le proprie sedi dell'Ymca, a non doversi sposare in pubblico e con la musica per timore dei nuovi guardiani religiosi dell'ordine, come in un qualsiasi regime integralista islamico. Si dirà che Gerusalemme non è contesa fra Israele e Hamas, ma fra Israele e l'Autorità Palestinese, cioè la Palestina moderata, quella di Abu Mazen e del premier liberale Fayyad, che già da anni permette regolari pellegrinaggi nei luoghi di culto cristiani di Betlemme.
Ma al di fuori di Natale e Pasqua, festività di interesse internazionale, l'Autorità Palestinese garantisce libertà di culto negli altri 363 giorni all'anno? No, a giudicare dalla drastica riduzione dei cristiani nei territori che controlla. A Betlemme erano la maggioranza della popolazione. Adesso sono una sparuta minoranza (15% della popolazione). Il sindaco della città, un musulmano di Hamas, nel 2005 impose addirittura la tassa sugli infedeli, la tradizionale jizya, come ai tempi dell'Impero Arabo e dell'Impero Ottomano: vuoi vivere? Fai atto di sottomissione e paga la tassa ai musulmani. Il giornalista investigativo Khaled Abu Toameh, nel 2007, aveva scritto una lunga inchiesta sulle minacce subite dai cristiani in Cisgiordania (la Palestina "moderata", dunque, non quella di Gaza controllata da Hamas): imprenditori costretti a chiudere, terre rubate, occupate o sottratte con la frode, donne molestate, minacce di morte per chi non si converte. "Dalla fondazione dell'Autorità Palestinese" - scrive Toameh - "Neanche un singolo cristiano ha ottenuto un posto di rilievo nell'amministrazione pubblica".
Se i cristiani subiscono una persecuzione strisciante, non dichiarata e dissimulata da tolleranza (e la Chiesa, soprattutto quella locale, continua a parteggiare per la causa palestinese), la presenza degli ebrei in Palestina è a dir poco inconcepibile. I luoghi di pellegrinaggio ebraici, come la Tomba dei Patriarchi a Hebron, sono costantemente a rischio. Gli ebrei che vi si recano, devono farlo con la scorta della polizia, in autobus con i vetri blindati, spesso oggetto di sassaiole. Nella striscia di Gaza, quando gli ebrei dovettero lasciare le loro case e le loro serre al momento del disimpegno militare (estate del 2005), le sinagoghe rimaste furono tutte bruciate dai nuovi padroni del territorio.
Perché è bene ricordare questa intolleranza palestinese musulmana, latente e manifesta, quando è Israele che sta "ostacolando" il processo di pace con la costruzione dei nuovi insediamenti? Perché il problema è lo stesso: i palestinesi non accettano la presenza di ebrei nel loro futuro territorio. La loro presenza, la loro stessa esistenza è l'"ostacolo" che tanto fa indignare l'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue e Obama. I palestinesi non accettano la presenza di ebrei nei territori che sono già amministrati dall'Autorità Palestinese. Non li accettano nei territori che prevedono di amministrare nei prossimi due anni, compresa Gerusalemme Est che, pur essendo territorio israeliano al 100%, è già stata proclamata dal governo palestinese come capitale del futuro Stato indipendente.
Il premier Fayyad aveva dichiarato, solo nel 2008, che non ci sarebbero stati problemi a dare la cittadinanza e tutti i diritti ai cittadini ebrei della futura Palestina indipendente. Ma adesso ha gettato la maschera, indignandosi per la costruzione di 1600 appartamenti a Ramat Shlomo, in un quartiere di Gerusalemme Est. Al di là della confusione mediatico-diplomatica che si è creata attorno al caso, la sostanza del problema è che: non accetta la presenza di 1600 famiglie ebraiche nel suo territorio. Non vuole neppure sentir parlare di 20 (venti) nuovi appartamenti nella struttura di Sheikh Jarrah, in un'area che apparteneva agli ebrei prima della Guerra di Indipendenza (1948), poi fatta sgomberare con la forza dai soldati giordani occupanti.
Per i palestinesi più militanti, più vicini a Hamas, non solo è un problema la presenza di nuove case ebraiche nell'Anp o nella futura Anp, ma anche quello che gli ebrei fanno nei quartieri ebraici. L'inaugurazione della sinagoga Hurva, ad esempio, è un fatto interamente interno al quartiere ebraico di Gerusalemme. Eppure ha scatenato una rivolta alimentata da Hamas ("giornata della rabbia") e appoggiata dal movimento islamico israeliano, formato da cittadini israeliani di religione musulmana. La sinagoga Hurva, storicamente importante per Israele (fu visitata da Herzl all'alba del sionismo e fu teatro del primo reclutamento della Legione Ebraica, il primo progenitore dell'esercito israeliano nella I Guerra Mondiale), fu fatta saltare in aria nel 1948 dalle truppe occupanti giordane. Dopo aver compiuto questo bel gesto di intolleranza religiosa, il comandante della Legione Araba ebbe anche modo di dichiarare con orgoglio: "Per la prima volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico di Gerusalemme". E questo a soli tre anni dalla fine dell'Olocausto. La "giornata della rabbia" non può che essere letta, dunque, una protesta contro gli ebrei che "osano" ritornare nei loro quartieri.
Ed eccolo che riaffiora, il passato recente: quando Gerusalemme Est fu occupata dalla Giordania, dal 1948 al 1967, gli ebrei furono oggetto di un'espulsione di massa. Non solo la sinagoga Hurva, ma anche tutte le altre sinagoghe, i negozi, le case, le biblioteche, furono date alle fiamme. Una comunità antica di 1000 anni, sopravvissuta sotto le autorità prima arabe e poi ottomane, subì un tentativo di cancellazione fisica. Gli ebrei lo ricordano. E venderanno cara la pelle prima di cedere di nuovo, a un'Autorità Palestinese tutt'altro che tollerante, tutta la metà orientale della loro capitale. È questo ciò che le cancellerie occidentali (compreso Berlusconi) vedono come un "ostacolo" al processo di pace. È questa tenacia a non veder replicare il passato che fa indignare Barack Obama e lo induce a far entrare Netanyahu dalla porta di servizio della Casa Bianca, abbandonandolo da solo, nella sala Roosevelt, mentre lui andava a mangiare, nel bel mezzo della trattativa. (libertiamo, 29 marzo 2010, qui)

Davvero di scottante attualità questo articolo di sei mesi fa. Da leggere, da meditare, da stampare e incorniciare, da imparare a memoria.


barbara


26 settembre 2010

VOGLIAMO RIPASSARE UN PO’ DI STORIA?

Abbiamo tutti tanti problemi, lo so, e non possiamo porre mente a tutto, avere presente tutto, ricordare tutto. Per questo vi voglio aiutare riproponendovi questo articolo di otto anni e mezzo fa che ci ricorda alcune cose che, pur essendo state scritte su tutti i giornali (vero che lo sono state?) avete forse dimenticato.

"Arafat rischiava di essere cacciato dalla sua gente"


West Bank e Gaza sono state sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito al tragico sfacelo economico e politico. Prima della nuova Intifada il leader dell'Anp era stato accusato del tracollo della Cisgiordania

di Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02

"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimenticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe. Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politico. Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito procapite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenedo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari(15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto poi alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di ramallah o sul mare di Gaza city. O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader, tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice dell'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia.

Decisamente troppo ottimista il nostro Francesco Ruggeri, visto che al terrorista assassino, depredatore – oltre a tutto il resto – dei palestinesi (non dico del “suo” popolo, dal momento che Arafat era egiziano e non palestinese) vengono invece intestate vie e targhe commemorative. Ma noi, uomini e donne di buona volontà, non smetteremo di batterci, finché avremo fiato, infischiandocene di minacce e intimidazioni, contro ogni tentativo di mistificazione e depistaggio, per fare emergere la verità.


Villa di Abu Mazen

        
    Villa di Suha Arafat, vista da due diverse angolazioni

barbara


20 settembre 2010

UN COMMENTO ALL’(ENNESIMO) ARTICOLO DI GIORGIO GOMEL

Uno dei pilastri della nostra cultura occidentale è l'accettazione delle posizioni e opinioni che differiscono dalle nostre: questa è una ricchezza che abbiamo conquistato in secoli di dure battaglie e che dobbiamo difendere sempre e comunque, soprattutto ora che nuove ideologie, molto lontane da questo modo di pensare, sembrano voler distruggere tutti i valori della nostra civiltà. Sarebbe tuttavia opportuno chiarire che cosa esattamente dobbiamo intendere per "opinioni personali", per non rischiare che qualcuno, sfruttando per fini poco nobili le nostre libertà, spacci per opinioni personali qualcosa che non è altro che un totale stravolgimento della realtà. Ed è esattamente questo che sembra fare Giorgio Gomel nell'articolo pubblicato sul sito dell'UCEI di domenica 19. Difficile davvero considerare "opinione personale" la sistematica disinformazione che Giorgio Gomel instancabilmente propina ai suoi lettori da quando è iniziata la guerra terroristica impropriamente nota come "seconda intifada", che già in passato ha suscitato aspre polemiche (non starà per caso, il Nostro, tentando di emulare un Chomsky o un Ilan Pappe?), e che ritroviamo anche nell'articolo in questione. E troppo gravi sono le sue affermazioni perché si possano far passare sotto silenzio, soprattutto nel mondo ebraico.
Gomel ricorda, dimostrando una profonda conoscenza dell'argomento, quasi tutti i punti del negoziato in corso tra israeliani e palestinesi, ed incita i primi ad accettare quanto hanno già spesso dichiarato - e anche dimostrato con i fatti (pace con l'Egitto, pace con la Giordania, ritiro dal Sinai, ritiro dal Libano, ritiro da Gaza) di voler accettare: la costituzione di uno stato palestinese che possa vivere in pace accanto ad Israele. Se un giorno si arrivasse a questo risultato, stia pur tranquillo il nostro commentatore, non sarà un problema l'eventuale cambio di maggioranza parlamentare; tante volte, nella storia dello Stato, è già successo, nel tentativo, sempre vanificato dalla controparte, di arrivare ad una pace; addirittura è nato recentemente, in quattro e quattr'otto, un nuovo grande partito con l'unico obiettivo di arrivare a porre fine all'annoso conflitto.
Il problema, e qui sta la grave pecca di questa analisi di Giorgio Gomel, risiede nel non volersi chiedere se entrambe le parti vogliono arrivare al risultato di una pace tra due stati che possano vivere in pace uno accanto all'altro. Tutti gli argomenti che via via si discutono sono complementari a questo punto focale. E Gomel questo fa finta di non vederlo. Ignora completamente la sempre dichiarata (almeno quando parlano in arabo) volontà di annientare lo stato di Israele che semplicemente deve sparire. L'alternativa, per la dirigenza palestinese, sta tra un califfato unico (posizione di Hamas, ad esempio, ma non solo di questa banda di terroristi, e ci si scusi la franchezza) e la nascita di uno stato di Palestina che, comunque, dovrà occupare tutte le terre dal Giordano al mare. La soluzione di due stati che vivano uno accanto all'altro non deve essere, al massimo, che un traguardo intermedio per arrivare, da parte araba, alla riconquista di tutte le terre dove già dominò in passato l'Islam (dichiarazioni di Arafat, dichiarazioni di Feisal Husseini, dichiarazioni di Mahmoud Abbas). Così vuole il Corano, e a questo comandamento non può sottrarsi, impunemente, nessun governante (la fine di Sadat insegna).
Da questa realtà si deve partire se si vuole affrontare con un minimo di serietà e di credibilità il problema del Medio Oriente. Se non lo si fa, non si favorisce la soluzione del problema. E se anche in ambito ebraico ci perdiamo dietro a questi argomenti che gli arabi sono maestri nell'inventare, giorno dopo giorno, con costanza degna di miglior causa, non facciamo altro che il gioco di coloro che la pace con Israele non la vogliono proprio; se Giorgio Gomel aspira a un posto d'onore nell'olimpo dei pacifinti insieme ai ben più noti nomi del mondo ebraico, sempre pronti ad accusare Israele di non volere la pace, e sempre pronti a considerare i palestinesi tutti vittime del "nazi-fascismo israeliano", sappia che è sulla buona strada. Ma sarebbe bene che tutti quanti, prima di contribuire a diffondere certe parole che poco o nulla hanno a che fare con la libertà di espressione e di pensiero, riflettessimo sulle loro nefaste conseguenze. Soprattutto per i "poveri palestinesi" che, così amorosamente compresi nella loro aspirazione a distruggere Israele, sempre più vedono allontanarsi ogni prospettiva di pace e di realizzazione di uno stato di Palestina.
Un accenno, per concludere, alle ultime frasi dell'articolo che richiamano, peraltro storpiandolo, il mantra di Rabin: condurre il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo e combattere il terrorismo come se non ci fosse il processo di pace. Noi ricordiamo bene come questo tragico mantra, insieme all'altro, altrettanto tragico, della "terra in cambio di pace", abbia regalato a Israele un'esplosione di terrorismo (e di antisemitismo in tutto il mondo) quale mai il Paese in tutta la sua storia aveva conosciuto. E il signor Gomel, lo ha invece dimenticato? O forse lo ricorda anche lui, e gli è talmente piaciuto che vorrebbe vederne la replica?

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


30 agosto 2010

Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”

Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…

La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm.
Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più?
Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione.
Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli.
Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire.
In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre).
A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell.
E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa.
Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati.
Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace.
Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


17 agosto 2010

NON VA BENE

                         

“Non va bene” ha detto, e con pochi, rapidi colpi del piede ha demolito il castello di sabbia. “Ma mamma... ma perché?” Talmente stupito, talmente incapace di capire, da non riuscire neppure ad essere arrabbiato mentre, con le lacrime che gli luccicavano negli occhi, guardava sconfortato quella devastazione. “Perché non andava bene”. “Ma l’avevo fatto io!” Non andava bene”. “Ma era mio!” “Non andava bene”.
Mi è tornato alla mente il mio orto. Quando arrivava la primavera veniva su mio padre e provvedeva: vangava, sarchiava, concimava, rastrellava, faceva le aiuole, seminava, copriva. Faceva tutto lui. “Perché tu non sei capace”. Un anno è successo che non stava bene e non è potuto venire, e l’orto finalmente ho potuto farlo io. Vangato sarchiato concimato rastrellato fatto le aiuole seminato coperto. Innaffiato. Legato i pomodori quando hanno cominciato a crescere. Eccetera. Quell’anno l’orto – sarà stato un caso, per carità – è venuto meglio degli altri anni. Poi in luglio io sono andata al mare e loro sono venuti a casa mia, a far vacanze in montagna. Quando sono tornata a fine mese ho trovato l’orto devastato. “Cosa hai fatto?!” “Ho vangato su tutto”. “Come hai vangato su tutto? Perché?” “Non andava bene”. “Come non andava bene? Era pieno di verdure!!” “Erano troppo fitte, non potevano venire su bene. Ho vangato su tutto e ho riseminato”. Non sapeva, il signor sotuttoio, nonostante venisse dalla campagna, che le cose non si possono seminare quando capita, e se le semini fuori stagione non viene niente. Infatti non è cresciuto un grammo di verdura. Allora, idea geniale, compra le piantine e le pianta. Ignorando che anche per la messa a dimora ci sono i suoi tempi. In breve, quell’anno di verdura del mio orto non ne ho mangiata.
E mi chiedo, una volta di più, quale strana perversione spinga così tanti genitori a distruggere i propri figli. O, se non si azzardano a distruggerli materialmente per paura della galera, a distruggerli simbolicamente distruggendo le loro opere.
(Sempre in tema di distruzioni, qui)

barbara


2 agosto 2010

LETTERA APERTA A MAHMOUD ABBAS

Gentile presidente Mahmoud Abbas, nom de guerre Abu Mazen, giusto per non rischiare di dimenticare che lei è un uomo di pace (anche se, mi permetta di dirlo, essendo abituato a trattare con persone più o meno "normali", l'avere a che fare con identità e personalità multiple mi mette un tantino a disagio), ho appreso con grande interesse (sì, lo confermo, davvero grande interesse) che lei, in qualità di Presidente dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato che, qualora venisse creato uno Stato palestinese nelle regioni di Giudea e Samaria, i cittadini israeliani “non vi potranno mettere piede”. Ha anche aggiunto che “nessun militare ebreo” potrà far parte di forze internazionali che eventualmente dovessero stazionare nelle terre dello stato palestinese. Ed infine, leggo ancora, lei ha dichiarato anche che nessun cittadino israeliano potrà vivere nello stato che lei si augura di presiedere in un prossimo futuro.
Uno stato Judenrein.
Ed ora le spiego le ragioni del grande interesse che queste Sue affermazioni mi hanno suscitato.
Ho sempre saputo ed affermato che le persone più vicine ai suoi ideali politici e culturali sono strettamente legate agli ideali nazisti di Hitler e del di lui amico Gran Muftì Haji Amin al Husseini; molti, tuttavia, non davano ascolto a questa mia opinione anche a causa del lungo tempo trascorso da quegli avvenimenti - ai quali Lei, peraltro, ha ritenuto di dover dedicare la Sua tesi di laurea allo scopo di sminuirne la portata e negarne la gravità.
Ora, e la ringrazio, lei mi dà la dimostrazione che quanto io ho sempre sostenuto è assolutamente vero ed attuale.
Grazie, signor Presidente
Emanuel Segre Amar

Nota aggiuntiva per i lettori: d’ora in poi le lettere aperte di Emanuel Segre Amar le potrete leggere solo qui, in quanto Sua Santità il Reggitore Supremo delle sorti di Informazione Corretta, dopo averle sfrattate dalla home page e relegate nello sgabuzzino delle lettere, ha definitivamente e irrevocabilmente licenziato l’autore delle suddette lettere. Mi auguro che qualcuno voglia, leggendole qui, raccoglierle e diffonderle ulteriormente per dare loro la visibilità che meritano. Colgo l’occasione, visto che di Palestina stiamo parlando, per invitarvi a dare un’occhiata a questa particolarmente ricca documentazione sulla spaventosa crisi umanitaria in atto a Gaza, determinata dal feroce assedio da parte del perfido giudeo.
(Rivado, ma stavolta torno presto, e per consolarvi della mia assenza vi offro un invito all’opera)


barbara


1 agosto 2010

PERCHÉ LA VITA DEI PALESTINESI È PREZIOSA

Recupero questa cartolina di Ugo Volli, pubblicata durante la mia assenza, perché riferisce di un episodio di cui non avevo trovato notizia – e notizia ne va data, invece.

Oggi vi racconto una piccola storia su cui riflettere, imbarazzante per i pacifinti ma anche per chi creda sinceramente nella possibilità di una convivenza fra israeliani e palestinesi. È il contenuto di un documentario che è stato mostrato pochi giorni fa al festival di Gerusalemme. Il protagonista e l'autore è Shlomi Eldar un giornalista ebreo corrispondente da Gaza per "Channel 10 news" che si imbatte, visitando l'ospedale locale, in un neonato palestinese affetto da una malattia mortale. Si commuove, riesce a superare gli ostacoli burocratici e a farlo ricoverare all'ospedale Tell Hashomer in Israele. Scopre che si può salvare con un'operazione molto costosa. Lancia un appello e trova fra le molte offerte di israeliani un uomo che vuol restare anonimo e offre di pagare l'operazione in memoria del figlio, ucciso proprio dai palestinesi. Il bambino si salva.

Tutto bene? Da un certo punto di vista sì. Ma nel frattempo Eldar incomincia a parlare con la madre. E si sente dire che lei vorrebbe che il figlio così guarito diventasse un attentatore suicida e che facesse un attentato a Gerusalemme. "Perché Gerusalemme è nostra, capisci?" Eldar è orripilato e sente questa spiegazione: "Per noi, la morte è una cosa naturale. Non siamo spaventati delle morte. Dal bambino più piccolo, anche più piccolo di questo, al vecchio più anziano, noi vogliamo tutti sacrificarci per Gerusalemme. Sentiamo di avere il diritto di farlo. E se voi volete arrabbiarvi, fatelo. "Perché, le chiede Eldar, ti batti allora per la vita di tuo figlio? "È normale, le risponde lei sorridendo, la vita non è preziosa. Sarà preziosa, ma non per noi. Per noi non vale niente. Questa è la ragione per cui abbiamo tanti attentatori suicidi. Non hanno paura di morire. Nessuno di noi, neanche i bambini piccoli, ha paura di morire. È naturale per noi. Quando questo bimbo guarirà, vorrò certamente farne uno shahid [=martire]. Se è per Gerusalemme, va benissimo. [...] Noi ci rallegriamo e siamo felici quando un martire muore. È una cosa bellissima" Racconta Eldar che proprio mentre la madre parlava di attentati suicidi, due infermiere ebree portavano giocattoli in regalo al bambino.

Non ho commenti. Chiunque può giudicare a partire da qui il senso del conflitto in Medio Oriente. Se volete vedere un brano del film, lo trovate qui:
http://www.youtube.com/watch?v=8MEYpvGWoEk&playnext_from=TL&videos=MhmeNzAANHo. Una narrazione più completa è in questo articolo
(http://islamo-nazism.blogspot.com/2010/07/israeli-jews-save-life-of-gaza-baby.html), commentata da alcune istruttive fotografie di estremisti islamici che fanno il saluto fascista (Dopotutto, "viva la muerte" è un'invenzione franchista). Una narrazione ancora più vasta è qui: http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/saving-mohammed-abu-mustafa-1.299481?trailingPath=2.169%2C2.212%2C2.213%2C.

Ugo Volli

PS: A proposito, un gentile lettore di IC mi manda questa notizia: da Gaza arrivano negli ospedali israeliani fino a cento pazienti al mese:
(http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/138509). Certamente perché i sionisti sono aggressivi guerrafondai assetati di sangue che assediano Gaza per il gusto di opprimerla e i palestinesi povere vittime.

E dunque, nel caso che qualcuno, vissuto fino a questo momento nel fondo di qualche caverna, ne fosse ancora ignaro, adesso non potrà più ignorarlo, o fingere di ignorarlo: la vita dei palestinesi è preziosa perché serve per ammazzare gli ebrei. Quale scusa vi inventerete adesso per continuare a negarlo, o a fingere di non saperlo? Perché lo so che qualcosa riuscirete a inventarvi: è inesauribile, la vostra fantasia, quando si tratta di Israele – e solo Israele.

barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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