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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 ottobre 2011

UN VECCHIO ARTICOLO PER RIFLETTERE

Lo Tsunami dell'Onu

A quanto pare nel prossimo mese di settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe discutere e approvare (presumibilmente, con una larga maggioranza) una proposta di riconoscimento unilaterale, “senza se e senza ma”, di uno Stato palestinese. Ciò, commenta Sergio Della Pergola, sul l'Unione informa di giovedì 21 aprile, potrebbe avere l’impatto di un vero e proprio “tzunami politico”, dal quale è necessario non farsi trovare impreparati. “Speriamo – commenta il demografo - che esistano… i meccanismi di pianificazione politica in grado di attenuare le conseguenze negative dell'ondata d'urto, e anzi capaci di trasformarla in un'ondata di energie positive. Certo non potrà valere la giustificazione udita in altre circostanze: siamo stati colti di sorpresa”.
Nel condividere appieno le preoccupazioni di Della Pergola, siamo però, purtroppo, più scettici riguardo alla possibilità di ricavare da tale evento delle possibili “energie positive”. E’ del tutto evidente, infatti, che tale proposta è concepita esclusivamente con un intento politico di delegittimazione dello Stato ebraico, senza un benché minimo desiderio di contribuire a una soluzione positiva del conflitto. Sul piano giuridico la risoluzione non potrà significare assolutamente nulla, non essendo nel potere delle Nazioni Unite “fare” o “disfare” gli stati, e non potendo mai dipendere l’esistenza di uno stato da un riconoscimento esterno, per quanto autorevole. Il diritto internazionale si basa sul principio dell’effettività, e la realtà giuridica di uno stato sovrano si fonda esclusivamente sul dato di fatto della sua esistenza, intesa come autosufficienza, autonomia e funzionalità (“affinché un ente di diritto internazionale possa dirsi sovrano, occorre che esso integri i requisiti di un’organizzazione di Governo che eserciti effettivamente e indipendentemente il proprio potere su una comunità territoriale, a nulla rilevando il riconoscimento da parte di altri stati, che è un atto privo di conseguenze giuridiche” [Cass. Pen., Sez. III, 17/9/2004, n. 49666]).
L’esistenza di Israele, per esempio, non dipende affatto, giuridicamente (come pure talvolta erroneamente si legge) dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 delle Nazioni Unite, che sancì la divisione della Palestina in due entità statali, una ebraica e una araba, ma dal suo antichissimo diritto storico, dal mai interrotto legame di appartenenza tra popolo ebraico ed Erez Israel e, soprattutto, dal fatto che lo Stato ebraico ha dimostrato nei fatti, con le proprie forze, di esistere, nonostante la contraria volontà di tutti i suoi vicini. Ciò che è accaduto per Israele, non è invece accaduto per la Palestina, e i motivi sono ben noti. Ma la Risoluzione 181, come si tende a dimenticare, prevedeva la nascita di due stati, non di uno solo, e stabiliva con chiarezza che sarebbero stati uno ebraico, l’altro arabo. Solo in seguito, con un’assurda e capziosa distorsione del concetto di ‘profughi’, l’idea è stata rimessa in discussione, e si è contestato il diritto all’esistenza di uno “Stato ebraico”. Perché, invece di pensare a una nuova risoluzione, non ci si interroga sulle ragioni del fallimento di quella del 1947? O perché, semplicemente, non si cerca una soluzione pacifica nell’ambito dello spirito della 181? Che bisogno c’è di una nuova “Risoluzione 2011”? I motivi, purtroppo, sono chiari come il sole: se la 181 auspicava una soluzione bilanciata del conflitto, nella tutela dei diritti di tutte le parti, la nuova Risoluzione stabilirà che uno Stato palestinese esisterà “comunque, a prescindere”. Non si sa su quali territori, con quali cittadini, con quali strumenti, ma esisterà. E non, purtroppo, “accanto” (come tutti vorrebbero), ma “contro” Israele (sul cui diritto all’esistenza, chi lo sa). Che bisogno avranno, le autorità palestinesi, di sedersi a un tavolo di trattativa, per ottenere qualcosa? Dovranno semplicemente ‘prendersi’, con qualsiasi mezzo, ciò che sarà già, a tutti gli effetti, ‘loro’.
Giusto, quindi, urgente cercare di contenere gli effetto deleteri dello ‘tsunami’. Ma non sarà facile, perché questa risoluzione non assomiglierà minimamente alla 181 del 1947. E non vorremmo peccare di eccessivo pessimismo, richiamando, nel cercare un possibile precedente, la famigerata Risoluzione 3379, del 1977: se questa, infatti, equiparò il sionismo al razzismo, la prossima cercherà di trasformare Israele in una sorta di “anti-stato”, abusivamente “sovrapposto” al legittimo, amatissimo stato di Palestina.
Francesco Lucrezi, storico


Poi invece non è successo niente, la bolla di sapone si è gonfiata e gonfiata e alla fine è scoppiata (fatto male i calcoli con la tensione di superficie?), rivelando il nulla che c’era all’interno. Perché la pretesa di farsi riconoscere uno stato che da quasi ottant’anni si è pervicacemente rifiutato nelle parole e nei fatti, di uno stato che non si è mai tentato di costruire, di uno stato che non esiste, non poteva essere altro che una bolla di sapone destinata a scoppiare. Quello che è invece successo concretamente è stata la prosecuzione del lancio dei razzi, le grandi feste per quei bravi ragazzi usciti dalle galere sioniste e mandati a riprendersi qui, e due accoltellamenti in due giorni (sì, lo so, lo so, era sulle prime pagine di tutti i giornali, vagonate di articoli e foto e commenti nelle pagine interne, notizie di apertura nei TG, ne avete ormai le palle piene di questi due accoltellamenti, lo so, ma io sono sadica e voglio rincarare la dose, ecco).
Che cosa ne dobbiamo dunque concludere? Che abbiamo a che fare con personaggi che non sanno e non vogliono costruire, ma solo distruggere, che non sanno e non vogliono vivere e lasciar vivere ma solo morire e far morire, perché Hitler è vivo e lotta insieme a loro. Farebbero però bene a ricordarsi di quel giorno, poco meno di una settantina d’anni fa, che si è detto mai più. E voleva dire MAI PIÙ.


barbara


26 settembre 2011

LES LIAISONS DANGEREUSES

Le relazioni pericolose, per quei quattro gatti che, oltre a non masticare il francese, non conoscessero neppure il famoso libro. Sapete qual è la caratteristica delle relazioni pericolose? No? Allora ve lo dico io: sono pericolose. Dite che ho scoperto l’acqua calda? Vero, però con l’acqua calda, se non sai che è calda e non prendi le tue precauzioni, ti scotti, e poi vieni ancora a dirmi che sono banale e dico cose banali.
Prendete Burhanuddin Rabbani, per esempio: trattava coi talebani, perché i talebani sono parte del tessuto sociale, perché si tratta con chi c’è, perché se si vuole arrivare alla pace non si possono operare esclusioni aprioristiche e dunque ci sono i talebani? Bene, si tratta coi talebani. Com’è andata a finire? Che i talebani lo hanno fatto fuori.
O Vittorio Arrigoni: si era messo a servizio a tempo pieno dei terroristi di Hamas, perché quelli di Hamas hanno il grande merito di combattere per l’annientamento di quei topi di fogna che sono gli ebrei, perché la storia è un optional, e i fatti non contano, e “occupazione” riempie la bocca molto meglio che democrazia e diritti umani, e dunque si sta dalla parte di Hamas, ci si mette al servizio di Hamas, si odia per conto di Hamas, si mente per conto di Hamas, si inganna per conto di Hamas. Com’è andata a finire? Che gli eroi di Hamas lo hanno fatto fuori, e neanche in maniera troppo misericordiosa, sembra.
E Giuliana Sgrena? È andata a Baghdad per servire la jihad islamica, “denunciando” tutti gli abusi perpetrati dagli occupanti americani e guardandosi bene dal dire mezza parola su quanto operato dalla controparte (tutte le donne stuprate, per dirne una, sono state stuprate unicamente da americani). Com’è andata a finire? Stando alla sua versione, sembrerebbe che sia stata rapita da quelli della jihad islamica al cui servizio a 90° si era volenterosamente posta (anche se va detto che quelli sono stati cortesissimi e le davano frutta e dolci e le hanno anche regalato un collier che poi i perfidi yankee le hanno rubato, ma questa è un’altra storia. O no? Poi un onesto servitore dello stato, per andare a liberare la gallinella, ci ha rimesso la pelle, e quella no, non è un’altra storia).
E stendiamo un velo pietoso sulle due Simone.
Eccetera.
Cioè, quello che voglio dire è: ma la gente ha occhi e orecchie? Ha qualche quarto di neurone sparso in giro per la scatola cranica? È capace di imparare? No, eh? No. Si sbaglia e si continua a risbagliare, sempre allo stesso modo, all’infinito, come ci ricorda Barry Rubin. E mentre all’Onu si discute, in Israele si muore.


Asher Palmer e il figlio Yehonatan, vittime dell'ultimo attentato

barbara


25 settembre 2011

OGGI SI PARLA DI MIRACOLI

Il grande miracolo

Da quel che si capisce, per ora la forzatura della leadership palestinese non è riuscita e per il momento lo-stato-che-non-c'è non è stato ammesso all'Onu, dove per altro mancano anche il Granducato di Ruritania, il Paese dei Campanelli, la Terra di mezzo, il Regno delle due Sardegne e anche altri territori più seri, come il Kurdistan, il Tibet, lo stato Sarahui occupato dal Marocco.
Dico "per ora", perché dall'Onu ci si può attendere di tutto, anche la revoca ufficiale del Teorema di Pitagora, dato che si tratta di un matematico greco, dunque nemico personale di Erdogan e comunque pagano, non illuminato dalla luce dell'Islam.
Sia lode alla saggia gestione di Netanyahu, alla pressione degli elettori americani, alla forza calma e determinata dell'esercito israeliano, agli elettori israeliani che si sono scelti un buon governo.
Nel momento in cui scrivo, questa minaccia non sembra più vicinissima.
Ammettiamo pure dunque che questa volta lo "tsunami diplomatico di settembre" (così lo chiamò Ehud Barak) sia scongiurato e magari rimandato di un anno (ma fra un anno ci sono le elezioni presidenziali americane, chissà). Voglio solo suggerirvi una riflessione.
E' possibile che uno stato (e i suoi cittadini) debba vivere in questa maniera? Oggi la flottiglia per aiutare i suoi nemici, domani Ahmadinedjad che vuole "cancellarlo dalle mappe" e costruisce attivamente l'atomica per realizzare questo dolce desiderio, ieri i terroristi che tendono agguati alla gente che va al mare; dopodomani Erdogan che minaccia di mandare le navi a impedire l'apertura dello sfruttamento dei gas sottomarini, l'altro ieri la giornata della Nabkà, della Nafshà e di che altro il diavolo si inventa, sempre con l'idea di cancellare i confini...
E poi tutti i giorni qualche razzo sul sud, un arabo che spara, o cerca di ammazzare la gente con il bulldozer che gli hanno dato in mano per i lavori stradali, accoltella una persona che ha la disgrazia di farsi trovare sola sulla strada, o almeno tira sassi sulle macchine di passaggio.
E poi tutti che gli fanno lezione, che spiegano che per il suo bene, naturalmente per il suo bene, deve genuflettersi a Erdogan, non demonizzare Ahmadinedjad, chiedere scusa agli egiziani e soprattutto lasciare che i palestinesi si annettano quel che gli pare - perché poi  tutti i problemi finiranno, dato che l'unico malvagio della regione è proprio lui, Israele.
Fin che si tratta di palesi antisemiti, vabbe', è propaganda avversa.
Ma che la stessa cosa la ripetano, col ditino alzato per aria, persone che si proclamano pomposamente "amiche" e magari anche avanzano la loro origine ebraica a prova - come fare a evitare la crisi di nervi e non mandarli "a stendere", come si dice a Torino?
Eppure Israele è forte, è calma, è allegra, è creativa.
Soprattutto è profondamente libera. La sua innovazione tecnologica rivaleggia con la Silicon Valley, la sua economia è stata appena promossa dalle agenzie che non hanno solo bocciato noi, ma anche le banche francesi e lo stato americano, le sue università sono fra le migliori del mondo, la sua politica è vivace e piena di sani conflitti, la sua arte e letteratura sono apprezzate nel mondo; c'è un sacco di gente che ama divertirsi e la vita di Tel Aviv è fra le più frenetiche e intense, ma anche un sacco di gente che vive una vita religiosa intensa e profonda, e c'è posto per tutti e due, con occasionali tutto sommato fisiologici conflitti.
Questo è il grande risultato, il grande miracolo: che Israele non perde la sua vitalità, che nonostante tutti si affannino a buttargli ostacoli fra i piedi, Israele vive e prospera e non si lascia chiudere nell'angolo dell'emergenza.

In realtà di miracolo ce n’è anche un altro: che esista un Ugo Volli che ragiona come ragiona e scrive come scrive (sì, lo so, adesso mi beccherò di nuovo l’accusa di idolatria nei suoi confronti; e vabbè, pazienza). Per completare il quadro vi invito a leggere e guardare il discorso all’Onu di Netanyahu e... quello del signor Mahmoud Abbas – nom de guerre, tanto per ricordarci che lui è un uomo di pace, Abu Mazen, e poi se vi restano ancora due minuti andate a leggere anche questo, che male non fa di sicuro.
E per concludere, di quel miracolo che è Israele vi regalo il mare fuori



e dentro.




barbara


18 settembre 2011

ONU: SCENARI PROSSIMI VENTURI

L'Onu, i combattenti e i pensionati

di Ugo Volli

Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, la Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga da base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo  i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebbero riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele. 
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha?  Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno né voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e  restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).

Ecco, ormai ci siamo. E io – magari sono troppo pessimista, magari mi sbaglio, e spero tanto che i fatti mi sconfessino e dimostrino che mi sbaglio clamorosamente – sento una gran puzza di carneficina in arrivo. Incrociamo le dita, in attesa di vedere se davvero caleranno le tenebre,



e che D.o ce la mandi buona.


barbara


17 gennaio 2011

E QUATTRO (9)

E fiorisce il deserto

Deserto, si diceva. Deserto che al momento della nascita dello stato (prima era ancora di più dato che da mezzo secolo ormai i pionieri ebrei stavano dissodando e bonificando e fertilizzando deserti e paludi e pietraie) costituiva circa i due terzi del territorio graziosamente concesso agli ebrei dall’Onu con la risoluzione 181. Dopo che dell’area prevista dalla dichiarazione Balfour gli inglesi avevano scippato il 78% per regalarlo all’emiro Abdallah, detronizzato dall’Arabia ad opera di Abdul Aziz bin Abdul Rahman ibn Faisal Al Saud meglio noto come Ibn Saud, capostipite della dinastia saudita (e dopo che quel 78%, divenuto stato col nome di Transgiordania, era diventato il primo stato judenrein della storia moderna), quella benemerita associazione a delinquere conosciuta col nome di Onu decise di sottrarre agli ebrei un ulteriore 40% del 22% rimasto, lasciando loro il 13% di ciò che era stato loro promesso. E due terzi di quel 13% era deserto. Gli ebrei accettarono e si rimboccarono le maniche (gli arabi no, e imboccarono i cannoni).
Deserto, si diceva dunque. Di cui oggi una parte non trascurabile non è più deserto: in parte si è trasformato in accoglienti città, come ho mostrato nei giorni scorsi – e non dimentichiamo Tel Aviv, che un secolo fa era così:



e pochi mesi dopo così:



- e in parte in coltivazioni, piantagioni e altro, come è possibile vedere in uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici e dodici. Un merito fondamentale per questa straordinaria impresa va a Yoel De Malach, ideatore tra l’altro dell’irrigazione a goccia


(grazie a Umberto per la foto)

e alla messa a punto del sistema dei tubi


(grazie a Lionella per la foto)

che, messi intorno alla piantina appena interrata, conservano attorno ad essa l’umidità anziché lasciarla disperdere nell’aria, e le creano un microclima che, oltre a far risparmiare grandi quantità di acqua, la fanno crescere a velocità quadrupla, con un tasso di fallimenti pressoché nullo. Oltre a questo, naturalmente, dietro allo straordinario miracolo del far fiorire il deserto in un mondo in cui la desertificazione avanza inesorabilmente anno dopo anno, c’è l’indefesso lavoro del popolo dalla dura cervice, e l’incrollabile fede nel realismo dei miracoli di Ben Gurion, convinto da sempre che “il futuro di Israele è nel Negev”. E quel futuro, grazie a tutte queste intelligenze e a tutti questi sforzi concentrati, almeno in parte è già presente.

(E periodicamente salta fuori qualcuno a cianciare di “restituzione”, ignorando visibilmente sia il significato del verbo restituire, sia una buona fetta di storia. Sempre che non si tratti di qualcosa di peggio. E facendo finta di non ricordare che si tratterebbe di mettere questo paradiso in mano a gente che, come a Gaza, ha ricevuto questo:



e lo ha immediatamente ridotto così:



Perché c’è chi è specializzato nel prendere in mano un deserto e trasformarlo in giardino, e chi è specializzato nel prendere in mano un giardino e trasformarlo in deserto. Per poi, magari, chiamarlo pace).

barbara


24 dicembre 2010

TRANQUILLI

Che a fare buona guardia in Libano ci pensano i caschi blu dell’Onu.



E poi, alquanto in tema, vai a leggere questo e questo.

barbara


30 agosto 2010

Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”

Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…

La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm.
Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più?
Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione.
Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli.
Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire.
In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre).
A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell.
E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa.
Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati.
Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace.
Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


21 agosto 2010

QUOUSQUE TANDEM...

Lettera aperta al segretario generale dell’Onu

Gentile Segretario Generale Ban Ki Moon,
mi permetto di disturbarla per una questione che ritengo di qualche importanza nei confronti di quella Pace che l'istituzione che lei rappresenta dovrebbe, credo, perseguire. Sappiamo che il suo collaboratore Goldstone - del quale non vogliamo ricordare in questa sede, in quanto fuori tema, il fosco passato di fedele servitore del regime sudafricano di apartheid, riccamente corredato di condanne a morte inflitte ad attivisti neri - ha costruito il suo notorio rapporto in modo scorretto, fazioso, parziale, finalizzato alla demonizzazione di Israele, ma che tuttavia non ha potuto completamente evitare di menzionare le migliaia di razzi sparati da Gaza su Israele, prendendo regolarmente di mira aree densamente popolate e del tutto prive di obiettivi militari, e di chiederne conto all'Autorità Palestinese.
Leggo, nelle risposte che lei ha ricevuto, che i gruppi della resistenza armata di Gaza non mirano intenzionalmente ai civili israeliani (did intentionally target Israeli civilians), e che si limitano a sporadici lanci di semplici razzi e mortai (sporadic “crude rocket” firing and mortar shelling), Se, eventualmente, dei civili sono rimasti colpiti, questo è avvenuto unicamente per la natura estremamente grossolana delle armi utilizzate e l’impossibilità di controllare dove finiscono i razzi sparati (If and when civilian targets or populations have been affected by such “crude rocket” firing, it was essentially because of the crude nature of the weapon and the inability to control where the fired projectile lands). Non essendovi quindi la chiara intenzione di colpire civili innocenti, il lancio di missili non può essere considerato una violazione delle leggi umanitarie internazionali (While this is in no way intended to justify any harm caused to innocent civilians, it cannot be considered a violation of international humanitarian law). Si dovrebbe poi investigare caso per caso sui pretesi incidenti che abbiano colpito dei civili o le loro proprietà, ed i gruppi della resistenza palestinese dovrebbero cooperare in simili verifiche con il governo di Israele (each alleged incident of harm to civilian persons or civilian property would have to be investigated on an individual basis, and the Palestinian Independent Commission is not in a position to do so without the cooperation of both the Government of Israel and the armed resistance groups in Gaza). Ma come sarebbe possibile se rifiutano comunque perfino di sedersi allo stesso tavolo?
Gentile Segretario Generale, le chiedo di dirmi fino a quando (le ho qui tradotto il titolo quousque tandem nel dubbio che lei non comprenda, a causa delle sue origini, il latino più elementare) il mondo civile dovrà far finta di credere a tutte le menzogne, a tutte le falsità, a tutte le prese in giro di certi personaggi che meriterebbero solo di essere sbattuti in galera per il resto dei loro giorni, e non certo di ricevere quantità enormi di denaro messo a disposizione dai paesi civili.
È mai possibile che l’esperienza del passato non serva a niente? L’ONU ha preso il posto della Società delle Nazioni, dimostratasi inadatta per lo scopo per il quale era stata creata, ma è caduta in errori, quando non veri e propri crimini, ancora peggiori. E lei certo sa, signor Segretario Generale, quale è stato il risultato di quegli errori.

Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

PS: le allego, per sua informazione, nel caso non ne abbia avuto già conoscenza, copia del video che dimostra il modo di passare la giornata di questi prigionieri di quel carcere a cielo aperto, vittime di apartheid, sterminio, genocidio, olocausto. Ma non è una presa in giro, tutto questo?
http://elderofziyon.blogspot.com/2010/08/new-video-of-gazan-suffering-starvation.html

Sì, certo che è una presa in giro, ma si direbbe che il mondo non desideri di meglio che di farsi prendere in giro, e quindi temo proprio che la fine di tutto questo non la vedremo mai. Anche perché molto prima finiremo noi.

    

barbara


28 giugno 2010

LETTERA APERTA A BAN KI MOON

Gentile Signor Segretario Generale,
la situazione nel Medio Oriente si va deteriorando ogni giorno di più, sotto gli occhi del mondo intero.
Le Nazioni Unite e molti Stati cercano, in diversi modi, di portare un contributo al raggiungimento di una pace, forse oggi purtroppo impossibile, che, a detta di tanti, sarebbe stata già raggiunta se si fossero lasciati soli gli avversari costringendoli in tal modo ad affrontarsi direttamente.
Spero che non si offenderà se mi permetto di dire che alcune delle ragioni per cui i problemi di questa regione, anziché risolversi, sembrano aggravarsi sempre più, sono imputabili anche all'organismo da lei diretto.
Infatti Tony Blair, da anni l'uomo politico scelto per trovare delle soluzioni al conflitto, eccelle solo per la sua assenza dalla regione e per il suo silenzio rotto solo da parole vuote di significato (l'altro giorno ha detto che si devono raddoppiare gli sforzi per arrivare alla liberazione di Gilad Shalit, senza rendersi conto che il doppio di zero resta sempre zero), e per le spese faraoniche dovute al suo gruppo di lavoro (che ancora non abbiamo capito che cosa produca).
Ma oltre all'apparato politico-diplomatico, anche quello militare pone seri interrogativi, signor Segretario Generale. Mentre, infatti, il quartier generale della missione militare
Unifil, da New York, dice che i soldati Onu devono bloccare le navi dirette a Gaza perché violano la risoluzione 1.701, il comando locale a Naqoura smentisce: l’ordine non c’è. Ed allora Le chiedo: potrebbe per favore cercare, almeno, di fare un po' di chiarezza su tutte queste questioni? Se non lei, chi? E se non ora, quando?
Distinti saluti
Emanuel Segre Amar

D’altra parte se ricordiamo che l’Onu è stata insignita del premio Nobel per la pace, come Obama e come il terrorista dalle mani grondanti di sangue Arafat, che fino al suo ultimo giorno di vita ha invocato la distruzione di Israele, fino al suo ultimo giorno di vita ha organizzato e finanziato il massacro di civili innocenti israeliani, fino al suo ultimo giorno di vita ha mandato al macello i bambini palestinesi, che cosa ce ne possiamo aspettare? Per qualche informazione supplementare clicca qui, e per maggiori dettagli su uno di questi episodi, clicca qui.

barbara


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23 giugno 2010

RISPOSTA A UN AMICO

Avevo momentaneamente messo da parte questa lettera, scritta come si vede cinque mesi fa, nella ricorrenza della giornata della memoria. L’avevo messa da parte come si mette da parte il capo di vestiario buono in attesa dell’occasione adatta. Adesso l’occasione è arrivata, e la pubblico.

28/01/2010
Caro Alessandro,
leggo con piacere le tue parole, da cui traspare un sincero amore per il popolo ebraico.
In questo tuo augurio colgo un invito a una discussione sul Giorno della Memoria sull’attualità del conflitto arabo-israeliano.
In particolare parli di “rassegnazione da parte israeliana sia di destra sia di sinistra a gestire da soli la situazione”; questa percezione del conflitto “solo a breve termine” ti sembra “poco saggia, soprattutto in relazione all’Iran e al suo programma nucleare; infine affermi che la diffidenza israeliana verso Obama non ti pare saggia, in quanto è secondo te l’unica figura credibile intorno alla quale possa aggregarsi un consenso.
Vorrei cercare di risponderti e, per farlo proficuamente, devo essere sincero, per cui ti prego di voler considerare (non necessariamente condividere) i miei ragionamenti e miei sentimenti anche se potranno non piacerti.
1. Giorno della Memoria. Purtroppo da quasi 10 anni non mi interessa più. Mi limito solo a una veloce recensione dei fatti di cronaca che ritengo più significativi. Da Durban I, 2001, spaventosa macroscopica dimostrazione di antisemitismo neanche troppo cammuffato da antisionismo, nella praticamente totale indifferenza planetaria, poco dopo subissata dalla retorica della memoria della Shoàh, NON MI INTERESSA PIU'! Da allora ho la pretesa che, prima di commemorare, parlare, ricordare, ecc. la Shoàh, se si è in buona fede, il mio interlocutore mi dimostri che è d'accordo su alcuni principi basilari universali, quali l'eguaglianza degli esseri umani, la parità di diritti/doveri, il riconoscimento alla libertà, autonomia, indipendenza di tutti i popoli, e simili. Nella fattispecie: il diritto del Popolo di Israele al suo Stato libero, democratico e nazionale NELLA TERRA D'ISRAELE (sui cui confini si può discutere).
Rilevo che in piena commemorazione pressocché mondiale delle vittime dell'Olocausto il mondo ha accolto senza praticamente commentare (cioè, per me, in colpevole silenzio) le allucinanti dichiarazioni di Khamenei, a rincaro della dose quotidiana delle minacce di distruzione nucleare di Israele da parte di quel farneticante Ahmadinejad, presidente di uno stato riconosciuto, che siede indisturbato alle Nazioni (dis)Unite, anzi ha presieduto e siede (assieme a altri regimi sanguinari) nella (cosiddetta) Commissione ONU dei diritti umani (clic e clic).



Roba che dovrebbe far voltare lo stomaco al genere umano. Ma così non è. Questo film l'abbiamo già visto nel 38. E s'è visto come è andata a finire, no?
Penso capirai che per me, come per una grandissima parte di ebrei, non c’è bisogno di Giornata di Memoria: noi ricordiamo tutti i giorni i fratelli caduti, massacrati, torturati, annientati, dai tempi del Faraone e in particolare vediamo un collegamento tra la rivolta del ghetto di Varsavia e i caduti in difesa dello Stato di Israele.
2. Conflitto. Il cosiddetto conflitto arabo-israeliano, come tu sai bene, non comincia nel '67, secondo la vulgata oggi detta palestinese, largamente diffusa acriticamente dai buonisti di gran parte del mondo, soprattutto occidentale. Solo persone ignoranti (nel senso "buono", che non sanno) o in malafede possono continuare a credere che questo sia un conflitto territoriale. Se fosse un conflitto territoriale, non credi che dopo quasi un secolo e infinite guerre (peraltro tutte di invasione e/o minaccia di distruzione totale da parte araba, di difesa da parte ebraica prima, israeliana poi; senza parlare di pogrom e terrorismi vari) a quest'ora avrebbe potuto trovare infinite soluzioni, come si è verificato in mezzo secolo per decine di altri casi analoghi al mondo con decine di milioni di profughi, trasferimenti di popolazioni e ridefinizioni di confini?
A proposito di profughi: perché noi contribuenti dobbiamo pagare DUE AGENZIE PROFUGHI dell’ONU, una (assai più modesta), che si occupa di tutti i profughi del mondo; l’altra (assai meglio dotata) ESCLUSIVAMENTE dei palestinesi? E non per qualche anno, ma da 62 anni sine die in saecula saeculorum. Forse che il loro sangue è più rosso di quello degli altri? Non sarà un modo per protrarre all’infinito questa specie di bomba umana, che così pende come minaccia perenne su tutti i tentativi del cosiddetto dialogo? N.B. Nel frattempo i palestinesi sono aumentati da circa 650.000 profughi a circa 4 milioni e mezzo (fonte loro); di vivi, non di morti... Mica male, per chi parla di genocidio palestinese!
Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, soprattutto dopo IL PRIMO attentato alle Torri Gemelle, Al Qaeda, l'11 settembre e ancor più alla luce del fondamentalismo islamico crescente, soprattutto in Europa, ha radici che risalgono ormai a quasi un secolo fa e è un conflitto IDEOLOGICO. Quindi non disposto a compromessi. Col quale dunque non esiste possibilità di trattare. Peggio che trattare con Hitler, come fecero non solo a Monaco, ma anche Stalin-Molotov ecc. ecc. ecc. Personalmente sono arrivato alla conclusione lockiana per cui si deve essere tolleranti con tutti, tranne che con gli intolleranti. Le democrazie che oggi pensano di potersela cavare a buon mercato (ivi inclusa buona parte della Chiesa Cattolica) "trattando" con i fondamentalisti (vedi UCOII) neanche tanto mascherati da moderati verranno travolte e fagocitate, come già fece storicamente l'Islam durante quasi tutta la sua storia. Non è necessaro leggere e studiare (sebbene sia importantissimo) la storia, le religioni ecc., per capire ciò: basta sentire i loro discorsi; loro lo dicono chiaro e tondo.
3. Obama. Secondo il mio modesto, ininfluente parere, Obama: 1. da come parla e da come agisce, dimostra di non sapere (o, peggio fa finta di non sapere, vedi sopra) niente della storia del conflitto; 2. è chiaramente mal consigliato da uno staff di liberal buonisti political correct (a cominciare da Rahm Immanuel, israeliano o ex israeliano di sinistra), i quali (poveretti!) sono rimasti alle categorie precedenti la trasformazione del conflitto (che ormai non è più da tempo locale, ma mondiale) da politico a ideologico, nella fattispecie di una ideologia di cui dimostrano di conoscere nulla; infatti mostrano di credere che basti cambiare approccio, linguaggio (la mano tesa), per indurre il fanatico al dialogo. Ma così non è. Dopo un anno di bei discorsi al mondo, in particolare arabo-islamico, non ha ottenuto altro che sberleffi (politici-diplomatici), come è sotto gli occhi di tutti. Tralascio la buffonata del premio (ig)Nobel per la Pace (sic!) a uno che non ha ancora cominciato a fare niente, tranne appunto solenni dichiarazioni senza effetto; anzi, vorrei ricordare, a uno che continua a mandare truppe dove aveva promesso di ritirarle; anzi, dirò di più, a uno che in quella sede pronuncia il principio che ci sono guerre giuste (a mio parere, una delle poche dichiarazioni giuste che ho sentito). Tralascio che la sua popolarità a un anno dal suo incarico ha raggiunto i livelli minimi della storia americana (vabbe’, c’è la crisi; ma forse anche la politica estera non è stata un granché).
No, caro Alessandro, Obama ha perso la sua credibilità nel momento in cui:
1. in tutti i suoi grandi discorsi all’umanità si è dimenticato di parlare degli ebrei (loro non hanno contribuito alla civiltà?);
2. ha preteso e cercato perfino di imporre le concessioni preliminari solo a una parte, gli israeliani, perdendo quindi la dimensione di arbitro super partes; non solo, così facendo ha indotto l’altra parte a rendere più cara la sua posizione; infatti, come si vede, ha allontanato ancor più il ritorno alla trattativa; a me sembra un fallimento; a te no? Potrei aggiungere la grave gaffe di quel poveraccio di Mitchell (in quanto, poveretto! crede che si possa trattare questo conflitto come quello anglo-irlandese), che è arrivato a ventilare l’ipotesi di sospendere i cosiddetti aiuti americani a Israele: bel modo di presentarsi come negoziatore, non c’è che dire!
Non mi sembra accettabile, almeno in linea di principio, il tuo invito a cogliere l’occasione Obama da parte degli israeliani; gli israeliani sono profondamente delusi, sentono l’allontanamento di questa Amminstrazione e io penso che non siano imbecilli. Obama è stato eletto dal suo popolo, non dagli israeliani; quindi, se gli americani sono contenti, lo rieleggeranno. Gli israeliani eleggono i loro governi e questo governo Netaniahu, che mostra coraggio e impegno, sa (quasi) tener testa a Obama, affronta la crisi con successo ecc., gode di ampio consenso. Questi sono i fatti.
Ma, al limite: se domani Obama o chi per lui vorrà ribaltare l’alleanza con Israele, ebbene, cosa dovrebbero fare gli israeliani? Prostituirsi? Anche questo film (più in piccolo) l’abbiamo già visto, basti pensare a De Gaulle. Gli israeliani hanno sostanzialmente coscienza che alla fine della fiera devono essere sempre attrezzati a cavarsela da soli. Hai presente quando Israele era sotto il boicottaggio da parte del mondo arabo e fin dai primi anni ’50 nessuna multinazionale vendeva agli israeliani, niente farmaceutici, niente cocacola e blablabla. Oggi Israele ha una della più grandi multinazionali al mondo nei farmaci e altri fior d’aziende, tutte nate e sviluppate con iniziativa privata. Voglio dire: questo popolo ha deciso da tempo: non ci fidiamo di voi, perché in tutte le epoche ci avete mandato al macello. Macello per macello, abbiamo deciso di morire da uomini liberi per la nostra indipendenza. Non vediamo molte alternative.
Quando Begin fece bombardare O’Chiraq (!) in Iraq, rendendo un grande servizio non solo alla sua sicurezza, ma al mondo (giusto l’altro ieri gli iracheni hanno impiccato Alì il chimico), il mondo ebbe l’impudenza di coprire Israele di ogni genere di condanna: peggio, è di questi giorni la notizia che il governo (!?) iracheno sta intentando causa per danni a Israele, in quanto qualcuno, quasi 30 anni dopo, si è ricordato che nella condanna delle NU è menzionato il dovere di risarcimento da parte di Israele. Mi fa ricordare il lupo e l’agnello; siamo nelle mani di una giustizia da Alice nel Paese delle Meraviglie.
Avrei molte altre cose da dire, ma già mi sembra di avere forse un po’ esagerato.
Sento tuttavia di non poter finire senza aver chiarito (altro invito che colgo implicito nelle tue parole) che non dialogo con chi denigra, calunnia, demonizza: mi riferisco ai toni e ai falsi argomenti che inondano la polemica sul conflitto e oscurano l'essenza e i veri problemi da affrontare, tipo: "gli israeliani fanno ai palestinesi quello che fecero i nazisti agli ebrei"; "il Davide palestinese che tira le pietre contro il Golia israeliano"; "il genocidio dei palestinesi a Gaza", ecc. Siamo arrivati al punto che l'ONU affida a quel povero mentecatto o peggio in malafede di Goldstone (un giudice sulla cui serenità di giudizio ci sarebbe da avere paura per chi avesse la disavventura di essere giudicato da uno che valuta dichiaratamente in maniera parziale i documenti e le testimonianze, un giudice che accetta di presiedere una commissione in cui siede un'altra "giudice" spontaneamente dichiaratasi di parte) un'indagine sui presunti crimini di guerra commessi da Israele durante l'operazione "Piombo fuso", quasi sottacendo gli accertati crimini di guerra di Hamas e altri (che si nascondono in abiti civili, si fanno scudo di civili e hanno sparato circa 8.000 razzi in Israele per circa 8 anni, senza parlare del traffico di armi, droga e altro). Per non parlare del solito mantra dell'uso non proporzionale ecc. ecc. ecc. Invece noi italiani, europei, NATO, americani ecc. in Kossovo siamo stati bravi e buoni, no? o non abbiamo bombardato indiscrinatamente, causando stragi di civili? E anche adesso in Afganistan e dintorni, coi droni e mica droni, noi siamo civili e proporzionati, vero? noi abbiamo cura di non ammazzare mai i civili, vero? Epperò, se càpita (e capita di regola), pazienza, è il prezzo che si paga nella guerra asimmetrica contro il terrorismo. Quindi per tutti gli altri niente commissioni, niente criminalizzazioni. Solo per gli israeliani. Tutti i leaders, i politici e i militari dei Paesi summenzionati possono naturalmente girare liberamente per il mondo. Solo i leadrs, i politici, i vertici militari e persino i subordinati non sono liberi di girare per il mondo (inteso come mondo "illuminato", democratico, "civile"), perché, come è già successo in Spagna, oggi in Inghilterra e altri paesi, lì sì che c'è giustizia e quindi giustamente basta che qualunque cittadino o organizzazione di (sedicenti) diritti umani (meglio se ONG, che risponde solo a se stessa) faccia denuncia per crimini contro l'umanità, che subito giudici solerti spiccano ordini di cattura. Infatti, come tutti sanno, in Israele, che è uno sporco regime razzista, non c'è giustizia, né tribunali indipendenti, né libere elezioni, né separazione dei poteri. VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA!
Per essere ancora più chiaro: ritengo antisemita e/o antigiudeo chi nega il diritto all'esistenza non solo degli ebrei, ma anche del loro stato. L'antisionismo non è che un'altra forma di antisemitismo, soprattutto oggi, che dichiararsi antisemiti non sembra più tanto decente, in quanto l’antisionista nega agli ebrei il diritto alla loro libertà, autonomia, indipendenza nello Stato democratico d'Israele in Terra d'Israele.
Spero che tu non me ne voglia, se il mio tono è stato un po' appassionato, ma ho cercato di essere sincero.
Un cordiale saluto
Matteo di Giovanni

Cinque mesi sono passati dalla stesura di questa lettera, e sono serviti a dimostrare quanto fosse esatto tutto ciò che vi è scritto, in particolare quanto sia giusta e fondata la diffidenza nei confronti di Obama, quanto devastante la sua politica, quanto palese la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti di Israele. A noi, uomini e donne di buona volontà, non resta che rimbocarci le maniche e raddoppiare il nostro impegno.

barbara


19 maggio 2010

VIVA VIVA L’AMERICA DI OBAMA!

L'Iran è nella Commissione Diritti delle donne grazie all'assenteismo degli Usa

di Piera Prister

L’Iran ha ottenuto nella “Commission on Status of Women” dell’ONU un seggio da cui pontificare in fatto di diritti e pari opportunità delle donne e ciò è avvenuto senza l’opposizione degli Stati Uniti e con il loro silenzioso beneplacito, visto che Susan Rice, l’ambasciatrice USA all’ONU non era presente in aula mentre la maggioranza dei suoi membri, per acclamazione ha detto sì all’ingresso dell’Iran. Una maggioranza che vorrebbe vedere sempre più le donne dietro il burqa, soggiogate, sottomesse e ammazzate sull’altare della Shariah Law che avanza in Occidente con i suoi insidiosi tentacoli per l’insipienza e l’omertà delle democrazie.
L’Italia civile e progredita s’è dichiarata contro, grazie al suo governo in carica che rappresenta in alta percentuale gli Italiani nel cui immaginario culturale collettivo le donne, con tutte le loro battaglie storiche -anche in difesa delle donne afgane- da Emma Bonino ad Adelaide Aglietta e ad Adele Faccio sono degne di tutto rispetto.
E così Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU non era presente in aula e quindi non ha opposto il suo veto, come avrebbe dovuto fare per chiarezza morale. Così le donne sono state doppiamente gabbate per l’assenteismo USA e per l’ammissione dell’Iran nella Commissione sui Diritti delle Donne.
È notorio che con Obama non si scherza e che ogni giorno che passa si scopre qualche altra sgradita sorpresa sulla sua amministrazione. Susan Rice nominata da Obama US Ambassador to the UN- che per il suo ruolo e in nome della bipartisanship avrebbe dovuto difendere i diritti delle donne, non era in aula al momento del voto quando si doveva votare SÌ o NO all’Iran che senza fanfara è entrato scandalosamente a far parte della commissione in questione e in altre due commissioni. L’Iran è ”UN REGIME FEMMINICIDA” -il termine inglese “femicide” è usato dal 1801 ed è incluso nel “Wharton’s Law Lexicon”- è un regime di terrore che agita lo spauracchio di donne assassinate, o lapidate, o penzolanti dalla forca avvolte nel sinistro burqa o bersaglio dei cecchini come Neda in strada che muore in un mare di sangue.
Il canagliume che siede all’ONU ha ora, ancora più, i crismi della legalità per commettere impunemente ancora altre illegalità senza che nessuno gli sbarri il passo! Nemmeno gli Stati Uniti.
Già, dove era Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU? Dove era quando nella sede dell’ONU, “United Nations Commission On Women’s Status” i membri hanno acclamato l’ingresso dell’Iran nella commissione, l’Iran che fa quotidianamente scempio dei diritti umani e si accanisce contro le donne? L’ambasciatrice statunitese non era presente né in sala, né lo era nell’edificio, era latitante, come si dava per scontato, ormai. Un blogger ironicamente ha detto che forse stava incipriandosi il naso, ma non ci sono scuse che reggano. Come spiegare la sua defezione in un giorno così importante quando invece avrebbe dovuto votare contro e opporre il suo veto? Nessuna opposizione ai crimini del regime iraniano, neppure dagli Stati Uniti, dove le donne ne hanno fatta di strada per raggiungere lo status di cui godono e dove dovrebbero difendere quelle meno fortunate! Che altro ci si potrebbe aspettare da Obama che nomina come suo consigliere, una donna in tonaca e hijab, come Dalia Mogahed?
Infatti per l’amministrazione Obama, l’Iran non è più un paese canaglia e non è più quindi lo sponsor internazionale del terrore, un regime sanguinario, antisemita e misogino che reprime nel sangue la protesta, lapida impicca, tortura e viola le donne nelle carceri. E dove vige, per legge, la poligamia. È un paese invece non solo con cui dialogare ma anche al quale assicurare una membership nella Commissione sui diritti delle donne!? E così l’Iran ha ottenuto dall’ONU non solo l’impunità dei suoi crimini ma anche l’incoraggiamento a proseguire, con la Susan Rice che se la batte in ritirata e che per giunta è anche pagata con i nostri soldi. Forse se la spassava nei salotti televisivi di Oprah Winfrey, la regina dei talk-show televisivi, la donna più ricca ed influente d’America e sua grande amica, e soprattutto grande promotrice mediatica della candidatura di Obama.
L’anno scorso, abbiamo visto Susan Rice, fresca di carica, su C-Span -in diretta TV presente al summit di Davos del 2009, sui fatti di Gaza, con Israele sul banco degli imputati, insomma quando si discuteva di cose molte serie con il primo ministro turco Erdogan che attaccava duramente il presidente israeliano Shimon Peres. Lei invece tutta leggera ed incline al pettegolezzo, eludendo l’argomento generale, parlò della sua amicizia con Oprah Winfrey.

Quello che ci si chiede è: perché per trovare una parola su questi fatti SCANDALOSI bisogna andare sui siti specializzati come Informazione Corretta dove, oltre al pezzo di Piera Priester, troviamo anche quello di Ugo Volli? Perché i giornali non traboccano di indignazione e di anatemi come fanno regolarmente per fatti di ben più modesta portata? Perché? E, senza allontanarci troppo dal tema, perché ci sono personaggi di altissimo livello che addirittura si rifiutano di pronunciare le parole “islam radicale”? Davvero qualcuno è tanto sprovveduto da illudersi che nutrendo il coccodrillo se ne otterrà alla fine la benevolenza? Ma non si illuda, questo qualcuno, che offrendogli in pasto tutti noi su un piatto d’argento, come i fanciulli e le fanciulle al Minotauro, alla fine giungerà ad essere sazio: alla fine arriverà anche il vostro turno: quattordici secoli di storia dovrebbero avervelo insegnato.

  

  

                                               

barbara


18 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM (1)

Ancora un contributo alla conoscenza e alla comprensione di fatti e situazioni spesso mistificati da una non disinteressata propaganda, oggi disponibile anche in italiano grazie al prezioso lavoro di Paolo Mantellini. Trattandosi di un testo piuttosto lungo, lo dividerò in due parti, e la seconda la leggerete domani.

Schiavitù, Cristianesimo e Islàm

di Robert Spencer

Tirare le pietre al Cristianesimo per i suoi trascorsi relativi alla schiavitù, per gli atei oggi è diventata una sciccheria alla moda. Questo atteggiamento fa parte di una più ampia aggressione alla società e alla storia dell’Occidente che, o per caso, o di proposito, è manovrata da chi attualmente si sta impegnando su scala globale in una generalizzata ed esplicita sfida sia ai valori Giudeo-Cristiani che a quelli post-Cristiani. L’aspetto assolutamente meno compreso e più trascurato dell’odierna difesa contro la jihad globale è la minaccia che i jihadisti rivolgono ai valori dell’Occidente che, in massima parte, sono Giudeo-Cristiani. Aggiungiamo a questo fatto una critica storica che inflessibilmente dipinge l’Occidente come l’aggressore contro l’universo intero e come l’unico responsabile di tutti i suoi mali, la volontà degli Occidentali di difendere qualcosa di così putrido come la loro civiltà comincia a svanire.
Questa è la principale preoccupazione del mio libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam Isn’t [Religione di pace? Perché il cristianesimo lo è e l’islàm no], che ho scritto per contrastare questa tendenza e per rispondere alle critiche culturali dei musulmani. Perché, a prima vista, la Bibbia giustifica la schiavitù. L’apostolo Paolo afferma con chiarezza: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo [Servi, oboedite dominis carnalibus cum timore et tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo]” (Efesini, 6:5). Non stava dicendo nulla di riprovevole (e quindi viene criticato per aver apparentemente accettato lo "status quo" culturale del suo tempo, senza criticarlo o respingerlo). Nessuna cultura al mondo, Cristiana o meno, ha mai messo in dubbio la moralità della schiavitù fino a tempi relativamente recenti.
Ma la comune credenza popolare affibbia la responsabilità della schiavitù esclusivamente all'Occidente. Quando, nel Marzo 2007, l'Inghilterra commemorò il duecentesimo anniversario della definiva abolizione della tratta degli schiavi, il Primo Ministro, Tony Blair, lo definì "un'opportunità per il Regno Unito di esprimere il nostro profondo dolore e rammarico per il ruolo svolto dalla nostra Nazione nella tratta degli schiavi e per le insopportabili sofferenze, individuali e collettive, che ha causato".
Il ruolo dell’Inghilterra nella tratta degli schiavi?
Qualche Americano si potrebbe sorprendere nel venire a sapere che gli Inglesi, o chiunque altro che non fosse un Americano del sud, abbia mai posseduto schiavi, poiché dopo essere passati nell’odierno sistema scolastico, senza alcun dubbio, molti hanno la certezza che la schiavitù sia stata inventata a Charleston e a Mobile.
"Il sistema educativo Americano" osserva Mark Steyn, “lo insegna così – come una specie di turpe perversione che i coloni transatlantici hanno sviluppato spinti dalla loro avidità”.
Tuttavia, come ancora specifica Steyn, la schiavitù fu considerata per secoli un evento normale della vita da quasi tutte le culture: “In realtà, era più come il raffreddore – un’eventualità normale della vita. La sua pratica precede l’etimologia della parola stessa, risalendo agli schiavi portati dall’Oriente alla splendente metropoli di Roma antica. E precede di molti secoli le più antiche legislazioni, come il Codice di Hammurabi in Mesopotamia. Il primo schiavo riconosciuto per legge nelle colonie Americane apparteneva a un negro che era arrivato come “servo a contratto” [indentured servant]. I primi proprietari di schiavi del Nord America furono le tribù di “cacciatori-raccoglitori”. Come spiega Eric Metaxas ‘La schiavitù era accettata come la nascita, il matrimonio e la morte; era così intimamente intrecciata nel tessuto della storia umana che si potevano discernere solo con gran difficoltà i fili della sua trama e non era praticamente possibile isolarli dal contesto. Per oltre 5000 anni, in tutto il mondo, l’idea di una civiltà umana senza schiavi era semplicemente inimmaginabile’”.
Altrettanto misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone, non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”. E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi gli Indiani.
Tuttavia, non c’era consenso unanime nella Cristianità a proposito della schiavitù. La schiavitù continuava ad essere praticata e talvolta ottenne pure una approvazione ecclesiastica. Prima della guerra di secessione, negli Stati Uniti non mancava chi utilizzava la Sacra Scrittura per dimostrare la moralità della schiavitù. Tipica di queste concezioni fu la dissertazione, presentata nel 1822 dal Dr. Richard Furman, Presidente del Convegno Nazionale Battista dello Stato della Carolina del Sud, al Governatore della Carolina del Sud, John Lyde Wilson. Benché nel 1822 la schiavitù non fosse ancora diventata quella controversia lacerante delle decadi successive, Furman cominciava già ad avvertire la pressione delle argomentazioni contro la schiavitù che gli abolizionisti stavano propagandando sulla base dei principi Cristiani. Si lamentava che “certi scrittori di politica, morale e religione, alcuni dei quali molto rispettabili, avessero proposto argomentazioni e alimentato sentimenti molto ostili alla teoria e alla pratica della schiavitù” e avevano anche fatto risalire queste opinioni “alla Sacra Scrittura, e al genio del Cristianesimo”. Invece, Furman affermava che “il diritto di possedere schiavi è chiaramente sancito dalle Sacre Scritture, sia con precetti che con esempi. Nell’Antico Testamento, agli Israeliti era prescritto di acquistare i loro schiavi e le loro schiave dai popoli atei, ad eccezione che dai Cananei, perché costoro dovevano essere eliminati. Ed era anche stabilito che le persone acquistate fossero loro ‘schiavi per sempre’; ed un ‘retaggio per loro e i loro figli’”.
Furman prosegue, affermando che “non si può sostenere che il possesso di schiavi possa essere un male morale, perché gli Apostoli, che erano ispirati e non temevano le critiche degli uomini ed erano pronti a sacrificare la vita alla causa del loro Dio, non lo avrebbero tollerato per un solo istante nella Chiesa Cristiana. E inoltre “dimostrando che l’argomento è giustificabile in base all’autorità delle Scritture, si conferma anche la sua moralità, dato che la legge Divina non può autorizzare azioni immorali”.
Tali argomenti non reggono di fronte alle critiche degli abolizionisti, che si riferivano alla stessa Bibbia, utilizzata dagli schiavisti. Il movimento abolizionista era basato sul principio Cristiano della dignità di tutti i redenti in Cristo. I precursori dell’abolizionismo, gli Inglesi Thomas Clarkson (1760–1846) e William Wilberforce (1759–1833) erano entrambi motivati nell’impegnarsi per la fine della schiavitù, dalla loro profonda fede Cristiana; come loro fu il campione dell’antischiavismo William Lloyd Garrison (1805–1879), che, in un discorso tenuto a Charleston, Carolina del Sud, lo stesso giorno in cui venne ucciso Abramo Lincoln, osservò: “Cos’è l’Abolizionismo? La Libertà! Cos’è la Libertà? L’Abolizionismo! Cosa sono entrambi? Secondo la politica l’uno è la Dichiarazione di Indipendenza, secondo la religione, l’altro è la regola aurea del nostro Salvatore”.
Lo stesso Abramo Lincoln era molto colpito da Genesi 3:19, “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Nel Maggio 1864 scrisse a una delegazione di Battisti: “Leggere nella Bibbia, come parola di Dio, che “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” e poi predicare, invece di questo, “Con il sudore del volto di un altro mangerai il pane”, a me sembra che non possa essere conciliabile con una onesta sincerità”. Più tardi, nello stesso anno, rispose alla moglie di un prigioniero Confederato che si era appellata a lui per il rilascio del marito: “Dite che vostro marito è una persona religiosa; ditegli, quando lo incontrerete, che io non sono un gran giudice di religione, ma che, secondo me, una religione che fa ribellare e combattere contro il proprio governo perché, come pensano, un tale governo non aiuta a sufficienza alcuni uomini a mangiare il loro pane col sudore del volto di altri uomini, non è il genere di religione con cui si può raggiungere il paradiso!”. Diede a questo tema la sua più lapidaria formulazione nel suo Secondo Indirizzo Inaugurale, dicendo dei due partiti rivali nella Guerra Civile:

Entrambi leggono la stessa Bibbia e pregano lo stesso Dio e ognuno invoca il Suo aiuto contro l’altro. Sembrerebbe piuttosto strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro, ma non giudichiamo, dato che non siamo giudici

Certamente questa è stata la concezione che si impose nel mondo Cristiano: che, effettivamente, è molto “strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro”. E questa concezione fu il fondamento dell’abolizione generalizzata della schiavitù.

La schiavitù islamica
D’altra parte, nel mondo islamico la situazione è molto diversa. Maometto, il profeta dell’islàm, possedeva degli schiavi e il Corano, come la Bibbia, dà per scontata l’esistenza della schiavitù, anche se impone la liberazione di schiavi in alcune circostanze, come, ad esempio, la rottura di un giuramento: “Allah non vi punirà per una avventatezza nei vostri giuramenti, ma vi punirà per i giuramenti che avete ponderato . L'espiazione consisterà nel nutrire dieci poveri con il cibo consueto con cui nutrite la vostra famiglia, o nel vestirli, o nel liberare uno schiavo.” (5:89). Sayyid Qutb, il teorico della jihad, cita questo versetto come prova che nell’islàm “non c’è differenza tra un principe e un povero, un nobile e uno schiavo”. Ciò nonostante, mentre è incoraggiata la liberazione di uno schiavo o due di tanto in tanto, l’istituzione della schiavitù, di per se stessa, non è mai posta in discussione. Il Corano, addirittura, concede ad un uomo di avere rapporti sessuali con le sue schiave proprio come con le sue mogli: “1. Invero prospereranno i credenti, 2. quelli che sono umili nell'orazione, 3. che evitano il vaniloquio, 4. che versano la decima 5. e che si mantengono casti, 6. eccetto con le loro spose e con schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli,” (23:1-6). Un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna sposata ad un altro – eccetto che con le schiave: “e tra tutte le donne, [vi sono vietate] quelle maritate, a meno che non siano [prigioniere] vostre schiave . Questo è ciò che Allah vi prescrive.” (4:24).

Dite che Spencer e Mantellini che pensano e parlano male dell’islam sono cattivi? Avete ragione. Anzi, dirò di più: sono cattivissimi. Per fortuna nella nostra variegata società abbiamo anche persone come Urso, Fini e il cardinale Renato Raffaele Martino che hanno capito che l’islam è la cosa migliore che ci potesse capitare, come opportunamente ci segnala lui (solo – chiedo scusa se nella mia abissale inconsistenza oso permettermi – una piccolissima perplessità: in prima ho una bimba indiana di religione induista, in seconda ho un testimone di Geova e nella classe Montessori c’è un avventista del settimo giorno: cosa diavolo ne facciamo? Dove li sbattiamo? E, soprattutto: hanno il diritto di esistere?)
E poi, già che ci siete, andate a leggervi anche questo splendido articolo.


barbara


9 settembre 2009

CONOSCETE L’ONU?

The UN Gang di Pedro A. Sanjuan

L’amico “Wellington” ha scritto questa recensione di un libro che bisognerebbe non solo leggere, ma anche imparare a memoria. Quindi intanto leggetevi la recensione; poi, per chi se la cava bene con l’inglese, è imperativo categorico andarsi a leggere anche il libro.

Sono così contento di aver letto questo libro, e altrettanto contento di recensirlo. È la prima volta, forse da quando ho recensito The True Believer di Hoffer, che mi devo contenere nello scrivere una recensione per evitare che venga fuori lunga quanto il libro stesso. Ma queste duecento pagine di gloria contengono tanti di quei fatti interessanti che non si sa davvero da cosa cominciare n dove finire.
Il libro racconta l'interno della Organizzazione delle Nazioni Unite con particolare enfasi su due temi principali: lo spionaggio e l'antisemitismo.
L'autore, Pedro Sanjuan, ha lavorato per dieci anni al segretariato delle Nazioni Unite come Direttore degli Affari Politici. Il suo era un appointment politico voluto dall'allora VicePresidente George Bush per cercare di capire cosa stesse accadendo nel Palazzo di Vetro. In altre parole, Sanjuan era una spia.
Ma non pensate che fosse il solo: solo a New York i Sovietici avevano non meno di 274 agenti del KGB e del GRU tra i segretari, sottosegretari e funzionari ONU, senza contare i piccoli funzionari e il personale impiegatizio. I Sovietici avevano iniziato a colonizzare le NU fin dall'inizio e per gli anni '80 avevano una posizione inattaccabile al loro interno. I funzionari URSS e del patto di Varsavia erano la maggioranza all'interno del Palazzo di Vetro ed erano nella posizione di tenere fuori gli Americani. Ogni Americano che presentava domanda di impiego alle Nazioni Unite veniva investigato fino alla nausea, dando vita a dossier personali alti anche sei pollici, allo scopo preciso di trovare un buon pretesto per non assumerli. I Sovietici e i loro clienti venivano assunti praticamente sulla fiducia. In questa maniera i pochi Americani che circolavano alle Nazioni Unite erano il risultato di imposizioni politiche, come lo stesso Sanjuan.
Ma qual era lo scopo dei Sovietici nel riempire le NU di spie? Beh, molti, ma principalmente due: la propaganda e lo spionaggio. Per quanto riguarda la prima, i Sovietici avevano trasformato le agenzie di informazioni e pubbliche relazioni delle Nazioni unite in succursali della Pravda, talvolta subaffittate ai loro clienti come ad esempio l'OLP il quale per decenni ha diffuso, tramite una agenzia di informazione delle Nazioni Unite, tra l'altro al modico costo per il contribuente mondiale di $750 a pagina, comunicati il cui contenuto pur ufficialmente proveniente dalle Nazioni Unite sembravano presi dai sogni bagnati di Arafat.
Per quanto riguarda lo spionaggio, vale senz'altro la pena di menzionare la Biblioteca del Palazzo di vetro, interamente egemonizzata dai Sovietici, il cui unico scopo ufficiosamente dichiarato era raccogliere OPINT per conto del KGB. Ed era in una eccellente posizione per farlo. La biblioteca delle NU poteva richiedere qualsiasi libro, rivista o giornale pubblicato in USA e, cosa più importante, aveva la clearence necessaria per richiedere documenti governativi e paragovernativi riservati, come ad esempio rapporti e studi di contractors del Dipartimento della Difesa come la Rand Corporation, schemi tecnici da fabbriche che costruivano materiali per la difesa, papers scientifici dai centri di ricerca delle maggiori università.
Tutto ciò era in aperta violazione dello statuto delle Nazioni Unite che prescrive l'assoluta neutralità. Ma gli USA non sapevano chiederete voi? Sapevano benissimo, ma cosa avrebbero potuto fare? Le NU godono di extraterritorialità, immunità diplomatica e di tutti gli altri accorgimenti che garantiscono il regolare funzionamento della diplomazia. L'unico che avrebbero potuto fare qualcosa era il patrizio Dipartimento di Stato, per il quale però la forma diplomatica è troppo sacra per essere compromessa a beneficio di cosette come il controspionaggio. Pedro Sanjuan durante i suoi dieci anni alle NU collaborò con l'FBI documentando una quantità fuori misura di attività irregolari, ma più che documentare non si poteva fare.
La subordinazione degli Americani ai Sovietici alle NU, lungi dal figurare, come forse si illudeva il trasognante Dipartimento di Stato, come una caratteristica di superiore civiltà diplomatica era un'autentica barzelletta per tutti coloro che vi lavoravano (tranne gli Americani) ed era portata ad esempio dai razzisti antiamericani di tutto il mondo rappresentati al Palazzo di Vetro come prova della solita decadenza della civiltà occidentale e della, altrettanto classica, mitologica semplicità mentale degli Americani.
Effettivamente c'é da chiedersi come abbia fatto un Occidente talmente privo di fegato a vincere la Guerra Fredda e anche da chiedersi se gli riuscirebbe una seconda volta.
Ma se non le nazioni membro, chi vigila sulle NU? La risposta è nessuno. Vigilano su se stesse in aperta violazione di ogni norma di buonsenso. Qualunque investigazione è interna e coperta da segreto, poco sorprendente quindi che si risolva puntualmente in un insabbiamento.
Il secondo tema principale del libro è il diffuso antisemitismo presente alle Nazioni Unite che genera un'atmosfera che, nelle descrizioni di Sanjuan, fa apparire il Palazzo di Vetro più come un Gentlemen's Club ai tempi della Grande Depressione più che la sede di una grande organizzazione internazionale di fine Ventesimo Secolo.
Sì, sì, lo so che questo non lo volete sentire. Lo so che preferite pensare che si tenda ad esagerare, che non si tratta di vero antisemitismo, ma di una, comprensibile seppur sopra le righe, reazione alle malefatte dello "Stato Sionista". Lo so che volete pensare che la gente, specialmente a questi altissimi livelli di governo, non è spinta da pregiudizi bensì dalla fredda logica. Ma sfortunatamente per voi questo non è il vostro libro, è quello di Pedro Sanjuan. E con e per le NU lui, e non voi, ci ha lavorato per oltre un ventennio. E lui dice: 'Non era soltanto un'attitudine politica riguardo Israele. L'antisemitismo era una forma mentis culturale [...] che definiva la "cultura" delle NU'.
Le Nazioni Unite sembrano essere un ricettacolo di tutte le diverse forme di antisemitismo del mondo, il che a pensarci, data la diffusione dell'antisemitismo su scala mondiale era abbastanza prevedibile e dovrebbe portare a riflettere le anime belle che sembrano dare per scontato che se qualcosa è "internazionale" non può essere sbagliata.
Incominciamo con l'antisemitismo veteronazista del Segretario Generale di origine austriaca Kurt Waldheim, ex ufficiale nazista responsabile dell'uccisione di prigionieri di guerra e di altre nefandezze, che fece rimuovere dalla hall del Palazzo di Vetro un dipinto perché l'autore era ebreo.
Cosa? Non sapevate che un nazista è stato per anni Segretario Generale delle Nazioni Unite? Strano. Eppure è il tipo di informazione che i media ci tengono particolarmente a dare, mica perdono tempo con i pretzels di Bush o le mosche di Obama quelli. 'Ma forse non lo sapevano!', direte voi. Nemmeno per sogno. Il Rapporto Waldheim, precedente alla sua nomina a Segretario Generale e che documentava nei dettagli il suo passato, fu rilasciato dalle Nazioni Unite, dove era stato precedentemente classificato come segreto, durante la Segreteria del suo successore su richiesta degli USA e interessamento diretto proprio di Pedro Sanjuan.
E proseguiamo con l'antisemitismo finto-aristocratico, come d'altra parte il suo cognome, del successore di Waldheim, il Peruviano Perez de Cuellar, il quale si rifiutava anche solo di incontrare membri del Senato USA di origine ebrea, o che lo erano nella sua opinione.
Secondo il resoconto di Sanjuan, gli ebrei vengono attentamente tenuti lontani da tutte le organizzazioni dell'ONU, e questo non vale solo per gli impiegati, che sono praticamente inesistenti, ma anche per i diplomatici. Lo stato membro di Israele per esempio è praticamente un pariah alle Nazioni unite. La sua Missione è relegata al quindicesimo piano di un edificio minore al di fuori del Palazzo di vetro. In paragone, l'OLP, che beneficia solo del ruolo di osservatore, controlla mezze Nazioni Unite.
Lo stesso Sanjuan, sin dal suo primo giorno al Palazzo di Vetro si è sentito chiedere senza mezzi termini, da niente di meno che il Segretario Generale (tra gli altri), se era un ebreo. La sua risposta negativa ha convinto i suoi colleghi fino ad un certo punto, e il sospetto lo ha accompagnato per tutta la sua ultradecennale carriera.
L'antisemitismo delle Nazioni Unite non si ferma alla discriminazione nei confronti dei singoli ebrei, ma si estende alla più classica delle fantasie cospiratorie antisemite: quella secondo la quale gli USA sono segretamente controllati da ebrei.
Durante il segretariato Perez De Cuellar c'era un po' di maretta tra le Nazioni Unite e il Senato USA, che era stanco degli sprechi e delle inefficienze che caratterizzano il budget dell'organizzazione internazionale. Gli USA pagano il 25% del budget delle NU, e il Senato vuole comprensibilmente sapere dove vanno a finire questi soldi.
Uno dei membri del Senato più attivo nel chiedere la fine degli sprechi minacciando tagli era in quegli anni la Senatrice Nancy Kassebaum. L'argomento "sprechi del governo" faceva presa sul suo elettorato, gli hillbillies del grande Stato del Kansas, tradizionalmente reticente a pagare alte tasse e sospettoso verso il governo centralizzato, figurarsi verso uno sovranazionale. E così la Kassebaum inseguiva gli sprechi del Big Governament dovunque li trovasse, anche alle Nazioni Unite.
Perez de Cuellar, volendo sfidare testardamente la sana concezione odierna che vuole che solo gli americani siano disperatamente ignoranti dei paesi stranieri e che politici e burocrati di alto livello sono spinti nel loro operato solo ed esclusivamente da rigido e razionale professionalismo, semplicemente rifiutava di affrontare il problema delle proteste del Senato USA sulla base del fatto che tanto si doveva trattare di una manovra di "quella donna ebrea che ci odia perché è ebrea". Quando Sanjuan gli fece presente che la Senatrice Kassebaum è Episcopale, il Segretario replicò che "allora lo sono i suoi elettori". Il Grande stato rurale del Kansas è notoriamente un ricettacolo di ebrei. [continua]

E credo che sia il momento giusto di andarci a rivedere anche questo.

barbara


3 settembre 2009

GHEDDAFI E IL TERRORISMO

L'8 gennaio 1985 il Dipartimento di Stato americano pubblica un Libro Bianco sull'opera di eversione e destabilizzazione della Libia. Si legge nel documento:

Gheddafi ha utilizzato il terrorismo come uno dei principali strumenti della sua politica estera, ed appoggia i gruppi estremisti che fanno uso di tattiche terroristiche. Tripoli gestisce numerosi campi di addestramento, do­ve gruppi dissidenti stranieri imparano a maneggiare esplosivi, ad effettua­re dirottamenti ed assassinii, e ad usare le tecniche dei commando e della guerriglia. La Libia, inoltre, usa illegalmente i privilegi diplomatici, di cui si serve per accumulare armi ed esplosivi nelle sue sedi diplomatiche […]. Gheddafi ha nel mirino anche i governi arabi moderati, colpevoli, ai suoi occhi, di non voler proseguire la lotta militare contro Israele e di intratte­nere rapporti con i paesi occidentali. Esistono prove che la Libia ha soste­nuto piani per assassinare leader arabi come il presidente egiziano Mubarak e l'ex presidente sudanese Nimeiry [...]. Gheddafi nutre una particolare sim­patia per il gruppo di Abu Nidal, a causa dell'alto numero di successi da lui riportati nelle azioni terroristiche. La Libia ha poi dato asilo al famigera­to terrorista Carlos, che ha diretto una rete di terroristi mercenari. Il suo gruppo è responsabile di numerose azioni, fra cui la cattura dei ministri dell'OPEC tenuti in ostaggio a Vienna nel 1975. La ferma volontà di Ghed­dafi di colpire gli interessi degli Stati Uniti e di diffondere la sua filosofia ri­voluzionaria è alla base dell'ingerenza libica nell'America Latina. Tripoli considera il Nicaragua alla stregua di una propria base nell'America Cen­trale e, di conseguenza, tenta di rafforzare il regime sandinista di Managua.

In altri rapporti, pubblici o riservati, Gheddafi viene inoltre ac­cusato di sovvenzionare o di armare, in Spagna, l'ETA basca; in Ger­mania, la banda Baader-Meinhof; in Italia, i terroristi di Ordine Nuo­vo, di Prima Linea, delle Brigate Rosse e alcuni gruppi sardi e si­ciliani con velleità secessionistiche; in Francia, il movimento che si batte per l'indipendenza della Corsica. Il regime libico è inoltre con­dannato per essersi servito, fra il 1976 e il 1979, di ex agenti della ClA, come Edwin P. Wilson e Francis E. Terpil, per procurarsi armi e strumenti sofisticati e per addestrare i terroristi arabi. Nel marzo del 1985 la ClA elabora un rapporto di ventitré pagine, che dovreb­be restare segreto e che si intitola: Gheddafi e la Libia: una sfida agli Stati Uniti e agli interessi occidentali. Nel rapporto si sostiene che la Libia fornisce «denaro, armi, base operativa, assistenza di viaggio e addestramento a circa trenta gruppi eversivi, dislocati in Guatemala, El Salvador, Colombia, Cile, Repubblica Domenicana, Spagna, Tur­chia, Iraq, Libano, Pakistan, Bangladesh, Thailandia, Filippine, Niger, Ciad, Sudan, Namibia e altre otto nazioni africane. Interferenze di Gheddafi, sotto forma di aiuto finanziario all'opposizione o a esponenti di sinistra, sono rilevate in Austria, Gran Bretagna, Saint Lucia, Costarica, Dominica, Antigua e Australia».
Altre accuse al regime di Tripoli vengono mosse dagli oppositori di Gheddafi, che si sono rifugiati in vari paesi, fra i quali l'Egitto, il Marocco, la Gran Bretagna, l'Italia e gli Stati Uniti. Essi denunciano un tentativo di sequestro ai danni di Abdel Monein al-Huni, il 6 mar­zo 1976, e il tentativo di assassinare l'ex primo ministro di re Idris, Abdel Hamid al Baccusc, e l'ex membro del CCR, Mohamed al-Mugarieff, l'11 marzo 1985, alle porte di Alessandria d'Egitto. Anche la misteriosa scomparsa dell’iman Moussa Sadr finisce sul conto di Gheddafi. Secondo ricostruzioni abbastanza attendibili, egli sarebbe stato ucciso a Tripoli per errore, nell'agosto del 1978. In seguito, per cancellare le tracce del delitto, si sarebbe inscenata una finta partenza dell’iman per Roma, con il volo 881 dell'Alitalia. Ma a Roma Mous­sa Sadr non è mai giunto. (Da Gheddafi di Angelo del Boca, pp. 102-103)



Magari qualcuna di queste cose sarà stata un po’ esagerata, qualcuno di questi dati un po’ gonfiato, qualche dettaglio intrufolato abusivamente. Ma se anche solo la metà fosse vera, o un quarto, o addirittura un decimo, credo che potrebbe essere sufficiente per rifiutarsi di stringere la mano a quest’uomo. E di fare affari con lui. E stipulare accordi. Soprattutto quando si tratti di accordi che riguardano vite umane. E, a proposito di vite umane, andate a guardarvi questo filmato, che non credo abbia avuto grandissima pubblicità, per lo meno in Italia.

barbara


21 giugno 2009

LIEBERMAN : «NESSUN PAESE AL MONDO HA MAI FATTO CONCESSIONI COME ISRAELE»

Giovedì 2 aprile 2009

Dice Lieberman: “Chi vuole la pace deve prepararsi alla guerra, deve essere forte. Non c’è un solo paese al mondo che abbia fatto concessioni come Israele. Dopo il 1967 abbiamo restituito territori grandi tre volte tutto Israele. Abbiamo dimostrato la nostra buona volontà. “Oslo” è iniziato nel 1993 e non mi sembra che siamo arrivati alla pace. In quale momento Israele è stata più popolare nel mondo? Dopo la guerra dei Sei giorni, e non dopo il 1° e 2° e 3° e 4° accordo di Oslo. A Roma dobbiamo comportarci come dei romani!”
Il capo della diplomazia israeliana ha poi precisato che lo stato ebraico rispetta la “continuità di potere”, ma che l’unico accordo che impegna Israele è la “road map”, altrimenti detta risoluzione 1515 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dato che il processo di Annapolis non ha mai ottenuto alcuna convalida ufficiale da un governo israeliano.
Quanto all’Egitto, Avigdor Lieberman – che in passato aveva invitato il presidente Hosni Mubarak ad “andare al diavolo” se non voleva venire in Israele – ha assicurato che si recherà volentieri al Cairo, ma che gli farebbe piacere che anche il ministro degli esteri egiziano facesse visita a Gerusalemme. “Io rispetto gli altri, e desidero essere rispettato da loro. Sono per il principio della reciprocità”, ha inoltre assicurato.
Rispondendo alla domanda di un giornalista sui colloqui di pace con la Siria, ha affermato di non avere “alcun problema a negoziare pace in cambio di pace, e non in cambio di concessioni territoriali”

fonte: israel-info
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Premessa

Abbiamo riesumato un articolo datato 15/10/1991, scritto fra “Madrid e Oslo”, dopo la guerra del Golfo e apparso nella rivista MJLF nella primavera del 1992, perché le cause fondamentali del conflitto arabo-israeliano restano le stesse, con gli stessi attori, la stessa posta in gioco e le stesse minacce, con l’intermezzo di Oslo che ha complicato ulteriormente la situazione, avvicinando le minacce che pesano su Israele con un regime terrorista organizzato che oggi si trova in seno al paese mentre prima ne era al di fuori, e Saddam Hussein ancora più vicino al suo obiettivo di avere delle armi nucleari e batteriologiche efficaci … per ricattare il mondo libero e distruggere Israele.
Albert SOUED


TERRITORI PER O CONTRO LA PACE?

Dopo la guerra dei Sei giorni l’Onu ha adottato una risoluzione, la 242, e stabilito questi sette principi:
1. il carattere inammissibile di acquisizioni territoriali per mezzo della guerra
2. la necessità di operare per una pace giusta e duratura
3. il principio dell’evacuazione dell’esercito israeliano “da” territori occupati (1)
4. la fine dello stato di belligeranza, il rispetto della sovranità territoriale e dell’indipendenza politica di ogni stato della regione entro frontiere sicure e riconosciute, libere da ogni minaccia e da atti di “forza”
5. la garanzia di navigazione nelle acque internazionali
6. la soluzione giusta del problema dei rifugiati
7. la garanzia dell’inviolabilità territoriale e dell’indipendenza di ogni stato della regione mediante misure comprendenti la disposizione di zone demilitarizzate

Prima di analizzare questi 7 punti, occorre tornare indietro nella storia e ricordare che tutte le promesse fatte a Israele e tutti gli accordi d’armistizio o di pace si sono conclusi con delle riduzioni del territorio promesso a Israele o da esso controllato

Un po’ di storia

a) dopo il crollo dell’impero ottomano, la promessa di un focolare nazionale ebraico fatto da Lord Balfour, ministro di Sua Maestà, nel 1917 riguardava un territorio da dividere fra ebrei e arabi, comprendente la Palestina, la Giordania e la Mesopotamia con una superficie sette volte quella della Palestina del mandato britannico. Nel 1947, alla fine di questo mandato, non restava più che la Palestina; e l’Onu concede agli ebrei meno di 13.000 km² (2). La guerra imposta dagli arabi a Israele al momento della sua nascita nel 1948 permette a Tsahal di migliorare il tracciato di frontiere indifendibili e di includere nel territorio israeliano tutta la Galilea, divisa in modo irrealistico fra ebrei e arabi dai tecnocrati dell’Onu. Ciò porterà la superficie di Israele a un po’ più di 20.000 km², che è quella attuale. Ricordiamo qui che in occasione di questa guerra per la propria indipendenza, Israele ha evacuato una porzione del Sinai, conquistata all’Egitto!
b) Otto anni dopo, nel 1956, l’aggressione di Nasser che aveva chiuso a Israele le acque internazionali e nazionalizzato il canale di Suez, permette a Tsahal di conquistare tutto il Sinai. Che viene subito evacuato, senza contropartita, su pressione americana.
c) Undici anni dopo, nel 1967, lo stesso Nasser ci riprova, seguito dalla Giordania e dalla Siria. Tsahal occupa nuovamente il Sinai, più Gaza, la Giudea, la Samaria e il Golan. Al termine di questa guerra dei sei giorni, l’ONU vota la risoluzione 242. Ma Israele dovrà attendere ancora 12 anni i primi segnali di pace di un paese arabo, perché questa risoluzione abbia un inizio di applicazione.
d) Infatti, sei anni dopo, nel 1973, Sadat si avventura nella riconquista del Sinai, seguito dalla Siria che spera di recuperare il Golan. Sconfitti, l’Egitto e la Siria perderanno altre parti del loro territorio, che saranno però restituite subito dopo gli accordi armistiziali, senza contropartite.
L’ONU vota la risoluzione 338, che dà un carattere legale alla risoluzione 242 e che domanda negoziati “diretti” fra le parti.
e) Sei anni dopo, nel 1979, Sadat ha infine il coraggio di venire a firmare un trattato di pace e recupera tutto il Sinai, fino all’ultimo km²! Israele annette il Golan e Gerusalemme est, ossia circa 1000 km² e controlla Gaza, la Giudea e la Samaria, circa 6000 km².
f) Dodici anni dopo, indeboliti dall’avventura del Golfo e dal crollo del loro tutore sovietico, i paesi arabi confidano, nel 1991, di rispolverare il gioco di Sadat, che finalmente appare loro come un buon affare. Da qui la Conferenza di Madrid. Il momento sembra favorevole, perché gli israeliani sono rimasti traumatizzati dai 39 Scud ricevuti e dall’essersi dovuti rinchiudere nelle camere stagne con le maschere antigas.

Ma è davvero il momento di cedere ancora dei territori? L’ostilità degli arabi verso Israele sembra ancora oggi fondamentale. L’Egitto, il primo paese che ha superato il valico, ha ricevuto il “premio” della pace, ma ha creato un precedente con Israele, recuperando tutto il territorio rivendicato fino all’ultimo pollice.


Analisi della risoluzione 242 in relazione alla pace

Per quanto riguarda la pace, il dizionario Larousse dà della parola la seguente definizione: “stato di un paese che non è in guerra”, “ristabilimento definitivo di relazioni amichevoli, realizzato per mezzo di un trattato che generalmente contiene degli accordi finanziari e delle clausole territoriali”.
In ebraico la pace, “shalom”, ha, in senso lato, il significato di “saluto”, di “integrità fisica e morale”. È lo stesso per l’arabo, ma questa lingua include nella nozione di “salam” quella di “resa”, di “abbandono da parte dell’uno” e “presa di possesso da parte dell’altro”. Vi sono dunque delle differenze che sono tutt’altro che sfumature.
Preso atto di questo, analizziamo la risoluzione 242 punto per punto:

1. L’ONU non ammette che un territorio acquisisca un territorio per mezzo della forza. I testi internazionali precisano: “salvo quando la guerra è imposta da un paese terzo e la guerra è di difesa”. È il caso di Israele nelle quattro guerre imposte dagli arabi. Inoltre nel 1948, nel 1956, nel 1973 Israele ha restituito dei territori importanti conquistati, senza contropartita.
2. Una pace giusta e duratura: nel linguaggio arabo, che veicola il suo subcosciente, chi vuole la pace deve fare un atto di resa. Infatti è l’Altro che chiede la pace, e la riceve a certe condizioni (spesso di tratta di una tregua o di uno stratagemma di guerra).
L’esempio della pace con l’Egitto è eloquente: un trattato di non belligeranza migliorato, senza relazioni amichevoli, né commerciali, un turismo a senso unico, un nuovo e virulento antisemitismo nei media e dalle elites.
Così un territorio è un valore concreto e tangibile. La pace è un concetto astratto e relativo, che può essere inteso in modi diversi.
3. Evacuazione di territori occupati: che sia per atavismo, o per estrapolazione dal passato, nel quadro di nuovi trattati di pace (3) Israele sarà indotta a cedere del tutto o in parte i territori annessi o controllati.
Nessuno piangerà Gaza la filistea, e d’altra parte nessun paese arabo la vuole. Ma la Giudea, la Samaria, Gerusalemme e anche il Golan fanno parte dell’eredità di Abramo e rappresentano il cuore storico, affettivo e metafisico di Israele. Cederli in cambio di vaghe promesse di pace rappresenterà uno strappo gravido di conseguenze.
4. Gli “atti di forza” degli arabi attraverso le frontiere di Israele non sono mai cessati dal 1917. La pace con l’Egitto non ha impedito gli atti di forza e nessun trattato sarà in grado di dare garanzie in merito (4).
5. 6. 7. Questi punti non toccano problemi scottanti e possono, in linea di principio, essere risolti con la buona volontà delle parti e i soldi del ‘‘grande fratello’’ americano (5).


Territori per o contro la pace?

Infatti questi due concetti di “territori” e di “pace” non sono comparabili ed è assurdo accostarli essendo l’uno, il territorio, tangibile mentre l’altro, la pace, non lo è, e dipende dall’umore del momento e dall’interlocutore.
Il giorno in cui l’Arabia Saudita non domanderà più a un turista il certificato di battesimo per ammetterlo nel suo territorio, il giorno in cui questo paese smetterà di finanziare le fucine (moschee, scuole, associazioni di beneficenza) in tutto il mondo che insegnano l’islam integralista e wahabita e l’odio per l’altro (6),
Il giorno in cui l’Iraq e la Siria rinunceranno seriamente ai loro sogni egemonici di Mezzaluna Fertile e all’armamento da apocalisse dedicato a questa causa, il giorno in cui questi due paesi autocratici e dittatoriali cesseranno di sfidare il mondo libero,
Il giorno in cui la Libia cesserà le sue aggressioni aggressive e folli in tutte le direzioni (7),
Il giorno in cui cesserà il linguaggio dell’odio e della denigrazione,
Il giorno in cui il vento della democrazia spirerà sui dirigenti arabi e il giorno in cui questo spirito raggiungerà i loro popoli,
Allora Israele potrà infine trovare una definizione comune della parola pace con i suoi vicini e potrà cominciare a respirare.
Il presidente Bush padre ha fretta di raccogliere i frutti della sua guerra del golfo prima delle elezioni di novembre 1992. Per questo è pronto a sacrificare le sue buone relazioni con Israele, oggi meno interessante sul piano strategico.
Certi americani stanno già cominciando a fare sordidi calcoli di quanto Israele sarà costato al contribuente americano: 27 o 71 miliardi di dollari? Fanno i conti di ciò che gli Stati Uniti hanno economizzato in miliardi di dollari e in migliaia di vite umane per la presenza di Israele l’altro ieri ai confini del totalitarismo sovietico, ieri ai bordi della polveriera del petrolio? (8)
Non serve a nulla cogliere un frutto non ancora maturo, perché marcisce prima di poter dare soddisfazione.
Albert SOUED, scrittore – 15/10/1991

www.chez.com/soued/conf.htm

Articolo apparso nel trimstrale del MJLF "Mouvement" nella primavera del 1992 “sotto la responsabilità dell’autore” e aggiornato con le note il 28/8/02.

(1) La versione francese della clausola dice “des territoires”; ora, se l’intenzione fosse stata di scrivere “des”, la versione inglese, l’unica che fa fede, avrebbe incluso “the” davanti a “territories”.
(2) Il resto era stato smembrato dalla Gran Bretagna per creare due regni hashemiti artificiali, la Giordania e l’Iraq e soddisfare le tribù arabe, in cambio di concessioni petrolifere.
(3) Dopo la pubblicazione di questo articolo ci sono stati gli accordi di Oslo nel 1993, oggi di fatto annullati dalle azioni terroristiche dell’Autorità Palestinese e dalla guerra di logoramento condotta dal suo capo, Yasser Arafat. In base a tali accordi, le parti dovevano giungere a una soluzione territoriale di compromesso a Camp David, nel 2000. Ma Arafat ha rifiutato qualunque compromesso, rivendicando Gerusalemme e il ritorno di 3,5 milioni di profughi in Israele.
Israele ha restituito alla Giordania tutto il territorio rivendicato (alcuni km²) in cambio di un trattato di pace, nel 1995.
(4) L’aggressione dell’Iraq con i suoi missili Scud, le incursioni dalla Giordania malgrado il trattato di pace firmato nel 1995, la guerra di logoramento di Arafat dalla firma degli accordi di Oslo nel 1993, il rapimento di soldati attraverso la frontiera libanese sono altrettante testimonianze quotidiane di atti di forza.
(5) In realtà il problema dei rifugiati si è rivelato scottante a causa delle rivendicazioni esorbitanti dei palestinesi che hanno reclamato il loro diritto al ritorno in Israele. Se ci si limita alla definizione di rifugiati dell’Onu, dal 1950, ciò non riguarderebbe che 45.000 persone, problema risolvibile. Notiamo anche che nella risoluzione 242 i rifugiati comprendono parimenti gli ebrei rifugiati dai paesi arabi, che non hanno ancora rivendicato nulla.
(6) Secondo lo storico e scrittore Amin Maalouf il nemico implacabile di Israele non sarebbe tanto la Siria, il cui capo, minoritario e ormai vecchio, sarebbe piuttosto realistico, quanto l’Arabia, altrettanto dogmatica del Vaticano nei confronti dell’ebraismo.
(7) Oggi come oggi la Libia sembrerebbe rinsavita. D’altra parte l’Iran, per ragioni di egemonia regionale attraverso l’arma nucleare, da quando i mullah sciiti integralisti sono arrivati a Teheran nel 1979, appare un nemico pericoloso tanto per Israele quanto per l’islam sunnita.
(8) L’atteggiamento ambiguo di Bush junior sembra confermare che gli interessi degli Stati Uniti, anche dopo i tragici avvenimenti dell’11/9/01 a Manhattan, non coincidono necessariamente con quelli di Israele, da cui la continua ingerenza di questa potenza nella politica interna israeliana. (Traduzione mia)

Incredibile come un articolo vecchio di quasi vent’anni sia ancora drammaticamente vero e attuale. E, detto questo, credo proprio che non ci sia nient’altro da aggiungere.


barbara


16 giugno 2009

ONCE UPON A TIME IN AMERICA

C’era una volta in America …



Adesso tutto questo non c’è più perché non ce n’è più bisogno: grazie al cortesissimo Hussein Obama se lo fanno già da soli (e già che ci sei vatti a leggere anche questo, che non può che farti un gran bene).

barbara


24 gennaio 2009

LETTERA DI UN ITALO-ISRAELIANO ALL’EUROPA

Cara Unione Europea, che deve decidere se condannarci per aver "sparato sul pianista" (installazione ONU a Gaza)

Sono Rodolfo Chur Ballardini, israeliano di lingua italiana e abito a Gerusalemme. Devo chiedervi se scendete ogni tanto dalle nuvole o preferite restare lassù a sentenziare in perfetta malafede. Ma come, lo sa tutto il mondo che nella Striscia di Gaza le istituzioni dell'ONU sono in mano ai terroristi di hamas e del fatah e voi state lì a discutere se condannare Israele per aver sparato su una installazione ONU che, non è una novità era un covo di delinquenti travestiti da miliziani, come li chiamate voi. Ci sono fotografie che dimostrano la tacita collusione dell'ONU, anche con hezbollah in Libano. Al riguardo personalmente diedi all'on. Bertinotti quando era presidente della Camera dei deputati italiani in visita in Israele, una foto nella quale si vede una postazione ONU nel sud del Libano a circa 50 metri dall'ingresso di un bunker dei terroristi libanesi scavato nella roccia a 30 metri di profondità ed ampio un miglio quadrato. Un lavoretto durato più o meno due anni. Forse i militari dell'ONU erano ciechi e sordi? O altro? E qui a Gerusalemme, non c'è un ebreo assunto nella palazzina dell'ONU, tutti arabi. Volete un consiglio spassionato? Condannatevi da voi per il colpevole silenzio durato un decennio durante il quale hamas ci ha tirato oltre 11000 missili e ancor prima quando avete lasciato che ci uccidessero bambini e donne nostre sugli autobus, nei caffè, nei ristoranti, nei centri commerciali. Forse i morti israeliani per mano di bastardi assassini erano meno meritevoli di attenzione dei morti palestinesi? sapete che vi dico? fottetevi voi e loro, maledetti infingardi. Avete persino rinnegato le vostre tradizioni ed origini ebraico cristiane pur di compiacere l'islam i cui barboni neri paludati di nero con turbanti alla Nasrallah vi inchiappetteranno. È solo questione di tempo. Usate 10 pesi e 10 misure ma l'importante è andare sempre contro Israele. Plaudo al governo italiano che ha dichiarato Israele baluardo contro il terrorismo anche dell'Europa. Non c'è uno stato europeo che abbia le mani pulite. E il sangue dei miei 6 milioni di correligionari trasuda dalla terra europea. Di Loro, 1 milione e 500.000 erano bambini. Non avete titolo per giudicarci ed ergervi a tribunali. Le vostre fondamenta poggiano sul mio sangue. Ah, la lingua italiana è meravigliosa quando si devono esprimere concetti con poche parole.

E i suoi concetti, che sono i concetti di chiunque sia dotato di capacità di intendere, sono chiari davvero.

barbara


16 dicembre 2008

ONU: OGNI TANTO – ECCEZIONALMENTE – UNA COSA BUONA

United Nations General Assembly Resolution 46/86

(December 16, 1991)

THE GENERAL ASSEMBLY,

DECIDES to revoke the determination contained in its resolution 3379 (XXX) of 10 November 1975. (qui)

Resta comunque il fatto che l’ONU, sotto la guida del criminale nazista Kurt Waldheim, aveva approvato una simile oscenità. E resta il fatto che per abrogarla ci ha messo ben 16 anni. E resta il fatto che tutta intera la politica dell’ONU è un’autentica guerra contro Israele, al punto di celebrare ogni anno la “tragedia” della sua nascita con toccanti cerimonie di fronte a carte geografiche in cui lo stato di Israele non compare – e potremmo continuare molto ma molto a lungo. Ricordiamo dunque una delle pochissime cose buone fatte dall’ONU in mezzo a tante infamie.

barbara


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31 agosto 2008

E RIPARLIAMO DEL DARFUR

Questa è l’ultima newsletter arrivatami, e desidero condividerla con voi: non importa se ci siano notizie inedite, l’importante è che non dimentichiamo mai la tragedia che si sta consumando nell’indifferenza generale.

Cari amici,
a vederla nel suo complesso, la nostra è una società stanca, persa nei rimorsi della coscienza, assuefatta al consumo sterile della mondanità, orfana di ideologie e tradizioni. In questo non si risparmiano i due organi di riferimento degli ultimi 50 anni: le Nazioni Unite e l'Unione Europea. Nella rincorsa del miraggio di un mercato comune e senza dogane, per la cui tutela si è rinunciato alla costruzione di un comune denominatore politico e identitario, la svendita del sogno di una Europa unita politicamente e democraticamente, si palesa, proprio con il dramma del Darfur, insieme all'inutile sopravvivenza delle Nazioni Unite. Con i veti di Cina e Russia, e la complicità di altri Paesi non democratici, ogni seduta al Palazzo di vetro risulta solo un grosso dispendio di risorse ed un inno selvaggio alla burocrazia. Per il Darfur accade quanto sta succedendo per la crisi in Georgia, per la quale si consuma il paradosso beffardo del veto ad ogni inferenza della comunità internazionale da parte della Russia, che invade uno stato sovrano e democratico e ostenta tendenze genocidarie in Cecenia. I caschi blu appaiono ormai immobili figure cartonate, come lo sono state dinanzi al massacro in Bosnia, al genocidio in Rwanda, al riarmamento degli Hezbollah in Libano. Ci si domanda quale possa essere il ruolo dell'ONU in un complesso scenario come quello del Darfur, appunto: a più di un anno dall'approvazione, la missione UNAMID esiste per ora solo sulla carta.
Si sono concluse le Olimpiadi in Cina, senza gesti clamorosi, se si eccettua la scelta dei portabandiera statunitensi, ricaduta su due atleti di origini sudanese e georgiana, unica Nazione a voler testimoniare la propria solidarietà a due popoli affranti dalla guerra. Giochi macchiati dalla soppressione delle manifestazioni in Tibet, Nepal e Birmania, ma anche delle proteste dei cinesi cacciati dalle proprie dimore per fare posto ai fastosi edifici olimpici. Una scelta, quella del Comitato Olimpico, dettata più dalle enormi risorse finanziare del colosso cinese che da ideali e principi. La Cina, dice Padre Albanese, comboniano da sempre impegnato in Africa, ha chiuso le Olimpiadi e ha ripreso a sostenere la guerra in Darfur, armando l'esercito sudanese e finanziandolo con i proventi della vendita del petrolio. Dinanzi a fiumi in piena di parole che sgorgano impetuose e impietose dalle istituzioni, rimangono per i Darfuriani solo la speranza e l'aiuto delle ONG e dei missionari, come i comboniani, da sempre in Sudan, e i salesiani della scuola tecnica per orfani del Darfur a El-Obeid, di Padre Vincenzo Donati. A difendere la vita dei propri cari, però, solo la cruda violenza delle armi dei ribelli, figli indomiti del Darfur, ma assassini a loro volta.
Il 23 agosto i rifugiati del Darfur in Italia si sono riuniti a Torino, a Piazza Castello, per chiedere giustizia in Darfur, in particolare il perseguimento dei temibili criminali di guerra, accusati di gravi crimini contro l'umanità, Ahmad Harun e Ali Kushayb.
"Sono molto soddisfatto, - ci racconta Suliman Ahmed, rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia - abbiamo visto una buona partecipazione e solidarietà della gente. Ma oltre alle parole, sebbene sincere e solidali, ci aspettiamo che si prendano presto misure concrete per arrestare la ferocia dei criminali in Darfur".
Negli ultimi giorni il Governo sudanese ha sferrato un pesante attacco ai ribelli, nel Nord Darfur, roccaforte del Sudan Liberation Movement e nel campo profughi di Kalma, vicino a Nyala. Il bilancio è per ora di circa 60 morti e più di 100 feriti tra i civili. Esortazioni a fermare il massacro in Darfur erano giunte pochi giorni fa dal Presidente turco Abdullah Gul, in occasione della presenza del leader sudanese al vertice economico UA-Turchia. Il Presidente sudanese Al-BAshir continua a negare, mentre l'economia del Paese cresce, anche grazie alla vendita di grandi quantità di materie prime alimentari, come grano e sorgo. In Darfur, invece, continua a crescere il numero di morti per malnutrizione.
Continua il fortunato rapporto di Italians for Darfur con il mondo della musica, con la speranza che attraverso di essa molti giovani possano venire a conoscenza del dramma che si sta consumando da ormai cinque anni in Sudan. Dopo il video spot per la giustizia in Darfur dei Negramaro e l'impegno delle Cinema 2, è il famoso cantante Caparezza (Michele Salvemini), ad aver indossato la t-shirt "Fermiamo il genocidio in Darfur" durante il suo concerto in una delle principali tappe estive. La maglietta di Italians for Darfur, il cui logo è un contributo creativo dei bloggers di Italian Blogs for Darfur, è diventato il più forte simbolo di denuncia del movimento italiano per i diritti umani in Darfur.

Dal blog:
"La guerra armata è l'unica arma per liberare il Darfur e tutte le altre regioni dall'oppressione della dittatura."
di Giorgio Trombatore (leggi il "blog-dossier")

La sentinella solitamente si appostava dietro ai ruderi di un mercato totalmente distrutto nell'area di Kidingir nel massiccio centrale del Jebel Marra in Sud Darfur.
Era un giovane Fur, uno di quegli uomini senza età.
Vestito di stracci con i capelli stile Rasta e con tutto il corpo ricoperto di Jujou, una sorta di amuleto locale , stava per ore a scrutare la savana contro possibili attacchi nemici.
A tracollo portava un vecchio Kalashnikov modello cecoslovacco.
Non appena il rumore di una jeep rompeva il silenzio della savana, la sentinella sparava un colpo nel cielo .
Era l'avvertimento, la sirena dei guerriglieri. [...]


Il mondo diviso tra giustizia e realpolitik
Accontentare tutti, si sa, è sempre difficile. Ancora di più quando si tratta dei membri della Comunità internazionale. Questa regola generale trova nuova conferma in relazione alle recenti notizie riguardanti il Presidente sudanese Omar al-Bashir.
Chi sperava che grida di gioia si levassero in ogni parte del mondo a seguito della sua incriminazione per genocidio in Darfur, richiesta dal Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Moreno-Ocampo, è restato profondamente deluso. Gli unici che si sono proclamati all'unanimità soddisfatti del mandato di arresto – che comunque dovrà essere confermato nei prossimi mesi da un panel di giudici della CPI – sono i ribelli darfuriani. [...]


YouTube censurato in Sudan
I bloggers sudanesi stanno lanciando l'allarme: la Sudanese National Telecommunication Corporation (NTC) ha oscurato YOUTUBE da alcuni giorni.
Sembra esserci proprio l'organo governativo di controllo dei media dietro il blocco di Youtube, conosciuto in tutto il mondo quale strumento al servizio della libertà di espressione e di parola


Dossier UNAMID: "un tradimento da parte della comunità internazionale"
Si è svolta, alla Sala stampa di Montecitorio, la conferenza stampa di presentazione del dossier sul bilancio di un anno di missione UNAMID in Darfur.
Nonostante le votazioni in aula in quello stesso momento, ci hanno raggiunto gli Onorevoli Beppe Giulietti (Ivd) ed Enrico Pianetta (Pdl), che sono intervenuti insieme ad Antonella Napoli, Presidente di Italians for Darfur, a Gianfranco Dell'Alba, Segretario di Non c'è Pace senza Giustizia e a Stefano Cera, docente universitario e membro della nostra associazione. Era presente anche Enzo Nucci, corrispondente per la RAI in Africa, più volte inviato dal Darfur, che ci ha omaggiati con un suo intervento in conferenza stampa.
La conferenza ha visto una buona presenza di giornalisti, con un conseguente discreto richiamo da parte delle agenzie stampa. Si è affrontato sia il tema della carenza di infrastrutture e personale che caratterizza la missione UNAMID (un "tradimento da parte della comunità internazionale", come titola appunto il dossier che abbiamo presentato insieme ad altre 36 ONG internazionali membri nella Globe for Darfur Coalition), sia quello della richiesta di incriminazione del Presidente sudanese Omar Al-Bashir da parte del procuratore Moreno-Ocampo della Corte Penale Internazionale (CPI). Ascolta la conferenza


Ai media arabi non piacciono gli "Arabi cattivi": silenzio sul Darfur
C'è un paradossale disinteresse del mondo arabo al conflitto in Darfur: il 40 per cento della popolazione sudanese è Araba, così come Arabi sono parte delle popolazioni interessate dal conflitto.
Nonostante il numero di civili coinvolti sia simile a quello stimato in Iraq, secondo Lawrence Pintak, giornalista esperto di media arabi, il conflitto in Darfur non ha la copertura mediatica che ci si aspetterebbe perché in Darfur viene definitivamente rotto lo schema degli Arabi vittime degli altri. In Darfur, gli "altri" sono gli Arabi. L'attacco più importante al silenzio dei media arabi è arrivato tre anni fa da Nabil Kassem, di Al Arabiya, produttore del censurato documentario "jihad on horseback" [...].

“Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”.
Non sono molto sicura di potermi annoverare tra i buoni, sono però assolutamente sicura che a fare ciò che posso non rinuncerò mai.



barbara


28 agosto 2008

DARFUR LA POLITICA DEI PASSI INDIETRO

Capitolo primo. Da quasi cinque anni il Darfur, regione del Sudan, vive quello che il Dipartimento di Stato Usa ha definito "un genocidio". Nella crociata dei governativi (arabi del nord) contro le popolazioni africane e nomadi, i morti sono stati tra i 250 e i 300mila. Centinaia di villaggi sono stati distrutti. La violenza sulle donne è stata adottata come tattica di guerra. Due milioni e mezzo di persone sono fuggite nel confinante Ciad, dove vivono in campi assai poco sicuri.
Capitolo secondo. Dopo anni di passività l’Onu entra in campo. L'inefficace forza di pace dell'Unione africana lascia il posto, il 31 dicembre 2007, a una nuova missione chiamata Minaud composta da 20mila soldati e da seimila poliziotti. Il governo di Khartoum mette i bastoni tra le ruote ma alla fine concede il suo assenso.
Capitolo terzo. Dei 26mila previsti, la Minaud può contare oggi su ottomila uomini. Quasi tutti africani (come prima della "storica" decisione dell'Onu) perché i paesi occidentali si sono bellamente tirati indietro. Solo gli europei hanno mandato qualcosa, ma in Ciad e non in Darfur. Mancano anche i mezzi, in particolare gli elicotteri, senza i quali i movimenti sul terreno sono ardui. Gli attacchi e i massacri continuano come se nulla fosse stato deciso. E vengono colpiti anche i militari della Minaud, più impotenti che mai.
Capitolo quarto. L'argentino Luis Moreno-Ocampo, procuratore del Tribunale penale internazionale istituito a Roma nel 1998, chiede l'incriminazione del presidente sudanese Ornar al-Bashir per genocidio e crimini contro l'umanità. Molti criticano il magistrato, perché, dicono, l'arresto è materialmente impossibile e si rischia di aggravare ancora la situazione in Darfur.
Capitolo quinto. Incredibilmente la Minaud comincia a
evacuare il "personale non essenziale" temendo tempi peggiori. La Cina, che acquista gran parte del petrolio sudanese e nel contempo vuole proteggere le sue Olimpiadi, continua a fare il pesce in barile.
Capitolo sesto. Il governo sudanese avverte di non poter garantire la sicurezza dei cittadini stranieri in Darfur. Grazie, lo sospettavamo, E l'Onu, cosa può garantire? (Franco Venturini, Io donna, 23 agosto 2008)

E vai a leggere anche questo.
(Poi, volendo, ci si potrebbe anche chiedere come mai a quelle anime sensibili che vanno in barca a portare generi di conforto, oltre che solidarietà morale, a gente decisamente ben pasciuta e ben vestita, nonché abbondantemente fornita di tecnologia, non viene l’idea di fare un giro anche da queste parti).



barbara


20 agosto 2008

E MENTRE A ROMA SI DISCUTE

Sagunto viene espugnata



(e leggi anche qui)

barbara


24 maggio 2008

CONTRO ISRAELE L’ARMA GROTTESCA DEI DIRITTI UMANI

Un vecchio articolo che non è però, purtroppo, un articolo vecchio.

di Harry Wall*

Gli attivisti per i diritti umani hanno molto per cui essere allarmati in queste settimane. Le bande di Hamas hanno conquistato Gaza con incredibile violenza. In Iran, secondo nuovi rapporti, c'è il più alto tasso al mondo di esecuzioni di bambini. In Cina, il New York Times ha pubblicato un devastante reportage sulla schiavitù minorile nelle miniere gestite dallo stato. In Darfur il genocidio continua.
Ma la comunità internazionale preferisce ignorare tutto questo, e molte altre violazioni dei diritti umani ad opera di entità statali. Piuttosto concentra ancora una volta la sua attenzione su Israele. Nel Regno Unito, il maggiore sindacato ha lanciato una campagna di boicottaggio contro Israele. A Ginevra, il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu ha adottato un'agenda da cui ha eliminato la Bielorussia e Cuba dalla lista di verifica permanente e vi ha lasciato un solo paese: Israele.
Entrambe queste azioni non sono solo un capo d'accusa contro coloro che proclamano la loro preoccupazione verso i nemici della democrazia. Ma rivelano che l'accanimento contro Israele è il frutto dell'eterna malattia dell'antisemitismo.
Cominciamo dal boicottaggio inglese. La decisione dell'esecutivo nazionale del UNISOM stabilisce di tagliare "tutte le relazioni economiche, culturali, accademiche e sportive con Israele fino a quando il muro dell'apartheid e l'occupazione non saranno terminate". L'azione del sindacato segue di qualche settimana altre iniziative di boicottaggio anti-israeliano in Inghilterra. La più grande organizzazione dei docenti universitari ha recentemente chiesto ai suoi membri di interrompere qualsiasi rapporto con i loro colleghi israeliani, presumibilmente per la loro "collaborazione" con l'occupazione della Palestina.
Tom Friedman, l'autorevole columnist del NYT, ha così criticato quella parte dell'Università inglese che ha sostenuto il boicottaggio: "Isolare l'Università israeliana con un boicottaggio punitivo è frutto del peggiore anti-semitismo. Diamoci un'occhiata in giro: la Siria è sotto inchiesta dell'Onu per l'assassinio dell'ex primo ministro libanese, Rafik Hariri. Agenti siriani sono sospettati dell'uccisione di alcuni tra i migliori giornalisti democratici libanesi, Gibran Tueni e Samir Kassir. Ma niente di tutto ciò smuove la sinistra per chiedere un boicottaggio delle università siriane. Perché? Il Sudan persegue il genocidio nel Darfur. Perché non si boicotta il Sudan?"
Il fatto che alcuni tra i migliori medici e ricercatori del mondo non potranno più avere a che fare con le Università del Regno Unito, non fa differenza per questi fanatici (forse dovrebbero spegnere anche i loro computer visto che il chip IntelPentium che molti usano è stato sviluppato in Israele). Neppure interessa loro il gran numero di bambini palestinesi che vengono curati negli ospedali israeliani o che presso le Università di quel paese studiano moltissimi arabi e palestinesi. La logica e la verità non hanno spazio quando sono all'opera sentimenti anti-israeliani e anti-semiti.
Ma non sono solo i sindacati inglesi a operare boicottaggi contro Israele. Il mese scorso anche l'unione dei giornalisti inglesi ha chiesto l'isolamento di Israele. Pensateci solo un momento. I giornalisti dovrebbero essere imparziali e cercare notizie e fatti per le loro storie, invece chiedono il bando di Israele. Non della Russia di Putin dove la libera stampa è stata annientata; non dei paesi arabi dove i media sono solo organi di propaganda del governo; non in Cina dove addirittura internet è censurata per proteggere il governo dalle critiche. No, il bando si chiede per Israele, l'unico paese del Medio Oriente ad avere una stampa libera e indipendente.
Questi boicottaggi non hanno in realtà niente a che fare con l'occupazione o con la solidarietà verso i palestinesi. Qualcuno di costoro ha notato che Israele si è ritirata da Gaza l'anno scorso? E hanno visto i risultati?
A Ginevra, dove il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu è stato smantellato l'anno scorso visto che i paradossi erano divenuti eccessivi anche per Kofi Annan (la Libia aveva la presidenza), è stato istituito un nuovo organismo. Ma il nuovo consiglio si è subito dimostrato altrettanto viziato come il precedente. Il rispetto per i diritti umani non è richiesto per farne parte: Russia, Cuba, Angola e Arabia Saudita sono tutti membri del consiglio. E anche questa volta il genocidio nel Darfur è ignorato: neppure una risoluzione contro il Sudan è stata proposta, mentre nove risoluzioni sono state approvate in un anno contro Israele.
Il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu ha sorpassato il precedente in ipocrisia nella sua ultima sessione. Ha fatto uscire la Bielorussia e Cuba dalla lista dei paesi che richiedono una sorveglianza permanente e vi hanno lasciato solo Israele.
Gli Stati Uniti, hanno visto che il nuovo consiglio non differisce in nulla dal precedente e hanno preferito rimanerne fuori. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato ha accusato il consiglio di avere "una ossessione patologica verso Israele". Per raggiungere il "consenso", l'Unione Europea ha dato il via libera alla decisione di rendere permanente i monitoraggio sugli abusi commessi da Israele. Solo il Canada si è opposto a questa grottesca decisione.
E così è passata un'altra settimana in cui il concetto di diritto umano è stato capovolto. Nessuno degli oppressi della terra trarrà alcun vantaggio dalle continue condanne contro Israele. L'Isolamento di Israele, previsto dal boicottaggio inglese e la demonizzazione del paese perpetuata dall'Onu a Ginevra, contengono in realtà gli elementi chiave per un solo scopo: delegittimare lo Stato degli ebrei. Si tratta di una minaccia senza tempo e si chiama anti-semitismo. Solo che oggi si ammanta con vesti della difesa dei diritti umani. È troppo pericoloso per essere ignorato.
_______________

* Harry Wall è consigliere della Anti-Defamation League

(L'Occidentale, 29 giugno 2007)

Ma non è che sia in atto una Delegittimazione di Israele, nooo! Non è che sia in atto una Demonizzazione di Israele, nooo! Non è che qualcuno stia facendo Due pesi e due misure, nooo! Si sta solo operando una legittima critica, esattamente come si sta facendo con tutti gli altri. O no?

barbara


23 maggio 2008

UN MODO COME UN ALTRO PER RICORDARE IL TIBET



che da quasi sessant’anni sta vivendo una tragedia come poche altre al mondo, che da quasi sessant’anni sta vivendo un’infame occupazione e repressione e persecuzione dei propri abitanti nell’indifferenza pressoché totale dell’opinione pubblica, dei mass media, dei politici, dell’Onu, di Amnesty International.
(E, vista la data, ricordiamo anche lui)

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo.


4 marzo 2008

E CI RISIAMO

Ripropongo un mio articoletto di sei anni fa. Ma potrei benissimo averlo scritto sei mesi fa, o sei giorni fa, o sei minuti fa. Purtroppo …

Era successo nel 1948. È successo di nuovo nel 1967. È tornato a succedere nel 1973: Israele viene attaccato. Non perché abbia fatto qualcosa da cui ci si debba difendere, non perché ne abbia fornito un qualche pretesto, no: Israele viene attaccato perché Israele delenda est. Viene attaccato e le prende (non dimentichiamo che la guerra del 1967 era stata preceduta da oltre 2000 incursioni armate in territorio israeliano; incursioni alle quali - ironia della storia - Israele non aveva mai risposto per non rischiare di far scoppiare una guerra). Israele le prende e l'Europa sta a guardare, il mondo sta a guardare, l'ONU sta a guardare. Poi Israele si rinfranca, si organizza, forse qualcuno comincia a pensare: "Se guerra dev'essere, ebbene, che guerra sia", e comincia a pestare di santa ragione, comincia a prendere il sopravvento ed ecco - miracolo! - improvvisamente l'Europa si accorge, il mondo si accorge, l'ONU si accorge che c'è una guerra in Medio Oriente, una guerra che, come tutte le guerre, è brutta sporca e cattiva, una guerra che giustamente ripugna alla nostra coscienza civile, una guerra che non possiamo stare a guardare indifferenti: dobbiamo intervenire, dobbiamo rimboccarci le maniche, dobbiamo fermarla. E la fermiamo, infatti, lasciando Israele non vincitore, i suoi nemici non sconfitti e pronti a ricominciare alla prossima occasione. E un anno e mezzo fa, puntuali, hanno ricominciato. Per un anno e mezzo il mondo, come da copione, è stato a guardare. Dopo un anno e mezzo di terrore, finalmente, Israele si è deciso a combattere sul serio e sta cominciando a prendere il sopravvento su chi lo vuole distruggere. E il mondo - immancabile miracolo - ha cominciato a mobilitarsi per fermare la guerra e impedire ancora una volta a Israele di avere ragione dei suoi nemici e garantirsi una volta per tutte il diritto all'esistenza. Poi, a missione compiuta, andremo a dormire soddisfatti per la buona azione compiuta. E fra due, o cinque, o dieci anni, torneremo a piangere per i poveri martiri, talmente disperati da non avere altro desiderio che di morire ammazzando più ebrei possibile. E a mobilitarci per fermare la prossima guerra. Ora e sempre nei secoli dei secoli, amen.

barbara


19 febbraio 2008

DIRITTO AL TERRORISMO?

Il tempo passa, ma all’Onu non lascia tracce.

Le Nazioni Unite e il "territorio nemico" di Gaza

Mercoledì scorso il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon si è detto "molto preoccupato" per la decisione israeliana di definire la striscia di Gaza "territorio nemico" riservandosi, di conseguenza, il diritto di sospendere alcune forniture come elettricità o carburante. "Vi sono 1,4 milioni di persone a Gaza – ha detto Ban Ki-moon – e non devono essere puniti per colpa delle gesta inaccettabili di militanti ed estremisti. Chiedo a Israele di riconsiderare la sua decisione".
Poi, come per un ripensamento peraltro ignorato dalla quasi totalità dei mass-media, la dichiarazione di Ban Ki-moon si concludeva dicendo: "Il continuo e indiscriminato lancio di missili da Gaza su Israele è inaccettabile e lo biasimo. Chiedo che cessi immediatamente, e capisco le preoccupazioni israeliane per la sicurezza in questa materia".
Beh, forse no. Se l'Onu "capisse" davvero le preoccupazioni israeliane, avrebbe condannato quello che Ban Ki-moon definisce giustamente "l'indiscriminato lancio di missili" immediatamente, ufficialmente e coerentemente, e non solo come una sorta di aggiunta a piè pagina di una dichiarazione di condanna di Israele.
Sotto molti aspetti, da tempo l'Onu ha perso il diritto di disquisire sulla legalità delle misure di difesa israeliane. Nessuna nazione o organismo che ignora il deliberato fuoco sui civili israeliani ha il diritto di criticare le reazioni di Israele. Condannare la risposta israeliana mentre si resta sostanzialmente zitti sugli attacchi spudoratamente illegali e terroristici che quella risposta hanno provocato, costituisce un chiaro fallimento della giustizia, della legalità e del buon senso. Che tale schema sia da tempo diventato uno standard normale non lo rende meno indecente.
Il diritto internazionale diventa peggio che senza senso se viene interpretato come una forma di patto suicida. Contestare la legalità delle misure che Israele sta prendendo in considerazione e che, oltre a colpire il regime di Hamas, danneggerebbero anche palestinesi innocenti, è del tutto legittimo. Ma tali critiche devono anche saper rispondere a una semplice domanda: cosa dovrebbe fare Israele per reagire in modo legale al lancio indiscriminato di missili sui suoi cittadini?
Quando Israele prende in considerazione sanzioni sulle forniture di elettricità a Gaza, si parla di "punizione collettiva". Quando ricorre alle uccisioni mirate di singoli terroristi e mandanti lo si condanna per "omicidi extragiudiziali". D'altra parte, dubitiamo assai che chi emette queste condanne perorerebbe l'alternativa di una rioccupazione delle aree della striscia di Gaza da cui viene lanciata la maggior parte dei Qassam. E naturalmente si opporrebbe con forza anche a un vasto impiego di incursioni militari, che inevitabilmente causerebbero la morte, oltre che di molti terroristi, anche di alcuni civili presi nel fuoco incrociato, per non dire di quella dei soldati israeliani.
Esasperati, i critici potrebbero sbottare: "Ma insomma, perché non ve ne andate semplicemente da Gaza?". Che è esattamente quello che abbiamo già fatto, nella convinzione appunto che i palestinesi non avrebbero continuato ad attaccarci da un territorio che abbiamo abbandonato, mettendo a repentaglio, anziché incoraggiare, ulteriori futuri ritiri. E nella convinzione che, se i palestinesi, contro ogni logica, ci avessero attaccato ancora da Gaza, il mondo sarebbe stato lealmente al nostro fianco nella risposta a una tale infamia.
Non sostenere Israele in questo momento, dunque, serve a dissuadere gli israeliani dall'assumersi proprio quei "rischi per la pace" a cui veniamo continuamente sollecitati. Perché Israele dovrebbe dare ascolto a queste sollecitazioni quando farlo gli si ritorce contro e si traduce in ancor meno sostegno da parte di presunti amici?
Ma la mancanza di credibilità dell'Onu sul conflitto arabo-israeliano va anche oltre. In questo momento, ed esempio, fervono i preparativi per la conferenza detta "Durban Due", sotto l'egida ufficiale di Europa e Nazioni Unite. Come la precedente del 2001, anche questa, organizzata con l'amorevole sostegno di campioni di diritti umani quali la Libia e l'Iran, potrebbe segnare il ritorno in auge della vecchia risoluzione Onu (poi abrogata) nota come "sionismo uguale razzismo".
Nel complesso, il nuovo segretario generale dell'Onu sembra avere una consapevolezza molto maggiore della situazione in cui si trova Israele, ma è difficile vedere questa maggiore comprensione riflettersi nei comportamenti delle Nazioni Unite. Ban Ki-moon non ha il potere né la volontà di staccare la spina a una conferenza che mira a fomentare odio e razzismo e che danneggia le prospettive di pace, per cui la conclusione ineluttabile è che l'Onu, su questo tema, gioca un ruolo che appare incorreggibilmente dannoso.
L'Onu dovrebbe cancellare "Durban Due". Poi, se è davvero animato da sincere preoccupazioni umanitarie per i palestinesi, per non dire degli israeliani, dovrebbe accentuare drasticamente la sua condanna del terrorismo palestinese contro Israele. Se il Consiglio di Sicurezza non solo condannasse con forza gli attentati terroristici (anche quelli sventati), ma imponesse concrete sanzioni diplomatiche contro il regime delinquenziale di Hamas, ciò potrebbe contribuire a dissuadere i burattinai del terrore, e a diminuire la necessità di reazioni israeliane, militari o d'altra natura.
In mancanza di tutto questo, è l'Onu e non Israele che deve essere criticata per il suo contributo alle pene umanitarie e per il danno alla causa della pace. (Jerusalem Post, 21 settembre 2007 - da israele.net)

21 settembre, come potete vedere. Passano cinque mesi, ed ecco qua un’altra cosa, attualissima.


Rappresentante Onu: stop a razzi contro Israele
Holmes: Israele contenga la risposta militare agli attacchi

SDEROT - Il sottosegretario delle Nazioni Unite per gli affari sociali, John Holmes, ha condannato il lancio di razzi da parte dei palestinesi contro il sud di Israele e intima ad Hamas di fermare gli attacchi.
"Condanniamo nel modo più assoluto il lancio di questi razzi. Non c'è alcuna giustificazione. Sono indiscriminati, non c'è alcun bersaglio militare", ha detto Holmes intervistato a Sderot, una delle città israeliane più colpite dai razzi palestinesi.
Il rappresentante Onu ha anche invitato Israele a contenere la risposta militare a questi attacchi perché l'unico modo per fermarli è un accordo di pace. (Alice News, 17 febbraio 2008)

COMMENTO - L’Onu invita Israele “a contenere la risposta militare a questi attacchi perché l'unico modo per fermarli è un accordo di pace”. Come dire:
Se sei preso da coliche intestinali
non devi usare troppi farmaci
perché l’unico modo per farle passare
è guarire.

Se poi si pensa a quale tipo di pace cerca Hamas con Israele, si potrebbe dire meglio così:
Se sei preso da coliche intestinali
non devi usare troppi farmaci
perché l’unico modo per farle passare
è morire.

Morale Onu per Israele: Se finisci tu, finiscono anche gli attacchi di Hamas. Semplice e geniale. (da ilvangelo.org).

E se ammazziamo tutti gli ebrei, scompare l’antisemitismo. E se ammazziamo tutte le donne scompaiono le violenze e i soprusi contro di loro. E se ammazziamo tutti i bambini scompare la pedofilia. Eccetera eccetera.









barbara


19 dicembre 2007

PENA DI MORTE: E ADESSO?

 A tutti quelli che continueranno a impiccare decapitare fucilare lapidare, l’Onu che cosa gli farà?

barbara


11 giugno 2007

GIORNALISTI PALESTINESI CRITICANO L’USO DI UN VEICOLO CON LA SCRITTA “TV” NELL’ATTACCO AVVENUTO A GAZA



By Reuters, 10.06.06, ore 15:46

Il sindacato dei giornalisti palestinesi ha criticato domenica i militanti che hanno usato un automezzo con la scritta “TV” per avvicinarsi al confine con Israele e cercare così di rapire un soldato israeliano da una postazione situata al di là del confine.
“L’uso di veicoli che portano le scritte “Stampa” o “TV” ... mettono in pericolo le vite dei giornalisti, dando all’occupazione israeliana il pretesto di prendere di mira ed uccidere i giornalisti stessi e riducono la possibilità ai media di svolgere il loro dovere professionale e nazionale” dice il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi. “Vogliamo sottolineare la nostra opposizione all’uso di veicoli dei media e il coinvolgimento della stampa in qualsivoglia conflitto in corso, e chiediamo a tutte le parti in causa di abbandonare immediatamente tali metodi”, dice il gruppo, l’unica associazione di giornalisti presente nella striscia di Gaza e nella Cisgiordania.
Fotografie apparse sui media hanno mostrato il veicolo blindato, con la scritta “TV” in lettere rosse ben visibile nella parte anteriore, al posto di frontiera di Kissufim dopo l’attacco, con fori di proiettili sul parabrezza.
L’Associazione dei Giornalisti Stranieri, con sede in Israele, ha rilasciato un comunicato in cui si asserisce che l’uso di automezzi con segnali che li contraddistinguono come mezzi dei media per altri scopi rappresenta “un abuso della protezione riconosciuta ai giornalisti” e costituisce “un preoccupante sviluppo”.
Il primo ministro Ehud Olmert, in commenti rilasciati all’inizio del settimanale Consiglio dei Ministri a Gerusalemme, ha detto domenica che gli aggressori avevano usato un “veicolo con le insegne “TV” per confondere i soldati israeliani”.
Il primo ministro ha dichiarato che i terroristi hanno cercato di “giocare sulla speciale sensibilità che abbiamo, in quanto paese democratico, al diritto della stampa di operare liberamente e indipendentemente anche in aree a rischio”. Abu Ahmed, portavoce del braccio armato della Jihad Islamica, ha accusato l’IDF di aver apposto il segno TV sull’automezzo in un momento successivo. (Haaretz)

Non è granché, ma visti i precedenti è pur sempre meglio che niente: abbiamo visto ambulanze palestinesi usate per trasportare esplosivi, e nessuno ha fiatato, abbiamo visto addirittura ambulanze dell’Onu usate dai terroristi palestinesi per scopi non propriamente sanitari, e nessuno ha avuto da ridire. Che adesso si muovano i giornalisti palestinesi, anche se solo perché rischia di andarci di mezzo la loro pelle, è già qualcosa. (Grazie a Silverlynx per la segnalazione e a Paolo T. per la traduzione)

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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