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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


9 ottobre 2009

ANCORA SU SADAT E DINTORNI

Vi voglio regalare questa piccola chicca:



In Israele per celebrare l’avvento della pace, sia pure fredda – molto fredda – con uno stato che le aveva dichiarato guerra al momento della sua nascita e in guerra era rimasto per oltre trent’anni, è stato fatto questo. Spero che qualcuno dei miei cortesi visitatori sia in grado di aiutarmi a trovare le equivalenti iniziative dell’Egitto, perché io, evidentemente incapace e sprovveduta, sono riuscita a trovare solo un premio governativo conferito a quel giornalista che ha ringraziato Hitler per avere preventivamente vendicato i palestinesi – che io tra l’altro a questo punto davvero non capisco più niente: questo benedetto olocausto c’è stato o non c’è stato? Se lo sono fatto gli ebrei da soli o glielo ha fatto qualcun altro? Boh – e altre cosettine analoghe.
Poi naturalmente, sempre più o meno in tema c’è da leggere lui e poi, come ogni giorno fino a revoca, come dicono in banca per gli ordini permanenti,
MEMENTO: +39.

barbara


6 ottobre 2009

ADDIO A MAREK EDELMAN ULTIMO EROE DEL GHETTO DI VARSAVIA

C’era chi lo chiamava eroe, suscitando le sue ire. Altri non sopportavano il fumo di quelle sigarette che lui, medico cardiologo, ha continuato a fumare imperterrito, fino a quando gli è stato possibile. C’è chi chiedeva di incontrarlo pensando di trovarsi dinanzi ad un idolo vivente, del quale fare poi il panegirico e l’apologia, salvo poi, alla prova dei fatti, accorgersi che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e modesto, era molto diverso dal personaggio che gli era stato cucito addosso. È morto Marek Edelman, figura straordinaria di militante politico del Novecento. A questo secolo, peraltro, era rimasto profondamente legato, in tutto e per tutto, avendolo vissuto quasi interamente e, perlopiù, sulla sua pelle. Era nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia (ma altre versione datano la sua nascita al 1922, nella città di Varsavia) da una famiglia di «ostjuden», quegli ebrei dell’Est europeo che avevano forgiato e diffuso la cultura jiddish alla quale Edelman era molto legato, senza però mai viverla come dimensione esclusiva della propria identità. Di essa, nel dopoguerra e nei decenni a seguire, ne rappresentò infatti quel che era sopravvissuto, soprattutto dopo il tragico vuoto creato dalla Shoah e le persecuzioni staliniste. Della vita delle comunità ashkenazite aveva quindi respirato tradizione e innovazione, figlio com’era di una famiglia modesta ma stabilmente inserita nel tessuto sociale polacco. Non fu pertanto un caso se, ancora giovanissimo, avesse da subito scelto l’impegno politico nel Bund, il partito dei lavoratori ebrei di Russia, Lituania e Polonia. Formazione solidamente socialista, «mama Bund», così come veniva chiamata, raccoglieva un largo consenso tra gli operai e i salariati. Per i più costituiva l’alternativa al sionismo ma anche ad un capitalismo radicale e, tratti, brutale. La formazione politica nella prima gioventù gli tornò molto utile dopo l’occupazione tedesca del suo paese. Durante gli anni del ghetto, a Varsavia, operò clandestinamente nel gruppo di resistenza organizzato dalla sua organizzazione. Successivamente, quando venne costituita la ZOB, la Zydowska organizacja bojowa (l’Organizzazione ebraica di combattimento), e Mordechai Anielewicz ne divenne il comandante, si unì ad essa guidando le squadre di combattimento del Bund. Nei duri combattimenti che si svolsero nelle quattro settimane di resistenza del ghetto Edelman, che era il vicecomandante dell’organizzazione, si distinse per determinazione e coraggio. Dopo la fuga, avvenuta il 10 maggio 1943, si nascose nella parte “ariana” di Varsavia. Mantenne unito ciò che rimaneva della ZOB e con i suoi uomini partecipò alla rivolta di Varsavia, che scoppiò nell’agosto 1944. Figura feticcio, suo malgrado, della Resistenza europea, nel dopoguerra rimase in quella Polonia che andava trasformandosi in una democrazia popolare, malgrado dovesse subire gli effetti del rinnovato antisemitismo. Mentre i pochi correligionari sopravvissuti allo sterminio lasciavano il paese Edelman completò gli studi e iniziò a lavorare come medico. Non dismise tuttavia il suo impegno politico, riconoscendosi in un socialismo dal volto umano, molto distante dalla religione civile imposta da Stalin e dai suoi uomini. Per questa ragione fu arrestato in più di una occasione dal regime, odiato com’era per l’autonomia di pensiero e per la professione di libertà. Nel 1968, quando anche in Polonia il movimento degli studenti faceva sentire le sue ragioni, venne ingiustamente licenziato dall’ospedale nel quale lavorava. Negli anni settanta intraprese, insieme ad altri, l’avventura di Solidarnosc, partecipando prima alla fondazione del Kor, il Komitet Obrony Robotników (il Comitato di difesa degli operai), insieme a Jacek Kuron e Adam Michnik, e poi all’attività del sindacato politico. Di quest’ultimo fu consigliere ai vertici, intervenendo in prima persona alla «Tavola rotonda», il negoziato condotto tra il sindacato e la giunta militare di Wojciech Jaruzelski, per garantire alla Polonia una transizione alla democrazia post-comunista basata sulla non violenza e sul consenso. Nel 1989 fu eletto deputato alla Dieta, il Parlamento nazionale, incarico che assolse fino al 1993. Nel 1998 l’allora Presidente Aleksander Kwasniewsky, suo antico avversario politico, lo insignì dell’ordine dell’Aquila, la massima onorificenza. Uomo schietto e sagace, era noto per la sua concezione antiretorica della vita. Nei suoi libri, a disposizione del pubblico italiano (ed in particolare «Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell'insurrezione» una lunga conversazione dell’autore con Hanna Krall; «Il guardiano», curato da Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn; «Arrivare prima del buon Dio» sempre con Hanna Krall), ci ha fornito il ritratto potente di una Polonia che, se non c’è più, tuttavia continua a pulsare nelle speranze di quella parte della nazione che crede nella libertà come evento non astratto, quando si accompagna alla giustizia sociale. Come tale, avversò la deriva populista del suo paese, durante il governo dei gemelli Kacynski, per poi riemergerne con la vittoria del liberale Donald Tusk. Edelman è stato uomo dalle molte vite: giovane bundista, non meno giovane attivista e dirigente dei ribelli del ghetto, poi maturo medico, militante sindacale, esponente dell’ultima intellighenzia ebraico-polacca, si congeda da noi nel mentre ciò per cui aveva lottato, l’Europa unita, sembra tanto a portata di mano quanto fragile e incerto. Uomo del confronto e del dialogo, ha riconosciuto i cambiamenti quando questi si sono verificati (ai tedeschi riconosceva di essere stati capaci di cambiare) ma non ha mai concesso nulla ad un ottimismo di circostanza. Di sé ha sempre detto che si occupava della vita, come esponente dell’umanesimo socialista ma anche come medico. Se ne è andato a novant’anni, molto tempo dopo la scomparsa del mondo da cui proveniva, troppo presto rispetto al paese e al continente che avrebbe voluto costruire.

Claudio Vercelli

Niente da aggiungere: rendiamo onore a un grande combattente, a uno di quegli anonimi eroi che, straccioni e affamati e quasi senz’armi, per quasi un mese seppero tenere testa al più potente esercito del mondo.

            

barbara


3 ottobre 2009

BABI YAR 29-30 SETTEMBRE 1941

È trascorso da pochi giorni il sessantottesimo anniversario del massacro di Babi Yar, in Ucraina. Il 28 settembre erano apparsi in tutta la città di Kiev manifesti che avvertivano: “Tutti gli ebrei che vivono a Kiev e nei dintorni sono convocati alle ore 8 di lunedì 29 settembre 1941, all'angolo fra le vie Melnikovsky e Dokhturov (vicino al cimitero). Dovranno portare i propri documenti, danaro, valori, vestiti pesanti, biancheria ecc. Tutti gli ebrei non ottemperanti a queste istruzioni e quelli trovati altrove saranno fucilati. Qualsiasi civile che entri negli appartamenti sgomberati per rubare sarà fucilato." Si aspettavano di essere deportati, gli ebrei; invece sono stati massacrati, tutti dal primo all’ultimo: 33.771, per la precisione.
Qualcuno ora dottamente spiega e “dimostra” che non è vero niente, nessun massacro, niente fosse comuni, solo una macabra leggenda. Qualcun altro testimonia del massacro visto coi propri occhi, ma sicuramente sarà un agente prezzolato – sappiamo bene di chi – così come saranno sicuramente dei falsi le documentazioni fotografiche.

Evgenij Evtušenko, poeta russo, nel ventesimo anniversario del massacro ha dedicato all’evento questi bellissimi e toccanti versi.

Babi Yar


Non c'è un momumento A Babi Yar
Il burrone ripido è come una lapide.
Ho paura
Oggi mi sento vecchio
Quanto lo stesso popolo ebreo


Ora mi sento
ebreo anch'io.
Eccomi vagare nell'antico Egitto
Ed eccomi in croce che muoio
E porto ancora il segno dei chiodi.
Mi sembra che Dreyfus
sono io.


La classe media
mi denuncia e mi giudica.
Io alla sbarra.
Circondato
Perseguitato
Sputacchiato
Calunniato.
E le signore coi merletti di Bruxelles
Urlano e mi colpiscono in faccia con gli ombrellini.


Mi sembra di essere
Io un ragazzo di Bielostok.
Il sangue ricopre il pavimento.
I brutti ceffi della taverna
Puzzano di vodka e di cipolla.
Io, respinto da uno stivalone, impotente
Supplico invano i teppisti.
Travolto dalle risate:
"Morte ai Giudei, viva la Russia!"
Un mercante di grano violenta mia madre.


O mio popolo russo
Io so che
Tu
In fondo sei internazionalista.
Ma spesso quelli dalle mani impure
Fanno tremare il tuo nome.


Conosco la bontà della tua terra.
Così come vilmente,
Senza batter ciglio,
Gli antisemiti pomposamente proclamano
Se stessi "Unità del Popolo Russo"!

Mi sembra di essere
Io Anna Frank,
Delicata
Come un germoglio d'aprile.
E amo.
E non mi servono parole.
Ho bisogno
di guardarci l'un l'altra.
Quanto poco possiamo vedere,
annusare!
Ci sono vietate le foglie
Ci è vietato il cielo.
Ma si può fare moltissimo
Ed è tenero
Abbracciarsi nel buio della stanza

Io non ho parole tanto belle per commemorare un’infamia tanto grande, ma non farò mancare le povere parole di cui dispongo per ricordare e far ricordare. Perché nessun albero può dare foglie e fiori e frutti se le sue radici non affondano ben salde nel terreno. E nessun essere umano può avanzare verso il futuro se perde memoria del passato.





barbara


7 settembre 2009

CHI LO DIREBBE CHE QUESTO ARTICOLO HA PIÙ DI QUARANT’ANNI

La peculiare posizione di Israele
di Eric Hoffer*
L.A. Times, 26 maggio 1968

Gli ebrei sono un popolo particolare: ci sono cose permesse ad altre nazioni che agli ebrei sono proibite.
Altre nazioni espellono migliaia, addirittura milioni di persone e non ci sono problemi di rifugiati. Lo ha fatto la Russia, lo hanno fatto la Polonia e la Cecoslovacchia, la Turchia ha cacciato un milione di greci, l’Algeria un milione di francesi, l’Indonesia ha espulso chissà quanti cinesi, e nessuno parla di rifugiati. Ma nel caso di Israele, gli arabi trasferiti si sono trasformati in eterni rifugiati. Tutti insistono che Israele deve prendersi indietro ogni singolo arabo.
Arnold Toynbee qualifica l’evacuazione degli arabi come un’atrocità più grande di tutte quelle commesse dai nazisti.
Quando le altre nazioni vincono una guerra sul campo di battaglia, dettano le condizioni di pace, ma quando vince Israele, deve intavolare trattative per ottenere la pace.
Tutti si aspettano che gli ebrei siano gli unici veri cristiani a questo mondo. Le altre nazioni, quando vengono sconfitte, sopravvivono e si riprendono, ma se Israele fosse sconfitta, sarebbe distrutta. Se lo scorso giugno avesse vinto Nasser, avrebbe cancellato Israele dalla carta geografica, e nessuno avrebbe mosso un dito per salvare gli ebrei. Nessun impegno verso gli ebrei da parte di qualunque governo, compreso il nostro, vale la carta sulla quale è scritto.
Si levano grida di sdegno in tutto il mondo quando muore gente in Vietnam o quando due negri sono giustiziati in Rodesia. Ma quando Hitler massacrava gli ebrei, nessuno ha protestato. Gli svedesi, pronti a rompere le relazioni con gli Stati Uniti per ciò che facciamo in Vietnam, non hanno fiatato quando Hitler assassinava gli ebrei. Hanno mandato a Hitler il loro migliore ferro e munizioni, e hanno fornito alle sue truppe i treni per la Norvegia.
Gli ebrei sono soli al mondo. Se Israele riuscirà a sopravvivere, sarà solo grazie agli sforzi degli ebrei. E alle risorse degli ebrei. In questo momento Israele è il nostro unico alleato affidabile e incondizionato. Noi possiamo contare su Israele più di quanto Israele possa contare su di noi. Dobbiamo solo provare a immaginare che cosa sarebbe accaduto l’estate scorsa se gli arabi e i loro protettori russi avessero vinto la guerra per renderci conto di quanto sia vitale la sopravvivenza di Israele per gli Stati Uniti e per l’Occidente in generale. Ho una premonizione che non mi abbandonerà: ciò che accadrà a Israele, accadrà anche a tutti noi.
Se Israele perisce, la responsabilità dell’olocausto peserà su di noi.

*Eric Hoffer, (1902-1983) era un filosofo sociale non ebreo. (traduzione mia)

Potrebbe essere stato scritto dieci anni fa, o sessanta, o due, o l’altro ieri: la triste realtà è che il tempo passa ma gli ebrei – siano sparpagliati per il mondo o riuniti in un proprio stato – continuano ad essere abbandonati a se stessi. Continuano ad essere lasciati soli di fronte al carnefice di turno. E tutti gli impegni verso di loro – a partire dalla dichiarazione Balfour, che garantiva loro ben altro che quella striminzita fettina di terra per il 60% desertica, sopravvissuta ai successivi tagli operati nel corso dei decenni, che è stata alla fine magnanimamente concessa loro (cacciandoli da tutte le altre aree in cui avevano acquistato - e pagato in denaro sonante - deserti e pietraie e li avevano trasformati in campi e giardini) – continuano a valere meno della carta su cui sono scritti. E ancora si strilla come oche spennate quando, lasciati senza alternative, provvedono a difendersi da soli.
E adesso che hai letto fin qui, vai a leggere anche lui, oggi particolarmente ben combinato col mio post.


barbara


10 agosto 2009

AUSCHWITZ? QUALE AUSCHWITZ?

                                

No, scusate, ma la storiella di Auschwitz e delle camere a gas non era una bufala colossale montata dai sionisti per fregarsi la Palestina? E allora, fatemi capire, che cos’è che si dovrebbe RI-aprire adesso?

barbara


21 aprile 2009

OGGI, GIORNO 27 DEL MESE DI NISSAN, YOM HA SHOAH



Mai più.
Mai più.
Mai più.
Mai più.
E mai più, se lo ficchi bene in testa ogni figlio di puttana che ancora aspira a cancellarci dalla faccia della terra, significa MAI PIÙ.

barbara


5 ottobre 2008

MESSAGGIO DA ISRAELE

Sappiate, luridi figli di puttana,
e cercate di ficcarvelo bene in testa,
che mai più significa mai più
e che da qui non ci sposterete
(anche se dall’altra parte, nel frattempo ...)
(grazie ad Anat, a Claudio Calò e a Marco per i filmati)

barbara


24 giugno 2008

GLI SCOMPARSI

Tutto ciò che si sa dello zio Shmiel, fratello del nonno, si può condensare in tre parole: ucciso dai nazisti. Nient’altro, perché il nonno, inspiegabilmente, si rifiuta di parlarne. È un nonno facondo, quello di Daniel Mendelsohn, prodigo di racconti e di ricordi. Tranne che sul fratello scomparso, ucciso dai nazisti insieme alle sue quattro bellissime figlie. Toccherà al nipote, dunque, una volta diventato adulto, mettersi alla ricerca di questi parenti scomparsi, alla ricerca di notizie, di indizi, alla ricerca di qualcuno che li abbia conosciuti e li ricordi. E inizia dunque questo straordinario, emozionante viaggio, prima in internet, poi materialmente in Ucraina, Australia, Svezia, Israele, Danimarca, all’inseguimento di una traccia, di un nome, di un indirizzo, di un volto; incontri con i sopravvissuti, testimonianze sofferte, ricordi che riemergono, faticosamente, dolorosamente, dopo sessant’anni – e non sempre si vorrebbe. E mette i brividi questa tenace e quasi disperata caccia ad ogni dettaglio che possa aiutare a mettere a fuoco una persona, una personalità, una VITA: l’espressione di uno sguardo, un particolare dell’abbigliamento, un colore, un sapore – aveva gli occhi chiari, le piacevano i ragazzi, era un uomo elegante, era una casalinga perfetta – e poi ciò che non si vorrebbe sentire ma che è doveroso sentire – hanno costretto il rabbino a ballare nudo sopra le ragazze, novecento colpi ho contato, per molti giorni la terra ha continuato a muoversi perché tanti non erano morti subito, prendevano i bambini per i piedi e gli sfracellavano la testa sul marciapiede. E i ricordi contraddittori, il tentativo di capire quale sia più “vero”, la convinzione di essere giunti alla fine del viaggio e invece no, c’è sempre un altro viaggio ancora da intraprendere, e ogni volta un nuovo tassello, ogni volta una nuova tessera da aggiungere al mosaico, ogni volta una nuova sfumatura – la casa era quella, erano due insegnanti, è successo nel cortile, li ho visti portare via, dentro quella botola – e il quadro prende forma e la vita e la morte tornano ad essere reali. Settecentoventi pagine di riflessioni, di pensieri, di ricerca, di ricordi, di vertiginosi balzi della mente, di sapori e di odori, di spazi e di tempi, di interpretazioni bibliche, di deserti e di oceani, di speranze e disperazioni, di gioie e di rimorsi, di incontri, di rimozioni, di ritrovamenti, di emozioni. Settecentoventi pagine di cui non una riga, non una parola non una sillaba è superflua. Settecentoventi pagine da leggere in un soffio – se le emozioni forti non vi spaventano.

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi, Neri Pozza



barbara


1 maggio 2008

YOM HA-SHOAH



Oggi in Israele si celebra Yom ha-Shoah, il giorno della Shoah: per due minuti, alle dieci di questa mattina, tutte le sirene presenti sul territorio israeliano hanno suonato. Per due minuti un intero Paese si è fermato. Per due minuti tutti gli israeliani hanno interrotto qualunque cosa stessero facendo e sono rimasti in piedi, immobili, nelle loro case, nelle scuole, negli uffici, nei negozi, per strada accanto alle proprie auto. Per ricordare i milioni di ebrei morti nella Shoah. E per rammentare ai novelli Hitler d’oggigiorno che gli ebrei vivi sono fermamente intenzionati a restare vivi e a RESISTERE a ogni tentativo di portare a termine l’opera intrapresa dai nazisti e dai loro complici. VIVA ISRAELE SEMPRE!



barbara

Aggiunta: imperativo categorico: andate a vedere anche questo.


2 marzo 2008

REUTERS: DISINFORMAZIONE DA MANUALE

Comunicato Honest Reporting Italia 2 marzo 2008

Doppiamente da manuale, questo articolo Reuters di venerdì 29 febbraio: da manuale della disinformazione, come vedremo, e da manuale di psicanalisi per la proiezione su Israele degli auspici palestinesi.

Israele avverte i palestinesi: rischiate l'"olocausto"
No: il viceministro della Difesa Matan Vilnai (una persona, non "Israele": e già questa mancata identificazione la dice lunga sull'accuratezza e sulla serietà del servizio) ha parlato di "catastrofe", non di olocausto.

GAZA (Reuters) - Israele ha scatenato una serie di attacchi aerei contro la Striscia di Gaza ieri uccidendo 20 persone compresi diversi civili e bambini, e ha avvisato i palestinesi del rischio di un "olocausto" se non cesseranno i lanci di missili in territorio israeliano.
Classico esempio di inversione: PRIMA la reazione israeliana - corredata dal verbo "scatenare", che già di per sé orienta il giudizio del lettore - POI gli attacchi palestinesi che l'hanno provocata, derubricati a banali "lanci". Inoltre, anziché dire che Israele è andata a colpire le basi terroristiche e che in questa azione sono rimasti uccisi anche dei civili, vengono esplicitamente nominati solo questi ultimi, lasciando intenzionalmente i terroristi in secondo piano, impliciti, sfumati - praticamente inesistenti. Da notare poi lo "scatenamento" degli attacchi, da parte di uno degli eserciti più potenti del mondo, non contro i terroristi che seminano morte e distruzione in Israele, bensì "contro la striscia di Gaza", depurata da ogni negatività. Vorremmo infine aggiungere che dopo le migliaia di morti di Jenin, con tanto di fosse comuni, esecuzioni nei corridoi degli ospedali, dispersi e chi più ne ha più ne metta, ci viene spontaneo essere un tantino prudenti nell'accettare cifre palestinesi prive di conferma da parte di fonti indipendenti.

Nonostante i richiami internazionali alla calma, il bilancio dei morti negli ultimi due giorni è salito fino ad almeno 32 vittime. Tra queste c'è un israeliano, ucciso a Sderot da un missile sparato dall'interno della Striscia, prima vittima di un missile palestinese dal maggio scorso.
Sarebbe forse opportuno ricordare - ma "Reuters" non lo fa - che gli inviti alla calma intervengono sempre e solo quando Israele inizia a rispondere, mai quando la controparte attacca. Notiamo inoltre che un bambino di otto anni che ha perso una gamba a quanto pare non rientra, per i signori della Reuters, fra le vittime, per non parlare dei numerosi altri feriti, alcuni molto gravi.

Tra i palestinesi, invece, ci sono anche un neonato e quattro ragazzini che giocavano a calcio e che avevano dai 10 ai 15 anni.
E perché quattro ragazzini giocavano a calcio là dove i terroristi lanciano razzi? Sempre che sia vero, poi, dato che è noto che i ragazzini vengono spesso usati per recuperare i lanciamissili dopo il lancio, e dato che non viene riportata alcuna fonte. E inoltre: che cosa ci faceva un neonato in mezzo ai terroristi? E ancora: perché "invece", come se le vittime ci fossero solo fra di loro?

"Più si intensificheranno i lanci di (missili) Qassam e i razzi raggiungeranno una gittata più lunga, più (i palestinesi) porteranno su di loro un olocausto più grande perché useremo tutta la nostra forza per difenderci", ha detto alla radio militare il vice ministro della Difesa israesliano Matan Vilnai.
E tre: terza volta che l'estensore gioca con la parola "olocausto". Ed è un gioco molto sporco - ma perfettamente in linea, d'altra parte, con l'attitudine a definire Israele uno stato nazista, a parlare di "rappresaglie" anziché di risposte o reazioni, in un perfetto e totale capovolgimento tra vittime e carnefici e trasferendo su Israele quelli che sono i dichiarati auspici sia di Hamas che di Hezbollah: non solo la distruzione di Israele ma anche l'annientamento dell'intero popolo ebraico sull'intero pianeta. E capovolgendo, oltretutto, il significato di quanto detto dal ministro: la catastrofe da cui mette in guardia se la stanno procurando i palestinesi da soli con le loro sciagurate scelte di votarsi al terrorismo anziché al negoziato, mentre l'olocausto evocato da Reuters sarebbe perpetrato da Israele.

Il termine "olocausto" è usato raramente in Israele al di fuori delle discussioni sul genocidio nazista durante la seconda guerra mondiale.
Falso: il termine olocausto è usato quasi esclusivamente dai non ebrei, quindi in Israele non viene usato né al di dentro, né al di fuori "delle discussioni sul genocidio nazista durante la seconda guerra mondiale".

Gli ultimi scontri rappresentano la fase più sanguinosa di un conflitto a bassa intensità che va avanti da mesi
a noi, veramente, sembra che questa fase del conflitto stia andando avanti dal momento degli accordi di Oslo (1993), ossia da quando Israele si è impegnata a ritirarsi da Gaza e Cisgiordania per dare vita allo stato di Palestina: forse il corrispondente di Reuters si è un pochino distratto

e il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha accusato Israele di voler distruggere il processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti, alla vigilia della visita del Segretario di Stato Condoleezza Rice che arriverà nella regione la prossima settimana.
E questo invece non ci stupisce affatto: i rappresentanti dell'Autorità Palestinese ci hanno ben abituati al giochino di distruggere ogni prospettiva di pace a suon di attentati terroristici e poi accusare Israele, al minimo cenno di reazione, di essere il responsabile del mancato raggiungimento degli obiettivi

Mentre il primo ministro israeliano Ehud Olmert e i suoi ministri hanno rilasciato dichiarazioni contrastanti sulla possibilità di un'imminente offensiva di terra all'interno della Striscia, i residenti di Gaza hanno riferito che alcuni soldati di Gerusalemme hanno compiuto raid su gruppi di case nel sud dei Territori
sì, questo potrebbe anche essere vista l'inveterata abitudine a usare le abitazioni civili come basi di lancio o deposito di armi ed esplosivi

e che dei carri armati sono stati avvistati all'interno del confine settentrionale.
I Qassam dei terroristi palestinesi invece non vengono avvistati: partono, e in quindici secondi arrivano a destinazione. E chi li prende li prende.

Protestiamo per questo vergognoso servizio scrivendo qui:
http://help.yahoo.com/l/it/yahoo/news/general.html

Con l'occasione vi segnaliamo anche la tavola rotonda organizzata da Emanuele Calò con il PRI contro il boicottaggio alla fiera del libro di Torino, che si terrà l'11 marzo 2008 alle ore 20 presso il Caffè Letterario in Via Ostiense, Roma. Vi preghiamo di diffondere il più possibile questa segnalazione.

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

Honestreporting è stato fondato da un gruppo di persone che non appartengono né alla destra, né alla sinistra e non è affiliato ad alcuna organizzazione politica. Il nostro unico interesse è quello di assicurare che le notizie riguardanti Israele siano presentate in modo corretto nei media. Noi esaminiamo i media; quando troviamo esempi di evidente parzialità informiamo i nostri iscritti sugli articoli scorretti, chiedendo di protestare direttamente presso le testate interessate.

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E qualcuno questo odio, questo livore, questa sistematica mistificazione dei fatti, insiste a chiamarlo “legittima critica alle politiche dello stato di Israele”. E magari si sente anche a posto con la propria coscienza. Forse, addirittura, ritiene di doversi annoverare tra i buoni del genere umano.

barbara


5 agosto 2007

DIECI BOTTIGLIE VERDI

(Vi ho messo un post lungo perché rivado, anche se per poco, così avete il tempo di leggervelo con calma).

C’è una cosa confortante – una almeno – a leggere un libro come questo: sappiamo con certezza, fin dall’inizio, che la protagonista si è salvata. Ma a quale prezzo? Dopo quante e quali sofferenze, quante e quali violenze, quante e quali perdite?

Tutto il nostro mondo sta franando come una torre di carta. Giorno dopo giorno le libertà civili diminuiscono e la nostra vita è in pericolo. La prima settimana dopo l’annessione, gli ebrei non possono più accedere ai teatri, ai centri pubblici e alle biblioteche. Il 15 marzo viene annunciato che i funzionari pubblici di religione ebraica perderanno il posto di lavoro e due giorni dopo è il turno dei magistrati. Il 22, agli avvocati viene imposto di mettere la svastica sulle toghe. Gli imputati ebrei dovranno restare in carcere e non avranno diritto a un processo semplicemente perché sono ebrei. Il 26 gli studenti sono cacciati da scuole e università, dai mercati e dai macelli. Viene proibita la macellazione secondo il rituale Kasher. Dal 31 marzo, agli ebrei è vietato esercitare l'avvocatura. L’impatto immediato e improvviso di questi provvedimenti ha sulla nostra comunità un effetto devastante. La libertà è schiacciata in tutti i modi. I più deboli e gli anziani sono obbligati a inginocchiarsi e a strofinare i marciapiedi per cancellare gli slogan a favore di Schuschnigg. Alcuni sono portati in strada e obbligati a esibirsi in evoluzioni da circo equestre; ad altri vengono rasati i capelli. Ovunque si vada si viene derisi e insultati. Scuotiamo il capo increduli. Come è potuto accadere tutto, ciò?
All'arrivo di aprile la mia amata primavera viennese è diventata un acquerello della memoria, il cui gioco di luci e di ombre viene sostituito da zone di una cupezza sinistra, con pennellate brusche di odio e spargimento di sangue. Ci muoviamo come sonnambuli nelle nostre attività quotidiane, tenendo aperto il negozio malgrado le macchie di vernice sulla vetrina e le minacce dei passanti. Le lettere che ricevo regolarmente da Poldi mi confortano e a forza di rileggerle sono quasi rovinate. Quando gli scrivo, non ho altro da comunicare oltre alla disperazione. Adesso non esistiamo più come austriaci, siamo solo ebrei.
I soprusi quotidiani si susseguono: un vicino è stato aggredito, il marito di un'amica è stato portato via per essere interrogato e non è più tornato a casa, le cose che ci appartengono vengono vandalizzate senza che la polizia intervenga. Il pericolo è sempre più forte.
Ogni giorno temiamo un ulteriore peggioramento dell'assurda situazione che si è creata. La mattina del 23 aprile siamo nuovamente svegliati da rumori cui ormai ci siamo abituati, il suono delle urla di innocui cittadini trascinati a forza fuori dalle loro case per essere umiliati per le strade. Sbirciamo con circospezione da dietro le imposte e vediamo il tormento di quei poveretti per la strada. La gente viene trascinata via dai soldati che sono stati inviati oggi che è sabato, festività ebraica, e portati al Prater, il famoso parco giochi di Vienna. Non osiamo seguire la folla e aspettiamo chiusi in casa di sapere che cosa succederà.
Fritz è venuto a trovarci per portarci un po' di cibo. È troppo pericoloso uscire di casa e cerchiamo di farci bastare le ultime provviste che abbiamo.
"Che cos'è successo stamattina, Fritz?" gli chiedo prendendo il pane e il formaggio che mi porge. "Ci sono stati ancora dei disordini in strada e abbiamo visto dei nazisti che caricavano".
"Passando per il Prater ho notato una folla", risponde fissando il pavimento, con un'espressione di disgusto sul viso. "C’erano degli ebrei che venivano costretti a camminare a quattro zampe come cani". Fa una pausa.
"E poi che cos'è accaduto?".
"Li hanno obbligati a mangiare l'erba. Quei disgraziati ragazzi e ragazze e donne sono stati obbligati a ingoiarla e picchiati se rifiutavano. La folla incitava i nazisti a insultare le vittime. Non hanno avuto pietà neanche quando hanno cominciato a vomitare l’erba che era stata cacciata loro in bocca a forza. Alcuni sono svenuti, colti da infarto, altri sono addirittura morti dopo i fatti”.

Quando ci rechiamo al cimitero sulla tomba di papà e della nonna, che è morta alcuni anni fa, ci troviamo di fronte al terribile spettacolo delle nostre tombe profanate. Tutto è stato deturpato con violenza gratuita: le aiuole calpestate, le lapidi divelte e ovunque campeggia l’odiata svastica.

Quando la spossatezza ha il sopravvento e non riesce più neanche a piangere, guarda le nostre facce spaventate e solcate di lacrime mentre ci comunica che tutti i conti correnti degli ebrei sono stati congelati, sequestrati dai nazisti: non abbiamo più niente.
Se mi si fosse aperta la terra sotto i piedi e avesse inghiottito tutta la città, avrebbe avuto più senso per me. Com'era possibile che tutto ciò che papà aveva risparmiato per noi ci fosse stato tolto di punto in bianco?
"Ma, mamma, dove sono andati a finire tutti i soldi di papà e quelli del negozio?", le chiedo incredula.
"Oh, Nini, che cosa ti devo dire? Non c'è nessuno a cui chiedere e nessuno contro cui rivalersi", risponde la mamma rassegnata.
"Ma i soldi?", ripete Willi confuso quanto me. "Tutti i nostri risparmi sono nelle mani dei tedeschi e ci governano le loro leggi. Ce li hanno rubati come fanno i delinquenti comuni e non ce li restituiranno. Siamo ebrei e non abbiamo diritti: non possiamo chiedere che ci venga restituito il maltolto, non possiamo lavorare, non possiamo vivere in pace".
Fissa il vuoto incapace anche di piangere ormai. Ci guardiamo l'un l'altro pallidi in volto. Per la prima volta ci rendiamo conto che la mamma è distrutta a livello emotivo; non può aiutarci e dovremo trovare da soli una via d’uscita.
Ovviamente, non siamo gli unici. Quasi ogni giorno la mamma viene a sapere di parenti che sono stati privati dei loro beni. Non abbiamo più contatti con le zie, ma sappiamo che i nazisti hanno chiuso le loro attività commerciali e sequestrato gli immobili. I nostri amici e vicini ebrei che conosciamo da una vita stanno scomparendo uno dopo l'altro prelevati nelle loro case dai soldati per essere sottoposti a interrogatori in luoghi da cui non sono più tornati. I vicini non ebrei ci guardano come se fossimo appestati. Le finestre vengono vandalizzate, o per dipingere stelle gialle e scrivere "Juden" o semplicemente per rompere i vetri. Ogni attività commerciale è impossibile e le forze dell'ordine sono diventate i nostri nemici. Le leggi sono soppiantate dalla corruzione e dallo spargimento di sangue. Detenuti per omicidio vengono rilasciati in massa dalle prigioni per vestire la divisa nazista e ai più violenti vengono date promozioni. Il terrore è a livelli parossistici.

"Karpel". Dico il nostro cognome a un funzionario della Gestapo. "Mio fratello. È mio fratello, Willi. L’hanno portato qui”.
"Sì, lei è la sorella. Dobbiamo porre delle domande anche a lei". Non sento più le braccia, sono intorpidite, ho la bocca inaridita e le mani si fanno sudate e gelide mentre lo seguo; mentre mi chiedo se mi si piegheranno le ginocchia mi viene in mente che la mamma sta per tornare dal negozio e si preoccuperà. Non le avevo lasciato un biglietto, ma d'altra parte che cosa potevo dirle?
Mi porta in un'altra stanza e apre una porta pesante. All'interno la luce è fioca ma riesco a vedere Willi seduto su una sedia, con la luce che si riflette sulle lenti degli occhiali. Gocce di sudore gli imperlano la fronte, ma quando gli prendo la mano la sento fredda come la mia.
Veniamo interrogati per ore da ufficiali delle SS, dei duri con cicatrici sulla faccia che ci fissano, incapaci di vedere degli esseri umani davanti a loro. Abbaiano ordini e fanno domande assurde, ci accusano di mettere in pericolo il governo austriaco, di complotti politici, di essere colpevoli persino di essere nati e di esistere, di far parte di una cospirazione giudaica e di qualsiasi altra follia che venga loro in mente. Non possiamo ribattere a queste accuse insensate e rimaniamo in silenzio per tutto l'interrogatorio. Gli uomini scambiano qualche parola tra loro, poi uno ci porta sotto nella hall e da qui in un'altra stanza, ci ordina di rimanere lì e se ne va sbattendo la porta.
Rimaniamo da soli, in piedi in una stanzetta buia senza finestre né sedie. Manca l'aria. Parlottiamo con il terrore nella voce. Potremo ancora vedere la luce del giorno o verremo portati via per non fare più ritorno? La porta viene spalancata. Ci proteggiamo gli occhi con le mani per non essere colpiti dalla luce improvvisa. Ci sono tre della Gestapo.
"Tu", mi urla uno di loro mentre batte un pugno sul tavolino che gli sta di fronte, hai complottato contro il Reich falsificando visti per permettere agli ebrei di sottrarsi al meritato castigo. Sei una traditrice e i traditori devono morire!".
“No non è vero
"
Sei stata vista con altri traditori mentre vi incontravate e lavoravate di notte come i topi, come fanno gli ebrei per penetrare nella fortezza tedesca. Vi distruggeremo tutti prima che possiate portare a termine i vostri progetti”.
“Dov’è vostro padre?".
“È morto", rispondo con pacatezza.
“Quando è morto? Come è morto? Pensiamo che si nasconda da qualche parte a commettere crimini contro lo stato".
Rabbrividiamo per l'orrore al sentire questa accusa.
“No, ci ricordiamo che i medici dissero che era morto".
"Certo, per i medici ebrei che hanno firmato il certificato di morte. Sappiamo che voi siete tutti bugiardi e cospirate per accumulare sempre più soldi”.
"Eravamo molto piccoli ma lo sappiamo. Non lo vediamo dal 1922. Sono già passati quindici anni. Siamo andati al funerale e abbiamo visto la cassa di legno ricoperta di terra. Andiamo a trovarlo al cimitero".
"Chi si occupa dei vostri beni allora? Questo ragazzo?".
"No, la mamma. Vi potrà dire lei stessa che nostro padre ha lavorato duramente per far andare bene il negozio. Lo sanno tutti".
“Anche noi siamo austriaci", dice Willi, con voce malferma e quasi impercettibile.
"Gli ebrei non sono nulla. Non hanno diritto di camminare dove camminano gli austriaci o di respirare la stessa aria. Dite a vostra madre che le SS andranno a cercarla domani mattina. Firmerà tutto quanto o la punizione sarà più severa di quanto possiate immaginare”.


Poi, quando tutto è finito, hanno recitato di fronte al mondo il ruolo di vittime: erano stati invasi, loro, e occupati, annessi dai cattivi nazisti, vittime più o meno come gli ebrei, non colpevoli, non carnefici: e quando mai?! E poco importa che l’annessione l’avessero invocata e accolta con gioia, poco importa che le loro violenze contro gli ebrei siano state addirittura superiori a quelle verificatesi in Germania, poco importa che la loro presenza – volontaria! – nei campi di sterminio fosse enormemente superiore alla loro percentuale nella popolazione del Reich: vittime! Nient’altro che povere vittime, senza alcun bisogno di fare i conti col proprio passato. E non è certo un caso che in Austria, a differenza che in Germania, non è mai stata pronunciata una sola condanna nei confronti di criminali nazisti.
Poi, sì, ci sono anche cose così:

Comincio a tremare di nuovo.
“Non faccia così, cerchi di avere un po’ di fiducia in me”. Continua a chiedere altri dettagli e scrive tutto. Alla fine smette di scrivere e si toglie gli occhiali. "Mi vergogno della mia gente. Che cosa mai è accaduto all'integrità degli austriaci?", chiede sospirando. "Ci sono però rimasti alcuni di noi disposti a rischiare qualcosa per aiutare un altro essere umano. Voglio che lei smetta di preoccuparsi adesso. Lasci la questione nelle mie mani. Conto ancora qualcosa in questo paese, nonostante il regime di terrore che hanno instaurato".
"Non avevo nessun altro a cui rivolgermi, avvocato Berger", aggiungo, ansiosa di spiegare la mia presenza nel suo studio. "Certo non voglio che lei metta a repentaglio la sua sicurezza. Siamo sicuri che andrà tutto bene e che la Gestapo non la incolperà di niente?".
"Non deve preoccuparsi di questo. Ho dedicato la vita al rispetto della giustizia e al suo servizio. Ma ora questa parola è priva di significato e quindi risponderò solo al mio senso di giustizia".
Anche se sono determinata a non farmi prendere dall'emozione, mi si riempiono gli occhi di lacrime. Proprio quando mi ero convinta che non ci fossero più persone coraggiose e moralmente integre in tutta Vienna, quest'uomo si è offerto di rischiare la propria vita per salvare le nostre.
"Signorina, so che è disperata, ma farò del mio meglio e le farò sapere entro un giorno o due". Alzandosi dalla sedia, aggiunge: "Non si preoccupi per i soldi adesso”, e mi mette una mano sulla spalla. “Anticiperò tutto il contante necessario e un giorno, quando la guerra sarà finita e forse potremo tornare a una vita normale, me li restituirà".
"Non so come ringraziarla, avvocato Berger". Gli stringo la mano vigorosamente.
Quando finalmente torno a casa, dico alla mamma e a Willi quello che ho fatto. Non riescono a credere che abbia avuto il coraggio di rivolgermi a un estraneo, come l'avvocato Berger, che non è ebreo, influente e probabilmente collegato ai nazisti e sono ancora più stupiti che sia disposto non solo ad aiutarci, ma a usare i suoi soldi per farlo. Pensano che sarebbe meraviglioso se ciò accadesse, anche se sono scettici.
Ma l'avvocato ha mantenuto la parola e dopo due giorni viene lui stesso da noi. Usare un intermediario sarebbe stato troppo rischioso. Si siede con la mamma, Willi e me nel nostro salotto e ci dice quello che ha organizzato. Ha comprato tutti e cinque i biglietti. Dobbiamo solo farci rilasciare i documenti necessari per emigrare e potremo espatriare.

E ogni volta che si incontrano persone così ci si chiede, con rabbia: se un solo uomo dotato di coraggio e buona volontà è riuscito a salvare così tante persone, quante vittime ci saremmo risparmiati se gli uomini degni di questo nome fossero stati un po’ di più? Vogliamo provare a ricordarne qualcuno? Perlasca più di 5000, Schindler 1200, Zamboni 280, Zofia Kossak, scrittrice polacca antisemita, circa 6000, Gerard e Jacob Musch, adolescenti olandesi, centinaia di bambini, Palatucci circa 5000, Danimarca e Bulgaria tutti …
P.S.: Il libro è stupendo: leggetelo!
P.P.S.: E si ficchino bene in testa una cosa, le anime belle: quando gli ebrei, sulle ceneri di Auschwitz, hanno detto “mai più”, intendevano dire mai più.

Vivian Jeannette Kaplan, Dieci bottiglie verdi, Edizioni Il punto d’incontro



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