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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 maggio 2011

LORO SÌ CHE SONO UOMINI VERI

Avevano promesso che avrebbero vendicato la morte dell’amatissimo e veneratissimo Osama Bin Laden vigliaccamente assassinato dagli odiatissimi americani, e sono immediatamente passati dalle parole ai fatti. E che cosa hanno fatto? Hanno fatto fuori una carrettata di americani? Beh, no, non proprio. Hanno fatto fuori una carrettata di cani infedeli occidentali? Beh, no, non proprio. Loro, gli uomini veri pachistani, amanti dell’eroico combattente per la guerra santa, il Venerando Santo Martire Osama Bin Laden, hanno fatto fuori una carrettata di ragazzi pachistani. E adesso sì che – sia lode ad Allah - giustizia è fatta.



barbara


15 marzo 2010

QUEGLI STERMINI CHE NON SUSCITANO PROTESTE

PAKISTAN 12 ANNI CRISTIANA violentata, torturata e uccisa. Il 99% delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi.

Dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano


nella FOTO: il corpo senza vita della giovanetta Shazia Bashir

ROMA, lunedì, 25 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La violenza contro i cristiani in Pakistan non risparmia neanche i bambini. Shazia Bashir, di 12 anni, è stata infatti torturata, violentata e uccisa dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano di Lahore.
La ragazzina, riferisce l'agenzia Fides, era nata in una famiglia cattolica molto povera e lavorava da otto mesi come domestica in casa dell'avvocato Chaudry Muhammad Neem. Il 22 gennaio è stata picchiata, violentata e assassinata.
Al suo funerale, svoltosi questo lunedì a Lahore, hanno partecipato migliaia di persone, tra cui i Vescovi cristiani di tutte le confessioni. Anche molti musulmani hanno espresso solidarietà per l'accaduto.
Quello di cui è stata vittima Shazia è solo “uno dei tanti episodi di maltrattamenti e sevizie che i cristiani subiscono – specie quelli più poveri – quando sono impiegati come lavoratori (per servizi spesso molto umili) nelle case di musulmani”, ricorda Fides.
La ragazzina riceveva 1.000 rupie al mese (circa 12 dollari statunitensi) per aiutare la famiglia, composta dai genitori, due sorelle sposate e un fratellino di otto anni.
I genitori hanno raccontato che da giorni non era loro permesso di vedere la figlia. Dopo molte richieste, è stata restituita con segni evidenti di violenze e torture. E' stata immediatamente portata all’ospedale Jinnah di Lahore, ma i medici non hanno potuto fare nulla per salvarla.
L’avvocato ha cercato di comprare il silenzio dei genitori, offrendo 20.000 rupie (circa 250 dollari), ma loro hanno denunciato la vicenda.
In un primo momento la polizia non voleva registrare l’accaduto, ma le proteste dei cristiani hanno portato il caso all’attenzione dell’opinione pubblica.
Il Presidente del Pakistan, Ali Zardari, ha stanziato un risarcimento di 500.000 rupie (circa 6.000 dollari) per la famiglia di Shazia, mentre il Ministro per gli Affari delle Minoranze, Shahbaz Batti, ha assicurato che “i colpevoli saranno condotti dinanzi alla giustizia”.


Situazione insostenibile”

Francis Mehboob Sada, cattolico, Direttore del Christian Study Center di Rawalpindi, ha dichiarato a Fides che “il tragico caso di Shazia non sarà l’ultimo. E’ molto triste. La ragazza è stata torturata e uccisa senza alcun motivo”.
“Era giovane, debole, e cristiana, dunque una vittima perfetta. Proviamo sdegno per una situazione che è insostenibile”, ha aggiunto.
Il Christian Study Center è un luogo ecumenico di documentazione, studio e riflessione, molto apprezzato per la sua opera di monitoraggio e informazione sulla condizione dei cristiani in Pakistan.
“I cristiani sono perseguitati e non sono trattati come gli altri cittadini. Siamo discriminati. Nella società i cristiani, specialmente delle famiglie povere, subiscono ogni forma di violenza e vessazioni. Abbiamo documentato una sequela di casi che lo testimoniano. La polizia e il Governo non fanno molto per proteggerci e spesso molti casi finiscono con l’impunità”, ha denunciato.
Secondo Mehboob Sada, ultimamente “i cristiani hanno rischiato la pulizia etnica” e vivono “tempi di insicurezza e precarietà”.
“I colpevoli si conoscono – ammette –: sono i militanti di un’organizzazione estremista già bandita dal Governo”.
La vicenda di Shazia è stata condannata anche dalla Commissione Nazionale per i Diritti umani e da altre organizzazioni attive nella società civile, mentre alcune associazioni di avvocati hanno difeso Chaudry Muhammad Neem.

Chi continua a rifiutarsi di credere che dopo il sabato viene la domenica, farebbe molto meglio a ricordarsene, invece.

barbara


14 dicembre 2008

SEPPELLIRLE VIVE? E PERCHÉ NO? È LA NOSTRA CULTURA!

Non sono un’estimatrice di Franco Venturini; ritengo tuttavia degno di attenzione questo suo articolo pubblicato nell’ultimo numero di Io donna.

Se quello annunciato dal presidente pachistano Zardari doveva essere il governo della speranza, bisogna dire che il successore di Musharraf ce l'ha messa tutta per svuotare ogni illusione. Due ministri designati, infatti, figurerebbero meglio in un governo dei talebani che in una compagine formalmente democratica e generosamente assistita dagli aiuti occidentali. Uno si chiama Israr Ullah Zehri, e si è segnalato per il suo pieno e dichiarato appoggio a «certe antiche tradizioni». Mi spiego meglio. In una zona rurale del Pakistan cinque tra donne e adolescenti sono state prima torturate e poi sepolte vive. Colpa: aver tentato di scegliere liberamente i loro mariti invece di sottostare agli accoppiamenti decisi dai capifamiglia. «Non ci vedo nulla di male» ha commentato il ministro in pectore. «Dopotutto si tratta di tradizioni vecchie di secoli ed è giusto difenderle». Complimenti, ma non è tutto. Hazar Khan Bijarani dovrebbe diventare, udite udite, ministro della Pubblica istruzione. Lo scorso anno la Corte Suprema ordinò il suo arresto per essere stato coinvolto nella "assegnazione" di cinque bambine tra i 2 e i 6 anni ad altrettanti mariti appartenenti a un clan rivale.
In pratica, il dono delle bimbe doveva servire da pegno
di buona volontà per superare i contrasti tra i due gruppi.
Bijarani, è vero, ha negato ogni responsabilità. Ma la Corte Suprema in Pakistan conserva un decoro britannico, non agisce alla leggera, e comunque un suo indiziato non sembra essere la persona giusta per entrare nel nuovo governo e dirigere la politica educativa.
Episodi minori?
Certo il Pakistan è alle prese con problemi enormi, da una parte è diventato il santuario dei talebani che
combattono contro le forze occidentali in Afghanistan, dall'altra deve fronteggiare l’arcinemica India che lo accusa di aver allevato i terroristi responsabili della strage di Mumbai. Non vorrei essere al posto di Zardari. Ma se quei due faranno davvero i ministri, vorrei che Zardari perdesse il posto.

Più ci si guarda intorno e più si è costretti a prendere atto che il mondo islamico, nonché progredire, come qualche sognatore ancora continua a illudersi che, sia pure lentamente, stia facendo, sta in realtà regredendo a passi da gigante. E noi, come le stelle, stiamo a guardare.

barbara


22 settembre 2008

SALE E ZAFFERANO

Il problema, nella famiglia di Aliya, detta anche Ailment, detta anche Alo, detta anche Aloo, detta anche Ono per via del buco della pallottola, il problema, dicevo, sono i quasi-gemelli. Quelli nati a cavallo della mezzanotte: a pochi minuti l’uno dall’altro ma, inesorabilmente, uno in un giorno e uno nel successivo. Per non parlare di quei tre gemelli usciti uno prima, uno dopo e uno proprio a cavallo: la testa il 28 febbraio, il resto del corpo il 29. Perché il fatto è che dai quasi gemelli, fin dalla notte dei tempi della famiglia di Aliya, sono sempre arrivati disastri inenarrabili, sempre, e continuano a provocarne, in entrambi i rami della famiglia, quello rimasto in India e quello che al momento della partizione è passato in Pakistan.
Ci sono un sacco di donne, nella immensa famiglia di Aliya, nonne zie prozie cugine seconde cugine terze cugine e altre di più complessa definizione. Molto diverse l’una dall’altra, qualcuna timida e qualcuna esuberante, qualcuna tradizionalista e qualcuna evoluta, qualcuna riservata e benevola e qualcuna pettegola e maligna; qualcuna anche decisamente scostumata – ma con una classe, ragazzi, con una classe che davvero non potete neanche immaginarla. E ci sono molte storie e molti misteri, di cui Aliya provvede a metterci al corrente – quelli che sa; gli altri cercherà via via di scoprirli, e le sorprese saranno molte, e non di poco conto. Un bel libro, proprio bello davvero, brillante frizzante scoppiettante scintillante spumeggiante. Dal quale, tra l’altro, possiamo anche imparare cose piuttosto importanti: che il sale e lo zafferano, per esempio, sono due cose molto diverse, e lo zafferano vale molto di più; ma se manca il sale siamo rovinati. Che un buon narratore non si scopre mai. Che è meglio un ego pesto che un cuore infranto ma prima o poi, è inevitabile, arriva il momento in cui tocca proprio mettere in gioco anche il cuore. E che una pietanza preparata e cucinata come si deve può cambiare la storia. Leggere per credere.

Kamila Shamsie, Sale e zafferano, Ponte alle Grazie



barbara


15 agosto 2007

INDIA E PAKISTAN: UNA RICORRENZA, QUALCHE RIFLESSIONE

La scelta della violenza
Nello stesso anno [1946, ndb] ebbero inizio delle violenze generalizzate in molte regioni, a cominciare dal "grande massacro di Calcutta", iniziato da musulmani, e culminati con i massacri dell'agosto 1947 nel Punjab centrale, che dalle città contese di Lahore e Amritsar si estesero poi a tutta la regione. Le violenze dunque iniziarono prima della partizione e non ne furono una conseguenza: furono invece uno dei principali strumenti per arrivarvi, per rendere irreversibile la decisione di dividere il subcontinente in due stati. Prima delle elezioni del 1946, i leader politici locali fomentarono le violenze per influenzare i risultati, polarizzandoli verso i partiti politici indù e musulmani che si contrapponevano. Lo stesso Jinnah aveva fatto appello all' "azione diretta" in favore del Pakistan, che in quel contesto era un chiaro invito alla violenza. La Gran Bretagna non era in grado, economicamente e politicamente, di opporsi alla piega che stavano prendendo gli eventi. Così come stava accadendo in Medio Oriente, e in particolare in Palestina, gli inglesi decisero di ritirarsi, consapevoli di non potere più controllare o al limite reprimere un processo che andava al di là delle forze della Gran Bretagna post-bellica. La seconda guerra mondiale aveva infatti portato lo stato sull'orlo della bancarotta e il governo laburista non aveva le risorse per impegnarsi in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato dal confronto USA-URSS. Gli scontri e i massacri alla fine ebbero successo nel convincere gli inglesi e i membri del Congresso che la partizione era inevitabile, e ad accettare la nascita del Pakistan. Il Congresso e la Lega musulmana, che avevano già rifiutato due progetti costituzionali che tentavano di mantenere l'unità dell'India, proposti dagli inglesi nel 1942 e nel 1946, si opposero ai tardivi tentativi in questo senso di Lord Mountbatten, l'ultimo viceré dell'India.

La nascita di India e Pakistan
Dopo qualche mese di consultazioni Mountbatten si rese conto dell'inutilità dei suoi sforzi e propose un piano di spartizione il 2 giugno 1947, che fu prontamente accettato da tutte le parti in causa. Il governo britannico approvò poi l' "India Independence Act", che formalizzava la decisione di abbandonare il paese entro il giugno 1948. Il piano di Mountbatten prevedeva la spartizione del sub-continente tra l'India a maggioranza indù e il Pakistan (la "Terra dei Puri") a maggioranza musulmana. Il Pakistan sarebbe stato costituito da due entità separate da più di 1.500 km di territorio indiano: il Pakistan Occidentale (l'attuale Pakistan) e il Pakistan Orientale, ovvero la regione del Bengala orientale, che, con la guerra indo-pakistana del 1971 e a prezzo di una nuova migrazione di massa, procedette ad un'ulteriore secessione, divenendo l'odierno Bangladesh. Dato il precipitare della situazione, Mountbatten anticipò la data del ritiro britannico e dell'indipendenza dal giugno 1948 all'agosto 1947, lasciando il paese in preda a una sanguinosa guerra civile. Due solenni cerimonie a Delhi e a Karachi sancirono la fine del dominio inglese e la creazione dei due nuovi stati (15 agosto 1947); a capo dei rispettivi governi erano Jawaharlal Nehru e Liaquat Ali Khan.

Confini, massacri e fughe
Il problema era la separazione dei musulmani che intendevano diventare cittadini del Pakistan dai non-musulmani (l'India infatti non fu fondata sulla base del nazionalismo indù). Se per la parte occidentale del subcontinente (la valle alluvionale dell'Indo) e per la regione del Bengala orientale era facile prevedere la loro inclusione nello stato di Jinnah dato che la stragrande maggioranza della popolazione era musulmana, in altre regioni la situazione era molto più complessa e pericolosa. In particolare nel Punjab, destinato a essere diviso tra i due stati, era presente una terza consistente minoranza religiosa, i sikh, e le tre comunità vivevano completamente mescolate; inoltre, la maggioranza delle linee di comunicazione e trasporto, così come i canali di irrigazione e le altre infrastrutture erano così intrecciate da rendere impossibile qualsiasi tipo di divisione razionale. I tentativi di formare un governo provinciale senza la "Lega musulmana" portarono a scoppi di violenza nelle principali città, e convinsero i leader indù e sikh dell'inevitabilità della divisione della regione. Parte significativa della responsabilità per gli scontri in seguito in Punjab è da attribuire ai leader della comunità sikh, i quali, sapendo che la loro comunità sarebbe stata inevitabilmente tagliata in due dalla partizione della regione (che essi stessi, peraltro, avevano richiesto), organizzarono le violenze contro la popolazione musulmana allo scopo di impadronirsi dei suoi beni e terreni, che sarebbero poi stati occupati dai sikh espulsi dalla parte pakistana del Punjab. Quello che seguì fu uno dei più terribili episodi di violenza intercomunitaria mai verificatisi, caratterizzato da assassinii, stupri e saccheggi, in cui la violenza politica da parte delle organizzazioni musulmane, indù e sikh per il controllo del territorio si sommò alle aggressioni e alle ruberie di bande di rapinatori o di gruppi che colsero l'occasione della "copertura" fornita dalla guerra civile per regolare i loro conti nella piena impunità. Nel frattempo, masse di uomini, donne e bambini lasciavano la casa per dirigersi verso le loro nuove "patrie". Nell'insieme del subcontinente, le violenze fecero centinaia di migliaia di morti (le stime più credibili parlano di 200.000-360.000 vittime) e portarono al più imponente scambio di popolazione dell'età contemporanea: tra i 10 e i 12 milioni di persone fuggirono o vennero cacciate.

Gli effetti della partizione
Sebbene si fosse trattato di uno scambio di popolazione, gli effetti per l'India e per il Pakistan non furono uguali. Il Pakistan fu svuotato di gran parte della sua popolazione di religione indù: se nel 1941 gli indù costituivano il 13,4% dell'attuale Pakistan, nel 1961 erano l'1,5%, passando da 3,8 milioni a 600.000 persone. Al contrario, la popolazione musulmana dell'India è ancora una delle più grandi al mondo, anche grazie al fatto che il nazionalismo indiano di leader come Nehru fosse un nazionalismo secolare che prometteva uguale trattamento per tutte le comunità religiose. Se Nehru (che rimase primo ministro dell'India fino alla sua morte, avvenuta nel 1964) aveva come obiettivo politico una nazione democratica di cittadini, Jinnah voleva la formazione uno stato-nazione per i musulmani. L'India nel 1950 si diede una costituzione che faceva del paese una repubblica democratica e federale, e rimase all'interno del Commonwealth britannico. Nel frattempo, la massima autorità morale e il padre del nazionalismo indiano, il mahatma Gandhi, era stato assassinato (30 gennaio 1948) da un estremista indù che si opponeva a alla sua politica di conciliazione tra le comunità nazional-religiose. Le violenze tra esponenti delle comunità etniche e religiose hanno continuato, e continuano tuttora, a caratterizzare il panorama politico dell'India e del Pakistan nei decenni dell'indipendenza. In India gli scontri tra estremisti indù e musulmani sono stati frequenti negli anni '90, mentre in Pakistan si sono avuti episodi di conflitto violento tra i profughi di lingua urdu provenienti dall'India o i loro discendenti e esponenti di gruppi etnici pakistani, come i pathan (qui).

Divisione, dunque, voluta dai musulmani, in uno stato musulmano – con una piccolissima minoranza non musulmana – e uno stato induista – con una forte minoranza musulmana. Divisione fra due stati che fino al giorno prima avevano costituito un unico territorio. Tutto colonizzato allo stesso modo. Tutto sfruttato allo stesso modo. Tutto impoverito allo stesso modo. Tutto oppresso e umiliato allo stesso modo. Il seguito lo conosciamo: l’India, induista e buddista, è diventata una democrazia. Con tutti i problemi e tutte le magagne che sappiamo, ma pur sempre, indiscutibilmente, una democrazia. Il Pakistan, musulmano, è diventato una dittatura militare, preda di colpi di stato a catena e culla e palestra di terroristi, e alla fine divisosi ulteriormente in due stati. E poi c’è chi insiste a dire che non è l’islam il problema.


Jinnah e Gandhi

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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